Europa + Africa = Atlantropa

Correva l’anno 1927. La grande depressione del ’29 era alle porte (si, qualche segnale c’era), la Prima Guerra Mondiale era alle spalle e vi era rinnovata fiducia soprattutto nelle idee ingegneristiche. Un ottimismo tecnico che faceva da volano ad una economia vacillante, direi.

In questo contesto viveva Herman Sörgel, architetto e filosofo, una fantastica ed inusitata crasi, anche per quei tempi. Fra le varie idee che coltivava Sörgel ve n’era una che ha lasciato una traccia nella storia e, per fortuna, non sul nostro pianeta.

Arrestare l’afflusso di acqua al mar Mediterraneo ed abbassare il livello delle acque  (beh, tecnicamente… di nuovo, dato che vi sono prove geologiche a supporto del fatto che in passato, e non parlo di secoli ma di millenni, di anni fa il “nostro mare” era effettivamente asciutto, ma questa è un’altra storia).

Una cosetta da nulla che avrebbe unito l’Africa e l’Europa in un solo continente. Sarebbe stato sufficiente chiudere lo Stretto di Gibilterra in maniera che l’evaporazione naturale del mare lo avrebbe fatto prosciugare. Nel giro di circa 60 anni, secondo i conti di Sörgel, le acque del Mediterraneo si sarebbero abbassate di circa 150 metri e sarebbero di conseguenza emersi circa 600.000 chilometri quadrati di nuove terre.

Genova, Messina e Napoli sarebbero divenute cittadine dell’entroterra, la Sicilia sarebbe divenuta ovviamente parte del continente, Sardegna e Corsica si sarebbero fuse in una sola grande isola e Venezia sarebbe stata automaticamente messa al riparo dai pericoli del Mediterraneo (se volevamo preservarne la bellezza, pensava sempre Sörgel, saremmo stati sempre in tempo a fare una laguna artificiale ad-hoc… semplice, no?).

Per chiudere lo stretto sarebbe stato necessario abbattere una catena montuosa in Spagna (beh, si avrebbe distrutto anche qualche città e qualche villaggio, ma si sa… in nome del progresso…), trasportare le rocce in un punto preciso dello stretto ed utilizzarle come base per una mega-diga di 35 km. Questa era la diga principale, ma per realizzare il progetto erano necessarie anche altre dighe “minori” tra la Sicilia e la Tunisia, nel canale di Suez e nel Bosforo (ah, questo Mediterraneo che non se ne sta bello gingillato…).

Atlantropa.png

Un progetto del genere avrebbe creato milioni di posti di lavoro (rilanciando l’economia di tutta l’Europa!) per qualcosa come 150 anni (10 anni solo per la diga di Gibilterra) ed avrebbe avuto un ulteriore incredibile vantaggio.

Sörgel, infatti, teorizzo e “calcolò” che tutto questo sistema di dighe poteva essere sfruttato come delle colossali centrali idroelettriche; tramite gradini, dislivelli e cascate d’acqua vi sarebbe stata energia abbondante per tutto il nuovo continente (50.000 MW che avrebbe dovuto produrre la sola centrale sullo stretto di Gibilterra). In teoria centrali idroelettriche del genere sarebbero state fattibili con le conoscenze tecnologiche dell’epoca, anche se richiedevano opere titaniche.

L’economia Europea avrebbe avuto solo benefici ed anche l’Africa (il continente dei neGri da colonizzare dal Bianco invasore!) sarebbe stata forzatamente industrializzata. Ah, un ponte fra Sicilia e nord Africa completava la visione… il ponte sullo stretto è solo un piccolo cavalcavia a confronto.

Qualche aspetto negativo lo stesso Sörgel lo aveva identificato: il ritiro del mare avrebbe portato alla luce ingenti quantità di sale… un problemino per qualsiasi tipo di coltivazione; il prosciugamento di un mare avrebbe accelerato la desertificazione e generato catastrofi mondiali… al limite addirittura una nuova era glaciale nel nord Europa.

Ma il progresso doveva andare avanti (vi ricorda, seppure in maniera più plateale, qualcosa che stiamo vivendo?). Sörgel sperava che tutta l’Europa (lo si potrebbe definire un europeista ante litteram… in un epoca in cui ancora comandava il Fuhrer che non gradiva troppo la cosa) potesse finalmente collaborare e che il progresso generato da questo mega-fanta-progetto potesse in qualche modo far digerire all’umanità intera gli effetti collaterali dell’opera. Avrebbe creato ricchezza, occupazione, futuro, progresso, cosa potevano volere di più!

Il tutto finì (meno male) con un nulla di fatto; Sörgel venne investito da un’auto pirata, mai identificata, su un rettilineo nel Natale del 1952 ed il suo istituto (fondato alla fine della WWII con il compito di diffondere le idee del suo ideatore) venne chiuso 8 anni dopo la sua morte, nel 1960.

Amen, almeno per ora.

WU

PS. Mi ricorda tanto quest’altro delirio qua.

