The Ocean Dam

Correva l’anno 1956, si pensava in grande. In tutto il mondo. E l’Unione Sovietica pensava veramente in grande (non che ora non lo faccia, sia chiaro), tanto lo spazio sembrava lontano…

Il piano super segreto del URSS di quell’anno era qualcosa che oggi stiamo vedendo. E non per mano loro (questa volta mi sento di placare subito gli spiriti complottisti).

Sciogliamo i ghiacciai. Riscaldiamo i mari.

Il progetto originario era appunto quello di… accelerare il riscaldamento globale per sciogliere il ghiaccio dell’artico fino a liberare gran parte dell’acqua contenuta nelle calotte polari. Come? Beh, semplicissimo, costruendo una diga nell’oceano, ovvio no?!

Il mega-progetto, infatti, prevedeva la costruzione di una iper-diga sullo stretto di Bering. 88 km di diga (alla faccia! come dire una diga che va da Bologna a Parma!). I flussi di ghiaccio e tutte le correnti fredde dell’artico sarebbero state intrappolate a nord della diga consentendo alle correnti calde di portare l’acqua calda più a nord.

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Praticamente un muro fra Siberia ed Alaska avrebbe permesso ai russi di avere le loro coste ben più miti (mi immagino il pullulare di stabilimenti balneari sulle coste della Siberia…). Come se non bastasse una mega centrale nucleare da due milioni di kilowatt sarebbe stata installata per pompare acqua calda oltre la diga creando una sorta di corrente del golfo artificiale riscaldando un po’ tutto l’artico. Praticamente si trattava del primo progetto di cambiamento climatico globale che doveva modificare definitivamente il clima di nord America, nord Asia e nord-est Europa… rendendo il tutto un immenso prato verde.

Il mare del Giappone si sarebbe dovuto riscaldare attorno ai 35 gradi fino alle coste della Korea. La diga sarebbe stata profonda massimo 30 piedi ed ovviamente progettata per resistere sia all’acqua che agli iceberg.

Il piano era pazzesco (e, secondo me e con un po’ di senno di poi, fatto più che altro per propaganda che perché vi si credesse davvero), ok. Ma c’è di peggio. Gli Americani lo giudicarono fattibile. Il governo degli Stati Uniti, infatti, considerò seriamente la proposta investendo risorse e tempo nel capire i rischi ed i costi. Alla fine si convinsero (loro e prima di loro i Russi) che il costo del progetto sarebbe stato smisurato ed il tutto fu accantonato (…e meno male, una volta tanto, che esiste il Dio Denaro!).

Ringrazio, in questo caso, la storica mancanza di collaborazione fra Russi ed Americani.

WU

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Cancella il tempo!

Sommarøy è li da sempre, anche se “sempre” è un concetto che potrebbe non più applicarsi all’isola stessa, ed ai suoi abitanti. Beh, forse così è un po’ eccessivo, ma l’idea degli isolani (non ho idea di come si chiamino gli abitanti di Sommarøy) stuzzica la fantasia.

Siamo in Norvegia, a nord della Norvegia, vicino il circolo polare artico dove lo scandire delle giornate in base alle fasi del sole e quanto meno discutibile. L’isola, e con essa i suoi residenti, trascorre circa due mesi l’anno (69 giorni, per la precisione) nell’oscurità più totale, mentre in estate c’è luce 24 ore al giorno per altri due mesi. Nel 2019 il sole non tramonta dal 18 maggio al 26 luglio…

Si può tranquillamente prendere un caffè alle 4 di notte, andare a dormire verso le 13 oppure portare i bimbi al parco verso le 5 del mattino. Il concetto di orari, intesi come consuetudini e riti che, ciascuno a modo suo, compie, perde sicuramente di significato. Libera l’orario!

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Da qui la petizione (perché per il momento è di questo che si parla) certamente singolare presentata dagli abitanti dell’isola al governo: essere la prima time-free-zone al mondo. Un posto non fuori dal tempo, non con fusi orari pedonalizzati, ma proprio senza tempo. Al bando gli orologi!

