Silbervogel

Uccello d’argento, che potrebbe benissimo essere il nome di un Cavaliere dello Zodiaco, invece si tratta di un progetto bellico tedesco decisamente avveniristico per la sua epoca (e sotto molti tratti ancora oggi…).

Un così detto “bombardiere antipodale” che aveva come suo tratto distintivo quello di combinare l’utilizzo di un motore a razzo e di una forma portante (stile aereo); praticamente lo stesso connubio che è alla base degli svariati progetti degli “spazioplani”, da quelli più storici (X-20, Space Shuttle) a quelli più avveniristici (qui la lista sarebbe lunga…).

L’uccello d’argento era una specie di mega-proiettile di circa 10 tonnellate, 30 metri e 15 metri di larghezza alare. Era progettato per “rimbalzare sull’atmosfera” e grazie a questo principio raggiungere enormi distanze. Veniva lanciato lungo una slitta di 3 km sui quali un carrello (spinto da 12 razzi stile V2) lo accelerava fino a 1900 km/h, velocità sufficiente a generare portanza nelle sue ali e quindi decollare. Praticamente un decollo assistito che però lo sollevava dall’onere di portarsi dietro il propellente ed i booster per accelerare (come faceva, invece, lo Shuttle).

Dopo il lancio e l’ascesa in atmosfera, Silbervogel raggiungeva (beh, avrebbe dovuto raggiungere) una quota di circa 145 km grazie all’utilizzo del proprio motore che lo avrebbe spinto fino ad oltre 22000 km/h. Una volta raggiunta questa quota, il velivolo sarebbe naturalmente rientrato fino a scendere sino alla stratosfera, circa 40 km di quota, ove la maggiore densità dell’aria avrebbe generato una portanza sulla pancia piatta dell’ “aereo” tale da avergli fatto riprendere quota e quindi ripetere il processo.

Il velivolo poteva volare (secondo i calcoli) fra i 19000 ed i 24000 km; poteva attraversare l’oceano atlantico equipaggiato di una bella bomba e poteva, una volta sganciata, “rimbalzare” fino ad atterrare in un “porto sicuro” (la faccio più semplice: lanciato dalla Germania, l’uccellaccio volava fino agli Stati Uniti ben equipaggiato della sua atomica – che comunque i tedeschi non avevano -, rilasciava il suo prezioso carico su una città a sua scelta, e se ne “rimbalzava” fino al Giappone dove avrebbe potuto atterrare).

Il progetto non lasciò mai la galleria del vento (praticamente un prototipino davanti un ventilatore) e fu chiuso a causa dei suoi costi (cosa effettivamente non comune nella dotazione finanziaria degli anni delle guerre mondiali). Da un certo punto di vista fu un bene (oltre, evidentemente, che per il fatto che non abbiamo sganciato bombe nucleari sugli Stati Uniti), dato che (in base alle analisi svolte nel dopoguerra) le temperature raggiunte per via dell’attrito dall’aereo erano state abbondantemente sottostimato e l’aereo si sarebbe sciolto per i materiali di cui era fatto (non a caso lo Space Shuttle fu poi dotato di degli scudi termici…).

I suoi inventori (Sänger e Bredt) passarono da un governo all’altro dopo la fine della guerra, dovettero subire le classiche iniziative della guerra fredda (rapimento?), ma alla fine il Silbervogel non vide mai la luce. Il suo lascito confluì nel progetto (americano, questa volta) del X-20 Dyna-Soar in cui la Boing voleva fare sostanzialmente una copia dell’uccello di argento. Anche in questo caso il progetto non vide mai la luce (660 milioni spesi fra il 1957 ed il 1963), ma molte delle tecniche e tecnologie sviluppate confluirono nella progettazione dello Shuttle.

Oggi l’Europa sta provando a fare qualcosa di vagamente simile con XIV e con lo Space Rider; gli scopi sono assolutamente non bellici (anche se l’utilizzo duale della tecnologia aiuta, diciamo così, il reperimento di fondi): dall’idea di andare a bombardare qualcuno siamo passati all’idea di avere uno “spazioplano” (che richiede, evidentemente, uno spazioporto) per portare turisti (ben paganti) nello spazio. Le basi della “new space economy” (qualunque cosa sia) partono da lontano, lontanissimo… quelle tecniche, sia chiaro.

WU

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Zampette ad origami per razzi spaziali

Tutte quelle attività che sono un po’ un misto fra scienza ed arte esercitano su di me un discreto fascino. Si, tipo usare l’arte degli origami per migliorare le nostre capacità di rientro dallo spazio.

Sembra un po’ una barzelletta (e dal punto di vista di maturità della tecnologia un po’ lo è effettivamente), ma l’idea di provare ad usare una specie di “zampette retrattili” piegate ad origami per costruire sistemi di atterraggio dei razzi riutilizzabili e ridurre gli effetti dell’impatto con il suolo è decisamente saporita. Per me, ovvio 🙂 .

