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Suona, suona, suona per me

Suonami una canzone. Forse mi aprirà gli occhi. Non c’è un posto dove andare, suonami una canzone. Forse lo troverò, ma comunque non mi farà male.

Ti seguirò nel mattino tintinnante anche se so che l’imero di ieri sera è ormai sabbia.
Resto cieco, insonne, stanco, svanito, fermo. Nessuno da incontrare, disilluso dalla vecchia strada e “troppo morta per sognare”.

Suonami una canzone, suonami una canzone. Ti seguirò, non ho sonno ed un posto dove andare. Suonami una canzone e ti seguirò.

Portami con te nel tuo viaggio, spogliami dai miei sensi, ridai sensibilità alle mie mani ed i miei piedi. Voglio vagabondare, hai degli stivali? Sono pronto per andare ovunque ed in nessun posto. Svanire “nella mia parata personale”.

Sei tu che senti ridere e suonare nel sole, dondolare follemente. Tutto ciò non è per nessuno, tutto ciò sta scappando. Tutto scappa via, tutto tranne il cielo. Il tuo tamburrino ci tiene legati, ci tiene il tempo, ci da la misura di ciò che ci insegue: solo un’ombra.

Suona, suona, suona per me. Ti seguirò. In questo tintinnante mattino. Ti seguirò.

Fammi scomparire fra gli anelli di fumo della mia mente, lontano da foglie gelate e spiagge tempestose, lontano da alberi terrificanti, leggero sulle rovine del tempo.

Solo sulle tue note potrò danzare leggero, fra il mare e la sabbia, annegando fra le onde ricordi e destino.

Lasciami scordare l’oggi fino a domani. Mr Tamburino.

WU

PS. Ovviamente liberi farneticamenti su:

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Philadelphia

Mi sentivo perso, ferito, malinconico. Meglio ancora, non sapevo neanche come mi sentivo. Mi guardavo in un riflesso. Ma chi ero? Dove andavo? Fratello è così che vuoi lasciarmi perire?

Continuavo, camminavo. Potevo fare solo quello. Sapevo fare solo quello. Fratello, lasciami perire.

Camminavo. Ho sentito voci di amici e parenti. Ho sentito il mio sangue scorrermi nelle vene. Ho sentito la nera notte scendere sulla città. Camminando ho guardato dentro di me. Fratello, non lasciarmi perire.

So che nessun angelo verrà a salvarmi. So che vorrei e so che non lo vorrei allo stesso tempo. So che siamo soli, fratello, io e te. A camminare. In reatà sono solo, e ti cerco fratello. Fratello, ricevimi con il tuo bacio, infedele.

Camminavo e camminavo. Mille miglia per sfuggire alla mia stessa pelle, mille miglia per ritrovarmi. Mille miglia per dissolvermi lentamente lungo le strade di questa città. Ci lasceremo così, fratello.

WU

PS. Ovviamente liberi farneticamenti sul tema (accuratamente evitando qualunque cenno al dramma della malattia oggetto del funereo, melodico lento).

Piove sul nostro tempo

Neanche la pioggia è più uguale per tutti. Non smette di piovere per tutti nello stesso momento, non tutti abbiamo le stesse difese contro la pioggia (e contro un po’ tutto), non tutti siamo in grado di capire (fra le milioni di altre cose) quando chiudere l’ombrello e dove dover essere per poterlo fare. Piove in base alla nostra “altezza”, “piove” non solo dal cielo. Sono divagazioni da giornata uggiosa e da questo Peanuts.

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La pioggia ci pone davanti un (potenziale) problema ed affrontarlo richiede il nostro ingegno e le nostre risorse. Mi ricorda un po’ il nostro rapporto con il fluire del tempo (e non con il tempo inteso come meteo), solo che nel caso della pioggia qualche arma in più ce l’abbiamo. E poi bagnarsi non è certo la fine del mondo (qui, sproloqui di in-giustizia a riguardo).

Neanche la livella fa più il suo dovere. In fondo si può sopravvivere al tempo, e lo si è sempre potuto fare. Non con le nostra ossa, ma con la memoria che siamo capaci di lasciare di noi ai posteri. Il nostro segno su questa terra verrà (e deve esserlo per poter farse spazio a tutti) lavato dal tempo e dalla pioggia, ma è la profondità della nostra orma a dettarne i tempi. Così come è l’ampiezza del nostro ombrello a proteggerci dalla pioggia.