I dubbi (ovviamente e meno male) non mancano; anche se la petizione è stata sottoscritta dalla maggior parte degli abitanti dell’isola (che ammontano alla bellezza di 350 unità) vi è una minoranza ancora dubbiosa. Non che anche loro non vadano a fare la spesa alle due di notte, ma il dubbio è che “rimuovendo il tempo” si potrebbero compromettere le attività produttive e commerciali dell’isola. Come si regolerebbe l’apertura e chiusura dei locali e delle strutture ricettive? Ah, va detto che il turismo è una delle principali fonti di reddito dell’isola… fuori dal tempo (forse), ma non fuori dal mondo.

Personalmente vedo la parte pratica della questione abbastanza fattibile e per certi versi anche interessante (sono certo richiamerà ancora più turisti), mentre vedo un po’ più complesso affrontare tutti gli aspetti filosofici (e potenzialmente emulativi) di una decisione del genere. Siamo veramente pronti o è questione di tempo?

WU

PS. La petizione è già diventata una “trovata” infatti diversi turisti si sono già spinti ad “abbandonare” i propri orologi sulla passerella di sbarco all’isola… alla stregua dei lucchetti di ponte Milvio, giusto?

Turritopsis dohrnii, un ossimoro vivente

C’è che dice di voler vivere per sempre, chi non ci pensa neanche (il sottoscritto) e chi lo fa e non lo pubblicizza più di tanto.

Sto farneticando sulla Turritopsis dohrnii, un piccolo bestio marino (Hydrozoa, per i puristi) che non misura più di pochi cm eppure è in grado di fare qualcosa che fa gola a tanti, tantissimi (che di Hydrozoa non hanno nulla): ringiovanire.

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Sono tecnicamente una sorta di meduse in grado di ringiovanire riportandosi ad uno stato di maturità sessuale antecedente al loro stato attuale. Il che biologicamente vuol dire… ringiovanire. La medusa, inoltre, è anche l’unico essere vivente (noto finora) che è in grado di invertire il proprio sviluppo anche allo stadio maturo adulto… eccezione più unica che rara dato che anche altri medusini sono in grado di invertire la propria maturità sessuale ma solo fintanto che le gonadi non sono pienamente sviluppate (ovvero fintanto che non sono proprio completamente sessualmente maturi).

Alla base del meccanismo di inversione sembra possa esserci quella che si chiama “in gergo” transdifferenziazione cellulare; ovvero un fenomeno in cui le cellule, sottoposte a determinati stimoli ambientali (stress nel caso della Turritopsis dohrnii), riacquistano una sorta di totipotenza (tipo staminali) propria dell’età giovanile. La medusina inizia a non esser più trasparente, a riassorbire i tentacoli e ad assumere una forma a quadrifoglio tornando a sembrare, comportarsi, essere biologicamente in tutto e per tutto simile ad un polipo di quelli presenti in un uovo appena fecondato. Magia.

La storia di questa “scoperta” è un chiaro esempio di serendipity. Un giovane biologo marino in una sorta di routinaria esplorazione (delle acque antistanti Rapallo, per la cronaca) stava catalogando Hydrozoa. La medusa fu trasportata, come tanti altri campioni della sua specie, in un acquario per studiarla. Le condizioni dell’acquario non erano, però, ottimali. La medusina fu sottoposta ad un inaspettato stress che la fece “invecchiare” precocemente, tant’è che il giorno successivo quando il biologo l’andò a prelevare per studiarla vi trovò un piccolo polipo (stadio procedente del suo sviluppo sessuale).

