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Le sabbie del tempo

Nabibia meridonale. Deserto, sole e sabbia. Nulla e nulla per km. E Kolmanskop.

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Erano i primi del 1900 e la corsa all’oro muoveva l’economia, le migrazioni e gli insediamenti. Quando un operaio che lavorava in zona (erano anche gli anni in cui mettevano binari per ferrovie che dovevano essere futuro e progresso) trovò un diamante non si pensò di certo ad un caso isolato.

Con brevi e sommarie analisi (e chi sono io per dirlo, ma mi piacere pensare che sia andata così) si dichiarò che il territorio era pieno zipillo di diamanti. In quattro e quattrotto il governo tedesco dichiarò tutta la zona come “ristretta” e ci si mise a sfruttare il “giacimento” di diamanti.

Ovviamente era tutta una questione di tempo. I primi cercatori trovarono effettivamente ricchezze degne di nota e misero su una vera e propria città in stile crucco: ospedale, casinò, centrale elettrica, teatro, bordello (immagino) e via dicendo. La stazione praticamente era a due passi, c’erano i diamanti, Kolmanskop proliferava.

Ed intorno, troneggiava, non curante, il deserto.

Passarono quasi 50 anni e l’unica fonte di sostentamento dell’insediamento iniziò a scarseggiare. In mezzo ci furono anche le due guerre mondiali (e la Germania non stava certo al palo a guardare) e le comunicazioni/commerci con la madre patria si fecero difficili.

Non ci volle poi tanto che Kolmanskop si spopolò. Completamente. Ed il deserto si prese (e si prende da allora) la sua rivincita.

Vecchi baluardi di uno stile assolutamente fuori contesto per il deserto della Nabibia tentano di resistere alle dune di sabbia dando vita ad un’atmosfera spettrale (… ovviamente meta turistica).

Bella storia, come ce ne sono forse tante. L’errore, credo, sia in questi casi investire tutto su un’unica fonte di sostentamento; non ci si ciba mai di un sola pietanza. Cerco di ricordarmelo (e dovremmo farlo forse u po’ tutti) spesso, prima che le sabbie del tempo prendano anche me.

WU

PS. Immagino il fascino del posto, che pare essere ulteriormente aumentato dalla nebbia che si alza dal mare ed arriva fin li, ma mi chiedo: vale davvero un viaggio nel deserto? Beh, se dovessi mai passare di li mi ci fermo di sicuro.

PPSS. Immagini a iosa in rete. Tra cui questo bel servizio fotografico.

Una storia italiana

Volevo raccontare questa storia. Una storia di fasti che vorrei sapere che fine hanno fatto (no, non è vero che non ci sono più, sono solo ben nascosti…).

C’era una volta la San Giorgio. “Società anonima italiana per la costruzione di automobili marittime e terrestri” compagnia fondata dalla famiglia Odero a Sestri Ponente nel 1905.

In origine si dava da fare con autovetture e di carrozze ferroviarie le cose andavano, (forse non benissimo o forse erano già così lungimiranti dal capire che una azienda deve ciclicamente specializzarsi in settori sempre nuovi) e la San Giorno si specializzò anche nella produzione di dispositivi ottici, nella progettazione di strumenti di precisione e nell’elettromeccanica. La guerra trainava il mercato e il principale cliente era l’esercito tant’è che i dispositivi San Giorgio, in particolare i telemetri, erano largamente impiegati sulle navi da guerra italiane.

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Poi ci fu la WWII e tra una cosa e l’altra l’azienda dovette stringere i denti, ma infine, negli anni cinquanta, venne costituita la “Nuova San Giorgio S.p.A.”.
La compagnia, ereditando tutta l’esperienza, le infrastrutture ed il personale dalla San Giorgio aveva come scopo principale quello di contribuire allo sviluppo dell’elettronica italiana. Ovvero l’azienda si specializzò in tubi elettronici, transistor, circuiti integrati ed addirittura trainò l’introduzione del microprocessore.

Il mercato cambiava, l’azienda con esso, e accanto ad operazioni formali (e.g. cambio nome azienda) si investiva in ricerca e sviluppo, si ampliava il mercato dal militare anche al civile e ci si reinventava, ma non per sopravvivere, bensì per crescere.

Arriviamo quindi al 1696 quando la divisione dei Sistemi Elettronici viene scorporata dalla Nuova San Giorno ed inserita nella “Elettronica San Giorgio – Elsag” (dietro c’era la finanziaria STET).