Come sapete tutti gli ultimi lanciatori sono progettati per essere riutilizzabili (Falcon 9, New Shepard, etc.) la cosa migliora sostanzialmente il costo delle missioni (certo, pone sfide tecnologiche non da poco, è inefficiente dal punto di vista della gestione del propellente, ma dinanzi a Dio Denaro…). Lanciatori spaziali di questo tipo non “muoiono” con un singolo lancio, ma la loro vita utile continua grazie al rientro a terra controllato. Tale rientro è reso possibile da motori frenanti e da quattro strutture retrattili. Questi ultimi sono praticamente quattro gambe robotiche che si aprono a pochi metri dalla superficie terreste e consentono allo stadio del lanciatore di atterrare dolcemente in piedi (… quando tutto va bene, ovvio).

Il rientro è una fase molto delicata (ed anche molto suggestiva c’è da dire) di tutta la missione. Minimi errori significano la perdita del razzo (certo, il suo carico utile è stato ormai rilasciato, ma la voglia di riusarlo è tantissima…). Ricerche sui sistemi di “landing” abbondano e tra queste spicca quella dell’università di Washington che sta proponendo un sistema in grado di assorbire gran parte della forte compressione dovuta all’atterraggio di questi bestioni. Come fare ad attutire il colpo? Beh, usando gli origami, ovviamente (è esattamente il genere di “pensiero trasversale” che mi affascina).

Un “metamateriale” piegato a forma di origami consente di star chiuso durante le fasi di ascesa, essere dispiegato per l’atterraggio e comprimersi per assorbire l’impatto con il suolo. E che vogliamo di più? Ah, forse il fatto che sono assolutamente modulari e che basta replicare a piacere una sezione per avere zampe più o meno lunghe, robuste ed assorbenti. Sono celle unitarie che, a seconda di come sono progettate, sono in grado di dar vita a zampe modulari ed, almeno in teoria, a basso costo.

Per il momento siamo all’idea (che è poco per vedere impiegata la tecnologia sul prossimo lanciatore, ma è lo sforzo visionario più grande). I prototipi creati sono fatti effettivamente di carta: dopo aver disegnato e costruito uno stampo di carta, i ricercatori hanno tratteggiato le piegature necessarie (il trucco è tutto li…) e poi hanno creato una unità seguendo queste piegature.

OrigamiAtterraggio.png

La forma di queste strutture è tendenzialmente cilindrica in cui la cella unitaria si ripete formando una catena (venti celle, per il momento). Le strutture così create sono state quindi provate al fine di valutare la loro capacità di attutire e smorzare i colpi ricevuti.

Il risultato? La forza esercitata ad un capo della catena ha prodotto una compressione che è stata assorbita dalle varie celle e che non ha mai raggiunto l’altro capo della catena. Cioè la parte dell’arto meccanico che sul razzo tocca la superficie terrestre non ha esercitato alcuna pressione sulla struttura del razzo (idealmente). Pare che la compressione ed il successivo recupero della forma originaria delle celle crei una forza diretta verso il suolo che si propaga lungo la catena facendo in modo che le ultime celle non sentano forze di compressione.

A parte l’utilizzo per cui è stato pensato (e che non vedo prossimo alla realizzazione…) il problema di attutire un urto è decisamente comune; strutture ripiegate pare offrano un’egregia soluzione. Ve lo immaginate un telaio di bicicletta fatto ad origami? Oppure il cruscotto della macchina? O ancora un guardrail? Bell’esempio di trasferimento tecnologico (si, anche se la tecnologia non esiste quanto tale per il momento mi diletto a trasferire l’idea)

WU

PS. D’altra parte basta copiare (tipo dai coleotteri), no?

Le dodici impronte (sulla luna)

Se vi chiedessi chi era Neil Armstrong sono certo che la maggior parte saprebbe almeno dire che centra qualcosa con la luna. In un modo o nell’altro il primo allunaggio umano è entrato nella storia, nell’immaginario collettivo, nella nostra conoscenza, un po’ nel nostro DNA.

Neil tuttavia fu solo (fortunatamente) il primo essere umano a metter piede sulla luna, ma non l’unico. Prima che il programma Apollo fosse chiuso altre undici persone ebbero l’onore di calpestare il suolo del nostro satellite (per chi crede che sia tutta una messa in scena possiamo dire che in quel fanta-studio di registrazione entrarono almeno dodici persone).

