Gamberi ripieni

Il fatto che ormai i nostri mari siano pieni di plastica è praticamente entrato nel bagaglio di conoscenza comune (tipo qui e qui, tanto per fare un paio di esempi). Come se ci fossimo quasi assuefatti al problema… ed il definirlo tale appare -ovviamente erroneamente- quasi sufficiente a risolverlo.

Un recente studio dell’università di Barcellona non tenta di sconfessare il problema, ne tanto meno di proporre una soluzione, ma semplicemente costata -cosa in cui vedo una specie di ulteriore rischio di assuefazione- che in fondo vi si può anche convivere.

Il soggetto dello studio sono i Aristeus Antennatus, ovvero i gamberetti. All’interno dei quali sono state rinvenute, quantificate ed analizzate le “famigerate” microplastiche. Immancabilmente le indesiderate, e tutte di natura umana, plastichette sono state rinvenute nel tratto digestivo del 84.6% dei gamberi analizzati. Inoltre, nel 42.4% degli animaletti, sono stati rinvenuti addirittura degli accumuli di microplastiche in forma di una sorta di palline nello stomaco. Ah, anche la provenienza pare determinante per la quantità di microplastiche ingerite dai gamberi… e quelli messi peggio erano proprio quelli provenienti dalle coste al largo di Barcellona.

MicroplasticheGamberi

Fin qui, ahimè, nulla di strano o sorprendente. La cosa che mi ha però colpito dello studio è che si costata come la salute dei gamberi non sia in alcun modo messa al repentaglio dalle fibre pastiche e dagli accumuli rinvenuti. In pratica, anche con questi quantitativi in corpo i nostri gamberetti stanno benissimo! Nei loro organi interni non sono stati rinvenuti danni causate dalle plastiche ed il fatto che periodicamente cambiano il loro esoscheletro aiuta ad espellere la plastica dalle loro “ossa”. Praticamente perfetto no?! Chissà perché non abbiamo inquinato di più e prima mi chiedo!

Fiber load in shrimps from 2007 was comparable to that of shrimps captured in 2017 and 2018 (spring) yet a shift in the proportion of acrylic and polyester polymers was detected. No consistent effect on shrimp’s health condition was found, with only a significant negative correlation found between gonadosomatic index and fibers for those shrimps with the highest values of fiber load

Ma possiamo andare ancora oltre: oltre a non intaccare la salute dei gamberetti la plastica rinvenuta non danneggerebbe neanche la nostra quando li mangiamo. In primo luogo perché il quantitativo di plastica contenuta nei gamberi è praticamente irrisoria per il nostro organismo; ne assimiliamo di più da altre fonti (… anche se mi verrebbe da dire che è la “somma che fa il totale”…). In secondo luogo perché i gamberi hanno avuto la geniale idea di mettersi lo stomaco nella testa, parte che tipicamente scartiamo dai nostri pasti e non mangiamo… e con essa la maggior parte della plastica contenuta nei crostacei.

Non contraddico i risultati dello studio (ovviamente!), ma sono un po’ preoccupato dal fatto che considerazioni come questa possano non dico incitare, ma di certo non limitare “il problema delle microplastiche nei nostri mari”. Ci assuefaremo al concetto di problema come al quantitativo di plastica ingerito.

WU

Jeanne Baret

E’ stata celebrata qualche giorno fa (il 27 luglio, giorno del suo compleanno, per la precisione) in un doodle. La mia profonda ignoranza mi ha fatto storcere il naso prima di gooooglare il suo nome (e ringrazio che la pigrizia non abbia vinto sulla curiosità).

Siamo nel 1766 ed il botanico e medico Philibert Commerson era imbarcato a bordo dell’Etoile, la nave che accompagnava il barone Louis Antoine de Bougainville a fare il giro del mondo.

Philibert Commerson, rimasto vedovo, aveva un amante, Jeanne appunto, a cui era al tempo precluso imbracarsi. Jeanne, era di origini molto umili, probabilmente orfana, ma istruita. La donna, circa ventiseienne all’epoca dei fatti, non era certo la tipa da farsi fermare da queste sciocchezze ed utilizzò il trucco più vecchio del mondo per seguire il suo amato: travestirsi da uomo.

