Tag: scrap writing

Il mio autunno

Oggi tutto d’un tratto mi sono accorto che siamo in autunno.

Non lo avevo ancora realizzato (complice anche un clima più che altro primaverile…). Ad ogni modo, siamo in autunno, è un po’ una di quelle cose che ti colpiscono all’improvviso, il tempo di uno sguardo fuori, per poi tornare a nascondersi fra la routine di tutti i giorni.

Mi accorgo ora che i parchi sono pieni di foglie, mi accorgo ora che nelle vie del centro si vedono già le caldarroste e mi accorgo ora che vicino alle radici dei grandi alberi ci sono una pletora di funghi.

Non che sia una stagione che mi piaccia particolarmente, ma vedere le foglie che cadono fa sempre un certo effetto. Chissà che ci aspettiamo d’avvero, chissà se ci trasmette tristezza per la sua ineluttabilità o per il fatto che ci richiama la nostra caducità. Ingialliscono, cadono e, come ci sottolinea qui Snoopy, non ci salutano. Procedono, gialle ed indifferenti, verso il loro destino.

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Ma la cosa su cui forse prima non mi ero soffermato, e qui elegantemente Lloyd ci fa notare è come cambi la prospettiva a vederle cadere “dall’alto”. Nei panni di un albero, che è stato già privato (beh, diciamo che è in procinto di esserlo) del suo caldo sole estivo, il modo migliore per aspettare i nuovi germogli è lasciare libere le stanche foglie.

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Ma tutta questa saggezza è intrinseca nella natura o in noi che vogliamo leggerla in essa? E poi il fatto che vogliamo vedere in una foglia che cade il sole che tornerà non è che solo un modo per consolarci di quanto stiamo/abbiamo perso? Non bruciamo le tappe, gustiamoci, per quanto difficile, anche il momento stesso della caducità.

WU

PS. Ed a corredo di questo vigoroso autunno, un altro paio di scatti che ho rubato per caso nel momento in cui ho realizzato che … siamo in autunno. E c’era davvero scritto da tutte le parti!

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tu, un tango traffico guardacaso…

Ehi, come va?

Eppure non è, non sembra, passato neanche un secolo. Tutto è trascorso fra il suono del telefono ed un sono, eppure rimani il solito. Tu, solito, unico. Si, si cambia un po’. in fondo per non perdersi, quel tanto che basta per riconoscersi.

Un po’, fra mille parole, molti stimoli e, perché no, un classico viaggio in Jamaica, con tanto di foto con l’effetto flou. Un classico, come te, come sai tu. Ma chi ti lascia più, vengo con te, dove vuoi, quando vuoi, ma sopratutto: chi ci ferma più. Portami via, vengo con te, e domani chissà…

E’ tutto un traffico, aeroplani che si sfiorano, congestione, noi tanto scendiamo alla prossima. Viviamo nella nostra bolla, al massimo ci sembrerà di muoverci su un palcoscenico.

Andiamo, non ci voltiamo più.

WU

PS. Ovviamente

 

PPSS. Scopro, non essendo un fruitore di un certo tipo di intrattenimento, che Con “Grande Joe” il Banco del Mutuo Soccorso ha partecipato al Festival di Sanremo del 1985 posizionandosi al 15° posto su 22. Il che, per me, la dice lunga.

Acromegalico letterario

Gli occhi spiritati dell’eredoluetico oltreché luetico in proprio, le mandibole da sterratore analfabeta del rachitoide acromegalico riempivano di già l’Italia Illustrata: già principiavano invaghirsene, appena unte de cresima, tutte le Marie Barbise d’Italia, già principiavano invulvarselo, appena discese d’altare, tutte le Magde, le Milene, le Filomene d’Italia: in vel bianco, redimite di zàgara, fotografate dal fotografo all’uscire dal nartece, sognando fasti roteanti e prodezze del manganello educatore. Le dame a Maiano o a Cernobbio, già si strangullavano né su’ singhiozzi venerei all’indirizzo der potenziatore d’Italia.

