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Principato di Sealand: AAA monarca cercasi

Paddy Roy Bates era un ex militare inglese, un ex conduttore radiofonico, un ex radioamatore che trovò la sua vera vocazione: essere monarca.

Mare del nord, una decina di km a largo delle coste inglesi. Nel 1966 Bates vi trovò un piccolissimo avamposto miliare abbandonato ove c’era una postazione della contraerea inglese e una guarnigione della Royal Navy ed ebbe la brillante (mi ricorda un po’ Apocalipse Now…) idea di autoproclamarsene monarca. Joan Collins, la moglie, ne divenne ovviamente principessa. Era la vigilia di Natale del 1966 quando il nuovo stato fu autoproclamato.

Inutile dire che la trovata di Bates non fu mai ufficialmente riconosciuta da nessun altro Paese e “lo stato” non obbedisce alle leggi inglesi; l’avamposto fu infatti spostato dallo stesso Bates fuori da quelle che fino al 1987 erano acque territoriali inglesi.

Ora, fra il dire ed il fare, mai come in questo caso, c’è il mare. Praticamente se dici che una specie di zattera alla deriva vuol essere uno stato, molti ti considerano un folle o poco più. Ma per essere effettivamente tale (e convincere qualcuno) devi avere dalla tua parte almeno il Dio Denaro. Non basta, ma aiuta decisamente. Beh, Bates questo lo aveva capito bene e riuscì in qualche modo a mantenere un bilancio attivo del proprio stato.

Come? Beh, innanzitutto coniò le proprie monete che, ovviamente, non erano riconosciute da nessuno se non che dagli abitanti (lui ed i suoi familiari) del principato di Sealand. Tuttavia, vendendo le rarissime monete, assieme a passaporti, francobolli e titoli nobiliari del principato, il tutto rigorosamente pagabile in euro, Bates riuscì a finanziare la sua impresa.

Il principato è sostanzialmente una piattaforma con due torri di cemento che sorreggono una ponte su cui in teoria potevano essere installate ulteriori strutture. Quando Bates decise di fondare il principato dovette prima di tutto… affondarlo. Praticamente, dopo averlo traghettato a largo delle coste inglesi, fuori dalle acque territoriali, alle coordinate 51° 53′ 40 N e 1° 28′ 57 E affondò la piattaforma di base così che le colonne finirono per poggiarsi su un banco di sabbia. Da allora il principato “mise radici”.

Sealand1.png

Ma la storia, se fin qui vi pare già abbastanza da fiction, ha un capitolo ancora più entusiasmante e controverso. Correva l’anno 1978, un anno indimenticabile per il principato di Sealand. Mentre il “principe Bates” si era allontanato dal suo regno, il suo primo ministro (… eh, già, perché il Principato aveva anche un primo ministro…) tentò un golpe. Sembra impossibile, ma il territorio a questo punto era molto ambito e l’idea del ministro era quello di trasformare “il regno” in un hotel di lusso.

Il golpe era un gole a tutti gli effetti, con tanto di manipolo armato e figlio del monarca in ostaggio. Per sventare il colpo intervenne, a spese di Bates, un gruppo di mercenari ed un elicottero d’assalto fino a liberare l’ostaggio e catturare il traditore. Ma, se possibile, ora viene la parte ancora migliore della storia. Il primo ministro era un cittadino tedesco e per liberarlo, la Germania inviò un diplomatico su Sealand per trattare con Bates. La chiave di lettura data alla visita da parte di Bates fu quella di una sorta di riconoscimento ufficiale del suo stato. Praticamente aveva raggiunto (dal suo punto di vista) il suo scopo e rilasciò quindi il “prigioniero di guerra”.

