Millenials, ancora?

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Ma esistono ancora? O meglio, è ancora il caso di “catalogarli”? Hanno veramente ancora quei tratti distintivi che gli hanno fatto meritare un epiteto (apprezzativo o dispregiativo molto dipende dalla nostra età… mentale) tutto per loro?

Sono passati quasi venti anni da quando abbiamo scavallato millennio e siamo ancora a credere che chi è nato in questo 2000 è un giovanotto scapestrato, internet-addicted, cresciuto con in mano lo smartphone e che non sa distinguere una pecora da una capra. Forse tutto ciò può (o meglio, poteva) essere anche vero, ma di certo è ormai storia passata.

In un modo o nell’altro quei giovannotti che hanno scavallato il millennio sono cresciuti e sono fra noi. Sono padri, colleghi, amici. O accettiamo che essere circondati da milioni di stupidi millenials oppure accettiamo che loro (come probabilmente noi anni prima) abbiamo contribuito a cambiare la società in cui viviamo.

Chissà come chiameremo i nati del 2100, quelli del 2500 o quelli del 3000. Di certo li vederemo come figure perse che non hanno un futuro. Viviamo (ed IMHO vivremo sempre di più) nell’epoca del semplice, del tutto e subito, del minimo sforzo, dell’indolenza, del frega frega, della bella vita da ostentare su qualche social e così via. Non sono stati i millenials a crearla (anche se di certo gli hanno dato tanta tanta benzina e ci sguazzano benissimo), ma noi (ed hanno anche iniziato quelli prima di noi, ma lungi da me ricordarglielo…).

WU

PS. Ovviamente partendo da questo notevole Randall

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Studi mortali

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Tanto in un modo o nell’altro deve finire. Certo, finire “per mano” di qualcosa che si è studiato mi ricorda molto il destino di tanti “geni” uccisi dalle loro invenzioni (le impronte che brillano ancora al buio della mano di Marie Curie ve le ricordate?) e comunque meglio di tanti idioti che muoiono per mano delle loro idee (non faccio esempi, ma ovviamente la linea di demarcazione è particolarmente labile).

Ad ogni modo, vi sono certamente campi “più rischiosi” della ricerca (squali e vulcani, come ci ricorda con grand ironia questo Randall sono degni esempi), ma diciamo pure che studiare come sarà la nostra vecchiaia è di certo qualcosa che ci troveremo a vivere (beh, sicuramente non si può dire lo stesso di chi studia neonatologia…).

Credo che dobbiamo aggiungere un aspetto probabilistico della faccenda: chi studia cosmologia e buchi neri ha pochissime (nessuna) chance di entrarvi in contatto, ma se ci riuscisse credo che la letalità dell materia sarebbe decisamente altissima. Per la vecchiaia, ahimè, la certezza dell’incontro è abbastanza certa (ed in molti casi sperata).

Mi rimane solo una domanda, ma chi studia sociologia (e branche derivate) dove si collocherebbe? In base ai casi ed alle situazioni potrebbe essere tutto a destra o tutto a sinistra… Allora la linea (e relativa catalogazione) diventa opinabile? Certo! … e meno male!

WU

Big vs little vs large vs small vs great

Ma è poco, piccolo, corto, giovane o breve? E d’altra parte è grande, largo, vecchio oppure lungo?

Diciamo che in italiano abbiamo una abbondanza lessicale tale da farci cogliere ogni sfumatura di dimensioni (in questo caso). L’inglese non è di certo una lingua così ricca, anche se personalmente non la ritengo neanche così povera come spesso si sente sostenere.

Large e big, ad esempio vengono entrambi tradotti in italiano con “grande”, ma nella lingua madre non sono propriamente sinonimi ed hanno contesti di utilizzo leggermente diversi. Idem dicasi per small e little.

Ovviamente (e come sempre) lungi da me qualunque spiegone linguistico, anche se suggerisco (proprio come ci succede inconsciamente con l’italiano) tanto tanto tanto esercizio così che poi alla fine la parola giusta nel contesto giusto venga quasi naturale, e mi affido piuttosto a questo XKCD.