Era il 20 Luglio 1969 quando due astronauti misero per la prima volta piede sulla luna. Neil fu il primo, Edwin Aldrin il secondo che arrivò “tardi”, ovvero solo/ben diciannove minuti dopo il collega. Un tempo evidentemente sufficiente affinché la storia lo ricordasse, ma molto meno la cultura collettiva. Per non parlare delle successive dieci persone. Meritano, tutte, se non altro un breve richiamo in questo blog (di certo molto di più). La mia nota (personalmente triste) è nel seguito che, chi di questi astronauti ancora fra noi, ha dato alla sua vita dato che diversi di loro si sono pagati da vivere dopo le loro imprese girando per raccontarle, pubblicando libri, vendendo apparizioni e cose del genere (…l’ho sempre trovato un po’ triste, ma d’altra parte il business è business e la luna non fa eccezione…):

  • Neil Armstrong (Apollo 11): “un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”. Sicuramente incarna il mito dell’uomo sulla luna.
  • Edwin Aldrin (Apollo 11): fu il secondo uomo a toccare il suolo lunare. Questo esser secondo determinò la sua “fama” ed anche la sua vita, fu infatti colpito da depressione forse proprio perché voleva esser lui il primo esser umano ad allunare. E’ ancor oggi uno dei più grandi fautori del ritorno alla luna come trampolino per Marte.
  • Pete Conrad (Apollo 12): volò sulla Gemini-5 e poi Gemini-11. Allunò con la missione Apollo 12 ed era stato già selezionato per la missione Apollo 20, poi cancellata. Parodizzò Armstrong nella sua citazione scendendo dalla scaletta: “Whoopie! Man, that may have been a small one for Neil, but that’s a long one for me”. Frase che ironizzava sulla sua piccola statura ed in qualche modo “scommessa” con la Fallaci. Un incidente motociclistico lo ha portato via.
  • Alan Bean (Apollo 12): quarto uomo a camminare sulla luna, passeggiò assieme a Conrad. Fu lui a prendersi l’ingrato compito di attivare il generatore nucleare che alimentava i vari esperimenti sulla superficie lunare. Dopo la luna volò sullo Skylab prima di arrivare a fare quello che veramente voleva nella vita: il pittore. Dipinse parecchi quadri, guarda caso quasi tutti con soggetto lunare… Passato a miglior vita lo scorso anno.
  • Alan Shepard (Apollo 14): il primo a salire sulla capsula Mercury ed il primo a testarla nello spazio. Lottò a lungo con il suo stato di salute che voleva allontanarlo dallo spazio, vincendo. Era anche a capo di una sua società e ci è stato portato via da una leucemia.
  • Edgard Mitchell (Apollo 14): dalla facoltà di economia aziendale a pilota della marina. Volò sulla luna assieme a Shepard pilotando il LEM. Sostenne di aver provato un’esperienza mistica sulla luna ed infatti fondò al suo rientro (lasciando ed essendo allontanato prontamente dalla Nasa) un istituto di scienze neotiche. Ufologo convinto ci ha lasciato nel 2016.
  • David Scott (Apollo 15): volò prima sulla Gemini assieme a Neil Armstrong e poi collaudò il LEM (modulo di allunaggio) attorno alla terra. Conosceva certamente bene la “nostra” navetta tanto da esser comandante della missione Apollo 15 ed ebbe l’onore di metter piede sulla luna. Condusse sulla luna “l’esperimento di Galileo”: fece cadere una piuma ed un martello che in assenza di atmosfera toccarono terra (luna, pardon) nello stesso momento.
  • James Irwin (Apollo 15): pilota del LEM ed ottavo uomo a metter piede sulla luna. Assieme a Scott si muoveva sul rover elettrico lunare, come navigatore. Rientrato a terra abbandonò la Nasa e divenne (badate bene) predicatore biblico. Testimoniò la sua fede a bordo di una roulotte in giro per gli Stati Uniti e cercò in lungo e largo l’Arca di Noè in Turchia. Stroncato da un infarto (quando si dice il destino…).
  • John Young (Apollo 16): a bordo di due navicelle Gemini e due volte sulla Luna: la prima volta con la missione Apollo 10, senza allunaggio, e poi con l’Apollo 16, da comandante. Comandò in seguito il primo volo dello Space Shuttle e poi a missione STS-9. E’ morto lo scorso anno.
  • Charles Duke (Apollo 16): era quello che teneva il collegamento a terra durante l’allunaggio di Armstrong. Allunò con il LEM e comandò il rover elettrico, stabilendo il record di velocità (27 km/hr) sulla luna. Lasciò come “ricordino” sulla luna una foto di tutta la sua famiglia.
  • Eugene Cernan (Apollo 17): terzo uomo al mondo a compiere una passeggiata spaziale uscendo dalla Gemini-9. Provò lo sbarco, senza allunaggio, già com la missione Apollo 10 e poi comandò la missione Apollo 17 che lo vide effettivamente calpestare il suolo lunare… l’ultima missione che ci portò sulla luna (finora).
  • Harrison Schmitt (Apollo 17): geologo lunare che addestrò molti degli astronauti che hanno calpestato il suolo lunare. Mise piede sulla luna in quanto rappresentate della comunità scientifica (che fece pressione affinché non fossero solo piloti o ingegneri a metter piede sulla luna). Allunò con Cernan. Dopo la spedizione si dedicò alla politica, occupazione ancora attuale dato che nel 2017 era con Trump a firmare l’ordine per ritornare (per restare ?) sulla Luna.