PPSS. Ho sempre ammirato i visionari (o i matti, se preferite) di qualunque epoca. Indipendentemente dal genere di idee che partoriscono…

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Silbervogel

Uccello d’argento, che potrebbe benissimo essere il nome di un Cavaliere dello Zodiaco, invece si tratta di un progetto bellico tedesco decisamente avveniristico per la sua epoca (e sotto molti tratti ancora oggi…).

Un così detto “bombardiere antipodale” che aveva come suo tratto distintivo quello di combinare l’utilizzo di un motore a razzo e di una forma portante (stile aereo); praticamente lo stesso connubio che è alla base degli svariati progetti degli “spazioplani”, da quelli più storici (X-20, Space Shuttle) a quelli più avveniristici (qui la lista sarebbe lunga…).

L’uccello d’argento era una specie di mega-proiettile di circa 10 tonnellate, 30 metri e 15 metri di larghezza alare. Era progettato per “rimbalzare sull’atmosfera” e grazie a questo principio raggiungere enormi distanze. Veniva lanciato lungo una slitta di 3 km sui quali un carrello (spinto da 12 razzi stile V2) lo accelerava fino a 1900 km/h, velocità sufficiente a generare portanza nelle sue ali e quindi decollare. Praticamente un decollo assistito che però lo sollevava dall’onere di portarsi dietro il propellente ed i booster per accelerare (come faceva, invece, lo Shuttle).

Dopo il lancio e l’ascesa in atmosfera, Silbervogel raggiungeva (beh, avrebbe dovuto raggiungere) una quota di circa 145 km grazie all’utilizzo del proprio motore che lo avrebbe spinto fino ad oltre 22000 km/h. Una volta raggiunta questa quota, il velivolo sarebbe naturalmente rientrato fino a scendere sino alla stratosfera, circa 40 km di quota, ove la maggiore densità dell’aria avrebbe generato una portanza sulla pancia piatta dell’ “aereo” tale da avergli fatto riprendere quota e quindi ripetere il processo.

Il velivolo poteva volare (secondo i calcoli) fra i 19000 ed i 24000 km; poteva attraversare l’oceano atlantico equipaggiato di una bella bomba e poteva, una volta sganciata, “rimbalzare” fino ad atterrare in un “porto sicuro” (la faccio più semplice: lanciato dalla Germania, l’uccellaccio volava fino agli Stati Uniti ben equipaggiato della sua atomica – che comunque i tedeschi non avevano -, rilasciava il suo prezioso carico su una città a sua scelta, e se ne “rimbalzava” fino al Giappone dove avrebbe potuto atterrare).

Il progetto non lasciò mai la galleria del vento (praticamente un prototipino davanti un ventilatore) e fu chiuso a causa dei suoi costi (cosa effettivamente non comune nella dotazione finanziaria degli anni delle guerre mondiali). Da un certo punto di vista fu un bene (oltre, evidentemente, che per il fatto che non abbiamo sganciato bombe nucleari sugli Stati Uniti), dato che (in base alle analisi svolte nel dopoguerra) le temperature raggiunte per via dell’attrito dall’aereo erano state abbondantemente sottostimato e l’aereo si sarebbe sciolto per i materiali di cui era fatto (non a caso lo Space Shuttle fu poi dotato di degli scudi termici…).

I suoi inventori (Sänger e Bredt) passarono da un governo all’altro dopo la fine della guerra, dovettero subire le classiche iniziative della guerra fredda (rapimento?), ma alla fine il Silbervogel non vide mai la luce. Il suo lascito confluì nel progetto (americano, questa volta) del X-20 Dyna-Soar in cui la Boing voleva fare sostanzialmente una copia dell’uccello di argento. Anche in questo caso il progetto non vide mai la luce (660 milioni spesi fra il 1957 ed il 1963), ma molte delle tecniche e tecnologie sviluppate confluirono nella progettazione dello Shuttle.

Oggi l’Europa sta provando a fare qualcosa di vagamente simile con XIV e con lo Space Rider; gli scopi sono assolutamente non bellici (anche se l’utilizzo duale della tecnologia aiuta, diciamo così, il reperimento di fondi): dall’idea di andare a bombardare qualcuno siamo passati all’idea di avere uno “spazioplano” (che richiede, evidentemente, uno spazioporto) per portare turisti (ben paganti) nello spazio. Le basi della “new space economy” (qualunque cosa sia) partono da lontano, lontanissimo… quelle tecniche, sia chiaro.

WU

La mia casa è la

Haneda Internatinal Airport, Tokyo, Giappone, 1954. Una giornata normale, forse un po’ più torrida della media (in base alla fonte ove si reperisce l’informazione).

Un passeggero fra i milioni in transito nell’aereoporto si avvicina alla dogana per espletare le normali formalità richieste (dal governo nipponico e non solo). Un uomo come tanti, mezza età, tratti caucasici, un po’ più alto della media, ben vestito. Nulla attira particolarmente l’attenzione su di lui, nulla fa percepire la sua provenienza.

