Stamani vs Stamane

Diciamolo subito e senza troppi giri di parole: le due varianti sono entrambe corrette.

Se qualcuno (come è capitato di recente al sottoscritto) vi viene a dire che l’una o l’altra sono dialettali o errate… mandatecelo subito. Vi è una leggerissimissima variazione di forma (una delle due è una versione un po’ più aulica), ma di base NON state sbagliando.

Stiamo tecnicamente parlando di un caso di allotropia morfologica: di due forme diverse dello stesso avverbio (nel caso specifico un avverbio di tempo, tanto per…) che si differenziano unicamente per la forma, mantenendo entrambe il medesimo significato (e la medesima correttezza). Stiamo parlando di situazioni tipo: stamane/stamani, giovane/giovine, vezzo/vizio, malinconia/melanconia, etc.

Entrambe le varianti derivano anche dal medesimo etimo: ista mane. Stamane è la versione da considerarsi leggermente più aulica (essendo più simile alla radice da cui entrambe provengono), mentre stamani la variante “popolare” (benché rimane, IMHO, un avverbio non proprio di comune utilizzo). A conferma della “aulicità” di stamane vi è il fatto che è la forma usata nella letteratura più antica: da Boccaccio a Dante, prima che “il volgare” prendesse il sopravvento.

Stamane mi sento polemico, ma allo stesso tempo stamani sono prono ad imparare cose nuove. Stamattina, per intenderci.

WU

PS. E no, “stamani mattina” (oppure “stamane mattina”) è errato. E’ una forma ridondante originaria del dialetto toscano che tende oggigiorno ad avere una diffusione eccessiva (15.500 risultati su Google…) per dare una parvenza di cultura.

Negoziare

Non si deve mai negoziare per la paura, ma occorre non aver mai paura di negoziare.

[J. F. Kennedy]

Mettiamo che abbiate un disperato bisogno di… una noce. Così, tanto per dire una cosa a caso che non ha quasi nessun valore a meno che non sia l’unico ingrediente fondamentale di qualcosa che dobbiate fare in un dato momento. E diciamo pure che nello stesso preciso momento, di quella singola noce (…che sta pian piano assumendo il valore di un lingotto d’oro) ne ha bisogno anche il vostro più caro amico/a.

E’ apparentemente una situazione potenzialmente esplosiva… a meno di non iniziare una effervescente negoziazione con l’altro pretendente (attenzione, attenzione, ai due protagonisti ed alla noce si può sostituire quasi qualunque cosa, ma il principio che ad un certo punto è meglio negoziare -e tanto vale avere calma, pazienza, ed una vaga idea di come si fa- piuttosto che imbracciare le armi rimane).

Per uscire dallo stallo esistono milioni di soluzioni, tutte ugualmente fantasiose, tutte ugualmente praticabili. La prima soluzione equa ed immediata potrebbe essere quella di fare a metà la noce. Tuttavia sia a voi che al vostro “contendente” la noce servirebbe tutta. Ok che “meglio poco che niente”, ok che “metà per uno non fa male a nessuno”, ok che quest è forse l’approccio che ci hanno insegnato a casa o a scuola, ma lo scopo di ciascuno rimane quello di cercare di portarsi a casa il 100% della noce.

Potete provare a convincere l’amico/a a lasciarvi una percentuale maggiore della noce (idealmente il 100%, ma anche più del 50% è comunque un risultato migliore di metà noce) con argomentazioni e promesse varie: ti do un’altra cosa, domani te ne do due, etc. Un bravo negoziatore (di certo non io) porterebbe a casa tutta la noce “pagandola” il minimo in termini di tempo e cose da dare in cambio.

E’ però evidente una cosa, che per portare avanti una negoziazione che ha come scopo quello di aumentare la percentuale di un bene che si porta a casa è necessario che al “di più” che si ottiene si faccia corrispondere qualcos’altro (teoricamente non legato al bene stesso) che abbia almeno pari valore per l’interlocutore, ma magari non per se stessi. Se sono pieno di mandorle te ne posso promettere dieci il giorno dopo il cambio di una noce oggi?!