Jeanne assunse l’identità del domestico di Commerson e con lui navigò in giro per il globo, il che la rese de facto la prima donna ad acer circumnavigato il mondo.

JeanneBaret

Come domestico, Jeanne, non si sottrasse a nessuna mansione; pare fosse in grado di trasportare carichi molto pesanti in tutte le condizioni climatiche, prendesse parte attiva alle ricerche botaniche sul campo (era essa stessa un esperta botanica) e tenesse ordine fra quaderni ed armamenti del capitano e del suo medico-botanico-amante (e fatemi dire, un po’ maschilista).

Jeanne contribuì dunque attivamente al progresso del sapere scientifico senza mai veder riconosciuto alcun merito, se non quello di essere un valente domestico. Almeno finché non venne scoperta. La sua identità infatti passò inosservata a tutti i membri dell’equipaggio per buona parte della navigazione finché non venne smascherata dagli indigeni tahitiani (evento registrato nel giornale di bordo della nave e grazie al quale siamo oggi venuti a conoscenza di questa storia).

La sua identità non era dunque più occultabile, ma al ritorno in patria il governo francese non si comportò bigottamente come ci si potrebbe aspettare, ma riconobbe l’impresa della donna, i suoi meriti botanici e gli assegnò anche una generosa pensione di 200 livree l’anno con la seguente motivazione:

Jeanne Barré, grazie ad un travestimento, circumnavigò il globo su uno dei vascelli comandati da de Bougainville. Si dedicò in particolare ad assistere de Commerson, dottore e botanico, e condivise con grande coraggio il lavoro ed i pericoli di costui. Il suo comportamento fu esemplare e de Bougainville le riconobbe numerosi meriti…. Sua Altezza è stato così gentile da concedere a questa donna straordinaria una pensione di 200 livree da prelevare dal fondo per invalidi, e questa pensione verrà pagata dal 1° gennaio 1785

Non so se è una storia di amore, di avventura, di incoscienza, di maschilismo o femminismo, o di legislazioni obsolete, ma vale la pena ricordarla e raccontarla.

WU

Com’è l’acqua?

“Ci sono due giovani pesci che nuotano ed a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua? –
[D. F. Wallace, 2005]

Il succo è chiaro quanto triste: le realtà più ovvie, importanti e spesso presenti ovunque tutto intorno a noi sono le più difficili da capire, sono i tempi più spinosi da approfondire e spesso conduciamo una vita intera immersi (letteralmente) in esse senza rendercene neanche conto o, nel migliore dei casi, scalfendone solo la superficie.

Noi (ed io di certo) viviamo nella nostra acqua senza renderci non solo conto di “come essa sia” (dalla domanda del pesce anziano), ma senza neanche avere contezza della sua esistenza. Un po’ come il feto che vive nel suo liquido amniotico, il suo tutto.

Ora, il modo per declinare il significato di questa “acqua” è abbastanza soggettivo (e credo dipenda anche dalle stagioni della vita di ciascuno), certo è che ci sono alcuni valori che dati troppo per scontati finiscono per passare sottotraccia facendoci perdere proprio la possibilità di comprendere il contesto in cui ci muoviamo. Libertà, giustizia, democrazia, uguaglianza, solidarietà, etc. sono parole che scrivo con l’impressione di star ribadendo dei cliché o di dar “fiato” a scheletri vuoti di significato, pura retorica. Ci stiamo dimenticando quale sia la nostra acqua (… e nel dubbio ce l’avveleniamo anche).

Mi sento un po’ “annegato” in schemi vacui in cui l’apparenza (evidentemente eretta ad un certo punto alla stregua di un valore) sta cercando di prendere il posto dell’acqua e “vecchi valori” sono massi da spostare, problemi da risolvere (quantomeno per mettersi la coscienza a posto) o parole vuote e non concetti da approfondire. Sto diventando sempre più cieco ed imprigionato (questa la vera prigionia, non tutte le moine che abbiamo fatto per questo lockdown…) nelle mie quattro idee, scarne e discutibili, da far fatica a rendermi conto della realtà che mi circonda e, soprattutto, quella che lasceremo ai nostri posteri.

Aspetto il mio prossimo incontro con qualche anziano (e non per forza anagraficamente) pesce che mi faccia un po’ rinsavire.

