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Some bugs never smile

Oggi, nel solito percorso cittadino con l’auto, ho fatto attraversare nell’ordine: un ragazzino con un bello zaino colorato, una signora intacchettata di mezza età, una coppietta (non so se italiani o stranieri, ma vedendo la loro tenuta il dubbio mi viene) ed un incanutito signore con un cane al guinzaglio.

Nessuno mi ha ringraziato (non che fosse dovuto), uno ha alzato una mano in cenno di ringraziamento (o per sincerarsi che non lo buttassi giù), ma di certo non ho visto nessuno sorridere. Neanche un’abbozzo; che so’, una smorfia della bocca.

Mi sono effettivamente sentito come Snoopy qui, anche se non con la sua stessa, immancabile verve.

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Non dico ridere (d’altra parte perché avrebbero dovuto?), ma almeno uno di quei sorrisini di cortesia che si fanno anche agli sconosciuti.

Vuoi che siamo oberati, spesso sovra pensiero (ah, quasi dimenticavo di aggiungere un particolare impostante alla statistica odierna: a parte il tizio con il cane ed il lui della coppietta erano tutti con il cellulare in mano…), ma ho un po’ l’impressione che stiamo perdendo la nostra capacità di ridere.

Non intendo ridere in un contesto che lo richiede(rebbe), e lascio a ciascuno la sua personale definizione di ciò, ma ridere/sorridere estemporaneamente, all’improvviso, all’impronta. Anche senza motivo se volete; “il riso abbonda sulla faccia degli stolti” rimane vero ed applicabile, ma non esageriamo con l’applicazione dell’ “abbonda”.

Un sorriso significa tipicamente più per chi lo riceve che per chi lo fa, ma farlo fa bene alla salute ed allo spirito.

E facciamocela una risata (noi, che rimaniamo un ottimo esempio di bugs…).

WU

PS. Mi richiama alla mente questo vecchio post

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Statistiche

e ci volevo aggiungere “inutili” nel titolo. Mi sono astenuto, ma lo penso.

Inutili, evidentemente non per chi le fa (e per il compenso che riceve) ne per chi da la risposta di rito o di cortesia, ma inutili per chi le legge in prima battuta, ed a seguire per chi spera di leggerci aruspici per il futuro.

Ad ogni modo, queste fantastiche statistiche abbondano, e se ce le hai sotto mano sue ragionamenti a caso ce li puoi fare (il cui valore è evidentemente proporzionale all’inutilità della statistica stessa).

Italia, un po’ tutti, 1309 persone da 15 anni in su, pretese di letture generazionali.

  • A che età una persona è vecchia?
    Ma che ca##*#* di domanda è. Io personalmente a 355.4 anni. Oppure in base alla media degli anni bisestili vissuti moltiplicati per il tempo perso. No, non ce la faccio a prendere queste domande seriamente. Ad ogni modo, secondo la statistica, a 76 anni. Ah, stranamente, chi è già abbastanza vicino a tale età (campione con età maggiore di 72 anni) ha sparato un bel 80…

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  • lei in che misura direbbe di sentirsi solo?
    La risposta va data in unità di misura di peso, lunghezza o tempo? Sono troppo ingegnere? E va bene, allora diamola in percentuale. Ah, beh, allora… Il numero magico in questo caso è 30%. Anche qui, stranamente, chi vive una fase della vita in cui è potenzialmente autosufficiente e con una potenziale famiglia (o assimilabili) avviata dichiara un bel 18% (vuol dire poco soli, no?!), mentre i “millenials” sparano un altissimo 39%. Mi serviva la statistica.

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  • Quanta fiducia prova nei confronti del futuro? E di internet? E nell’Europa? E nella globalizzazione?
    Mia nonna mi avrebbe chiesto di includere anche il Festivàl nel sondaggio. Annovero fra i punti notevoli:

    • se hai più di 72 anni hai meno fiducia nel futuro (un misero 27%), inaspettato
    • se sei un millenials o sei un fruitore accanito di google (dalla rete) la tua fiducia in internet è nettamente maggiore la media. Chissà come mai… Forse perché internet ti ha dato l’opportunità di partecipare a questo sondaggio?
    • la fiducia nell’Europa di tutti coloro che sono in età lavorativa (i.e. si sbattono) è bassissima, fortunatamente la media pesata tiene conto di ciò…
    • ha fiducia nella globalizzazione solo chi la legge come parola su un monitor. Ciò alza, ingiustamente, la media del relativo sondaggio.

