Il silenzio dei colpevoli – un’istantanea italiana

Momento pesantezza. Scusate, in anticipo, ma questa (triste) storia la devo proprio raccontare (profondamente diversa da quest’altra). La cosa è stata fatta da penne (fra cui un ottimo articolo di Cardone su Il fatto quotidiano) e bocche certamente migliori e più autorevoli del sottoscritto, ma è un esempio di come in questo paese non si rema tutti nella stessa direzione. E non vorrei, inoltre, che rimanesse confinata agli addetti ai lavori (quali?). Sono certo che di casi del genere abbondiamo entro i confini nazionali (forse anche fuori, ma permettetemi di dare precedenza alla speranza di risolvere prima i problemi “nel nostro piatto”).

Sono passati ormai due anni da quando l’agenzia di consulenza Deloitte ha condotto la sua due diligence sulla gestione del CIRA (Centro Italiano Ricerche Aerospaziali) di Capua negli anni fra il 2011 ed il 2016 in cui è stata osservata una gestione quanto meno opaca (sempre, immagino, seguendo la regola “innocente fino a prova contraria”…).

La due diligence Deloitte ha identificato negli anni in questione una gestione anomala dei conti economici del centro con costi del personale e delle consulenze esterne lievitati a fronte di un taglio della manutenzione. Ah, il CIRA è tutt’ora considerato l’ente pubblico che paga meglio… La mancanza di manutenzione ha causato ovviamente danni, dice sempre la Deloitte (che non ha fatto certo il lavoro gratuitamente, a sua volta), alle attrezzature all’avanguardia del centro che sarebbe dovuta essere la punta di diamante della ricerca in Italia. Gli impianti sono, ovviamente, di proprietà dello stato italiano ed ora si parla di “investimenti” di venti milioni (!) per rimetterli in funzione propriamente.

I reati ipotizzati (la Deloitte non è una società di consulenza legale) sono: corruzione, abuso d’ufficio, concussione, reati societari, riciclaggio, truffa ai danni dello Stato, reati ambientali, sfruttamento del lavoro, delitti di criminalità organizzata, basta? No, la Deloitte ha fatto anche i nomi dei soggetti nei confronti dei quali siano emersi potenziali coinvolgimenti nelle vicende di interesse. Ometto la lista (26 nomi tutti ben noti nel panorama spaziale italiano e tutti ancora direttori generali o dirigenti, al CIRA o altrove… ASI inclusa). Ed è proprio nei confronti di questi soggetti che è stato richiesto di produrre delle lettere di interruzione cautelativa della prescrizione così da poter trasmettere la due diligence all’assemblea dei soci, che a sua volta doveva decidere se avviare o meno eventuali azioni di natura legale.

L’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) è socio di maggioranza del CIRA e sta chiedendo formalmente e ripetutamente che il CIRA esegua le azioni emerse a suo carico. Che nel caso specifico sono (solo, per il momento) quelle di inviare le lettere di interruzione della prescrizione ai soggetti identificati che ricoprivano ruoli di comando nel periodo 2011-2016.

Il documento prodotto della Deloitte è comunque un rapporto tecnico e le considerazioni di natura giuridica dei soggetti identificati devono “essere accertati nell’ambito di più ampie valutazioni legali”. Ora, per far partire queste “ampie valutazioni legali” la primissima cosa da fare è assicurare l’interruzione della prescrizione attraverso l’invio delle opportune lettere. Lettere mai scritte e mai inviate. E sono passati tre anni.

L’ASI ha continuato a chiedere, in un crescendo di pressing, evidenza dell’invio di queste lettere ed il risultato è solo un puro, semplice, assordante silenzio.

Constatando la mancanza di fatti concreti e qualunque forma di risposta (certamente anche dovuti ai cambi ai vertici sia dell’ASI che del CIRA…) lo scorso 11 settembre l’ASI ha mandato una nuova, durissima lettera al “numero uno” del CIRA e agli altri quindici soci privati del centro di ricerca.

