Pugni dati, presi e ritirati

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Non tutto si può esprimere in parole, non tutte le parole esprimono ciò che proviamo. Certo c’è la comunicazione non verbale, le espressioni, i movimenti, quegli impercettibili gesti che fanno di noi quel che siamo (e danno a ciascuna situazione la propria piega). E poi ci sono i pugni.

Questo e questo Peanuts mi fanno sorridere per la loro semplicità (infantilità mi pare sminuire) e schiettezza. Confesso che mi urtano anche un pochino costatando (da vecchio?) che non posso mettere (facilmente?!) in pratica l’approccio suggerito.

Ne quello di darlo un bel pugno (orientativamente sono un non-violento), ne quello di ritirarlo (orientativamente sono troppo razionale), ne tanto melo quello di farlo ritirare a qualcuno (troppo indurito in una qualche corazza, credo). Certamente si può trasportare la situazione e l’esternazione su un piano figurato, ma si perde tanto del fascino (e dell’utilità!) di questo genere di emozioni.

Si, perché credo che quello che stiamo descrivendo qui è proprio L’Emozione, il non riuscire a frenarla, il non provare a mascherare con la calma e le parole uno scatto d’ira. Dignitoso di esistere come un sorriso spontaneo che ferisce eventualmente esattamente come la sua controparte.

Linus ritorna da Lucy il giorno dopo, sa che lo scatto è uno scatto e come tale lo tollera (ancora?!) senza costruirci attorno più di tanti castelli ne conservando strascichi che portano ad irretirsi su questa o quella posizione o pregiudizio (ora sostituite a Linus e Lucy due razze a caso e ripetete l’esercizio…).

E’ la stessa Lucy che ritira il pugno (ah, magari si potesse veramente fare… anche figurativamente), la stessa persona che lo ha scagliato che non cerca giustificazioni, costrutti, ulteriori liti o sfoghi, non cerca di tergiversare, di scusarsi e neanche di continuare a sostenere la sua posizione. Ritira il pugno, in silenzio, da parte di entrambi.

Nessuno è perfetto, tutti perfettibili (bella scoperta…). L’ira va domata, certo, ma a volte da qualche parte, in un angolino (magari non in faccia a nessuno) deve trovare il proprio sfogo. Ne va della nostra fanciullezza e della nostra umanità.

WU

Ejiao: sulla pelle degli asini

Non sono uno di quelli che tende a credere a tutto quello che legge o che sente. Ed anche con fonti che considero più o meno serie (o autorevoli come si dice in questi casi) ho spesso un approccio, ingiustamente, scettico. Devo però anche ammettere che non sempre approfondisco, verifico, comparo tanto quanto vorrei sia per tempo che per voglia (ora non voglio fare il solito pippone sulla facilità di accesso alle informazioni dei nostri giorni, ma diciamoci la verità, se non fosse così gli sproloqui stessi di questo blog non esisterebbero…).

Ok, ok, dopo il cappellone di cui sopra, mi sono imbattuto nella storia dello ejiao. Una specie di sancta sanctorum contro tutti i mali, la pozione magica. Ottima contro un po’ tutto: dal raffreddore all’invecchiamento, dalla circolazione del sangue al mal di testa, insonnia, vertigini, emorragie, tosse e chi più ne ha più ne metta.

Stiamo, ovviamente, parlando di alchimie non riconosciute dalla “medicina ufficiale”, ma che affondano le loro origini nella medicina tradizionale cinese: gelatina di pelle di asino.

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Fin qui nulla di poi così strano, se non fosse che l’ingrediente base dell’ejiao è… la pelle di asino. I malcapitati quadrupedi hanno così visto crescere la richiesta della loro pellaccia ed ovviamente la cosa non è stata accompagnata ne da alternative “vegetali” ne tanto meno da allevamenti sostenibili allo scopo.

La vera nota dolente è che la richiesta di ejiao è cresciuta di circa il 20% l’anno dal 2013 al 2016 e non accenna a fermarsi (anche se oggi cresce con ratei un po’ più bassi). Pare che la conseguenza sia stata il crollo della popolazione asinina, che in in Cina è calata del 76% dal 1992 (!), e l’incremento dell’importazione di pelle di asino da altri paesi (prevalentemente Sudamerica).

Non sono chiare, invece, significativi miglioramenti nella salute, a tutto tondo, dei cinesi.

