Cancella il tempo!

Sommarøy è li da sempre, anche se “sempre” è un concetto che potrebbe non più applicarsi all’isola stessa, ed ai suoi abitanti. Beh, forse così è un po’ eccessivo, ma l’idea degli isolani (non ho idea di come si chiamino gli abitanti di Sommarøy) stuzzica la fantasia.

Siamo in Norvegia, a nord della Norvegia, vicino il circolo polare artico dove lo scandire delle giornate in base alle fasi del sole e quanto meno discutibile. L’isola, e con essa i suoi residenti, trascorre circa due mesi l’anno (69 giorni, per la precisione) nell’oscurità più totale, mentre in estate c’è luce 24 ore al giorno per altri due mesi. Nel 2019 il sole non tramonta dal 18 maggio al 26 luglio…

Si può tranquillamente prendere un caffè alle 4 di notte, andare a dormire verso le 13 oppure portare i bimbi al parco verso le 5 del mattino. Il concetto di orari, intesi come consuetudini e riti che, ciascuno a modo suo, compie, perde sicuramente di significato. Libera l’orario!

Sommaroy.png

Da qui la petizione (perché per il momento è di questo che si parla) certamente singolare presentata dagli abitanti dell’isola al governo: essere la prima time-free-zone al mondo. Un posto non fuori dal tempo, non con fusi orari pedonalizzati, ma proprio senza tempo. Al bando gli orologi!

I dubbi (ovviamente e meno male) non mancano; anche se la petizione è stata sottoscritta dalla maggior parte degli abitanti dell’isola (che ammontano alla bellezza di 350 unità) vi è una minoranza ancora dubbiosa. Non che anche loro non vadano a fare la spesa alle due di notte, ma il dubbio è che “rimuovendo il tempo” si potrebbero compromettere le attività produttive e commerciali dell’isola. Come si regolerebbe l’apertura e chiusura dei locali e delle strutture ricettive? Ah, va detto che il turismo è una delle principali fonti di reddito dell’isola… fuori dal tempo (forse), ma non fuori dal mondo.

Personalmente vedo la parte pratica della questione abbastanza fattibile e per certi versi anche interessante (sono certo richiamerà ancora più turisti), mentre vedo un po’ più complesso affrontare tutti gli aspetti filosofici (e potenzialmente emulativi) di una decisione del genere. Siamo veramente pronti o è questione di tempo?

WU

PS. La petizione è già diventata una “trovata” infatti diversi turisti si sono già spinti ad “abbandonare” i propri orologi sulla passerella di sbarco all’isola… alla stregua dei lucchetti di ponte Milvio, giusto?

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La mia casa è la

Haneda Internatinal Airport, Tokyo, Giappone, 1954. Una giornata normale, forse un po’ più torrida della media (in base alla fonte ove si reperisce l’informazione).

Un passeggero fra i milioni in transito nell’aereoporto si avvicina alla dogana per espletare le normali formalità richieste (dal governo nipponico e non solo). Un uomo come tanti, mezza età, tratti caucasici, un po’ più alto della media, ben vestito. Nulla attira particolarmente l’attenzione su di lui, nulla fa percepire la sua provenienza.

Si avvicina al banco della dogana, presenta il passaporto. Dice di essere in viaggio per affari (con tanto di indicazione della ditta) per la terza volta in Giappone. Il diligente impiegato dell’ufficio doganale prestava particolare attenzione a tutti gli stranieri che arrivavano in Giappone della’Europa (…e faceva bene; siamo negli anni subito dopo WWII ed il Giappone stave cercando di ricostruirsi sia internamente che in termini di relazioni internazionali).

Tutto in regola sul passaporto (con tanto di timbri di varie nazioni) se non per un particolare. Un particolare che forse neanche tutti ci avrebbero fatto caso (beh, magari non è vero se di lavoro fai l’ufficiale della dogana…): il paese di provenienza.

Taured Passaport.

Ovviamente il primo pensiero andò ad un documento falso. Ovviamente nessuno aveva mai sentito parlare di Taured. Ovviamente (altrimenti non saremmo qui a raccontare questa storia) tutte le pagine del passaporto risultarono assolutamente originali, oltre che timbrate da varie dogane in giro per l’Europa (il passaporto era quindi già stato utilizzato, e non una sola volta!).