Alla morte del principe e la principessa, il Principato fu ereditato dal loro primogenito (come natura vuole) che però non aveva le stesse ambizioni ed aspirazioni del padre. Dal 2007, infatti, il principato è in vendita… beh, diciamo che è in vendita la piattaforma. La richiesta è di 70 milioni di dollaroni. Ancora invenduta… se volete cimentarvi nella monarchia…

WU

PS. Pirate bay si è dimostrata molto interessa all’acquisto anche e soprattutto perché il Principato ha promesso di mettere il suo territorio a disposizione per l’installazione di server di servizi di Torrent non proprio legalissimi…

Rilettura delle aspirazioni monarchiche in chiave 4.0.

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Fantapolitica

Correva l’anno 1985 e lungo la passeggiata che costeggia il lago di Ginevra vi sono due vecchietti che passeggiano e conducono amabili discussioni nella tiepida luce del pomeriggio.

All’improvviso, fuori da qualunque contesto, uno dei due dice all’altro: “Cosa faresti se venissimo attaccati da qualcuno dallo spazio profondo? Ci aiutereste?”.
L’altro rispose senza esitare: “Senza alcun dubbio”.
Il primo ribatté: “Anche noi”.

La discussione tornò subito su temi più generici e pratici e praticamente nessuno (a meno dei due fedeli interpreti che accompagnavano sempre i due vecchietti) ne seppe nulla fino al 2009.

In questi 24 anni molte cose cambiarono e la storia dei due vecchietti (e con essa di gran parte del globo) è andata avanti fra guerre e dissidi, ma senza mai far ricorso all’atto pratico a quelle parole.

I due vecchietti erano Reagan e Gorbachev.

Stiamo parlando di una discussione informale e segreta che li vedeva alleati nel caso di invasione da parte di una qualche super-mega-potenza aliena. Entrambi si dichiaravano (che sia poi stato vero o meno non ci è dato saperlo e verificarlo) alleati.

Anche se all’atto pratico la cosa non è mai servita, la minaccia di un attacco del genere e la conferma della preoccupazione dei due leader in queste poche parole è stata sicuramente un catalizzatore per spegnere pian piano il fervore della guerra fredda.

Come dire, un caso in cui una minaccia di forza maggiore tende a far alleare (beh… ora non esageriamo) i nemici per fronteggiarla.

Oggi avrei molti dubbi che discorsi del genere (… e la parola che davano leader di quella portata non aveva certo lo stesso valore di una qualche dichiarazione su facebook di uno dei nostri social-politici) se ne facciano, soprattutto ad alti livelli.

Faccio però fatica ad immaginare un futuro in cui i leader delle nostre superpotenze si trovano ad imbracciare fianco a fianco le armi per combattere il cattivissimo invasore alieno… chissà se ancora oggi diamo a tale sfida la stessa importanza che davamo allora.

Sarà perché ci siamo abituati all’idea, perché abbiamo filmografato a riguardo a sufficienza, perché ci stiamo inconsciamente convincendo che non può succedere, perché abbiamo cose più terrene a cui credere, ho l’impressione che il mostro invasore di altri mondi faccia un po’ meno paura (o non ne fa proprio più?).

Ed ecco che abbiamo magicamente perso (semplicemente perdendo un po’ della nostra infantile credulità) un altro ottimo catalizzatore per spegnere qualche guerra 4.0 che si svolge oggi con dazi, embarghi, traffici illeciti, deep web e cose simili.

Alieno, non mi fai paura abbastanza! Mi tengo le mie guerre!

WU

Borghild: che bambola!

Un’altra di quelle storie (tipo questa’altra) che meritano per lo meno di essere raccontate.

Seconda guerra mondiale, soldati nazisti al fronte francese; militari devoti al Reich (bah, qui qualche dubbio sul concetto di devozione)… ma pur sempre uomini. E come tali, complice anche la prolungata distanza da casa e dall’amata, l’ambiente “mascolino” da caserma, il testosterone galoppante durante le sessioni di guerra, diciamo che le naturali pulsioni umane trovavano una ambiente legittimo e naturale per chiedere a gran voce il loro espletamento.

La cosa non era, ovviamente, indifferente al capo supremo. Il Fhuler, infatti, sapeva benissimo dei costumi dei suoi uomini al fronte, ma la sua preoccupazione non era di natura morale, bensì di natura “genetica” (e qui sogghigni a manetta).

