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L’anno che sarà come gli uomini lo faranno

Vi ho risparmiato le stupidaggini natalizie che turbano il ritmo delle impegnative digestioni, ma proprio non posso esimermi dalla ripresa degli sproloqui del 2019.

Sarò abbastanza soft, principalmente perché mi limiterò a citare parole non mie (e quindi degne di nota).

“Indovinami, Indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?”.
“Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un Carnevale e un Ferragosto
e il giorno dopo del lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno!” [G. Rodari]

Ero piccolo quando sentivo questa filastrocca, ma letta con gli occhi di oggi è forse ancora più bella e profonda. Il destino dell’anno nuovo andrà per tutti noi, nel bene (speriamo) o nel male, oltre un Carnevale o un Ferragosto; almeno in parte (larga o stretta?) sta a noi scriverci su.

Ben tornati.

WU

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Ottocento finzioni

Fuori moda, fuori tempo, fuori luogo. In un’epoca in cui l’odore è quello dei motori della rivoluzione industriale. I valori sono quelli della (bassa?) borghesia, le aspirazioni quelle della nobiltà.

Perché, perché c’è gente che non apprezza il capitalismo in quest’epoca di rivoluzione. Perché la gente non vuole ricchezza e nobiltà. Ma che tempi sono questi?! Che qualcuno mi canti astio e malcontento di chi si oppone a tutto questo. Eppure è proprio questo motore maleodorante della rivoluzione industriale che ci porta avanti tutti (anzi… quasi tutti quanti; i cantanti sono contestatori quasi per definizione) fra soldi e cielo blu.

Ed anche tu, figlia mia. Merce di scambio per la mia ricchezza e la mia affermazione sociale. Sei quasi matura, neanche fossi uno degli ortaggi del io orto. Ed io non vedo l’ora di utilizzarti, scambiarti.

Tu invece, figlio mio: sei il maschio. Bello, aitante, forte, benestante ed abile sia negli affari che con le donne… anche se dovessero esser stuprate in corsa so che ne sei all’altezza. Che questo sia vero o meno non mi importa; deve essere cosi; altrimenti come faccio io ad essere considerato nobile?

Moglie, moglie mia. Tu devi essere l’emblema della nostra aspirazione nobiliare. Come tale devi riempirti di fronzoli ed anticaglie (niccoli anche di cattivo gusto purché abbondanti). Devi dar sfogo alle tue voglie per dimostrare il tuo benessere. Compra pure le tue sciccherie inutili. 1500 scatole luccicanti e piene di nulla ti sono sufficienti? Ostentiamo vacua opulenza. Ecco tutto.

E vendiamoci, appariamo. Siamo tutti, compresi i nostri corpi, poco più che merci di scambio. Meraviglie da barattare per l’ascesa sociale in quest’epoca di rivoluzioni meccaniche. Fra valvole e pistoni mettiamo sul banco anche i nostri fegati e polmoni; figlie da sposar e tutte le cazzate che vi possano venir in mente (… le triglie del mar non fanno eccezione).

Come è stato possibile, figlio mio, che ti sia toccata una fine così ingloriosa? Dove ho sbagliato, se ho sbagliato? Quale intruglio ti ha gettato nel Naviglio? Che morte di bassa qualità, da coniglio. Come faccio a coprire questo neo? Non mi importa di te, ma del fatto che questa fine rovini la mia immagine; mi importa dell’onta che getti sulla nostra famiglia. Mi hai ferito per questo… eppure ti trattavo come un figlio.

Domani andrà meglio. Mangeremo e faremo vedere che abbiamo cibo in abbondanza. Anche la morte di un figlio si supererà fra cazzate varie, un bel matrimonio, un pasto abbondante. Non credo ci siano differenza di valori fra il dover superare una digestione impegnativa e la morte di un figlio. Almeno non per noi (aspiranti) nobili.

Tutta una vita di finzioni in una borghesia non nobile che è ormai anestetizzata dalla mancanza di valori morali ed abbocca ad ogni triglia che nuota fra contanti, valvole, pistoni, fegati e polmoni.

WU

PS. Ritratto impietoso egregiamente vestito a festa.

