Il pesto dell’orto di Nemo

Ariel, la sirenetta, era molto brava a fare il pesto. E va bene, non credo la storia inizi proprio così, ma chissà, se questa sperimentazione dovesse effettivamente continuare, un domani potremmo effettivamente leggere ai nostri nipoti una Sirenetta 2.0… (e magari immaginarci una agricoltura completamente subacquea…).

L’idea alla base dell'”Orto di Nemo” è quella di andare a realizzare un sistema di agricoltura alternativo, magari per quelle (tante) zone in cui le condizioni economiche o ambientali rendono difficile coltivare la qualunque. Il pensiero “trasversale” del progetto è quella di abbandonare la coltura “a livello del suolo” per spostarsi… più in fondo.

Praticamente le piante, per ora piante verdi e piante aromatiche, vendono “insacchettate” in delle biosfere di metraclitato (avete presente delle mongolfiere?) e dolcemente adagiate sui fondali marini. Attorno ai dieci metri di profondità, in questo caso a largo delle coste di Savona, vi è un panorama da città sottomarina, composto da serre subacquee.

OrtoDiNemo.png

All’interno di ciascuno di questi palloni di un paio di metri vi sono poco meno di un centinaio di piantine che “respirano” grazie all’aria intrappolata nella biosfera che, più leggera dell’acqua, agisce da cuscinetto spingendo l’acqua sul fondo della sfera. Un’idea del genere, deve (per forza!) dimostrare di essere autosostenibile e green; infatti le sfere si alimentano con energie rinnovabili (sole -poco- e moto ondoso -tanto-) e sfruttano la stessa acqua marina, che distilla dalle pareti, per l’irrigazione (ah, l’acqua è dolce! infatti il poco sole è sufficiente a far evaporare l’acqua dal fondo della sfera lasciando residui di sale, questa si condensa poi sulle pareti e gocciola sulle piantine, facile no?!).

La stessa preparazione di queste sfere è tutt’altro che banale: basta riempire un pallone con un po’ di terra e tanti semi per avere… una specie di voliera subacquea. La terra infatti contiene parecchie larve e microorganismi che in una cultura idroponica (ed isolata) come quella delle sfere non consente lo sviluppo delle piantine. Si utilizza infatti un substrato inerte, che non è terra, arricchito con nutrienti e sali minerali (che di “naturale” parrebbe non avere nulla…).

Le piante crescono in un ecosistema abissalmente (è il caso di dirlo) diverso da quello terrestre, in termini di luce, pressione ed umidità. Tale ambiente ha ovviamente un effetto sulla crescita delle piante sotto molteplici aspetti: fisiologico, chimico e morfologico.

Il risultato, almeno nel caso del basilico, è ottimo! Risulta infatti essere più ricco di sostanze antiossidanti e di pigmenti fotosintetici (conseguenza abbastanza ovvia dato che deve cercare di catturare quel poco di luce che riceve),ed è anche più ricco di metileugenolo. Che è? Beh, l’aroma caratteristico del basilico genovese.

In breve, il pesto marino parrebbe essere molto migliore di quello terreste. Non sono esattamente uno che va a caccia di esperienze gourmet, ma questo credo valga la pena assaggiarlo. Trovo l’idea una sorta di intestazione fra ricerca, suggestione, futurismo, alimentazione, sostenibilità, genetica e pazzia. Non male.

WU

Astenersi dalle fave!

Questo lo metterei nella sezione “curiosità”, “lo sapevate?”, oppure “si narra che…”, è uno di quegli aneddoti che nella vita non ci fai nulla (tutt’al più bella figura con la ganza di turno… ammesso che la inviti a mangiare fave) eppure fa parte di quella forma di “cultura curiosa” che (almeno per me) da aneddoti tipo questo ti spinge a ricordare diversi eventi ad esso collegati di certo più interessanti (beh, diciamo almeno storicamente più rilevanti).

Venendo a noi, i pitagorici erano una specie di “setta”: in un misto fra fede e matematica, avevano regole, avevano dettami, avevano divieti. Fra questi uno mi ha particolarmente colpito (e come sempre non chiedetemi come vi sono inciampato anche perché non saperei dirvelo… anche se sono certo che è il caldo che patisco in queste notti ad esserne complice…): il rapporto con le fave.