Hitler, praticamente, non sopportava (nella sua mente, a quanto si dice) che i suoi ariani soldati, durante l’occupazione francese sporcassero la razza, inquinassero il loro puro e superiore sangue con le prostitute dei bordelli francesi.

Il pericolo più grande a Parigi lo costituiscono le prostitute selvagge, che esercitano la loro oscura arte sulla strada e nei Café, Ristoranti, Bar e luoghi di piacere. È nostro compito facilitare ai soldati l’eliminazione degli impulsi.

Inammissibile, la situazione andava sanata!

Allora, pensa che ti ripensa, finalmente un’alba del 1941 ecco la grande trovata del capo delle SS Himmler: Borghild! Pelle chiara, occhi azzurri, capelli biondi, seni grandi, 1,76 di altezza, gonfiabile e sempre disponibile. Praticamente una donna ariana modello in formato sex toys.

Non c’è dubbio, l’oggetto e lo scopo della bambola è la regolazione degli impulsi del soldato. I nostri soldati devono combattere e non girovagare o far visita a persone femminili estranee al popolo.
Ma nessun vero uomo preferirà una bambola a una vera donna se i seguenti criteri non sono garantiti:
1. la carne sintetica non dovrebbe distinguersi troppo dalla vera carne;
2. la mobilità delle bambole dovrebbe essere conforme alla gamma di movimento degli arti reali;
3. “l’organo” della bambola dovrebbe essere assolutamente a sensibilità reale.

Borghild.png

Le bambole dovevano essere messe a disposizione delle truppe e seguire i soldati fedelmente custodite dentro cabine trasportabili e disinfettabili, proteggendo i soldati dissuadendoli dal far visita a “focolai di infezioni”.

Tuttavia quei maledetti alleati (cattivoni) nella foga della distruzione degli asset militari tedeschi bombardano anche la fabbrica di Dresda incaricata della produzione delle bambole. Fine della brevissima storia della bella Borghild ed affari assicurati (come in effetti furono) per i bordelli francesi.

WU

PS. Se sia vero o meno (storicamente parlando; la rete è piena di link più o meno seri… motivo per cui non ne metto neanche uno) non lo so, ma una storia a cui mi piace credere.

Furono pianificati tre tipi di bambola di dimensioni diverse: tipo A: 168; tipo B: 176; tipo C: 182 cm.
Per il momento doveva essere preparata solo una forma di bronzo (tipo B).
C’era disaccordo riguardo il seno. Le SS lo volevano pieno e tondo, ma il dottor Hannussen insistì su una “forma cinorroide e maneggevole ” e la fece accettare.
La prima bambola Borghild fu completata nel settembre del 1941.
Essa corrispondeva esattamente al “tipo nordico”.
Il nostro taglio di capelli aveva praticamente previsto un taglio con trecce a chiocciolina, ma il dottor Hannussen era contrario a esso. Lui era del parere che il taglio di capelli corto doveva sottolineare che la Borghild era parte essenziale delle truppe combattenti “una puttana da campo” e non una madre onorabile.
La presentazione della Borghild a Berlino fu un successo. Anche il Reichsführer delle SS Heinrich Himmler fu presente. E il dottor Chargesheimer.
Durante l’esaminazione delle aperture artificiali da parte dei signori presenti Franz Tschakert era molto nervoso.
Himmler fu così eccitato che ordinò 50 pezzi in incarico.
Si parlò di impostare uno specifico impianto di produzione, dal momento che i laboratori del Museo d’Igiene furono ritenuti insufficienti per un progetto del genere.
Considerati gli sviluppi sul fronte orientale, lo stanziamento fu ridotto già una settimana più tardi e il progetto Borghild, fondato all’inizio del 1942 poco dopo Stalingrado, fu messo da parte. Tutti i documenti di costruzione vennero raccolti e inviati all’Istituto d’Igiene SS.
Lo stampo di bronzo per la produzione in serie della bambola non venne mai costruito.
Riguardo all’ubicazione della bambola non so nulla. Suppongo che sia stata trasferita “come tutti gli altri calchi in gesso e studi” a Berlino.
Nel caso in cui, tuttavia, fosse stata custodita nel museo, è probabile che sia stata distrutta dai bombardamenti alleati a febbraio 1945.

