Pugni dati, presi e ritirati

CB031219

Non tutto si può esprimere in parole, non tutte le parole esprimono ciò che proviamo. Certo c’è la comunicazione non verbale, le espressioni, i movimenti, quegli impercettibili gesti che fanno di noi quel che siamo (e danno a ciascuna situazione la propria piega). E poi ci sono i pugni.

Questo e questo Peanuts mi fanno sorridere per la loro semplicità (infantilità mi pare sminuire) e schiettezza. Confesso che mi urtano anche un pochino costatando (da vecchio?) che non posso mettere (facilmente?!) in pratica l’approccio suggerito.

Ne quello di darlo un bel pugno (orientativamente sono un non-violento), ne quello di ritirarlo (orientativamente sono troppo razionale), ne tanto melo quello di farlo ritirare a qualcuno (troppo indurito in una qualche corazza, credo). Certamente si può trasportare la situazione e l’esternazione su un piano figurato, ma si perde tanto del fascino (e dell’utilità!) di questo genere di emozioni.

Si, perché credo che quello che stiamo descrivendo qui è proprio L’Emozione, il non riuscire a frenarla, il non provare a mascherare con la calma e le parole uno scatto d’ira. Dignitoso di esistere come un sorriso spontaneo che ferisce eventualmente esattamente come la sua controparte.

Linus ritorna da Lucy il giorno dopo, sa che lo scatto è uno scatto e come tale lo tollera (ancora?!) senza costruirci attorno più di tanti castelli ne conservando strascichi che portano ad irretirsi su questa o quella posizione o pregiudizio (ora sostituite a Linus e Lucy due razze a caso e ripetete l’esercizio…).

E’ la stessa Lucy che ritira il pugno (ah, magari si potesse veramente fare… anche figurativamente), la stessa persona che lo ha scagliato che non cerca giustificazioni, costrutti, ulteriori liti o sfoghi, non cerca di tergiversare, di scusarsi e neanche di continuare a sostenere la sua posizione. Ritira il pugno, in silenzio, da parte di entrambi.

Nessuno è perfetto, tutti perfettibili (bella scoperta…). L’ira va domata, certo, ma a volte da qualche parte, in un angolino (magari non in faccia a nessuno) deve trovare il proprio sfogo. Ne va della nostra fanciullezza e della nostra umanità.

WU

Il pescatore

viene fuori ogni giorno alle 7.30 del mattino
con 3 panini al burro d’arachidi,
e c’è una lattina di birra
che mette a bagno nel secchio delle esche.
pesca per ore con una cannuccia per trote
a tre quarti dalla banchina, lungo il molo.
ha 75 anni e il sole non lo abbronza,
e per quanto faccia caldo
non si toglie mai la giubba verde e marrone.
prende stelle marine, squalotti e maccarelli;
ne prende a dozzine,
non parla con nessuno.
a una certa ora del giorno
beve la sua latta di birra.
alle 6 del pomeriggio raccatta la sua roba e il suo bottino
cammina lungo il molo
attraversa le strade
entra in un appartamentino di Santa Monica
va in camera da letto e apre il giornale della sera
mentre sua moglie getta le stelle marine, gli squali e i maccarelli
nella pattumiera
si accende la pipa
e aspetta la cena

[C. Bukowski, Burning in Water, Drowning in Flame Poems, 1972]

WU

PS. Mi sento un po’ anche io pescatore (e non credo di essere il solo…). Guardare fino nel dettaglio l'(in)utile di ciò che facciamo a volte fa male, ma a volte ci fa anche realizzare che il nostro ruolo è nell’azione in se più che nel risultato.

Questa poesia mi rattrista in prima battuta, poi andando un po’ ad astrarre e guardare con quanta obiettività posso la mia vita da pescatore in fondo mi da una piccola rassicurazione. La pipa, la cena, i pesci, la lattina: ecco la vita del pescatore, la pattumiera diventa un dettaglio (che magari lui può anche non vedere). Non influisce sulle sue abitudini, sui suoi ritmi, sulle sue soddisfazioni di tornare a casa con squalotti e maccarelli e neanche (soprattutto!) sulla sua determinazione a fare esattamente la stessa cosa il mattino dopo.