L’azienda (anche a causa del nuovo ramo di finanziatori particolarmente interessati al ramo telecomunicazioni) si specializza (come investimenti, acquisizioni, partnerships e via dicendo) con università ed aziende di eccellenza nel ramo telecom ed automotive (AEG-Telefunken, IBM Italia, Selenia, Oto Melara, Fiat, etc.). In particolare la collaborazione tra Selenia-Divisione Spazio ed Elsag da vita alla “Selenia-Elsag” che confluisce poi, nel 1982, in Selenia Spazio S.p.A. e quindi nel 1989 nel grande gruppo (leggi carrozzone) Finmeccanica.

Tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta la società acquisisce le americane Bailey Controls Company e Fisher & Porter Company e la tedesca Hartmann & Braun. La Elsag diventa qundi la Elsag Bailey, multinazionale quotata in borsa.

1990, Aeritalia incorpora Selenia e nasce la Alenia, e la Selenia-Elsag diventa Alenia Elsag Sistemi Navali che si specializza in sistemi elettronici per unità militari navali separandosi dalle applicazioni aerospaziali.

Il 1º novembre 1998 nasce Elsag S.p.A. e diventa una società del gruppo Finmeccanica.

Arriviamo quindi al 2007 quando la Elsag incorpora la Datamat, società operante nel settore dell’IT e quotata in borsa. Assieme alla Datamat la Eslag incorpora anche due controllate la Keycab S.p.A. e la Elsag Domino S.p.A

Nasce quindi la Elsag Datamat (è già i pare che i riassetti societari formali abiano preso il posto degli investimenti sostanziali in ricerca e sviluppo…). La nuova azien opera nei settori dell’Information & Communication Technology, della sicurezza, dei servizi bancari e postali, dei trasporti e dei servizi alle pubbliche amministrazioni.

Ed è, infine il 2010 quando orami i riassetti societari si inseguono (siamo ormai dentro Fineccanica, anzi no, Leonardo…) dalla Elsag Datamat vengono scorporati i settori Difesa, Logistica e Ambiente (che entra a far parte di Selex Sistemi Integrati) ed il ramo Spazio che confluisce in Telespazio.

Da questo comunicato stampa del 2011:

“Il Consiglio di Amministrazione di Finmeccanica, riunitosi oggi a Roma, ha deliberato l’avvio del processo di fusione tra Elsag Datamat e SELEX Communications. L’operazione, in linea con il programma di ottimizzazione del proprio assetto industriale nel settore dell’Elettronica per la Difesa e Sicurezza avviato nel 2010, ha l’obiettivo di creare un centro di competenza a livello di Gruppo nel settore dell’Information and Communication Technology (ICT), della Sicurezza, dell’Automazione e delle Telecomunicazioni, armonizzando l’offerta Finmeccanica con la domanda crescente di soluzioni complete ed integrate ICT e di servizi di gestione sicura delle reti, concentrando sotto di sé tutte le società di Finmeccanica operanti nel settore. “La nuova organizzazione del segmento dell’Elettronica per la Difesa e Sicurezza prevede la concentrazione in tre poli di competenza dell’offerta Finmeccanica.” Ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica. “La nuova realtà che si costituirà, con capacità distintive nell’Information Technology, nelle Telecomunicazioni, nella Security e nell’Automazione, si affiancherà al polo sistemistico di SELEX Sistemi Integrati, caratterizzato nei Grandi Sistemi per la Difesa e l’Homeland Security e nei Radar di Superficie, e a SELEX Galileo, polo di competenze Avioniche ed Elettro-ottiche. Questa nuova realtà consentirà una migliore focalizzazione delle missioni delle società operative per riuscire a venire incontro con successo alle richieste dei nostri clienti di soluzioni “chiavi in mano” in un’ottica di ottimizzazione dei costi”.

La storia ora si fa più ingarbugliata dato che ora i rami scaturiti e le varie aziende controllate stanno nuovamente confluendo in un’unica realtà. Ma siamo ormai passato a mutazioni solo di nomi, loghi, carta e fondi. La ricerca e le competenze si sono perse in questi intrecci..

Si, si para dell’Italia. Strano ma vero.