Il ciclo di ringiovanimento potrebbe essere effettivamente infinito (ma davvero allora la morte non tocca a tutti?). Il fatto che le medusa tenda a ringiovanire non significa, ovviamente, che è immortale. In particolare in cattività sopravvive poco e male (il record è qualcosa attorno ai due anni) ed è vittima di parecchi predatori. La troviamo un po’ ovunque, e soprattutto, nel mediterraneo e la ignoriamo regolarmente… almeno in questo la medusa non ci smentisce. Chissà se ci comporteremmo, e come percepiremmo il futuro, se ci fosse data questa possibilità. Questo parallelismo è fin troppo facile…

WU

La tomba, che cede, nell’atollo esplosivo

Lo avrete di certo sentito: facevamo (beh, uso il noi solo per via della percentuale di DNa che condivido con chi lo ha effettivamente fatto) test nucleari nel pacifico quando pensavano a come mettere la parola fine alla WWII e come impostare quella che sarebbe poi stata la guerra fredda fra Russia e USA. Come ogni buon test nucleare che si rispetti, anche le bombe, bombette, detonazioni e giochini vari fra il 1946 ed il 1958 hanno lasciato dietro di loro un bel po’ di scorie nucleari.

Un bel po’ è un eufemismo: stiamo parlando di 85.000 metri cubi di scorie che hanno, ancora oggi, una specie di “potere distruttivo equivalente” a 1,6 bombe di Hiroshima, al giorno, tutti i giorni, per dodici anni. Amen.

Beh, l’idea geniale che è venuta agli Ammericani, nel 1979, fu quella di sfruttare il cratere lasciato da una di queste esplosioni per depositare un po’ tutte le scorie che avevano lasciato in giro. Il cratere si trovava nelle Isole Marshall, nel pacifico. Più precisamente nell’atollo di Enewetak dove ora sorge una vera e propria tomba. Ah, qui viveva qualche centinaia di persone all’epoca dei test che venne semplicemente “deportata” sun un qualche altro disabitato isolotto, ma non possiamo certo fermare il progresso, no?

Un sarcofago che racchiude tutte queste ceneri (che non sono affatto spente) del delirio nucleare dell’epoca costruito da 358 pannelli spessi 45 centimetri di cemento che avrebbero dovuto nascondere il ricordo di quegli esperimenti per i secoli a venire.

La natura ha fatto il suo facendo crescere una folta vegetazione tutto attorno alla tomba, quasi a nasconderla anche al ricordo (anche se gli abitanti dell’atollo sanno di convivere con una polveriera), ma anche il tempo ha dato il suo apporto…

I pannelli stanno infatti cedendo.

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Già da una prima ispezione nel 2013 si erano notati segni di deterioramento nella copertura della tomba; cedimenti poi recentemente confermati dal segretario generale delle Nazioni Unite (quindi, almeno in teoria, uno che dovrebbe sapere come stanno effettivamente le cose… e tipicamente sono peggio di come ce le propinano).

Ma questo è in fondo solo la punta dell’iceberg, dato che la cupola della struttura “protegge” solo una percentuale irrisoria delle scorie che permeano comunque attraverso il cratere. Il fondo della tomba è infatti un cratere nucleare ed è instabile e permeabile. Non è un caso ce le e palme da cocco che crescono sull’isola già presentano tracce di Cesio-137, un isotopo radioattivo.

Evidentemente costa troppo sigillare per bene le scorie. I test avevano dato il loro contributo alla scienza, bisognava investire nel prossimo passo; chi avrebbe pagato per gli “errori”? Beh, come la storia spesso ci insegna, nessuno.

Io, che non vivo nell’isola, percepisco quest’ufo nascosto fra la vegetazione ed a rischio crollo come il (uno dei?) anello di collegamento fra l’epoca nucleare e l’epoca della sensibilizzazione al cambiamento climatico; ora ci stiamo accorgendo che è tardi, non credo si possa sempre tornare indietro. Il cedimento della struttura (oltre a confermare il nostro vero interesse nei confronti di Madre Natura) mi suona anche come simbolo delle crepe nella nostra cieca fiducia nei confronti del progresso tecnologico.

WU

PS. Per “sdrammatizzare” ci metterei questa canzone qua.