E anche il precetto “astieniti dalle fave” aveva molte ragioni di ordine religioso e fisico e psicologico.

PitagoraFave.png

Mangiarle assolutamente vietato, ma anche il sol toccarle era considerato contro le regole. Anzi, leggenda vuole (una delle, ad essere onesti, circa la morte di Pitagora) che fu proprio questo divieto a causare la morte dello stesso Pitagora. Il “maestro” inseguito da dei nemici per ragioni politiche, dalle parti di Metaponto, si trovò dinanzi un campo di fave. Piuttosto che attraversarlo si fermò, si fece raggiungere dai nemici e perì.

Le motivazioni erano svariate (e variopinte) tutte più o meno documentate da questo o quello:

  • alle fave veniva assegnata una qualche capacità allucinogena e l’abilità di intorpidire i sensi (Plino il Vecchio)
  • alle fave veniva assegnata la capacità di provocare un forte gonfiore di stomaco, ovviamente nocivo alla tranquillità spirituale. Non andavano dunque mangiate e men che meno prima di dormire onde evitare di addormentarsi con il corpo in condizioni “turbate” che era uno stato molto simile alla morte (Cicerone)
  • le fave erano state mescolate assieme a materiale in decomposizione nel caos originario dell’universo. Pertanto oggi queste erano fatte dello stesso materiale putrefatto di cui erano composti gli esseri umani (Porfirio)
  • “perché assomigliano alle porte dell’Ade; […] perché è la sola pianta senza articolazioni; o perché nociva; o perché è simile alla natura dell’universo; o perché ha significato oligarchico” (Aristotele)

Vi sono almeno un paio di interpretazioni che vale la pena menzionare per collocare questo strambo divieto in una prospettiva storica. Il favismo era una malattia abbastanza diffusa nel sud Italia all’epoca di Pitagora (anche se va detto non vi è traccia di documenti medici che collegassero la malattia alle fave…), il divieto era pertanto una specie di profilassi che veniva fatta passare da “fede” (e non sarebbe questo il primo caso…). Una diversa interpretazione parte da una base più religiosa dato che le fave erano considerate (forse come lascito pagano) connesse al mondo dei morti, al mondo dell’impurità, della materia in decomposizione e quindi il precetto era un vero comandamento di fede.

Insomma, quel che fosse la motivazione il dato di fatto era che dalle fave bisognava stare lontani, e non poco! La proibizione conferma la natura magico/superstiziosa della scuola Pitagorica ed affonda le sue radici in qualche arcaica credenza che Pitagora aveva poi rielaborato ed eletto a precetto. Il timore del soprannaturale (incarnato in questo caso nelle ignare fave) è stata una delle linee guida della nostra storia; precetti tipo questo erano (e sono) una sorta di impegno di purificazione quotidiano che ci illude di perfezionarci nel corpo e nello spirito per avvicinarci alla natura divina.

WU

PS. Tanto per completezza altre regole “peculiari” (i.e. più simili a superstizione che altro) della scuola Pitagorica (ognuna, sono certo, con una sua ratio) sono:

  • non raccogliere ciò che è caduto
  • non toccare un gallo bianco
  • non spezzare il pane
  • non scavalcare le travi
  • non attizzare il fuoco con il ferro
  • non addentare una pagnotta intera
  • non strappare le ghirlande

L’albero penta millenario

Per sua natura un albero non vive (…a meno di “delicati” interventi umani) settimane, ne mesi, ne qualche anno. Se questo sia un bene o un male non sono in grado di dirlo e comunque non è affar mio. Non ho mai sentito, se posso essere sincero e leggermente prolisso, “augurio” peggiore di “per cento anni” rivolto ad un essere umano. L’equivalente alberesco sarebbe? “Per un migliaio di anni”?

Ad ogni modo, è stato recentemente scoperto un esemplare californiano di Pinus Longaeva (e già il nome tradisce una certa propensione…) che vanta la bellezza di ben 5067 anni!

5067! L’albero singolo più vecchio al mondo (si, esiste un esemplare di abete rosso svedese di ben 9550 anni, ma è uno sporco clone).

Ha visto praticamente tutto ciò che è successo da prima delle piramidi egizie ad oggi. E direi che è molto fortunato, lui e noi, a non poter parlare e non potersi muovere.