Si avvicina al banco della dogana, presenta il passaporto. Dice di essere in viaggio per affari (con tanto di indicazione della ditta) per la terza volta in Giappone. Il diligente impiegato dell’ufficio doganale prestava particolare attenzione a tutti gli stranieri che arrivavano in Giappone della’Europa (…e faceva bene; siamo negli anni subito dopo WWII ed il Giappone stave cercando di ricostruirsi sia internamente che in termini di relazioni internazionali).

Tutto in regola sul passaporto (con tanto di timbri di varie nazioni) se non per un particolare. Un particolare che forse neanche tutti ci avrebbero fatto caso (beh, magari non è vero se di lavoro fai l’ufficiale della dogana…): il paese di provenienza.

Taured Passaport.

Ovviamente il primo pensiero andò ad un documento falso. Ovviamente nessuno aveva mai sentito parlare di Taured. Ovviamente (altrimenti non saremmo qui a raccontare questa storia) tutte le pagine del passaporto risultarono assolutamente originali, oltre che timbrate da varie dogane in giro per l’Europa (il passaporto era quindi già stato utilizzato, e non una sola volta!).

Ma oltre al danno (quale?) la beffa: alcuni timbri (tralasciando la domanda: come aveva fatto a fare avanti e dietro per l’Europa un passaporto di Taured?) erano anche della dogana Giapponese! Il passaporto confermava quanto detto dall’uomo: non era il primo viaggio in Giappone per lui.

E non era tutto, la presenza di molte banconote autentiche di vari paesi che l’uomo portava con se confermavano la veridicità delle informazioni fornite.

Ulteriori controlli erano d’obbligo. Il viaggiatore parlava fluentemente il francese, oltre che un modesto giapponese. Fornì tutta la documentazione richiesta per attestare la sua identità. Collaborativo e senza creare problemi.

Carta di identità, patente ed ogni altro documento risultavano originali ed emessi (ovviamente) dalla Repubblica (ah, era una repubblica?) di Taured. E come se non bastasse (si narra che) lo stesso viaggiatore si dimostrasse quanto mai sorpreso dal constatare tutti questi problemi, a suo dire mai occorsi durante i suoi innumerevoli viaggi. A questo punto era troppo (non è mai troppo in questi casi…): gli agenti, esasperati, presero una bella crtina geografica, la misero davanti al Taurediano e gli chiesero di mettere il ditino sul posto dove lui sapeva trovarsi il suo paese.

L’uomo dichiarò che Taured si trovava esattamente tra la Francia e la Spagna e li appoggiò il suo dito. Ma con stupore anche dello stesso viaggiatore il punto su cui il dito si era poggiato non indicava Taured (ma dai?!) bensì… Andorra. Le cose a questo punto degenerarono: era il viaggiatore a sentirsi preso in giro, gli avevano evidentemente dato una cartina vecchia o errata. Taured era li da secoli!

Taured.png

Che Paese è Taured? Dove si trova di preciso? Chi era il viaggiatore? Da dove veniva? Come avrebbe potuto viaggiare in mezzo mondo? Come poteva tornare a casa (ammesso si riuscisse a capire quale fosse)?

Le autorità procedettero con l’investigazione. Chiamarono innanzitutto l’azienda per la quale l’uomo disse di lavorare: un nulla di fatto dato che l’azienda non solo disse di non a vere l’uomo nel suo organico, ma anche (e soprattutto) di non avere idea ci cosa/dove fosse Taured. Venne quindi chiamata l’azienda nipponica (il misterioso viaggiatore era in un viaggio d’affari, no?!) con cui l’uomo avrebbe dovuto chiudere un importante affare: un altro nulla di fatto, non avevano idea di chi fosse l’uomo ed anche loro non avevano mai sentito nominare Taured. Fu chiamato l’albergo che avrebbe dovuto ospitare l’uomo… indovinate un po’? Nessuna stanza a suo nome.

I viaggiatori di origine ignota seguono uno specifico protocollo che prevedeva il coinvolgimento delle autorità, cosa che sarebbe successa il giorno seguente e pertanto l’uomo venne trasferito in una struttura per passare la notte, piantonato (ovviamente) da un paio di guardie (armate, in base alle versioni) alla porta. Il viaggiatore non oppose ovviamente resistenza (devono essere ovviamente tutti molto pacifici a Taured), chiese una pastiglia per il mal di testa (ci credo, ti ritrovi senza nazionalità…) ed augurò la buona notte.

Come ogni mistero che si rispetti, quella fu l’ultima volta che il misterioso Taurediano fu visto.

Il mattino seguente, in forze (agenti di spionaggio, polizia, agenti della dogana, agenti della sicurezza e chi più ne han più ne metta), si presentarono alla porta del viaggiatore. Le guardie riferirono che era tutto in ordine, che il viaggiatore non era mai uscito dalla stanza, che non avevano udito rumori di sorta e che “l’ospite” non si era ancora svegliato. Aperta la porta: nessuno. Finestra ovviamente ben chiusa e bloccata (beh, volevano proprio evitare la fuga d’altra parte…).