La baia, il battello e la foresta

Homebush Bay a Sydney (si, dove abbiamo speso soldi e coltivato speranze con lo stadio delle olimpiadi del 2000), è una baia immersa nella natura in cui l’uomo non si è potuto esimere dal lasciare la sua impronta. La baia è infatti diventata una sorta di cimitero di scafi di navi catturate ad abbandonate durante la seconda guerra mondiale (rifiuti tossici, versamenti, inquinamento, etc etc, lo devo sottolineare?) ormai in disuso abbandonate al loro destino ed agli agenti atmosferici. Fin qui sembra quasi che non vi sia nulla di strano, se non fosse che la vendetta migliore della natura è l’ironia.

La SS Ayrfield era un battello a vapore di quasi 80 metri e 1140 tonnellate, costruito nel 1911 a Newcastle. L’imbarcazione era in origine impiegata per il trasporto del carbone fra Newcastle e Sydney fino alla seconda guerra mondiale quando fu adoperata per trasportare i rifornimenti alle truppe americane nell’Oceano Pacifico. Nel 1972 fu portata nella baia (già destinata a far marcire gli altri relitti) per essere smantellata; le operazioni di demolizione evidentemente non furono mai concluse e lo scafo fu lasciato semplicemente li.

Nel suo scafo arrugginito, nell’ultimo secolo, una lussureggiante foresta di mangrovie ha deciso di regalarci un insolito (ed un po’ spettrale) spettacolo. Come una sorta di “il mondo dopo l’uomo”, si vede ora la rivincita della natura che si è appropriata dei resti della nave creando un nuovo ecosistema di quella che è, tecnicamente, una foresta galleggiante.

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Oggi facciamo (finta ?) di aver dimenticato il disastro ecologico (e ci consoliamo un po’ vedendo che in qualche modo Madre Natura, che si è comunque ripresa il possesso dei nostri abbandoni, se la cava sempre) e vediamo la foresta galleggiante come una meta turistica. La verità, IMHO, è che abbiamo una memoria troppo corta, specialmente per le cose che vogliamo dimenticare ed anche quando abbiamo dinanzi emblemi che dovrebbero farcele ricordare riusciamo comunque ad consolarci tuffandoci nel bello che ci circonda.

Abbiamo messo insieme (beh, diciamo in relazione, una baia, un battello ed una foresta in quella che però non mi sembra esattamente una fiaba alla Esopo…

WU

Skypunch

In questi giorni nuvolosi guardo spesso il cielo vestendomi da bambino per vedere se riesco ancora ad immaginare qualche figura delineata dalle nuvole in cielo oppure se ogni mio connotato infantile si è estinto. Rimango spesso sorpreso, un po’ di sforzo ma in fondo soddisfatto.

Ad ogni modo, guardando una di queste nubi negli scorsi giorni ho notato una sorta di bucone nel centro di una di queste dalla forma vagamente circolare. Partendo da questo ricordo (ah, per la cronaca, la nube bucata mi ricordava vagamente una mezza forbice) mi sono imbattuto nel Fallstreak hole.

Si tratta effettivamente di questo fenomeno da “nube bucata” che si verifica quando la temperatura dell’acqua nella nube è al disotto di quella di congelamento, ma l’acqua in uno stato sopraffuso (raffreddata al di sotto della sua temperatura di solidificazione, ma senza che sia effettivamente solida) non si è effettivamente congelata (in genere per la mancanza di punti di nucleazione del ghiaccio). Quando i cristalli di ghiaccio iniziano a formarsi una sorta di effetto domino fa evaporare velocemente l’acqua ancora liquida e fa velocemente formare cristalli di ghiaccio. Il risultato è che la parte di nuvole circostante “evapora” lasciando il buco ed i cristalli di ghiaccio (se presenti in concentrazione non troppo elevata) crescono fino al punto di cadere (e diventare dolci e rade goccioline di pioggia).