Ma oltre al danno (quale?) la beffa: alcuni timbri (tralasciando la domanda: come aveva fatto a fare avanti e dietro per l’Europa un passaporto di Taured?) erano anche della dogana Giapponese! Il passaporto confermava quanto detto dall’uomo: non era il primo viaggio in Giappone per lui.

E non era tutto, la presenza di molte banconote autentiche di vari paesi che l’uomo portava con se confermavano la veridicità delle informazioni fornite.

Ulteriori controlli erano d’obbligo. Il viaggiatore parlava fluentemente il francese, oltre che un modesto giapponese. Fornì tutta la documentazione richiesta per attestare la sua identità. Collaborativo e senza creare problemi.

Carta di identità, patente ed ogni altro documento risultavano originali ed emessi (ovviamente) dalla Repubblica (ah, era una repubblica?) di Taured. E come se non bastasse (si narra che) lo stesso viaggiatore si dimostrasse quanto mai sorpreso dal constatare tutti questi problemi, a suo dire mai occorsi durante i suoi innumerevoli viaggi. A questo punto era troppo (non è mai troppo in questi casi…): gli agenti, esasperati, presero una bella crtina geografica, la misero davanti al Taurediano e gli chiesero di mettere il ditino sul posto dove lui sapeva trovarsi il suo paese.

L’uomo dichiarò che Taured si trovava esattamente tra la Francia e la Spagna e li appoggiò il suo dito. Ma con stupore anche dello stesso viaggiatore il punto su cui il dito si era poggiato non indicava Taured (ma dai?!) bensì… Andorra. Le cose a questo punto degenerarono: era il viaggiatore a sentirsi preso in giro, gli avevano evidentemente dato una cartina vecchia o errata. Taured era li da secoli!

Taured.png

Che Paese è Taured? Dove si trova di preciso? Chi era il viaggiatore? Da dove veniva? Come avrebbe potuto viaggiare in mezzo mondo? Come poteva tornare a casa (ammesso si riuscisse a capire quale fosse)?

Le autorità procedettero con l’investigazione. Chiamarono innanzitutto l’azienda per la quale l’uomo disse di lavorare: un nulla di fatto dato che l’azienda non solo disse di non a vere l’uomo nel suo organico, ma anche (e soprattutto) di non avere idea ci cosa/dove fosse Taured. Venne quindi chiamata l’azienda nipponica (il misterioso viaggiatore era in un viaggio d’affari, no?!) con cui l’uomo avrebbe dovuto chiudere un importante affare: un altro nulla di fatto, non avevano idea di chi fosse l’uomo ed anche loro non avevano mai sentito nominare Taured. Fu chiamato l’albergo che avrebbe dovuto ospitare l’uomo… indovinate un po’? Nessuna stanza a suo nome.

I viaggiatori di origine ignota seguono uno specifico protocollo che prevedeva il coinvolgimento delle autorità, cosa che sarebbe successa il giorno seguente e pertanto l’uomo venne trasferito in una struttura per passare la notte, piantonato (ovviamente) da un paio di guardie (armate, in base alle versioni) alla porta. Il viaggiatore non oppose ovviamente resistenza (devono essere ovviamente tutti molto pacifici a Taured), chiese una pastiglia per il mal di testa (ci credo, ti ritrovi senza nazionalità…) ed augurò la buona notte.

Come ogni mistero che si rispetti, quella fu l’ultima volta che il misterioso Taurediano fu visto.

Il mattino seguente, in forze (agenti di spionaggio, polizia, agenti della dogana, agenti della sicurezza e chi più ne han più ne metta), si presentarono alla porta del viaggiatore. Le guardie riferirono che era tutto in ordine, che il viaggiatore non era mai uscito dalla stanza, che non avevano udito rumori di sorta e che “l’ospite” non si era ancora svegliato. Aperta la porta: nessuno. Finestra ovviamente ben chiusa e bloccata (beh, volevano proprio evitare la fuga d’altra parte…).

