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Bisticcio

Per tornare al ciclo di parole che per andrebbero premiate/rivalutate (IMHO) se non per il loro significato almeno per la loro sonorità e che invece vivono in un cantuccio del gergo colloquiale dei nostri tempi (… almeno finché usiamo ancora qualche parola e non parliamo solo per emoticons).

Litigare è una parte delle relazioni interpersonali, personali, di quelle con una qualche divinità, con un animale e per quelli più irosi anche dei rapporti con gli oggetti. Può essere più o meno frequente, acuto, intenso, passeggero e via dicendo.

Alcuni litigi, in particolare quelli passeggeri, quelli che non lasciano strascichi, gli scambi vivaci di parole ed opinioni sono i più sani. Sono quelli che in fondo fanno crescere, che non minano le relazioni in essere ma al contempo ci stimolano a riflettere sulla posizione dell’altro. Ecco, questi sono i bisticci.

In genere relegati al (fortunato) mondo dei bambini, i bisticci si perdono con l’età adulta. Come si si tendesse ad imporre in maniera sempre più decisa la propria posizione fino a bendarsi nei confronti della posizione dell’altro che va subito arginata, quasi duramente.

Bisticciare, invece (oltre che avere un suono che già mette di buon umore), ci da la possibilità di sfancularci vicendevolmente senza toglierci il saluto. Ci offre una situazione in cui alzare anche un po’ la voce già sapendo che tutto finirà li.

Si, bisognerebbe dichiarare un bisticcio prima che inizi onde evitare di generare in sterili, lunghi, noiosi e pericolosi litigi (ovviamente all’ordine del giorno, e ne scopriamo tristemente il culmine nei fatti di cronaca, nel nostro tempo). Se basta dirlo procedo subito.

Bisticciate!

WU

PS.

Sempre sul tema lessicale la divagazione al bisticcio di parole mi pare più che lecita. Anzi, alla Paronomasia, ovvero l’affiancamento di parole con suono simile anche se con significati diversi: carta canta, fischi per fiaschi, volente o nolente e così via.

Anche in questa interpretazione, fortunatamente e giustamente, l’aurea di scherzo rimane.

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Borghild: che bambola!

Un’altra di quelle storie (tipo questa’altra) che meritano per lo meno di essere raccontate.

Seconda guerra mondiale, soldati nazisti al fronte francese; militari devoti al Reich (bah, qui qualche dubbio sul concetto di devozione)… ma pur sempre uomini. E come tali, complice anche la prolungata distanza da casa e dall’amata, l’ambiente “mascolino” da caserma, il testosterone galoppante durante le sessioni di guerra, diciamo che le naturali pulsioni umane trovavano una ambiente legittimo e naturale per chiedere a gran voce il loro espletamento.

La cosa non era, ovviamente, indifferente al capo supremo. Il Fhuler, infatti, sapeva benissimo dei costumi dei suoi uomini al fronte, ma la sua preoccupazione non era di natura morale, bensì di natura “genetica” (e qui sogghigni a manetta).

Hitler, praticamente, non sopportava (nella sua mente, a quanto si dice) che i suoi ariani soldati, durante l’occupazione francese sporcassero la razza, inquinassero il loro puro e superiore sangue con le prostitute dei bordelli francesi.

Il pericolo più grande a Parigi lo costituiscono le prostitute selvagge, che esercitano la loro oscura arte sulla strada e nei Café, Ristoranti, Bar e luoghi di piacere. È nostro compito facilitare ai soldati l’eliminazione degli impulsi.

Inammissibile, la situazione andava sanata!

Allora, pensa che ti ripensa, finalmente un’alba del 1941 ecco la grande trovata del capo delle SS Himmler: Borghild! Pelle chiara, occhi azzurri, capelli biondi, seni grandi, 1,76 di altezza, gonfiabile e sempre disponibile. Praticamente una donna ariana modello in formato sex toys.