Il Modulor

Per formulare risposte da dare ai formidabili problemi posti dal nostro tempo e riguardanti l’attrezzatura della nostra società, vi è un unico criterio accettabile, che ricondurrà ogni problema ai suoi veri fondamenti: questo criterio è l’uomo

Crasi di module e or (in riferimento alla section d’or. E’ “solo” l’interpretazione dell’architetto franco-svizzero Le Corbusier di uno dei temi più cari all’uomo: l’armonia delle forme. Dall’uomo Vitruviano di Leonardo, passando per Leon Battista Alberti siamo arrivati all’idea che il centro dell’armonia delle forme è proprio l’uomo.

Si tratta praticamente di una scala di proporzioni basate proprio su misure umane medie da utilizzare come vademecum per un’architettura a misura d’uomo. Questo almeno negli intenti del suo inventore e nell’utilizzo che ne fece. Oggi riceve diverse critiche (come si confà ad una scala che voglia abbracciare tutta la varietà del genere umano) che vanno dall’assenza del sesso femminile (non riconosciuto abbastanza armonioso) all’assenza di parametri di riferimento per elementi architetturali standard (non si può usare il Modulor per disegnare dei comodi scalini) per concludersi con le misure stesse di riferimento considerate (che forse tanto standard non sono…).

Nella sua prima versione (1948) e poi nell’aggiornamento del Modulor 2 (1955) Le Corbusier si disegnò il suo personalissimo metro che poi effettivamente usò nella realizzazione di diverse suo opere architettoniche.

Il Modulor è graficamente rappresentato (e credo che gran parte del successo di una scala forse non perfetta ed incompleta lo abbia fatto proprio una sapiente rappresentazione grafica) con una figura umana stilizzata con un braccio steso sopra il capo che si trova accanto a due misurazioni verticali.

Modulor.png

La serie rossa è basata sull’altezza del plesso solare (108 cm Modulor 1 e 113 cm Modulor 2) poi divisa in segmenti secondo il Phi=1.618 della sezione aurea. La serie blu basata sull’intera altezza della figura che è esattamente il doppio dell’altezza del plesso (216 cm Modulor 1 e 226 cm Modulor 2), a sua volta segmentata nello stesso modo. Fra le due serie si sviluppa una spirale che definisce anche i volumi dei vari segmenti.

In sostanza le due scale sono il legame fra l’elemento umano e quello matematico cercando di rapportare alle misure umane l’armonia (possiamo dire “universalmente riconosciuta”) che hanno edifici e superfici basati sulla sezione aurea. La convinzione alla base dell’idea è che “solo l’utente ha la parola” ovvero che la dimensione umana deve troneggiare. Poi vi era anche la possibilità di modellare un uomo (diciamo pure non un uomo qualunque, ma praticamente solo uno alto 108/113 – 216/226 cm) secondo i numeri della sequenza di Fibonacci (il rapporto fra due numeri consecutivi della sequenza è costante ed è proprio la sezione aurea).

La sequenza si applica sia ad un quadrato di lato 113 (27, 43, 70, 113, 183, etc.), nella “serie rossa”, sia ad un rettangolo di dimensioni 113×226 (53, 86, 140, 226, 366, etc.), nella “serie blu”.

Le due serie potevano (e, con tutti i limiti del caso, lo possono tutt’ora nonostante il progressivo disuso del modello) essere utilizzate per dare quella piacevole regolarità matematica (che limitando un po’ l’estro dell’uomo evita anche di fare qualche obbrobrio di troppo) ed estetica ad un manufatto architettonico (o anche meccanico)…

WU

PS. Se contestualizziamo storicamente il tentativo è quello di recuperare una dimensione umana, fin nelle cose concrete del quotidiano, nel periodo post bellico.