… tanto per ricordarcelo in attesa della prossima missione umana sulla luna (beh, se ne parla tanto, almeno sappiamo da dove partiamo). Mi suona un po’ come riscoprire l’acqua calda (che in questo caso non costa poco), ma che sono certo darà nuova benzina all’esplorazione umana dello spazio.

Decenni di ISS ci hanno un po’ “illuso” di andare nello spazio anche se non abbiamo fatto altro che rimanere sull’uscio di casa. Atterrare sulla luna, con un essere umano, riportarlo a casa, sano e salvo ci ri-metteranno davanti ad alcune sfide tecnologiche (ed economiche) che dagli ultimi allunaggi in poi abbiamo ignorato, ma che sono forse gli ostacoli più grandi se su Marte ci vogliamo un giorno veramente andare e non solo dire di farlo (ovviamente gli studi cinematografici sono fuori dalla faccenda…).

WU

ISS for rent

Raccattare soldi a destra ed a manca è diventato, inequivocabilmente, il talento del nuovo millennio.

Non fa eccezione nessuno: dai singoli alle aziende, dalle corporazioni agli enti di stato, dagli stati stessi alle agenzie spaziali (manca solo che mi metta io con il cappellino all’angolo della strada, praticamente).

Il punto di partenza, a parte i notevoli pregressi Russi (un paio di aneddoti nel PS) è stato (IMHO) che dall’Aprile 2018 a guidare in pratica la NASA e le sue decisioni è stato un non-scienziato. Non che sia un male, ma ovviamente il timone segue il suo capitano ed il politico Jim Bridenstine ha effettivamente dato alla NASA un taglio diverso da quanto si era visto in passato.

La chiusura del programma Shuttle ed il blocco di ulteriori sviluppi dell’agenzia in tema di lanciatori con equipaggio umano hanno aperto il via libera la mercato dei privati. I programmi di collaborazione con enti privati (e non stiamo parlando del peracottaio sotto casa) ha poi incluso anche l’invio di merci presso la ISS.

Il turismo spaziale è alle porte, autorizzazioni a mega-costellazioni di satelliti per scopi privati (tipo portare internet in giro per il globo) fioccano. Insomma, l’era è evidentemente cambiata ed il nostro non-scienziato lo sa (ed in parte ne è proprio l’artefice).

Jim Bridenstine, ad Agosto 2018 (quindi effettivamente pochissimo dopo il suo formale arruolamento, non ha perso tempo!) propone, per la prima volta dalla nascita della NASA per quanto ne so, l’inserimento della sponsorizzazione nei programmi spaziali.

Fra il dire ed il fare c’è ovviamente un baratro, dato che mettere dentro enti privati, verosimilmente avulsi dal contesto spaziale, come finanziatori rischia a buon titolo e nostro malgrado di veder perdere il prestigio, l’importanza, la valenza scientifica e tecnologica di una agenzia spaziale. Come dire “pago io, fai quello che dico io.”. Insomma, un po’ il solito rischio della privatizzazione…

Il tornaconto è ovviamente sovvenzionare la casse dell’agenzia (d’altra parte hanno detto che vogliono tornare sulla Luna, i soldi da qualche parte dovranno pur prenderli, no?), integrare il budget federale, creare liquidità e, magari ce ne fosse bisogno, contribuire a diffondere il marchio NASA non solo sulle navicelle spaziali…

In questi giorni (dato che le cose oltreoceano procedono ad una velocità che nel vecchio continente non riusciamo neanche a concepire…) la NASA annuncia ufficialmente l’apertura della ISS a nuove possibilità commerciali ed all’utilizzo (tenetevi forte) da parte di astronauti privati.

Possiamo sicuramente notare che le restrizioni attese saranno molto severe (voglio vedere con quanta facilità un cosmonauta privato russo, cinese o koreano metterà piede li dentro) ma la apertura, o la virata, dello spazio verso il business provato si sta effettivamente compiendo.

Non tutte le attività commerciali pare saranno permesse, ma solo quelle che dimostrano di avere una qualche correlazione con le missioni NASA, oppure quelle che richiedono necessariamente un ambiente spaziale (e.g. microgravità) per essere svolte. Priorità sarà data a quelle che hanno potenziali ricadute sull’economia terrestre. Bene.

Le attività non dovranno essere invasive, intralciare con le normali mansioni degli astronauti, non dovranno richiedere il loro supporto per più di una novantina di ore, non potranno durare più di trenta giorni, pesare più di 175kg e via così, con cose del genere.

