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La ricerca che aiuta se stessa

Sembrerebbe quasi un paradosso (il catalogo dei cataloghi), un circolo vizioso (mi fumo una sigaretta per festeggiare il fatto che non fumo più) oppure una cazzata bella e buona. Invece non mi pare affatto male.

Mi sa che ho più volte sproloquiato sul fatto che la ricerca scientifica così come è impostata oggi non serve più ad un granché, se non a generare paper (non li vorrete mica chiamare articoli, vero?) molto spesso inutili/discutibili/falsi/nonverificabili.

Ed in origine fu la “crisi di riproducibilità”. Partendo dall’ambito medico, quello psicologico più precisamente, ed estendendosi a macchia d’olio a tutti i campi, i ricercatori, i reviewer e gli editori si sono preso (?) accorti che la comunità scientifica è sostanzialmente impossibilitata a ripetere i risultati oggetto di pubblicazione (e qui starebbe bene: nelle più prestigiose riviste di settore… anche se la cosa si addice praticamente a tutti gli articoli “da journal”).

Quindi, l’oggettività del metodo scientifico che dovrebbe essere il pilastro su cui poggia la scienza moderna ha iniziato a vacillare. Ed i “pubblicatori seriali” quelli che in buona fede o fraudolentemente hanno come unico scopo aumentare il loro indice di pubblicazioni (complici anche i geniali indicatori di rendimento universitario e/o di istituti di ricerca) hanno e stanno sguazzando alla grande. Publish or perish è la vera epigrafe delle pubblicazioni scientifiche.

E poi ci sono i “publication bias“, ovvero quella strana (neanche tanto) tendenza dei ricercatori a pubblicare i risultati positivi e tralasciare (…per non dire nascondere) quelli negativi. Come se un esperimento, una ricerca che ha come esito “non si può fare” fosse meno degna di una che da esito positivo. E la cosa è, ahimè, molto ben supportata anche da reviewers ed editori. Ovviamente non voglio neanche pensare (mettendo un po’ la testa sotto la sabbia) al passo successivo: ritocco (!!) il risultato per farlo esser positivo. E così addio al senso della ricerca…

E poi ci sono gli “hidden outcome switching“, ovvero quella innata tendenza del ricercatore a cambiare (beh, diamo pure indirizzare…) lo scopo di una ricerca in base ai risultati che man mano ottiene. Prendiamo una grande campagna di raccolta dati, un grande esperimento, una lunghissima simulazione numerica, diciamo che prima di dire “non si può fare” provo a vedere se ha dato qualche risultato positivo e magari pubblico solo quello anche se non era quello che mi interessava dimostrare.

La risposta che la ricerca scientifica si sta dando è il “Registered Report“. Ovvero una nuova forma di articolo che tende a prescindere dai risultati e valutare il metodo!
(devo leggere la frase sopra un paio di volte per credere alle mie orecchie).

Praticamente si intende garantire il valore scientifico delle pubblicazioni indipendentemente dal risultato ed impedendo qualunque alterazione del protocollo, del metodo seguito. L’idea è di sottomettere il Registered Report ad una rivista PRIMA di iniziare lo studio. L’editor ed i reviewer devono quindi valutare l’interesse dello studio, il metodo proposto, gli obiettivi che si prefigge. Poi, una volta accettato, i ricercatori sanno che avranno i loro risultati , solo quelli dichiarati a priori (“otto nera nella buca all’angolo”) pubblicati indipendentemente dal fatto che siano positivi o negativi (ovviamente dopo debita peer review per verificare che non vi siano ulteriori deviazioni da “quanto promesso”).

Un bel segno di progresso. Che questo sia poi sufficiente a far(mi) recuperare la fiducia nelle pubblicazioni scientifiche è (scetticamente e conservativamente) da valutare.

WU

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Araucaria columnaris

Sapete quando di dice “E’ nato storto!”? Come per dire che è irrecuperabile, che è condannato, che è meglio ripartire. Come se le uniche cose giuste fossero quelle dritte (e qui si apre un altro capitolo che mi porterebbe decisamente lontano…).

