La tomba, che cede, nell’atollo esplosivo

Lo avrete di certo sentito: facevamo (beh, uso il noi solo per via della percentuale di DNa che condivido con chi lo ha effettivamente fatto) test nucleari nel pacifico quando pensavano a come mettere la parola fine alla WWII e come impostare quella che sarebbe poi stata la guerra fredda fra Russia e USA. Come ogni buon test nucleare che si rispetti, anche le bombe, bombette, detonazioni e giochini vari fra il 1946 ed il 1958 hanno lasciato dietro di loro un bel po’ di scorie nucleari.

Un bel po’ è un eufemismo: stiamo parlando di 85.000 metri cubi di scorie che hanno, ancora oggi, una specie di “potere distruttivo equivalente” a 1,6 bombe di Hiroshima, al giorno, tutti i giorni, per dodici anni. Amen.

Beh, l’idea geniale che è venuta agli Ammericani, nel 1979, fu quella di sfruttare il cratere lasciato da una di queste esplosioni per depositare un po’ tutte le scorie che avevano lasciato in giro. Il cratere si trovava nelle Isole Marshall, nel pacifico. Più precisamente nell’atollo di Enewetak dove ora sorge una vera e propria tomba. Ah, qui viveva qualche centinaia di persone all’epoca dei test che venne semplicemente “deportata” sun un qualche altro disabitato isolotto, ma non possiamo certo fermare il progresso, no?

Un sarcofago che racchiude tutte queste ceneri (che non sono affatto spente) del delirio nucleare dell’epoca costruito da 358 pannelli spessi 45 centimetri di cemento che avrebbero dovuto nascondere il ricordo di quegli esperimenti per i secoli a venire.

La natura ha fatto il suo facendo crescere una folta vegetazione tutto attorno alla tomba, quasi a nasconderla anche al ricordo (anche se gli abitanti dell’atollo sanno di convivere con una polveriera), ma anche il tempo ha dato il suo apporto…

I pannelli stanno infatti cedendo.

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Già da una prima ispezione nel 2013 si erano notati segni di deterioramento nella copertura della tomba; cedimenti poi recentemente confermati dal segretario generale delle Nazioni Unite (quindi, almeno in teoria, uno che dovrebbe sapere come stanno effettivamente le cose… e tipicamente sono peggio di come ce le propinano).

Ma questo è in fondo solo la punta dell’iceberg, dato che la cupola della struttura “protegge” solo una percentuale irrisoria delle scorie che permeano comunque attraverso il cratere. Il fondo della tomba è infatti un cratere nucleare ed è instabile e permeabile. Non è un caso ce le e palme da cocco che crescono sull’isola già presentano tracce di Cesio-137, un isotopo radioattivo.

Evidentemente costa troppo sigillare per bene le scorie. I test avevano dato il loro contributo alla scienza, bisognava investire nel prossimo passo; chi avrebbe pagato per gli “errori”? Beh, come la storia spesso ci insegna, nessuno.

Io, che non vivo nell’isola, percepisco quest’ufo nascosto fra la vegetazione ed a rischio crollo come il (uno dei?) anello di collegamento fra l’epoca nucleare e l’epoca della sensibilizzazione al cambiamento climatico; ora ci stiamo accorgendo che è tardi, non credo si possa sempre tornare indietro. Il cedimento della struttura (oltre a confermare il nostro vero interesse nei confronti di Madre Natura) mi suona anche come simbolo delle crepe nella nostra cieca fiducia nei confronti del progresso tecnologico.

WU

PS. Per “sdrammatizzare” ci metterei questa canzone qua.

Scatti assassini

Qui la sfida è rimanere obiettivi evitando di costellare tutto il post di parolacce e bestemmie :). Ah, il titolo è impostato dando la colpa agli scatti (selfie) per deviare, volutamente, il focus dai diretti interessati; segno che cerco di essere un po’ obiettivo o no?