Alienante immaginarlo in maniera esattamente ciclica, rattristante considerare la fine del suo operato, tranquillizzante sapere che lo scopo della vita di questo pescatore è avulso dalla fine sei suoi pesci ed entusiasmante sapere che le sue (nostre?) soddisfazioni sono esattamente nel suo operato.

L’incrocio, la casa, la chiesa, la croce… oppure l’autostrada

Neanche a farlo apposta l’avevano messa proprio la. Al confine fra vento e sete, fra fate ed altre (ir)reali creature. Poche a dire il vero. Eppure la Casa era la. E ci stava bene. Le facevano compagnia un paio di tristi e disperate strade polverose. Non una grande compagnia, ma comunque una volta erano pur piaciute a qualcuno. Qualcuno le aveva fatte, le aveva percorse ed aveva abitato quella casa.

Non quel qualcuno, ma un altro qualcuno, altrettanto (ir)reale passando si fermò all’incrocio. Non aveva motivo, non aveva voglia, ma aveva tempo. Aspettiamo he arrivi l’estate, pensò. Da quelle parti non era certo un periodo felice; il caldo e la sete ti tolgono la pace, ti spezzan la voce. E la polvere, la polvere, copre ogni cosa.

Nell’attesa la ricerca, immobile, di un luogo meno intimo, meno suggestivo, meno “wetern”, ma più innocuo, più convenzionale, che dia una qualche speranza di andarsene. Come se servisse. Di andarsene in una città. Non sono certo starò meglio, senti no, ma ad ogni modo mi porterebbe lontano da qua.

E la gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

Al bivio solitario ed impolverato, poco distante dalla Casa, la chiesa. La chiesa era uguale alle case. Ma aveva una croce, forse un po’ più di vernice ed una fiaccola a farle luce. Li, in quella chiesa, a braccetto con il prete, vidi lei. C’è sempre una lei. Era il cinque di Aprile.

Non so se era lei oppure io oppure il luogo. Ma sentii una dolce brezza, quasi colorava l’opprimente quiete e soprattutto spargeva un profumo di pane alle olive. Quando mi vide mi sorrise. Credo mi sorrise. Ma all’improvviso, di certo, il profumo di pane alle olive si fece più intenso.

E la gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

Ci sono giorni che ti cambiano la vita. giorni in cui succede qualcosa di fata, qualcosa di dolce e fatale. Trovare la neve, invece della polvere, ad esempio. Oppure come quel giorno che lei mi sorrise; mi sorrise ma senza voltarsi e senza fuggire. Rimase li, immobile ed impassibile come quel luogo. Era come incontrare il destino in quel posto, inatteso. Guardarla fu come morire, ed ovviamente non sapevo che dire. Ci pensò lei, e mi spiazzò. “Mi piace guardare la faccia nascosta del sole, vedere che in fondo si muove dormire distesa su un letto di viole”.

Rimasi impietrito, fissando la croce e l’incrocio. Rimasi fermo, impaurito e continuai a fissarla attonito finché mi chiese “ed a te cosa piace?”. Avrei potuto passar ore a cercare di rispondere a quella domanda. Non mi mancava il tempo, mi mancava l’accesso alla mia anima che mi dicesse cosa rispondere. “Mi piace sentire la forza di un’ala che si apre, volare lontano, sentirmi rapace, capace di dirti ti amo, aspettiamola insieme l’estate”.

Non che pensassi di aver dato una risposta all’altezza della domanda. Mi vergognavo e volevo quasi sparire, ma mi fermai semplicemente a pensare alle cose che avevo da offrirle: l’incrocio, la casa, la chiesa, la croce.

Ah, già avevo anche lo spettacolo atroce di tutta a gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

WU

PS. Questa è stata veramente una piacevole sorpresa. Rientra di certo nella mia ignoranza musicale, soprattutto del panorama musicale italiano.

Più che di una canzone mi da l’idea di un racconto, mi fa sentire immerso in un mischione di immagini, polvere, silenzio, luoghi remoti ed isolati (a parte l’antitetica autostrada, ovviamente, che si nega, forse saggiamente, per non rovinare quantomeno l’odore di pane ed olive), senza tempo e senza significato, se non per quello che serve per avere accesso alle proprie “verità segrete dell’anima”… e scusate se è poco.