Senza voler dare un giudizio di merito sull’intruglio, sulla sua efficacia o su chi vi crede (o non crede), è chiaro che un tempo era un prodotto riservato a pochi (sostanzialmente le famiglie imperiali cinesi e pochi altri), scalarlo in produzione di massa lo rende facilmente non più sostenibile e richiede, anche anche i “santoni locali” si adeguino ai tempi che corrono.

Questa notizia mi ha colpito forse per il folklore (snobbismo? propaganda?) dell’ejiao associato al massacro di un animale “comune” (l’asino, intendiamoci, non è a rischio estinzione… lo stanno solo massacrando, ah, beh…), ma è solo un fulgido esempio di come il concetto di sostenibilità dipende sostanzialmente dal mercato di riferimento, dalla disponibilità di materia prima e soprattutto dalle condizioni (economiche, ambientali, degli allevamenti, etc.) a cui questa viene procurata. Parlare di sostenibilità guardando solo una parte del ciclo di vita di un qualsivoglia prodotto potrebbe non voler dir nulla.

WU

PS. Oggi su Alibaba a circa 200.00 dollari al chilo (per un ordine minimo di 100 kg…).

PPSS. Ero sicuro che prima o poi sarebbe successo. Subito dopo aver completato il delirio di cui sopra mi è sovvenuto un flebilie ricordo. Era il 27/09/2016 quando mi sono imbattuto per la prima volta nella notizia e mi ci sono messo a blaterare su.

 

Una pausa dal mondo

A volte penso che vorrei prendermi una pausa.

Poi inizio a pensare: ma una pausa da cosa? Inizio quindi una lista semi-infinita di luoghi, persone, situazioni ed alla fine (siamo al delirio dei deliri, sia chiaro) mi dico: ma se ora qualcuno veramente mi stesse ascoltando e soddisfacesse il mio desiderio, sono sicuro che non ho dimenticato nulla? Non so quante altre occasioni del genere potrei avere, devo essere ben certo di non dimenticare nulla.

E così prendo la mia matita immaginaria (si, se state pensando che ce la dovrei avere nel cervello avete ragione) e cancello tutta la mia brava lista e riassumo in: vorrei prendermi una pausa dal mondo.

Così, tanto per essere sicuro di non dimenticare nulla. Corro come questo PBS (è un po’ che non ve lo proponevo, vero?) inseguito dal “suo” mondo (beh, forse troppo letterale nella striscia, ma rende l’idea del “mondo” che ciascuno vive).

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Chissà poi che farei durante la tanto agognata pausa. Quando mi convinco che non verrà nessuna divinità ex-machina a fare il miracolo passo a farmi questa domanda. Qui mi calmo, perché effettivamente non ho una risposta (praticamente mando in loop il cervello finché il mondo stesso non mi salva con qualche distrazione).

Per una pausa dal mondo non saprei, ma una pausa dal tram tram quotidiano credo valga la pena sperarla (per ora) e prenderla (a tempo debito… sono stanco, non fermo) solamente quando si ha una passione. Quando si stacca per fare una cosa che ci piace, per quanto breve sia lo stacco o stancante l’attività quella si che è una pausa.

E no, con un cellulare (o equivalente) in mano non è mai una pausa…

WU

Una vacanza allunga la vita

… ma solo se dura almeno un numero magico di giorni. Un weekend non basta, una serata fuori è un palliativo, una vita in vacanza un sogno.

Esiste, infatti, uno “studio” che definisce il limite minimo di giorni di ferie da prendere se vogliamo… allungarci la vita. Per quanto penso sempre che mettendo insieme capra e cavoli si può dimostrare la qualunque ed il suo contrario, in questo caso devo convenire che non può certamente uno stile di vita sano, il mangiar bene, il togliersi qualche sfizio sopperire ad una vita tutta lavoro e niente svago. Che poi esista una durata minima di questo svago, univa ed universale e che per di più di regala lunghi e prosperosi anni… beh, per questo ci sono gli “studi”.

Come sempre questo genere di “ricerche” parte da basi statistiche (e devo dire non esigue nel caso in particolare): la ricerca si basa su dati dell’Helsinki Businessmen Study del 1974-75 e prende in considerazione 1.222 dirigenti, tutti uomini, di circa mezza età (alla data dei fatti) e nati fra il 1919 ed il 1934.

