Il centenario […] e l’idiozia umana

Ma già nei primi giorni del 2005, il responsabile dei servizi sociali Soder trovò una possibile sistemazione per quel simpatico vecchietto che una settimana prima era rimasto all’improvviso senza dimora.

Fu così che Allan finì nella casa di riposo di Malmkoping dove si era liberata la camera numero 1. Venne accolto dall’infermiera Alice, che sorrise in modo apparentemente gentile ma gli smorzò immediatamente la voglia di vivere leggendogli le regole dell’istituto. L’infermiera Alice lo mise al corrente del divieto di fumo, del divieto di bere alcolici e del divieto di vedere la televisione dopo le undici di sera. Gli comunicò quindi che la colazione era servita alla 06.45 nei giorni feriale ed un’ora dopo nel fine settimana. Il pranzo era alla 11.15, la merenda alle 15.15 e la cena alle 18.15. Chi non rispettava gli orari e si presentava tardi rischiava di rimanere senza cibo.

L’infermiera Alice passò in rassegna anche le regole riguardanti l’uso della doccia e la pulizia dei denti, le visite esterne e quelle tra gli ospiti della struttura, l’orario in cui venivano distribuite le medicine ed il lasso di tempo in cui era permesso infastidire l’infermiera Alice o qualcuno dei suoi colleghi a meno che non si trattasse di una situazione d’emergenza, fatto molto raro visto che, aggiunse, gli ospiti non facevano che piagnucolare e lamentarsi tutto il giorno.

“E’ possibile cagare quanto si vuole?” domandò Allan.
Fu così che dopo neanche un quarto d’ora da quando si erano conosciuti, Allan e l’infermiera Alice erano già ai ferri corti.

Allan non era soddisfatto di come era andata la caccia ala volpe (anche se l’aveva vinta). Uscire dai gangheri non era nella sua natura. Aveva usato un linguaggio che probabilmente la direttrice della casa di riposo si meritava, ma che tuttavia non gli apparteneva. Se poi si aggiungeva l’elenco delle regole a cui avrebbe dovuto attenersi…

Sentiva la mancanza del suo gatto. Aveva novantanove anni e otto mesi. Gli sembrava di aver perso il controllo dei suoi nervi e si sentiva offeso dal comportamento dell’infermiera Alice.
Adesso basta.

Allan era arrivato al capolinea, e se la vita sembrava aver chiuso con lui, lui non era certo il tipo da insistere e fare pressioni. Avrebbe preso ufficialmente possesso della camera numero 1, avrebbe cenato alle 18.15 e poi, dopo una bella doccia, si sarebbe infilato in lenzuola e pigiama nuovi, sarebbe morto nel sonno, dopodiché l’avrebbero messo un una cassa, sepolto e dimenticato.

Allan avvertì una contentezza quasi elettrizzante diffondersi in tutto il corpo quando alle otto di sera si sdraiò sul letto della casa di riposo per la prime e ultima volta. Tra meno di quattro mesi la sua età sarebbe diventata a tre cifre. Allan Emmanuel Karlsson chiuse gli occhi con la certezza che quella sarebbe stata l’ultima volta. La sua esistenza era stata eccitante ma niente durava in eterno, a parte l’idiozia umana.

Smise di pensare. Fu assalito dalla stanchezza. Tutto si fece buio.
Finché non ritornò la luce. Uno splendore bianco. Pensò che la morte fosse molto simile al sonno. Si riusciva a pensare anche un attimo prima della fine? A pensare di essere in grado di pensare? Ma un momento: per quanto tempo si riusciva a pensare prima di smettere di farlo?

“Sono le 06.45, Allan, è ora di colazione. Se non mangi portiamo via il porridge e non c’è nient’altro fino a pranzo,” disse l’infermiera Alice.

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. Riscoprire un po’ di eleganza (educazione sarebbe un’utopia) nelle nostre espressioni e rivederle anche se evidentemente i contesti “se le meritano” è il primo passo verso una società migliore (come possiamo parlare di tolleranza se a mala pena riusciamo a fare un sorpasso senza sfancularci?). Ah, anche il fatto di non essere “insistenti” mi pare un ulteriore elemento di eleganza, nei confronti della vita e del prossimo.

Non posso parlare per esperienza diretta (e dubito di poterlo mai fare), ma credo che uno dei vantaggi della morte sia proprio smettere di pensare… e per quantunque tempo si riesca a farlo prima di smettere mi parrebbe sempre troppo.