Non vi era nessuna traccia né del viaggiatore né dei suoi effetti personali (i famosi documenti originali di Taured). Ovviamente la beffa era troppa e (si dice che) la reazione del fiero Giappone fu quella di seppellire tutta la faccenda e non parlarne più… a meno delle storie che si raccontano fra decenni fra gli operatori aeroportuali…

Ciò detto potete pensare ad una bufala aiutata a diffondersi grazie alla rete. Potete aver letto la solita storiella su universi paralleli o su viaggi nel tempo. Potete etichettarla come una cazzata pazzesca. Forse potreste pensare che è successo veramente e non abbiamo capito ancora nulla delle leggi che regolano il nostro universo. Potreste mediare dicendo che forse c’è qualche base di verità condita da tanto complottismo. Personalmente mi piace pensare (e mi “rinfresco storielle del genere tanto per avere una misura di quello a cui ci piace, in quanto umani/mortali, credere) che ha trovato il modo di tornare a casa, ovunque e quantunque essa fosse.

WU

PS. Ovviamente la mente va alla trama di The Terminal (almeno in parte). Che a sua volta si basa sulla (vera) storia di Mehran Karimi Nasseri. Apolide, ma iraniano, non taurediano.

PPSS. Questo (che però pare essere un racconto decisamente più vero) ve lo ricordate?

Il giorno del sovra-sfruttamento

Per fortuna non accade, ma l’assunto per il verificarsi di questa condizione fa venire i brividi: tutti gli esseri umani sul globo dovrebbero avere le stesse abitudini di vita di noi europei.

Ovviamente la cosa non accade, ma mi fa decisamente specie pensare che noi siamo una specie di “termine di paragone”… in negativo, ovviamente. Mi fa specie pensare che possiamo vivere la nostra quotidianità “scialacquando” risorse naturale come tanti altri popoli (beh, ovviamente con le dovute eccezioni…) non possono fare.

Comunque, se ci immaginiamo che il mondo sia una specie di casetta, in meno di cinque mesi (ovvero, da gennaio a maggio) i sui abitanti, consumando come noi europei, avrebbero abilmente svuotato completamente la dispensa… e no, non c’è un negozietto in zona dove andare a fare la spesa…

Il 10 Maggio di quest’anno (beh, diciamo pure che negli ultimi anni questo giorno si avvicina sempre più al primo Gennaio…) è Overshoot Day: il giorno del sovrasfruttamento. Dal 10 Maggio fino a fine anno (quindi, già tecnicamente oggi…) viviamo (vivremmo) dilapidando le risorse del pianeta quindi, di fatto, impoverendolo. Ah, “basterebbero” 2.8 pianeti come il nostro per risolvere il problema (… si, certo, oppure rivedere pesantemente le nostre abitudini di vita, ma questo oltre ad essere più difficilmente quantificabile è anche più difficile da mettere in pratica…).

L’Overshoot day della sola Europa è il 10 Maggio, quello della Terra intera attorno al primo di Agosto; magra consolazione. La data anticipa sempre di più e rimangono comunque diversi mesi prima di arrivare a fine anno ed “idealmente” riempire la dispensa.

OvershhotDay2019.png

Il bilancio si basa sulla quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera, lo sfruttamento di risorse naturali, il cibo consumato e cose simili. Se vivessimo in un mondo che fosse 2.8 volte il nostro potremmo permettercelo, viceversa siamo in debito (un altro modo per vedere la cosa…). Magra consolazione il fatto che a livello globale “servirebbero” 1.7 terre.

Per i prossimi mesi, dato che non cambieremo -ahimè- il nostro modo di vivere, emetteremo più emissioni di CO2 di quelle che l’intero ecosistema può assorbire, consumeremo più biomassa di quella che possano rigenerare, impoveriremo i mari a ritmi insostenibili, consumeremo più biodiversità di quella che riusciremmo a preservare e via dicendo.

Spostare questa data il più avanti possibile nell’anno dovrebbe essere il vero obiettivo se vogliamo ancora salvarci. Sono certo che eventualmente si trattasse veramente di casa nostra staremmo più attenti; la cosa (cambiamento climatico è solo un aspetto della medaglia) ci tocca ancora troppo indirettamente per farci percepire il pericolo. Ed aggiungo anche tutti i vari slogan ed iniziative, benché assolutamente puri nelle intenzioni, corrono il forte rischio di farci percepire il problema ancora più edulcorato di quel che ci vogliamo illudere esso sia.

Un raro caso in cui “prima è, meglio è” non si applica affatto.

