Lettura artificiale

Siamo nell’era in cui la locuzione “intelligenza artificiale” sembra riassumere il futuro. In realtà è una cosa solo parzialmente nuova (e non solo per B-movies catastrofici) che come tutto sta velocemente progredendo. Parliamo di algoritmi che imparano da se stessi. Che “studiano” quello che gli diamo da studiare e raggiungono (affinando una serie di parametri su un codice scritto, finora, da mano umana) una livello di “conoscenza” nella loro mansione da far impallidire i Leonardo-Da-Vinci-che-non-ci-sono-più.

Una volta che il giochino funziona lo si mette alla prova negli ambiti più disparati. Lungi da me una lezione sul machine learning e sui campi di applicazione, mi ha incuriosito questo “esperimento“.

Sono stati fatti leggere ad una intelligenza artificiale (paziente, che non fa i capricci, ma che non ne trae neanche piacere) 3.5 milioni di libri (!). Tutti questi testi e tutte queste informazioni sono state fatte processare all’intelligenza con uno scopo ben preciso: scoprire se c’è una differenza tra i tipi di parole usati per descrivere uomini e donne. Avrei da ridire sullo scopo “riduttivo” dopo tutte le info (parliamo di qualcosa come più di 11.000.000.000 di parole…) che l’intelligenza ha evidentemente acquisito.

Il risultato che definirei inatteso, grottesco, un luogo comune, e-c’era-bisogno-di-un-computer, frutto non solo dei nostri tempi, un retaggio dei nostri tempi è più o meno che le parole usate per le donne si riferiscono molto più alla loro apparenza rispetto alle parole usate per descrivere gli uomini.

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Abbiamo dato valenza statistica ad un sentimento (maschilista!) abbastanza diffuso. Abbiamo “confermato” una sorta di pregiudizi di genere anche nel linguaggio letterario. Devo però dire che la cosa mi puzza un po’ di “bias di conferma”; in fondo descrivere una donna anche per il suo aspetto estetico non vuol dire per forza sessismo… Ma la statistica questo aspetto non lo coglie (e non deve!). Gli algoritmi sono un insieme di istruzioni fisse che identificano, in questo caso, aggettivi maschili o femminili; se la fonte utilizza questi termini in maniera corretta o distorta l’algoritmo non lo coglie; i sistemi di intelligenza artificiale di adattano alle info date loro in pasto, non vanno oltre.

Ad oggi l’algoritmo (i ricercatori sono al lavoro per un upgrade) non distingue di certo i vari generi letterari, gli autori e le loro inclinazioni personali ed artistiche, non tiene conto del periodo storico in cui è stato scritto il libro ed in generale non contestualizza nulla dei milioni di libri che “legge”.

Per ottenere analisi più raffinate (come quelle che necessarie quando si chiede ad una macchina di entrare “nelle faccende umane”) bisogna sviluppare algoritmi più raffinati in grado di interpretare o ignorare il contesto delle parole ed allora si che si potrà avere conferma dei nostri stereotipi di genere e pregiudizi… che sono pronto a scommettere emergeranno.

WU

PS. Non so se in odore di ignobel.

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La visione periferica serve sempre

… o per vedere fuori dal centro del nostro campo visivo oppure per darci una scusa…

Ok, metto le mani avanti: sto scrivendo questo post più che altro per auto-giustificarmi, non tanto perché credo nella spiegazione scientifica che viene presentata. Non metto in dubbio che vi siano alcune differenze biologiche (ovviamente), evolutive (meno male) e chissà quante altre fra uomo e donna, ma arrivare a dire che non riesco spesso a trovare quello che mi serve a causa di ciò ammetto mi serva più come giustificativo con me stesso piuttosto che come base scientifica di cui farmi forte.

In breve, uomini e donne sono diversi, ma mi serve una benedetta scusa quando ho le cose davanti agli occhi e devo chiedere “l’aiuto da casa”… Ah, non sono certo sia questione di pigrizia quanto di effettiva, inconscia disattenzione.