Non c’è dubbio, l’oggetto e lo scopo della bambola è la regolazione degli impulsi del soldato. I nostri soldati devono combattere e non girovagare o far visita a persone femminili estranee al popolo.
Ma nessun vero uomo preferirà una bambola a una vera donna se i seguenti criteri non sono garantiti:
1. la carne sintetica non dovrebbe distinguersi troppo dalla vera carne;
2. la mobilità delle bambole dovrebbe essere conforme alla gamma di movimento degli arti reali;
3. “l’organo” della bambola dovrebbe essere assolutamente a sensibilità reale.

Borghild.png

Le bambole dovevano essere messe a disposizione delle truppe e seguire i soldati fedelmente custodite dentro cabine trasportabili e disinfettabili, proteggendo i soldati dissuadendoli dal far visita a “focolai di infezioni”.

Tuttavia quei maledetti alleati (cattivoni) nella foga della distruzione degli asset militari tedeschi bombardano anche la fabbrica di Dresda incaricata della produzione delle bambole. Fine della brevissima storia della bella Borghild ed affari assicurati (come in effetti furono) per i bordelli francesi.

WU

PS. Se sia vero o meno (storicamente parlando; la rete è piena di link più o meno seri… motivo per cui non ne metto neanche uno) non lo so, ma una storia a cui mi piace credere.

Furono pianificati tre tipi di bambola di dimensioni diverse: tipo A: 168; tipo B: 176; tipo C: 182 cm.
Per il momento doveva essere preparata solo una forma di bronzo (tipo B).
C’era disaccordo riguardo il seno. Le SS lo volevano pieno e tondo, ma il dottor Hannussen insistì su una “forma cinorroide e maneggevole ” e la fece accettare.
La prima bambola Borghild fu completata nel settembre del 1941.
Essa corrispondeva esattamente al “tipo nordico”.
Il nostro taglio di capelli aveva praticamente previsto un taglio con trecce a chiocciolina, ma il dottor Hannussen era contrario a esso. Lui era del parere che il taglio di capelli corto doveva sottolineare che la Borghild era parte essenziale delle truppe combattenti “una puttana da campo” e non una madre onorabile.
La presentazione della Borghild a Berlino fu un successo. Anche il Reichsführer delle SS Heinrich Himmler fu presente. E il dottor Chargesheimer.
Durante l’esaminazione delle aperture artificiali da parte dei signori presenti Franz Tschakert era molto nervoso.
Himmler fu così eccitato che ordinò 50 pezzi in incarico.
Si parlò di impostare uno specifico impianto di produzione, dal momento che i laboratori del Museo d’Igiene furono ritenuti insufficienti per un progetto del genere.
Considerati gli sviluppi sul fronte orientale, lo stanziamento fu ridotto già una settimana più tardi e il progetto Borghild, fondato all’inizio del 1942 poco dopo Stalingrado, fu messo da parte. Tutti i documenti di costruzione vennero raccolti e inviati all’Istituto d’Igiene SS.
Lo stampo di bronzo per la produzione in serie della bambola non venne mai costruito.
Riguardo all’ubicazione della bambola non so nulla. Suppongo che sia stata trasferita “come tutti gli altri calchi in gesso e studi” a Berlino.
Nel caso in cui, tuttavia, fosse stata custodita nel museo, è probabile che sia stata distrutta dai bombardamenti alleati a febbraio 1945.

Autostima femminile

L’autostima, l’autostima, sempre l’autostima, non se ne può più di questa maledetta autostima, diceva mio marito (ex) Jacopo. Gli dava sui nervi la parola, quella velleità psico-scientifica. Ma voi (io e le mie amiche), voi lo direste che Giovanna D’Arco si autostimava? E Giuditta mentre tagliava la testa di quello là? E Lucrezia Borgia mentre faceva fuori i suoi amanti?

C’era una parola che definiva benissimo la cosa: orgoglio. La storia era piena di donne orgogliose, Cleopatra, Caterina di Russia, matrone romane, poetesse, che ne so. Pieno. Autostima era una parola da poveracce, da casalinghe: autopulente, autofriggente, autosmacchiante…

[Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti]

Sono inciampato su questo pezzo e ne sono rimasto affascinato. In questa epoca in cui il femminismo è una moda ed il femminicidio una notizia ci siamo forse dimenticati che la responsabilità delle ancora esistenti (ahimè) differenze di genere (e se volete possiamo generalizzare, ma cerchiamo di finire un sentiero prima di intraprendere un altro).