Esperimento di Milgram

Mi capita spesso di pensare che i giorni di festa siano ottimi banchi di prova per esperimenti sociali, più o meno involontari. Sapete quando si riuniscono attorno ad un tavolo (e già, perché se non ci fosse il cibo non sapremmo come festeggiare, o quale scusa usare per incontrarci…) più persone del normale molte delle quali si incontrano ciclicamente praticamente solo in queste occasioni? Avete mai fatto caso ai temi di discussione, agli sguardi, la disposizione attorno al tavolo, ai ruoli che si delineano, e cose del genere?

Ovviamente, non potendo collegare elettrodi ai presenti, mi sono limitato a fantasticare su come si declinasse l’esperimento di Milgram ad una di queste occasioni. Allora, funziona così: vi sono tre soggetti, uno sperimentatore, un collaboratore-complice ed una cavia. Lo sperimentatore svolge effettivamente il ruolo del ricercatore, il soggetto “da analizzare” il ruolo dell’insegnante ed il complice (che il soggetto non sa essere in combutta con il ricercatore) quello dell’allievo.

L’insegnate, ignaro, è posto davanti ad un quadro che genera corrente elettrica e che con degli elettrodi impartisce una scossa all’allievo. Il quadro si compone di diverse levette: da tensioni leggere a molto molto forti (da 15 a 450 V). Per convincere il soggetto della veridicità dell’esperimento gli viene fatta provare una delle scosse medio-basse, ma in realtà all’allievo non viene impartita alcuna tensione.

Il ricercatore ordina all’insegnante di impartire scosse crescenti all’allievo e l’esperimento si propone di misurare quando il soggetto esaminato decide (se decide) di fermarsi, andando quindi contro alle direttive del ricercatore (che in questo contesto è percepito come l’autorità) per seguire i suoi principi morali.

In realtà viene chiesto di impartire le scosse come punizione per risposte errate che l’allievo può/finge di dare. L’insegnante deve infatti leggere all’allievo coppie di parole che questo dovrebbe memorizzare; successivamente l’insegnate ripete la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro alternative per la prima parola che l’allievo dovrebbe ricordare. Se l’allievo sbaglia all’insegnante è chiesto di punirlo con scosse di tensione via via crescente… attorno ai 350V l’allievo finge di svenire non emettendo più alcun gemito (finora, invece, atroci lamenti avrebbero dovuto accompagnare ogni fanta-scossa), ma … l’esperimento deve continuare ed il ricercatore, di tutta risposta, ha il ruolo di continuare ad incitare l’insegnante.

Per farla breve: la maggior parte dei soggetti sottoposti a questo esperimento decide di continuare, praticamente obbedisce allo sperimentatore violando i propri principi morali. E la cosa è tanto più vera quanto minore è la distanza fra insegnante ed allievo. Se l’insegnate non può ne vedere se sentire l’allievo la percentuale di “ubbidienza” arriva al 65%, se lo può ascoltare ma non vedere gli ubbidienti arrivano al 62.5% (cambia poco…), se lo può vedere ed ascoltare, invece, un po’ di valori morali vengono a galla con una percentuale di ubbidienti che si ferma al 40% ed infine se per infliggere la scossa-punizione l’insegnate deve prendere la mano dell’allievo e premerla su una piastra di fanta-tensione allora ci fermiamo al 30%.

Sono comunque numeri abbastanza alti, se consideriamo che il soggetto si sente praticamente privato del suo libero arbitrio solo perché qualcuno gli ha detto che c’è un esperimento in corso. Tecnicamente si parla di uno stato eteronomico indotto da una figura percepita come autoritaria che praticamente induce il soggetto a diventare uno strumento di azione non pensante.

Ci sono almeno tre fattori che entrano in gioco nel generare tale stato eteronomico: la percezione di una data autorità come legittima, l’aderenza al sistema di autorità imposto, le pressioni sociali che si riceverebbero disobbedendo.