Per motivi di sicurezza (come siamo ridotti…) l’effettiva location del pino millenario è tenuta ben segreta. Si sa solo che si trova in California, oltre i 3000 m, da qualche parte sulle White Mountains, con le radici piantate in una terra dura ed arida e a debita distanza dai suoi simili (scaltrissimo adattamento evolutivo che garantisce una resistenza agli incendi quasi innaturale).

PinusLongaeva.png

Ovviamente non il posto migliore per nascere, ma in virtù di “ciò che non ammazza fortifica” sono state probabilmente proprio le avverse condizioni naturali a far si che il pino abbia dovuto adattarsi (è praticamente un tronco con pochi ramoscelli e pochissime foglie) e tirar fuori i denti per sopravvivere così a lungo.

WU

PS. Ad onor di cronaca va detto che i suoi fratelli più giovani, diciamo di qualche centinaio di anni, sono anch’essi americani.

Di Pinus Longaeva plurimillenari in america ve ne sono almeno 3 (ovvero Matusalemme, il fu Prometeo ed il vecchietto in questione). Gli altri si nascondono molto meglio…

Orchidea Phalaenopsis

Come già sappiamo questo blog non ha alcuna aspirazione (e già qui dovrei mettere un punto), ne di natura fotografica, ne di natura botanica, ne di natura didascalica. Ed ogni buon “esperto” in uno dei suddetti campi avrebbe di che bastonarmi.

Sono uno dei tanti che si prende un po’ di cura ” a spizzichi e bocconi” anche di qualche pianta e qualche fiore domestico. Mi alterno fra il “mi rilassa” a “non ho tempo” passando per il “se vuole vivere vivrà”.

Non ai livelli del detective Wolf, ma le orchidee sono fra le piante che mi danno più soddisfazione. Vederle li per mesi con quattro (in molti casi questo numero non è tirato a caso) foglie basse ed uno/due/tre spogli gambi che svettano cercando di raggiungere gli altrettanto spogli e sterili bastoncini di (ipotetico) supporto.

Nel caso specifico mi sono dilettato con quella che scopro ora essere una Orchidea Falena. Beh, effettivamente, non sono proprio sicuro della classificazione botanica, ma l’idea di una farfalla me la da (… o voglio che me la dia). Poi il fatto che non sia particolarmente rara e che si aggiri su prezzi contenuti suffraga ulteriormente la mia idea.

E, dulcis in fundo, tronfio di questa ennesima fioritura mi sono anche cimentato in una macro del prodotto.

DSC_0017.JPG

WU

Prima di tutto i semi!

E’ bello avere un porto sicuro, no? Una specie di backup del mondo qualunque cosa dovesse succedere. Ti da un po’ di certezza, la tranquillità di poter fare qualunque (beh… quasi) cazzata, tanto un modo per “ripristinare (si, si, sempre “almeno in parte”) lo status ante c’è sempre.

E proprio perché ci da questa sorta di libertà nello sbagliare che abbiamo ibernato il giardino dell’eden. Lo Svalbard Global Seed Vault è appunto questa copia che ci siamo fatti del patrimonio botanico attuale. Tutto.

svalbardseed1.png

In una remota isola, in un remoto arcipelago, a 1200 km dal polo nord, sotto terra, dietro porte di acciaio spesse decine di cm, sotto diversi metri di terra e permafrost, 120 metri dentro una montagna di roccia arenaria abbiamo fatto il caveau della nostra natura. Nel caso dovessimo ripartire da capo…

Praticamente enormi stanze piene di semi congelati a -20/-30 gradi di (quasi) tutto quello che conosciamo. Fino a 4.500.000 semi complessivamente, mentre “si pensa” (chi?!) che sulla Terra ci aggiriamo attorno ai 1.500.000 tipi differenti di semi di raccolti alimentari.

svalbardseed.png

Il tutto iniziò nel 1984 quando il Nordic Gene Bank si fece il suo backup delle sementi delle piante nordiche. Poi dal 2008 il Nordic Genetic Resource Center ha preso in mano la faccenda. Sotto l’egida del Nordic Council of Minister ed in accordo con il Global Crop Diversity Trust (nomi complessi, e non vi dico le sigle, che servono a giustificare poltrone e carta) il progetto è cresciuto fino ad oggi.