Il testo è più o meno: “Prendo atto con rammarico che il CIRA, nonostante il tempo trascorso e le ripetute richieste in tal senso formulate dal socio di maggioranza, non abbia ancora provveduto all’invio degli atti di messa in mora necessari alla interruzione della prescrizione né abbia posto in essere alcuna azione finalizzata al completamento del quadro giuridico e documentale necessario all’accertamento di eventuali danni e connesse responsabilità”. A cui segue una breve cronistoria dei vari solleciti (molti, ripeto da ex dirigenti ad ex dirigenti…che hanno cambiato poltrona con la fedina pulita…).

In sostanza l’ASI ha continuato ad insistere affinché il CIRA si adoperasse “mettendo in mora tutti gli amministratori potenzialmente responsabili dei danni connessi alle circostanze oggetto della Due Diligence, al fine di interrompere la prescrizione nei loro confronti e di salvaguardare il diritto di azione in capo ai Soci ex art. 2393 cod.civ.”.

A cui è seguito un ulteriore silenzio. Immancabile.

All’ennesima richiesta ASI ha fatto coro il sollecito degli altri soci privati (aziende del calibro di Thales e Leonardo, tanto per capirci…) che chiedono al CIRA di agire e porre in essere i necessari e non più rinviabili atti di interruzione della prescrizione.

Eravamo alla fine dello scorso mese, la scadenza era data per il 20 settembre. La settimana successiva le lettere, se scritte, erano ancora in qualche cassetto del CIRA. Appunto.

Ah, ovviamente a richiesta esplicita questi “dirigenti” non rilasciano alcuna dichiarazione, come natura vuole.

WU

PS. Io ho scritto questo post con questa colonna sonora qua (in particolare il pezzo:

quel naso triste come una salita
quegli occhi allegri da italiano in gita
e i francesi ci rispettano
che le balle ancora gli girano
e tu mi fai dobbiamo andare al cine…
…e vai al cine vacci tu

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Spaceboy

Ok, oggi non potevo parlare di una cosa diversa dall’anniversario dello sbarco sulla Luna. Non potevo proprio farlo. Ho però cercato di evitare didascaliche descrizioni di quel giorno, ricordi (che non ho, come non ce li ha la metà di quelli che scrivono qualcosa a riguardo) oppure propositi. Mi sono però imbattuto nella notizia sulla quale divago che è un po’ triste (da un po’ quell’aria di saudade alla ricorrenza), ma magari mette un po’ i riflettori su tutti i sacrifici, gli incidenti (e non parlo di quello recente del Vega) e dello zampino che il destino ha messo e sta mettendo nella nostra esplorazione (no, di conquista non credo sia ancora il caso di parlare) dello spazio.

Mandla Maseko, trent’anni, africano di origine; Nato e cresciuto alle porte di Pretoria, nell’epoca in cui i bianchi avevano appena finito (o dicevano di averlo fatto) di segregare i neGri.

Era stato scelto assieme ad altri 23 colleghi (nessun altro africano, va detto) fra oltre un milione di aspiranti astronauti. Si era candidato facendosi scattare una foto “in volo”, ovvero saltando da un muretto di un paio di metri; il salto che aveva sancito l’inizio della sua carriera (beh, diciamo formazione va…) e l’inizio della realizzazione dei suoi sogni.

Aveva iniziato la sua formazione nel 2013 ed il lancio della sua missione, sulla navetta Lynx, era previsto per il 2015. Il destino della Lynx non fu fra i più felici: dapprima il lancio fu ritardato per problemi tecnici a data da destinarsi e poi, nel 2017 la XCor Aerospace, responsabile della Lynx, falli.

Il sogno di Mandla si allontanava un pochino, ma il ragazzo non aveva nessuna intenzione di arrendersi. Si teneva allenato, si addestrava privatamente come pilota, era entrato nell’esercito e comunque faceva parte della “riserva di astronauti” da cui la Nasa poteva attingere. Insomma, il suo biglietto per lo spazio se lo sentiva, a buon diritto, in tasca.

Mandla.png

Era innamorato della sua carriera, era innamorato della sua bandiera. “voglio che i bambini sappiano che se ce l’ho fatta io, tutto è possibile” era La sua frase (ah, si guadagnava da vivere facendo sessioni motivazioni in giro per il Sud Africa…). Lui che era la cosa più vicina a portare l’Africa nello spazio; l’ “afronauta” di riferimento che sono certo ispirerà le prossime generazioni.