I partecipanti furono scelti in quanto aventi almeno un fattore di rischio per malattie cardiovascolari (e.g. fumo, ipertensione, colesterolo alto, trigliceridi alti, etc.) e divisi durante lo studio grossomodo a metà fra un gruppo di controllo ed uno di intervento. Quello di intervento è stato invitato a svolgere attività fisica, seguire una dieta sana, raggiungere un peso ideale, smettere di fumare, e cose “che fanno bene” di ogni sorta.

Il tutto per cinque anni. Il rischio di malattie cardiovascolari nel gruppo di intervento si era ridotto del 46%! Ovvio, non male. Ma… C’è sempre un ma e questa volta è stato colto. A distanza di quindici anni i ricercatori si sono presi la briga di andare a vedere il tasso di mortalità nei due gruppi: nel 1989, c’erano stati più morti nel gruppo di intervento che in quello di controllo.

E già questo lasciava presagire che oltre “lo stile di vita sano” doveva esserci qualche altro fattore. I dati sono stati raccolti fino al 2014 ed i “nuovi ricercatori” hanno esteso l’analisi della mortalità per un lasso di tempo di 40 anni ed hanno esaminato i dati sulla vita dei dirigenti precedentemente non segnalati. Incluse… le ferie.

La “scoperta” è stata che fino al 2004 il tasso di mortalità nel gruppo di intervento era sempre più alto di quello di controllo; fra il 20014 ed il 2014, invece i due tassi di mortalità erano praticamente allineati. Dalla correlazione dei decessi con le ferie (…) si è evidenziato che ferie più brevi erano sempre associate alle morti in eccesso nel gruppo di intervento. Gli uomini, manger, di mezza età che prendevano tre settimane o meno di ferie l’anno erano quelli che avevano ben il 37% in più di probabilità di morire tra il 1974 e il 2004, anche se seguivano uno “stile di vita sano”.

Praticamente la statistica conferma che… abbiamo bisogno di riposarci. I soggetti che trascorrevano ferie più brevi lavoravano di più e dormivano meno e peggio. Di contro “l’aria di vacanza” per almeno tre settimane l’anno aiutava il corpo (e l’animo, e la mete) a recuperare. Addirittura nel lungo periodo l’effetto di questo fattore ha annullato completamente l’intervento di “uno stile di vita sano” (anzi, si è arrivati ad ipotizzare che l’intervento stesso potesse aver avuto un effetto psicologico negativo alla vita di questi soggetti aggiungendo ulteriore stress).

Oggi si parla di “gestione dello stress”, si parla di programmi di relax, ma un bel periodo di ferie è evidentemente sufficiente… e non per vivere cento anni, ma semplicemente per apprezzare tutto il testo che il tram-tram quotidiano ci nasconde. A me basterebbe.

WU

Just give me a call

… una di quelle frasi che, a prescindere se sia in italiano, inglese o qualunque altro idioma, benché potenzialmente veritiere sembra sottendere una presa per i fondelli. Almeno per me. Anzi, ultimamente piuttosto che “recitarla” tendo a parafrasarla… impelagandomi spesso in costrutti involuti che lasciano più che altro l’impressione “lascia stare, non mi chiamare”.

Abusata in contesti lavorativi, usata in contesti più o meno formali, ma in ambo i casi, IMHO, vacua. E questo Dilbert la celebra in maniera più ch egregia.

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Se poi vogliamo fare un po’ di (sani) sofismi, Dilbert tecnicamente non dice “chiamami che ti risponderò subito”, quindi anche le caso di morte, peste o delle sette piaghe di Egitto la fanta-frase potrebbe applicare comunque. Il che non diminuisce il senso di presa per i fondelli, ma ci para abbastanza da poter dire “ma io intendevo…”. Richiamami, non è detto che ti rispondo e/o che so che fare per aiutarti.

Facendo finta che si stia parlando di una specie di servizio “post vendita” (e perché lo farebbe Dilbert?), poi, la frase è d’obbligo. Anzi, in questo caso, la rivaluto leggermente, considerando che più della metà delle volte che questo genere di chiamate vengono ricevute non si parla di effettivi problemi, ma di incompetenza o fraintendimenti… “richiamami, che è meglio” starebbe benissimo, ma non credo si addica ad un dipartimento after sales. In ogni caso “just give me a call” spesso viene letto dall’altra parte “si, e così non mi rispondi…”. D’altra parte immagino che la musichetta di attesa il “numero di protocollo” della nostra segnalazione e simili facciano parte del nostro bagaglio “culturale”…

Possiamo leggere la cosa ancora da un’altra prospettiva, che è forse quella che prediligo: quando si ha a che fare con idioti, presuntuosi, incompetenti, arroganti ed in generale soggetti aggressivi e senza basi per una discussione razionale; usa la contraddizione. Se un bugiardo ti chiama stupido, non vuol allora dire che sei intelligente? Perfetto! Non può, neanche l’ultimo degli idioti, non apprezzare il punto a tuo favore.