Il fondo la negoziazione non è che un processo di risoluzione congiunta (boh, mi piace questa dicitura) fra più parti con interessi diversi che non possono arrivare ad una soluzione senza il contributo dell’altra parte (no, rubare la noce e scappare non è contemplato). Lungi da me fare una lezione sulle tecniche di negoziazione (anche se secondo me è una di quelle doti innate) che dipendono ovviamente dall’interlocutore e dalla situazione, ma proviamo ad ampliare un po’ il contesto.

Se a me la noce serve per fare un’insalata ed al nostro fantomatico amico/a per fare una torta, forse possiamo affrontare il problema da questo punto di vista. Potremmo cambiare in maniera efficiente i progetti dell’uno e/o dell’altro per “evitare” la negoziazione a monte, oppure potremmo dividere il bene (la noce) in maniera da accontentare entrambi (magari a me serve solo il guscio della noce per farci una barchetta e non sono interessato alla parte edibile?).

E’ un approccio integrativo alla negoziazione in cui si cerca di ampliare l’oggetto della negoziazione invece di cercare di risolverla in maniera puntuale. Ritengo questo personalmente un approccio molto efficace alla questione (si, anche quando devo negoziare con mia figlia, 4 anni). Magari un po’ confusionaria all’inizio, ma aggiungendo sul tavolo soluzioni e possibilità più ampie per soddisfare le necessità a monte dell’oggetto della negoziazione consente più facilmente (a volte? spesso?) di realizzare gli obiettivi sia propri che altrui.

Le condizioni per “ingrandire la torta” ci sono sempre, il fatto che sia sempre possibile trovare soluzioni integrate ad una “disputa negoziale” non è detto. E’ detto invece il contrario, ovvero che cercare di risolvere la negoziazione in maniera puntuale “distribuendo” in qualche modo il bene non ci porterà mai a portare a casa il 100% della noce, se non che pagandola a caro prezzo.

In altri termini, approcciare le negoziazioni avendo a mente solo le proprie esigenze (magari nascondendole alla controparte, tanto per cercare/illudersi di non far percepire cosa ha valore per noi), porterà inevitabilmente a cedere qualcosa e non realizzare pienamente gli obiettivi (credo che in termini di business si dovrebbe dire valore) che vi sono a monte dell’oggetto della negoziazione.

Aggiungo anche spesso la negoziazione non viene affrontata tanto per la soluzione quanto per affermare la propria posizione (soprattutto in un approccio non integrativo): ci piace vincere, è umano. Non ci piace darla vinta facilmente a chicchessia, non volgiamo dare di noi l’idea di chi cede, non vogliamo creare precedenti o apparire deboli.

Non sono certo un grande negoziatore, ma di certo abbandonare le proprie posizioni, fare un passo indietro, entrare in empatia con l’interlocutore, usare un approccio integrato che consenta di raggiungere l’obiettivo a monte (sia proprio che dell’amico/a) è una questione di buon senso più che di tecniche. E, questo posso affermarlo con certezza, ci risparmia anche un sacco di fatica.

WU

PS. L’esercizio di provare a trovare una soluzione congiunta dei problemi applicato alle notizie giornaliere (delle quali ho anche l’aggravante di avere solo un quadro parziale delle situazioni) è la mia personale palestra negoziale. O meglio un passatempo per alienare il cervello.

Di calligrammi

I calligrammi (voi lo saprete di certo, la mia ignoranza mi limitava a riguardo) sono una sorta di poesia visuale. Componimenti poetici che appagano sia la mente passando sia per le orecchie ma anche per gli occhi.

Nel calligramma il poeta/pittore disegna un oggetto collegato al tema della poesia disponendo in modo opportuno le lettere che compongono i versi stessi.

Le radici dei calligrammi sono fra l’antico e l’antichissimo. Si parte dalla cultura indù, si passa dalla cultura ellenica, quella latina per arrivare ad avanguardie del nostro secolo.