Mandla è morto il 6 Luglio 2019 in un incidente motociclistico. Aveva 30 anni.

WU

PS. Mi chiedo un paio (ok, sono tre) di cose. Ma il destino (o la divinità che preferite) vuole così darci una lezione o ha semplicemente colpito a caso (di certo non è il primo che muor ein un incidente di moto, ma è uno a caso o è stato in qualche modo “selezionato” anche in questo caso)? Mandla avrebbe fatto la storia (inteso come “far parlare di se” ed “ispirare giovani virgulti”) di più volando nello spazio o andandosene così? Che cosa ci colpisce di più il fatto che  un ragazzo stava per realizzare il suo sogno oppure il fatto che questo ragazzo venisse da un posto nel quale le massime ambizioni di un ragazzo potevano essere fare il poliziotto o il dottore?

Le risposte non ce le ho, ma un po’ l’amaro in bocca questa storia me lo lascia, anche nell’anniversario odierno.

L’incendio nel pozzo

Darvaza, Turkmenistan. Un posto che non avete mai sentito, giustamente. Pieno deserto, un posto nel bel mezzo del nulla. Nel posto c’è un pozzo, ed fin qui nulla di troppo particolare. Nel pozzo c’è un incendio, beh, magari non comunissimo, ma anche fino a questo punto più o meno nulla di eclatante. Beh, l’incendio va avanti da quattro decenni, anzi, quasi cinque. Ora si che la cosa richiama la mia attenzione.

Siamo nel 1971, a Darvaza, appunto. Un gruppo di geologi russi decise di perforare la zona in cerca di petrolio. I rischi legati all’abbondanza di gas naturale furono allegramente trascurati. La perforazione causò un cedimento nel terreno sabbioso liberando una grossa sacca di gas naturale di circa 60 metri di diametro e 30 di profondità. Il cedimento del terreno si portò dietro tutta l’attrezzatura, nessun uomo (pura fortuna). I gas tossici ovviamente iniziarono a sprigionarsi appena ebbero la via spianata rendendo il proseguo delle operazioni fra il difficile e l’impossibile.

E qui la grande idea: diamo fuoco a questi gas che ce li togliamo davanti. Nella speranza che l’incendio si sarebbe estinto in breve tempo. Supposizione (calcoli?) quanto mai errati. L’incendio è ancora in corso tanto che il pozzo è oggi diventato “la porta dell’inferno“, attrazione turistica. Per i per i più impavidi, ovvio.

Darvaza.png

Ad oggi il cratere ha un diametro di circa 70 metri ed è profondo 20. E l’incendio che arde al suo interno lo rende visibile da diversi km di distanza (oltre che distinguibile per il suo odore di zolfo/metano/bruciato). Non è chiaro quanto gas sia stato bruciato finora nella porta dell’inferno ne quanto ne può ancora bruciare. Nonostante tutto le autorità del Terkmennistan hanno deciso di procedere con lo sfruttamento della riserva di gas (come se la lezione di lasciare in pace la natura, almeno in quel luogo, non fosse servita a nulla). E’ stato infatti ordinato di chiudere (ma davvero si può fare?)il cratere o comunque di adottare misure che possano limitare la perdita di gas in maniera da favorire lo sviluppo (e lo sfruttamento) degli altri giacimenti di gas naturale nell’area.

Un incidente che è diventato una fortuna per la zona. Ho qualche dubbio che anche madre natura abbia la stessa interpretazione.

WU

PS. Ah, Darvaza (che è poi il nome del paese più prossimo alla voragine) è una parola di origine turkmena, con radici persiane che significa niente meno che… porta. Quando si dice che il destino è nel nome…

PPSS. Mi ricorda, quest’altro delirio umano ed incandescente.

Joe

Eccoli li che mi fissano. Loro che hanno già preso le distanze da questa gente tutta luccicante che si illude in questa domenica di celebrare qualcosa e di inventarsi la felicità, magari guardano quelle amabili anatre. Li guardo dall’altro, loro e gli altri, capisco chi maledice la mia diversità; io che sono l’oscurità in questa assolata domenica mattina.