Si parla di attività di qualche milione di dollari per il lancio e poi di qualche decina di migliaia di dollari al giorno per la permanenza a bordo e l’uso di risorse della stazione (praticamente la NASA fa pagare l’allaccio all’aria, acqua, i bagni, le telefonate a terra e via dicendo). Con tanto di tariffario, stile barbiere:

TariffarioNASA.png

Additionally, using the space station’s facilities will be incredibly expensive. It’ll cost $11,250 per astronaut per day to use the life support systems and toilet and $22,500 per day for all necessary crew supplies, like food, air, medical supplies, and more. Even power will cost $42 per kilowatt-hour. Ultimately, one night’s stay would be about $35,000 for one person

Ovviamente non alla portata del singolo, ma di multinazionali in grado di pagare queste cifre per andare lassù a fare i propri sviluppi sono certo ce ne sono in abbondanza.

La così detta “new space economy” sta esplodendo in tante forme, anche un carrozzone federale tipo la NASA ce la fa (a modo suo) a stare al passo. Ho la tremendo impressione che il concetto di “grande e costosissima missione spaziale scientifica pagata interamente dal/dai governo/i” a cui siamo ancora intimamente abbarbicati nel vecchio continente (e l’Italia non fa certo eccezione, anzi…) sarà più difficile da radicare di quanto non sarà vedere il logo Mc Donald (un nome a caso) troneggiare sul prossimo lanciatore.

WU

PS. Un paio di aneddoti che vale la pena ricorda circa maldestri passati tentativi di monetizzare la attività spaziali.

Era il 1997 quando a bordo della MIR si dovette interrompere la manutenzione di un generatore dell’ossigeno per girare uno spot commerciale per una multinazionale del latte israeliana…

Oppure quando, con una ISS appena nata, un accordo con l’agenzia spaziale russa permise a Dennis Tito (ricco imprenditore, caso mai ci fosse da dirlo) di salire a bordo di una Sojuz e diventare de-facto il primo turista spaziale della storia.

 

 

 

 

 

Colpo di fulmine

Uno di quegli scatti che valgono una carriera (beh, almeno secondo me che non mi sfamo facendo foto… e ad ogni modo lo scatto è “semplicemente” un fotogramma di un video “standard” che si fa durante il lancio di vettori spaziali…). Ad ogni modo lo scatto (reale!) ritrae un evento raro, ma non unico.

Il lanciatore Soyuz 2-1b, durante il suo ultimo lancio del 27 Maggio 2019 (alle 06:23 UTC, se proprio volete essere precisi), è stato colpito da un fulmine. La missione prevedeva di portare in orbita il satellite Glonass-M, della costellazione russa che fornisce servizi di navigazione a supporto dei sistemi militari e civili.

Durante la sua ascesa il missile (si, per scopi pacifici, ma di fatto è di questo che stiamo parlando) ha intercettato ed attirato verso la sua struttura metallica un fulmine formatosi in una vicina tempesta. Siamo nei pressi della base di Plesetsk, a circa 800 chilometri a nord di Mosca.

La piacevole sorpresa è che l’evento, a parte la suggestione, non ha avuto assolutamente nessuna conseguenza. Il vettore ha rilasciato correttamente, dopo circa 3.5 ore dal lancio, il suo prezioso carico in orbita. Subito dopo, ovviamente preoccupati per la salute del satellite, il centro di controllo missione ha cercato di stabilire un primo contatto con il Glonass-M e… magia delle magie, la telemetria si è dimostrata stabile e nominale per tutti i sistemi di bordo.

Tutto secondo copione, insomma. D’altra parte non è certo la prima volta che un fulmine colpisca un razzo durante il lancio. Uno dei più famosi “incidenti” in questo senso ci riporta all’era Apollo.

Il 14 novembre del 1969, il razzo Saturn V (NASA, siamo in America questa volta) stava lanciando l’Apollo 12 con a bordo tre astronauti, destinazione Luna. Durante la fase di ascesa il tempo era molto nuvoloso, ma non vi erano temporali in corso, ciononostante il Saturn fu colpito da ben due (e la miseria!) fulmini durante la fase di ascesa. Questa volta qualche ripercussione ci fu (ed immaginate facilmente lo spavento per l’equipaggio) dato che il fenomeno mise temporaneamente fuori gioco alcune strumentazioni del vettore.

Anche in questo caso, comunque, tutto si risolse per il meglio e gli astronauti allunarono secondo copione. Ovviamente procedure e strutture “anti-fulmini” furono raffinate dall’epoca fino ad arrivare alla nostra recente Soyouz a cui, evidentemente, un fulmine non fa ne caldo ne freddo (è proprio il caso di dirlo…).

Il fulmine non è un ostacolo per te!” ha scritto nel suo immancabile Tweet il direttore generale dell’Agenzia Spaziale Russa, Roscosmos. C’è da esserne fieri, non c’è che dire… ed affascinati.

WU

PS. “Il fulmine governa ogni cosa” diceva Eraclito, che evidentemente non conosceva la Soyuz 🙂 .