WU

PS. Mi viene in mente “la cicala e la fornica”… ed indovinate in quale dei due mi ritrovo? Aggiungo anche che giocando un po’ qui con la mia impronta ecologica sono messo anche peggio della media… il mio personale overshoot day è il 04 Marzo, con la bellezza di 5.9 Terre necessarie. Compito per il prossimo anon (Assumendo che ci sia tempo): spostare tale data in avanti di almeno un mese

I like to think about what I read

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Ovviamente questa è una estremizzazione (come si confà allo Snoopy che è dentro di noi)… che se non altro serve per ironizzarci su e non piangere. Credo, tuttavia, che sia quanto mai vero ed attuale che la gente (e non intendo affatto escludermi dalla lista) non legga fino in fondo quello che gli scorre davanti agli occhi.

Produciamo spesso e volentieri moli di documenti solo per far contento qualche indice o procedura, per costruire paraventi o pezze d’appoggio nel caso di problemi, per farci pubblicità o per fare pubblicità, ma l’attenzione che viene dedicata alle parole che ci fluiscono dall’iride, dentro la pupilla, su per il nervo ottico e quindi al cervello è mediamente molto molto basso.

Non credo sia una questione di competenze (anche se…), ne di eccesso di informazione (anche se…), ne di facilità nel reperimento delle stesse (anche se…), quanto credo che sia proprio il valore che ormai diamo a questo o quello che è cambiato.

Ormai dobbiamo fare in fretta, dobbiamo cogliere subito il punto, dobbiamo tagliare i fronzoli; non sappiamo il perché di tutto ciò, ma sappiamo che dobbiamo farlo. Viviamo di quanti di informazione, presentazioni, note, memorie, sunti, TED talks, e via dicendo. Già il riassunto che si faceva a squalo è considerato prolisso. Dobbiamo presentare mesi di lavoro di tesi in qualche minuto, dobbiamo sostenere colloqui con chi ha bisogno di pesarci nel giro di mezz’ora, dobbiamo parlare a telefono/skype/qualche-forma-di-video-web in fretta e fra un buco ed un altro dei mille impegni (mediamente inutili ed ai quali dedichiamo la stessa scarsezza di attenzione).

Ricordo che un tempo esistevano le tariffe per cellulari a consumo e quanto più si era in grado di fare telefonate brevi e concise tanto meno si andava a pagare. Oggi abbiamo migliaia di minuti disponibili nei nostri piani tariffari, ma poco tempo per usarli tutti e gente mediamente disinteressata a quello che abbiamo da dire.

Una parola al giorno forse no, ma un concetto al giorno, capito, approfondito, trasmesso sarebbe un miracolo. Aggiungo anche che, se almeno fossimo in grado di discernere a cosa dedicare attenzione e cosa trattare in maniera sommaria, sarebbe un primo passo per tornare a Leggere  (anche se temo per la categoria alla quale verrebbe assegnato Guerra e Pace…).

WU

PS. Post volutamente succinto per non perturbare troppo i nostri impegni (di chi legge e chi scrive), per venire incontro alla nostra fretta, alla nostra abbondanza e ridondanza di informazione e, ultimo ma non ultimo, per non disturbare troppo il nostro disinteresse.

Qbit, Tempo e tante Chiacchiere

Tanto l’avrete letto anche voi; ieri era su quasi tutti i quotidiani: gli scienziati hanno invertito la direzione del tempo.

Team russo, computer quantistico, esperimento fatto a livello microscopico, stato artificiale creato in maniera da evolvere in direzione opposta alle leggi della termodinamica sono forse alcune delle parole che i più arditi si sono spinti a leggere.

In breve, la direzione del tempo è data dal SECONDO principio della termodinamica che dice che l’entropia (il caos, in parole volgari) di un sistema tende ad aumentare. Una tazzina che cade si rompe, i suoi cocci sono meno ordinati della tazzina intera, se ci fanno vedere il disastro filmato in reverse mode ce ne accorgiamo subito. Questa è roba da libri di scuola (… che forse se si inspirassero al “flusso canalizzatore” avrebbero più copie vendute…).

Quando però entriamo nel mondo della meccanica quantistica le cose non sono così ovvie. Entra in gioco la probabilità ed il fatto che la tazzina si ricomponga e risalga nelle nostre mani non è teoricamente impossibile, ma solo altamente improbabile. A livello microscopico, invece, è possibile che la freccia del tempo sia reversibile e che proceda sia in un senso e in quello contrario.