Comunque, mettendo la cosa su un piano semi-scientifico la colpa la possiamo dare alla diversa visione periferica nei due sessi. La visione periferica è quella parte del nostro sistema visivo che ci consente di percepire colori, forme e (soprattutto) movimenti che non sono esattamente davanti i nostri occhi. Piuttosto comoda durante la nostra evoluzione per percepire movimenti di possibili predatori che avvenivano fuori dal nostro campo visivo e metterci di conseguenza sull’allerta (e sperabilmente in salvo), ma anche per vedere cosa c’era attorno a noi che potevamo raccogliere e portare a casa.

Le donne hanno una visione periferica eccellente, sono in grado di vedere con buona precisione fino a circa 45° dal centro del loro campo visivo e riescono anche a raggiungere casi eccezionali di 180°. Gli uomini si fermano nettamente prima, attorno ai 20°, pare.

Il motivo evolutivo di questa differenza (di cui sono certo ce ne siamo accorti…) è da ricercarsi nelle abitudini (preistoriche, ovviamente) dei due sessi. Le donne che erano principalmente raccoglitrici, si occupavano di frutta, erbe e radici, ed avrebbero quindi sviluppato una capacità visiva più ampia per veder meglio cosa avrebbero potuto raccogliere attorno a loro. Gli uomini, invece, erano cacciatori ed avevano quindi bisogno di puntare la preda frontalmente e con precisione per cui concentravano la propria attenzione su un oggetto alla volta ed era sufficiente percepire ombre e sagome come visone periferica per mettergli di mettersi in salvo.

Oggi la differenza sta fra il cercare i pantaloni e trovarli oppure essere ricoperto di improperi quando “il gentil sesso” ce li indica docilmente. Continuo a pensare che concentrarsi un attimo risolverebbe la questione, ma è più facile che mi giustifichi dicendo (a me stesso, dato che se lo dovessi dire ad una donna non farei che peggiorare la mia situazione) che è colpa della mia visione periferica…

WU

PS. Mi viene anche da astrarre un pochino e dire che una visione periferica in senso lato che ci consenta anche di percepire quello che succede attorno a noi fuori dal nostro “cono d’attenzione” è di certo aiuto nella vita. Confermo, la visione periferica serve sempre…

Maschiegazione

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Ammetto la mia ignoranza (…ed anche il fatto che vivevo benissimo in essa), ma il termine mansplain non lo conoscevo.

Pare possa essere brutalmente tradotto in italiano con un goffo maschiegazione che dovrebbe significare l’atto di spiegare con condiscendenza, fare una “lezioncina”, da parte di un uomo-maschio ad una donna-femmina 🙂 .

In primo luogo, la parola non mi piace ne come suono, ne come significato. Poi mi chiedo, se proprio vogliamo definire questo scenario possiamo benissimo attingere a diversi termini che abbiamo già (…che, guarda caso, mi pare non abbiano in femminile)tipo gradasso o smargiasso. Non è proprio la stessa cosa? Ok, può essere, ma il fatto è che non mi è ben chiaro cosa intendiamo per “lezioncina maschile”.

In rete (ed ometto link quasi per pudore) pare che l’esempio classico sia quando un maschio spiega il fuorigioco calcistico ad una donna. Quindi per maschiegazione intendiamo una spiegazione su cui un uomo-maschio è molto ferrato (… io credo di aver imparato il significato del fuorigioco da Topolino…) ad una donna-femmina a cui probabilmente non gliene può fregare di meno?

Oppure vogliamo sottolineare la superficialità con cui la spiegazione viene fatta a qualcuno che si da per scontato “non potrà mai capire”? Forse è questo il caso, ma l’inutilità e l’aberrazione del termine per me rimane. Anzi, assegnare una parola ad-hoc a situazioni tipo queste le elevano, IMHO, ad un grado di dignità che altrimenti non avrebbero. Possiamo anche pensare in maniera ancora più perversa: etichettare mansplaining una certa frase/situazione potrebbe essere il metodo migliore per tagliare, dalla parte femminile, un discorso quando si è a corto di argomentazioni per sostenerlo…

Altro spunto interessante di questo Dilbert è che mi pare che il metodo migliore per affrontare un discorso con qualcuno “immune alla logica” (che calza benissimo a tanti militanti fissati su questa o quella posizione, femministe incluse… ed in buona compagnia maschile) sia semplicemente non provare. Una sorta di resa in partenza dando per scontato che chi si ha di fronte non recepirebbe in ogni caso l’informazione. In questo caso si che una “lezioncina superficiale” potrebbe anche essere calzante, ma dividerei a questo punto la situazione dal sesso dei partecipanti.