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“le passioni tiepide”, bah… le passioni hanno il calore e la forza che ciascuno gli da, non quello che gli attribuiscono valori medi e dispersioni: “stato ponderato in base alle variabili socio-demografiche (margine di errore 2.7 %)“… no comment.

WU

Empowering a new generation. Magari.

Tendo, come ormai saprete a non occuparmi di attualità, men che meno degli aspetti socio-politico-economici. Siamo tutti già sufficientemente bombardati da tali “notizie” che l’ultima cosa che vogliamo (o almeno che io vorrei) è avere un altro posto dove se ne continui a parlare a sproposito.

Ad ogni modo questa volta proprio non posso esimermi. Sono queste le notizie che mi fanno veramente male. Il rapporto PriceWaterhouseCoopers (PWC) 2016, Young workers index, basato sui dati OCSE, era meglio se non lo trovavo.

Come far crescere di colpo il Pil italiano di una quota compresa tra il 7 ed il 9%? Semplice, basta trovare un lavoro a quel giovane su tre che non ce l’ha. Già, perché quel 35% di Neet tra i 20 ed i 24 anni non rappresentano solamente un problema sociale, ma anche un potenziale inespresso. A cominciare dal profilo economico.

All’anima della scoperta, ma se ci metti il mezzo il soldo allora la cosa prende tutta un’altra piega. E non parlo di due lire, di una manovra correttiva, una manovrina o cose simili: un TRILIONE di dollari. Inespresso. Stiamo parlando di una perdita di 1.3 punti del PIL che è quasi, se non di più, di quanto investiamo in ricerca.

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E’ la così detta “garlic belt” a soffrire del fenomeno Neet in Europa. Parliamo di gente (giovani, CA**##*#, il futuro della società!!) che non studia, non lavora, non sta completando un tirocinio.

E si possono anche classificare (figuriamoci): vi sono quelli “esogeni” che sono comunque impegnati in una sfibrante lotta quotidiana per entrare in un mondo del lavoro che li rifiuta e gli “endogeni”, gli scoraggiati che si sentono inadeguati e si sottraggono al confronto.

Gente (tra i 15 ed i 29 anni…) che sta. E costa. Ma poi dove stà? Sul divano? Al bar? Pare anche Onlus, sport, organizzazioni (beh, almeno…).

L’Italia è l’unica tra i principali Paesi Ocse ad avere una percentuale di occupati superiore nella fascia di età 15-64 che in quella 25-29. Segno che, qui più che in altre parti del mondo, il conto della crisi lo stanno pagando i giovani.

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La maglia nera va alla Turchia, ma l’Italia si posiziona con un notabilissimo secondo posto. Una maglia grigia che IMVHO è il dato che fa (dovrebbe fare) più male a questa pletora di politologi (i politici si sono ormai estinti), burocrati e spavaldi scalatori di macerie che infestano i nostri uffici/parlamenti/giornali/enti/tv/etcetc.

Tutta gente che sta a casa, possibilmente con mamma e papà. Quindi niente famiglia, niente lavoro, ma costi si. Gente che si ammala, che utilizza gli uffici pubblici, che produce spazzatura e via dicendo.

Cose normali, evidentemente non come lavorare.

WU

PS. Non credo nei modelli d’oltralpe importati in Italia, ma almeno un occhio a quello Tedesco (3 volte meno Neet che da noi e quarta in Europa dopo nazioni certamente lodevoli, ma decisamente più modeste in termini di PIL e popolazione) va dato.

Volete sapere da dove partono? Dai che ve lo immaginate facilmente.

Alternanza scuola-lavoro.

Di entrambe noi non ne riusiamo a fare una.

Laureàti e làureati

Io questo genere di articoli e di statistiche li odio. Mi sembra davvero gettare benzina sul fuoco e non ho mai visto una (ma neanche mezza) proposta concreta per risolvere la questione.

