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Osso di seppia

Vi racconto questa storia; conosciamo questo signore, nel senso di nobile di animo, anche se forse non lo da bene a vedere. Nato da una scatola di cartone, li in un cantuccio del marciapiede, pare che abbia mosso i primi passi alla stazione. Fra calci e qualche raggio di sole sole è arrivato alla mensa delle suore.

Vive di espedienti, vive di sotterfugi, vive per andare. La vita gli pulsa dentro.

Nel pomeriggio poi, figuriamoci, è stato visto a miracolare le vecchiette in cambio di vino e sigarette. Alla fine la sera, fra bibbia, concertone e lacrime, nella nebbia, ci ha salutato.

E’ partito per non tornare, per cercare il suo posto nel mondo. In quella città in fondo al mare in cui i diamanti non valgono nulla, la doccia è la conseguenza di sogni puliti e le donne sono li per soddisfare i desideri più maschi.

E’ li il suo posto è li che il nostro vagabondo, il nostro eroe-fannullone in cerca della sua dimensione crede, crede, di aver trovato una casa in cui poggiare il suo cappello.

Non era buono per la terra, ha vagato fra strade dritte ed insignificanti e miniere di carbone fino a prendere la strada del mare. Ecco il nostro pirata del nuovo millennio che, inseguito dai pirati della strada, ha nascosto il suo tesoro in un’isola pedonale. Una borsetta con la scritta Prada e un santino con due tette niente male era tutto quello che gli sembrava avere un valore.

Il moderno Ulisse ha sfidato mostri degli abissi nella metro ed è sopravvissuto alle mani dei teppisti neanche fossero sirene metropolitane. Quando si è fermato, la sera, gli è bastato chiudere gli occhi per capire che la sua strada poteva essere solo quella verso la città in fondo al mare.

Aspettaci, osso di seppia.

WU

PS. Ovviamente (forse) liberamente tratto da questo capolavoro. Da cantare rigorosamente stonato ed a squarciagola.

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Folli pensieri e follie sui pensieri

Culliamo le nostre idee sull’onda dell’ottimismo del cuore prima che la disillusione della ragione prenda piede.

Questo mantra, espresso nella forma che più vi aggrada, è un po’ quello che guida (ultimamente, ma non solo) le mie nottate. Quelli che potrei pensare essere dei “sogni ad occhi aperti” (anche se nel buio 🙂 ) mi sto rendendo sempre più conto non esser altro che delle mie coccole personali alle mie altrettanto personali idee; ai miei sogni, ai miei progetti.

Non si realizzeranno, ok, ma prima che la ragione dominante (sotto tanti punti di vista, fortunatamente) nelle ore diurne prenda il sopravvento almeno li gusto un po’… se non altro per non smettere di fantasticare e non smettere di tenere almeno un po’ allenata la mia matassa di materia grigia.

Di notte non mi riposo perché devo lottare con il mio cervello. Di giorno non mi riposo perché devo lottare con il cervello degli altri. [anonimo]

A parte l’essere di notte o meno, a parte trattarsi di sogni più o meno realistici, a parte prender consciamente posizioni e decisioni durante queste fasi, credo che approfondire un po’ delle nozioni/notizie/piani/progetti/discussioni piuttosto che lasciarle a livello di nozione-formato-10-secondi-di-lettura-su-internet sia qualcosa che dovremmo tutti curare di più.

Mettiamola diversamente; arrendersi subito dinanzi all’immancabile evidenza della insormontabile difficoltà di turno vanifica un po’ ogni ricerca; è come gettare la spugna sapendo che abbiamo dinanzi Ivan Drago senza neanche provare a vedere se riusciamo a pensare (… e vedete come l’ho presa alla larga) ad un colpo alla Roky.

L’unico sforzo è crederci per quanto possibile prima di gettare la spugna. Chissà che non emerga un qualche spin-off abbastanza alla nostra portata da vedere addirittura la luce (e lasciare a noi spazio per elucubrare sulla prossima follia).

WU

PS. Post proprio da Stream of consciousness sgorgato di catene di insonni nottate e progetti infranti.

1729

Era inverno e faceva freddo. Quel freddo londinese che ti entra nelle ossa. Nessuno aveva voglia di incamminarsi a piedi per le strade bagnate e grigie ed i taxi erano merce rara.

Godfrey Harold Hardy (…nome che, diciamocelo è proprio da romanzo noir…) ne cercava disperatamente uno. Ne cercava, magari, anche uno che potesse avere un bel numero, un numero con un qualche significato. Si, lui, matematico di professione e di vocazione, ci badava molto a queste cose.