Filosofia spicciola da vetro bagnato e da barba incanutita nel riflesso.

WU

La casa del sole nascente

Il sole nascente. Una casa che nasconde la rovina di molte povere ragazze. Io so di essere una di loro, so che per me non ci sarà nessun sole che nasce. Un bel nome per un futuro radioso, una casa da cui stare lontani.

Si, li a New Orleans, in quella casa non ci sarei mai andata se avessi dato retta a mia madre. Mia madre era una sarta, mia padre un giocatore d’azzardo, contento solo quando era ubriaco. Solo un sole nascente poteva illuminarmi il cammino.

Sarei a casa mia. Ero folle, ero giovane, speravo in un sole nascente e sono finita fuori strada, seguendo un vagabondo, a New Orleans.

Che almeno le mie sorelle possano non seguire le mie orme, che non sperino che nasca davvero un sole in quella casa di New Orleans. Vivere nel peccato, vivere nell’infelicità, mascerata da sole nascente.

Ho già un piede sul treno e sto tornando li a New Orleans per passare il resto della mia vita, sotto quel sole nascente, con una palla di ferro ed una catena.

WU

PS. Liberamente tratto da, ovviamente, the House or rising Sun, che scopro solo ora essere al femminile (ed effettivamente mi torna di più) nella versione originale!

Ed il video mi pare ancora più alla moda della canzone stessa, e parliamo di quasi 55 anni fa…

Il germoglio verde

Il potassio aveva un fratello cattivo. Erano fratelli per via del loro raggio atomico che era molto simile. Ciò portava il fratellaccio a poter prendere abbastanza facilmente il ruolo del (fortunatamente più comune) potassio.

Era incolore, inodore, insapore e flirtava parecchio con l’acqua. E fin qui non sembrerebbe affatto malaccio. Se non che, a differenza del potassio, il fratello non andava molto a genio agli esseri umani. E sapeva dissimulare bene!

Circa una settimana dopo la sua ingestione, infatti, i bipedi si trovavano con una pletora di sintomatologie riportabili alle più disparate malattie. Data anche la non spiccata intelligenza delle vittime, ricostruire l’assunzione del metallo del III Sottogruppo B non era affatto banale. E se non diagnosticata per tempo li metteva proprio fuori gioco!

E’ stato protagonista di libri gialli, di omicidi di stato, di sabotaggi e dispute legali. Diciamo pure che il semplice fatto di arrivare a concepire che poteva esser stato lui vi potrebbe mettere in pessima luce in un’aula di tribunale.

Eccolo li, ben sciolto in un innocuo bicchiere d’acqua (o in qualche topicida che i bipedi non disprezzano in caso di suicidio), che non aspetta altro che essere ingerito per andare a sostituire al fratello. I bipedi pare usino una specie di enzimi per le loro funzioni celebrali e muscolari se in questi il potassio viene rimpiazzato… beh, il gioco è fatto.

In realtà, dopo un po’ anche il loro organismo si accorge che qualcosa non va (almeno quando non si ritrovano senza più un pelo o un capello), ma quando cerca di cacciar via la soluzione incriminata… ecco che le sembianze del potassio tornano ancora in aiuto e la soluzione viene riassorbita dall’impianto digerente dei mammiferi, causando ulteriori danni e potenziali malattie. Non era lui in realtà ad essere letale, quanto le malattie che ingenera e la sua difficile, se non impossibile, identificazione.

Questa storia ci ricorda che si può essere tanto più letali (eventualmente inteso nel senso macchiavellico del termine) quanto più anonimi si è in grado si apparire.

WU

PS. Numero atomico: 81.

Segnale 15-05-15

Il Ratan-600 fu quasi scosso da un fremito. Pareva che l’intera struttura del pesante telescopio dell’osservatorio di Zelenchukskaya sobbalzasse alla ricezione di quel segnale.

38 anni dopo il WOW un nuovo mistero interstellate pareva esser entrato attraverso la lente che scrutava indomita e costante il cosmo, per la maggior parte del tempo vuoto e silenzioso.