Due mesi allettati e retribuiti

Sono certo che per molti sarebbe il lavoro dei sogni. Ed in parte la dicitura è decisamente calzante… nel senso che essere pagati per stare due mesi a letto qualche pisolino lo si potrà pur schiacciare, no!?

La NASA ed il DLR (agenzia spaziale tedesca) stanno collaborando ad un esperimento che ha come scopo quello di capire cosa succede quando il nostro corpo è esposto a prolungata assenza di gravità ed immobilismo. Praticamente come ci dovremmo equipaggiare per i prossimi (?) voli verso Marte ed oltre…

Lo studio “long-term bed-rest study” cerca 24 candidati per … stare a letto due mesi. Letteralmente. Mai scendere da un lettino progettato ad hoc sul quale i volontari dovranno… vivere: mangiare, vestirsi, allenarsi, lavarsi, etc. sempre stando stesi su un lettino singolo.

Inoltre, per facilitare l’afflusso di sangue al cervello i lettini non sono perfettamente orizzontali, ma con la testa leggermente inclinata verso il basso (scomodissimo!) per facilitare l’afflusso di sangue al cervello.

BedExperiment.png

I volontari saranno inoltre divisi in due gruppi: il primo “fermo” ed il secondo collocato in una speciale centrifuga (la Short-Arm Human Centrifuge -forse la parte più innovativa dell’esperimento-) che ruoterà per simulare una gravità artificiale che dovrebbe aiutare a far scorrere il sangue per tutto il corpo.

Età richiesta fra i 24 ed i 55 anni, inizio previsto per il “riposo” Dicembre 2019 a Colonia (DLR Institute of Aerospace Medicine) e lingua tedesca obbligatoria. Ah, la retribuzione è di 19.000$!

In realtà un esperimento del genere è stato già fatto nel 2017 (… oltre tutti i test “ridotti” condotti dagli astronauti sulla ISS) solamente dalla NASA (11 volontari sdraiati per 60 giorni) e pare che l’esito sia stato che è molto più facile del previsto per il corpo adattarsi a questo prolungato immobilismo di quanto possiamo aspettarci.

Chissà se la cosa varrà anche quando saremo richiusi in pochi metri quadrati a milioni di chilometri dalla terra con fuori solo il vuoto cosmico. Rimango dell’idea che le implicazioni psicologiche su questo genere di studi sia fondamentale (come d’altra parte lo è, IMHO, per “guarire” o “ammalarsi” a terra, in condizioni normali) e queste simulazioni colgono solo parzialmente i processi mente-corpo che determinano il successo o meno dell’esperimento (e della nostra capacità di colonizzare lo spazio, ma questo va da se, è un problema di la da venire…).

WU

Gagarin: insaccato spaziale

La pubblicità è l’anima del commercio. E questa è cosa ben nota, ma devo dire che anche il modo di fare pubblicità ha il suo peso. Se le operazioni di marketing non evolvono con gli anni si rischia di fare più male che bene (ve la immaginate oggi una pubblicità tipo quella del “Pennello Grande” 😀 ?).

Ad ogni modo, credo che il marketing 4.0 (non mi chiedete perché siamo arrivati a questo numero) lo abbiano capito benissimo anche in ambiti tradizionalmente più conservativi. Tipo il vostro salumaio.

Gagarin è stato, infatti, il primo… salame nello spazio. In occasione della festa del salame di Cremona che si terrà a fine mese, è stato lanciato per la prima volta nello spazio un bel tagliere con tanto di fette di salame.

Il salame ed il suo tagliere è stato attaccato ad un pallone aerostatico riempito con quattro metri cubi di elio puro che lo ha trasportato fino a circa 28 chilometri di quota. Gagarin ha praticamente raggiunto la mesosfera… ed una temperatura di – 54°C. In realtà il carico utile del pallone era il tagliere ed un set di telecamere e GPS che oltre ad avere un ovvio utilizzo tecnico servivano anche per bilanciare il peso del salme e far salire verticalmente “il carico utile”.

Quattro ore di volo nello spazio profondo prima che il salame rientrasse a terra, paracadutato in aperta campagna dove il team che ha curato il lancio lo ha recuperato.

Gagarin finirà la sua esistenza in una teca alla mostra del salme ammirato da curiosi e passanti come il primo salame spaziale. Dubito che sarà mangiato. Il fatto che si parli anche qui di questo lancio è la prova che l’operazione di marketing ha funzionato.

WU

PS. La rete è invasa di link (che assumo saranno presto outdatati), che quindi evito accuratamente di inserire.

La misteriosa Zuma

Cosa sappiamo (praticamente niente):

– partita da Cape Canaveral alle 10.15 pm ET lo scorso 07.01.18 dopo un ritardo di circa un mese legato ad un problema del lanciatore e non al satellite.
– lanciata con un vettore SpaceX, il Falcon 9. Quello con il primo stadio riutilizzabile, per intenderci, che è prontamente tornato a terra, con successo.
– che tutta la fase di lancio è andata per il meglio ed il satellite si è separato dal primo stadio del lanciatore diretto verso l’orbita (bassa) richiesta.