Non illudiamoci che serva sentirsi migliori per esserlo, non illudiamoci che basti alzare la voce per essere ascoltati o sensibilizzare per essere protetti. Serve essere coscienti dei propri limiti e delle proprie differenze e serve sapere a cosa si va incontro. Con orgoglio.

Uomini e donne sono diversi e devono sentirsi diversi, non migliori/peggiori dell’altro, ma ciascuno peculiare e caratteristico e non farlo per “stimarsi” agli occhi dell’altro, portando avanti una bandiera inesistente, bensì perchè effettivamente credono (da cui l’orgoglio di dimostrarlo) di essere speciali.

WU

PS. Ad essere onesto avevo elucubrato su questo pezzo per l’amata/odiata festa della donna, ma proprio per evitare di suonare routinario, uguale, convenzionale, ho preferito aspettare qualche giorno per mettere queste considerazioni fuori dai panieri della ricorrenza.

Well, I…

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E’ quel genere di cose per cui potrei ridere per ore (si, si, anche e soprattutto solo…) . Nell’ottica del rapporto uomo-donna, da uomo (ma, mi sbilancio, anche se fossi donna) il livello di onestà in certi discorsi è sempre molto ambiguo.

Inoltre si aggiunge l’aspetto intimo di queste “discussioni”; molto spesso non si afferma una propria “convinzione” se non che per sentirsi dire che non è così, che ci stiamo sbagliando, etc. Per sentirsi un po’ coccolati, insomma.

Non che uno/a non voglia dire un qualcosa di specifico, è che a volte tacere è meglio, anzi, ancora meglio è agire. Un bel bacio (o equivalenti) sono meglio di si/no biascicati. Una bella azione è meglio di tante parole, in generale e con l’altro sesso in particolare.

In pratica, sia che siamo di fronte all’altro sesso “in difficoltà” sia che siamo “in difficoltà” davanti all’altro sesso, la cosa migliore è prendere in mano la situazione (beh, ammettiamo che non tutti hanno lo charme del Barone Rosso…) ed evitare qualunque parola. Seppure con i migliori intenti è il contesto giusto per fraintendere e/o essere fraintesi. “E’ un fatto di clima e non di voglia”…

WU

Idee per astro-popo?

Oh, e questo?

Space Poop Challenge

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Si, Poop, significa proprio quello. Effettivamente gli astronauti, oltre a fare i fighi nelle loro belle tute, con i loro tweet e con qualche foto mozzafiato anche anche le stesse necessità fisiologiche di noi mortali.

Quando natura chiama quello che non possono fare è semplicemente correre in bagno a liberarsi. Un po’ come i bambini sono quindi costretti a portare … un pannolino.
Soluzione abbastanza semplice (che comunque ci ha consentito di conquistare lo spazio , almeno quello vicino a noi), ma non tanto igienica. Si, non c’è nessun genitore premuroso che immola il proprio olfatto ed esegue cambi volanti e, date le condizioni nelle quali i “poveri” astronauti devono operare è possibile anche il pannolino sporco non sia sostituibile prima di qualche ora… con tutto ciò che ne consegue.
Siamo quindi all’aspetto più prosaico della faccenda:

The agency is asking innovators to create fecal, urine and menstrual management systems for spacesuits, that would work for up to six days. Up to $30,000 in prize money is up for grabs.

Solutions should provide for urine collection of up to 1L per day per crew member, for a total of 6 days. Fecal collection rates should be targeted for 75 grams of fecal mass and 75 mL fecal volume per crewmember per day for a total of 6 days duration. Menstrual collection systems should handle up to 80 mL over 6 days.

Ok, si chiede quindi di dare qualche buona idea alla NASA per risolvere la faccenda, anche e soprattutto in vista dei lunghi-lunghissimi viaggi che abbiamo in programma (Marte non si avvicinerà a noi, al più possiamo cercare di andare più veloci, ma non sarà di certo questione di qualche settimana o pochi mesi).