Non vi era nessuna traccia né del viaggiatore né dei suoi effetti personali (i famosi documenti originali di Taured). Ovviamente la beffa era troppa e (si dice che) la reazione del fiero Giappone fu quella di seppellire tutta la faccenda e non parlarne più… a meno delle storie che si raccontano fra decenni fra gli operatori aeroportuali…

Ciò detto potete pensare ad una bufala aiutata a diffondersi grazie alla rete. Potete aver letto la solita storiella su universi paralleli o su viaggi nel tempo. Potete etichettarla come una cazzata pazzesca. Forse potreste pensare che è successo veramente e non abbiamo capito ancora nulla delle leggi che regolano il nostro universo. Potreste mediare dicendo che forse c’è qualche base di verità condita da tanto complottismo. Personalmente mi piace pensare (e mi “rinfresco storielle del genere tanto per avere una misura di quello a cui ci piace, in quanto umani/mortali, credere) che ha trovato il modo di tornare a casa, ovunque e quantunque essa fosse.

WU

PS. Ovviamente la mente va alla trama di The Terminal (almeno in parte). Che a sua volta si basa sulla (vera) storia di Mehran Karimi Nasseri. Apolide, ma iraniano, non taurediano.

PPSS. Questo (che però pare essere un racconto decisamente più vero) ve lo ricordate?

Scemo di guerra

Un modo di dire che è più che altro una specie di eredità della Prima Guerra mondiale; un regalo fatto alla gran parte delle famiglie che inviavano qualche caro al fronte… La demenza con cui spesso tornavano è poi diventata un modo di dire, almeno per noi che la guerra (quella guerra) non l’abbiamo fatta.

Tremori irrefrenabili, ipersensibilità al rumore, assoluta inespressività facciale, roba un po’ da “Qualcuno volò sul nido del cuculo”… Soggetti che camminano con le mani penzoloni, che piangono in silenzio (beh, ad essere sincero questa non mi pare una cosa poi tanto patologica), che mangiano quello che capita che sia edibile o meno, che camminano come automi, che hanno tutti i muscoli irrigiditi e così via.

Insomma una descrizione clinica abbastanza patologica, ma non riconducile a traumi specifici se non quello di … essere stati “semplicemente” in guerra. Oggi questa “assenza di traumi specifici”, è passata dall’esser definita shell shock (shock da bombardamento) a “disturbo da stress post-traumatico” (disagio clinicamente riconosciuto che non ci sogneremmo, oggi, di chiamare “scemità da guerra”).

A lungo si sono cercate cause fisiche di questo disturbo (il frastuono dei bombardamenti? il monossido di carbonio?), ma non sono state mai univocamente identificate. E’ stata poi la volta dell’ipnosi per curare questa specie di isteria (disturbo che un tempo si associava solo al gentil sesso), anche senza capirne bene il motivo. Ipnosi che effettivamente funzionava (?), ma che al contempo ha accesso un po’ la lampadina sulla possibilità che gli “scemi di guerra” potessero essere semplicemente abili simulatori che volevano evitare di tornare al fronte.

Con il dubbio che si trattasse di simulazioni iniziarono anche campagne di semi-tortura per questi soggetti con scosse elettriche, aggressioni verbali e metodi di questo tipo che volevano avere l’effetto di “svegliare” il paziente da quella specie di catalessi che esibiva mentre non facevano altro che affossarlo sempre più.

La guerra, inoltre, in qualche modo serviva al paese e non poteva quindi essere tacciata di far diventare stupidi i soldati che vi partecipavano. Il fenomeno fu dunque trattato con relativa superficialità e quindi insabbiato. Circa 40.000 persone furono richiuse nei manicomi di stato, ma un numero che possiamo solo stimare esser stato decisamente maggiore fece ritorno nelle loro case (… contribuendo alla diffusione del modo di dire, evidentemente).

Gli scemi di guerra erano un tempo quindi effettivamente vittime di traumi di guerra che avevano lasciato profonde ed indelebili ferite nella loro psiche, e che per giunta venivano anche additati come stupidi e come tali trattati. Oggi “scemo di guerra” è un modo di dire abbastanza scherzoso, non troppo feroce, ma che affonda le origini in mali profondi e tutt’ora difficili da debellare mentre ci stiamo facilmente dimenticando pian piano per cosa abbiamo veramente combattuto e per cosa siamo (sono, e dovremmo essergliene grati) diventati stupidi.

WU

La tomba, che cede, nell’atollo esplosivo

Lo avrete di certo sentito: facevamo (beh, uso il noi solo per via della percentuale di DNa che condivido con chi lo ha effettivamente fatto) test nucleari nel pacifico quando pensavano a come mettere la parola fine alla WWII e come impostare quella che sarebbe poi stata la guerra fredda fra Russia e USA. Come ogni buon test nucleare che si rispetti, anche le bombe, bombette, detonazioni e giochini vari fra il 1946 ed il 1958 hanno lasciato dietro di loro un bel po’ di scorie nucleari.