In attesa di una femmigazione?

WU

Ricorrenze

In giornate come quella odierna non so mai se spendere qualche parola sulla ricorrenza o meno. Se proprio uno vuole in rete trova quello che vuole, sia su una campana che sull’altra. E non di certo passa da queste parti per vedere l’immagine di un ramoscello di mimosa.

Non che non voglia “celebrare” (e non me ne vogliano le donne all’ascolto che credono che la festa odierna andrebbe epurata dai calendari) ne tanto meno non credo sia giusto ricordare quanto successe oggi o comunque indire un pretesto per dire una sorta di “grazie” al gentil sesso, ma non so mai se stressare troppo la questione rischia di sfociare in affettati auguri.

Quest’anno, esattamente come i precedenti, non ho una risposta e non riesco a prendere una decisione. Mi sono pertanto (come se fosse effettivamente una conseguenza) messo a spulciare nella storia di questo blog per vedere come avevo affrontato il “problema” gli scorsi anni.

Scopro che:

  • nel 2016 mi sono messo a parlare dell’isola dei conigli, delle sue incerte origini e dell’ancora più incerto destino;
  • nel 2017 mi sono impelagato nel cercare di descrivere il limite che blocca la velocità di un flusso in un condotto soggetto ad una differenza di pressione indipendentemente da un ulteriore calo di pressione;
  • nel 2018 ho toccato l’apice raccontando la storia di un “message in a bottle” che ha solcato mari ed oceani dal 1886 per finire poi in una asettica teca da museo.

In breve direi che più che non voler ricordare che oggi è l’8 MARZO (ecco, l’ho detto) mi sono “distratto” bighellonando in rete cercando di riflettere per prendere una decisione così a lungo che poi ho finito per sproloquiare sulla prima cosa che ha catturato la mia attenzione.

Non credo sia un bene, non credo sia un male; ma a questo punto direi: auguri, in case.

WU

PS. “fortunatamente” (da questo punto di vista) nel 2015 ho iniziato questo blog dopo la ricorrenza odierna bypassando amabilmente il “problema” 🙂

PPSS. Questo post però costituisce effettivamente un precedente circa il mio fare-o-non-fare auguri oggi se mai dovessi condurre la stessa analisi fra un anno…

Rivestitevi, che si chiude

Eravate, sicuramente, incappati anche voi nella fantastica notizia del ristorante nudista. Nel (raro) caso in cui non sapeste di che sto parlando: era la fine del 2017 quando a Parigi apriva O’naturel. Un ristorante (… anzi per certi versi il primo ristorante del suo genere…) abbastanza singolare; riservato ai nudisti. Indipendentemente se vegetariani o carnivoriani lo scopo è (era) mangiare tutti ignudi come mamma ci ha fatto.

Tende oscurate per tenere alla larga i guardoni, un capiente guardaroba all’ingresso, cellulari (ed ovviamente fotocamere) da lasciare all’ingresso (che sia questo il vero valore aggiunto di un pasto in santa pace?), camerieri vestiti per motivi di igiene e sedie sfoderabili per preservare le nude terga di ciascuno.

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L’idea può piacere o meno, incontrare i gusti o i disgusti personali, ma di certo è originale. E’ il mercato, tuttavia, a decretare se è un’idea vincente o meno. E questa, va detto, non lo è (stata).

Il 16 febbraio 2019, infatti, O’naturel servirà “l’ultima cena” prima della sua definitiva chiusura. E, senza farne troppo mistero, il ristorante ha ammesso che l’attività non è mai decollata, che i clienti scarseggiano sempre di più e che, insomma, il ristorante NON è un business remunerativo.