Il solito disarmonico, non richiesto, a-flusso-di-coscienza, contributo a questo pezzone qua.

Joe

Eccoli li che mi fissano. Loro che hanno già preso le distanze da questa gente tutta luccicante che si illude in questa domenica di celebrare qualcosa e di inventarsi la felicità, magari guardano quelle amabili anatre. Li guardo dall’altro, loro e gli altri, capisco chi maledice la mia diversità; io che sono l’oscurità in questa assolata domenica mattina.

Li, nel parco, io ci abito. E’ un po’ la mia vita. Gli alberi mi consolano e mi proteggono. So di essere simbolo di paura, di morte; di certo per via delle tenebre che mi fanno da abiti. Lo capisco, non mi ci rivedo, ma lo capisco. Che tenerezza questi bimbi che, ancora ignari, mi additano come una bestiaccia, ma a loro non faccio paura (ancora), loro mi sorridono. Non le loro mamme.

Apro le ali e resto immobile.

Gli studenti li evito, più che altro per rispetto. Mi fanno gola le vecchie vedove con i loro anelli di platino. Mi definisco un ladro gentiluomo, ma più che altro faccio spavento. E mi crogiolo in questo. State attenti. Lasciatemi stare.

Solo certi Poeti del Male mi sanno cantare.

Continuo ad osservare questa umanità varia nel mio parco. I barboni che aspettano che finisca la messa, i borghesi che non hanno nulla di meglio da fare che leggere il giornale, i ragazzi che passano la loro gioventù fra i primi baci. Li osservo ma mi sento distante; mi avvicino senza grazia, di proposito, gracchiando. Ah, se fossi libero di parlare gli farei capire velocemente chi fa paura a chi.

Solo sassi sapete lanciare. Meritate di andare per me nell’eterno dolore.

Ma vi perdono, non sapete quel che fate. Portate in fondo nel vostro cuore solo un po’ di sangue destinato a seccare. Vivete finché siete vivi.

Io sono il Corvo Joe. Faccio paura

WU

PS. Questa è per me una poesia (come tante di quelle a cui si rifà; il richiamo a l’ albatross di Baudelaire mi pare quasi scontato).

More news from nowhere

Cammino, cammino, vago, vado verso un angolo della mia stanza e guardo i miei amici; quelli ricchi. Spesso non riesco a distinguerli, sembra quasi si siano rubati i volti di qualcun altro. Meno male che c’è Janet, testa alta, capelli piumati. Lei è Janet, la mia stella, io il suo pianeta. Sappiamo tutti che risveglia anche i morti, in tutte le stagioni. Janet non si lascia impressionare da tutte le stronzate che dico, sa già che i ricchi tendono a mascherarsi, magari sa anche il perché. Mi dice semplicemente: “si, hai ragione”.

Poi arriva Betty X, è li accanto alla porta (Betty X sarebbe come Betty Y, se non fosse per quel dannato cromosoma…). Comunque, i suoi capelli sembrano un mare scarlatto in cui navigare e dinanzi al quale inchinarmi. Notizie, notizie, altre notizie. Dal nulla. Qui dentro io sto diventando sempre più strano. Sto cambiando. Ogni anno si diventa tanto più sconosciuti a noi stessi ed agli altri anche e soprattutto quando siamo sommersi di notizie, altre notizie, dal nulla. “Hey, Betty X”, le dico, “questa luce che trasporti è come una lampada, una lampada che pende da una lontana barca sulla quale navigano i marinai smarriti sui tuoi scarlatti capelli”. Betty X mi risponde subito: “Questa luce non è tua.”. Mi gela, rotolo in fondo alla sala. Il vento soffia attraverso le sua parole. Anche queste suonano come ulteriori notizie, notizie dal nulla. E’ strano qui dentro, ogni anno sempre più. Sto diventando strano anche io, sentendo notizie e notizie, dal nulla.