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Un sapiente ed originale utilizzo dei diagrammi di Eulero Venn (si, un po’ di ricordi matematici da teoria degli insiemi elementare) per vedere cosa applica dove… almeno a spanne.

Notevole la collocazione centrale di island che interpreto come: “mettici vicino quello che ti pare che va bene lo stesso”. Mi colpiscono anche le due intersezioni vuote fra little-large e small-great “più vicine” ad island: circle è l’ultima cosa che può essere great o small e foundation l’ultima cosa che può essere little o large. Forse.

E poi mi casca l’occhio su tutte le cose che non possono essere great, ma devono essere big e cose del genere. Esempi di cose che suonerebbero male:
– great bang theory
– big barrier reef
– small league
– large one
– little potatoes

Oltre a “binomi” che potrebbero avere accezioni diverse: “big sister” e “large sister”… sono due cose diverse 🙂 . E little o large professor?

Ok, ok, sproloqui a caso semplicemente per invitarvi a spendere qualche minuto a guardare il veramente-notevole diagramma.

WU

PS. Oggi ho ricevuto una notizia veramente brutta, ma non so se catalogarla come large bad news, great bad news o big bad news. Large, big, great bad news?

Errori su errori

“Ogni misura sperimentale è affetta da un certo grado di incertezza”, ci insegnavano sui banchi di scuola. Ogni scelta, ogni decisione, ogni seppur vaga posizione che assumiamo nei confronti delle situazioni nelle quali ci troviamo a vivere è affetta da un certo grado di incertezza. Questo non ce (almeno a me) lo hanno detto a scuola.

La conseguenza dell’incertezza è un errore nella misura. Errore che deve essere correttamente propagato, di lettura in lettura, onde evitare di portare a casa risultati non voluti (ve li ricordate i neutrini più veloci della luce? … propagazione di errori sperimentali sistematici). Propagazione dell’errore che però dobbiamo (beh… dovremmo) imparare a fare anche nella vita di tutti i giorni. Sarebbe bello sapere cosa succederà domani ad un errore (o imprecisione) di una scelta oggi.

Qual modo migliore per rispondere a tale domanda se non usare “l’approccio alla Randall” (qui)? Relativamente semplice: quando non so come propagare correttamente un errore semplicemente applico una “error bar” (un intervallo di incertezza della misura) ad ogni mio dato sperimentale. Diciamola più semplicemente: per ogni scelta (imperfetta per definizione) che faccio applico agli estremi delle situazioni che si possono verificare margini di sicurezza.

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Ancora più semplice? Ogni volta che ho un dubbio aggiungo ulteriori dubbi. L’approccio è (credo) più che umano, ma la naturale conseguenza è che si tende ad affastellare errori su errori. A meno di non essere nel centro della error bar (ovvero, di aver per qualche arcano motivo azzeccato la scelta) ogni errore si propaga all’infinito.

La cosa positiva è che l’incertezza (almeno in teoria, ma in fondo credo che salvo rari casi valga anche nella pratica) tende a diminuire con il propagarsi dell’errore, anche se questo credo sia più che altro un effetto curativo dello scorrere del tempo.

In breve: errare è umano, saper come gestire/propagare un errore è matematica. Assumendo che non siamo tutti grandi matematici direi che ogni errore è destinato a propagarsi dando luogo ad altri errori. Ora, se invece di chiamarli errori li chiamiamo scelte abbiamo semplicemente confermato che il futuro dipende (o ci sembra che dipenda, ma in fondo nel nostro piccolo è uguale) in qualche modo dall’esito delle nostre scelte (o errori).

WU

Wedge

Tanto tempo fa qualcuno disse “datemi una leva e vi solleverò il mondo”. Con il passare del tempo credo che questa frase si sia evoluta in “datemi una leva e vi dividerò il mondo”.