WU

Il sottomarino defecato

– Capitano, devo andare in bagno
– Primo ufficiale, anche se è al suo primo viaggio su questo sottomarino, sa esattamente dove si trova. E nel dubbio è sempre in fondo a destra.
– Si, lo so, ma saremo a quasi 100 m di profondità, non so se la cosa può creare problemi.
– Certo che no. E che siamo i più strafighi del mondo. Mentre quei fanfaroni degli americani si tengono la merda in casa perché non sanno come buttarla fuori noi evacuiamo direttamente in mare.
– Ah, si? E come facciamo?
– E ti dirò di più, mentre loro per tenersela in casa devono prevedere sistemi di stoccaggio, serbatoi, sistemi di trattamento acque ed odori e via dicendo noi buttiamo tutto ai pesci (che aiutiamo anche l’ambiente). Siamo più efficienti e più leggeri. Vedi come gli diamo in testa quando cercano di attaccarci sui fondali!
– Si, ma come facciamo a buttare fuori i nostri escrementi? Fuori ci sarà una pressione centinaia di volte più alta di quella della mia merda.
– Vedi, è tutta una questione di valvole… Ed ora se devi andare, vai e smettile di farmi domande che sembri mio figlio nell’età dei perché!
– Signor si, signore.
Il capitano Karl-Adolf Schlitt, in separata sede e tra se e se.
– Ma effettivamente, come diavolo facciamo? E pensare che sono anche io l’addetto alla manutenzione della nostra toilette-pressurizzata… Ci deve essere davvero qualche valvola e qualche camera pressurizzata. Boh, direi che ad un certo punto mischiamo gli escrementi con dell’aria compressa e spariamo fuori proiettili di merda. Ecco, forse è questa la valvola in questione, me la fanno sempre controllare… Boh, ma perché ci sono due direzioni? Dovrei chiedere a qualcuno (NDR: … e pare l’abbia effettivamente fatto, ma qui ometto per licenza poetica), ma tanto non ci capisce un ca##** nessuno. Facciamo una prova, tanto che può succedere? A che profondità saremo? Boh ad una sessantina di metri. e Cmq per una toilette non si muore mica.

Clik

– Capitano!
– Si primo ufficiale?
– Dal cesso sta sgorgando tutta la merda. Ma non può essere tutta mia! E poi io ho premuto semplicemente lo sciacquone.
– Ma è possibile che sia circondato da un gruppo di imbecilli!? Vada e pulisca tutto!
– No capitano, non ha capito. Scusi se mi permetto. La merda sta uscendo a pressione ed a kg. Non si può pulire, bisogna isolare il cesso
– Certo, e come facciamo? Ci mettiamo i pannolini? Non intendo dormire con la merda nella stanza accanto, lo fanno già quei cazzoni.

Allarme Allarme Allarme Evacuare il sottomarino. L’ U-1206 sta affondando (NDR: altra licenza poetica, qui una descrizione più veritiera della fine).

– Capitano, ma io avevo soltanto evacuato
– Beh, lo faccia di nuovo, se ci riesce…

Da qualche parte a largo delle coste scozzesi a 200 piedi di profondità il 14 aprile del 1945.

WU

PS. Liberamente ispirato a questa storia (già di per se abbastanza assurda…).

PPSS. Oggi è 16.06.16. Dovevo dirlo.

Okunoshima

…e conigli, conigli ovunque. No, non sto parlando dei comportamenti umani e delle affermazioni che potreste trovarvi a fare guardando una qualunque tribuna politica o talk show (per i più amari anche semplicemente fuori dalla finestra).

Sto parlando di conigli veri e propri. E tanti, un’isola piena.

Okunoshima è una piccola isoletta vicino alla città di Takehara, nel Mare interno di Seto. Dal 1929 al 1945, piena WWII, l’isola è stata sede di svariati impianti di produzione di gas velenosi (benché esplicitamente vietati dalla convenzione di Ginevra), realizzati (neanche a dirlo) per uso bellico dall’Esercito Imperiale Giappone. Era qui che si produceva il “gas mostarda” (iprite) ed i gas lacrimogeni. Facile da immaginare la segretezza era tale che l’isola non figurava neanche nelle mappe dell’epoca ed ogni notizia circa l’avvelenamento della popolazione locale fu prontamente insabbiata.

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Alla fine della guerra ogni documento relativo alla produzione degli impianti di Okunoshima fu distrutto ed i residui tossici seppelliti o insabbiati. Oggi tra i ruderi di antiche fortezze e fabbriche chimiche vivono roditori a quatto zampe, dopo che quelli a due hanno cessato i loro interessi in loco.

La bell’isoletta, infatti, è completamente e solamente abitata da centinaia di conigli. Che si riproducono veloci ed indisturbati (data l’assenza di predatori) pasteggiando qui e li, compreso dalle mani dei turisti (albergo e museo dedicato ai gas tossici richiamano 10000 turisti l’anno… c’è da mangiare…).

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I conigli pare che furono introdotti sull’isola nel 1971 per essere utilizzati in ambito sperimentale e che dopo la chiusura degli stabilimenti venefici vennero lasciati in libertà. I progenitori erano (il pare è ancora d’obbligo) 8 in totale e si andarono a sostituire alle cavie dei laboratori di gas tossici che, invece, furono, prontamente sterminate. Nel mentre l’uomo abbandonò l’isola per non farvi più ritorno e non furono importati altri predatori (oggi sull’isola non sono ammessi neanche cani e gatti).