WU

Il pescatore

viene fuori ogni giorno alle 7.30 del mattino
con 3 panini al burro d’arachidi,
e c’è una lattina di birra
che mette a bagno nel secchio delle esche.
pesca per ore con una cannuccia per trote
a tre quarti dalla banchina, lungo il molo.
ha 75 anni e il sole non lo abbronza,
e per quanto faccia caldo
non si toglie mai la giubba verde e marrone.
prende stelle marine, squalotti e maccarelli;
ne prende a dozzine,
non parla con nessuno.
a una certa ora del giorno
beve la sua latta di birra.
alle 6 del pomeriggio raccatta la sua roba e il suo bottino
cammina lungo il molo
attraversa le strade
entra in un appartamentino di Santa Monica
va in camera da letto e apre il giornale della sera
mentre sua moglie getta le stelle marine, gli squali e i maccarelli
nella pattumiera
si accende la pipa
e aspetta la cena

[C. Bukowski, Burning in Water, Drowning in Flame Poems, 1972]

WU

PS. Mi sento un po’ anche io pescatore (e non credo di essere il solo…). Guardare fino nel dettaglio l'(in)utile di ciò che facciamo a volte fa male, ma a volte ci fa anche realizzare che il nostro ruolo è nell’azione in se più che nel risultato.

Questa poesia mi rattrista in prima battuta, poi andando un po’ ad astrarre e guardare con quanta obiettività posso la mia vita da pescatore in fondo mi da una piccola rassicurazione. La pipa, la cena, i pesci, la lattina: ecco la vita del pescatore, la pattumiera diventa un dettaglio (che magari lui può anche non vedere). Non influisce sulle sue abitudini, sui suoi ritmi, sulle sue soddisfazioni di tornare a casa con squalotti e maccarelli e neanche (soprattutto!) sulla sua determinazione a fare esattamente la stessa cosa il mattino dopo.

Alienante immaginarlo in maniera esattamente ciclica, rattristante considerare la fine del suo operato, tranquillizzante sapere che lo scopo della vita di questo pescatore è avulso dalla fine sei suoi pesci ed entusiasmante sapere che le sue (nostre?) soddisfazioni sono esattamente nel suo operato.

Nudging

Una spintarella, un pungolo, un incitamento gentile. Non un annuncio plateale, non una imposizione, non un divieto. Un modo di invogliare le persone (una folla o un singolo) a fare qualcosa senza essere troppo perentori, ma guidando in qualche modo la scelta, magari semplicemente cambiando il modo in cui una domanda viene posta, una opzione pubblicizzata oppure un divieto espresso. Un prenderci per i fondelli in maniera garbata (ma finché funziona sulla psiche umana non ho da obiettare).

La premessa psicologica è che ogni nostra scelta avviene in un contesto. Il conteso è il contorno, il nostro modo di interpretarlo una bias inconscio. Scegliamo spesso (beh, diciamo quando ci sentiamo veramente liberi di farlo) l’opzione con meno rischi, magari quella scelta dai più, magari quella che rafforza nostre profonde convinzioni. Un canale del genere può essere prontamente sfruttato (marketing, ma a che politica, ahimè)… o utilizzato (economia o psicologia).

Non è un caso se le caramelle stanno alle casse prima di uscire dal supermercato, non è un caso se i prodotti in offerta stanno nella corsia centrale. Non è casuale la disposizione dei libri nelle librerie. Negli orinatoi maschili è stata disegnata una mosca per “invogliare” a centrare il vaso. Questo studio ha provato semplicemente a raddoppiare le opzioni vegetariane in un menù della mensa per verificare come i giovani fossero in qualche modo “invogliati” a consumare meno carne… eppure nessuno glielo aveva detto, nemmeno di esser parte di un esperimento. E la lista potrebbe essere ancora lunga…

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L’approccio del silenzio-assenso è un po’ una estremizzazione del nudging: se non fai/dici nulla assumo che tu sia d’accordo. In molti paesi europei è stata utilizzato questo approccio per la donazione degli organi; “magicamente” la percentuale di donatori è aumentata considerevolmente soprattutto rispetto a quei paesi in cui devi esplicitamente dire se sei donatore. In Italia, abbiamo fatto una via di mezzo, un nudging un po’ più gentile: devi comunque dichiarare esplicitamente il tuo status di donatore, ma gli addetti comunali sono obbligati a ricordartelo in sede di rinnovo della carta di identità. Ti invoglio semplicemente sfruttando l’occasione che tu sia già qui per altro. Risultato: adesioni alla donazione degli organi quasi raddoppiate.