Senza voler parlare di migranti a poche miglia dalle coste, di muri costruiti lungo i confini nazionali oppure di intangibili (e profondissime) separazioni sociali che vediamo attorno a noi ogni giorno (… e non illudiamoci che sia una storia dei nostri giorni, ve la ricordate la genesi della Grande Muraglia Cinese?), vediamo di prendere la cosa con un po’ di ironia (grazie a Randall, qui).

wedge

Il tornaconto diretto della “politica della divisione” (mi piace questa locuzione 🙂 ) è semplicemente quello di aumentare la folla di persone che ci apprezzano. O diminuirla. Ma in ogni caso non passare inosservati, dare l’immagine di esser quelli che fanno la differenza.

“Io sono quello che ha tenuto i cattivoni lontano da casa tua”, oppure qualcosa tipo “Io sono quello che ha messo al sicuro i nostri confini” (neanche se in questo modo avessimo definitivamente eliminato ogni pericolo…). Sono posizioni che creano o distruggono consensi, ma che non mi danno l’idea che si stia effettivamente facendo qualcosa.

Sarò vecchio dentro, ma identifico in una singola parola, un po’ dimenticata, un po’ abusata, un po’ generica, un po’ romantica, la base di ogni società civile e quindi di ogni regnante/politico/governatore: moralità. Senza questa non esistono, IMHO, leve, muri, barricate o leggi che possano far effettiva presa sulle persone e sul loro benessere sociale.

WU (morale o im-morale, ma non a-morale)

Tempo (in)efficiente

Ricollegandomi al modo di gestire il tempo… ci siamo lasciati venerdì, qui, con ingiusti sproloqui a riguardo ed è rimasto comunque il filo conduttore di tutto il mio finesettimana.

Una regola aurea, da ricordare e considerare come vera sia se applicata a noi stessi che ad altri, è che dato un tempo X a disposizione per fare una qualunque cosa tenderemo a riempirlo tutto (se non superarlo).

In altri termini, l’essere umano difficilmente tende a svolgere un compito in un tempo minore del previsto. Si potrebbe aprire un ulteriore capitolo sulla bontà e veridicità delle previsioni, sulla volontà di fare qualcosa prima del tempo per farsi notare, sul mordente diverso che ci spingere a completare dei compiti se ci interessano o meno direttamente e via dicendo, ma facciamo che mi fermo qui.

In questa fase di tempo-da-occupare-per-il-compito-assegnatoci, rientra anche il nostro processo decisionale su come affrontare la questione. Molto, molto, ma dico molto (lo dico io ed XKCD qui lo conferma sapientemente) del nostro tempo viene speso sull’analisi di potenziali strategie.

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Non dico che sia sbagliato, dico solo che è una (la?) causa di tante inefficienze. Se il tempo per un compito viene ridotto all’estremo (non meno…) siamo portati a saltare tutta questa fase decisionale e ci lanciamo solo in scenari che più o meno conosciamo. Altrimenti diamo (e ripeto, non dico sia un errore) in analisi strategiche… spesso e volentieri anche improponibili.

Mettiamola così: mi piace fantasticare per cui non disdegno analisi strategiche alla Star Trek, ma se volete che sia io sia efficiente non datemi tempo di pensare.

WU

Che caldo fa, ovviamente

Come ogni anno, immancabile. Come fosse Babbo Natale o il compleanno arriva il caldo estivo. E fin qui si potrebbe anche non obiettare nulla, se non fosse che con il caldo arrivano le solite, noiose, ovvie elucubrazioni umane (forse per proteggersi dalla canicola?).

Avevamo già notato qui come il caldo ci porta ad argute riflessioni: non uscire nelle ore calde, evitare cibi pesanti, bere parecchio, consumare frutta, e cose che non ci saremmo mai aspettati.

Ribadisco l’inutilità di tali studi/notizie/allarmismi/etc. , ma non posso non notare la loro assoluta persistenza. Rispuntano ad ogni estate e se ne tornano a dormire ai primi freschi autunnali. Ma sono sempre le stesse arguzie o ogni anno c’è la speranza di sentire qualcosa di meglio (… no, le acque funzionali che sto sentendo quest’anno per me rientrano nella categoria cazzate allo stato puro… anzi, liquido)?