Forse non era il posto giusto (anche stiamo parlando di Parigi…), forse non era il momento giusto, forse non è stato sufficiente il marketing fatto a riguardo o forse, semplicemente, era una bella/brutta idea, ma non di certo abbastanza per guadagnarci.

Ovviamente l’apertura ha fatto molto clamore, molto più silente la chiusura prevista; personalmente però mi pare di vederci molti più “insegnamenti” (o comunque meno chiacchiere tanto per riempirsi la bocca) in questa chiusura piuttosto che nell’apertura di un posto che fa notizia solo perché siamo tutti nudi nello stesso posto.

Non ci ho mai mangiato, ed effettivamente me ne rammarico solo in parte, ma non tanto per vergogna o pudore quanto piuttosto per il fatto che non mi pare che l’essere nudi o (comodamente) vestiti sia un valore aggiunto per un buon pasto.

… e pensare che nei piani iniziali il ristorante doveva addirittura essere l’apripista per una vera e propria catena…

WU

Il tubercolo di Darwin

Questo per la serie: imparo una cosa nuova ogni giorno (magari).

L’elice dell’orecchio è praticamente la cartilagine che delimita il bordo superiore dell’orecchio esterno. Fin qui nulla di strano. L’elice può essere bello lineare (anzi, tipicamente è cosi) oppure presentare una specie di pallina, un ispessimento ad un certo punto; tipicamente verso la parte superiore.

Beh, questo ispessimento è quello che si chiama tubercolo di Darwin. E’ un carattere dominante (anche se non comunissimo e, pare, anche determinato dall’ambiente di sviluppo) può manifestarsi verso l’esterno (…stile Legolas) o verso l’interno. Non è chiaro se sia associato ad un dimorfismo sessuale oppure ce lo abbiamo o non abbiamo indipendentemente dal nostro sesso (ed, ovviamente, esistono anche ricerche dedicate!).

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Darwin’s tubercle has been documented to be present in about 10.5% of the Spanish adult population, 40% of Indian adults, and 58% of Swedish school children. It has a variety of clinical presentations, which may be classified by its degree of protuberance. The influence of genetics on the expression of Darwin’s tubercle is unclear, and there are conflicting observations about its correlations with age and gender. Although usually present bilaterally in individuals who do possess this trait, a portion of this population does display asymmetric expression.

Evolutivamente è una parte del corpo che praticamente non usiamo più e si è pertanto rimpicciolita fino a diventare un piccolo bozzetto. E’ ciò che resta di quel muscolo che permetteva ai nostri avi di muovere e orientare le orecchie (e che i nostri parenti primati usano ancora). Per noi è ormai una cartilagine (anche esteticamente discutibile), in passato era una delle nostre armi di sopravvivenza… uno dei residui evolutivi (tipo appendice, coccige, dente del giudizio, peluria viaria, etc) che ci portiamo dietro. Mi chiedo se le “nuove generazioni” abbiano una tendenza a perdere questi lasciti evolutivi o se siamo destinati ad estinguerci così come siamo.

La cosa ancora più simpatica è che il tubercolo fu annoverato da Lomborso (si, il mitico medico che pretendeva di sostenere la tesi di “criminale dalla nascita” basandosi su alcune evidenze fisiognomiche) come uno dei tratti distintivi di un soggetto con propensione criminale. Praticamente era un “carattere degenerativo” tipico di persone da cui stare lontano. Ora faccio la mia statistica.

Mi tocco l’orecchio da stamane, ma non sono sicuro di averlo o meno (il che, forse, vuol dire che non ce l’ho)…

WU

I’m human

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quando si dice “dopo tutto sono umano” (ed ogni riferimento a fatti, persone o canzoni è puramente casuale).

Fatto sta che io ci credo e sono assolutamente d’accordo. Le cose attorno a noi ci possono piacere o non piacere, ma già il fatto di darne un giudizio equivale ad ammettere la nostra natura umana ed il fatto che cerchiamo (che quantomeno cerchiamo) ciò che ci può piacere in questa vita.