Ora, benché i calligrammi siano opere ben consolidate e una pletora di famosi autori può annoverare un componimento del genere fra la sua produzione; il nome di Guillaume Apollinaire è storicamente associato a questo tipo di componimenti.

L’autore italo-polacco dei primi del ‘900 ha di certo fama anche per altro genere di componimenti, ma i suoi calligrammi furono effettivamente notevoli. Legato al simbolismo francese ed avvezzo a tematiche oniriche e malinconiche, il poeta praticamente cresce, si evolve attraverso i suoi calligrammi.

Si avvicina a tematiche più terrene legate alle rivoluzione industriale, all’automobile, cinema e cose “dei nostri tempi” adottando forme espressive più sperimentali che trovano nel calligramma il loro apice.

Il calligramma, così come ce lo “insegna” Guillaume libera praticamente la metrica dalla forma convenzionale e riesce ad esprimere con tutti i mezzi possibili il concetto da trasmettere.

Calligrammi.png

L’energia delle parole trasmessa (anche) attraverso gli occhi.

Da provarci.

WU

Furutacha

Confesso che quando ho iniziato a leggere di un carattere tipografico decorativo mi sono interrogato se avessero riesumato Da Vinci. Si, sono cretino, bella scoperta.

Ad ogni modo, andando contro i miei pregiudizi e continuando a fare un po’ di ricerche (e chiedo scusa per l’uso inappropriato del termine) mi sono invece imbattuto in qualcosa di veramente interessante.

Il concetto stesso di carattere tipografico lo associo ad una certa standardizzazione. E’ un po da Gutemberg in poi che c’erano (e ci sono) un set di caratteri standard da comporre alla bisogna. Cambia la parola, cambia la sequenza di caratteri, ma non cambia il carattere stesso. Se volevamo (e vogliamo) qualcosa di speciale, di unico, originale, allora ci rivolgiamo all’amanuense (dato che tanto ora non sappiamo più scrivere).

A parte Furutacha, il primo (non ne sono sicuro) carattere tipografico decorativo; praticamente il primo tipo di carattere “da pc” le cui lettere cambiano in base alle lettere che precedono/seguono un dato carattere. Praticamente si aggiusta e riaggiusta man mano che torturiamo la nostra tastiera. Affascinante, ed un po’ piacevolmente barocco.

Ancora più simpatico il fatto che il progetto (ad opera del gruppo collettivo di creativi ateniesi Holy) si è fatto finanziare in crowdfunding (ed è già pronta la campagna per la sua evoluzione: Furutacha Pro … da 18€).

L’idea mi piace. Non la userei mai (vi immaginereste questo blog scritto con quel font? Ancora più illeggibile…). E mi spinge a pensare che alla fine il concetto di standard è generale, ma ti senti “un numero” solo quando le scelte sono poche e non se hai 4-5 varianti per ogni lettera standard. E’ un po’ come dire che ci accorgiamo della ripetitività solo su un numero (molto) limitato di esemplari; se abbiamo più scelte, anche se sono comunque standard, ci sembra invece di avere scelta libera.

WU

Regole per scrivere bene #2

  1. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
  2. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  3. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  4. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  5. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  6. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  7. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  8. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  9. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  10. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  11. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  12. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  13. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  14. Non andare troppo sovente a capo.                                                                                                Almeno, non quando non serve.
  15. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  16. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  17. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  18. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
  19. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  20. Una frase compiuta deve avere.

Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani 2000

A grande (non) richiesta, dopo #1:

  1. Sarei in lite con me stesso se non la trovo neanche nel poco di dialetto che conosco. Mi capita comunque di rado di usare forme dialettali.
  2. Il problema è farle congruenti. E per chi, poi?
  3. C’è davvero bisogno di risposte retoriche?
  4. OK. Assolutamente. Certo. In fondo basterebbe tacere (e chiudere, anche, questo blog).
  5. Grazie, oh correttori ortografici.
  6. Grazie, oh correttori ortografici. Ad ogni modo ci prendo più spesso qui che con gli accenti
  7. D’accordissimo! Anzi, è una vera e propria crociata!!!!!!
  8. Mi sa che non conosciamo gli stessi peggiori fans. I miei sono peggiori peggiori…
  9. Grazie Google. Eppure c’è chi non si sbatte neanche a fare questi checkS.
  10. Concordo, anche se a volte per rispettare il punto 4 è necessario un po’ di sano inquinamento dell’informazione (facendo prendere aria alla bocca o alla penna).
  11. “ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo”. Lo ha scritto d’avvero! Mitico (frase di una parola (e parentesi)).
  12. Grazie nuovamente, oh correttori ortografici. E non poco. Più che altro per fretta e sommarietà.
  13. “Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire” (D. Abbondio, vedi punto 10)
  14. Ci vado anche troppo poco. Credo.
  15. Siamo convinti che ripartisca bene colpe e responsabilità.
  16. Ci devo lavorare, ma non solo per la scrittura. E’ proprio nella vita quotidiana che la cosa mi frega.
  17. ah, non si può usare un bel magico “quindi ?” che nulla dice e mette il carro davanti ai buoi? (vedi punto 2)
  18. Vedi punto 13 ad esempio? “eccedano comunque le competente cognitive del destinatario”. Lo ha riscritto!
  19. … (ed avrei detto tutto).
  20. Una frase compiuta deve.

WU

 

Regole per scrivere bene #1

  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani 2000

Ce ne sono altre venti. Le riservo per il prossimo post. Intanto dico la mia (a grande non richiesta) a proposito di queste:

  1. Non mi piacciono neanche un granché.
  2. Che lo si usi. Quando non lo si storpi.
  3. Assolutamente concorde. Faccio del mio meglio…
  4. Sarebbe assolutamente uno scempio per gli occhi e le orecchie. Lo sconsiglio.
  5. OK, aka, cmq, cvd, etc. rientrano fra queste? … cmq concordo.
  6. Ne abuso fin da bambino (non riesco a farne a meno (le uso anche mentre penso) ).
  7. Siamo al punto 7, e li ho già usati al punto 3… Ah, i puntini devono essere tre…
  8. Non ne uso molte (credo) e non sono “fine” lo stesso.
  9. Generalizzo sempre, spesso a sproposito. Altrimenti sarei veramente bravo. Lavorerò su questo punto, anzi, lavorerò in generale.
  10. E lo volete dire a me? A volte è davvero inevitabile… (di nuovo puntini (e parentesi))
  11. Ben indicate non mi spiacciono. E mi danno anche l’idea di non essere un solitario funambolo del lessico.
  12. Si, ma sono decisamente più difficili da fare, soprattutto se sono calzanti ed appropriati.
  13. La ridondanza è la spada degli insicuri.
  14. Forse su questo ce la faccio.
  15. Troppo poco e sempre meno, in generale (vedi punto 9 (e di nuovo parentesi)).
  16. Non ne sono ignaro, ma non ne faccio sempre un uso molto poco non sapiente.
  17. Adorabili. Tuttavia.
  18. E la metafora della vita? E’ troppo ardito pensarla come “giorni orrendi in così verde estate”? (vedi punto 11, sia per la metafora che per la citazione (e d ovviamente ancora parentesi)).
  19. Ci provo, ma non rileggo. Non è, spesso, ignoranza quanto superficialità e frettolosità.
  20. E’ abbastanza facile: i due punti si usano solo in matematica.