Allora, il Rapporto Italia 2019 dell’Eurispes ci informa che ben 259 persone sono rimaste vittima, fra il 2011 ed il 2017 di selfie estremi, nel mondo (ah, beh, meno male…). Se ho difficoltà con la prima parola figuriamoci con il binomio…

Scendendo più in dettaglio scopriamo che, la prima causa di morte (in questo contesto, sia chiaro…) sono agli annegamenti. Un autoscatto a tema acquatico è merce molto rara, evidentemente. Al secondo gradino del podio troviamo “incidenti” legati a mezzi di trasporto, è chiaro che farsi una foto davanti al treno che sta arrivando può essere un po’ pericoloso, ma solo un po…

Al terzo posto, con un indiscusse 48 vittime, troviamo il fuoco (beh, d’altra parte si sa che acqua, macchine e fuco sono pericolosi, eh si… anche in foto) pari merito con le cadute dai palazzi/muri/scogliere/etc. Il brivido di un autoscatto con il nulla sotto e tutt’attorno è costato la vita (si, la vita!) ad altre 48 persone.

Scariche elettriche hanno mietuto circa 16 vittime (anche se non mi è molto chiaro cosa sia un selfie legato ad una folgorazione, ma è evidentemente un limite della mia immaginazione)

Circa una decina sono rimasti vittima di aggressioni da parte di animali feroci, che evidentemente stavano bene nell’inquadratura della foto solo secondo gli occhi (ormai chiusi) del fotografo, ma che non erano sostanzialmente d’accordo ad essere immortalati.

Il rapporto ci indica, inoltre, la fascia di età più decimata dai selfie estremi (lo ripeto per capacitarmi) che è quella compresa fra i 20 ed i 26 anni (109 vittime) seguita dalla fascia 10-19 anni (76 vittime) e quindi dalla fascia 30-39 anni (20 vittime) e quindi dalla fascia 40-69 anni (9 vittime). Beh, almeno direi che la propensione al rischio (ripeto, lo chiamo rischio anche se mi è chiaro che su un piatto della bilancia ci sia la vita -!- non mi è chiaro -e forse non voglio saperlo- cosa ci sia sull’altra) si conferma scemare con l’età.

Ogni commento sarebbe inutile.

WU

PS. Se proprio morite (fotograficamente) dalla curiosità, geograficamente è l’India quella messa peggio (sono arrivati ad indire no-selfie zone nella metropolitana…).

Un punto sulla Guinea Equatoriale

Mi sono imbattuto (si, sto avendo nottate molto difficili) in questo report che, oltre a trasmettermi un’immensa tristezza, fa una specie di graduatoria degli stati con le peggiori condizioni di vita. E già qui avrei potuto fermarmi, ma, vai a sapere perché, mi sono fermato sulla Guinea Equatoriale… che, ammetto, avevo si e no una vaga idea di dove fosse e nulla più.

Partendo da questi deliri ho scoperto (beh, non che sia proprio un cronista d’assalto, ma Gooooogle e Wiki fanno miracoli…) che il primo presidente della Guinea Equatoriale fu eletto nel 1968. Francisco Macías Nguema doveva essere un tipo abbastanza paranoico (e dato come poi è finito forse ne aveva ben donde), oltre che soffrire di un ego sproporzionato (mi ricorda Lord Farquard di Shrek).

Nguema si auto-dichiarò presidente a vita (dopo essere stato eletto Capo di Stato con la benedizione del governo spagnolo, il che già la dice lunga) e ciò gli diede, nella sua ottica, il diritto di detenere (pare proprio fisicamente… sotto il suo letto…) la quasi totalità delle ricchezze del paese. A quel punto non aveva motivo per non sterminare o esiliare gli oppositori… non esattamente una minoranza, dato che furono circa un terzo degli abitanti del paese ad essere in qualche modo perseguitati.

Nguema non doveva essere neanche particolarmente colto (in fondo a cosa gli serviva dato che era presidente a vita? ah, aveva fallito tre volte l’esame per il servizio civile…) dato che il suo disprezzo si acuì proprio verso le classi colte della Guinea Equatoriale (beh, onestamente, non credo stiamo parlando di istruzioni particolarmente avanzate…) che furono spesso e volentieri costrette a lavori forzati, lontane da qualunque forma di “cultura”.

Il “presidente a vita” aveva praticamente messo su una specie di campo di concentramento di dimensioni nazionali e di un livello di sviluppo quasi preindustriale. La parola genocidio si applica benissimo al suo “governo”. La sua fine era solo questione di tempo; fu infatti il nipote Teodoro Obiang che nel 1979 lo rovesciò con un colpo di stato e subito dopo lo giustiziò.