Non abbiamo certo scelto noi di essere qui, ma visto che dobbiamo sporcare un po’ la faccia di questa terra ci viene istintivo farlo cercando (ripeto, almeno cercando) ciò che può farci sentire bene.

Non credo sia una questione di uomo o di donna (certo, le donne forse curano più il loro lato umano… o forse no?!), ma proprio di essere umano. Prendersela con l’altro (… maschio?) è per noi una valvola di sfogo, in alcuni casi ci alleggerisce, ma di certo non cambia la nostra natura.

Evolutivamente dobbiamo ringraziare che non ricerchiamo il brutto e ciò che ci fa stare male.

WU

PS. Facendo un piccolo passo di fantasia ulteriore mi viene anche da dire che non mi sembra un comportamento troppo difficile da replicare in un automa o in una intelligenza artificiale. Fatto salvo la definizione di bello/piacere/bene che questa potrebbe avere.

Jocelyn Bell Burnell

Irlanda del Nord, 1943. La seconda guerra mondiale non era ancora conclusa e l’Irlanda del nord, oltre a non versare in ottime condizioni economiche, non aveva neanche un sistema sociale che agevolava le donne. Il sistema scolastico, in particolare, scoraggiava le ragazze a studiare materie scientifiche imponendo voti di ammissione nettamente più alti di quelli dei maschietti.

Ciò nonostante Jocelyn non era certo di quelle che si faceva scoraggiare. Dopo gli studi, rigorosamente scientifici, Jocelyn arrivò a Cambridge per un dottorato sotto la supervisione del radioastronomo britannico Hewish.

Non si sentiva all’altezza dell’opportunità offertagli e promise a se stessa di dedicarsi con tutte le sue forze alla costruzione del nuovo radiotelescopio che in quegli anni si stava progettando e poi a scoprire eventuali anomalie con esso.

E così fece.

Il Mullard Radio Astronomy Observatory fu terminato nel 1967. Subito Jocelyn si mise a lavoro ed in poche settimane trovò un segnale anomalo.

Le tabelle dei dati risultanti dal radiotelescopio erano all’epoca cartacei e lunghe centinaia di metri. Per qualcosa dell’ordine dei 5 mm ogni tanto, ma ad intervalli assolutamente regolari, compariva qualcosa che aveva catturato l’attenzione di Jocelyn.

Esclusa l’origine terrestre del segnale (… altro che qui) la prima idee fu (come natura vuole) che fossimo difronte al segnale di qualche omino verde che voleva parlare con noi (il primo acronimo dato all’anomalia era, infatti, LGM – Little Green Men).
L’idea si infranse contro la dura verità quando Jocelyn ne individuò altri tre con periodicità diverse e in tre differenti regioni di cielo (lontani parenti degli odierni FRB). Escludendo un assalto di alieni logorroici, la sorgente di quei segnali potevano essere solo stelle.

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Ma che stelle?

Beh, oggi sappiamo che stiamo parlando delle pulsar. Stelle di neutroni a rapidissima rotazione che concentrano in qualche decina di km una massa anche maggiore a quella del Sole. Roteando vorticosamente emettono ad intervalli assolutamente regolari fasci di radiazione elettromagnetica.

Jocelyn aveva scoperto le pulsar. Oggi usate come una specie di radiofaro astronomico; si usano per orientare sonde nello spazio profondo quando molti riferimenti mancano, per triangolare altri segnali radio ed eventuali ritardi nei loro segnali sono un’ulteriore conferma del passaggio di un’onda gravitazionale.

Per la scoperta delle pulsar nel 1974 fu assegnato il premio Nobel. Non a Jocelyn. Il premio andò congiuntamente ad Hewish (tutore di dottorato di Jocelyn) e a Ryle, un altro radioastronomo britannico. Jocelyn era “solo una dottoranda” (donna?), i Nobel non viene assegnato ai dottorandi (non fatemi bestemmiare).

Jocelyn dopo aver concluso il suo dottorato si sposò e dovette abbandonare la carriera accademica per seguire il marito nel suo lavoro in giro per il mondo (beh… non so in questo caso quanto sia migliorata la condizione della donna…).