Li, nel parco, io ci abito. E’ un po’ la mia vita. Gli alberi mi consolano e mi proteggono. So di essere simbolo di paura, di morte; di certo per via delle tenebre che mi fanno da abiti. Lo capisco, non mi ci rivedo, ma lo capisco. Che tenerezza questi bimbi che, ancora ignari, mi additano come una bestiaccia, ma a loro non faccio paura (ancora), loro mi sorridono. Non le loro mamme.

Apro le ali e resto immobile.

Gli studenti li evito, più che altro per rispetto. Mi fanno gola le vecchie vedove con i loro anelli di platino. Mi definisco un ladro gentiluomo, ma più che altro faccio spavento. E mi crogiolo in questo. State attenti. Lasciatemi stare.

Solo certi Poeti del Male mi sanno cantare.

Continuo ad osservare questa umanità varia nel mio parco. I barboni che aspettano che finisca la messa, i borghesi che non hanno nulla di meglio da fare che leggere il giornale, i ragazzi che passano la loro gioventù fra i primi baci. Li osservo ma mi sento distante; mi avvicino senza grazia, di proposito, gracchiando. Ah, se fossi libero di parlare gli farei capire velocemente chi fa paura a chi.

Solo sassi sapete lanciare. Meritate di andare per me nell’eterno dolore.

Ma vi perdono, non sapete quel che fate. Portate in fondo nel vostro cuore solo un po’ di sangue destinato a seccare. Vivete finché siete vivi.

Io sono il Corvo Joe. Faccio paura

WU

PS. Questa è per me una poesia (come tante di quelle a cui si rifà; il richiamo a l’ albatross di Baudelaire mi pare quasi scontato).

Mio caro pangolino

Ecco a voi un piccolo, dolce, squamoso… pangolino. Sulla scia dell’ennesima notizia di questi giorni circa il bestio di turno minacciato dall’uomo mi sono imbattuto in questo simpatico animaletto. Già il nome lo rende abbastanza simpatico, ma anche guardandolo “in faccia” l’impressione (mia) perdura.

Pangolino.png

Una specie di incrocio fra un armadillo ed un formichiere, il pangolino è l’unico mammifero vivente coperto da scaglie. Una vera e propria corazza degna di un dinosauro: scaglie belle grosse sul dorso che vanno via via assottigliandosi per arti e muso per consentire la mobilità necessaria senza precludere la protezione (beh, l’uomo fa ovviamente eccezione).

Allora, ricapitoliamo: squamosi, piccolini (fra i 30 ed i 100 cm), territoriali, si cibano soprattutto di formiche, solitari, dalle abitudini per lo più notturne, (dell’ordine dei Folidoti, di cui sono anche gli unici rappresentati, se volete saperlo), circa otto specie, diffuso dell’Asia meridionale al Sud Est e dell’Africa subsahariana.

Fra gli animali meno pericolosi al mondo e (poveri loro) oggetti di tanto tanto tanto interesse da parte del predatore uomo. Le sue squame sono usate nella medicina tradizionale cinese e vietnamita (fonti di poteri taumaturgici e magici), la sua carne è ottima (soprattutto se servita in zuppa… pare). Ah, e poi come non mettere a rischio la specie aggiungendo il piacere di adottare un pangolino come animale domestico? Un bel pet-pangolino (da catturare, allevare in cattività, se sopravvive, abbandonare all’uopo e comunque sottrarre al suo ambiente naturale)! Il Pangolin Specialist Group vorrebbe proprio preservare questi animali, anche se le stime di esemplari catturati ed uccisi (1.000.000 !) non è certo confortante… uno stato di conservazione della specie tra vulnerabile e fortemente a rischio di estinzione completa lo scenario.

WU

PS. E due parole sul nome? Da “pang-goling” o “peng-goling” o “peng-gulung“: colui che si arrotola. Soprannominato anche carciofo a quattro zampe, il nome rende subito merito alla strategia difensiva del pangolino: mi arrotolo e lascio che il predatore non veda altro che le mie squame. Non funzione, evidentemente, con l’uomo.