Il centenario […] e l’acquavite

Non appena fu chiaro che gli amici erano davvero i benvenuti nella casa di Bosse, Benny tornò a visitare il paziente. Il moribondo dormiva ancora profondamente per via della morfina e Benny decise che avrebbe aspettato a spostarlo.

Quindi si unì al gruppo nella spaziosa cucina di Bosse. Mentre il padrone di casa era intento a preparare la cena a turno gli amici lo informarono delle drammatiche vicende degli ultimi giorni. Cominciò Allan, poi fu la volta di Julius, poi ancora Benny con qualche intervento da parte di Bella, e infine, quando arrivarono alla collisione con la BMW, di nuovo Benny.

Bosse aveva udito come avessero perso la vita due persone e come la situazione fosse tutt’altro che conforme alla legge svedese; c’era solo un punto che voleva gli fosse spiegato:
“Vediamo se ho capito bene… Nel pullman c’è un elefante, giusto?”.
“Si, ma domattina lo faremo scendere,” spiegò Bella

A Bosse non gli sembrò che ci fosse granché da ridire: spesso la legge diceva una cosa e la morale un’altra. Bastava considerare la sua ditta: un chiaro esempio di come fosse possibile accantonare la giustizia finché non si fosse stati in grado di procedere a testa alta.

“Più o meno come hai fatto tu con la nostra eredità,” disse Bosse sarcastico, rivolto a Benny.
“Ah si? E chi è che ha distrutto completamente la mia moto nuova?” replicò Benny.
“E’ successo perché tu hai piantato a metà il corso di saldatore” disse Bosse.
“Io l’ho fatto perché tu mi maltrattavi tutto il tempo.”

Sembrava che Bosse avesse già pronta la replica, ma Allan interruppe i fratelli affermando che aveva girato il mondo e cose ne aveva viste tante, ma una in particolare l’aveva colpito e cioè che i conflitti più grandi e apparentemente irrisolvibili si basavano sempre sullo stesso presupposto: “Tu sei stupido, no sei tu lo stupido, no sei tu lo stupido.” La soluzione, proseguì Allan, il più delle volte consisteva nello scolarsi insieme una bella bottiglia di acquavite intorno ai settantacinque gradi e guardare al futuro. L’unico triste dettaglio era che Benny era astemio. Allan avrebbe assunto volentieri la sua quota alcolica, ma l’effetto sarebbe stato diverso.

“E così un’acquavite intorno ai settantacinque gradi risolverebbe il conflitto fra Israele e Palestina?” chiese stupito Bosse. “Che è ancora più vecchio della Bibbia.”
“Probabilmente in questo caso ci vorrebbe più di una bottiglia,” rispose Allan. “Ma il principio è lo stesso.”
“Può funzionare anche se bevo qualcos’altro, che dite?” s’informò Benny, sentendosi in colpa per via di quel suo assolutismo nei confronti dell’alcol.

Allan era soddisfatto dell’evolversi della situazione: i litigi tra fratelli erano cessati. Se ne compiacque, aggiungendo che l’acquavite veniva usata anche per altri scopi oltre che per risolvere conflitti.
L’acquavite doveva aspettare, comunicò Bosse, perché era pronto da mangiare. Pollo arrosto e patate al forno, con tanto di birra per tutti e succo di frutta per il fratellino.

Mentre la cena stava per iniziare, Per.Gunnar “Capo” Gerdin cominciò a riprendere i sensi. La testa gli martellava, quando respirava gli faceva male tutto, un braccio doveva essersi rotto dato che era avvolto in un fazzoletto, e la ferita che aveva sulla coscia destra prese a sanguinargli non appena scese a fatica dall’abitacolo del pullman. Precedentemente aveva nascosto la pistola nel vano portaoggetti dell’auto: a quanto pareva il mondo era popolato di idioti – tranne lui.