Il risultato è una bella e florida colonia di conigli, gli unici padroni dell’isola.
Il passato dell’isola è quantomeno oscuro, ma oggi è un po’ come una culla per la rinascita della natura; una specie di bonsai di una (ipotetica) rinascita post bellica mondiale. Mi ricorda qualcosa tipo “l’esercito delle 12 scimmie”, anzi, dei 12 conigli.

WU

Kalinin K-7

Erano i primi anni ’30. I russi ci davano dentro, in termini di ricerca. Soprattutto in vista di possibili sviluppi militari della situazione politica mondiale. LA WWI era da poco alle spalle ed i venti sussurravano di stare all’erta.

Il K-7 , disegnato dall’aviatore russo K. Kalinin, era uno di quei progetti che avrebbero dovuto consacrare l’Unione Sovietica come una superpotenza militare. Una specie di fortezza volante, basta su sette motori (sei anteriori ed uno posteriore) ad elica Mikulin AM-34F. L’apice della fase dell’areonautica: “as much propellers as possible to help carrying those huge flying fortresses into the air”. Il mezzo era pensato sia per applicazioni militari (con un carico di gadget distruttivi tra i 9.900 ed i 16.600 kg)che civili (con tanto di sala riunioni, bar e cucina). Una gigantesca ala ellittica di 53 m con due travi di coda per una lunghezza totale di 28 metri. Ed il tutto soli 30 anni dopo i fratelli Wright…

I motori a turbogetto, saranno inventati solo nel 1939 ed i turbofan (turboventola) nel 1943. Tanto per fare un paragone, uno dei giganti del cielo di oggi (più di 80 anni di sviluppo) l’A300 (il capostipite dei wide-body aircraft) ha un’apertura alare più piccola del K-7, anche se può vantare un peso al decollo nettamente maggiore.

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Esito del progetto (che avrebbe tutti gli estremi per suonare come finzione, ma che invece risulta assolutamente reale)?

Il problemi di gestione di molti motori in contemporanea erano considerevoli, il peso dell’oggetto importante per cui i decolli moooolto difficoltosi, le vibrazioni in volo furono tali da costringere gli ingegneri a ridisegnare interamente la coda dell’aereo. L’aereo nella nuova configurazione (l’unico prototipo di K-7) precipitò durante il volo di prova a causa del cedimento di una delle travi di coda, molto probabilmente causato dalle vibrazioni indotte dal settimo motore, che nella nuova configurazione era collocato proprio tra i due longheroni di coda.

Pertanto l’unico prototipo di cui si ha traccia (a cui si accompagnano pochissime foto originali dall’epoca data la riservatezza del progetto, tipica URSS) andò perso nel 1933 e gli altri due esemplari previsti non furono mai completati. Il programma fu chiuso nel 1935.

Triste epilogo (che include anche la morte di 15 persone a bordo del prototipo e l’arresto e l’esecuzione di Kalinin per spionaggio e sabotaggio) per progetti ciclopici dei primordi dell’aviazione.

Da allora è tutta una corsa alla miniaturizzazione, e non solo in ambito aeronautico.

WU

Hitler’s nuke drawing

This “news” caught my attention because as a result of our WWII we have now German-American collaborations to jointly (re)discover the period when the two countries were just trying to cancel the other out from the face of Earth.

It has been published a 60-years old document (found without any author indication) produced after the end of WWII describing the works carried out by Nazis during the conflict. It is a sort of summary of the Germany’s “uranium project”, Uranprojekt, the alter-ego of the Manhattan Project. Whatever was the real state of the art, American involved some 125000 people and 30 billion $, whilst German some 70 people and a fraction of the budget…

The only known scheme of a German nuclear weapon (a fission device based on plutonium) has been discovered. Probably Nazis didn’t ever built (or were close to) any nuclear bomb, but they went forward in the development much more that the history usually says. Here below the picture (small and unreadable, a clue of authenticity)

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To be honest somewhere it is also claimed, in the book Hitler’s Bomb, that Nazis actually built a nuclear weapon and tested it in Thuringia shortly before the end of WWII killing several hundred people (prisoners and concentration camp inmates, of course…). Such a theory is however scoffed by the “mainstream” since it seems that German scientists still had some gaps in understanding the whole nuclear chain (which caused also an overestimation of plutonium in the device to achieve critical mass). The whole theory has a lot of holes, but if confirmed would require be rewrite at least this part of history.

Whatever is the true story, the point is that German went further than thought so far in developing the “ultimate weapon” and we have now some schemes of these developments although they are still far from being blueprint demonstrating the existence of a German nuclear weapon before the end of WWII.

War-related national technological advancements.

WU