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Di solito questi buchi si formano quando vengono introdotti dei cristalli di ghiaccio in questi ambienti sottosaturi per l’acqua liquida, ma supersaturi per il ghiaccio; ad esempio in seguito a forti raffiche di vento in quota o dopo il passaggio di un aereo. I ghiacciolini così introdotti si trovano circondati da goccioline supraffuse e causano l’effetto domino di cui sopra che ci lascia visibili buconi (the Bergeron process); praticamente fungono da punti di nucleazione per ghiaccioli che crescono sempre di più facendo velocemente congelare le gocce d’acqua vicine, finché una parte di nube “si consuma” ed il ghiacciolo precipita lasciando una hole punch cloud.

Formazioni del genere sono spettacolari se viste da satellite (beh, avete ragione, vista da lissù un po’ tutta questa Terra sembra spettacolare…). Ovviamente non voglio dire che fenomeno atmosferici del genere vengono facilmente (e volentieri) scambiati per segni di qualche intelligenza extra qualcosa (ma l’ho appena detto).

Mi da un po’ l’idea di una ferita nelle nuvole o di una forma d’arte di Madre Natura.

WU

Vulcan Point: geografia ricorsiva

L’isola dentro al vulcano che è dentro l’isola che è dentro il vulcano.

Non è uno scioglilingua, anche se sembra. E comunque è una di quelle cose che devo leggere almeno un paio di volte… Ad ogni modo sto parlando di una piccola isola lacustre delle Filippine. Disabitata, piccolina, ma con una “frattalica proprietà”.

L’isola è contenuta all’interno del Crater Lake, questo lago è all’interno della caldera del cratere (da cui il nome?!) del vulcano Taal. Il vulcano è in realtà un’isola (da cui il nome?!) che sorge all’interno del Lago Taal. E sapete dove si trova il lago Taal? Beh, ovviamente, sull’isola di Luzon, la principale dell’arcipelago filippino.

VulcanPoint.png

In questa specie di geografia a scatole cinesi, il Crater Lake è anche il più grande lago al mondo su un’isola in un lago che a sua volta si trova su un’isola (e sarei proprio curioso di sapere quanti posti al mondo ci sono con questa caratteristica…).

La natura vulcanica della situazione è indubbia, ma di certo Madre Natura si è divertita non poco in questo caso. L’evoluzione a lungo termine della conformazione non è chiara, ma non mi aspetto che “le isole a scatole cinesi” sopravvivano al prossimo sconvolgimento tellurico a cui la zona è soggetta. Il vulcano Taal è altamente attivo (il secondo più attivo delle Filippine) e fa anche dignitosamente parte del “cerchio di fuoco” del Pacifico.

Un’isola del terzo ordine, insomma. Mi intriga forse più l’idea che il posto in se. Sono certo rimarrei deluso se lo vedessi…

WU

PS. Mi ricorda questa

Mola Tecta: grosso grosso, elusivo elusivo

Mi affascina pensare che ancora al giorno d’oggi, in cui crediamo che la razza umana abbia conquistato il globo, si possano continuare a scoprire nuove specie animali. E non sto parlando del mico-ragnetto rinchiuso nella torre più alta del castello più scuro circondato da un fossato di lava, ma di un bestio (per giunta vertebrato…) da migliaia di chili che ha verosimilmente nuotato sotto i nostri piedi e le nostre navi più e più volte.

La Mola Tecta è un parente prossimo del comune pesce luna (dallo stranamente simpatico nome scientifico di mola mola…) che però misura fino a tre metri di lunghezza per più di due tonnellate di peso. Il che lo rende il più grande pesce osseo del pianeta (beh, non è che ci eravamo persi un dettaglio…). Si è nascosto per quasi tre secoli “confondendosi” (neanche lo facesse di proposito) fra i suoi parenti più prossimi… l’ultima volta che si classificò un nuovo pesce luna avvenne ben 125 anni fa.

Il Mola Tecta, proprio come il pesce luna, ha una forma vagamente ovoidale schiacciata sui lati con una bocca allungata in cui i denti sono fusi in un’unica specie di becco (praticamente un “disco nuotante”).

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Non è ben chiaro quale sia il suo habitat: sappiamo che vive (e pesca) in acque profonde, ma fin’ora è stato ritrovato un po’ in tutto il globo. Predilige le acque fredda (a differenza del mola mola) e si dovrebbe nutrire di organismi gelatinosi (tipo le meduse).