Almeno tre quotazioni

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Mi capita spesso di pensare che Dilbert in qualche modo mi osservi (questa, in particolare, potrebbe essere un passaggio di una mia giornata…). Il passo successivo, un po’ meno egocentrico, è che la condizione del lavoro “da ingegnere dipendete” è oggi abbastanza standard un po’ ovunque (… e non parlo di salari, ovviamente 🙂 ).

L’acquisto di un bene è di per se un lavoro (come se il bene in oggetto servisse per scopi personali)… Ho di recente letto da qualche parte che ci sono quaranta passaggi nella pubblica amministrazione prima che un dipendente possa finalizzare un acquisto. Nel privato, almeno nella media (o ancora più specificatamente almeno per me e Dilbert…) le cose non vanno meglio.

Esiste una diffusa prassi di avere un certo numero di quotazione in mano prima di procedere con questo o quell’acquisto. Cosa di per se lecita… ammesso che esista un numero sufficiente di fornitori di un dato bene (e che chi le chiede sappia effettivamente di cosa sta parlando… altrimenti non è che un ulteriore aggravio di lavoro “sul tecnico”…). Non sto parlando di acquistare un chilogrammo di banane, ma strumenti e/o servizi che tipicamente fanno in un paio di soggetti (o comunque spesso almeno uno in meno del numero minimo di quotazioni richieste dalla Procedura…) in tutto il mondo.

Aggiungo anche che “il tecnico” (in senso molto lato) che richiede l’acquisto (oltre, ripeto, a non farlo per scopi ludici personali… di solito) è già in contatto con uno specifico fornitore, magari conosce meglio quel tipo di oggetto e sicuramente, rispetto a burocrati vari, conosce benissimo le caratteristiche tecniche, magari anche delle altre opzioni, di quello che va ad acquistare. Fidarsi un po’ di più (che non vuol dire che poi non possa esser svolta una trattativa sul lato economico/commerciale con il fornitore) avrebbe il doppio vantaggio di far muovere anche situazioni che paiono in assoluto stallo e dar valore alle proposte ed al ruolo “del richiedente”.

Questo trincerarsi dietro regole e procedure (oltre e far venire veramente il dubbio che si stia cercando di prendersi rivincite da traumi giovanili) non fa alto che rallentare tutto il flusso… che poi la perdita di entusiasmi interesse sia una conseguenza è troppo indiretto per esser notato.

Non unico di certo, ma il ruolo di “portare qualcosa in casa” (buyer? sourcing? supply chain? declinatelo come vi pare) è un anello critico di una organizzazione e forse (eufemismo) lo si considera troppo spesso marginale, opportunamente trincerato dietro qualche fanta-procedura inapplicabile. Ma lo scopo è avere enne quotazioni o una burocrazia o fare/comprare effettivamente qualcosa?

WU

Secret Macho T

Quando si dice che è l’apparenza quella che conta. E sfatiamo, una volta per tutte caso mai ce ne fosse ancora bisogno, il mito che sono solo le donne a voler apparire (e non essere) belle.

Le magliette Secret Macho T (dal Giappone con furore) rappresentano, IMHO, un misto fra un’operazione commerciale geniale che sfrutta la stupidità della gente ed una cartina al tornasole dell’epoca in cui viviamo. Forse, mi rendo conto, qualche decennio fa si diceva la stessa cosa delle spalline…

Say goodbye to [your] bony and lanky [body]. Transform yourself into a muscular [build] by just wearing ‘Secret Macho T’.

World’s first “air-pad type” muscle undershirt. Separately inflatable pads allow you to adjust the size of your pectorals, deltoids, biceps and triceps.

Made of smooth, comfortable fabric which breathes well and dries quickly

Wearable by both men and women

SecretMachoT.png

Di per se “concettualmente semplici”: con delle speciali tasche all’altezza dei pettorali, delle spalle e dei bicipiti si ha la possibilità di “riempirle” con delle piccole imbottiture ad hoc che danno l’impressione (e solo quella) di avere a che fare con un tipo muscoloso. Come dire, visivamente ben sagomato.

Basta estenuanti sessioni in palestra, basta diete ferree, si può essere macho (ed il nome del “prodotto” è decisamente calzante) in meno di un minuto… il tempo di vestirsi.