Attraversò quindi un lungo periodo di discontinuità lavorativa e si dedicò a crescere suo figlio. Il tutto fino al 1993. Jocelyn non mollava.

Oramai con un figlio grande ed un divorzio alle spalle ritornò alla sua passione originaria per la radioastronomia. Divenne in breve il capo dipartimento alla facoltà di fisica della Open University (istituzione di studio e ricerca per studenti part-time e a distanza) ed in seguito presidente della Royal Astronomical Society. Divenne la prima donna a dirigere la Royal Society of Edinburgh e l’Institute of Physics del Regno Unito. Alla fine (?), nel 2018, si è aggiudicata lo Speciale Breakthrough prize per la Fisica Fondamentale.

Ammirazione profonda.

WU

PS. Ora (dopo il Breakthrough prize) ci siamo ricordati di lei e la rete e piena di link e news…

Bisticcio

Per tornare al ciclo di parole che per andrebbero premiate/rivalutate (IMHO) se non per il loro significato almeno per la loro sonorità e che invece vivono in un cantuccio del gergo colloquiale dei nostri tempi (… almeno finché usiamo ancora qualche parola e non parliamo solo per emoticons).

Litigare è una parte delle relazioni interpersonali, personali, di quelle con una qualche divinità, con un animale e per quelli più irosi anche dei rapporti con gli oggetti. Può essere più o meno frequente, acuto, intenso, passeggero e via dicendo.

Alcuni litigi, in particolare quelli passeggeri, quelli che non lasciano strascichi, gli scambi vivaci di parole ed opinioni sono i più sani. Sono quelli che in fondo fanno crescere, che non minano le relazioni in essere ma al contempo ci stimolano a riflettere sulla posizione dell’altro. Ecco, questi sono i bisticci.

In genere relegati al (fortunato) mondo dei bambini, i bisticci si perdono con l’età adulta. Come si si tendesse ad imporre in maniera sempre più decisa la propria posizione fino a bendarsi nei confronti della posizione dell’altro che va subito arginata, quasi duramente.

Bisticciare, invece (oltre che avere un suono che già mette di buon umore), ci da la possibilità di sfancularci vicendevolmente senza toglierci il saluto. Ci offre una situazione in cui alzare anche un po’ la voce già sapendo che tutto finirà li.

Si, bisognerebbe dichiarare un bisticcio prima che inizi onde evitare di generare in sterili, lunghi, noiosi e pericolosi litigi (ovviamente all’ordine del giorno, e ne scopriamo tristemente il culmine nei fatti di cronaca, nel nostro tempo). Se basta dirlo procedo subito.

Bisticciate!

WU

PS.

Sempre sul tema lessicale la divagazione al bisticcio di parole mi pare più che lecita. Anzi, alla Paronomasia, ovvero l’affiancamento di parole con suono simile anche se con significati diversi: carta canta, fischi per fiaschi, volente o nolente e così via.

Anche in questa interpretazione, fortunatamente e giustamente, l’aurea di scherzo rimane.

Borghild: che bambola!

Un’altra di quelle storie (tipo questa’altra) che meritano per lo meno di essere raccontate.

Seconda guerra mondiale, soldati nazisti al fronte francese; militari devoti al Reich (bah, qui qualche dubbio sul concetto di devozione)… ma pur sempre uomini. E come tali, complice anche la prolungata distanza da casa e dall’amata, l’ambiente “mascolino” da caserma, il testosterone galoppante durante le sessioni di guerra, diciamo che le naturali pulsioni umane trovavano una ambiente legittimo e naturale per chiedere a gran voce il loro espletamento.

La cosa non era, ovviamente, indifferente al capo supremo. Il Fhuler, infatti, sapeva benissimo dei costumi dei suoi uomini al fronte, ma la sua preoccupazione non era di natura morale, bensì di natura “genetica” (e qui sogghigni a manetta).

Hitler, praticamente, non sopportava (nella sua mente, a quanto si dice) che i suoi ariani soldati, durante l’occupazione francese sporcassero la razza, inquinassero il loro puro e superiore sangue con le prostitute dei bordelli francesi.