Per la popolazione le cose andarono di male in peggio. Il nipote aveva evidentemente ereditato buona parte dell’approccio alla vita dello zio; in particolare una vanagloria spropositata, un modesto livello di educazione ed una brama di ricchezze che non poteva esser certo fermata da preoccupazioni marginali, come il benessere dei suoi connazionali. Cleptocratici, credo si dica.

Obiang, fu anche più fortunato dello zio dato che alle “valigie ripiene d’oro” che aveva “ereditato” aggiunse la scoperta del petrolio in Guinea Equatoriale. E così, dal 1995 circa (quando la Guinea Equatoriale ha iniziato ad essere uno fra i paesi con i più alti tassi di crescita di tutto il continente africano), Obiang era praticamente l’unico beneficiario di una fonte di guadagno quasi illimitata.

La popolazione della Guinea Equatoriale aveva intanto raggiunto quasi i 700000 abitanti che versavano in condizioni di vita che peggioravano a vista d’occhio. L’aumento delle ricchezze del nuovo imperatore unico e supremo procedeva di pari passo con il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Repressione politica, torture e chi più ne ha più ne metta abbondavano, anzi (ahimè) abbondano.

Obiang è infatti tutt’oggi in carica, anzi è il leader africano in carica da più tempo, primo al mondo tra i “capi di Stato” (consentitemi le virgolette…) dei paesi non-monarchici. Benché sia ufficialmente riconosciuto (altro indizio che reputo fondamentale) da praticamente tutti gli stati (anzi, ha incontrato diversi dei leader “occidentali”…), la Guinea Equatoriale è lo stato è considerato uno dei più repressivi, etnocentrici e brutali al mondo. Il “Capo di Stato” sta tentando di dare l’impressione di grande apertura ed “occidentalizzazione” (ammesso che sia un bene) con politiche economiche e turistiche: Malabo, la capitale si sta trasformando, almeno in apparenza, in una meta turistica e congressuale.

Perché tutta questa storia (che voi sapevate di certo, io no)? Ovviamente non lo so; Non è la prima (e non mi illudo sarà l’ultima) che vediamo (ed, almeno nel mio caso, non viviamo) regimi repressivi perdurare e proliferare. Di certo gli occhi, quelli ufficiali, del mondo non sono puntati su paesi come questo e gli enormi interessi economici mondiali (beh, il petrolio lo venderà pure a qualcuno, no? E le armi da dove le prende? E bla bla bla…) che stanno dietro queste persone gli consentono di fare “dio sceso in terra” nei loro miseri paesi accumulando ricchezze che poi possono spendere solo (SOLO) per soddisfare i più sfrenati lussi personali protetti dalle economie occidentali. Non sono persone, e chi le protegge vuole che sia così, che sarebbero in grado di investire per migliorare le condizioni di vita dei loro “sudditi”, anzi che assolutamente temono di farlo per non crescere potenziali antagonisti.

La popolazione di queste nazioni non potrà mai avere speranza di risollevarsi ed abbandonare le ultime posizioni del report di cui sopra, finché farà comodo a noi “paesi sviluppati” mantenere questi psicopatici alla guida di questi stati che sono poi le nostre “riserve naturali” (mi viene quasi da dire che fanno bene quelli che poi si rivoltano contro i loro “padroni”). Aggiungo anche che in questi casi avere un “uomo del popolo” con un livello di cultura (si, qui veramente questa parola ha un senso!) e con prospettive che vadano oltre “voglio l’oro sotto il letto” sarebbe un asso nella manica in cui, purtroppo, credo poco.

WU

Collaboratori indispensabili

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Procediamo con ordine. Chi non risponde ai “messaggi del capo” (sia quelli in chiaro che quelli criptati) è già da mettere sotto la lente di ingrandimento. Una volta sotto la lente di ingrandimento, ovviamente, il primo pensiero va a “buttarlo fuori”. Come se la merce di scambio fosse la presenza. Il fatto che poi “il boss” sappia a mala pena con chi ha a che fare (intendo anche proprio in termini numerici) è un problema che mi tange abbastanza poco, anzi che potrebbe anche essere sfruttato a proprio vantaggio.