Ma non era il giorno giusto per coccolare le sue fisse da matematico. Il tempo era inclemente e doveva assolutamente raggiungere l’ospedale. Li, infatti, il suo caro amico Srinivasa lo aspettava.

Srinivasa, matematico, e cultore della matematica, anche lui era costretto in quel letto da parecchio tempo per via delle sue cagionevoli, ed in continuo peggioramento, condizioni di salute. Le visite di Hardy erano, fra le poche che riceveva, quelle che gli facevano più piacere. I due potevano infatti interloquire amabilmente sui temi matematici più disparati alleviando la sofferenza della degenza di Srinivasa e stando ben alla larga da futili e vacui discorsi.

Quando finalmente Hardy arrivò in ospedale era tardi e mezzo bagnato si presentò al capezzale dell’amico raccontandogli la difficoltà di reperire un taxi in quella giornata ed il suo rammarico a dover essersi adattato a prendere il primo che passasse, senza neanche aver potuto scegliere i numero. E che tristezza, aggiunse Godfrey, nel costatare che il numero del taxi che aveva appena preso non aveva nessun interesse matematico: 1729.

Senza nessuna esitazione, dal candido letto in cui giaceva da giorni Srinivasa lo interruppe subito: “No Hardy, è un numero estremamente interessante: è il minimo intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi!”

Hardy restò immobile e senza parole. Matematico non certo di secondo piano aveva passato tutto il tragitto in taxi a cercare di dare un senso a quel maledetto numero senza trovarlo; Srinivasa, invece, aveva immediatamente identificato il senso di quel numero.

Di li a poco Srinivasa sarebbe morto, ma il 1729 fu da quel giorno in poi battezzato numero di Hardy-Ramanujan e gettò le basi dei numeri Taxicab, nome scelto ovviamente non casualmente.

WU

PS. Cambiano registro narrativo (ammesso che il mio romanzamento precedente possa essere definito un “registro”…): 1729 è il più piccolo numero che possa essere espresso come la somma di due cubi positivi in due modi differenti.

Generalizzando 1729 è il più piccolo numero che si può rappresentare in n modi diversi come somma di due cubi positivi.

Ovvero 1729 è il più piccolo numero Taxicab. Hardy (assieme ad E.M. Wright), evidentemente molto segnato dall’episodio, ha poi dimostrato che esiste un Taxicab per ogni valore di n. La cosa però non aiuta a trovarne i valori.

Ad oggi gli unici Taxicab conosciuti sono cinque, precisamente quelli per n<6. Ta(2) = 1729 (geniale intuizione…); Ta(3)= 87539319 (che ci da subito una rapida idea di quanto possano essere maledettamente grandi i numeri Taxicab… contrariamente al numero dei taxi in circolazione quando uno li cerca…).

PPSS. I numeri Taxicab fanno il paio con i numeri Cabtaxi che ne sono sostanzialmente una generalizzazione (… quante derivazioni da una geniale intuizione di una mente superiore, sulla quale conto di ritornarci, in un letto d’ospedale…).

I numeri Cabtaxi sono infatti i più piccoli interi positivi che possono essere espressi in n modi come somma di due cubi positivi o negativi o pari a 0. I numeri Cabtaxi ad oggi conosciuti sono quelli fino ad n=10. Cabtaxi(1) = 1 (ovviamente) e Cabtaxi(2)=91 (enjoy).

E sogno a nord del tempio di Kansua

Solo in mezzo alla gente.

Guardi, vedi, osservi, ma non tocchi nulla, non vuoi toccare nulla. Ti senti strano, invisibile, trasparente ed in fondo vuoi esserlo. Vuoi non essere notato, vuoi muoverti nel tuo sogno, rimanere poco importante.

Resti fermo, la sabbia scende, ti sembra tutto lento, tutto ovattato, hai dei movimenti a rilento come immerso nell’acqua. Ma l’acqua è chiara e si fece nitidamente il fondo.
Sei solo, ti senti solo, ma in fondo non vuoi esserlo. Non vuoi sentirtici, mai.

E sogno.

Gli sei sempre più vicino, segui il tuo istinto che ti fa avvicinare a loro. Sagome dolci lungo il cammino, muri, bandiere, qualche rumore in lontananza, ma tu continui a camminare guidato dal suo senso.

Lei, intanto, china un po’ il capo per colpire tutti coloro che incontra per strada e che sono sbalorditi dallo stupore. Lo stupore di vederla li, di vederla camminare, di vederla riflettersi chiara in una tazza scusa ed in una stanza ancora più scura.

No, non vuoi esser solo mai.