WU

PS. Usare la domanda “Com’è l’acqua?” come mantra per cercare di far cadere qualche preconcetto o abitudine – qualora abbia la prontezza di accorgermene – mi pare un primo passo

Salineras de Maras: la valle cristallizzata

Il grande impero Incas deve le sue origini a quattro fra fratelli e sorelle nati in una caverna dal dio Wiracocha. Ayar Cachi, uno dei quattro, lanciò un sasso contro una montagna dando origine ad un burrone. Gli altri tre, timorosi della sua forza e del suo potere, lo imprigionarono nella caverna ove era nato condannandolo all’oblio per sempre. Le sue lacrime sgorgano ancor oggi dalle viscere della terra. Beh, questo almeno secondo una leggenda Inca.

Ma le lacrime, si sa, sono salate. Quel che sia l’origine (lacrime o -solo con a una leggerissima probabilità in più- una sorta di sorgente sotterranea ipersalina originatasi 110 milioni di anni fa assieme alle Ande) nel bel mezzo di questa valle (in realtà abbastanza facilmente accessibile, sfruttata fin dal 200 d.c. ed a circa 1.5h di macchina da Cusco) c’è una unica sorgente di acqua altamente salata: Qoripujio (che poi in realtà si divide in qualche centinaio di pozzi naturali…). E l’acqua salina sgorgando in superficie va sfruttata. Specialmente le la cosa accade a 3380 metri di quota, fra le montagne che circondano Maras, Perù.

SalinerasdeMaras

L’acqua viene deviata (già dai tempi degli antichi Incas) in migliaia di piccole piscinette di circa 4 metri quadri ed una trentina di cm di profondità per aumentare al massimo l’esposizione al sole dell’acqua. Il calore fa, ovviamente, evaporare l’acqua, lasciando piscine colme di cristalli di sale che vengono raccolti (a mano, oggi come allora, per mezzo di pezzi di legno depositati nelle piscine da cui il sale viene poi raschiato per essere depositato in piccoli cestini per “l’essiccatura finale”.

Il risultato è stato per anni (secoli) la principale fonte di sostentamento per gli abitanti della valle, oggi la produzione è “concentrata” sul raffinato sale rosa andino e le saliere sono diventate una indubbia attrazione turistica (… oggi ad accesso contingentato dato l’elevata concentrazione di contaminanti ritrovata anche in questo sale… uno dei luoghi a rischio di scomparsa -o almeno profonda mutazione- come conseguenza dei cambiamenti climatici in atto, specialmente antropici… ma mi sono ripromesso di star lontano dal sermone ammorbante..-).

Il sistema idraulico (oltre ad essere fulgida testimonianza della perizia Inca) è estremamente ingegnoso e le varie piscinette possono essere isolate e riempite in base al momento “della raccolta”. Inoltre il sistema a terrazze rende lunga la discesa dell’acqua verso valle facilitando la deposizione del maggior quantitativo possibile di sale.

Si, un posto suggestivo, mozzafiato, panorama “lunare”, setting fotografico di un altro livello, etc. (si, in rete si legge questo genere di recensioni anche se io personalmente lo vedrei bene come set per una prossima avventura di Indiana…), ma anche segno tangibile che con una buona dose di volontà le cose si possono fare, ed anche egregiamente.

WU

PS. Mi fa venire in mente quest’altro posto quà… mi sa che il sale sta diventando uno degli elementi naturali che creano fascino con la sua sola presenza (l’acqua lo sapevamo già).

lungo e impossibile

Siamo al largo delle coste australiane, più precisamente a bordo di uno di quei robot subacquei (il ROV SuBastian) che raggiungono profondità inaccessibili per gli esseri umani. Nel caso particolare siamo nel uno dei canyon Ningaloo, a ben 630 metri di profondità.

E’ chiaro che siamo ben lontani dal mondo (e dai suoi abitanti) come lo conosciamo noi, e ci aspettiamo un po’ di trovare “esseri alieni” che si sono evoluti in ambienti buoi, con elevate pressioni e ben lontani dall’influsso umano. Il fatto che conosciamo di più quello che ci sta sopra la testa (beh, almeno vicino al nostro pianeta) rispetto a quello che ci sta sotto i piedi (o a maggior ragione nelle profondità oceaniche) non è solo un modo di dire.