Ad ogni modo, guardiamo la cosa dal punto di vista dei “dipendenti” e facciamo finta che qualcuno sia veramente indispensabile nel contesto di una ditta (dubito, in linea generale, di questa “indispensabilità” dato che raramente abbiamo a che fare con un Da Vinci fra i nostri colleghi e forse il contesto aziendale non lo richiede neanche…) se non altro perché ha avuto la dote, il talento di lasciare che gli altri lo credessero.

Il genio di queste persone, che hanno capito sicuramente meglio del sottoscritto come muoversi nel mondo lavorativo in questi tempi che cambiano (giro di parole per dire “bravo chi riesce non solo a destreggiarsi fra gli squali, ma addirittura a trarne vantaggio) sta nel fatto di risultare indispensabili indipendentemente dal lavoro che poi svolgono e dall’impegno che ci mettono.

Non sto parlando di fancazzisti e neanche di malati di lavoro con la necessità (che di solito non corrisponde alla capacità) di primeggiare, ma sto parlando di gente “normale” che si è saputa ricavare una sua nicchia facendo bene alcune cose e lasciando dietro di se una scia di stima (lavorativa) e la convinzione dell’impegno (sempre lavorativo).

Anche nel momento in cui queste persone cambiano approccio (beh, senza arrivare alle dimissioni di Ned, date da tempo quasi immemore) l’idea che ci siamo fatti di loro ha un’inerzia al cambiamento decisamente più lenta. Ned, ad un certo punto e per qualche sistema, sarà stato davvero indispensabile (si, qui c’è tanto lavoro da fare per poi vivere “di rendita”… ammesso che lo sia); il fatto che ora non lo è più lo realizziamo abbastanza tardi. Se poi siamo capi/direttori/dirigenti/superioriperconvizione potremmo anche non realizzarlo mai se non quando decidiamo che “il collaboratore” non corrobora il nostro ego.

Il tutto per dire, certamente peggio di questo Dilbert, che l’evoluzione da ufficio ci sta (ahimè) portando dalle competenze, alle conoscenze, alle impressioni. Non che le une o le altre siano più o meno importanti, ma eccedere nel coltivare solo una di queste è quello che aborro: dare di noi una buona (efficiente? indispensabile? quello che volete) impressione deve procedere in parallelo con il coltivare le nostre competenze ed i nostri contatti. Essere indispensabile senza prima essere potrà pure sembrare una affermazione (solo lavorativa?), ma credo non lo sia da un punto di vista umano e personale: davvero questi Ned si sentono indispensabili guardandosi allo specchio?

WU

Il fiume, li in fondo alla valle

Li, in fondo alla valle, l’unica cosa che ti insegnano è a fare e rifare quello che ha fatto tuo padre e suo padre prima di lui. Li, in fondo alla vale, sono nato. Non c’erano grandi emozioni li, in fondo alla valle.

Mary la conobbi al liceo. Avevamo diciassette anni e quello che facevamo era correre per i verdi pascoli, li, in fondo alla valle. Correvamo fino al fiume e li ci tuffavamo. Li, in fondo alla valle.

Poi, senza troppo coscienza, entusiasmo e senza capire neanche bene quello che facevo, misi incinta Mary. Sempre li, in fondo alla valle. Avevamo diciannove anni ricevetti una tessera del sindacato ed un vestito da cerimonia. Non c’erano fiori, abiti nuziali o cortei quel giorno, solo io, Mary e qualcun alto a municipio. Credo che dovevamo sposarci per via della gravidanza, ma non ne ero e non ne sono del tutto cosciente.

Non sapevamo bene cosa fare, ne avevamo molto entusiasmo di farlo. Tutto quello che sapevamo fare, per illuderci di festeggiare, era correre fino al fiume,li, in fondo alla valle. E tuffarci. Da allora queste corse e questi tuffi non sarebbero più stati gli stessi.

Anche il seguito della mia vita procedette senza troppi scossoni li, in fondo alla valle. Trovai un lavoro come muratore per la Johnstown Company li, in fondo alla valle. Poi la crisi economica, il lavoro che scarseggiava.

Ora non mi pare più nulla importante, tristezza e nostalgia hanno preso il posto delle timide evasioni giovanili. Tutto ciò che regolava la mia vita è svanito nel nulla. Mi comporto come se non ricordassi più nulla e Mary come se non le importasse più nulla.