Un bel po’ è un eufemismo: stiamo parlando di 85.000 metri cubi di scorie che hanno, ancora oggi, una specie di “potere distruttivo equivalente” a 1,6 bombe di Hiroshima, al giorno, tutti i giorni, per dodici anni. Amen.

Beh, l’idea geniale che è venuta agli Ammericani, nel 1979, fu quella di sfruttare il cratere lasciato da una di queste esplosioni per depositare un po’ tutte le scorie che avevano lasciato in giro. Il cratere si trovava nelle Isole Marshall, nel pacifico. Più precisamente nell’atollo di Enewetak dove ora sorge una vera e propria tomba. Ah, qui viveva qualche centinaia di persone all’epoca dei test che venne semplicemente “deportata” sun un qualche altro disabitato isolotto, ma non possiamo certo fermare il progresso, no?

Un sarcofago che racchiude tutte queste ceneri (che non sono affatto spente) del delirio nucleare dell’epoca costruito da 358 pannelli spessi 45 centimetri di cemento che avrebbero dovuto nascondere il ricordo di quegli esperimenti per i secoli a venire.

La natura ha fatto il suo facendo crescere una folta vegetazione tutto attorno alla tomba, quasi a nasconderla anche al ricordo (anche se gli abitanti dell’atollo sanno di convivere con una polveriera), ma anche il tempo ha dato il suo apporto…

I pannelli stanno infatti cedendo.

TheDome.png

Già da una prima ispezione nel 2013 si erano notati segni di deterioramento nella copertura della tomba; cedimenti poi recentemente confermati dal segretario generale delle Nazioni Unite (quindi, almeno in teoria, uno che dovrebbe sapere come stanno effettivamente le cose… e tipicamente sono peggio di come ce le propinano).

Ma questo è in fondo solo la punta dell’iceberg, dato che la cupola della struttura “protegge” solo una percentuale irrisoria delle scorie che permeano comunque attraverso il cratere. Il fondo della tomba è infatti un cratere nucleare ed è instabile e permeabile. Non è un caso ce le e palme da cocco che crescono sull’isola già presentano tracce di Cesio-137, un isotopo radioattivo.

Evidentemente costa troppo sigillare per bene le scorie. I test avevano dato il loro contributo alla scienza, bisognava investire nel prossimo passo; chi avrebbe pagato per gli “errori”? Beh, come la storia spesso ci insegna, nessuno.

Io, che non vivo nell’isola, percepisco quest’ufo nascosto fra la vegetazione ed a rischio crollo come il (uno dei?) anello di collegamento fra l’epoca nucleare e l’epoca della sensibilizzazione al cambiamento climatico; ora ci stiamo accorgendo che è tardi, non credo si possa sempre tornare indietro. Il cedimento della struttura (oltre a confermare il nostro vero interesse nei confronti di Madre Natura) mi suona anche come simbolo delle crepe nella nostra cieca fiducia nei confronti del progresso tecnologico.

WU

PS. Per “sdrammatizzare” ci metterei questa canzone qua.

Spam: dalla carne alla pubblicità

Correva l’anno 1970. Il 15 del mese di Dicembre andò in onda uno sketch comico del Monty Python’s Flying Circus. Lo sketch era ambientato in una specie di bettola frequentata da vikinghi, a due avventori dell’ultimo minuto la suadente cameriera inizia ad elencare le pietanze ancora disponibili intercalando in modo ripetitivo ed incalzante una pietanza. Alla riluttanza degli avventori nei confronti di questa pietanza fa eco il coro crescente dei vikinghi che stanno già pasteggiando e le formidabili accoppiate proposte dalla cameriera: uova e Spam, salsicce e Spam, Spam, uova e Spam, Spam Spam, pancetta e Spam. Ah, è spam anche quello che abbonda anche nei titoli di coda!

Beh, l’ho detto, la parola magggica è… Spam. E non nell’accezione che noi tutti conosciamo oggi, ma in quella sia originale. La Hormel Foods Corp. aveva fra i suoi prodotti una scatoletta di prosciutto speziato, spiced ham, che contratto suona proprio come… spam.

Poi arrivò la WWII, e fra la scarsità di cibo in Inghilterra spiccava l’onnipresenza dello spam come pietanza principe. La congiuntura storica, la comicità dei Monty Python ed un po’ i casi della vita hanno poi trasformato spam dall’essere carne in scatola all’essere… spam. Oggi possiamo anche non sapere l’origine del termine, ma di certo abbiamo conosciuto lo spam, almeno una volta (solo??) nella vita.

Sempre provando a guardare il lato storico di questo fenomeno (beh… se non altro del termine) pare che il primo messaggio commerciale indesiderato dati Si ritiene (non mi fate domande o devo fare spam…) che il primo spam via email della storia sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC. Lo scopo era ovviamente pubblicitario, il risultato (Credo) sia stato il primo uso massiccio del tasto CANC.

