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L’isola (di plastica) che non c’è

E’ un po’ che vagheggio sul fatto di voler vedere “ad occhio nudo” (o quanto meno in maniera concreta) una (?) di quelle isole artificiali che mi sono (ci hanno) convinto esistano da qualche parte nel pacifico.

Se vi mettete a googlare per “Trash Vortex“, “Great Pacific Garbage Patch” oppure “Isole di plastica” o qualunque combinazione di queste parole chiave troverete miriadi di risultati che pare ci imbocchino il fatto che esistano queste isole. Frutto dell’inquinamento umano, delle correnti marine e dei venti dell’oceano.

Approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord dovrebbe trovarsi qualcosa grande come 700.000 – 10 000 000 km2 (e già questa incertezza enorme mi puzza…). Se mi dite che può essere addirittura grande come gli Stati Uniti qualche immagine fantastica me la farò pure, no?

Eppure Google Maps e nessun altro dato satellitare (almeno quelli di libero utilizzo) la mostra sulle mappe. Nessuna delle immagini reperibili in rete pare dare una evidenza concreta. Si vedono chiazze di sporcizia ed immondizia con gente che ci nuota dentro, animali vittime di “incidenti plastici”, ma non ci sono prove di isole (almeno come mi immagino io un’isola, e sarei disposto anche a rinunciare alla palma…).

Investigando (…wow…) con un po’, ma veramente poca, più di attenzione, infatti si arriva a capire che stiamo parlando di una superficie nella quale la concertazione di microplastica è significativamente maggiore della media degli oceani. detriti plastici larghi qualche mm che infestano vaste aree. Non isole, ma addensamenti di pezzetti che di certo inquinano, ma non formano isole. 3.34 × 106 di densità media in superficie (ovvero circa 5 kg di plastica per km2), circa la metà a 10 m di profondità. Di certo non trascurabile!

Ho la strana impressione che sia uno di quei casi in cui pur di mettere la problematica (indiscutibile) sotto gli occhi di tutti, pur di attirare l’attenzione si sia giunti a snaturare la vera natura della questione fino a dipingerci uno scenario che è assolutamente irrealistico. Così tanto irrealistico che quando poi assaggiamo la realtà quasi non ci interessa più di tanto.

Il problema rimane, l’isola no.

WU

PS. L’assenza di immagini nel post è assolutamente deliberata.

PPSS. Qui un articolo che mi pare davvero ben fatto.

Che tristezza

Oggi ho rivisto “gli uomini cartello”. Che tristezza.

Sapete di quelli che si mettono travestiti in malo modo agli angoli delle strade a fare da cartelloni pubblicitari umani? Esatto. Che tristezza.

Credevo fossero una razza ormai estinta. Invece, evidentemente, no. Non conosco la loro paga (sorvolando per un attimo sulla questione della dignità del lavoro sulla quale davvero non saprei come argomentare il mio sgomento), ma scommetto che si obbligano ad ore di freddo, in piedi, reggendo cartelloni di cui non gliene frega nulla, per quattro spiccioli. Mi ricordano un po’ i turni di guardia del servizio militare. Che tristezza.

Nel caso particolare quelli che ho visto erano uno squadrone di immigrati (… non che il colore della pelle cambi qualcosa) travestiti da uomo ragno (scelta legata ai funambolismi richiesti per raggiungere quella posizione?) che “sponsorizzavano” saldi di un negozio di calzature. Beh, decisamente hanno attirato la mia attenzione, da qui a dire che ora vado a fare acquisti in quel negozio, ce ne passa. Che tristezza.

Nell’era delle strategie di marketing 3.0, nell’era dell’accoglienza (davvero?), nell’era degli investimenti oculati, nell’era della Società Civile, vedere queste cose mi fa pensare che sono davanti ad un bivio: o è davvero questa la strada giusta ed io mi ostino a non capirlo o si parala solo per dare aria alla bocca e poi si sceglie semplicemente di copiare da un passato che rinneghiamo e che comunque non ci appartiene più. Che tristezza.

WU