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Cotone fulminante

Mettiamo insieme cellulosa, acido nitrico ed acido solforico (ovviamente tutte cose abbiamo sotto mano in questo momento), quello che otteniamo è un composto esplosivo ben noto come trinitrocellulosa (nitrocellulosa ad alto contenuto di azoto).

Precursore della dinamite l’esplosivo è in giro del 1845 ed ha dato vita ad una pletora di derivati più o meno stabili e quindi di successo.

E’ un esplosivo in qualche modo controllabile e versatile ed il suo essere noto, fabbricabile, gestibile da lungo tempo negli usi più disparati (flash delle prime macchine fotografiche, propellente delle cartucce nelle armi da fuoco, trucchi di magia, etc.) ha anche consentito il sedimentarsi nella lingua (beh, non proprio quella di tutti i giorni) della contrazione delle due parole; cotone fulminante è quello che chiamiamo in gergo (??) fulmicotone.

Espressione decisamente dal sapore retrò, di non largo uso, di non facile contesto, ma ovviamente (IMHO) bellissima. Qualcosa al fulmicotone è qualcosa di brillante, velocissimo, esplosivo, impetuoso, dotato di grande potenza.

I soci del Gun Club, associazione americana di artiglieri con sede a Baltimora, annunciano di aver inventato un cannone capace di sparare un proiettile in grado di raggiungere la Luna. Il progetto prevede che il proiettile sia di forma sferica, costruito in alluminio, e che il dispositivo di lancio, un’enorme bocca in ghisa scavata nel terreno, utilizzi come detonatore il Fulmicotone (o Nitrocellulosa). Mentre i più illustri scienziati discutono la questione, da tutto il mondo piovono sottoscrizioni per finanziare l’impresa.
[Jules Verne, Dalla terra alla luna, 1865]

Affascinato; giusto il tempo di incantarmi in un’altra giornata al fulmicotone (ma, purtroppo, solo nel senso di oberata da impegni, non di brillante).

WU

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Durlindana

Dal latino, forse ( e già l’etimo incerto mi motiva nel continuare a bighellonare a riguardo), durus=duro.

Per il ciclo parole che non sappiamo neanche più pronunciare. Eppure Durlindana ha, ovviamente IMHO, un suono bellissimo proprio come parola, oltre ad una storia affascinante e misteriosa.

Dobbiamo pescare fra le tradizioni del ciclo carolingio per cercare l’origine del termine ed il suo significato.

La spada più affilata mai esistita

La Durindana, Durindarda, Durendala, Durandal è quella spada mitica forgiata da Weland il fabbro; leggendario mastro fabbro (un po’ malvagio e un po’ stregone) che compare nelle leggende e nelle tradizioni di diversi paesi nordici.

Welund tasted misery among snakes.
The stout-hearted hero endured troubles
had sorrow and longing as his companions
cruelty cold as winter – he often found woe
Once Nithad laid restraints on him,
supple sinew-bonds on the better man.
That went by; so can this.

Leggende alternative (nella Chanson de Roland) narrano invece che la spada, non a caso detta anche spada di Orlando, sia stata donata a Orlando proprio da Carlo Magno, che l’avrebbe a sua volta ricevuta in dono da un angelo (storie alternative parlano di Ettore di Troia anche se nell’Iliade non c’è cenno alla spada). E qui la faccenda si complica e si fa ancora più interessante; lo stesso poema vuole che nell’elsa della spada fosse contenuto un dente di san Pietro, del sangue di san Basilio, alcuni capelli di san Dionigi e un lembo di veste di Maria (basta?).

E’ la spada con cui Orlando combatté a Roncisvalle e sterminò pletore di Baschi prima di morire egli stesso e nel disperato tentativo di distruggere la spada per evitare che cadesse in mani nemiche generò la breccia di Orlando (una gigantesca spaccatura naturale, larga 40 e alta 100 metri nei Pirenei) all’impatto con la roccia.