Il pesciolone è di indubbie dimensioni ed il fatto che sia rimasto celato alle nostre catalogazioni lo avvolge di un’aurea di mistero. Poi ci aggiungiamo che lo abbiamo rinvenuto anche dove non avremmo mai pensato e che poco sappiamo delle sue abitudini ed il risultato è che torniamo a dirci che vi sono ancora molti misteri sotto i nostri piedi e dovremmo forse essere un po’ più umili quando disponiamo delle sorti di questo pianeta.

WU

PS @22.03.19: neanche a farlo apposta pare che il pesciolone abbia nuovamente facco capolino sulle spiagge australiane lasciando, ancora una volta, con gli occhi sgranati coloro che lo hanno rinvenuto. Che i recenti e stranamente frequenti “spiaggiamenti” del mola mola di questi tempi siano veramente indice di qualche cambiamento (climatico anche nelle acque profonde?)?

Ambra di bile

Ma voi sapevate che una delle sostanze più ambite di tutta la filiera (multimilionaria) dell’industria profumiera e niente po’ po’ di meno che … bile di balena?

Che i profumi impieghino sostanze che prese singolarmente sono al limite fra il disgustoso ed il quasi disgustoso è cosa ben nota (no?!), ma che uno degli ingredienti chiave derivi proprio dalla bile dei cetacei io non lo sapevo (il che è abbastanza ovvio, direi) ne tanto meno me lo aspettavo.

La bile di balena è una sostanza cerosa prodotta dai cetacei che si attacca alle pareti intestinali al fine di imprigionare e rendere digeribili oggetti che altrimenti risulterebbero irritanti. Capodogli e balene ingurgitano praticamente di tutto e dover digerire becchi di calamari, pinne varie, artigli ed aculei può veramente far venire l’ulcera.

La bile in questione è spesso espulsa tramite feci, vomito o sperma. Ovviamente il suo odore è nauseabondo… una volta espulsa. A contatto con aria e sale, tuttavia, la bile inizia ad ingiallire ed indurirsi fino a solidificarsi. La massa di bile galleggia sull’acqua ed è sospinta dalle correnti fino a raggiunge le spiagge dove si confonde fra i sassi delle spiagge. Con il sole e l’esposizione all’aria l’acre odore di bile si affievolisce lasciando il posto ad un aroma via via più piacevole e ad una sostanza che ha la pregevole (per l’industria profumiera) capacità di “fissare gli odori”.

La forma solidificata della bile di balena è quella che poi prende i nome (nettamente più piacevole) di ambra grigia. Ed è questo l’ingrediente alla base di tantissimi profumi (e.g. il famoso Chanel No.5 ne fa abbondate uso!). In passato l’ambra grigia era bruciata come incenso ed usata come potente afrodisiaco.

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La ricerca di ambra grigia è quindi un business non da poco. Scovarla fra le pietre delle riva e rivenderla alla filiera dei “grandi marchi” garantisce guadagni da migliaia di dollari per oncia (pare che nel 2016 un sasso di ambra grigia sia stato valutato più di 60 mila euro…). Capodogli e balena abbondano specialmente nelle acque oceaniche e le coste dell’oceano Oceano Indiano e dell’Africa Orientale sono i luoghi migliori dove tentare la fortuna. Ovviamente oggi la materia prima è quanto mai rara ed ambita (anche a causa della caccia ai capodogli) per cui il profumo che indossate ha, molto probabilmete, un bel surrogato sintetico della bile di balena.

Uno di quei rari casi in cui far salire la bile a qualcuno potrebbe essere un bene (anche se non, ovviamente, per il soggetto produttore…). Se la bile umana avesse pari valore saremmo miliardari.

WU

The Caspian Sea Monster

Is it a bird? Is it a plane? No, it is Superman! … O forse è un Ekranoplano?