Non voglio (per pudore, credo) cercare di capire a quale genere di persona può essere rivolta una maglietta del genere, ma mi immagino che applicazione stile cosplayer siano di certo più idonee. Un utilizzo “serio” di gente che vuole apparire in un certo modo in pubblico (beh, diciamo che mi immagino che poi a casa se la tolgano) mi rattrista alquanto.

Ah, ultimo ma non ultimo: la Secret Macho T non è gratis. La bellezza di 7,980 yen, circa € 65, serve per sembrare macho. Evidentemente ne vale la pena.

WU

La tomba, che cede, nell’atollo esplosivo

Lo avrete di certo sentito: facevamo (beh, uso il noi solo per via della percentuale di DNa che condivido con chi lo ha effettivamente fatto) test nucleari nel pacifico quando pensavano a come mettere la parola fine alla WWII e come impostare quella che sarebbe poi stata la guerra fredda fra Russia e USA. Come ogni buon test nucleare che si rispetti, anche le bombe, bombette, detonazioni e giochini vari fra il 1946 ed il 1958 hanno lasciato dietro di loro un bel po’ di scorie nucleari.

Un bel po’ è un eufemismo: stiamo parlando di 85.000 metri cubi di scorie che hanno, ancora oggi, una specie di “potere distruttivo equivalente” a 1,6 bombe di Hiroshima, al giorno, tutti i giorni, per dodici anni. Amen.

Beh, l’idea geniale che è venuta agli Ammericani, nel 1979, fu quella di sfruttare il cratere lasciato da una di queste esplosioni per depositare un po’ tutte le scorie che avevano lasciato in giro. Il cratere si trovava nelle Isole Marshall, nel pacifico. Più precisamente nell’atollo di Enewetak dove ora sorge una vera e propria tomba. Ah, qui viveva qualche centinaia di persone all’epoca dei test che venne semplicemente “deportata” sun un qualche altro disabitato isolotto, ma non possiamo certo fermare il progresso, no?

Un sarcofago che racchiude tutte queste ceneri (che non sono affatto spente) del delirio nucleare dell’epoca costruito da 358 pannelli spessi 45 centimetri di cemento che avrebbero dovuto nascondere il ricordo di quegli esperimenti per i secoli a venire.

La natura ha fatto il suo facendo crescere una folta vegetazione tutto attorno alla tomba, quasi a nasconderla anche al ricordo (anche se gli abitanti dell’atollo sanno di convivere con una polveriera), ma anche il tempo ha dato il suo apporto…

I pannelli stanno infatti cedendo.

TheDome.png

Già da una prima ispezione nel 2013 si erano notati segni di deterioramento nella copertura della tomba; cedimenti poi recentemente confermati dal segretario generale delle Nazioni Unite (quindi, almeno in teoria, uno che dovrebbe sapere come stanno effettivamente le cose… e tipicamente sono peggio di come ce le propinano).

Ma questo è in fondo solo la punta dell’iceberg, dato che la cupola della struttura “protegge” solo una percentuale irrisoria delle scorie che permeano comunque attraverso il cratere. Il fondo della tomba è infatti un cratere nucleare ed è instabile e permeabile. Non è un caso ce le e palme da cocco che crescono sull’isola già presentano tracce di Cesio-137, un isotopo radioattivo.

Evidentemente costa troppo sigillare per bene le scorie. I test avevano dato il loro contributo alla scienza, bisognava investire nel prossimo passo; chi avrebbe pagato per gli “errori”? Beh, come la storia spesso ci insegna, nessuno.

Io, che non vivo nell’isola, percepisco quest’ufo nascosto fra la vegetazione ed a rischio crollo come il (uno dei?) anello di collegamento fra l’epoca nucleare e l’epoca della sensibilizzazione al cambiamento climatico; ora ci stiamo accorgendo che è tardi, non credo si possa sempre tornare indietro. Il cedimento della struttura (oltre a confermare il nostro vero interesse nei confronti di Madre Natura) mi suona anche come simbolo delle crepe nella nostra cieca fiducia nei confronti del progresso tecnologico.

WU

PS. Per “sdrammatizzare” ci metterei questa canzone qua.

Scatti assassini

Qui la sfida è rimanere obiettivi evitando di costellare tutto il post di parolacce e bestemmie :). Ah, il titolo è impostato dando la colpa agli scatti (selfie) per deviare, volutamente, il focus dai diretti interessati; segno che cerco di essere un po’ obiettivo o no?