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. Non che mi aspetti che un goccetto risolva i problemi del mondo, ma dalla notte dei tempi mangiare (e soprattutto bere) con qualcuno è un modo per affiatare i rapporti ed appianare le divergenze. Oggi ho l’impressione che il pasteggiare/gozzoviglaire/trinkeggiare assieme sia un po’ passato dall’essere il mezzo ad essere il fine. Intendiamoci, mi fa piacere mangiare (e bere, lo devo dire ogni volta?) bene, ma è la compagnia che fa la differenza ed a fine pasto gli attriti sono certamente minori…

Il centenario […] a duecento metri di profondità

Julij Borisovic e Allan Emmanuel si erano presi reciprocamente in simpatia. Il fatto che Allan avesse accettato di seguirlo senza neanche sapere per dove, per chi e perché aveva impressionato positivamente Julij Borisovic, dato che tale atteggiamento denotava una leggerezza che lui non possedeva. Dal canto sua Allan apprezzo immensamente di poter parlare per una volta con qualcuno che non cercasse di sbandierargli nessun tipo d’ideologia politica o religiosa.

Inoltre fu subito chiaro che entrambi erano inguaribilmente affezionati all’acquavite, anche se uno dei due la chiamava vodka. La sera prima, mentre a essere sinceri teneva d’occhio Allan Emmanuel nella sala da pranzo del Gand Hotel, Julij Borisovic aveva provato per caso la variante svedese. All’inizio gli era sembrata troppo secca, non aveva la morbidezza di quella russa, ma dopo un paio di bicchierini ci aveva fatto l’abitudine. Dopo altri due dalle sua labbra era uscito un “Non male” in segno di apprezzamento.

“Anche se questa è meglio,” sentenziò Julij Borisovic mostrando ad Allan un litro intero di Stolichnaya mentre sedevano tutti soli nella mensa ufficiali. “Adesso è arrivato il momento di farci un bicchierino!”
“Bene,” fu il commento di Allan. “Finché la barca va…”

Già dopo il primo quantitativo d’alcol Allan aveva messa in atto una riforma dei nomi. Dire ogni volta Julij Borisovic a Julij Borisovic quando aveva bisogno di richiamare la sua attenzione alla lunga non poteva funzionare. E personalmente non voleva essere chiamato Allan Emmanuel, dato che la prima e ultima volta che quel nome era stato utilizzato risaliva ai tempi di Yxhult, quando era stato battezzato.
“D’ora in poi tu sei Julij e io Allan,” sentenziò Allan. “Altrimenti lascio l’imbarcazione in quest’istante.”
“Non farlo, caro Allan, ci troviamo a duecento metri di profondità,” spiegò Julij. “Piuttosto beviti un goccetto.”

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. La leggerezza, ecco una dote troppo spesso sottovalutata. Saper affrontare le cose con il giusto spirito non è sinonimo di non dargli importanza. Un “finché la barca va…” non fa assolutamente male; abusarne, come quasi di qualunque cosa, è certamente deleterio.

Ah, poter parlare con qualcuno che non ti incalzi e non cerchi di convincerti di questo o quello (che sia di politica, religione, musica o quant’altro in questo momento poco conta) è un piacere da riscoprire. Evito, spesso e volentieri, di intavolare discussioni per il timore di dovermi poi trovare ad annuire o controbattere; ma il piacere di “una chiacchiera” (che benissimo si concilia con il principio di leggerezza di cui sopra) che fine ha fatto? Relegato, ingiustamente, al mondo “dei vecchietti” (… me lo immagino così, che ciascuno dia la propria definizione di ciò).

PPSS. Scopro ora che hanno addirittura fatto un film partendo da questo libro. Non che mi aspetti chissà che, ma d’altra parte non sono neanche un purista delle trame che teme ogni adattamento cinematografico. Direi che varrebbe la pena vederlo…

Il centenario […] e la bomba

Ho recentemente letto un libro (un romanzo, stranamente) che merita decisamente. Merita per la sua leggerezza, la sua ironia, la scanzonatezza con cui affronta certi temi e l’educazione che traspare… pur raccontando circa un secolo della nostra storia recente: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.

Al solito lungi da me fare recensioni, ma mi limiterò ad un (brevissimo dati tutti gli spunti che il libro mi ha offerto) ciclo di post in cui riporto stralci del libro grassettendo quelle che sono gli spunti che ho trovato più saporiti (sperando sia per mia memoria che per vostro diletto di dare un’idea del tono che percorre tutto il libro).

Ultimo ma non ultimo non prometto di non inzaccherare questi estratti con personali divagazioni a vanvera.

[…]. Fatto sta che quell’affare lungo novantasette metri emerse dal ghiaccio in un punto troppo vicino ad Allan ed al signore gentile. Entrambi caddero all’indietro rischiando di finire nelle acque gelide, ma per fortuna la situazione volse al meglio e Allan fu rimesso in piedi ed aiutato a scendere al caldo.