That would have placed Zuma, which appears headed for a similar orbit inclined about 50 degrees relative to the equator, according to publicly available information, close to USA 276 once in orbit. Observations post-launch will attempt to confirm if Zuma performs an orbital dance with USA 276, the ISS, or both.

– il committente è il governo americano (più precisamente la difesa) e il satellite è stato realizzata dalla Northrop Grumman (NG).

Il tutto fantasticamente riassunto in un vuoto presskit, qui.

Cosa NON sappiamo (praticamente tutto):

– il carico a bordo del satellite
– lo scopo della missione
– la vita operativa ed i dettagli dell’orbita
– come sono stati usati i soldi dei contribuenti e se in qualche modo la sonda è interessata anche alle “attività d’oltre oceano”
– chi sarà incaricato di gestire (e deorbitare?) il satellite
– cosa ci vola sopra la testa… praticamente tutto.

L’alea di mistero aumenta, come nella natura umana, l’idea di complottismo che la missione ci da. Il fatto che ci sia dietro la Difesa US sembra un setting prefetto per qualche X-files versione 2018, ma a parte la nostra innata propensione al mistero rimane il fatto che di Zuma sapremo (forse) le gesta solo a posteriori.

PS. E, a dirla tutta, non è (ovviamente) la prima volta. La terza per Space X, anche se in questo caso il livello di segretezza è decisamente superiore ai precedenti…

SpaceX has two national-security launches under its belt, and in both cases basic details about the mission were announced. One flight, in May 2017, lofted a satellite for the National Reconnaissance Office, which builds and operates the nation’s fleet of spy satellites. The other, which launched in September, launched the robotic X-37B space plane for the U.S. Air Force

PPSS @ 09.01.18. Ed il mistero continua… Sembra infatti che il satellite non abbia mai raggiunto l’orbita obiettivo. Anzi, il satellite pare, come nelle migliori spy story, essere letteralmente scomparso nel nulla. Nessun cenno, nessun rilevamento.

E’ probabile che il satellite non si sia mai separato dall’ultimo stadio del lanciatore e sia rientrato nell’atmosfera bruciandosi. Anzi, questa sarebbe la spiegazioni più semplice alla scomparsa del satellite, poi tutto in questo caso, fino al rapimento alieno ed alla congiura governativa va bene.

Ora, se le cose stessero veramente così ci sono due possibili “colpevoli”. Se è il satellite a non essersi mai separato, la NG dovrà corrispondere molte risposte, scuse e penali alla Difesa american. Se invece è stato l’ultimo stadio del Falcon 9 a non separarsi correttamente, invece, sarebbe una bella battuta d’arresto per Space X (… che punta a breve a portare uomini a bordo) ed anche in questo caso parecchie giustificazioni dovranno esser messe sul tavolo, se non altro per non perdere i lanci super-segreti per conto dei militari. Come complottismo vuole ne NG ne Space X rilasciano dichiarazioni… a noi mortali.

PPSS @ 10.01.18. A quanto pare un po’ di luce si sta facendo. E non di certo per merito delle dichiarazioni ufficiali, bensì grazie a tutti i curiosi che a vario titolo si sono messi a studiare la traiettoria e le stranezze di Zuma.

Beh, pare che Space X possa a ragione continuare a dichiarare che tutta la sequenza di lancio a suo carico sia stata assolutamente nominale. Zuma pare infatti non essersi mai separato dall’ultimo stadio del lanciatore, che ha correttamente completato la sua traiettoria rientrando e bruciando nell’atmosfera. Zuma è rimasto semplicemente li seguendo le sorti del suo compagno.

A questo punto è chiaro che “la colpa” dell’ingloriosa fine del misterioso satellite è legata al sistema di separazione. Tipicamente tale sistema di separazione si compra o è a carico del lanciatore. Ovviamente se si tratta della segretezza di Zuma le cose non sono così semplici. Pare infatti che il sistema incriminato, forse per non divulgare assolutamente a nessuno le specifiche dell’interfaccia del satellite, sia stato progetto e realizzato direttamente dalla NG.

… A questo punto parrebbe che le responsabilità siano ben definite, con buona pace dei complottisti e delle assicurazioni della NG.

Volare, oh oh

E chi ha detto che chi guida(va) limousine non può avere (grandi) sogni? A costo di essere definito pazzo (ed addirittura farne il proprio “nomignolo da guerra”), un sogno è un sogno e come tale va perseguito. E tanto di cappello a chi ne ha e riesce ad identificarli chiaramente.