A questo punto esco, cerco di sfuggire alle notizie ed alle parole di Betty X. Giro dietro un altro angolo, vado in fondo ad un corridoio e li trovo il mio gigante di 100 piedi ed un solo occhio. E’ lui a chiedermi l’autografo; io lo firmo semplicemente con “Nessuno”, poi lo acceco con la mia penna e cerco rifugio nel mio cappotto di lana. Sto delirando, lo so, ne sono cosciente, forse non era neanche colpa sua. Ma di sicuro non è colpa mia, è quello che hanno messo nel mio bicchiere. Tutto ha assunto uno strano aspetto e metà della gente si è trasformata in maiali urlanti. L’altra metà sta cucinando. A questo punto non ne posso più. Sbotto, ho gridato “Lasciatemi andare via! Lasciatemi ad un palo!”, spingo con prepotenza. Comunque notizie, notizie, altre notizie dal nulla. Tutto sta diventando strano qui, ogni anno più strano. Altre notizie, altre notizie dal nulla.

Arriva una ragazza di colore, è svestita, incomincia liberamente (è questa forse la vera libertà) a danzare nella stanza mentre noi sembriamo dei pianeti che seguono traiettorie attorno a questo boogie-woogie lunare. L’ho subito battezzata la mia principessa della Nubia ed ho passato con lei i seguenti sette anni, desiderando sempre mia moglie. Ma prima o poi va tutto per il verso sbagliato, mi sono sentito come fossi arenato. Lei mi fissava nella tempesta, io giacevo sul pavimento. Le notizie continuano ad arrivare dal nulla. Notizie e notizie per non farti sentire solo e non verti venire voglia di andare dritto a casa. Per le altre notizie dal nulla lasciate semplicemente che io le ascolti.

E’ il momento di Elena, due enormi occhi neri, si è fatta una trasfusione di sangue di panda per evitare troppa confusione. Vorrei dirgli parole dolci ed amorevoli, ma una incontrollabile violenza mi scoppia dentro e si rifiuta di farlo; come se mi tagliasse tutti i circuiti. Elena si mette a urlare, si sta per estinguere come fosse un panda prima di voltarmi le spalle. Ed anche dopo di lei continuano ad arrivare notizie, notizie ed altre notizie dal nulla. Sta diventando strano qui, ogni anno più strano. Dai, arrivano altre notizie dal nulla, bene, benissimo!

Contro Denna ci sbatto proprio, quando appare bella cornice della porta. Do a lei, istintivamente, la colpa di tutti gli orrori successi a me. “Ogni volta che ti vedo, bambina, mi fai sentire completamente solo”, le dico ed inizio a piangere con la faccia sul suo vestito. Continuo a piangere anche dopo che lei se n’era andata a casa. Altre notizie dal nulla per non farti sentire solo, altre notizie dal nulla per non farti venire voglia di andare dritto a casa, altre notizie dal nulla per cercare di non pensare.

Le notizie che arrivano dal nulla sono un ottimo palliativo, un oppio necessario. Molto bene, non ti fanno sentire triste quando il sangue ti scorre fino ai piedi, quando pensi a tutto quello che fai oggi. Il domani è già obsoleto, colpa delle donne, della tecnologia, dei bambini. Tutto per non pensare e non farti sentire triste. Aspettate, arrivano altre notizie dal nulla, vado a sentirle, ciao.

WU

PS. Il mio solito, discutibile, contributo a questo pezzone (e questo altro delirio ve lo ricordate?).

PPSS. Come ormai sapete non amo parlare di politica, soprattutto della situazione attuale, per cercare di non contribuire a dargli spropositata importanza, ma un motivetto che mi risuona in mente vedendo il telegiornale è proprio questo; in particolare nella parte:

[…] it gets stranger every year
More news from nowhere […]

Lo reputo più che mai calzante…

Il fiume, li in fondo alla valle

Li, in fondo alla valle, l’unica cosa che ti insegnano è a fare e rifare quello che ha fatto tuo padre e suo padre prima di lui. Li, in fondo alla vale, sono nato. Non c’erano grandi emozioni li, in fondo alla valle.

Mary la conobbi al liceo. Avevamo diciassette anni e quello che facevamo era correre per i verdi pascoli, li, in fondo alla valle. Correvamo fino al fiume e li ci tuffavamo. Li, in fondo alla valle.