Questa possibilità era stata già teorizzata nei primi anni novanta da Ilya Prigogine, (poi premio Nobel per la chimica nel 1977 proprio per le sue teorie sulla termodinamica applicata a sistemi complessi), e si pensava possibile solo a livello microscopico (…la polemica la faccio dopo, ma già questo quanto -è proprio il caso di dirlo- di informazione non mi pare sia stato detto negli articoli sensazionalistici circa l’esperimento).

L’esperimento in oggetto ha utilizzato un computer quantistico per analizzare la posizione di un elettrone. Prima l’elettrone è stato fatto passare da una fase in cui era precisamente (beh, più o meno a causa del principio di indeterminazione) localizzato ad una in cui il sistema era nettamente più caotico ed il nostro elettrone non era più facilmente individuabile. In un secondo tempo, grazie a un algoritmo (che è il vero cuore dell’esperimento), è stato compiuto il percorso inverso: l’elettrone dal sistema caotica è tornato a essere localizzato. Come se avessimo rivisto la nostra tazzina ricomporsi e “gridato” all’inversione del tempo.

E’ tutto bellissimo e certamente un esperimento degno di nota. La cosa che mi lascia però molta tristezza è che se non si fossero usati titoli sensazionalistici circa l’inversione delle freccia del tempo nessuno avrebbe neanche aperto una pagina circa l’esperimento in questione. Ovvero, anche nel campo della ricerca scientifica (che un tempo era quel settore in cui i risultati andavano comunicati nella maniera più chiara, nitida, breve, anche brutale se volete possibile) si è iniziato ad usare una sorta di sistema “click biting” per farsi pubblicità.

Se grazie a questa “pubblicità” ci siamo convinti che possiamo viaggiare nel tempo, i “divulgatori” hanno fatto il loro lavoro, ma la verità è che il tempo continua ad evolvere come lo abbiamo sempre conosciuto e solo l’elettrone (con tutti i se ed i ma del caso… i qubit tornavano al loro stato iniziale nel 85% dei casi quando erano due e nel 50% quando erano tre… ma questo è un dettaglio da trafiletto, no?!) è “tornato indietro”. Detto così sono certo non avrebbe avuto tutto il clamore che gli è stato riservato un po’ ovunque.

Sarà stata anche una grande pubblicità, ma IMHO il valore scientifico dell’esperimento è stato un po’ offuscato da tutto questo sensazionalismo (… che spero non abbia anche ingenerato errate percezioni da chi legge solo titoli o le prime righe di articoli semi-seri).

WU

La donna che parla(va) al cellulare

Mettiamoci in modalità “I want to believe”… e poco importa se i dati dicono il contrario… in fondo “I want!”.

L’immagine sotto è una (delle tante) icone usate per “dimostrare” la possibilità di viaggiare nel tempo. A prescindere dal fatto che sia possibile, che non lo sia, che vi siano problemi fisici, implicazioni etiche, tanta fantascienza, materiale per storie e trasposizioni cinematografiche ed abbondanti bufale, direi che prima di ululare alla scoperta sensazionale due domande vale la pena farcele.

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L’immagine è un estratto da un (ripeto, solo uno dei tanti) video in giro in rete in cui si vede chiaramente una donna che parla a cellulare… solo che siamo nel 1938 e di cellulari non si sentirà parlare prima di molte lune.

La conclusione più ovvia (?!?!) è per forza che si tratti di una viaggiatrice nel tempo.

In quegli anni iniziavano si i primi esperimenti su telefoni portatili, ma di certo non a livello di “cellulare” e di certo non alla portata di un’operaia. La cosa che forse colpisce di più di tutta la scena (almeno a me) è la totale naturalezza della telefonista e l’indifferenza della gente che la circonda. Ve lo immaginate se oggi vediamo per strada qualcuno con una spada laser se facciamo finta di nulla?