Beh, in queste acque il team a bordo della nave da ricerca Falkor dello Schmidt Ocean Institute ha trovato un “animale” lunghissimo… forse (e tanto chi può confermare o smentire questa tesi?) il più lungo del mondo.

Si tratta di un genere di sinoforo apolemia (e che è?!). In pratica un insieme di colonie di “zooidi” ognuno dei quali è una sorta di animale mosto specializzato che svolge un ruolo specifico all’interno della colonia. Il sinoforo apolemia è dunque una lunga (in questo caso lunghissima!) catena gelatinosa che unisce le varie colonie, ciascuna composta da milioni di zooidi, che si uniscono per lavorare “in squadra”.

Questo “animale” è sostanzialmente un lungo filamento gelatinoso galleggiante che si compone di molteplici cerchi concentrici. Quello più esterno stimato attorno ai 15 metri… per una lunghezza totale (ovviamente stimata) di 47 metri! Beh, c’è da dire che il “record best” batte le precedenti stime sulle misure massime raggiungibili dall’animale che erano “solo” di 40 metri…

Il robot sottomarino ha solo osservato da lontano l’animale senza avvicinarsi troppo ed ovviamente senza toccarlo, se non altro per non turbare il delicato equilibrio di convivenza delle colonie.

Quando si dice che tutto in natura è interconnesso (mi sento come un Na’vi di Avatar).

WU

Ma dove vanno le mascherine…

Ora, mi rendo perfettamente conto che è un problemino all’interno di un problemone, ma è uno di quegli aspetti che se gestito per tempo non lascia traccia alternativamente nel prossimo decennio (se va bene) saremo ancora qui a leccarci le ferite.

L’emergenza sanitaria globale ha ovviamente causato una impennata nel consumo di alcuni beni, come le ben note ed in questo periodo mai sufficienti mascherine. Non passa giorno senza che vediamo qualcuno che fino a poco tempo fa ci immaginavamo “normale” indossare una di queste (e se si fa solo un selfie in fondo poco male…).

Ora la domanda (in realtà abbastanza ovvia e banale) è: ma le smaltiamo propriamente? Considerando, soprattutto che sono -almeno in teoria- usa e getta il loro smaltimento improprio è una concreta minaccia all’ecosistema marino che si protrarrà ben oltre l’emergenza Covid-19 che ne ha generato l’impennata di utilizzo.

Come se non bastasse la mole di rifiuti plastici che si riversa nei nostri mari annualmente (si, con buona pace di Greta, è ancora così) l’emergenza covid-19 sta richiedendo la produzione e lo smaltimento di questi oggetti ad un ritmo che finora non eravamo abituati a considerare. Vengono spesso accumulate e smaltite “alla buona” (leggi anche non differenziate, gettate in ogni dove, etc.) ed alla fine, come un po’ tutto, finiscono per arrivare nei nostri mari.

Il problema è già attuale. OceansAsia, un team di ricerca che sta conducendo dei progetti per mappare l’inquinamento degli oceani, si è imbattuta sulle spiagge dell’isola di Soko (un posticino che dovrebbe essere ameno ed intonso, al largo della costa sud occidentale di Hong Kong) in una specie di deposito non autorizzato di mascherine respiratorie usate. Un centinaio (per ora) che si sono dimostrate accumularsi al ritmo di circa una trentina a settimana (su una evidentemente sfortunata spiaggia). Ed il dato forse ancora più allarmante è che dato che l’emergenza è ancora in atto e se vogliamo in Cina è “fresca fresca” queste mascherine sono in acqua da poco tempo ed il loro accumulo a questa velocità desta ancor più preoccupazioni.