La mission è tutt’ora “completo affidamento fiduciario della maggior parte delle 21 colture più importanti della Terra con le loro varianti”. E poi, proprio come un caveau, ogni nazione ci può depositare un po le sementi che gli pare… che restano di sua proprietà. Cioè, stiamo dicendo che qualcosa che non rientra fra le 21 colture essenziali un domani potrebbe essere proprietaria di questa o quella nazione?! Mi sto sbagliando… spero.

WU

PS. Ed ora la parte triste: nel 2015 è arrivata la prima richiesta di prelievo. Aleppo, Siria. E facciamo i sofisticati fra profughi ed accordi.

E’ comunque del 2014 il versamento più recente: 20mila varietà di semi provenienti da Giappone, Brasile, Perù, Messico e Stati Uniti.

PPSS.
E come si legge dal sito della nordgen (ad oggi):

  • Seed samples [851 596]
  • Taxon names [11 708]
  • Species [5 253]
  • Genus [968]
  • Country of origin [233]
  • Continent of origin [8]
  • Depositor institutes [69]
  • Depositor and genus [2 258]
  • Depositor, date and crop [5 048]
  • Seed deposit events [176]

Sostenibilità vegana

Questo è un argomento del quale non mi è per nulla facile parlare. Più che altro perché temo di offendere la sensibilità di qualcuno. Non è nei miei intenti, semplicemente dico la mia e mi piace bighellonare anche sulle cose più delicate (per qualcuno, d’altronde tutto è relativo…).

Molte scelte le facciamo più con la pancia che con la testa. Ed infondo è giusto così… Ma almeno (ed io non sono sicuramente un fan della coerenza) evitiamo di far finta che siano razionali. No?

“Io sono vegano perché è più sostenibile”.

Frase sentita a iosa. Serate da tritamento dei cosiddetti. Ovviamente… tanto il “più” è relativo (appunto). Ma c’è chi si è messo ad affrontare la questione in maniera scientifica (per quanto questo termine possa essere utilizzato in questo contesto): “Carrying capacity of U.S. agricultural land: Ten diet scenarios“.

The purpose of this analysis is to compare the per capita land requirements and potential carrying capacity of the land base of the continental United States (U.S.) under a diverse set of dietary scenarios. We argue that assessing human carrying capacity (persons fed per unit land area) is essential for fully understanding current and potential productivity of a land base.

I ricercatori (tutti made in US sparsi fra varie università in Massachusetts e New York) hanno sviluppato dei modelli di simulazione biofisica per comparare diversi (dieci, per la precisione) comportamenti alimentari. Beh, sarebbe stato bello vedere un risultato abbastanza scontato e confortante: uno stile vagano consente di sfamare più persone coltivando la stessa superficie agricola esistente.

Se fosse stato così non starei qui a scrivere nulla. E molti me ne sarebbero grati.

La dieta vegana (sempre secondo i modelli) riesce a nutrire meno persone rispetto ad un paio di diete vegetariane e due diete onnivore. Praticamente siamo a metà classifica.

Azz… e mo’ come si fa a giustificare la scelta vegana.

Semplicissimo (per me): è appunto una scelta e come tale non va per forza motivata razionalmente. Figuriamoci poi se sia il caso di scomodare la sostenibilità (parola oggi diventata una specie di buzz word, ma che ha un significato molto profondo).

Praticamente rinunciare in maniera “totale” ai prodotti animali potrebbe non essere, a lungo termine, la scelta più ecosostenibile per l’umanità intera.

[…] we demonstrate that under a range of land use conditions, diets with low to modest amounts of meat outperform a vegan diet, and vegetarian diets including dairy products performed best overall.

Il motivo è che il tipo di terra è diverso per produrre un cibo diverso e non tutti i tipi di dieta sfruttano questi terreni allo stesso modo. Il “fabbisogno a metro quadro di terra” per una dieta vegana è maggiore rispetto a diete in cui c’è qualcosa di animale (carne, uova, latte, etc.).

Detto in soldoni: se tutti volessimo mangiare i prodotti della sola Madre Terra non ce ne sarebbe abbastanza per poterlo fare. Con buona pace della sostenibilità c’è chi deve “sacrificarsi”.

WU (onnivoro soddisfatto)