Che so, mi aspetterei quanto meno qualche news di anno in anno. Il suggerimento per un centrifugato di semi? L’invito a passeggiate notturne? Qualche azienda che ha eletto la canotta come divisa estiva?

Ad ogni modo credo che non saremo così fortunati ed anche quest’anno di parlerà solo di caldo, umidità, temperatura percepita e via dicendo.

Ovviamente il concetto non è particolarmente nuovo e può essere espresso in parecchi modi differenti, compresi quelli fatti bene di XKCD qui.

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WU

PS. Ma solo a me guardare (per quel poco che lo faccio) le previsioni del tempo mi fa venire ancora più caldo?

Blockchain paper review

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Fatemi sproloquiare nuovamente, sulla scia di questo XKCD, sull’impeto delle pubblicazioni “scientifiche” e sul publication bias.

Oltre gli evidenti paradossi al quale un sistema di peer-review delle pubblicazioni ci ha portato (che non ripeto per dignità e per mia salvaguardia mentale), oggi stiamo facendo un’ulteriore evoluzione.

Ovvero stiamo (tutti, sia ben chiaro) progressivamente riducendo l’attenzione che dedichiamo alle revisioni (per giocare a Zelda o andare al mare poco importa) tanto da arrivare a non avere prove sufficienti ne per accettare ne per rigettare un articolo. Detto in altri termini, non siamo in grado di approfondire più nulla, ma soltanto di passeggiare su cose che già sappiamo, prossime al nostro seminato, oppure chiedere ad Internet.

Oggi che viviamo nell’epoca delle cryptovalute e stiamo imparando ad esportare il concetto di blockchain ad altri campi, perché non proviamo ad abbandonare l’attuale sistema di revisione per appoggiarci ad un sistema pubblico, immodificabile e distribuito?

La butto li. Qualcosa tipo una serie di “nodi di review” nei quali diversi soggetti contribuiscono alla review in una specie di registro pubblico, in cui ogni contributo sia tracciabile e che non sia modificabile in base … alle occupazioni del weekend?

Sicuramente la cosa va declinata meglio, ma almeno potrebbe essere un’idea…

WU

ok@+6&kPsN&>!?^% – La password perfetta?!

Vi sfido a trovarne di sempre più complicate (ovviamente quella nel titolo è puro massacro casuale da tastiera), come se non bastasse la sfida che vi lanciano i vari siti di sottoscrizione con i vari vincoli che ci mettono:

  • almeno 8 caratteri
  • almeno maiuscole e minuscole
  • almeno 1 carattere numerico
  • almeno un carattere speciale
  • almeno me la riuscissi a ricordare…

Il punto, infatti, non è tanto creare password complesse a caso, ma ricordarsele senza dover fare ad ogni accesso la procedura di recupero password (che è in molti casi il io personale metodo di accesso che trovo più veloce ed efficiente che lambiccarmi il cervello cercando di ricordare l’alternanza di caratteri a caso che posso aver inventato).

Ovviamente la password sono tanto più sicure ed in-decodificabili quanto più complesse, lunghe, alfanumeriche ed immemorabili sono.

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Ad ogni modo un metodo (che meno male che me lo ha confermato questa ricerca altrimenti non avrei davvero saputo a che santo votarmi…) per ricordare password anche mediamente complesse esiste. Anche se devo ammettere che l’articolo è assolutamente ben fatto e piacevole da leggere, anche per chi parte con ampi pregiudizi a riguardo.

As of 2011, available commercial products claim the ability to test up to 2,800,000,000 passwords a second on a standard desktop computer using a highend graphics processor. If this is correct, a 44-bit password would take one hour to crack, while a 60-bit password would take 11.3 years

4 parole a caso sono mediamente sufficienti per rendere una password virtualmente indecifrabile da hacher, computer o intelligenze artificiali in un tempo ragionevole. E come faccio a memorizzare quatto parole a caso che forse fr loro non centrano assolutamente nulla? Semplicissimo (e vecchio come il mondo): mi creo una bella filastrocca mnemonica, una piccola poesia, due versi in rima, un mantra ripetitivo o quello che vi pare.