Mascherine_OceansAsia

Ripeto, capisco che in questo momento è (forse) l’ultimo dei nostri problemi; d’altra parte se continuiamo con la filosofia “siamo in guerra” non ci curavamo di certo dell’inquinamento dei nostri armamenti, di affondare sommergibili oppure di abbattere aerei che giacciono ancora sui fondali marini… ma almeno a livello di civilizzazione e sensibilizzazione qualche passo avanti lo abbiamo fatto o no? Se consideriamo che queste mascherine sono in parte tessuto ed in parte polipropilene il loro destino (se non facciamo un po’ di attenzione ora) è quello di trasformarsi da plastiche in micro-plastiche ed andare ad aumentare la massa di roba che è ormai parte del ciclo di vita dei nostri oceani e dei loro abitanti (oltre che, cosa che i interessa meno, anche di chi se ne ciba).

WU

Ma sei forte abbastanza, adesso, per un pesce proprio grosso?

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana.

Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.

Il vecchio era magro e scarno e aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance aveva le chiazze del cancro della pelle, provocato dai riflessi del sole sul mare tropicale. Le chiazze scendevano lungo i due lati del viso e le mani avevano cicatrici profonde che gli erano venute trattenendo con le lenze i pesci pesanti. Ma nessuna di queste cicatrici era fresca. Erano tutte antiche come erosioni di un deserto senza pesci.

Tutto in lui era vecchio tranne gli occhi che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti.

“Santiago” gli disse il ragazzo mentre risalivano la riva dal punto sul quale era stata sistemata la barca. “Potrei ritornare con te. Abbiamo guadagnato un po’ di quattrini.”

Il vecchio aveva insegnato a pescare al ragazzo e il ragazzo gli voleva bene.
“No” disse il vecchio. “Sei su una barca che ha fortuna. Resta con loro.”
“Ma ricordati quella volta che sei rimasto ottantasette giorni senza prendere pesci e poi ne abbiamo presi di enormi tutti i giorni per tre settimane di seguito.”
“Ricordo” disse il vecchio. “Lo so che non è perché dubitavi di me, che mi hai lasciato.”
“È stato papà, che mi ha costretto a lasciarti. Sono un ragazzo e devo ubbidire.”
“Lo so” disse il vecchio. “È assolutamente normale.”
“Lui non ha molta fiducia.”
“No” disse il vecchio. “Ma noi sì. Vero?”
“Sì” disse il ragazzo. “Posso offrirti una birra alla Terrazza? e poi portiamo la roba a casa.”
“Perché no?” disse il vecchio. “Tra pescatori.”

Sedettero sulla terrazza e parecchi pescatori canzonarono il vecchio e lui non si offese. Altri, pescatori più vecchi, lo guardarono e si sentirono tristi. Ma non lo mostrarono e parlarono con garbo della corrente e a che profondità avevano gettato le lenze e del bel tempo stazionario e di ciò che avevano visto.

I pescatori fortunati di quel giorno erano già rientrati e avevano già squartato i loro marlin; e li avevano trasportati distesi su due assi, con due uomini barcollanti all’estremità di ogni asse, al magazzino dei pesci dove aspettavano l’autocarro frigorifero che li portasse al mercato all’Avana. Coloro che avevano preso pescecani li avevano portati allo stabilimento sull’altra riva della baia dove li avevano issati alle carrucole per togliere il fegato, tagliare le pinne e scuoiare le pelli e ridurre la carne a strisce per metterla sotto sale.

Quando il vento veniva da est, dallo stabilimento giungeva l’odore attraverso il porto; ma oggi lo si sentiva soltanto vagamente perché il vento era indietreggiato a nord e poi si era smorzato e sulla terrazza si stava bene e c’era il sole.

“Santiago” disse il ragazzo.
“Sì” disse il vecchio. Stava stringendo il bicchiere fra le mani e pensava a tanti anni fa.
“Posso andare a cercarti le sardine per domani?”
“No. Va a giocare al baseball. Sono ancora in grado di remare e Rogelio getterà la rete.”
“Andrei volentieri. Se non posso pescare con te vorrei almeno esserti utile in qualche modo.”
“Mi hai comprato una birra” disse il vecchio. “Sei già un uomo.”
“Quanti anni avevo la prima volta che mi hai preso sulla barca?”
“Cinque, e a momenti venivi ucciso perché ho issato il pesce troppo presto e lui ha quasi fatto a pezzi la barca. Ricordi?”
“Ricordo la coda che sbatteva e rintronava e il banco che si è spaccato e il frastuono delle mazzate. Ricordo che mi hai gettato a prua tra le lenze addugliate fradicie e ho sentito tutta la barca rabbrividire e il frastuono che facevi mentre lo prendevi a mazzate come quando si abbatte un albero, e l’odore dolce del sangue che avevo addosso.”
“Te lo ricordi davvero o è perché te l’ho raccontato?”
“Ricordo tutto, dalla prima volta che siamo andati insieme.”