L’esperimento fu ideato da Stanley Milgram nel 1961 cercando di dimostrare che Adolf Eichmann ed i suoi uomini stessero “soltanto” eseguendo degli ordini durante lo sterminio degli ebrei nella Germania nazista e fossero in qualche modo stati privati del loro libero arbitrio.

Milgram.png

Ad ogni modo, tornando a contesti più prosaici, mi immagino spesso un esperimento del genere in cui, senza collaboratori e con vere scosse, ciascun commensale dovesse chiedere agli altri partecipanti di uno di questi banchetti che pensa di questo o di quello, che considerazione ha di tizio e di caio o se avesse preferito fare altro. La scossa da darsi semplicemente a seguito di personale valutazione circa l’approvazione della risposta. Praticamente qualcosa come “uhm, hai detto che mia suocera è antipatica (tanto per cavalcare uno stereotipo)? Forse sono d’accordo, ti grazio.”. “Che ne pensi del mio trisavoro?”,”non lo conosci neanche?!”,”Peccato mortale! 200V per te!”.

Una specie di macchina della verità in cui però mi immagino che sia l’uomo a misurarsi con i suoi simili evitando completamente alcuna figura autoritaria. Sono certo del caos più completo (ma forse a lungo andare pur di non subire tremende ritorsioni riscopriremmo la menzogna).

La banalità del male.

WU

MBTI – INFJ

Avete mai pensato se si potesse schematizzare (ed in qualche modo semplificare) l’approccio alla vita di ciascuno di noi? Di tutti noi.

Praticamente qualcosa del tipo: se sei “di classe X” allora ti comporterai cosi nei confronti della diversità, cosi nei confronti della religione, cosi nei confronti dell’amore e via dicendo.

No, non ci ho mai pensato. Ci credo poco, ma due donne, madre e figlia, ricercatrici durante la seconda guerra mondiale hanno effettivamente scelto e portato avanti (notevole soprattutto questa seconda parte) tale approccio.

L’intento era quello di capire in che ruolo ognuno potesse essere più utile a questa o quella mansione (bellicosa dato il periodo), con special attenzione al ruolo delle donne. La ricerca si sostanzio, quindi, nella forma di un questionario che massaggiato e ritoccato vide la sua forma definitiva nel 1962.

L’Indicatore di personalità di Myers-Briggs (l’indicatore di questo tipo più usato nella storia) è, a detta stessa delle due ricercatrici, solo l’implementazione di una teoria psicologica e sociale che si rifà ai tipi psicologici di Jung, opportunamente generalizzati ed attualizzati.

It helps you improve work and personal relationships, increase productivity, and identify leadership and interpersonal communication preferences for your clients.

L’idea alla base è l’esistenza di due coppie dicotomiche di funzioni cognitive (rileggetelo di nuovo, che è un concetto che suona più difficile di quello che è): ragionamento-sentimento; intuizione-sensazione. L’esternazione di queste funzioni può avvenire verso gli altri (estro-versa) o verso se stessi (intro-versa). Si ottengono così gli otto “archetipi” di personalità, secondo Jung.

I came to the conclusion that there must be as many different ways of viewing the world [as there are psychological types]. The aspect of the world is not one, it is many–at least 16, and you can just as well say 360. You can increase the number of principles, but I found the most simple way is the way I told you, the division by four, the simple and natural division of a circle. I didn’t know the symbolism then of this particular classification. Only when I studied the archetypes did I become aware that this is a very important archetypal pattern that plays an enormous role.

MBTI aggiunge un’ulteriore dicotomia che ci dice quel delle due coppie di funzioni cognitive un individuo utilizza preferibilmente nei suoi rapporti con l’esterno.

Ecco quindi quattro dicotomie che generano 16 tipi di personalità (associate entrambe le opzioni delle tre dicotomie restanti a ciascuna voce ed il gioco è fatto; e.g. ESTJ, ESTP, …):

  • Estroversione (E) – (I) Introversione
  • Sensitività (S) – (N) Intuizione
  • Ragionamento (T) – (F) Sentimento
  • Giudizio (J) – (P) Percezione

Ora le combinazioni fatele voi.