In genere gli aerei volano in cielo; gli idrovolanti sono aerei che sono disegnati per decollare ed atterrare sull’acqua grazie a delle gondole che sostituiscono il classico carrello di atterraggio. In genere le navi galleggiano sull’acqua e su essa si muovono; gli aliscafi sono imbarcazioni disegnate per correre veloci sull’acqua grazie alla ridotta resistenza aerodinamica che incontrano emergendo in buona parte dal pelo dell’acqua sfruttando la portanza di una specie di ali immerse in acqua.

L’anello di congiunzione fra queste due specie di oggetti sono gli ekanoplani, più comunemente noti come schemoplani (ah ah ah). Questi sono effettivamente aeromobili che però si muovono a pochi metri dal pelo dell’acqua sfruttando il così detto “effetto suolo”. Una volta raggiunta una sufficiente velocità si forma sotto l’aeromobile una specie di cuscinetto d’aria dinamico. La differenza di pressione tra dorso e ventre dell’ala fa sì che alla sua estremità, l’aria venga spinta dal ventre verso dorso; i vortici che si andrebbero a creare sono disturbati dalla presenza del suolo e la conseguenza è che si ottiene una riduzione della resistenza aerodinamica e quindi un aumento dell’efficienza dell’ala stessa.

In breve: volando vicino il suolo le ali rendono meglio, anzi si possono progettare proprio dei velivoli che sfruttano tale principio. Ovviamente è meglio una bella distesa liscia ed uniforme di acqua piuttosto che un terreno irregolare ed irto di pericoli.

A prima vista questi strani ibridi sembrano dei giganteschi aeroplani con ali corte e tozze e gigantesche code. I vantaggio principale di questi oggetti dovrebbe essere quello di combinare la velocità di un aereo (anzi, anche una efficienza maggiore) con le capacità di carico di una nave. Una sorta di catamarani versione 2.0 che non toccano nemmeno il pelo dell’acqua.

Qualora fosse il caso di dirlo, il più importante (storicamente) e pionieristico sviluppo in questa classe di veicoli fu fatto dall’Unione Sovietica. Il progetto “KM” diede alla luce, nel 1966, il KM-1 (the Caspian Sea Monster).

KM-1.png

Si tratta del più grande schermoplano mai costruito che fu “scoperto” dall’occidente solo grazie a foto satellitari di questo oggetto enorme che scorrazzava nel Mar Caspio… e fu dunque battezzato the Caspian Sea Monster. Misurava circa 100 metri di lunghezza, 46 di larghezza ed aveva dei piani di coda da 22 metri. Pesava qualcosa come 540 tonnellate ed aveva 10 reattori; due in coda per la propulsione ed altri 8 (quattro per lato) lungo la fusoliera per il controllo aerodinamico. Aveva un’autonomia di 3000 km e raggiungeva una ragguardevole velocità di 500 km/h!

Nei progetti originali il KM-1 doveva diventare un velivolo di serie, ma furono costruiti (e non tutti terminati) solo 8 esemplari fra il 1965 ed il 1978 prima che il programma fosse chiuso (anche a causa della caduta dell’Unione Sovietica, c’è da dire). Il risultato fu che il programma KM funse da banco di prova per la sperimentazione delle tecnologie chiave che permisero poi la progettazione del A-90 Orlyonok, che divenne il primo (e sotto molti aspetti l’unico) schermoplano mai costruito per la produzione in serie. Fu l’unico dei grandi ekanoplani a prestare servizio operativo negli anni settanta presso la marina sovietica , ma dei 120 esemplari che sarebbero dovuti esser prodotti se ne realizzarono solo 4 (con tanti disegni di adattarlo da scopi miliari a scopi civili che però non videro mai la luce).

Una storia affascinante di sviluppi tecnologici, sicuramente molto ambiziosi, ma che hanno aperto la via alle macchine che oggi ci vediamo attorno e la mente alle persone che hanno lavorato su tali progetti tanto che si parla ancora oggi di possibili riprese nella progettazione di questi originali e promettenti ibridi.

WU