Mi ricordo poche cose, nulla mi accende più, se mai mi ha infiammato, li, in fondo alla valle. Fra le poche cose che ricordo c’è il corpo bagnato ed abbronzato di Mary, giravamo insieme nell’auto di mio fratello. Per il resto ricordo poco: i bagni nel fiume o al laghetto artificiale, di notte mi avvicinavo a lei per sentire il suo respiro.

Ora tutti questi ricordi mi perseguitano quasi come una maledizione, mi lecco le ferite, mi cullo nei miei sonni irrealizzati, mi pare tutto una bugia… o ancora peggio. Scendo ancora al fiume, li in fondo alla valle.

Anche il fiume è asciutto. Il fiume che rappresentava la vita, la realizzazione, non la vita vuota li, in fondo alla valle.

WU

PS. Ovviamente sto parlando di questo. E non posso non pensare/suggerire di affiancare lo studio di questo testo (sono certo che dare un taglio più moderno e “rock” a certi concetti li fissa saldamente nella memoria, e non solo) al panta rhei di Eraclito sui banchi di scuola.

 

PPSS. Sto accarezzando l’idea di definire questo ciclo di deliri su venerabili testi come “traduzioni infedeli” o “traduzioni a bassa fedeltà”…

Qbit, Tempo e tante Chiacchiere

Tanto l’avrete letto anche voi; ieri era su quasi tutti i quotidiani: gli scienziati hanno invertito la direzione del tempo.

Team russo, computer quantistico, esperimento fatto a livello microscopico, stato artificiale creato in maniera da evolvere in direzione opposta alle leggi della termodinamica sono forse alcune delle parole che i più arditi si sono spinti a leggere.

In breve, la direzione del tempo è data dal SECONDO principio della termodinamica che dice che l’entropia (il caos, in parole volgari) di un sistema tende ad aumentare. Una tazzina che cade si rompe, i suoi cocci sono meno ordinati della tazzina intera, se ci fanno vedere il disastro filmato in reverse mode ce ne accorgiamo subito. Questa è roba da libri di scuola (… che forse se si inspirassero al “flusso canalizzatore” avrebbero più copie vendute…).

Quando però entriamo nel mondo della meccanica quantistica le cose non sono così ovvie. Entra in gioco la probabilità ed il fatto che la tazzina si ricomponga e risalga nelle nostre mani non è teoricamente impossibile, ma solo altamente improbabile. A livello microscopico, invece, è possibile che la freccia del tempo sia reversibile e che proceda sia in un senso e in quello contrario.

Questa possibilità era stata già teorizzata nei primi anni novanta da Ilya Prigogine, (poi premio Nobel per la chimica nel 1977 proprio per le sue teorie sulla termodinamica applicata a sistemi complessi), e si pensava possibile solo a livello microscopico (…la polemica la faccio dopo, ma già questo quanto -è proprio il caso di dirlo- di informazione non mi pare sia stato detto negli articoli sensazionalistici circa l’esperimento).

L’esperimento in oggetto ha utilizzato un computer quantistico per analizzare la posizione di un elettrone. Prima l’elettrone è stato fatto passare da una fase in cui era precisamente (beh, più o meno a causa del principio di indeterminazione) localizzato ad una in cui il sistema era nettamente più caotico ed il nostro elettrone non era più facilmente individuabile. In un secondo tempo, grazie a un algoritmo (che è il vero cuore dell’esperimento), è stato compiuto il percorso inverso: l’elettrone dal sistema caotica è tornato a essere localizzato. Come se avessimo rivisto la nostra tazzina ricomporsi e “gridato” all’inversione del tempo.

E’ tutto bellissimo e certamente un esperimento degno di nota. La cosa che mi lascia però molta tristezza è che se non si fossero usati titoli sensazionalistici circa l’inversione delle freccia del tempo nessuno avrebbe neanche aperto una pagina circa l’esperimento in questione. Ovvero, anche nel campo della ricerca scientifica (che un tempo era quel settore in cui i risultati andavano comunicati nella maniera più chiara, nitida, breve, anche brutale se volete possibile) si è iniziato ad usare una sorta di sistema “click biting” per farsi pubblicità.