«La laurea può allargarti la mente, ma anche gonfiarti il portafoglio». L’Economist.

Dovrebbero dargliela a lui la laurea se siamo arrivati a questa fantastica conclusione solo nel 2016… Alla faccia degli studi fatti per giungere a tale asserto. Ma la gente non va mai dal meccanico? Dal carrozziere? Non chiama mai un muratore o un idraulico? No, no loro fanno benissimo a chiedere e recepire le parcelle che gli spettano, è chi sceglie di completare il corso di studi che lo fa già (ormai mi sembrerebbe un suicidio non farlo…) cosciente delle difficoltà che incontrerà, assumendo di finire il corso di studi, per entrare nel mondo del lavoro e le condizioni (ma chi pensa che saranno rosee?) che dovrà affrontare.

Sono scelte (…per chi può farle, ricordate la storia dell’utilitaria?) che uno fa di pancia, che uno fa per il piacere di studiare (?), per procrastinare l’impatto del mondo del lavoro (io), e via dicendo. Di certo non per il soldo. Ormai lo sanno anche i somari più somari.

L’Italia maglia nera. Ma dai… non avrei mai detto? Davvero?

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I laureati guadagnano poco più dei diplomati, ciò rende l’università poco appetibile, ciò causa meno iscrizioni, ciò causa ancora meno appetibilità dell’università ed ancora meno richiesta di laureati che di conseguenza non si aspettano un grande stipendio. Geniale.

Beh, si può sempre fare di meglio. Anche un Master o un Dottorato (e già il fatto di accumularli mi fa rabbrividire) non fa la differenza.

Ma lo scopo di questi studi/articoli quale è? Convincerci a non iscriverci all’università? Farci emigrare all’estero? Il dato di fatto è ormai parte di ogni discorso (sia da bar sia da tribuna politica), azioni concrete non se ne vedono e le proposte si perdono nel marasma politico. Ma continuiamo così che almeno l’ISTAT e OECD guadagnino a fare questi rapporti (chissà se stilati da laureati o da diplomati).

WU

Sexy Ratti

The effect of wearing different types of textiles on sexual activity was studied in 75 rats which were divided into five equal groups […]

Sexual behaviour was assessed before and after 6 and 12 months of wearing the pants and 6 months after their removal […]

The electrostatic potentials generated on penis and scrotum were also measured by electrostatic kilovoltameter […]

The polyester-containing pants generated electrostatic potentials while the other textiles did not. These potentials seem to induce ‘electrostatic fields’ in the intrapenile structures, which could explain the decrease in the rats’ sexual activity.

[Effect of Different Types of Textiles on Sexual Activity. Experimental Study, Shafik, A., European urology (Oxford: Elsevier), Vol. 24, No. 3 (1993), p. 375-380]

In breve: non mettete pantaloni di plastica che è meglio. Che siate topi (costretti) o uomini (vogliosi).

Beh, che dire, gli estremi per l’IgNobel per la riproduzione c’erano proprio tutti. Immancabile.

WU

1420.405 MHz

Vi avevo detto qui che “era un’altra storia”, ma non vi avevo detto che ne avrei poi parlato.
Fatemi spendere qualche riga sulla questione della riga a 21 cm dell’idrogeno.

Magia delle magie quando l’idrogeno neutro viene eccitato presenta una caratteristica emissione alla frequenza (una riga spettrale come si dice in gergo) si 1420.405 MHz, che equivale ad una lunghezza d’onda di 21,1 cm.

La cosa di per se non merita più di una scrollata di spalle ed un cenno del capo (come praticamente tutti i dati di fatti scientifici dopo che sono stati scoperti e verificati), tuttavia si da il caso che l’idrogeno neutro sia particolarmente abbondante nei “vuoti” spazi interstellari.

Il vuoto, che non è proprio vuoto, è infatti popolato di queste coppie protone-elettrone (si, l’idrogeno neutro è praticamente questo) che se ne stanno tranquille, fredde apatiche ed invisibili per conto loro. Tuttavia se leggermente eccitate esse spontaneamente subiscono la transizione da spin parallelo (le due particelle girano nello stesso verso) ad anti-parallelo (le due particelle girano in verso opposto) con emissione di un fotone (con un’energia di 6 meV) a … 21,1 cm.