Allora, il Rapporto Italia 2019 dell’Eurispes ci informa che ben 259 persone sono rimaste vittima, fra il 2011 ed il 2017 di selfie estremi, nel mondo (ah, beh, meno male…). Se ho difficoltà con la prima parola figuriamoci con il binomio…

Scendendo più in dettaglio scopriamo che, la prima causa di morte (in questo contesto, sia chiaro…) sono agli annegamenti. Un autoscatto a tema acquatico è merce molto rara, evidentemente. Al secondo gradino del podio troviamo “incidenti” legati a mezzi di trasporto, è chiaro che farsi una foto davanti al treno che sta arrivando può essere un po’ pericoloso, ma solo un po…

Al terzo posto, con un indiscusse 48 vittime, troviamo il fuoco (beh, d’altra parte si sa che acqua, macchine e fuco sono pericolosi, eh si… anche in foto) pari merito con le cadute dai palazzi/muri/scogliere/etc. Il brivido di un autoscatto con il nulla sotto e tutt’attorno è costato la vita (si, la vita!) ad altre 48 persone.

Scariche elettriche hanno mietuto circa 16 vittime (anche se non mi è molto chiaro cosa sia un selfie legato ad una folgorazione, ma è evidentemente un limite della mia immaginazione)

Circa una decina sono rimasti vittima di aggressioni da parte di animali feroci, che evidentemente stavano bene nell’inquadratura della foto solo secondo gli occhi (ormai chiusi) del fotografo, ma che non erano sostanzialmente d’accordo ad essere immortalati.

Il rapporto ci indica, inoltre, la fascia di età più decimata dai selfie estremi (lo ripeto per capacitarmi) che è quella compresa fra i 20 ed i 26 anni (109 vittime) seguita dalla fascia 10-19 anni (76 vittime) e quindi dalla fascia 30-39 anni (20 vittime) e quindi dalla fascia 40-69 anni (9 vittime). Beh, almeno direi che la propensione al rischio (ripeto, lo chiamo rischio anche se mi è chiaro che su un piatto della bilancia ci sia la vita -!- non mi è chiaro -e forse non voglio saperlo- cosa ci sia sull’altra) si conferma scemare con l’età.

Ogni commento sarebbe inutile.

WU

PS. Se proprio morite (fotograficamente) dalla curiosità, geograficamente è l’India quella messa peggio (sono arrivati ad indire no-selfie zone nella metropolitana…).

Un punto sulla Guinea Equatoriale

Mi sono imbattuto (si, sto avendo nottate molto difficili) in questo report che, oltre a trasmettermi un’immensa tristezza, fa una specie di graduatoria degli stati con le peggiori condizioni di vita. E già qui avrei potuto fermarmi, ma, vai a sapere perché, mi sono fermato sulla Guinea Equatoriale… che, ammetto, avevo si e no una vaga idea di dove fosse e nulla più.

Partendo da questi deliri ho scoperto (beh, non che sia proprio un cronista d’assalto, ma Gooooogle e Wiki fanno miracoli…) che il primo presidente della Guinea Equatoriale fu eletto nel 1968. Francisco Macías Nguema doveva essere un tipo abbastanza paranoico (e dato come poi è finito forse ne aveva ben donde), oltre che soffrire di un ego sproporzionato (mi ricorda Lord Farquard di Shrek).

Nguema si auto-dichiarò presidente a vita (dopo essere stato eletto Capo di Stato con la benedizione del governo spagnolo, il che già la dice lunga) e ciò gli diede, nella sua ottica, il diritto di detenere (pare proprio fisicamente… sotto il suo letto…) la quasi totalità delle ricchezze del paese. A quel punto non aveva motivo per non sterminare o esiliare gli oppositori… non esattamente una minoranza, dato che furono circa un terzo degli abitanti del paese ad essere in qualche modo perseguitati.