Ovviamente alla ricerca fa seguito un bel web-based tool che genera versetti a caso (rigorosamente senza senso, altrimenti la nostra memoria non funziona!) per aiutare anche le menti più pigre.

Mi vengono in mente due considerazioni, relativamente banali:

  • – chi mi garantisce che il tool stesso non si conservi una copia del versetto e provi la risultante password a caso (o la usi come base di partenza) negli account degli utenti che hanno utilizzato il tool stesso?
  • anche ammesso che mi inventi un poemetto fighissimo in cui troneggia l’assenza di senso compiuto, come diavolo faccio a convincere i vari siti di sottoscrizione che la mi password è abbastanza sicura anche senza mettere, numeri, maiuscole, caratteri speciali etc, che rendono di certo la filastrocca non sufficiente alla memorizzazione della password?

Fantasmagoriche (e per questo facili da memorizzare) filastrocche sonno dietro l’angolo nascondendo in realtà stringhe di 60 bit assolutamente indecifrabili. :

  • Fox news networks are seeking views from downtown streets.
  • Diversity inside replied, Soprano finally reside.
  • Sophisticated potentates misrepresenting Emirates.
  • The shirley emmy plebiscite complaint suppressed unlike invite

Diciamo che considero a priori alcune password da associare a cose per le quali richiedo questo livello di sicurezza (molto poche a dir la verità) mentre per tante, tantissime altre mi basta una stupida password per soddisfare i vari vincoli dati (per poi affidarmi al sistema di recupero password 🙂 ).

WU

Detto, ovviamente benissimo in questo Randall

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Lo scorrere del tempo a Springfield

Ci hanno cresciuto per generazioni non invecchiando mai. Ci hanno fatto vivere i disagi e gli eccessi dell’infanzia dell’adolescenza, della maturità, ma sempre senza crescere mai. Ci hanno fatto notare gli eccessi della nostra società da ormai trent’anni, ma sempre senza crescere mai.

Si, i Simpson non invecchiano (e qui XKCD lo nota elegantemente).

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E questo, credo, che ce siamo accorti tutti semplicemente guardando qualche episodio in compagnia dei nostri genitori da piccoli, poi da soli nell’età della ragione/ribellione/possibilità e poi guardandoli ancora accanto ai nostri figli (o al nostro essere ancora figli?). Ma Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie (oltre che tutto l’universo di Springfield) non hanno ne una ruga in più ne un pensiero diverso da quelli che competono alle loro età.

E non devono farlo. Non devono cambiare lo stereotipo di ciascuno di loro solo perché (per noi mortali) gli anni passano.

La loro bellezza, il loro fascino e la loro immortalità sta proprio nel loro essere simboli, nell’essere stereotipi di “una famiglia tipo”, con ciascun membro nella sua “età tipo”. Se invecchiassero dovremmo scoprire come Bart diventa maggiorenne (… e poi magari prendere il posto di un Homer a caso?)? E ci interessa sapere come Maggie affronta la vecchiaia e gli acciacchi? E come regge il loro rapporto di coppia quando raggiungono le nozze d’oro?

No. Non è questo il senso, non è questo che vogliono dirci. Ci interessa vedere come tutti i membri dell’allegra famigliola affrontano le beghe proprie della loro età (ciascuno la sua, come riferimento) e sono quelle a cambiare con il cambiare della nostra società nell’ultimo trentennio. Ci sarà sempre un bimbo (un Bart equivalante) con il suo sguardo, le sue marachelle ed i suoi dubbi; ci sarà sempre un genitore alle prese con tale bimbo e ci sarà sempre qualche testa calda che cerca di trarre il massimo (o almeno qualcosa) dal nostro essere su questo pianeta.

WU

PS. Si, ricordo qualche episodio con i ragazzi cresciuti ed i genitori invecchiati, ma come dimostra il blando ricordo non hanno e non possono avere per il significato stesso della famiglia, grande successo…