Poi, senza troppo coscienza, entusiasmo e senza capire neanche bene quello che facevo, misi incinta Mary. Sempre li, in fondo alla valle. Avevamo diciannove anni ricevetti una tessera del sindacato ed un vestito da cerimonia. Non c’erano fiori, abiti nuziali o cortei quel giorno, solo io, Mary e qualcun alto a municipio. Credo che dovevamo sposarci per via della gravidanza, ma non ne ero e non ne sono del tutto cosciente.

Non sapevamo bene cosa fare, ne avevamo molto entusiasmo di farlo. Tutto quello che sapevamo fare, per illuderci di festeggiare, era correre fino al fiume,li, in fondo alla valle. E tuffarci. Da allora queste corse e questi tuffi non sarebbero più stati gli stessi.

Anche il seguito della mia vita procedette senza troppi scossoni li, in fondo alla valle. Trovai un lavoro come muratore per la Johnstown Company li, in fondo alla valle. Poi la crisi economica, il lavoro che scarseggiava.

Ora non mi pare più nulla importante, tristezza e nostalgia hanno preso il posto delle timide evasioni giovanili. Tutto ciò che regolava la mia vita è svanito nel nulla. Mi comporto come se non ricordassi più nulla e Mary come se non le importasse più nulla.

Mi ricordo poche cose, nulla mi accende più, se mai mi ha infiammato, li, in fondo alla valle. Fra le poche cose che ricordo c’è il corpo bagnato ed abbronzato di Mary, giravamo insieme nell’auto di mio fratello. Per il resto ricordo poco: i bagni nel fiume o al laghetto artificiale, di notte mi avvicinavo a lei per sentire il suo respiro.

Ora tutti questi ricordi mi perseguitano quasi come una maledizione, mi lecco le ferite, mi cullo nei miei sonni irrealizzati, mi pare tutto una bugia… o ancora peggio. Scendo ancora al fiume, li in fondo alla valle.

Anche il fiume è asciutto. Il fiume che rappresentava la vita, la realizzazione, non la vita vuota li, in fondo alla valle.

WU

PS. Ovviamente sto parlando di questo. E non posso non pensare/suggerire di affiancare lo studio di questo testo (sono certo che dare un taglio più moderno e “rock” a certi concetti li fissa saldamente nella memoria, e non solo) al panta rhei di Eraclito sui banchi di scuola.

 

PPSS. Sto accarezzando l’idea di definire questo ciclo di deliri su venerabili testi come “traduzioni infedeli” o “traduzioni a bassa fedeltà”…

Ipnotica rapsodia

Vita reale? Fantasia? Mi sento incastrato, sotto una frana, travolto dalla realtà. Senza scampo, ma apri gli occhi. Alza lo sguardo, c’è il cielo sopra di te.

Sono un povero ragazzo, indolente, che si lascia trasportare e che soprattutto non vuole essere capito. Non ne ho bisogno. Qualunque cosa io dico e voi facciate il vento continua a soffiare, ed a me non importa.

Ah, mamma, quasi dimenticavo, ho appena ucciso un uomo. Pistola alla testa, baam, ed ora è morto. La vita, la verità è che mi sento perso, non so chiedere aiuto e spesso mi pare anche io non sia ascoltato. La vita era appena agli inizi, l’ho buttata via. Vediamo cos’altro possiamo fare. La cosa che mi affligge di più è farti piangere mamma. non farlo, va avanti come se nulla fosse successo.

Addio a tutti, devo andare. Devo lasciare questo scorcio di fantasia ed affrontare la dura realtà, la verità. Forse stò per morire, non voglio, vorrei non essere mai nato. E’ la mia richiesta di auto, il mio urlo. Mi pare lasciato inascoltato.

Sono solo un povero ragazzo, indolente, di povera famiglia. non mi sento voluto bene ne compreso. Lasciatemi solo andare. Mamma, lasciami andare. So che non lo farete, non volete farlo. Avete ciascuno i suoi buoni motivi, ma non mi state aiutando. Lasciatemi andare.

Pensate di potermi amare, odiare, sputare in un occhio o lapidare, ma vi sbagliate. Lasciatemi solo andare. Devo solo uscire dritto via da qui. Nulla più mi importa e niente veramente importa. Lo riuscite a capire? Il vento continua a soffiare indifferente, ed a me non importa.

WU

PS. Dopo aver divagato, rigorosamente a caso, su diversi “testi sacri” (tipotipo, tipo, tipo, tipo, etc.) non potevo far mancare questo alla mia personalissima collezione.