Il vecchio lo guardò con gli occhi bruciati dal sole, pieni di fiducia e di affetto.
“Se tu fossi mio figlio ti porterei fuori a tentare” disse. “Ma sei figlio di tuo padre e di tua madre e hai trovato una barca fortunata.”
“Posso procurarti le sardine? So anche dove potrei procurarti quattro esche.”
“Mi sono avanzate quelle di oggi. Le metterò nel sale nella scatola.”
“Lascia che te ne dia quattro fresche.”
“Una” disse il vecchio. La speranza e la fiducia non l’avevano mai lasciato. Ma ora si rafforzavano come quando sorge il vento.
“Due” disse il ragazzo.
“Due” acconsentì il vecchio. “Non le hai rubate, vero?”
“Avevo voglia di farlo” disse il ragazzo. “Ma queste le ho comprate.”
“Grazie” disse il vecchio. Era troppo semplice per chiedersi quando avesse raggiunto l’umiltà. Ma sapeva di averla raggiunta e sapeva che questo non era indecoroso e non comportava la perdita del vero orgoglio.
“Domani sarà una giornata buona, con questa corrente” disse.
“Dove andrai?” chiese il ragazzo.
“Al largo, per rientrare quando cambia il vento. Voglio esser fuori prima di giorno.”
“Cercherò di far venire anche lui al largo” disse il ragazzo. “Così, se prendi qualcosa di molto grosso possiamo venire ad aiutarti.”
“Non gli piace lavorare troppo al largo.”
“No” disse il ragazzo. “Ma vedrò qualcosa che lui non riesce a vedere, magari un gabbiano al lavoro, e lo farò venir fuori dietro a un delfino.”
“Ha gli occhi così mal ridotti?”
“È quasi cieco.”
“Strano” disse il vecchio. “Non è mai andato a caccia di tartarughe. È questo che uccide gli occhi.”
“Ma tu sei andato a caccia di tartarughe per anni e anni, lungo la Mosquito Coast, eppure hai gli occhi buoni.”
“Io sono un vecchio strano.”
“Ma sei forte abbastanza, adesso, per un pesce proprio grosso?”
“Credo di sì. E ci sono molti trucchi.

[H. Emingway, Il vecchio ed il mare, 1952]

WU

PS. Ovviamente la mia firma in calce è assolutamente fuori luogo (così come le grassettature di rito). Ed aggiungerei anche il ciclo “ti piace vincere facile”… Mi vien comunque da dire che anche quello che si sa (o si è certi di sapere) va periodicamente rispolverato.-

Oggi mi sono svegliato ripensando a questo libro (boh… sarà stata una nottataccia). Mi sono accorto che fa effettivamente parte della mia (e di certo non solo) memoria storica, ma che non avrei saputo dire come iniziasse. Mi sono quindi abbandonato a rileggere (in realtà non solo l’incipit, ma pezzi qua e la).

Chissà se qualcuno direbbe che i miei occhi sono o non sono vecchi. Chissà se porterei mio figlio fuori a tentare la sorte a largo. Chissà se sarei abbastanza forte (oggi come un tempo) per un perse grosso. Chissà se conosco i trucchi per affrontarlo. Chissà se ho fiducia (o chissà se conosco qualcuno in cui aver fiducia). Chissà chi mi prende in giro palesemente e chi non lo da a vedere. Chissà a quanta gente faccio tristezza.

Calandomi nel ruolo del pescatore mi sorgono solo domande (inutilmente esistenziali). Non mi viene naturale per ora calarmi nel ruolo del ragazzo… anche se forse sarebbe proprio in lui che dovrei cercare di rivedermi.

Spunti (beh, si, un po’ tristi…) per le pause riflessive odierne e non solo.

PPSS. Lo assocerei a questo.