Con un po’ di “sano” (e quale è il confine?) nudging, è possibile alterare il comportamento delle persone per indirizzarle verso una scelta desiderata. Facendo leva su percorsi mentali inconsci e precostituiti, routine, abitudini, andiamo ad influire gentilmente su alcune decisioni “da fuori” impedendo, se possibile, una valutazione accurata ed obiettiva delle alternative a disposizione.

Poi ci sono gli estremi (cosa che guardo sempre con timore): le scelte di proposito controcorrente, magari per sperare di affermare la nostra libertà o individualità oppure le scelte che vediamo come forzate e quindi non vi dedichiamo alcun genere di riflessione.

Aggiungo anche che forse il solo nudging, dato che si basa pesantemente sull’indole e sul “libero arbitrio” (o la cosa ad esso più prossima) dell’individuo, può non essere bastevole a cambiare comportamenti ed abitudini consolidate. Ogni cambiamento richiede sforzo e lavoro, non sono certo che il nudging sia da solo sufficiente a farci vincere la nostra innata pigrizia (e dare il giusto valore alle scelte che stiamo facendo!).

WU

PS. Un approccio che non so fare un granché bene, ma sul quale credo valga decisamente la pena lavorare.

Devo anche confessare che quando ci penso un pochino mi sento osservato, comandato, controllato, quasi usato… un po’ inquietante.

La morte ci preoccupa, si ma il giusto

Tutti dobbiamo morire (ora non mi metto a divagare sull’universo Marvel ok?), e lo sappiamo. Nonostante questo non ci svegliamo ogni mattina con l’angoscia di questo pensiero… o almeno non in tutte le fasi della nostra vita, o almeno non tutti i giorni. Diciamo che se fossi la morte mi lamenterei di non avere la giusta considerazione nonostante il mio ruolo di primaria importanza.

Quella che è fin qui una costatazione è effettivamente stato oggetto di una ricerca. Un meccanismo primordiale di protezione, che evidentemente ci evitata di entrare in una spirale depressiva auto-distruttiva, dal primo giorno che veniamo alla luce è la strategia naturale per metterci in salvo (cosa che alla natura importa limitatamente) e continuare la specie (forse più negli intenti di Madre Natura).

Per dirla in due parole (inesatta, ma di effetto): il nostro cervello non accetta meccanicamente che la morte sia inevitabilmente collegata alla nostra esistenza. Praticamente di “mentiamo” a riguardo.

Quando entriamo in contatto con informazioni riguardanti la morte, il nostro cervello le etichetta in qualche modo come poco affidabili, o meglio affidabili ma riferite a terzi più che a noi stessi. Praticamente associamo la morte come inevitabile per gli altri, mentre noi ci proteggiamo dai pensieri negativi che ne deriverebbero prestando limitata attenzione alle informazioni reperite a riguardo.

Avi Goldstein ed i suoi colleghi, si sono addirittura inventati un esperimento per cercare di dimostrare su basi scientifiche questo meccanismo. Ad una serie di soggetti sono stati fatti vedere dei video contenenti volti diversi. Fra questi volti che apparivano in maniera ciclica (prevedibile) sullo schermo c’era anche quello del soggetto stesso. Associate ad ogni volto vi erano una serie di parole, la metà delle volte collegate alla morte (sepoltura, funerale, morte, etc.).

L’attività del cervello dei soggetti era ovviamente monitorata dai ricercatori per capire come questo rispondeva quando l’immagine del volto che seguiva contrastava con ciò che il cervello prevedeva. Il risultato è stato che quando il volto del soggetto stesso appariva in concomitanza ad una parola collegata alla morte, il cervello “disattivava” il sistema di predizione. Praticamente si rifiutava di collegare l’immagine stessa del soggetto alla morte; non venivano dunque più registrati segnali di sorpresa da parte del cervello. “Non possiamo negare razionalmente che moriremo, ma pensiamo a questa cosa più come a qualcosa che accade ad altre persone”.