Devo anche dire che è un testo forse vittima del suo stesso successo (e dei recenti trionfi cinematografici), anche se ad un occhio leggerissimamente più attento il capolavoro non sfugge.

Lo spunto mi è stato dato da questo ipnotico video realizzato con Line Rider. Applicazione veramente simpatica (… per veri loiteringusers, insomma).

Il mondo come lo vorrei

Non moriremo più. L’ha scritto il giornale, vuoi che non sia vero? Pare che la scienza abbia finalmente risolto l’enigma è ci ha donato una (felicissima) vita eterna. Interessante, no? Beviamoci un caffè. I vecchi ubriaconi festeggiano nei bar sul lungomare, tu mi racconti dei tuoi problemi e di tua madre che da lassù ti giudica ancora come fosse qui. Io guardo un po’ tutto questo come uno sceneggiato televisivo.

Oggi mi sento sostanzialmente allineato a voi, e per questo quasi alienato, ma quando avevo vent’anni tutto era diverso. Mi sentivo diverso. Non sarei mai stato come voi… dicevo. Facciamo che do la colpa al vino, alla droga o a stronzate del genere. Sono sopravvissuto agli anni ottanta, novanta, duemila e duemiladieci; sono sopravvissuto a Cernobyl, ai Nirvana, Playmobil, Bin Laden e la Serie B

Una notizia, buona anche se falsa, fa il giro del mondo e riecheggia in ogni dove. E’ grazie ad internet, i social, i grandi grand, la new economy. Abbiamo fatto diventare realtà i nostri sogni, o ci illudiamo di averlo fatto. Il per sempre diventa reale e i bugiardi ringraziano.

Hai un minuto? Ti canterei il mondo come lo vorrei.

La mia giovane madre non lavora, l’ha sostituita un’amica. Anche mio padre è una donna, ma poco mi importa; in fondo ho altri nove fratelli e sette sorelle a cui badare o dai quali esser badato. E’ innamorata, mi chiama per dirmi che si è sposata. La democrazia è stata abolita, la libertà di stampa già da tanto. Tant’è che il mio amico scrittore, incrociati fogli e penne, mi chiama per andarci a bere un mojito, ma non è impazzito.

E poi il mondo è cambiato fin nelle sua ossa. A natale fa caldo e guardiamo le stelle. Suoniamo concerti fino a cent’anni. Compriamo case tutte in contanti (e non voglio dire come li ho racimolati, meglio togliermeli dai piedi). Fumo almeno tre pacchetti al giorno. Le mie ex mi invitano quando fanno l’amore. Mangio solo frittura e non verdura. Parlo più lingue di quelle che uso ed un fantastico cellulare che non mi serve a nulla.

Ed il tutto… senza rimpianti, senza rimpianti

Hai un minuto? Ti canterei il mondo come lo vorrei.

Bevo e mi sveglio tranquillamente

WU

PS. Balzati ora alle ribalte della cronaca (in fondo Sanremo è questo più che altro) sono un gruppo attivo su piazza da anni ed hanno prodotto pezzi, come quello qui liberamente storpiato, degni di essere ascoltati. Nel caso particolare correva l’anno 2018.

Ottocento finzioni

Fuori moda, fuori tempo, fuori luogo. In un’epoca in cui l’odore è quello dei motori della rivoluzione industriale. I valori sono quelli della (bassa?) borghesia, le aspirazioni quelle della nobiltà.

Perché, perché c’è gente che non apprezza il capitalismo in quest’epoca di rivoluzione. Perché la gente non vuole ricchezza e nobiltà. Ma che tempi sono questi?! Che qualcuno mi canti astio e malcontento di chi si oppone a tutto questo. Eppure è proprio questo motore maleodorante della rivoluzione industriale che ci porta avanti tutti (anzi… quasi tutti quanti; i cantanti sono contestatori quasi per definizione) fra soldi e cielo blu.

Ed anche tu, figlia mia. Merce di scambio per la mia ricchezza e la mia affermazione sociale. Sei quasi matura, neanche fossi uno degli ortaggi del io orto. Ed io non vedo l’ora di utilizzarti, scambiarti.