E come le migliori leggende, la storia della Durlindana non ha fine. Ai giorni nostri la spada esisterebbe ancora e sarebbe conservata (praticamente in bella vista) a Rocamadour (… e dove se non in Francia), incastrata in una parete rocciosa.

Durlindana.png

Tornando ad una più prosaica quotidianità, se oggi usassimo (seppur per gioco) questo termine sarei molto meno combattuto nell’usare l’equivalante inglesismo dilagante.

WU

Orologio dell’apocalisse

Che ore sono? Cioè: quanto manca alla fine del mondo? Non che ogni volta che chiediamo l’orario (no, se lo leggiamo da soli non vale 🙂 ) pensiamo che il mondo stia per finire, ma in base al periodo ed alle persone ci potrebbe essere un doppio scopo…

Allora, nel 1947 (in piena Guerra Fredda) i membri del Bullettin of the Atomic Scientists (Bas) hanno inventato un orologio la cui mezzanotte rappresenta simbolicamente la fine del mondo ed i minuti che ad essa mancano danno una misura del rischio che stiamo correndo. Diciamo che è una specie di misura del tempo che manca a concretizzare il giorno del giudizio, in origine inteso come una catastrofe mondiale autoindotta. Ovviamente per la natura stessa dell’orologio crisi troppo brevi e veloci non vengono neanche registrate: meno male.

L’orologio in questione è stato mosso fin’ora ben 21 volte sia in avanti (ci stiamo avvicinando, si salvi chi può) sia indietro (disfate pure le valide e dissotterrate i bunker). Ogni spostamento ha fatto seguito allo sviluppo di armi nucleari, accordi e disaccordi politici, cambiamenti climatici, sviluppi tecnologici potenzialmente letale, etc.

Gli estremi delle lancette sono stati i 17 minuti del 1991 (l’anno in cui USA ed URSS firmarono gli accordi per la riduzione della armi di distruzione di massa, l’anno del definitivo collasso dell’Unione Sovietica) ed i soli 2 minuti del 1953 (anno in cui sia USA che URSS si sono dotate di bombe ad idrogeno e la guerra fredda era più viva che mai).

DoomsdayClock.png

Dal 2016 l’orologio segna soli 3 minuti a mezzanotte (come nel 1983 quando USA e URSS si rinttuzzavano malamente). E la decisione del Science and Security Board del Bas per questo 2017 è di spostarlo in avanti di 30 secondi.

For the last two years, the minute hand of the Doomsday Clock stayed set at three minutes before the hour, the closest it had been to midnight since the early 1980s. In its two most recent annual announcements on the Clock, the Science and Security Board warned: “The probability of global catastrophe is very high, and the actions needed to reduce the risks of disaster must be taken very soon.” In 2017, we find the danger to be even greater, the need for action more urgent. It is two and a half minutes to midnight, the Clock is ticking, global danger looms. Wise public officials should act immediately, guiding humanity away from the brink. If they do not, wise citizens must step forward and lead the way. See the full statement from the Science and Security Board on the 2017 time of the Doomsday Clock.

Tensioni fra tra USA e Russia, perdurare dei conflitti in Ucraina ed in Siria, attriti Russia-Turchia, modernizzazione degli arsenali nucleari di “paesi a rischio” (leggi Corea del Nord, qui), anno più caldo dal 1850, record di gas serra ed amenità simili lasciano immutato e molto alto il rischio della fine del mondo.

In attesa dei dodici rintocchi.

WU

PS. Mi chiedo solo se, nello sventurato caso del doomsday, faranno in tempo a far scoccare la mezzanotte prima che sia troppo tardi anche per loro stessi.

Century Camp

Facciamo un po’ di complottismo. Ma poi neanche più di tanto; dato il periodo storico in cui viviamo le notizie che seguono non mi sorprendono più di tanto… almeno finché non si inizia a parlare di alieni.