Il mattino ha l’oro in bocca

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Si dice che quello che non uccide fortifica. Si dice.

Fatto sta che in queste fredde mattine invernali, quando la sveglia suona prima che sia il sole a disturbare il sonno ci vuole una bella dose di volontà per buttarsi giù dal letto.

Non che sia il caso di lamentarsi (anzi, non lo faccio mai, ma credo sarebbe addirittura il caso di ringraziare per aver aperto nuovamente gli occhi), ma di certo quello che non voglio è la “paternale” alla Lucy.

Diciamocelo; non ho filosofia in abbondanza (come evidentemente Snoopy) per assorbire, sveglio a malapena, la prima ramanzina della giornata di qualcuno che mi ricorda l’ovvio. La cosa può declinarsi in vacui discorsi da macchinetta del caffè, screzi domestici mattutini, improperi da giungla urbana e fesserie del genere.

L’idea che mi sono fatto è che per far partire la giornata non serva “la colazione dei campioni” (anche se a stomaco pieno si ragiona meglio per definizione), non sia sufficiente ripetersi stile mantra che fa bene svegliarsi presto (qualunque sia l’orario della vostra sveglia, sono certo che in questi giorni è sempre troppo presto… e non sono ne veggente ne meteoropatico), ma bisognerebbe focalizzarsi sull’obiettivo della giornata… l’allenamento per il saggio natalizio è decisamente sufficiente (per diverse giornate direi… anche se il suo mordente ho l’impressione cali abbastanza velocemente).

Possibilmente qualcosa di realizzabile, non troppo difficile, leggermente al di la di quello che abbiamo fatto ieri (si si, obiettivi SMART e bla bla bla…), ma soprattutto che sia sufficiente (e qui entra in gioco “il gusto” di ciascuno) per essere la nostra molla della giornata. Prefiggersi uno scopo suona un po’ di frase motivazionale fatta (nella vita), ma credo applichi egregiamente soprattutto nel piccolo, dove per scendere dal letto e salutare il tepore delle coperte cerchiamo solo qualcosa che renda il dovere (ovvero qualcosa che comunque dobbiamo fare) un po’ più dolce e non cerchiamo mica la soddisfazione della nostra esistenza.

Aggiungo anche che, se proprio lo scopo non riusciamo a trovarlo ogni giorno (consiglio vivamente di tenercene qualcuno di scorta per le mattine più dure), anche se più difficile, rimango dell’idea che la ricerca stessa del nostro quotidiano obiettivo sia di per se’ un obiettivo. Un saggio non ce lo avremo all’orizzonte tutti i giorni, ma per allenarci ci basta (o meglio, spesso ci dobbiamo far bastare) il fatto che dobbiamo cercarci un saggio in cui confermare (e non sfoggiare) il nostro allenamento.

WU (stanco)

PS. Mi viene spontanea la citazione (volutamente lasciata nell’anonimato): “[…] solo i cinici ed i codardi non si svegliano all’aurora. Per i primi indifferenza e disprezzo dei valori e per gli altri riluttanza nei confronti dei doveri […]“.

PPSS. @13.12.18. Beh, si, poi ovviamente può succedere questo il giorno in cui siamo vicini a raggiungere il nostro traguardo… direi che in questo caso l’ansia da prestazione diventa la motivazione (e non sono certo faccia sempre scendere dal letto… 🙂 ).

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Il trend di Natale

Che a me già la parola “trend” mi fa venire i nervi. Sarò vecchio, sarò out, sarò quello che vi pare, ma non è perché qualcuno si mette a fare un qualcosa che per forza deve creare una moda, o dire (credere) di farlo. Per essere un precursore non serve dire di esserlo (magari con qualche fotina fascinosa), ma dimostrare che si è fatto per primo (?) qualcosa che piace, degno di nota, che può essere utile, etc.