Io, personalmente, non ho mai assaggiato un solo pezzo di spam, ma passo buona parte del mio “essere on line” a discernere (ormai quasi inconsciamente) lo spam dalle informazioni da processare/ritenere. E non parlo solo di quello che immancabile arriva via mail, ma anche dello spamming (anche il verbo!) di informazioni, mediamente inutili a cui siamo sottoposti. Se chi le mette in giro lo fa con lo scopo di “spammare” (ancora!!), credo ci riesca, il mio dubbio è che lo si faccia spesso credendo di fare cosa buona, di condividere informazioni utili, senza rendersi conto di produrre solo ulteriore, inutile, deleterio… spam.

Lo spam (inteso come quello pubblicitario che, ricordo, è un reato!) si basa molto sull’ingenuità della gente, spesso anche a scopo fraudolento, ma credo che il fenomeno si sia evoluto portando a “spammare inconsapevolmente” informazioni che non meriterebbero (in un’altra epoca storica, evidentemente) neanche uno sguardo. Io lo vivo come spam, spero non sia un altro aspetto della incapacità umana. Sono certo che tutti conveniamo che è (era) meglio la carne in scatola.

WU

La baia, il battello e la foresta

Homebush Bay a Sydney (si, dove abbiamo speso soldi e coltivato speranze con lo stadio delle olimpiadi del 2000), è una baia immersa nella natura in cui l’uomo non si è potuto esimere dal lasciare la sua impronta. La baia è infatti diventata una sorta di cimitero di scafi di navi catturate ad abbandonate durante la seconda guerra mondiale (rifiuti tossici, versamenti, inquinamento, etc etc, lo devo sottolineare?) ormai in disuso abbandonate al loro destino ed agli agenti atmosferici. Fin qui sembra quasi che non vi sia nulla di strano, se non fosse che la vendetta migliore della natura è l’ironia.

La SS Ayrfield era un battello a vapore di quasi 80 metri e 1140 tonnellate, costruito nel 1911 a Newcastle. L’imbarcazione era in origine impiegata per il trasporto del carbone fra Newcastle e Sydney fino alla seconda guerra mondiale quando fu adoperata per trasportare i rifornimenti alle truppe americane nell’Oceano Pacifico. Nel 1972 fu portata nella baia (già destinata a far marcire gli altri relitti) per essere smantellata; le operazioni di demolizione evidentemente non furono mai concluse e lo scafo fu lasciato semplicemente li.

Nel suo scafo arrugginito, nell’ultimo secolo, una lussureggiante foresta di mangrovie ha deciso di regalarci un insolito (ed un po’ spettrale) spettacolo. Come una sorta di “il mondo dopo l’uomo”, si vede ora la rivincita della natura che si è appropriata dei resti della nave creando un nuovo ecosistema di quella che è, tecnicamente, una foresta galleggiante.

FloatingForest.png

Oggi facciamo (finta ?) di aver dimenticato il disastro ecologico (e ci consoliamo un po’ vedendo che in qualche modo Madre Natura, che si è comunque ripresa il possesso dei nostri abbandoni, se la cava sempre) e vediamo la foresta galleggiante come una meta turistica. La verità, IMHO, è che abbiamo una memoria troppo corta, specialmente per le cose che vogliamo dimenticare ed anche quando abbiamo dinanzi emblemi che dovrebbero farcele ricordare riusciamo comunque ad consolarci tuffandoci nel bello che ci circonda.

Abbiamo messo insieme (beh, diciamo in relazione, una baia, un battello ed una foresta in quella che però non mi sembra esattamente una fiaba alla Esopo…

WU

Sciagura del treno 8017

Ricordiamo.

correva l’anno 1944; il 3 Marzo per la precisione (e ti pareva che non arrivo almeno con un giorno di ritardo…).

Nel pomeriggio del giorno precedente il treno merci speciale 8017 parte da Napoli con destinazione Potenza. Il suo carico è composto da legname da utilizzare nella ricostruzione dei ponti distrutti dalla guerra.

Il lunghissimo convoglio, alla stazione di Salerno, fu dotato di due locomotive a vapore al fine di percorrere l’ultimo tratto, fra Battipaglia e Potenza, che all’epoca non era elettrificato. Le 540 tonnellate di treno, composto da 47 vagoni merci (un mostro per l’epoca!) erano in origine previste esser mosse solo da una singola locomotiva a vapore, ma la necessità di dover trasferire la seconda a Potenza e per agevolare il duro valico fra Baraggiano e Tito spinsero il personale ad includere anche la seconda locomotiva. Siamo nel 1944, le locomotive a vapore erano essenzialmente a cabina aperta con un macchinista che pilotava la locomotiva ed un fuochista che spalava carbone.