Ad ogni modo di alberi non propriamente verticali se ne vedono a bizzeffe. Che sia il terreno, il vento, il sole, altri alberi, la fantasia di qualche giardiniere o simili, la cosa non ha mai destato (a me, mente mediocre) particolare interesse. Gli alberi, tutti, hanno dei geni appositi per correggere l’inclinazione del tronco crescendo.

Tutti, a parte il pino di Cook. O meglio, in questo albero i geni sono in qualche modo corrotti (e la domanda “ma come mai si è evoluta una specie con questi geni difettosi invece di estinguersi?” mi pare, da profano, assolutamente calzante).

Come se ne avessi visti decine e decine. Come se sapessi, prima di oggi, che hanno una particolarità: crescere storti. Ma non solo. La domanda, legittima, che si è posto un ricercatore della California Polytechnic State University è: “ma crescono storti in una direzione a caso?”.

CookPine.png

Ovvero, mentre io avrei semplicemente detto… capita. Lui, oltre a sapere che è una costante per questo genere di alberi si è anche chiesto se la direzione di crescita fosse casuale. E da qui poi parte la ricerca (in fondo abbastanza semplice): telefonate in giro per il mondo chiedendo indicazioni sulla direzione, e l’angolazione, di crescita dei pini di Cook locali.

256 pini “misurati” nei 5 continenti con un risultato assolutamente inaspettato: indipendentemente dal vento, dal terreno e da fattori esogeni a piacere i pini di Cook crescono puntando verso l’equatore. Inclinati verso nord quelli dell’emisfero australe, verso sud quelli di quello boreale.

Questo il dato di fatto, per la motivazione (che sarebbe la vera scoperta) dobbiamo aspettare.

WU

PS. Dettagli ulteriori: inclinazione media 8.55 gradi (due volte quella della torre di Pisa); massimam, nell’Australia del sud, 40 gradi (!!). Ah, e parliamo di bestioni alti fino a 60 metri…

PPSS. Al secolo Araucaria Columnaris; il nome di Pino di Cook deriva dal nome dell’impavido esploratore che per primo (pare) li abbia fatti classificare.

Aria pura ed idrogeno

Quando leggo questo genere di notizie la prima domanda che tipicamente mi pongo è se stiamo violando qualche principio di conservazione. In questo caso, stranamente, non mi pare.

Problema: inquinamento dell’aria. Soluzione: produrre energia. Sembra un po’ la trama di un film Disney, ma è (potrebbe essere) una invenzione vera e veramente geniale.

L’invenzione, riassunto in uno studio firmato da due gruppi di ricerca di università belga, si basa su una specie di mini-accrocchio con due camerette separate da una membrana. La membrana “filtra” lo smog producendo da un lato aria pulita e dall’altro idrogeno (si, per i più green, con qualche non-proprio-piccolo sforzo, si può anche paventare l’utilizzo di tale idrogeno come combustibile).

smogfreedevice.png

Ovviamente l’innovazione è tutta nella membrana che, disegnata con uno “speciale tipo” di nanomateriale funge da catalizzatore per i gas inquinanti portando alla produzione di eco-friendly idrogeno. Ah, riguardo all’uso dell’idrogeno come combustibile, dato che il suo ciclo di produzione non è esattamente ad impatto zero, potremmo essere davanti (immagino che purtroppo si tratti di volumi infinitesimi) ad un’ulteriore rivoluzione.

Manca solo la fonte energetica per far avvenire la magica-reazione: la luce. E la cosa rende l’apparecchietto ancora più appetitoso per scenari di green economy.

Forse non sarà il dispositivo che cambierà il mondo (dicitura che invece vedo rivogata a casaccio sulla faccenda), ma l’idea mi pare abbastanza semplice da essere geniale. Come sempre il mio dubbio è tutto il passo che serve da adesso in poi per rendere il prototipo da laboratorio qualcosa di industrialmente fruibile. E questo passo, ahimè, lo facciamo (in generale) se qualcuno ha interessi economici nella faccenda.

Sono fiducioso.