Mike Hughens, “Mad” in arte (appunto) è la dimostrazione che la tenacia e la perseveranza (come questa altra bellissima storia che raccontavamo qui) sono affini alla pazzia, ma in fondo danno un senso alle nostre vite (“be hungry, be foolish” per i “millenials”).

La sua convinzione è relativamente semplice e di certo non nuova: la Terra è piatta. E’ tutto un enorme complotto che va avanti di migliaia di anni per farci credere che viviamo su una palla. In realtà siamo su un pezzo di terra circondato dal mare.

Il punto non è il valore “tecnico” della convinzione è che partendo proprio da tale convinzione “Mad” ha deciso che l’unico modo per fugare ogni dubbio era quello di … volare. Personalmente, sul suo razzo home-made, sopra le nubi per vedere con suoi (scettici) occhi da lassù la curvatura inesistente della Terra.

Una convinzione genera una passione e questa un obiettivo e quindi un impegno. Che nel suo caso è stato quello di costruirsi il suo razzo personale. Come fosse facile

The World’s Most Famous Limousine Driver.

The Only Man in History to Design, Build, and Launch Himself in a Rocket

Come prima cosa servono i soldoni. E quindi l’immancabile campagna di crowdfunding su Kickstarter. Obiettivo: 150000 dollari. Raccolti: 310 dollari. Non propriamente un successo ma non sufficiente per ridurre la determinazione di chi ha il suo sogno. Dato che “Mad” è forse pazzo, ma non certamente solo è riuscito a racimolare ben 20000 dollari dalla Research flat Earth; indovinate in cosa crede…

Con il piccolo gruzzoletto in tasca “Mad” ha progettato ed iniziato la realizzazione del suo razzo. Tutto materiale di recupero, rampa di lancio “mobile” attaccata ad un van usato e scassatissimo, propulsione a vapore, sistemi di sicurezza “minimali”. Altezza raggiungibile stimata: circa 550 m. Mi sa che manca qualche decina di km per iniziare a vedere le rotondità di madre Terra (per chi ci crede, ovviamente).

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Il lancio era stato programmato per il 25.11.17 e speravo di esser qui a scrivere di come si corona un sogno. “Mad” ha tuttavia (pazzo si, ma forse non fino in fondo) dovuto annullare il suo lancio sia a causa di problemi tecnici con il suo bolide sia perché non in possesso dei sufficienti permessi federali per andarsene lassù.

The United States Bureau of Land Management “told me they would not allow me to do the event … at least not at that location,” Hughes said in a YouTube announcement, amid international attention over his plans to launch into the ‘atmosflat.’ “It’s been very disappointing,” he said.

In attesa del prossimo lancio.

WU

PS. Il “talento” di Mad si intravedeva già nel 2002 quando entrò nel Guinness dei primati con il salto più lungo con una limousine da 3 tonnellate: 31.19 m.
Non è vero che ogni cosa si può fare bene o male; ogni cosa si può fare o la si può subire.

PPSS. Fatemi concludere con questa quote un po’ d’altri tempi:

So di essere mortale di natura e effimero, ma quando seguo le evoluzioni dei corpi celesti i miei piedi non toccano più il suolo e mi elevo alla presenza di Zeus nutrendomi di Ambrosia, il cibo degli Dei. [Tolomeo]

Asgardia: la nascita della nazione?

Mi ci ero già imbattuto qui. Ma la cosa mi continua ad affascinare molto più di qualunque nazione “con i piedi a terra” (dicitura la cui interpretazione può dipendere molto dalla nazione in questione). Ad ogni modo l’idea della prima nazione spaziale è andata avanti (il che conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la potenza dei soldi; non dimentichiamo che l’idea parte dalla mente dello scienziato e miliardario russo Igor Ashurbeyli…).

In data astrale 12.11.17 è stato lanciato il primo satellite della nazione spaziale. E questo, già di per se, è un indubbio successo. Praticamente un cubotto di meno di 3 kg che rappresenta il 100% del territorio asgardiano e la stessa percentuale dei suoi sogni.

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Fuori da qualunque vincolo (e questo è potenzialmente un bene ed un male) con le nazioni terrestri, Asgardia è la terra di tutti (open, libera, pacifica, etc. etc.), ma per il momento, di nessuno.

Il satellite è partito dalla base Nasa, Wallops Flight Facility come compagno della (estremamente più grande e… quella che pagava sostanzialmente il lancio) Cygnus destinata a rifornire la ISS; Asgardia-1 sarà rilasciato prima dell’attracco alla ISS.

Il satellitino contiene praticamente solo dati, circa mezzo tera dato che i primi 100000 abitanti della fanta-spazio-nazione avevano la possibilità di caricare fino a 500 kB ciascuno di foto, testi, immagini, e cose del genere (ai successsivi 400000 lo spazio era ridotto a 200 kB).

Praticamente una bandiera virtuale per mettere un segnaposto, piccolo ma pur sempre spaziale, al nostro sogno di liberà.

 

WU