Se grazie a questa “pubblicità” ci siamo convinti che possiamo viaggiare nel tempo, i “divulgatori” hanno fatto il loro lavoro, ma la verità è che il tempo continua ad evolvere come lo abbiamo sempre conosciuto e solo l’elettrone (con tutti i se ed i ma del caso… i qubit tornavano al loro stato iniziale nel 85% dei casi quando erano due e nel 50% quando erano tre… ma questo è un dettaglio da trafiletto, no?!) è “tornato indietro”. Detto così sono certo non avrebbe avuto tutto il clamore che gli è stato riservato un po’ ovunque.

Sarà stata anche una grande pubblicità, ma IMHO il valore scientifico dell’esperimento è stato un po’ offuscato da tutto questo sensazionalismo (… che spero non abbia anche ingenerato errate percezioni da chi legge solo titoli o le prime righe di articoli semi-seri).

WU

Sciagura del treno 8017

Ricordiamo.

correva l’anno 1944; il 3 Marzo per la precisione (e ti pareva che non arrivo almeno con un giorno di ritardo…).

Nel pomeriggio del giorno precedente il treno merci speciale 8017 parte da Napoli con destinazione Potenza. Il suo carico è composto da legname da utilizzare nella ricostruzione dei ponti distrutti dalla guerra.

Il lunghissimo convoglio, alla stazione di Salerno, fu dotato di due locomotive a vapore al fine di percorrere l’ultimo tratto, fra Battipaglia e Potenza, che all’epoca non era elettrificato. Le 540 tonnellate di treno, composto da 47 vagoni merci (un mostro per l’epoca!) erano in origine previste esser mosse solo da una singola locomotiva a vapore, ma la necessità di dover trasferire la seconda a Potenza e per agevolare il duro valico fra Baraggiano e Tito spinsero il personale ad includere anche la seconda locomotiva. Siamo nel 1944, le locomotive a vapore erano essenzialmente a cabina aperta con un macchinista che pilotava la locomotiva ed un fuochista che spalava carbone.

Il treno merci era nascondiglio sicuro per centinaia di viaggiatori clandestini provenienti soprattutto dai grandi centri del napoletano. Siamo alla fine della guerra per cui si cercavano scambi fortuiti di derrate alimentari nei piccoli centri lucani (paesi di montagna in parte risparmiati dalla guerra). non stiamo parlando di poche persone, ma di parecchi clandestini che portarono (si stima) a superare le 600 tonnellate come massa complessiva del convoglio. Ad Eboli una parte dei clandestini fu fatta scendere, ma quasi senza successo dato che molti di loro salirono nelle stazioni successive fino a raggiungere (si stima) almeno i 600 clandestini a bordo.

Attorno alla mezzanotte il convoglio era fermo alla stazione di Balvano per manutenzione alle due locomotive prima di affrontare un impervio tratto fatto di parecchie gallerie strette e caratterizzato da una ripida pendenza. Fra queste gallerie c’era la (oggi tristemente nota) galleria delle Armi. Proprio qui, a causa dell’eccessivo peso, l’elevata pendenza e la forte umidità le ruote del convoglio iniziarono a slittare facendo così perdere aderenza al treno fino a farlo fermare in galleria. La galleria delle Armi misura (tutt’oggi) circa 2 km, ha una pendenza fino al 13%; il treno si fermo a circa 800 metri dall’ingresso, lasciando solo due vagoni fuori dalla galleria.

Gli sforzi della locomotiva per far riprendere la marcia al treno, il passaggio poco prima di un altro convoglio nella galleria, la scarsa areazione del luogo, il tipo di carbone molto solforoso (e di scadente qualità), furono tutte concause che fecero aumentare velocemente la concentrazione di monossido di carbonio nell’aria. La maggior parte dei passeggeri a quell’ora dormiva, il personale delle locomotive perse velocemente i sensi senza poter dare l’allarme e senza poter coordinare gli sforzi. Il dramma si stava consumando.

Il personale delle due locomotive, allo stremo delle forze e senza aver avuto modo di interagire agì istintivamente in maniera opposta. Mentre una locomotiva diede massima potenza per cerca di superare lo stallo e ripartire, quello dell’altra invertì la marcia a tutta potenza per cercare di retrocedere. Gli sforzi furono dunque inutili ed ebbero come unico risultato quello di contribuire all’aumento di monossido di carbonio nell’aria. Inoltre, ad aggiungere beffa alla tragedia, quando l’operatore dell’ultimo vagone (… che era appunto rimasto fuori dalla galleria) vide che il treno stava retrocedendo applico, come da procedura, il freno manuale proprio per evitare che il treno indietreggiasse.