Ovviamente ci sono dei requisiti minimi da rispettare (E no, un classico WC con sciacquone non funziona nello spazio):

In the event of cabin depressurization or other contingency, crew members may need to take refuge in their launch and entry suits for a long-duration: 144 hours. […] The crew member will have less than 60 minutes to get into and seal their spacesuit. To ensure the crew member’s safety, the solution .needs to take no more than five minutes to set up and integrate with the spacesuit. […] Requirement that the system work in microgravity, in a pressurized spacesuit

Ovvero, deve essere una cosa abbastanza ingegnosa per tener lontano dagli orifizi umani tutto ciò che vorreste tener lontano anche sulla terra.

Le idee vanno presentate entro il 20.12.16 ed il vincitore (ricordo i 30000$…) sarà annunciato il 31.01.17.

Io inizio a pensarci

WU

PS. Ovviamente la cosa che mi colpisce di più è che a fronte di “soli” 30000$, che diciamocelo per la NASA sono come il resto dei ramini al supermercato per me, “gli scienziati” si portano a casa l’esclusiva di un bel paccotto di idee che diventano “magicamente” loro…

Innovators who are awarded a prize for their submission must agree to grant NASA a royalty free, non-exclusive, irrevocable, world-wide license in all Intellectual Property demonstrated by the winning/awarded submissions.

Una volta a settimana

La frequenza del rapporto sessuale in una coppia è sempre stata sbandierata come emblema di solidità e felicità del rapporto. Ora, senza puntare agli estremi (tipo rapporti una volta al mese, o peggio, magari discutendo della spesa o del menù 😀 ) la domanda sorge spontanea (in base al livello di perversione del singolo): ma veramente esiste una relazione fra frequenza dei rapporti sessuali e felicità?

Beh, attraverso una bella analisi statistico-sociale (…il genere di “studi” che adoro) su ben 30645 cavie l’articolo Sexual Frequency Predicts Greater Well-Being, But More is Not Always Better ci da la risposta.

[…] we demonstrate that the association between sexual frequency and well-being is best described by a curvilinear (as opposed to a linear) association where sex is no longer associated with well-being at a frequency of more than once a week […]

Avete capito bene. Una volta a settimana è una specie di limite, con buona pace di molte “pubblicità progresso”. Una frequenza maggiore di una volta a settimana serve solo per i rapporti interpersonali, ma non per la felicità (e voglio vedere un indice numerico per misurarla!) del singolo.

Più in dettaglio. Se siete impegnati in una relazione, una volta a settimana è il limite della vostra felicità; se siete single non vi è alcun legame con la vostra felicità (e non provate a contraddire la Scienza). Parlando solo di coppie impegnate: la correlazione fra sesso e felicità va a saturazione e si “stabilizza” su una frequenza di una volta a settimana.

[…] sexual frequency had a curvilinear association with relationship satisfaction, and relationship satisfaction mediated the association between sexual frequency and well-being.

Attenzione! La ricerca, letta da un’altro punto di vista ci sta dicendo: meno di una volta a settimana rende infelici!

WU

PS. Non candidato, per quanto ne so, ad alcun IgNobel. Scandaloso!

WUMP! … ancora

Il concetto è relativamente semplice da capire, molto meno da accettare: certe cose, semplicemente, non si possono imparare.

Un medico una volta mi disse: chi nasce tondo non può morire quadrato.

Dobbiamo ineluttabilmente accettare che per quanti sforzi e quante sovrastrutture saremo in grado di metterci addosso il nostro vero io uscirà sempre fuori in alcuni momenti. In genere quando abbassiamo la guardia, quando ci togliamo la maschera e smettiamo di fingere. Impariamo, fortunatamente, dall’esperienza, ma ricaschiamo (spesso letteralmente) non appena il cuore mette da parte il cervello (CB, non lo faresti per un million dollars, vero?!)

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Non credo di essere bravo a nascondere, lo faccio come tutti, cado sempre sugli stessi palloni.

WU.

PS. Non credere alle lacrime di nessuno, Chalie.