Che poi ci aggiungi che nel mondo iper-tutto in cui viviamo, creare una moda, o lanciare un trend, significa più che altro inventarsi una qualche follia. Ci sono quelle più simpatiche, quelle più pericolose, quelle più idiote, ma per quanto mi riguarda rimangono comunque iniziative di qualcuno che le condivide e non dei “trend”…

Credo che il tutto rientri solo in parte nella necessità che abbiamo di far vedere tutto a tutti (per la gioia di un qualche social), ma più che altro per il bisogno di vederci accettati da quanta più gente possibile per quello che facciamo. Il diverso non è tollerato, l’iniziativa del singolo è destinata a morte certa se non “condivisa”; di certo questo secolo non ci lascerà alcuna Giovanna D’Arco.

Ad ogni modo (dopo un po’ di sana polemica del martedì), torniamo al trend di Natale del momento (grrr). L’albero di natale è desueto, serve cambiare. Ho visto circolare in rete (si, mi piace bighellonare nella melma per farmi un’idea e prendere una posizione più che farlo dall’alto, o dal basso, di un eremo isolato) l’ideona di addobbare un ananas come fosse un’abete. Mi pare assurda, ma tutto sommato simpatica, quasi da affiancare al classico alberello. Anzi, me ne posso anche immaginare la motivazione: di certo costa meno fatica e non durerà fino a primavera come un pino in soggiorno.

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Accanto al “pinapple tree” ho anche scorto il “trend dei trend” (ok, ok, ci sto marciando sopra, ma era un must del Natale 2017 – ovviamente sono sempre sul pezzo, eh?- ed è un anno che ne volevo sproloquiare!): addobbarsi le sopracciglia come fossero alberelli di natale. E dai…

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L’apoteosi dell’esibizionismo, farsi vedere, apparire pervasi in ogni dove dallo spirito natalizio. Mi fa un po’ (tanta ad essere sincero) tristezza. Direi che la vera gioia in un addobbo del genere (non è a questo che dovrebbero servire gli addobbi natalizi?) la trovano solo coloro che possono pubblicare un tutorial su youtube per raccattare un po’ di like. Ah, già, mi sa che una cosa del genere si può fare anche su Instragam e simili. Allora si che siamo tutti più felici e gli addobbi hanno raggiunto il loro scopo riempendoci il cuore… di un qualche sentimento che di certo non traspare dalle foto-esibizioni (e forse non interessa neanche più di tanto).

WU

Fuma(va) come un turco

… e non uso l’imperfetto perché non c’è più (lungi da me fare la morale ai fumatori; un vizio bisogna pure averlo), ma perché i turchi potrebbero dover smettere di fumare, o meglio potrebbero essere costretti a non essere più l’icona del fumatore.

Erdogan ha formato in questi giorni una legge “tolleranza zero” per i fumatori in Turchia dando quindi il via ad una serie di decreti esecutivi che hanno come scopo ultimo proprio quello di limitare la diffusione dei fumatori e del tabacco … compresi i narghilè che ora dovranno esporre la scritta “nuoce gravemente alla salute” (come se non fosse chiaro o chi fuma leggendo la scritta cambiasse idea).

La legge vieta anche l’utilizzo di sigarette nazionali sui set dei film e nelle pubblicità, mentre introduce una sorta di censura videografica (tipo pixellamento o cose del genere) per sigarette e simili nelle pellicole/pubblicità di importazione. Anche la commercializzazione sarà rivista; le sigarette (già in vendita solo da chi in possesso di regolare licenza, almeno in teoria, per esperienza personale quale anno fa si trovavano ancora i “bagarini” sulla strada) dovranno non essere in bella mostra immediatamente visibili al consumatore-fumatore ed inoltre i negozi dovranno essere ben lontani da ospedali, scuole, università e simili.

Si, successe la stessa cosa (anzi, forse peggio) anche in Italia (e ne sono grato, da non fumatore). Ci sconcertammo per un po’, mugugnammo, blandamente protestammo, ma alla fine ci siamo adattati (rassegnati, per qualcuno) ad avere restrizioni per fumatori nella maggior parte dei luoghi pubblici.

Solo che non si diceva mica “fumare come un italiano” e per questo la cosa non mi colpì più di tanto. Nel caso della Turchia, invece, la cosa che mi colpisce più che altro perché mi suona un po’ come il pensionamento di un detto.