I superstiti degli ultimi vagoni raggiunsero quindi a piedi la stazione di Balvano per dare l’allarme, ma era evidentemente troppo tardi. Ci volle molto tempo a far giungere sul luogo più squadre di soccorso e solo i passeggeri degli ultimi vagono, pesantemente intossicati, furono recuperati vivi.

Il disastro costò la vita almeno a 517 persone confermate, ma alcune stime parlano anche di decine di vittime in più. La sciagura del treno 8017 rimane ad oggi il più grave incidente ferroviario in Italia per numero di vittime. Molte delle vittime, clandestini, non vennero mai riconosciute e furono sommariamente seppelliti in quattro fosse comuni nel piccolo cimitero di Balvano

Ad aggravare il tutto c’era un precedente. Un mese prima nella galleria successiva a quella delle Armi (con pendenze fino al 22%) un altro convoglio era rimasto bloccato con gravi segni di intossicamento per tutto l’equipaggio che però si salvò. Per ridurre l’eventualità di questi incidenti era stato disposto il limite di 350 tonnellate per questa tratta e l’utilizzo di locomotori diesel-elettrici (con eventualmente una locomotiva a vapore in coda).

L’indicente si chiuse senza colpevoli, ma imputato a “cause di forza maggiore”.

Nel 1966 la tratta Battipaglia-Metaponto fu completamente elettrificata.

Amen

WU

PS. Una storia che mi mette tristezza… per tantissimi motivi e se non altro per il fatto che non è diventata la trama di un kolossal.

I lupercalia

ricorrono oggi. Il 15 Febbraio era, infatti, il giorno dedicato agli antichi riti pagani in onore del dio della fertilità, Luperco. Come si confà ad un dio della fertilità, i festeggiamenti odierni erano sfrenati ed in netto contrasto con la morale cristiana. L’apice di tali baccanali si raggiungeva quando matrone romane, none per strada, subivano le frustrate di giovani, ovviamente altrettanto nudi (beh… ma anche spalmati di grasso e con maschere di fango…), che rappresentavano i seguaci del fauno Lupercolo.

Storicamente (ovvero, secondo la leggenda) i Lupercalia venivano celebrati proprio nella grotta Lupercale, sul Palatino, dove Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa. Il culmine dei Lupercalia era proprio oggi, ed il motivo (andando ancora più a ritroso nelle radici storiche della leggenda) era che era il culmine del periodo invernale quando lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili e minacciano le greggi.

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Tutto ciò non poteva andar giù alla cristianissima chiesa romanica. La festa andava arginata. E quale modo migliore per farlo se non che indire il giorno precedente una festa in qualche modo antitetica? Papa Gelasio I decise infatti di indire il 14 Febbraio la festa… degli innamorati. Si celebrava “l’amore puro” e non “l’impura fertilità”.

Caso volle che il 14 Febbraio era San Valentino (mi sono ben guardato ieri di scriverne qualcosa a riguardo, ma oggi…). Che questa sia la vera verità sull’origine della festa non vi sono, ovviamente, certezze. La stessa figura di San Valentino è abbastanza misteriosa… anzi, non si sa neanche di preciso a quale San Valentino si fa riferimento (ve ne sono almeno un paio ed a parte il fatto che morirono come martiri non si sa molto di loro).

La consacrazione del 14 Febbraio come festa degli innamorati deriva (pare, pare, pare) dallo scrittore Geoffrey Chaucer che verso la fine del ‘300 scrisse The Parliament of Fowls (Il Parlamento degli Uccelli) un poema che associa Cupido a San Valentino, in onore delle nozze tra Riccardo II e Anna di Boemia.

Da allora la festa ha preso “sempre più piede”, qualunque cosa significhi, fino ad assumere l’aspetto “economico” dei nostri giorni. Il giorno successivo, ovvero oggi, non è più ricordato come il giorno “dell’amore sfrenato”, ma sta prendendo piede come “San Faustino” (non voglio neanche indagare se San Faustino sia in qualche modo legato a tutto questo…); altra operazione commerciale per tutti coloro che sono scapati a ieri.

