Tag: tristezza

Auguri Oscar

Il fatto che cerchi di concentrarmi sull’attualità il minimo possibile dovrebbe essere ormai cosa ben nota. Lo faccio, almeno nel mio blaterare in questo blog, per distrarmi dalla tristezza che mediamente mi trasmette. Ciononostante non ho potuto far a meno di soffermarmi su questa storia, oggi alle tristi ribalte della cronaca. (e, a maggior ragione, dei social media).

Argentina, 84 anni, vedovo, senza figli e senza parenti (o almeno questo ci dicono i giornali, se poi sia la verità non saprei). Di certo uno scenario di grado potenziale di solitudine elevatissimo.

Oscar, è però un vecchietto molto arzillo, intraprendente ed anche un po’ bugiardo (sai, di quelle bugie buone che diciamo ai bimbi per fargli apparire il mondo meno triste?). L’ottantaquattrenne, in procinto di festeggiare il suo compleanno in completa solitudine ha escogitato un piccolo piano per non dover spegnere le candeline guardando il muro bianco in silenzio.

Ha finto una cefalea e si è fatto ricoverare al pronto soccorso. Una volta dentro, magari lamentando un dolore decrescente, ha comunicato alle infermiere ed i medici di turno che era in procinto di festeggiare 84 anni. Ed in fondo (ma molto in fondo) l’animo umano non è così cattivo, quindi saputa la notizia e, forse, anche avendo intuito che la cefalea non era poi così reale, hanno organizzato palloncini, torta e candeline per l’ultra-ottuagenario.

Tutto fantastico: dall’inventiva del vecchietto alla sensibilità degli infermieri.

Tutto condito di tristi note di solitudine: voglio vedere domani quando Oscar sarà dimesso con chi condividerà le sue cene).

Tutto paradossale: siamo qui a migliaia di km di distanza a parlare di una storia triste e fare gli auguri a qualcuno che non li leggerà mai (ed a cui non interessano certo quelli di un giorno, ma piuttosto un sostegno quotidiano); magari imparassimo dai nostri errori, magari da questa storia fossimo in grado di ricavare una parola in più di conforto da spendere con il prossimo. Ah, facciamolo noi per primi e facciamolo, qualora ci riuscissimo, ora e non quando avremo 84 anni.

WU

Annunci

Paese monnezza

Avevo già blaterato a proposito della fantomatica isola di plastica e vedo che la storia continua. Sempre a nord del pacifico, sempre con superfici stimate di più di 700 km2, sempre un incubo che naviga, il Pacific Trash Vortex è nuovamente alle ribalte della cronaca.

in total eight million tonnes a year or a rubbish truck full of plastic every minute. There is now so much of it, an area the size of France has formed in the Pacific Ocean.

Gyro di correnti e venti che spostano tonnellate e tonnellate di plastica creando ammassi letali per la natura e tristi per chi li ha causati. Si tratta di regioni ad altissima densità di residui principalmente plastici, ma non di un vero e proprio nuovo continente. L’acqua circola velocemente all’esterno dei vortici e lentamente al loro interno consentendo l’accumulo di materiale galleggiante.

E dato che da cosa nasce cosa anche la natura si adegua: le alghe iniziano a fare da collante, gli animali si cibano di plastica con buona pace della catena alimentare e del benessere del pianeta.

Ed anche la mente dell’uomo di adegua di conseguenza. Se c’è un nuovo “pezzo di terra” allora deve essere di qualcuno e deve avere una qualche connotazione socio-politica. E poi, in fin dei conti, ci piace essere dei contestatori e provocatori.

La provocazione (Change.org docet) in questione è del Plastic Oceans Foundation che definisce come articolo 1 della carta dei diritti e doveri degli Stati:

per definire un territorio, formare un governo, interagire con altri Stati e avere una popolazione permanente. L’esistenza politica di uno Stato “non dipende dal riconoscimento altrui”.

E già qui non sono propriamente d’accordo (oppure domattina volte che dichiaro casa mia uno stato?). Ad ogni modo, partendo da questo assunto la fanta isola plasticosa avrebbe tutti gli estremi per essere definita uno stato e, paradossalmente, godere anche di una sorta di protezione ambientale come tutti gli altri stati!

So che vi state soffermando su “popolazione permanente”, ebbene si Al Gore (si, l’ex vice-presidente USA, ambientalista e Nobel per la pace nel 2007) è il primo cittadino onorario dell’isola. Il passo poi ad avere bandiera e passaporto è brevissimo…

AlGorePassport.png

Mossa politica di grande impatto che pone il mondo davanti alla questione: abbiamo il 196 stato fatto di plastica o no?

WU

PS. Assumo facilmente cittadino onorario, ma vogliamo vedere il domicilio!

 

 

Consonno

La premessa è che queste cose non succedono solo in Italia. La costatazione è che alla fine dei conti, che si parli di uomini, luoghi o cose, ciò che tira un po’ tutte le file sono gli interessi economici. L’assurdità è che spesso i sogni sono fatti più per far sognare gli altri che perché ci si creda veramente. La storia è quella di Consonno.

Provincia di Lecco, anno 1962 quando Mario Bagno (“Grande Ufficiale Mario Bagno – Conte di Valle dell’Olmo”, sti ca##**#), un imprenditore immobiliare, si decise a compare l’immobiliare Consonno Brianza. E fin qui nulla di strano. Se non che l’immobiliare in questione possedeva tutte (!) le abitazioni di Consonno.

Con il cambio di proprietà ed i “sogni” dell’imprenditore tutte le abitazioni del borgo furono distrutte (in genere la demolizione è la parte più facile) per far posto alla città dei balocchi.