WU

Il sottomarino defecato

– Capitano, devo andare in bagno
– Primo ufficiale, anche se è al suo primo viaggio su questo sottomarino, sa esattamente dove si trova. E nel dubbio è sempre in fondo a destra.
– Si, lo so, ma saremo a quasi 100 m di profondità, non so se la cosa può creare problemi.
– Certo che no. E che siamo i più strafighi del mondo. Mentre quei fanfaroni degli americani si tengono la merda in casa perché non sanno come buttarla fuori noi evacuiamo direttamente in mare.
– Ah, si? E come facciamo?
– E ti dirò di più, mentre loro per tenersela in casa devono prevedere sistemi di stoccaggio, serbatoi, sistemi di trattamento acque ed odori e via dicendo noi buttiamo tutto ai pesci (che aiutiamo anche l’ambiente). Siamo più efficienti e più leggeri. Vedi come gli diamo in testa quando cercano di attaccarci sui fondali!
– Si, ma come facciamo a buttare fuori i nostri escrementi? Fuori ci sarà una pressione centinaia di volte più alta di quella della mia merda.
– Vedi, è tutta una questione di valvole… Ed ora se devi andare, vai e smettile di farmi domande che sembri mio figlio nell’età dei perché!
– Signor si, signore.
Il capitano Karl-Adolf Schlitt, in separata sede e tra se e se.
– Ma effettivamente, come diavolo facciamo? E pensare che sono anche io l’addetto alla manutenzione della nostra toilette-pressurizzata… Ci deve essere davvero qualche valvola e qualche camera pressurizzata. Boh, direi che ad un certo punto mischiamo gli escrementi con dell’aria compressa e spariamo fuori proiettili di merda. Ecco, forse è questa la valvola in questione, me la fanno sempre controllare… Boh, ma perché ci sono due direzioni? Dovrei chiedere a qualcuno (NDR: … e pare l’abbia effettivamente fatto, ma qui ometto per licenza poetica), ma tanto non ci capisce un ca##** nessuno. Facciamo una prova, tanto che può succedere? A che profondità saremo? Boh ad una sessantina di metri. e Cmq per una toilette non si muore mica.

Clik

– Capitano!
– Si primo ufficiale?
– Dal cesso sta sgorgando tutta la merda. Ma non può essere tutta mia! E poi io ho premuto semplicemente lo sciacquone.
– Ma è possibile che sia circondato da un gruppo di imbecilli!? Vada e pulisca tutto!
– No capitano, non ha capito. Scusi se mi permetto. La merda sta uscendo a pressione ed a kg. Non si può pulire, bisogna isolare il cesso
– Certo, e come facciamo? Ci mettiamo i pannolini? Non intendo dormire con la merda nella stanza accanto, lo fanno già quei cazzoni.

Allarme Allarme Allarme Evacuare il sottomarino. L’ U-1206 sta affondando (NDR: altra licenza poetica, qui una descrizione più veritiera della fine).

– Capitano, ma io avevo soltanto evacuato
– Beh, lo faccia di nuovo, se ci riesce…

Da qualche parte a largo delle coste scozzesi a 200 piedi di profondità il 14 aprile del 1945.

WU

PS. Liberamente ispirato a questa storia (già di per se abbastanza assurda…).

PPSS. Oggi è 16.06.16. Dovevo dirlo.

Mu e dintorni

Tanto credere non costa nulla (mediocre cinismo da incipit), anzi spesso ci aiuta ad affrontare l’oggi ed il domani (a ieri sei già sopravvissuto).

E quindi, quanti sono i continenti? Cinque sarebbe una buona risposta (riferendoci, ad esempio, ai cerchi olimpici), oggi, ma ìn passato? Beh, perchè non sei?

Mr. J. Churchward, basandosi su una traduzione errata e contro ogni teoria geologica, descrive il mitico continente scomparso di Mu, oggi sprofondato nel Pacifico.

MU

Il signore in questione, colonnello britannico assiduo frequentatore dell’Oriente di fine Ottocento, riprese l’interpretazione di Brasseur di un antico manoscritto Maya per “scoprire” il Continente del Sole.

Neanche a dirsi è Mu la fonte di tutte le attuali civiltà del pianeta (il prossimo Indiana Jones lo ambienterei qui…) e le sue testimonianze sono racchiuse in una serie di tavolette in terracotta (tavolette di Naacal), mai viste da nessun altro e decifrate da una lingua sconosciuta in un’altra non ancora decifrata (il Maya).