Il treno merci era nascondiglio sicuro per centinaia di viaggiatori clandestini provenienti soprattutto dai grandi centri del napoletano. Siamo alla fine della guerra per cui si cercavano scambi fortuiti di derrate alimentari nei piccoli centri lucani (paesi di montagna in parte risparmiati dalla guerra). non stiamo parlando di poche persone, ma di parecchi clandestini che portarono (si stima) a superare le 600 tonnellate come massa complessiva del convoglio. Ad Eboli una parte dei clandestini fu fatta scendere, ma quasi senza successo dato che molti di loro salirono nelle stazioni successive fino a raggiungere (si stima) almeno i 600 clandestini a bordo.

Attorno alla mezzanotte il convoglio era fermo alla stazione di Balvano per manutenzione alle due locomotive prima di affrontare un impervio tratto fatto di parecchie gallerie strette e caratterizzato da una ripida pendenza. Fra queste gallerie c’era la (oggi tristemente nota) galleria delle Armi. Proprio qui, a causa dell’eccessivo peso, l’elevata pendenza e la forte umidità le ruote del convoglio iniziarono a slittare facendo così perdere aderenza al treno fino a farlo fermare in galleria. La galleria delle Armi misura (tutt’oggi) circa 2 km, ha una pendenza fino al 13%; il treno si fermo a circa 800 metri dall’ingresso, lasciando solo due vagoni fuori dalla galleria.

Gli sforzi della locomotiva per far riprendere la marcia al treno, il passaggio poco prima di un altro convoglio nella galleria, la scarsa areazione del luogo, il tipo di carbone molto solforoso (e di scadente qualità), furono tutte concause che fecero aumentare velocemente la concentrazione di monossido di carbonio nell’aria. La maggior parte dei passeggeri a quell’ora dormiva, il personale delle locomotive perse velocemente i sensi senza poter dare l’allarme e senza poter coordinare gli sforzi. Il dramma si stava consumando.

Il personale delle due locomotive, allo stremo delle forze e senza aver avuto modo di interagire agì istintivamente in maniera opposta. Mentre una locomotiva diede massima potenza per cerca di superare lo stallo e ripartire, quello dell’altra invertì la marcia a tutta potenza per cercare di retrocedere. Gli sforzi furono dunque inutili ed ebbero come unico risultato quello di contribuire all’aumento di monossido di carbonio nell’aria. Inoltre, ad aggiungere beffa alla tragedia, quando l’operatore dell’ultimo vagone (… che era appunto rimasto fuori dalla galleria) vide che il treno stava retrocedendo applico, come da procedura, il freno manuale proprio per evitare che il treno indietreggiasse.

I superstiti degli ultimi vagoni raggiunsero quindi a piedi la stazione di Balvano per dare l’allarme, ma era evidentemente troppo tardi. Ci volle molto tempo a far giungere sul luogo più squadre di soccorso e solo i passeggeri degli ultimi vagono, pesantemente intossicati, furono recuperati vivi.

Il disastro costò la vita almeno a 517 persone confermate, ma alcune stime parlano anche di decine di vittime in più. La sciagura del treno 8017 rimane ad oggi il più grave incidente ferroviario in Italia per numero di vittime. Molte delle vittime, clandestini, non vennero mai riconosciute e furono sommariamente seppelliti in quattro fosse comuni nel piccolo cimitero di Balvano

Ad aggravare il tutto c’era un precedente. Un mese prima nella galleria successiva a quella delle Armi (con pendenze fino al 22%) un altro convoglio era rimasto bloccato con gravi segni di intossicamento per tutto l’equipaggio che però si salvò. Per ridurre l’eventualità di questi incidenti era stato disposto il limite di 350 tonnellate per questa tratta e l’utilizzo di locomotori diesel-elettrici (con eventualmente una locomotiva a vapore in coda).

L’indicente si chiuse senza colpevoli, ma imputato a “cause di forza maggiore”.

Nel 1966 la tratta Battipaglia-Metaponto fu completamente elettrificata.

Amen

WU

PS. Una storia che mi mette tristezza… per tantissimi motivi e se non altro per il fatto che non è diventata la trama di un kolossal.

La donna che parla(va) al cellulare

Mettiamoci in modalità “I want to believe”… e poco importa se i dati dicono il contrario… in fondo “I want!”.

L’immagine sotto è una (delle tante) icone usate per “dimostrare” la possibilità di viaggiare nel tempo. A prescindere dal fatto che sia possibile, che non lo sia, che vi siano problemi fisici, implicazioni etiche, tanta fantascienza, materiale per storie e trasposizioni cinematografiche ed abbondanti bufale, direi che prima di ululare alla scoperta sensazionale due domande vale la pena farcele.

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L’immagine è un estratto da un (ripeto, solo uno dei tanti) video in giro in rete in cui si vede chiaramente una donna che parla a cellulare… solo che siamo nel 1938 e di cellulari non si sentirà parlare prima di molte lune.

La conclusione più ovvia (?!?!) è per forza che si tratti di una viaggiatrice nel tempo.

In quegli anni iniziavano si i primi esperimenti su telefoni portatili, ma di certo non a livello di “cellulare” e di certo non alla portata di un’operaia. La cosa che forse colpisce di più di tutta la scena (almeno a me) è la totale naturalezza della telefonista e l’indifferenza della gente che la circonda. Ve lo immaginate se oggi vediamo per strada qualcuno con una spada laser se facciamo finta di nulla?