E di un detto che ha solide (e non fumose… lasciatemelo dire) radici storiche. All’inizio del XVII secolo regnava in Turchia il Pascià Murad IV. Si narra che tale pascià fosse particolarmente severo nei confronti del consumo di tabacco vietandone l’uso e prevedendo severissime pene (la pena di morte NON era esclusa) per i trasgressori. Una sorte di proibizionismo ante litteram.

Ma il Pascià, inevitabilmente, morì, e con esso il periodo di proibizionismo. La normale reazione fu un incremento esponenziale nei confronti del consumo di tabacco da parte dei turchi che, di nuovo liberi di consumare tabacco a piacimento, ci diedero dentro… fino ad avere la classica reazione dell’eccessivo consumo da cui il detto che stiamo per pensionare.

Corsi e ricorsi storici.

WU

Bugie da odorare

“Lloyd, come si riconosce un bugiardo?”
“Stando attenti a quello che lo circonda, sir”
“In che senso, Lloyd?”
“Attorno ai venditori di fumo, c’è sempre puzza di bruciato, sir”
“Bisogna avere naso, Lloyd”
“Basta non passare la vita a turarselo, sir”
“Una vera boccata d’ossigeno, Lloyd”
“Buona settimana, sir”

Ci sono quelle a fin di bene, le omissioni, quelle fatte di proposito, quelle che sono (finte? parziali?) dimenticanze; ci sono quelle innocenti, quelle enormi, quelle fatte di proposito, quelle riservate a confessioni e quelle rivolte a tutti; ci sono quelle che confidano nelle sabbie del tempo, quelle che aspettano vendetta, quelle che pensiamo esserlo e quelle che lo sono e non ce ne accorgiamo. E di sicuro milioni di altri tipi.

Fatto sta che le bugie sono fra noi, quotidianamente. Da quelle piccole a quelle enormi. Quelle dei media, quelle mascherate da un banale “non ricordo”. I bugiardi, i loro portatori sani, siamo noi, un po’ tutti. Ed è una invenzione tutta umana e (forse) inconscia: un bambino inizia a dire piccole bugie anche senza essere mai entrato in contatto con esse (… o meglio, senza sapere di averlo fatto, dato che volenti o nolenti i genitori fanno parte del club…).

Non sono certo il santo che vuole scagliare la prima pietra. Non sto giudicando e non mi interessano i risvolti morali della faccenda (dato che ogni uomo li affronta a modo suo ed in fondo addormentarsi in pace con se stessi la sera è un lusso che ogni uomo potrebbe concedersi), quanto al fatto che bisogna avere sempre orecchie (e naso, come ci ricorda questo Lloyd) per riconoscerle.

Spesso, molto spesso, soprassediamo se percepiamo che l’interlocutore ci sta nascondendo (non per forza mentendo con malignità) qualcosa. Spesso facciamo bene (non vorremmo mica risolvere tutti i problemi del mondo, o no?); spesso non vi prestiamo sufficiente tempo o attenzione. Ma quel che sia la nostra reazione credo che la palestra per odorare la bugia debba essere quotidiana e costante. E’ forse una di quelle cose su cui lavorare sulle “nuove generazioni”, non mentirgli dicendo che il mondo è bellissimo e tutti sono sinceri (ma chi lo dice più? Neanche le nuove interpretazioni delle letture dei potei romantici…), quanto educarli a riconoscere il “grado di sincerità” dell’interlocutore. E da questo la fiducia nell’altro ed in se stessi.

Ci troviamo, quindi, nella spiacevole situazione (a tratti paradossale) in cui per imparare a riconoscere una bugia dobbiamo avere a che fare con un mentitore (beh, non ditemi che a priori non preferireste parlare con Sincero de’ Sinceri…). Non è il demonio a patto che noi siamo in grado di riconoscerne i limiti. Mi rendo conto che è più facile a dirsi che a farsi, ma è inevitabile. Almeno proviamoci: mentendoci nel piccolo e lasciando un po’ trasparire quando lo facciamo… proprio come ci hanno insegnato il fuco accendendolo, facendoci odorare il fumo e facendoci bruciacchiare i polpastrelli. Una inevitabile palestra di vita.