Inoltre di li a poco sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale e le truppe sul campo sarebbero state ben liete di non dover girare con i pesanti zainoni (servivano almeno due persone, una che trasportava l’apparecchiatura sulle spalle e l’altra che usava il telefono… con filo, rigorosamente) da radiotrasmittente se avessero avuto la possibilità di usare sistemi “wireless”. Anche mettendo da parte il senso logico dello sviluppo tecnologico (non siamo ancora nell’epoca dei dispositivi wireless che funzionano senza fili e che utilizzano onde radio a bassa potenza, radiazioni infrarosse o laser) almeno qualche domanda sul contesto sociale dobbiamo (ovviamente se vogliamo trovare una qualche spiegazione razionale e non… “I want to believe”) pur farcela.

Ma torniamo alla foto. Nel 1930 e dispari esistevano si i “wireless phone” (attenzione, attenzione), ma non con l’accezione che hanno oggi, ahimè. Si trattava infatti di piccole (enormi per gli standard attuali) radioline portatili che venivano avvicinate all’orecchio per ascoltare te trasmissioni radio.

Con questo pezzo del puzzle le deduzioni sono piuttosto semplici, e forse un po’ tristi. In ogni caso, anche se non abbiamo davanti una viaggiatrice pentadimensionale siamo comunque al cospetto di un utente all’avanguardia che utilizza l’ultima tecnologia disponibile all’epoca. Forse non bello come un viaggio nel tempo, ma di certo uno scorcio inusuale di un tempo che non c’è più.

WU

PS. In realtà anche quando ero piccolo io (e di certo non nel 1938) esistevano le radioline in questione, ma non posso dire che se ne facesse largo uso. Si usava si, ma tutto sommato la scena di vedere qualcuno per strada che le ascoltava accanitamente avrebbe destato più scalpore della scena del 1938… a meno di non essere un vecchietto di mezza età con le partite a tutto volume, ovviamente.

PPSS. Mi astengo saggiamente dal mettere qualunque link per non alimentare la diffusione di  credenze di ogni sorta.

Oggi è Santa Lucia

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia. No. Cioè, più o meno. Cioè, una volta era cosi. Cioè…

Allora, oggi 13 Dicembre ricorre Santa Lucia. Non che sia troppo accorto al santo del giorno ne tanto meno la mia devozione alla santa in questione è così forte da ricordarmi la ricorrenza. Santa Lucia è tuttavia una ricorrenza abbastanza particolare… per il fatto che esiste un numero sterminato (più di ottanta mi è stato detto?!) di detti circa questo giorno.

Detti popolari che parlano del tempo odierno, del freddo odierno o della durata delle ore di luce di oggi (e sicuramente di un sacco di altre cose). Soffermiamoci un attimo sul fatto che oggi è considerato il giorno più corto (o equivalentemente la notte più lunga… che costituisce un ulteriore detto “Santa Lucia la notte più lunga che ci sia).

Per definizione il solstizio d’inverno è il giorno in cui le ore di luce sono minime in tutto l’anno. La data del solstizio d’inverno cambia di anno in anno, ma è grossomodo (e quest’anno esattamente) attorno al 21 Dicembre. Ben otto giorni da oggi, la domanda dunque nasce spontanea (vero?): da dove deriva la convinzione che oggi si ail giorno più corto dell’anno?

D’accordo che il giorno del solstizio varia di anno in anno, ma evidentemente un detto popolare non può derivare da un episodio che si verifica una volta ogni secolo. Semplicemente, in passato il giorno di Santa Lucia era molto più vicino al solstizio d’inverno. Ma come, abbiamo spostato la data della santa? Abbiamo spostato il solstizio?

Nessuna delle due: abbiamo cambiato calendario. Fino al 1852 era in utilizzo il calendario giuliano invece di quello gregoriano che usiamo ancora oggi (beh… più o meno). Il calendario giuliano aveva portato ad un progressivo sfasamento nel calcolo dei giorni rispetto alle stagioni, soprattutto (ma non solo) a causa del problema degli anni bisestili. Problema brillantemente risolto dal calendario gregoriano che però entrò in vigore “stile ruspa” (oggi tanto di moda).

Il 5 Ottobre 1582 (secondo il calendario giuliano) divenne improvvisamente il 15 Ottobre 1582 (secondo il calendario gregoriano). Il risultato fu che il 1582 fu un anno estremamente corto (e non parlo di secondi), ma di una decina di giorni in meno. Il tutto fu fatto per riallineare il calcolo dei giorni del calendario con l’anno solare, ma portò con se un terremoto circa la correlazione fra i detti popolari e le condizioni astronomiche.