Nella mente dell’imprenditore c’era infatti il progetto di un mega-iper-centro commerciale, non a caso subito definito (sulla carta prima che nei fatti) la Las Vegas della Brianza (che fantasia…). Facile da raggiungere, vicino Milano, tanto spazio a disposizione ed in mano il 100% delle proprietà immobiliari. Tutto poteva andare liscio (… e come no…).

Nel progetto, integrati con il centro commerciale vi erano campetti, parchi zoologici, minigolf, un circuito automobilistico, divertimenti ed attrazioni a pioggia; con una abbondante accozzaglia di reperti e testimonianze che volevano richiamare un po’tutti i luoghi del mondo e della storia…

Il tutto, abbastanza ovviamente, non avvenne. La colpa “formale” è di qualche frana che rese difficoltosa la principale via d’accesso al borgo. La fine dei fondi dell’imprenditore (o, meglio, il loro indirizzamento verso nuovi balocchi) completarono il declino dell’idea.

consonno.png

Oggi la zona è una specie di paese fantasma, monumento all’oblio ed all’incompiuto (una Sacra Famiglia post-industriale ardirei), in balia delle forze della natura e dell’uomo.

Quel po’ ancora in sesto della struttura, infatti, subì un grave danno a seguito del Summer Alliance rave party organizzato nel 2007 proprio nelle strutture di Consonno (non sono contro i rave, ma se gli “ospiti” dell’evento avessero evitato di mettere lo stabile in ulteriore stato di decadimento avrebbero avuto un posto dove tornare… di certo poco interessati alla cosa data l’abbondanza di capannoni industriali in abbandono…). Ma ad ogni modo che siano rave o amministrazioni disinteressate le cose non sono di certo destinate a migliorare.

La cosa più triste, IMHO, è che mi pare il classico monito che nessuno guarderà mai.

WU

L’isola (di plastica) che non c’è

E’ un po’ che vagheggio sul fatto di voler vedere “ad occhio nudo” (o quanto meno in maniera concreta) una (?) di quelle isole artificiali che mi sono (ci hanno) convinto esistano da qualche parte nel pacifico.

Se vi mettete a googlare per “Trash Vortex“, “Great Pacific Garbage Patch” oppure “Isole di plastica” o qualunque combinazione di queste parole chiave troverete miriadi di risultati che pare ci imbocchino il fatto che esistano queste isole. Frutto dell’inquinamento umano, delle correnti marine e dei venti dell’oceano.

Approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord dovrebbe trovarsi qualcosa grande come 700.000 – 10 000 000 km2 (e già questa incertezza enorme mi puzza…). Se mi dite che può essere addirittura grande come gli Stati Uniti qualche immagine fantastica me la farò pure, no?

Eppure Google Maps e nessun altro dato satellitare (almeno quelli di libero utilizzo) la mostra sulle mappe. Nessuna delle immagini reperibili in rete pare dare una evidenza concreta. Si vedono chiazze di sporcizia ed immondizia con gente che ci nuota dentro, animali vittime di “incidenti plastici”, ma non ci sono prove di isole (almeno come mi immagino io un’isola, e sarei disposto anche a rinunciare alla palma…).

Investigando (…wow…) con un po’, ma veramente poca, più di attenzione, infatti si arriva a capire che stiamo parlando di una superficie nella quale la concertazione di microplastica è significativamente maggiore della media degli oceani. detriti plastici larghi qualche mm che infestano vaste aree. Non isole, ma addensamenti di pezzetti che di certo inquinano, ma non formano isole. 3.34 × 106 di densità media in superficie (ovvero circa 5 kg di plastica per km2), circa la metà a 10 m di profondità. Di certo non trascurabile!

Ho la strana impressione che sia uno di quei casi in cui pur di mettere la problematica (indiscutibile) sotto gli occhi di tutti, pur di attirare l’attenzione si sia giunti a snaturare la vera natura della questione fino a dipingerci uno scenario che è assolutamente irrealistico. Così tanto irrealistico che quando poi assaggiamo la realtà quasi non ci interessa più di tanto.

Il problema rimane, l’isola no.

WU

PS. L’assenza di immagini nel post è assolutamente deliberata.

PPSS. Qui un articolo che mi pare davvero ben fatto.

Che tristezza

Oggi ho rivisto “gli uomini cartello”. Che tristezza.

Sapete di quelli che si mettono travestiti in malo modo agli angoli delle strade a fare da cartelloni pubblicitari umani? Esatto. Che tristezza.

Credevo fossero una razza ormai estinta. Invece, evidentemente, no. Non conosco la loro paga (sorvolando per un attimo sulla questione della dignità del lavoro sulla quale davvero non saprei come argomentare il mio sgomento), ma scommetto che si obbligano ad ore di freddo, in piedi, reggendo cartelloni di cui non gliene frega nulla, per quattro spiccioli. Mi ricordano un po’ i turni di guardia del servizio militare. Che tristezza.

Nel caso particolare quelli che ho visto erano uno squadrone di immigrati (… non che il colore della pelle cambi qualcosa) travestiti da uomo ragno (scelta legata ai funambolismi richiesti per raggiungere quella posizione?) che “sponsorizzavano” saldi di un negozio di calzature. Beh, decisamente hanno attirato la mia attenzione, da qui a dire che ora vado a fare acquisti in quel negozio, ce ne passa. Che tristezza.

Nell’era delle strategie di marketing 3.0, nell’era dell’accoglienza (davvero?), nell’era degli investimenti oculati, nell’era della Società Civile, vedere queste cose mi fa pensare che sono davanti ad un bivio: o è davvero questa la strada giusta ed io mi ostino a non capirlo o si parala solo per dare aria alla bocca e poi si sceglie semplicemente di copiare da un passato che rinneghiamo e che comunque non ci appartiene più. Che tristezza.

WU