[C.E. Gabba, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957]

Personalmente ho dovuto leggere il pezzo una decina di volte… per capirci la metà. Non si può dire che l’autore non faccia un uso più che sapiente della lingua italiana e con la sua maestria celi al volgo (ma non a lettore colto ed arguto) il suo duro pensiero sul soggetto che fa poi da sfondo a varie vicende del romanzo senza tuttavia prenderne parte.

Non è il cosa dire, ma il come dirlo a dare dignità in primis al personaggio, poi al lettore (al solito, quello attento) e dulcis in fundo all’autore, il quale si crogiola nella sua soddisfazione prima che nel suo diletto e la dignità acquisita.

WU

PS. Si, si sta riferendo al Duce, nella Roma del ’27.

PPSS. Mi ci sono imbattuto, crogiolandomi in dolci ricordi liceali bighellonando sulla parola “acromegalica“. Dal greco, crescita delle estremità, si tratta di una patologia clinica che causa la crescita sproporzionata di mani, piedi, mandibola, labbra, etc (… in casi ancora più estremi anche di organi interni) a causa dell’esposizione prolungata all’ormone della crescita. Per non addentrarmi troppo negli scabrosi risvolti della malattia (ah, conoscete di certo attori, pugili, wrestelr, etc. affetti da tale patologia) ho preso una deriva più letteraria che mi ha portato a Gadda.

Evento di Carrington

Era il primo del mese di Settembre. Era il 1859. Era giovedì. Una bella mattina, cielo terso, nessuna nube. Una dell’aria frizzante attorno alle 11.00 del mattino attorno all’osservatorio di Red Hill, nel Surrey.

L’immagine del Sole era proiettato su un monitor all’interno di un fresco ufficio. Richard C. stava guardando il monitor sorseggiando il suo caffè senza troppo entusiasmo, senza troppa concentrazione, senza troppa speranza di serendipità.

Come nei migliori film, ad un certo punto, senza preavviso, Richard vide un paio di luci particolarmente accecanti apparire all’interno di una formazione di macchie solari. Richard, avrebbe si voluto guardare un qualche programma televisivo, ma si accontentava di studiare formazioni di macchie solari.

Le formazioni luminose continuavano ad aumentare di luminosità. Richard non era uno sprovveduto, Richard sapeva che non si trattava di astronavi aliene, ma quando le vide addirittura più luminose della nostra stessa stella capì che era testimone di qualcosa di veramente straordinario.

Un testimone, ecco cosa mancava. Non poteva registrare il suo monitor, non poteva fare una foto con un qualche smartphone. Doveva trovare qualcuno, ma la cosa richiedeva che si allontanasse dal suo monitor e dalle luci che su esso brillavano.

Prese il coraggio a quattro mani; iniziò a correre per trovare qualcuno. Il primo andava bene, bastava che avesse altri due occhi che confermassero quanto lui stava vedendo.

Quando tornarono, affannati, le luci si erano notevolmente affievolite. Ovviamente. Erano ancora li, ma non erano più che normali macchie solari. Il giorno successivo sui cieli di Cuba, Giamaica, Hawaii e via dicendo uno splendido spettacolo di aurore boreali era la migliore testimonianza della più grande tempesta geomagnetica (brillamento solare) mai registrata (fin’ora…).

WU

The flying eagle

Ciao a tutti. Sono una stella. Sono un’aquila. Sono il vostro immaginario storico che prende forma.

Se mi guardate attraverso la lente di un qualche telescopio vi ricordo che sono la ventesima stella più brillante del cielo, che sono uno dei vertici del triangolo estivo e sono altresì la stella più brillante della costellazione dell’aquila.

Si, sono io stessa un’aquila volante.