Non lo sei.

WU

PS. Farneticazioni a caso su un testo colossale e su una solitudine dolorosamente tangibile nelle melodie del brano (legata d’altra parte ad un triste aspetto della vita privata dell’autore). Con tanto di scuse in anticipo per la commissione di parole prese in prestito, pensieri e divagazioni personali.

Qu’est-ce que c’est?

Vorrei sapere chi può tranquillamente asserire di saper affrontare la realtà. Anzi, ardirei nel dire che chi lo può sostenere sta sprecando la propria esistenza e dovrebbe spostare la sua asticella un po’ più in la.

Sono teso, sono nervoso, non riesco a rilassarmi, vivo la vita come una costante lotta, anche il mio letto mi pare in fiamme. Non riesco a dormire. Beh, che dirvi, sono al limite, forse sono anche oltre il limite. Non toccarmi.

Stai iniziando una discussione che sai non potrai mai finire. Pare tu stia parlando senza dire nulla. Sono io che ti sento ma non ti ascolto o effettivamente non hai contenuti nelle tue parole? Non ripetere cose già dette e già note. Quando non ho niente da dire le mie labbra sono sigillate.

Scappa, scappa lontano. Lontano da un assassino psicopatico. Cosa è? Chi è? Scappa; fidati.

Quella notte ho fatto cose che non racconterò. Quella sera mi sono lanciato verso la gloria.

Siamo vani e siamo ciechi. Odio le persone quando sono educate, sono false e nascondono la loro vera natura.

Assassino psicopatico.

WU

PS. Fin troppo facile

Better run-run-run-run-run away…

Suona, suona, suona per me

Suonami una canzone. Forse mi aprirà gli occhi. Non c’è un posto dove andare, suonami una canzone. Forse lo troverò, ma comunque non mi farà male.

Ti seguirò nel mattino tintinnante anche se so che l’imero di ieri sera è ormai sabbia.
Resto cieco, insonne, stanco, svanito, fermo. Nessuno da incontrare, disilluso dalla vecchia strada e “troppo morta per sognare”.

Suonami una canzone, suonami una canzone. Ti seguirò, non ho sonno ed un posto dove andare. Suonami una canzone e ti seguirò.

Portami con te nel tuo viaggio, spogliami dai miei sensi, ridai sensibilità alle mie mani ed i miei piedi. Voglio vagabondare, hai degli stivali? Sono pronto per andare ovunque ed in nessun posto. Svanire “nella mia parata personale”.

Sei tu che senti ridere e suonare nel sole, dondolare follemente. Tutto ciò non è per nessuno, tutto ciò sta scappando. Tutto scappa via, tutto tranne il cielo. Il tuo tamburrino ci tiene legati, ci tiene il tempo, ci da la misura di ciò che ci insegue: solo un’ombra.

Suona, suona, suona per me. Ti seguirò. In questo tintinnante mattino. Ti seguirò.

Fammi scomparire fra gli anelli di fumo della mia mente, lontano da foglie gelate e spiagge tempestose, lontano da alberi terrificanti, leggero sulle rovine del tempo.

Solo sulle tue note potrò danzare leggero, fra il mare e la sabbia, annegando fra le onde ricordi e destino.

Lasciami scordare l’oggi fino a domani. Mr Tamburino.

WU

PS. Ovviamente liberi farneticamenti su:

Philadelphia

Mi sentivo perso, ferito, malinconico. Meglio ancora, non sapevo neanche come mi sentivo. Mi guardavo in un riflesso. Ma chi ero? Dove andavo? Fratello è così che vuoi lasciarmi perire?

Continuavo, camminavo. Potevo fare solo quello. Sapevo fare solo quello. Fratello, lasciami perire.

Camminavo. Ho sentito voci di amici e parenti. Ho sentito il mio sangue scorrermi nelle vene. Ho sentito la nera notte scendere sulla città. Camminando ho guardato dentro di me. Fratello, non lasciarmi perire.

So che nessun angelo verrà a salvarmi. So che vorrei e so che non lo vorrei allo stesso tempo. So che siamo soli, fratello, io e te. A camminare. In reatà sono solo, e ti cerco fratello. Fratello, ricevimi con il tuo bacio, infedele.

Camminavo e camminavo. Mille miglia per sfuggire alla mia stessa pelle, mille miglia per ritrovarmi. Mille miglia per dissolvermi lentamente lungo le strade di questa città. Ci lasceremo così, fratello.

WU

PS. Ovviamente liberi farneticamenti sul tema (accuratamente evitando qualunque cenno al dramma della malattia oggetto del funereo, melodico lento).