Il meccanismo è fondamentalmente semplice ed anche il suo sviluppo evolutivo è abbastanza intuibile. Senza voler scendere in temi scottanti, mi limito a pensare che tale meccanismo deve fallire, interrompersi, quando versiamo in condizioni in cui o non è più possibile vedere applicata a noi stessi l’ineluttabilità della nostra fine oppure tale prospettiva futura appare addirittura come un sollievo.

WU

PS. Beh, per il periodo Halloween mi sembra perfetto.

Il tempo delle preoccupazioni

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Il fatto che passiamo gran parte del nostro tempo in mansioni che si rivelano inutili è cosa nota. Ogni tanto ci penso, spesso mi ci crogiolo, ancora più spesso lo uso come scusa. Quasi sempre se non spreco tempo in azioni lo spreco in pensieri, e praticamente sempre perdo tempo a preoccuparmi o, peggio, ad auto-ossessionarmi.

Prima di partire con un pippone para-filosofico (e ricevere consigli per un bravo psicologo 🙂 ), però, mi sono imbattuto in questo Peanuts che ha in qualche modo catalizzato un po’ meglio la mia riflessione.

Preoccuparsi è spesso tempo perso. Spesso, ma non sempre. Anzi, quelle poche volte in cui non lo è credo sia il vero meccanismo di selezione naturale. Quando la preoccupazione per un evento futuro ci spinge a valutare diversi scenari possibili, ci mette al riparo da mosse azzardate, ci sprona nella preparazione all’evento (come nel caso del test di cui sopra) o ci fa valutare con attenzione (e spesso modificare) le nostre ipotesi/convinzioni di partenza non credo sia veramente tempo perso.

La parte difficile sta nel capire se ci stiamo preoccupando a ragione oppure no. Capire se stiamo semplicemente tenendo la mente impegnata con inutili (e spesso bruttini) pensieri oppure stiamo effettivamente mettendo in atto un processo di “utile-preoccupazione”.

Aggiungerei, sempre in uno slancio di ottimismo, che se poi fossimo in grado di far tesoro delle preoccupazioni passate forse potremmo ambire a non essere schiacciati dalla vita. Un bimbo è preoccupato di tante, tantissime cose, spesso solo perché non le ha mai fatte. Un adulto (da definire a piacere), ahimè, è spesso preoccupato anche di cose già abbondantemente fatte. Un anziano (anche qui da definire a piacere) spesso non è più preoccupato.

WU (preoccupato, inutilmente, coscientemente)

Sono già arrivati i minolli?

Non che ne sia chiarissima la conformazione: bipede, lungo naso, orecchie tipo un foglio di giornale accartocciato e, soprattutto, tanta tanta tanta immaginazione (cosa che evidentemente a Troisi non mancava).

Il minollo è il travestimento (dopo aver provato con il gufo, cerbiatto, coniglio, tigre, etc.) con cui Troisi cerca di salvarsi dal diluvio universale salendo sull’Arca assieme al Patriarca (“leggermente” miope…) e suo figlio Cam.

Partendo dall’intuizione comica (e sono contro qualunque attribuzione filosofica a riguardo: no, non credo che lo scopo fosse creare un animale che impersonasse quello che siamo ma non vogliamo essere, la parte peggiore di noi stessi, imprecisi, superficiali, pasticcioni… troppe sovrastrutture. Una gag, ben riuscita, e basta… ma d’altra parte se lo sketch dell’Annunciazione aveva fatto indignare la Sacra Chiesa… basta, ora chiudo questa parentesi) il minollo è diventato un animale del nostro (almeno dell’Italia meridionale) immaginario collettivo.

“Fare minolli” o “cacciare minolli” sono comicamente-ricercati modi per dire perder tempo o fare un buco nell’acqua. Eppure il minollo, un tempo, esisteva veramente. Solo che non era un’animale (ma solo una parola che suona già ridicola) bensì si trattava dei lavoratori che, in ambito portuale, erano incaricati di provvedere allo zavorramento delle navi. La cosa avveniva, ad opera dei minolli, tramite il trasporto di materiali sabbiosi che venivano collocati sul fondo della chiglia quando la nave era scarica, in maniera da poter garantire stabilità durante la navigazione.

Inseguo minolli, almeno da stamane. Almeno la prendo a ridere.

WU

PS. Troisi, accorgendosi che l’Arca ospitava già minolli (allora ci sono! si sono salvati! voglio vederli!) tenta di cambiare imitazione menzionando i “famosi” Rostocchi…

Ora passo a cercare Rostocchi.