Nguema non doveva essere neanche particolarmente colto (in fondo a cosa gli serviva dato che era presidente a vita? ah, aveva fallito tre volte l’esame per il servizio civile…) dato che il suo disprezzo si acuì proprio verso le classi colte della Guinea Equatoriale (beh, onestamente, non credo stiamo parlando di istruzioni particolarmente avanzate…) che furono spesso e volentieri costrette a lavori forzati, lontane da qualunque forma di “cultura”.

Il “presidente a vita” aveva praticamente messo su una specie di campo di concentramento di dimensioni nazionali e di un livello di sviluppo quasi preindustriale. La parola genocidio si applica benissimo al suo “governo”. La sua fine era solo questione di tempo; fu infatti il nipote Teodoro Obiang che nel 1979 lo rovesciò con un colpo di stato e subito dopo lo giustiziò.

Per la popolazione le cose andarono di male in peggio. Il nipote aveva evidentemente ereditato buona parte dell’approccio alla vita dello zio; in particolare una vanagloria spropositata, un modesto livello di educazione ed una brama di ricchezze che non poteva esser certo fermata da preoccupazioni marginali, come il benessere dei suoi connazionali. Cleptocratici, credo si dica.

Obiang, fu anche più fortunato dello zio dato che alle “valigie ripiene d’oro” che aveva “ereditato” aggiunse la scoperta del petrolio in Guinea Equatoriale. E così, dal 1995 circa (quando la Guinea Equatoriale ha iniziato ad essere uno fra i paesi con i più alti tassi di crescita di tutto il continente africano), Obiang era praticamente l’unico beneficiario di una fonte di guadagno quasi illimitata.

La popolazione della Guinea Equatoriale aveva intanto raggiunto quasi i 700000 abitanti che versavano in condizioni di vita che peggioravano a vista d’occhio. L’aumento delle ricchezze del nuovo imperatore unico e supremo procedeva di pari passo con il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Repressione politica, torture e chi più ne ha più ne metta abbondavano, anzi (ahimè) abbondano.

Obiang è infatti tutt’oggi in carica, anzi è il leader africano in carica da più tempo, primo al mondo tra i “capi di Stato” (consentitemi le virgolette…) dei paesi non-monarchici. Benché sia ufficialmente riconosciuto (altro indizio che reputo fondamentale) da praticamente tutti gli stati (anzi, ha incontrato diversi dei leader “occidentali”…), la Guinea Equatoriale è lo stato è considerato uno dei più repressivi, etnocentrici e brutali al mondo. Il “Capo di Stato” sta tentando di dare l’impressione di grande apertura ed “occidentalizzazione” (ammesso che sia un bene) con politiche economiche e turistiche: Malabo, la capitale si sta trasformando, almeno in apparenza, in una meta turistica e congressuale.

Perché tutta questa storia (che voi sapevate di certo, io no)? Ovviamente non lo so; Non è la prima (e non mi illudo sarà l’ultima) che vediamo (ed, almeno nel mio caso, non viviamo) regimi repressivi perdurare e proliferare. Di certo gli occhi, quelli ufficiali, del mondo non sono puntati su paesi come questo e gli enormi interessi economici mondiali (beh, il petrolio lo venderà pure a qualcuno, no? E le armi da dove le prende? E bla bla bla…) che stanno dietro queste persone gli consentono di fare “dio sceso in terra” nei loro miseri paesi accumulando ricchezze che poi possono spendere solo (SOLO) per soddisfare i più sfrenati lussi personali protetti dalle economie occidentali. Non sono persone, e chi le protegge vuole che sia così, che sarebbero in grado di investire per migliorare le condizioni di vita dei loro “sudditi”, anzi che assolutamente temono di farlo per non crescere potenziali antagonisti.

La popolazione di queste nazioni non potrà mai avere speranza di risollevarsi ed abbandonare le ultime posizioni del report di cui sopra, finché farà comodo a noi “paesi sviluppati” mantenere questi psicopatici alla guida di questi stati che sono poi le nostre “riserve naturali” (mi viene quasi da dire che fanno bene quelli che poi si rivoltano contro i loro “padroni”). Aggiungo anche che in questi casi avere un “uomo del popolo” con un livello di cultura (si, qui veramente questa parola ha un senso!) e con prospettive che vadano oltre “voglio l’oro sotto il letto” sarebbe un asso nella manica in cui, purtroppo, credo poco.

WU