Questa volta, dopo intere notti di monotono rumore bianco, la stella HD164595 si era resa inaspettata protagonista.

Nella costellazione di Ercole, a circa 95 anni luce dalla Terra, la stalla è li a bruciare hidrogeno da circa 6,3 miliardi di anni. Un solo pianeta delle dimensioni di Nettuno e più vicino alla sua padrona di quanto non lo sia Mercurio. Solitario e, per quanto ne sapevano, inadatto alla vita.

Correva l’anno 2015, la cautela era d’obbligo prima di gridare ai quattro venti sensazionali scoperte. Il programma SETI poteva aver raggiunto uno dei suoi obiettivi. Ma troppe anomalie, troppo ritardo nella segnalazione, nessuna ripetizione. Bisognava essere cauti.

E poi c’era la questione della potenza. Per coprire 95 anni luce ed arrivare sino a quella sperduta Terra di potenza ne serviva. Tanta. Se il segnale fosse stato diretto in ogni direzione miliardi di miliardi di Watt non sarebbero bastati.

Il genere umano non si fece prendere da facili entusiasmi. Perse un’opportunità di contatto, ma non perse la voglia di indagare. Gli piaceva più sognare e passare notti silenziose ad ascoltare il silenzio piuttosto che affrontare concretamente un’anomalia del genere.

WU (dalle arbitrarie conclusioni)

PS.

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Il radiotelescopio, per le sue caratteristiche tecniche, può indagare solo un certo arco di cielo. Il segnale è stato ricevuto con una larghezza di banda di 1 gigaHertz, ossia un miliardo di volte più ampia di quella utilizzata per le ricerche SETI e 200 volta più ampia di un segnale televisivo. Infine il segnale è stato osservato una sola volta il 15 maggio 2015 (signal five era un mio altro nominativo candidato) mentre altri 38 tentativi non hanno dato risultati…

Un cavallo senza nome

Ero in viaggio, in viaggio per guardare tutta la mia vita, prima di poterla riscoprire. Ed ho visto attorno a me alberi, uccelli, ogni genere di cose. Rocce, sassi e montagne. Si, sono partito da li.

Ho incontrato una mosca, non dimenticherò mai il suo ronzio nel cielo teso e senza nuvole. Una mosca è la prima cosa che mi colpisce nel viaggio alla ricerca di me stesso. Ma il terreno sotto di me era arido, non so perché nel viaggio dentro la mia vita il terreno era arido. Ed anche il clima: caldo e torrido. Io stesso mi sentivo arso, ma in compenso sentivo l’aria attorno a me piena di suoni.

Mi trovai ad attraversare il deserto. Il deserto della mia vita. Lontano dalla pioggia mi sentivo bene, in pace con me stesso, potevo ricordare il mio nome perché non vi era nessuno che mi causava dolore e perché il mio cavallo non ne aveva, neanche lui.

Due giorni di sole del deserto per abbronzarmi. Tre giorni per divertirmi guardando letti di fiumi arsi che mi raccontavano storie di quando scorrevano. Ma il fiume mi ha rattristato, sembrava morto. Preferivo l’arido deserto, ma guardavo il letto del fiume.

Nove giorni, sono passati nove giorni. Ho lasciato che il mio cavallo senza nome corresse libero. Il deserto era diventato oceano. Vedevo di nuovo alberi, uccelli, rocce, ogni genere di cose. Mai come allora l’oceano stesso mi è sembrato un deserto. Un deserto non arido, ma sommerso. Travestito. Proprio come il cuore fatto di terra che giace sotto i travestimenti delle città e la scorza dell’uomo che nasconde l’amore che non sa dare.

Ho attraversato il deserto, il mio deserto, su un cavallo senza nome. Mi sentivo bene.

WU

PS. L’avete riconosciuta, vero? Personalissima e non letteraria interpretazione di questa canzone (bella, ma a dire il vero neanche proprio in linea con i miei gusti musicali, ammesso che io stesso sappia quali siano) che da stamane non riesco a togliermi dalla test (ce l’avete presente quella fastidiosa sensazione che iniziate a fischiettare anche davanti al vostro capo, no?!).