Correva l’anno 1959, piana Guerra Fredda, e mentre gli URSS avevano Cuba per poter lanciare missili balistici nucleari sul territorio americano, gli Americani non avevano nulla. E come sappiamo la cosa non va assolutamente a genio ai nostri compari d’oltreoceano.

Allora c’era la Groenlandia, sufficientemente vicina al territorio russo e sufficientemente deserta da non destare troppe domande. Il fatto che non era territorio americano poteva essere un problema secondario.

2000 m sul livello del mare, nel nord ovest dell’isola, gli USA si decisero ad istallare la loro nuovissima e segretissima base militare con lo scopo ufficiale di

to test various construction techniques under Arctic conditions, explore practical problems with a semi-mobile nuclear reactor, as well as supporting scientific experiments on the icecap.

Il risultato? 3 km di tunnel sotto il ghiaccio, 200 “abitanti” (in realtà il termine è molot appropriato dato che nella base c’erano anche ospedali, negozi, teatri, etc. etc.). Ed ovviamente un reattore nucleare.

Testate nucleari, pare, mai. Il motivo fu che dopo un paio d’anni di ricerche gli americani si accorsero che il movimento del ghiaccio era molto più veloce di quanto si aspettassero ed i tunnel della base erano a rischi crollo. Il progetto terminò nel 1966 con l’evacuazione degli abitanti e la rimozione del generatore nucleare.

CenturyCamp.png

E questa è la storia. Ma la storia continua anche senza l’uomo ad abitare quei tunnel. Nel 1966 la base era coperta da 35 m di ghiaccio e tutti (gli Americani) erano confidenti (o si fecero convincere in virtù di motivazioni economiche che posso facilmente immaginare) che il ghiaccio avrebbe sepolto e nascosto tutto ciò che rimaneva della base. E ciò include, a parte il segreto militare, anche le scorie radioattive, gasolio, acque di scarico ed amenità varie. Beh, c’è da dire che “riscaldamento globale” non era neanche un termine sensato alla fine degli anni ’60.

Bene, oggi i metri di ghiaccio che celano il tutto si sono ridotti da 35 ad 8 e se il trend del riscaldamento climatico globale resta quello attuale, entro il 2090 avremo tutto alla luce del sole. Soprattutto considerando che oggi le abbondanti nevicate riescono a ricomporre un po’ dello strato di ghiaccio, ma la cosa è destinata a non continuare oltre questo secolo.

Retroscena militari a parte la questione sicurezza dell’impianto dismesso è tutt’altro che chiusa. Seppellire il passato, invece che risolverlo, è difficilmente una buona idea. Ed il fatto che i cambiamenti climatici/ambientali generati da una generazione possano essere il problema di un’altra è la cosa che mi inquieta di più.

WU

PS. Ed a completare l’alea di mistero della base e tutti gli occultamenti che sono stati fatti (a scapito dell’ambiente):

Details of the missile base project were secret for decades, but first came to light in January 1995 during an enquiry by the Danish Foreign Policy Institute (DUPI) into the history of the use and storage of nuclear weapons in Greenland.

Armamenti Nord Koreani

Un ottimo modo di prepararci alla prossima guerra nucleare USA-Korea (su quella del Nord, ma non me lo fate specificare ogni volta… la colpa è sempre dei comunisti 😀 ) è quello di andare a spulciare fra le potenzialità belliche che il conflitto metterebbe in campo. In fondo a che serve avere un bel gioiello se non puoi sfoggiarlo?

E la polveriere mondiale Koreana di gioiellini da esibire ne ha un certo numero (quelli USA li abbiamo già visti più volte, quindi è più interessante a vedere di aprire cassetti non ancora sventolati dinanzi a tutti). Questa interessantissima infografica fa sostanzialmente al coso nostro.

koreamissiles.png

Allora, per noi europei (come se i non-europei non contassero) iniziamo ad avere problemi da dal numero 7 in poi. Sostanzialmente sono i due sistemi a lungo raggio a fare paura. Certo, se poi gli vai a mettere una portaerei armata fino ai denti sotto il naso posso farti comunque male, ma se cerchi vie più pacifiche di farli ragionare e questi non dovessero accettare, hanno un paio di opzioni “deliziose”.