In rete è (stra)pieno di siti che vi offrono la possibilità di valutarvi secondo questo test. L’attendibilità dei test, dei risultati e delle risposte che date e da valutare in base a quello che volete leggere nel profilo.

Ovviamente in tutto questo marasma ci deve essere un tipo di personalità più raro ed uno più comune (pura statistica). Pare che INFJ (“il Sostenitore”… con un’alta capacità di organizzarsi e creatività, ed è per questo che molti di loro raggiungono il successo) sia il più raro.

A questo punto è anche semplice capire come mi sono imbattuto in questo indicatore… MBTI dice che appartengo al 1% della popolazione mondiale con tale personalità.
Io?! Onestamente rivedrei il test (…o le mie risposte). Ritento, sarò più fortunato/obiettivo?

WU

PS. Non mi dilungo su questo tipo di personalità, ma none escludo di tornare in futuro su gli altri; mi pare ci sia materiale semi-serio e semi-fuffologico in abbondanza.

Lale Sokolov

Raccontiamoci questa storia, ma non tanto per “non dimenticare” (slogan per me alquanto abusato… come se una storia e non le tombe mi aiutassero a non dimenticare una cosa come l’olocausto) quanto per rivivere in poche righe una di quelle vite degne di essere vissute e raccontate (… raccontate a fatica ad incominciare proprio dagli stessi attori).

Correva l’anno 1916 ed in Slovacchia, da genitori ebrei, nasceva Ludwig «Lale» Eisenberg. Tutto filò fra il liscio ed il banale fino al 1942 quando nel suo paese arrivarono i nazisti. Lale si offri volontario come “giovane forte e robusto” per prestare servizio nei campi di concentramento per salvare la sua famiglia.

32407 il numero che gli venne tatuato sul braccio.

Costruì baracche e latrine e presto si ammalò di tifo. Un tal Pepan lo accudì, lo stesso che gli aveva indelebilmente marchiato l’avambraccio sinistro. Pepan non solo lo salvò dal tifo, ma gli insegnò a tenere la testa bassa, la bocca chiusa e soprattutto a tatuare. Alla scomparsa (o forse liberazione?) del suo mentore, Lale divenne il “tatuatore di Auschwitz“. Razioni di cibo extra, una “stanza” singola e qualche ora libera.

Lale

Ma il cuore di Lele diceva altro. Non si sentiva un eletto e non si sentiva (o non voleva sentirsi) un collaborazionista. Lui era quello che toglieva l’identità alle persone; che trasformava il loro nome e cognome in cinque cifre sul loro avambraccio; marchiava indelebilmente essere umani snaturandoli a schiavi o deportati.

Cercò, per quanto nelle sue possibilità, di aiutare gli altri prigionieri. Si innamorò e sposò Gita, numero 34902 da lui stesso tatuata, cecoslovacca deportata, nel 1945. Si trasferì alla fine della guerra nella Cecoslovacchia controllata dai sovietici e cambiò il suo cognome in Sokolov. Aprì un negozio di tessuti a Bratislava e con i proventi finanziò la nascita dello stato d’Israele finché, scoperto dal governo, fu prima arrestato e poi dovette espatriare. Fuggì fra Vienna, Parigi e Sydney con la sua consorte ed alla fine approdarono in Canada dove nacque loro figlio e dove la coppia finì i propri giorni. Lale morì nel 2006 senza mai far ritorno in Europa.

Se Lale fosse da annoverarsi nella lista “dei buoni” o quella “dei cattivi” non saprei dirlo e non mi interessa particolarmente; che il tatuatore di Auschwitz deve aver vissuto per decenni con questo fardello sulla coscienza (condiviso con qualcuno solo nella sua vecchiaia) ne sono certo; che parlare di lui mi dà una misura di una vita intensa, dettata dal caso/destino e da scelte coraggiose è la mia sensazione.

WU