Ciononostante il continente è stato oggetto di “pubblicazioni scentfiche” basate sul libro Mu: The Lost Continent (1926 e 1931) con tanto di “dimostrazioni” del mitico continente. Non sono un archeologo e mi piace, come un po a tutti, fantasticare su queste cose. Quindi mi ci dilungo 😀 .

Le Havaii e la zona fra l’isola di Pasqua e le Figi sono parte di Mu. Alcune strutture sommerse a largo di Okinawa sono state additate come rovine del continente ed a largo delle Mauritius sono stati trovati quelli che potrebbero essere i resti di una piccola struttura continentale. Il continente era abitato da ben 64 milioni di abitanti sarebbe scomparso 12000 di anni fa.

Che dire, vero o no, è sufficiente per continuare a sognare e quindi a ricercare, se poi troviamo Mu, Atlantide o l’Eden, poco importa. E comunque, infondo nel Pacifico c’è così tanto spazio che anche io ci avrei messo un altro continente nel mezzo…

WU

PS. Ma quanti sono i continenti?

  • 7: suddividendo le terre in base a fattori storici e culturali più che a questioni geografiche: Africa, Sudamerica, Nordamerica, Antartide, Asia, Europa e Oceania
  • 6: considerando come continenti le terre emerse che possiedono un nome al singolare: Africa, America, Antartide, Asia, Europa ed Oceania
  • 6: in base a criteri geologici e geografici: Africa, Sudamerica, Nordamerica, Eurasia, Antartide ed Oceania
  • 5: in base alla presenza dell’uomo (quindi l’Antartide non è un continente): Africa, America, Europa, Asia e Oceania
  • 4: se per continente si intende una terra emersa circondata dall’oceano (criterio puramente geografico):  America, Antartide, Eurasia e Oceania (e se apriamo un altro canale artificiale?)

Ai quali, va ovviamente aggiunto Mu.

Scrap-writing

Googling with the idea to put together some scraps of text I have written here and there is not a fruitful hobby (how many of you have already done so?). I came across (that’s for me the absolutely fascinating aspect of internet that can turn a lazy aimless search into a Simpson plotline) the concept of scrapbook. Besides being the name of some Facebook fancy features, it is a decorated photo album preserving also the stories related to the photos (e.g. memorabilia, etc.), Google teaches.

Far from any my interest (and probably capacity), discouraged enough I kept on searching with the strong believe that “scrap-writing” can not be a my brand-new idea, but it just tequires to be translated in Google-wording. After a while I realized that I lost myself and the closest thing to what I had in mind is about the scrapping of a writing project. Nonetheless I found interesting at least three hints more or less common to the bundle of websites that popped me up:

  • you, novel writer (like me, and not just for this blog), are doomed to hate your writing project. It seems that it is generally recognized that hating is a natural part of the writing process. Very good. I perfectly fit with this statement (I already hate this blog 😉 )
  • you, novel writer, are doomed to hate your main character. It doesn’t matter how much time you spend in describing its personality or how many effort you put to make it similar to your Mr. Hide part. You can not sympathize with that “child” that you want to make your (or yourself?), but it is not. Luckily I assume to maintain this as a general blog, but it is not the case for some other writing projects I undertook; also this one applies to me
  • you, novel writer, can not give a break to your project. It will seem worse after. Of course you might need some recovery time (or you can simply have other duties…), but after it’s far easier to drive back into the project and into the mind yourself had before the break. The second attempts seems always more painful. I already experienced this feeling and my approach was (easier said than done), before the break try to reach a target point and do not move back after restarting. Can a blog approach preserve long breaks to happen again?

Absolutely unnecessary considerations about writing projects starting from scrapbooks…

WU

PS. “It is a far, far better thing that I do, than I have ever done; it is a far, far better place that I go to than I have ever known.” [A Tale of Two Cities’, Charles Dickens]. Any other prefered endings?