Il NK-08/14 ed il TAEPODONG 2 sono i due principini del sistema di difesa a lungo raggio Koreano. Come scopriamo da questa tabella, tuttavia, il KN è dato ancora come “in sviluppo”, mentre (ahimè) il TAEPODONG-2 come operativo (beh, ma in fondo è solo uno su nove, di che ci preoccupiamo… ?).

koreamissilestable.png

E con 15 000 km di portata fa (può fare) veramente male. Ovviamente del gioiellino si sa tanto poco quanto nulla; per dirlo alla wiki:

Lo stesso nome “Taepodong-2” è stato coniato da servizi segreti al di fuori della Corea del Nord che presumono si tratti del successore del Taepodong-1. Il primo stadio del missile è spinto da un propellente liquido (carburante TM-185 e ossidizzante AK-27I)

La “fortuna”: l’affidabilità di tali sistemi non è affatto provata e “esperti internazionali” (no, dai, non sbellicatevi) giurano che non sia alta. Che culo!

North Korea has also made strides towards long-range missile technology under the auspices of its Unha (Taepo-Dong 2) space launch program, with which it has demonstrated an ability to put crude satellites into orbit. North Korea has displayed two other long-range ballistic missiles, the KN-08 and KN-14, which it claims have the ability to deliver nuclear weapons to U.S. territory, but thus far these missiles have not been flight tested

A corredo di queste elucubrazioni rimane solo da aggiungere che la Korea ha anche un ritmo crescente (quasi esponenzialmente) di test missilistici (circa 25 nella prima parte del 2017) ed è ad oggi l’unico paese ad aver esploso un congegno nucleare in questo secolo.

Un po’ di allarmismo per tenerci allenati.

WU

MOAB

Tendo a non parlare di attualità. Almeno non di ciò che tutti tanto leggiamo/ascoltiamo in ogni caso (quasi per caso e senza interesse) ogni giorno. Non lo faccio per evitare di dare troppo o troppo poco peso a gesti/azioni/vite per i quali porto grande rispetto.

Ad ogni modo, se mi dicono “la bomba più potente a parte quelle nucleari”, la curiosità sfugge al mio raziocinio e goooooooglo per MOAB.

“Massive Ordnance Air Blast” oppure “Mother Of All Bombs”, poco cambia, l’acronimo rimane inalterato così come il suo effetto psicologico.

Un bella bestia da circa 11 tonnellate (circa 11 utilitarie per intenderci) zeppa di esplosivo ad alto potenziale per circa il 90% della sua massa. E’ così pesante che è una di quelle bombe a caduta libera, sganciata da carrelli posti nella pancia dei bombardieri e non una di quelle bombe “tattiche” sub-alari.

La simpatica amichetta non esplode al contatto con il suolo, ma (come tutte quelle bombe che sono disegnate per fare danni ad ampio raggio) poco prima dell’impatto così da aggiungere alla detonazione dell’esplosivo anche l’effetto delle onde d’urto. 150 metri di raggio d’azione e controllo tramite GPS completano il bestio.

Ed, ovviamente, vediamo un po’ il prezzo di listino dell’ordigno: fin’ora pare sia stato fatto un’unico ordine per 4 MAOB alla modica cifra di 14 600 000 di dollaroni (mooolto più delle 11 utilitarie di cui sopra) e la prima delle quattro ad essere state usate è stata sganciata ieri in Afganistan (non sono uno stratega militare, ma spero vivamente ne sia valsa la pena).

Se la nostra guerra al terrorismo la combattiamo così abbiamo già perso.