WU

Uovo vs Gallina – remake

Ve la ricordate la storia della scelta fra l’uovo oggi o la gallina domani? Personalmente è una domanda che non mi viene rivolta più tanto spesso (… ho come il ricordo che da ragazzo fosse una frase un po’ più ricorrente) ne da me stesso ne da altri. Eppure il concetto rimane: preferiamo qualcosa ora e subito anche se di minor valore o vogliamo aspettare “domani” con la garanzia di avere qualcosa di più?

Beh, oggi questo studio (Archetypes in human behavior and their brain correlates: An evolutionary trade-off approach) affronta la domanda in maniera molto più sistematica applicando il concetto di ottimizzazione Pareto al comportamento umano (in breve quando dovendo trovare il meglio di due variabili non si può migliorare la condizione di una senza peggiorare la condizione dell’altra).

Praticamente si è cercato di definire un trade-off fra diverse funzioni cognitive, di personalità e di comportamento. Una sorta di compromesso fra tutte queste cose che dimostri, con approccio scientifico, a quale tipo di personalità apparteniamo e dunque come risponderemmo alla domanda dell’uovo o della gallina.

Sono state analizzate circa 1200 persone (coinvolte nello Human Connectome Project, praticamente stilare una mappa per navigare nel cervello) prendendo in considerazione misure legate a diverse funzioni cognitive, tratti di personalità e comportamento, variabili cerebrali funzionali e strutturali per arrivare a definire l’approccio di ciascuno alla ricompensa e all’autocontrollo.

I dati sono stati quindi organizzati nello spazio cartesiano all’interno di un triangolo ai cui tre vertici abbiamo tre archetipi di personalità. Il primo tipo incarna gli individui con una stabile preferenza verso le ricompense più grandi, anche se ritardate. Il secondo archetipo identifica gli individui che tendono a preferire le ricompense immediate, anche piccole a piacere. Il terzo archetipo, invece, corrisponde a un approccio più flessibile (viva viva): una preferenza verso le ricompense ritardate solo nel caso in cui queste siano molto grandi.

Lo studio è andato anche oltre; a ognuno dei tre archetipi, infatti, sono state associate caratteristiche legate alla personalità, alle funzioni cognitive, alle abitudini e alle strutture cerebrali.

Il risultato è stato che coloro che preferiscono aspettare per ottenere una ricompensa più grande hanno maggiore autocontrollo che è a sua volta indice di maggiore intelligenza (associato ad un maggior volume di materia grigia). Hanno maggiore memoria verbale, prestanza fisica e personalità più positiva, un più alto livello medio socio-economico e culturale, una personalità positiva e un maggior benessere e soddisfazione nella vita (che più?).

All’estremo opposto (tipo incontro di pugilato) coloro che si accontentano della “piccola”ricompensa subito che hanno più scarse prestazioni cognitive (… ed un minor volume di materia grigia), più alti livelli di aggressività, di ostilità e di stress, un indice di massa corporea più alto, un livello socio-economico più basso, fanno un maggior uso di droghe.

Nella buona regola di “in medio stat virtus” gli archetipi più flessibili bilanciano le due cose. Ora, studio a parte, mi pare l’unica cosa sensata da dire: come facciamo a rendere scientifico un comportamento umano influenzato (e questo è confermato anche dallo studio in oggetto) in maniera importante dall’ambiente e da fattori culturali, dalla razze, dall’etnia, etc?

Il mio scetticismo su questi studi “di massa” rimane così come la conferma che le “scoperte” di tali studi è solo una conferma di ciò che il buon senso già dice: essere flessibili nella vita non fa mai male. Valutiamo caso per caso l’uovo o la gallina; non penso che ci sia in assoluto una scelta giusta ed una sbagliata così come non credo che le correlazione degli archetipi identificati siano così forti da portarci a “stare lontani da coloro che preferiscono l’uovo”. Anzi, io stesso talvolta lo prediligo, e non me ne pento.

WU

PS. Poi, facendo un po’ di sana divagazione (ir)razionale. Ma l’uovo oggi, se ben curato non potrebbe essere la gallina di domani. Così la scelta è nettamente più facile, ma presuppone un investimento personale sull’uovo su cui oggi mettiamo le mani.