Il pericolo più grande a Parigi lo costituiscono le prostitute selvagge, che esercitano la loro oscura arte sulla strada e nei Café, Ristoranti, Bar e luoghi di piacere. È nostro compito facilitare ai soldati l’eliminazione degli impulsi.

Inammissibile, la situazione andava sanata!

Allora, pensa che ti ripensa, finalmente un’alba del 1941 ecco la grande trovata del capo delle SS Himmler: Borghild! Pelle chiara, occhi azzurri, capelli biondi, seni grandi, 1,76 di altezza, gonfiabile e sempre disponibile. Praticamente una donna ariana modello in formato sex toys.

Non c’è dubbio, l’oggetto e lo scopo della bambola è la regolazione degli impulsi del soldato. I nostri soldati devono combattere e non girovagare o far visita a persone femminili estranee al popolo.
Ma nessun vero uomo preferirà una bambola a una vera donna se i seguenti criteri non sono garantiti:
1. la carne sintetica non dovrebbe distinguersi troppo dalla vera carne;
2. la mobilità delle bambole dovrebbe essere conforme alla gamma di movimento degli arti reali;
3. “l’organo” della bambola dovrebbe essere assolutamente a sensibilità reale.

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Le bambole dovevano essere messe a disposizione delle truppe e seguire i soldati fedelmente custodite dentro cabine trasportabili e disinfettabili, proteggendo i soldati dissuadendoli dal far visita a “focolai di infezioni”.

Tuttavia quei maledetti alleati (cattivoni) nella foga della distruzione degli asset militari tedeschi bombardano anche la fabbrica di Dresda incaricata della produzione delle bambole. Fine della brevissima storia della bella Borghild ed affari assicurati (come in effetti furono) per i bordelli francesi.

WU

PS. Se sia vero o meno (storicamente parlando; la rete è piena di link più o meno seri… motivo per cui non ne metto neanche uno) non lo so, ma una storia a cui mi piace credere.

Furono pianificati tre tipi di bambola di dimensioni diverse: tipo A: 168; tipo B: 176; tipo C: 182 cm.
Per il momento doveva essere preparata solo una forma di bronzo (tipo B).
C’era disaccordo riguardo il seno. Le SS lo volevano pieno e tondo, ma il dottor Hannussen insistì su una “forma cinorroide e maneggevole ” e la fece accettare.
La prima bambola Borghild fu completata nel settembre del 1941.
Essa corrispondeva esattamente al “tipo nordico”.
Il nostro taglio di capelli aveva praticamente previsto un taglio con trecce a chiocciolina, ma il dottor Hannussen era contrario a esso. Lui era del parere che il taglio di capelli corto doveva sottolineare che la Borghild era parte essenziale delle truppe combattenti “una puttana da campo” e non una madre onorabile.
La presentazione della Borghild a Berlino fu un successo. Anche il Reichsführer delle SS Heinrich Himmler fu presente. E il dottor Chargesheimer.
Durante l’esaminazione delle aperture artificiali da parte dei signori presenti Franz Tschakert era molto nervoso.
Himmler fu così eccitato che ordinò 50 pezzi in incarico.
Si parlò di impostare uno specifico impianto di produzione, dal momento che i laboratori del Museo d’Igiene furono ritenuti insufficienti per un progetto del genere.
Considerati gli sviluppi sul fronte orientale, lo stanziamento fu ridotto già una settimana più tardi e il progetto Borghild, fondato all’inizio del 1942 poco dopo Stalingrado, fu messo da parte. Tutti i documenti di costruzione vennero raccolti e inviati all’Istituto d’Igiene SS.
Lo stampo di bronzo per la produzione in serie della bambola non venne mai costruito.
Riguardo all’ubicazione della bambola non so nulla. Suppongo che sia stata trasferita “come tutti gli altri calchi in gesso e studi” a Berlino.
Nel caso in cui, tuttavia, fosse stata custodita nel museo, è probabile che sia stata distrutta dai bombardamenti alleati a febbraio 1945.