Intendiamoci, non sono contro ne San Valentino ne San Faustino. Non sono festività che festeggio con grande trasporto, ma riconosco il bisogno di qualche ricorrenza per svegliare un po’ gli animi. Mi affascina sicuramente di più la genesi e l’evoluzione di questi fenomeni sociali, troppo spesso velocemente dimenticata in favore degli aspetti più commerciali delle ricorrenze.

Auguri, in ogni caso, per ieri e per oggi.

WU

Ottocento finzioni

Fuori moda, fuori tempo, fuori luogo. In un’epoca in cui l’odore è quello dei motori della rivoluzione industriale. I valori sono quelli della (bassa?) borghesia, le aspirazioni quelle della nobiltà.

Perché, perché c’è gente che non apprezza il capitalismo in quest’epoca di rivoluzione. Perché la gente non vuole ricchezza e nobiltà. Ma che tempi sono questi?! Che qualcuno mi canti astio e malcontento di chi si oppone a tutto questo. Eppure è proprio questo motore maleodorante della rivoluzione industriale che ci porta avanti tutti (anzi… quasi tutti quanti; i cantanti sono contestatori quasi per definizione) fra soldi e cielo blu.

Ed anche tu, figlia mia. Merce di scambio per la mia ricchezza e la mia affermazione sociale. Sei quasi matura, neanche fossi uno degli ortaggi del io orto. Ed io non vedo l’ora di utilizzarti, scambiarti.

Tu invece, figlio mio: sei il maschio. Bello, aitante, forte, benestante ed abile sia negli affari che con le donne… anche se dovessero esser stuprate in corsa so che ne sei all’altezza. Che questo sia vero o meno non mi importa; deve essere cosi; altrimenti come faccio io ad essere considerato nobile?

Moglie, moglie mia. Tu devi essere l’emblema della nostra aspirazione nobiliare. Come tale devi riempirti di fronzoli ed anticaglie (niccoli anche di cattivo gusto purché abbondanti). Devi dar sfogo alle tue voglie per dimostrare il tuo benessere. Compra pure le tue sciccherie inutili. 1500 scatole luccicanti e piene di nulla ti sono sufficienti? Ostentiamo vacua opulenza. Ecco tutto.

E vendiamoci, appariamo. Siamo tutti, compresi i nostri corpi, poco più che merci di scambio. Meraviglie da barattare per l’ascesa sociale in quest’epoca di rivoluzioni meccaniche. Fra valvole e pistoni mettiamo sul banco anche i nostri fegati e polmoni; figlie da sposar e tutte le cazzate che vi possano venir in mente (… le triglie del mar non fanno eccezione).

Come è stato possibile, figlio mio, che ti sia toccata una fine così ingloriosa? Dove ho sbagliato, se ho sbagliato? Quale intruglio ti ha gettato nel Naviglio? Che morte di bassa qualità, da coniglio. Come faccio a coprire questo neo? Non mi importa di te, ma del fatto che questa fine rovini la mia immagine; mi importa dell’onta che getti sulla nostra famiglia. Mi hai ferito per questo… eppure ti trattavo come un figlio.

Domani andrà meglio. Mangeremo e faremo vedere che abbiamo cibo in abbondanza. Anche la morte di un figlio si supererà fra cazzate varie, un bel matrimonio, un pasto abbondante. Non credo ci siano differenza di valori fra il dover superare una digestione impegnativa e la morte di un figlio. Almeno non per noi (aspiranti) nobili.

Tutta una vita di finzioni in una borghesia non nobile che è ormai anestetizzata dalla mancanza di valori morali ed abbocca ad ogni triglia che nuota fra contanti, valvole, pistoni, fegati e polmoni.

WU

PS. Ritratto impietoso egregiamente vestito a festa.

Ormai è tardi

Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c’è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio, spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero.

[Benjamin Button]

In fondo, anche se spesso siamo portati a crederlo, non siamo alberi. Meglio un tentativo, magari un errore che la stasi o il nulla.

Ve lo ricordo, me lo ricordo… sforzandomi di stare alla larga dalle varie quote e frasi motivazionali che vanno ormai di moda solo per mettere uno stato su qualche social e mi lasciano un po’ di amaro in bocca sulla reale comprensione delle stesse da parte dei loro “fruitori”.

WU

PS. E’ un film che, forse immotivatamente, mi mette sempre tanta tristezza.