WU

PS. Ad onor del vero è solo l’ultima arrivata delle idee/invenzioni sul tema. Se goooooglate un po’ per “trasformare smog in combustibile” sarete investiti da tonnellate di risultati pseudo-scientifici negli ultimi 50 anni ed un po’ di tutto il globo (tra i quali, devo ammettere, Carbon Engineering è notevole). Se dovessi giudicare solo da questo sarei portato a dire che… parliamo per dare aria (inquinata) alla bocca.

Laureàti e làureati

Io questo genere di articoli e di statistiche li odio. Mi sembra davvero gettare benzina sul fuoco e non ho mai visto una (ma neanche mezza) proposta concreta per risolvere la questione.

«La laurea può allargarti la mente, ma anche gonfiarti il portafoglio». L’Economist.

Dovrebbero dargliela a lui la laurea se siamo arrivati a questa fantastica conclusione solo nel 2016… Alla faccia degli studi fatti per giungere a tale asserto. Ma la gente non va mai dal meccanico? Dal carrozziere? Non chiama mai un muratore o un idraulico? No, no loro fanno benissimo a chiedere e recepire le parcelle che gli spettano, è chi sceglie di completare il corso di studi che lo fa già (ormai mi sembrerebbe un suicidio non farlo…) cosciente delle difficoltà che incontrerà, assumendo di finire il corso di studi, per entrare nel mondo del lavoro e le condizioni (ma chi pensa che saranno rosee?) che dovrà affrontare.

Sono scelte (…per chi può farle, ricordate la storia dell’utilitaria?) che uno fa di pancia, che uno fa per il piacere di studiare (?), per procrastinare l’impatto del mondo del lavoro (io), e via dicendo. Di certo non per il soldo. Ormai lo sanno anche i somari più somari.

L’Italia maglia nera. Ma dai… non avrei mai detto? Davvero?

OECD2014.png

I laureati guadagnano poco più dei diplomati, ciò rende l’università poco appetibile, ciò causa meno iscrizioni, ciò causa ancora meno appetibilità dell’università ed ancora meno richiesta di laureati che di conseguenza non si aspettano un grande stipendio. Geniale.

Beh, si può sempre fare di meglio. Anche un Master o un Dottorato (e già il fatto di accumularli mi fa rabbrividire) non fa la differenza.

Ma lo scopo di questi studi/articoli quale è? Convincerci a non iscriverci all’università? Farci emigrare all’estero? Il dato di fatto è ormai parte di ogni discorso (sia da bar sia da tribuna politica), azioni concrete non se ne vedono e le proposte si perdono nel marasma politico. Ma continuiamo così che almeno l’ISTAT e OECD guadagnino a fare questi rapporti (chissà se stilati da laureati o da diplomati).

WU

Spazio-tempo natalizio

Un po’ di fantafisica natalizia (di certo non particolarmente nuova).

Tutti sappiamo (noi bimbi alla lettura) che Babbo Natale consegna i regali a tutti i bimbi buoni la notte di Natale.

Appunto: tutti i regali in una notte. E quindi, l’annosa domanda (tramandata da padre in figlio), come fa Babbo Natale a fare tutto in una notte?

No, Amazon non centra. Ma la relatività si. Potenzialmente.

E’ almeno questo il conto che hanno provato a fare al dipartimento di fisica dell’università dell’Exeter. 700.000 di regali in una notte su e giù per il globo in 31 ore (considerando i fusi orari della notte natalizia).

Da due conti veloci si scopre che… le sue renne viaggiano alla moderata velocità di circa 10 milioni di chilometri l’ora. Una bazzecola per ogni buona renna di Babbo Natale.  Ovvio che non lo vediamo mai. Ed inoltre a queste velocità la relatività ci spiega che in tempo rallenta e quindi… Babbo Natale non invecchia.

Per una buona spiegazione su come fa a sollevare il suo giga-sacco invoco la teoria delle stringhe. Alcune cose bisogna crederci (o non crederci) e basta. Ah?!…

WU

PS. Sul sito della suddetta università scopro anche che la faccenda Santa Clause attanaglia anche altri rami di studio (qui un estratto del saggio con una conclusione di indubbio valore):

Might it be the case that the harshness of real life requires the creation of something better, something to believe in, something to hope for in the future or to return to a long-lost childhood a long time ago in a galaxy far far away?