 

K-329 Belgorod Progetto 09852

Sembra uscito direttamente da un film di spionaggio futuristico. Invece è stato varato solo qualche mese fa (Aprile 2019, per l’esattezza) a testimoniare che il futuro è adesso. Ah, stiamo parlando di uno degli equipaggiamenti in dotazione alla marina Russa, ovviamente.

Stiamo parlando di un sottomarino della classe Oscar II, Progetto 949 A. Praticamente uno di quei sottomarini, che girano nei nostri oceani da metà degli anni ottanta, a propulsione nucleare. Si tratta di sottomarini “estremi” concepiti con lo specifico scopo di… abbattere portaerei.

Il Belgorod misura 178 metri per 18 (misure che gli assegnano il palmare del più grande sottomarino mai costruito), si spinge fino a 600 metri di profondità e raggiunge la bellezza di trentasette miglia l’ora. Il Belgorod ha però una caratteristica che lo rende effettivamente un pioniere: è equipaggiato con sei/otto testate termonucleari… oltre tutta la dotazione standard” per questo genere di oggetti (tipo droni, siluri antinave e piccoli sommergibili).

Lo scafo interno dei sottomarini classe Oscar II Progetto 949A è diviso in dieci scomparti, sono armati con 24 missili antinave lunghi dieci metri e pesanti otto tonnellate che si abbattono sull’obiettivo a circa Mach 2.5 (!). Sono alimentai da due reattori nucleari da circa 190 MW ciascuno collegati, tramite due turbine a vapore, a due eliche enormi e silenziose.

Belgorod.png

A Severodvinsk, dove è stato varato il Belgorod, i sottomarini Oscar II hanno visto la loro evoluzione. Ovviamente le specifiche tecniche del sottomarino sono super segrete e la sua missione ufficiale è quella di svolgere attività di attacco e ricerca scientifica di profondità senza equipaggio a bordo (per quel che ne so potevano dire la qualunque). Attività scientifica di profondità: come ad esempio trasportare e ad installare sul fondo del mare dei micro reattori nucleari per alimentare il sistema di sensori sottomarini HARMONY; una rete sonar che i russi intendono dispiegare nelle acque artiche. Tranquillizzante.

Il Belgorod potrebbe servire da nave madre subacquea per sottomarini con e senza equipaggio, anche di notevoli dimensioni; una specie di porto sicuro nelle profondità dell’oceano. Il Belgorod ha infatti una sezione centrale modificata con una baia di aggancio in cui questi sottomarini “parassiti” si agganciano.

Il Belgorod è equipaggiato con siluri della classe Poseidon, a propulsione nucleare, capace di trasportare una testata atomica (se volete dettagli “per la distruzione e la contaminazione di aree portuali”).

Mi fa un po’ specie pensare che un bestione del genere (si, per i più catastrofisti potrebbe essere sufficiente a scatenare una guerra nucleare) se ne sta acquattato nelle profondità buie e silenziose quando mi incanto a guardare il mare; non vado oltre la superficie o poco più e si sa che i pericoli sono nascosti in fondo in fondo alle cose.

WU

Alieno altocumulo lenticolare

Oggi mi sono messo a vedere un po’ di foto meteorologiche (sapete, in questi giorni piovosi guardo il cielo più spesso e devo riconoscere che offre spunti molto più interessanti di un “piattume celeste” 😀 ). Esiste, a riguardo, ovviamente, anche un concorso. Praticato da specialisti, cacciatori di tempeste, inseguitori di fulmini, amatori e fissati.

Lungi da me dal voler fare da giuria (ne titoli, ne voglia), mi sono semplicemente fatto conquistare “dall’occhio” per decretare il io vincitore: Bingyin Sun che ha fotografato… una astronave.

Altocumulus_lenticularis.png

Stiamo parlando di una formazione nuvolosa che in gergo si chiama… altocumulo lenticolare (nel caso della foto immortalata sulla laguna di Jökulsárlón, Islanda).

Sono formazioni “a lente” che si generano quando forti venti di quota (fra i 15 ed i 20 km) impattano catene montuose; Si generano vortici e turbolenze (soprattutto nella componente verticale del moto) che si avvolgono in forma lenticolare e che sono non poco pericolosi per il volo. Insomma, nuvole belle, ma da cui stare lontani (soprattutto con alienati, parapendio ed ultraleggeri).