Il solstizio d’inverno si era progressivamente avvicinato (anche a causa degli sfasamenti accumulatisi con il calendario giuliano) al 13 Dicembre, il giorno di Santa Lucia, appunto. Ma con l’avvento di Gregorio il detto rimase, il solstizio invece “tornò al suo posto”. È addirittura probabile che fosse stata proprio la Chiesa ad incentivare l’associazione tra il 13 Dicembre e il solstizio d’inverno (complice il vecchio calendario) per sostituire le feste popolari e pagane legate alla ricorrenza del giorno più corto con una santo “ufficiale”. D’altra parte gran parte dei riti cristiani derivano da precedenti usanze popolari…

Morale della storia (se proprio dobbiamo trovarla): oggi è il giorno più corto che ci sia e se non lo è secondo gli allineamenti astronomici lo è secondo le credenze popolari. Nessuno si accorgerà che nei prossimi giorni il buio durerà qualche minuto in più; tutti ricorderanno Santa Lucia (anche) per il buio. La potenza di secoli di tradizione popolare.

WU

Prova e riprova

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Come non soffermarmi su questa striscia.

Descrive con egregia ironia la mia sensazione dinanzi a quelle stupide, immancabili, ricorrenti e persistenti difficoltà quotidiane.

Non le vediamo (ok, ok, vedo) insormontabili, proprio come Woodstock (confesso, non fra i miei personaggi preferiti) non vede impossibile calciare il pallone; ma quando poi mi ci cimento (quando devo metterci le mani, intendo), nonostante i diversi tentativi ed i diversi punti di vista per affrontare le questione vedo miseramente naufragare i miei sforzi.

Non so se la fine del quarter (declinatela come vi pare: la campanella a scuola, il riposo notturno, l’orario di uscita da lavoro, etc.) sia un bene o un male. Da una parte conferma la sconfitta, dall’altra solleva dal perpetrare negli sforzi. Direi che è una specie di eutanasia del problema.

Diciamo pure che il tutto suona un po’ di resa, ma il fatto di provarci fino al “BANG” definitivo non è una resa a priori e senza condizioni, ma è più che altro il caduto sul campo di battaglia.

Il risultato non cambia, l’ottimismo ne esce intaccato, ma inevitabilmente (a parte evidenti casi d’eccezione) il prossimo quarter arriverà.

WU

Ormai è tardi

Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c’è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio, spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero.

[Benjamin Button]

In fondo, anche se spesso siamo portati a crederlo, non siamo alberi. Meglio un tentativo, magari un errore che la stasi o il nulla.

Ve lo ricordo, me lo ricordo… sforzandomi di stare alla larga dalle varie quote e frasi motivazionali che vanno ormai di moda solo per mettere uno stato su qualche social e mi lasciano un po’ di amaro in bocca sulla reale comprensione delle stesse da parte dei loro “fruitori”.

WU

PS. E’ un film che, forse immotivatamente, mi mette sempre tanta tristezza.

Il tempo assoluto

Chi siamo? Dove andiamo? Ed io che ne so… ma in compenso non vi chiederò neanche il fiorino.

Ad ogni modo, piuttosto che ambire a dare risposte a caso a domande che per loro natura non ne devono avere, stamane impelagato in questo genere di riflessioni mi è tornata alla mente “la lezione” di Bellavista.

Il presente è la separazione fra il futuro che non è ancora (e quindi non esiste) ed il passato che non è più (e quindi non esiste). Come fa, quindi il presente, e con esso il concetto stesso di tempo, ad esistere?

Cosa accade ora? Ed ora? Questo post l’ho scritto nel passato o nel presente?

Che il futuro inizi ora (anzi no… ora!), fra un minuto, un’ora o un giorno non sarò io a dirlo, ma mi piace pensare che riporre in esso tutte le speranze è un po’ come darci un momento in cui partire per iniziare a lavorare per vederle realizzate. E soprattutto l’assenza di un concetto di presente colloca nel passato tutti i miei sbagli… an che quelli che commetterò.

Pronti, attenti, via.

WU (intrinsecamente avverso all’orologio)

PS. Divertente e profondo … incluso il total watch sul filosofo greco 😀