Sono una stella di tipo A della sequenza principale, pesante 1.8 volte il vostro Sole ed 11 volte più luminosa. Ruoto su me stessa alla mirabolante velocità di 286 km/s… quasi quasi mi rompo. In 9 ore completo il mio balletto su me stessa, il vostro sole è un pachiderma che ci mette 25 giorni!

Se mi guardate, invece, attraverso gli occhi della vostra mente potete partire dai Babilonesi, passare per gli Arabi, gli Indiani, i Cinesi, i Maori ed un po’ tutte le culture del vostro mondo. Popolo i vostri sogni ed i vostri miti da millenni, praticamente da quando avete iniziato a guardarmi.

Ho prestato il mio nome a vostri film (n.d.t. e non vogliamo ricordare “the forbidden planet”?) aerei, satelliti, computer, navi, personaggi, videogames, alberghi, associazioni, e chi più ne ha più ne metta.

In fondo vi guardo, ma senza troppa comprensione e senza troppa compassione.

By Altair

WU

E tu cosa sei, tu, lettore?

Perché scrivere queste pagine? A cosa servono? Che cosa posso saperne io stesso? È alquanto sciocco, credo, andare a chiedere agli uomini il motivo delle loro azioni e dei loro scritti. Voi stessi, sapete perché avete aperto questi miseri fogli che la mano di un pazzo sta riempiendo di parole?
Un pazzo! è qualcosa che fa orrore, E tu cosa sei, tu, lettore? In quale categoria ti schieri? in quelle degli sciocchi o in quella dei pazzi? Se ti dessero la possibilità di scegliere, la tua vanità preferirebbe certo l’ultima condizione. [G. Flaubert, Memorie di un pazzo]

Basta sostituire la parola foglio con il suo equivalente digitale ed avete la perfetta descrizione di come mi sento in questo periodo. Riguardo a questi post, ma non solo. Ed almeno qui (dando dignità di luogo a questo blog) posso scegliere.

E voi, sapereste dire perché lo fate, “lettori”?

WU

PS. Memorie di un pazzo è un romanzo parzialmente autobiografico…

Scrap-writing

Googling with the idea to put together some scraps of text I have written here and there is not a fruitful hobby (how many of you have already done so?). I came across (that’s for me the absolutely fascinating aspect of internet that can turn a lazy aimless search into a Simpson plotline) the concept of scrapbook. Besides being the name of some Facebook fancy features, it is a decorated photo album preserving also the stories related to the photos (e.g. memorabilia, etc.), Google teaches.

Far from any my interest (and probably capacity), discouraged enough I kept on searching with the strong believe that “scrap-writing” can not be a my brand-new idea, but it just tequires to be translated in Google-wording. After a while I realized that I lost myself and the closest thing to what I had in mind is about the scrapping of a writing project. Nonetheless I found interesting at least three hints more or less common to the bundle of websites that popped me up:

  • you, novel writer (like me, and not just for this blog), are doomed to hate your writing project. It seems that it is generally recognized that hating is a natural part of the writing process. Very good. I perfectly fit with this statement (I already hate this blog 😉 )
  • you, novel writer, are doomed to hate your main character. It doesn’t matter how much time you spend in describing its personality or how many effort you put to make it similar to your Mr. Hide part. You can not sympathize with that “child” that you want to make your (or yourself?), but it is not. Luckily I assume to maintain this as a general blog, but it is not the case for some other writing projects I undertook; also this one applies to me
  • you, novel writer, can not give a break to your project. It will seem worse after. Of course you might need some recovery time (or you can simply have other duties…), but after it’s far easier to drive back into the project and into the mind yourself had before the break. The second attempts seems always more painful. I already experienced this feeling and my approach was (easier said than done), before the break try to reach a target point and do not move back after restarting. Can a blog approach preserve long breaks to happen again?

Absolutely unnecessary considerations about writing projects starting from scrapbooks…

WU

PS. “It is a far, far better thing that I do, than I have ever done; it is a far, far better place that I go to than I have ever known.” [A Tale of Two Cities’, Charles Dickens]. Any other prefered endings?