In breve le correnti d’aria, esattamente come quelle di acqua, quando si trovano davanti un ostacolo devono in qualche modo superarlo. I flussi eolici si spostano a quote più alte modificando il moto verticale (generando le così dette “onde orografiche“. Salendo lungo la cresta la massa d’aria tende a dilatarsi e a raffreddarsi facendo così condensare il vapore in minuscole goccioline d’acqua che la gravità tende a spingere verso il basso. Le nube a preso vita oscillando attorno al suo punto di equilibrio.

Si, gli alieni esistono! E se qualcuno non vede un ufo in questa foto ci sta nascondendo la verità! E’ un palese sistema di camuffamento Klingon generato da uno campo magnetico che confina del gas… 😛

WU

PS. Ovviamente facendo seguito a questo e quest’altro sproloquio, oppure questo?

Il pesto dell’orto di Nemo

Ariel, la sirenetta, era molto brava a fare il pesto. E va bene, non credo la storia inizi proprio così, ma chissà, se questa sperimentazione dovesse effettivamente continuare, un domani potremmo effettivamente leggere ai nostri nipoti una Sirenetta 2.0… (e magari immaginarci una agricoltura completamente subacquea…).

L’idea alla base dell'”Orto di Nemo” è quella di andare a realizzare un sistema di agricoltura alternativo, magari per quelle (tante) zone in cui le condizioni economiche o ambientali rendono difficile coltivare la qualunque. Il pensiero “trasversale” del progetto è quella di abbandonare la coltura “a livello del suolo” per spostarsi… più in fondo.

Praticamente le piante, per ora piante verdi e piante aromatiche, vendono “insacchettate” in delle biosfere di metraclitato (avete presente delle mongolfiere?) e dolcemente adagiate sui fondali marini. Attorno ai dieci metri di profondità, in questo caso a largo delle coste di Savona, vi è un panorama da città sottomarina, composto da serre subacquee.

OrtoDiNemo.png

All’interno di ciascuno di questi palloni di un paio di metri vi sono poco meno di un centinaio di piantine che “respirano” grazie all’aria intrappolata nella biosfera che, più leggera dell’acqua, agisce da cuscinetto spingendo l’acqua sul fondo della sfera. Un’idea del genere, deve (per forza!) dimostrare di essere autosostenibile e green; infatti le sfere si alimentano con energie rinnovabili (sole -poco- e moto ondoso -tanto-) e sfruttano la stessa acqua marina, che distilla dalle pareti, per l’irrigazione (ah, l’acqua è dolce! infatti il poco sole è sufficiente a far evaporare l’acqua dal fondo della sfera lasciando residui di sale, questa si condensa poi sulle pareti e gocciola sulle piantine, facile no?!).

La stessa preparazione di queste sfere è tutt’altro che banale: basta riempire un pallone con un po’ di terra e tanti semi per avere… una specie di voliera subacquea. La terra infatti contiene parecchie larve e microorganismi che in una cultura idroponica (ed isolata) come quella delle sfere non consente lo sviluppo delle piantine. Si utilizza infatti un substrato inerte, che non è terra, arricchito con nutrienti e sali minerali (che di “naturale” parrebbe non avere nulla…).

Le piante crescono in un ecosistema abissalmente (è il caso di dirlo) diverso da quello terrestre, in termini di luce, pressione ed umidità. Tale ambiente ha ovviamente un effetto sulla crescita delle piante sotto molteplici aspetti: fisiologico, chimico e morfologico.

Il risultato, almeno nel caso del basilico, è ottimo! Risulta infatti essere più ricco di sostanze antiossidanti e di pigmenti fotosintetici (conseguenza abbastanza ovvia dato che deve cercare di catturare quel poco di luce che riceve),ed è anche più ricco di metileugenolo. Che è? Beh, l’aroma caratteristico del basilico genovese.

In breve, il pesto marino parrebbe essere molto migliore di quello terreste. Non sono esattamente uno che va a caccia di esperienze gourmet, ma questo credo valga la pena assaggiarlo. Trovo l’idea una sorta di intestazione fra ricerca, suggestione, futurismo, alimentazione, sostenibilità, genetica e pazzia. Non male.

WU