Tu invece, figlio mio: sei il maschio. Bello, aitante, forte, benestante ed abile sia negli affari che con le donne… anche se dovessero esser stuprate in corsa so che ne sei all’altezza. Che questo sia vero o meno non mi importa; deve essere cosi; altrimenti come faccio io ad essere considerato nobile?

Moglie, moglie mia. Tu devi essere l’emblema della nostra aspirazione nobiliare. Come tale devi riempirti di fronzoli ed anticaglie (niccoli anche di cattivo gusto purché abbondanti). Devi dar sfogo alle tue voglie per dimostrare il tuo benessere. Compra pure le tue sciccherie inutili. 1500 scatole luccicanti e piene di nulla ti sono sufficienti? Ostentiamo vacua opulenza. Ecco tutto.

E vendiamoci, appariamo. Siamo tutti, compresi i nostri corpi, poco più che merci di scambio. Meraviglie da barattare per l’ascesa sociale in quest’epoca di rivoluzioni meccaniche. Fra valvole e pistoni mettiamo sul banco anche i nostri fegati e polmoni; figlie da sposar e tutte le cazzate che vi possano venir in mente (… le triglie del mar non fanno eccezione).

Come è stato possibile, figlio mio, che ti sia toccata una fine così ingloriosa? Dove ho sbagliato, se ho sbagliato? Quale intruglio ti ha gettato nel Naviglio? Che morte di bassa qualità, da coniglio. Come faccio a coprire questo neo? Non mi importa di te, ma del fatto che questa fine rovini la mia immagine; mi importa dell’onta che getti sulla nostra famiglia. Mi hai ferito per questo… eppure ti trattavo come un figlio.

Domani andrà meglio. Mangeremo e faremo vedere che abbiamo cibo in abbondanza. Anche la morte di un figlio si supererà fra cazzate varie, un bel matrimonio, un pasto abbondante. Non credo ci siano differenza di valori fra il dover superare una digestione impegnativa e la morte di un figlio. Almeno non per noi (aspiranti) nobili.

Tutta una vita di finzioni in una borghesia non nobile che è ormai anestetizzata dalla mancanza di valori morali ed abbocca ad ogni triglia che nuota fra contanti, valvole, pistoni, fegati e polmoni.

WU

PS. Ritratto impietoso egregiamente vestito a festa.

Il nostro porto di attracco non dà segno di sé

Non ne posso più. Fra cocktail e pistole, scelte di circostanza, cosa bere e come farsi vedere. Non ne posso più.

Sto attraversando questo canale che sembra non finire mai. Sono circondato da trafficanti e rifugiati, siamo un po’ ai confini del mondo; anzi, dove abbiamo cambiato i confini del mondo. E la cosa si vede anche nell’umanità che vi abbiamo messo dentro.

Vento appena a nove nodi, questa traversata durerà molto. Siamo come un punto fermo nel mare. Odore di nafta da nascondere. Ma su questo siamo preparati, fra odore di tè ed erba (buona da queste parti) da fumare. Inganniamo l’attesa del nostro porto d’attracco che per il momento si nega alla nostra vista; altro tè, signori?

Mi ricordo che tutto iniziò a Londra, la compagnia era contenta di mandare questo giovane comandante per mare. E lo credo bene, mica a tutti conviene mandare esplosivo ai fuoriusciti. Ed ora sono qui, in questa galera, per mare, cercando un porto che si nega alla vista, circondato da trafficanti e rifugiati. Non ne posso più. Signori, ancora del tè?

La francese si sente sola, l’ambasciata portoricana continua a ballare. Non ne posso più. Li vedo agitarsi su questa polveriera; aspettano tutti un porto che si nega ancora in questa eterna traversata. Tè? Pina colada? Coca-cola?

Non ne posso più.

WU

PS. Liberamente stroppiando, come da tradizione, questo capolavoro.

Ma mamaçita, Panama dove è? (girovagando per la rete mi pare di aver capito che “mamaçita” è una sorta di appellativo colloquiale per dire “bella gnocca”… 😀 )

PPSS. Ma voi (che ci capite, non di certo come me…) con che genere musicale etichettereste questa canzone? Prima che me lo chiediate: no, non è necessario assegnargli un’etichetta; è solo per imparare qualcosa.