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Questa è una specie di impronta digitale unica che contraddistingue atomi di idrogeno anche completamente nascosti. Se ci sono stelle nei paraggi l’idrogeno (cioè la cosa più abbondante nell’universo) si vede bene dato che è fortemente eccitato dall’energia stellare, mentre se stiamo vagando fra gli sconfinati spazi interstellari questo canto naturale dell’idrogeno neutro ci aiuta a scrutare regione altrimenti invisibili in qualunque lunghezza d’onda.

Tale frequenza di emissione si trova nella regione delle microonde (oggi nelle onde radio a causa dell’allungamento della lunghezza d’onda causato dal redshift) e viaggia facilmente anche attraverso le polveri interstellari per cui ci fornisce un potentissimo strumento per scandagliare i bui e lontani dintorni di altre stelle.

Nel 1952, ad esempio, la riga a 21 cm dell’idrogeno interstellare fu mappata per tutta la nostra galassia e, magia delle magie, si presentò per la prima volta davanti i nostri occhi la struttura a spirale della via lattea che conosciamo ancor oggi.

La riga offre ancor oggi un metodo fondamentale per stimare la massa del gas atomico, la massa delle stelle presenti e la velocità di rotazione di una galassia, i.e. è lo strumento (un altro oltre questo…) per dire quanto pesano cose enormi, ma veramente enormi, senza avere una bilancia.

WU

Lo sbadiglio empatico

E rieccomi imbattuto in un’altro di quegli studi che mettono in dubbio ciò che credo esser “importante”; parola usata, in questo caso, come sinonimo di “degno di essere oggetto di studio”.

Che lo sbadiglio sia contagioso è cosa ben nota (se lo chiedevo a mia nonna, senza alcuno studio scientifico e senza neanche la quinta elementare, mi avrebbe risposto con una punta di compassione per la domanda idiota).

Che vi sia un legame diretto fra il contagio ed il legame sociale fra le persone, invece, mi pare un risultato del tutto nuovo. Quanto più è stretto il legame sociale tanto maggiore è il contagio dello sbadiglio; vi immaginate che carneficina in una normale famigliola…

She more than he: gender bias supports the empathic nature of yawn contagion in Homo sapiens è uno studio (o meglio quella che chiamo una indagine sociale) che rivela, infatti, che alla base del contagio vi sia un meccanismo empatico, tipico di noi esseri sociali.

Tale empatia (quella capacità di identificare il linguaggio non verbale di chi ci sta di fronte, riprodurla ed assumerla quindi spontaneamente quando ci sentiamo nella stessa situazione) è soggetta ad un meccanismo di deformazione che è legato alla vicinanza sociale tra chi lancia e chi riceve questi segnali. In pratica ci immedesimiamo nell’altro e quanto più questo ci è vicino tanto più facciamo nostri i suoi sbadigli (…e di certo non solo quelli). Alla base di tutta questa “emulazione” vi sono i neuroni a specchio, ovvero quelle cellule che si attivano quando compiamo un’azione per emulazione, semplicemente vedendola compiere.

E c’è di più (o meglio, lo studio asserisce di più): il contagio dello sbadiglio ha molto più effetto sulle donne che sugli uomini. 55% vs 40% (su un campione di 48 uomini e 56 donne “osservati” per 5 anni). Viva viva la correlazione sociale.

La cosa mi mette naturalmente in guardia, rendendomi guardingo sul dove ed in presenza di chi sbadiglio.

WU

PS. Ed in breve potrei anche minimizzare: le donne sono più empatiche degli uomini. Beh, me lo aspettavo.

PPSS. E non posso fare a meno di soffermarmi sul fatto che non è il primo studio di questo tipo e che in sudi precedenti “Approximately 40–60% of healthy humans were never observed yawning in response to a yawn stimulus under laboratory conditions”. L’approccio scientifico a questi fenomeni mi lascia sempre un po dubbioso…