WU

PS. Link ed immagini non ne metto, volutamente. Se scrivete oggi MOAB su Google avrete tonnellate di risultati sul recente “attacco”. Tra un mese avrete solo un ricordo (speriamo) di questi risultati. Altra cosa che dovrebbe motivarmi a non pubblicare nulla a riguardo (e la cosa vale anche per tutte le altre volte in cui volutamente mi astengo).

Stanislav Petrov

Raccontiamoci quest’altra storia. La storia di un’altra di quelle persone che (forse) non conosciamo e che comunque non fa parte della memoria storica collettiva, ma che purtuttavia porta sulle spalle un po’ il destino di tutti noi.

Colonnello dell’Armata Rossa, nell’Unione Sovietica ai tempi della Guerra fredda non fu quello che si dice un soldato modello volendo dare al termine l’accezione di “un burattino che eseguiva pedissequamente gli ordini”.

Correva l’anno 1983. Il 26 settembre più precisamente. Attorno alla mezzanotte il nostro colonnello era di guardia presso la stazione radar di Serpukhov-15, vicino Mosca.

Erano gli anni in cui la guerra fredda era all’apice. In cui il terrore del conflitto nucleare teneva svegli la notte. In cui un jet civile coreano (con 269 persone a bordo VISTO ed affiancato da chi sganciò la bomba) veniva abbattuti per aver violato lo spazio aereo sovietico. In cui vigevano rigidi e catastrofisti protocolli militari che dicevano “se avete dubbi: bombardate”.

I radar della stazione diffusero il messaggio che nessun ufficiale avrebbe voluto vedere: “Missili termonucleari americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Urss nel giro di 30 minuti”. A me gela ancor ora il sangue nelle vene al sol pensiero e posso solo immaginare come si sia sentito il nostro colonnello davanti a quell’annuncio.

La procedura in questi casi, neanche a dirlo, prevedeva di rimandare al mittente pari dono. Per cui il compito del colonnello era “aprire il fuoco”. Con buona pace della terra e dell’umanità come la conoscevamo (e conosciamo).

Ma fortunatamente almeno i colonnelli i russi li sapevano scegliere (di certo non lo facevano tramite colloqui o test psicoattitudinali) e Stanislav non premette prontamente il “bottone rosso”.

Nei minuti che seguirono la mente del colonnello fu un fremito di idee ed emozioni. Incredulo che il nemico avesse davvero fatto quel passo puntò il dito sul sistema di controllo radar. Doveva essersi sbagliato. Rifiutò la procedura e scommise sulla verifica del software. Il sistema continuava a dare i missili come in arrivo. Bisognava dare l’allarme oppure fidarsi del proprio istinto (durante una guerra praticamente tutta psicologica).
Gli addetti del posto di controllo dovevano esser paralizzati ed in attesa di un cenno da parte di Petrov.

Lui continuò con i suoi nervi fermi ed il suo istinto (fortunatamente). Giù di controlli software da farsi superando livelli e livelli di protezione, con l’angoscia di chi forse si sta sbagliando ed a cui restano pochi minuti di vita (scena degna dei migliori film action).

Deve esser stata la mezz’ora più lunga della sua vita; uno di quei momenti per cui vale la pena vivere ed aver vissuto.

La storia gli diede ragione. Nessun missile targato Reagan cancellò l’Urss quella sera (e mai finora). Il sistema di controllo era stato ingannato dai riflessi di luce sulle nubi (un baco effettivamente un po grossolano…).

Non arrivò nessuna medaglia o menzione di merito (anzi, fu richiamato per non aver eseguito gli ordini), e solo all’estero, anni dopo la fine della guerra Petrov ricevette i meritati riconoscimenti. Un eroe umile (che pare un gracile vecchietto nelle foto) che non ha bisogno di qualche pezzo di carta o di metallo per sentirsi Uomo.

WU

PS. Chissà come si vive e come ci si sente ad esser coscienti di aver salvato (questa) umanità.

PPSS. Non metto link specifici, vi basta googlare il nome del colonnello per vedere come ora più o meno tutti gli siamo grati…