Inoltre di li a poco sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale e le truppe sul campo sarebbero state ben liete di non dover girare con i pesanti zainoni (servivano almeno due persone, una che trasportava l’apparecchiatura sulle spalle e l’altra che usava il telefono… con filo, rigorosamente) da radiotrasmittente se avessero avuto la possibilità di usare sistemi “wireless”. Anche mettendo da parte il senso logico dello sviluppo tecnologico (non siamo ancora nell’epoca dei dispositivi wireless che funzionano senza fili e che utilizzano onde radio a bassa potenza, radiazioni infrarosse o laser) almeno qualche domanda sul contesto sociale dobbiamo (ovviamente se vogliamo trovare una qualche spiegazione razionale e non… “I want to believe”) pur farcela.

Ma torniamo alla foto. Nel 1930 e dispari esistevano si i “wireless phone” (attenzione, attenzione), ma non con l’accezione che hanno oggi, ahimè. Si trattava infatti di piccole (enormi per gli standard attuali) radioline portatili che venivano avvicinate all’orecchio per ascoltare te trasmissioni radio.

Con questo pezzo del puzzle le deduzioni sono piuttosto semplici, e forse un po’ tristi. In ogni caso, anche se non abbiamo davanti una viaggiatrice pentadimensionale siamo comunque al cospetto di un utente all’avanguardia che utilizza l’ultima tecnologia disponibile all’epoca. Forse non bello come un viaggio nel tempo, ma di certo uno scorcio inusuale di un tempo che non c’è più.

WU

PS. In realtà anche quando ero piccolo io (e di certo non nel 1938) esistevano le radioline in questione, ma non posso dire che se ne facesse largo uso. Si usava si, ma tutto sommato la scena di vedere qualcuno per strada che le ascoltava accanitamente avrebbe destato più scalpore della scena del 1938… a meno di non essere un vecchietto di mezza età con le partite a tutto volume, ovviamente.

PPSS. Mi astengo saggiamente dal mettere qualunque link per non alimentare la diffusione di  credenze di ogni sorta.

Foto di gruppo con signora: Incipit

La protagonista femminile dell’azione, nella prima parte, è una donna di quarantotto anni, germanica: alta m. 1,71, pesa Kg 68,8 (in abito da casa), perciò ha solo 300– 400 grammi meno del peso ideale. Ha occhi cangianti tra il blu cupo e il nero, capelli biondi molto folti e lievemente imbiancati, che le pendono giù sciolti, aderendole al capo, lisci, come un elmetto. Questa donna si chiama Leni Pfeiffer, nata Gruyten, e per trentadue anni, naturalmente con interruzioni varie, ha subito quello strano processo che si chiama processo lavorativo: per cinque anni come impiegata priva di ogni preparazione professionale nell’ufficio del padre; per ventisette come operaia, ugualmente non qualificata, nel ramo della floricultura. Poiché, in un momento inflazionistico, si è disfatta con molta leggerezza di una cospicua proprietà immobiliare, una non disprezzabile casa d’affitto nella città nuova, che oggi varrebbe non meno di centocinquantamila marchi, è piuttosto priva di mezzi, dopo aver lasciato il suo lavoro senza un serio motivo, non essendo né vecchia né malata. Poiché nel 1941 è stata moglie per tre giorni di un ufficiale di professione della Wehrmacht, oggi riscuote una pensione di vedova di guerra, cui non si è ancora aggiunta una pensione dell’assicurazione sociale. Si può dunque dire che Leni, al momento – e non solo dal punto di vista finanziario – fa una vita da cane, specie da quando il suo amato figliuolo sta in galera.

[Foto di gruppo con signora, E. Boll]

Mi sono messo a bighellonare fra incipit di libri “famosi” (non so di preciso neanche io cosa intendo con questa parola) che non avessi letto.

Trovo quello sopra decisamente squisito: ironico, coinvolgente, vago, prodromico ad invitarmi a leggere il libro (che è poi quello che mi aspetto da un incipit).

Di Leni non sappiamo ancora nulla, eppure sappiamo già un sacco di cose; dalla sua vita personale a quella professionale. Dettagli (squisitamente inutili) sul suo stato fisico, età, discendenza, etc.

Abbiamo, inoltre condensato nelle stesse righe anche uno spaccato sociale e storico della Germania pre-bellica (… e soprattutto il contesto lavorativo che si delinea non mi pare affatto non più attuale, quindi ci aggiungerei che abbiamo davanti anche uno scorcio contemporaneo).

Gustoso

WU

PS. Leggere gli incipit a volte mi suona un po’ “sminuire” tutto il resto del libro, e questa è la parte che mi turba un po’ della faccenda, ma non nascondo che mi piace fare un po’ di assaggini letterali qui e li (rigorosamente a caso e specialmente quando sono affogato di doveri quotidiani).