“Questa circostanza conferma come non serva iniziare la giornata cercando di indovinare cosa accadrà”, constatò Allan. “Voglio dire, quanto tempo ci avrei messo ad indovinare tutto questo?”.

Dopo aver dichiarato che adesso non era più necessario essere così misteriosi, il signore gentile si presentò come Julij Borisovic Popov: disse di lavorare per l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, di essere non un politico o un militare ma un fisico , e di essere stato inviato a Stoccolma per convincere il signor Karlsson a seguirlo a Mosca.

L’incarico era stato affidato a Julij Borisovic in vista di una possibile riluttanza del signor Karlsson, oltre al fatto che il background come fisico di Julij Borisovic sarebbe probabilmente risultato un elemento favorevole, dato che lui ed il sognor Karlsson parlavano in un certo senso la stessa lingua.

“Ma io non sono un fisico”, disse Allan.
“Può darsi, ma il mio informatore afferma che lei è a conoscenza di qualcosa che vorrei sapere anche io”.
“Ma guarda. E di cosa si tratta?”
“La bomba, signor Karlsson. La bomba.”

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

Direi che il concetto di non spendere tempo ad indovinare cosa succerà oggi è molto affascinante, ma applica benissimo a chi non sta dentro casa, dietro un vetro aspettando il succedersi degli eventi. Allan era decisamente uno che non si tirava indietro dinanzi gli eventi (opportunità?) che la vita gli metteva davanti.

WU

PS. Ebbene si, eviterò accuratamente di parlare del pesce di Aprile, dell’origine, tradizioni, quelli più famosi e bla bla bla… Mi prendo in giro ogni giorno e vedo quelle che sono universalmente conosciute come “fake news” attorno a me anche il 10 di Luglio che proprio non vedo perché celebrare un giorno in cui si può scherzare. Ah, solo oggi si capisce che è uno scherzo? Allora propongo un pesce d’Aprile perenne, magari apriamo tutti un po’ gli occhi ed impariamo la leggerezza dell’ironia!

La costante

C’è una legge, una proprietà a cui niente e nessuno di noi è capace di sfuggire.

Esiste una certa quantità che non cambia mai qualunque siano i molteplici passaggi che la natura si inventa. E’ un qualcosa che non cambia, qualunque cosa accada. Diciamo pure che è un numero. In qualunque modo lo si calcoli prima, dopo e durante i capricci della natura il risultato è lo stesso. Possono cambiare i fattori, le formule, i contributi; possiamo modificarlo, mutarlo, ma alla fine il risultato sarà ineluttabilmente lo stesso. Come dire il numero ed il tipo di mosse sceglietelo pure a piacere, ma un pezzo nero degli scacchi nascerà e morirà sul nero (o sul bianco).

La formula per calcolare il numero aumenterà di complessità ed incorporerà sempre più termini man mano che si considera un ambiente più esteso. Man mano che si prenderanno in considerazione tutte le evoluzioni di questa quantità si arriverà a dover andare a vedere se un po’ di essa si è nascosta nell’armadio del vicino o nel laghetto a 1000 km. Ma se consideriamo tutto, ma proprio tutto, quella quantità rimarrà immutata.

Sempre. Rifate il conto fra migliaia di anni e fatemi sapere.

La cosa concettualmente più difficile da accettare è che non stiamo parlando di pasta, acqua o monete. Stiamo parlando di un concetto astratto che le nostre limitate menti non riescono a visualizzare. Stiamo parlando del niente che governa le nostre vite e ci permette di essere qui.

Innanzi tutto dobbiamo stare attenti a considerare uno stesso sistema. Sempre lo stesso. La nostra quantità invisibile può abbandonare il sistema, un’altra parte potrebbe introdurvisi. Dobbiamo stare attenti a considerare i contributi esterni… altri,enti ci troviamo con il nostro scacco che si muovo sul tabellone del Monopoli… e gridiamo al miracolo.

Dobbiamo poi fare attenzione a scovarla. La nostra quantità, abbiamo detto, può assumere molteplici forme diverse e sta a noi riconoscere dove si è nascosta e fare del nostro meglio per considerala… se vogliamo effettivamente avere conferma che il nostro numero non è variato.

Stiamo parlando dell’energia. Sappiamo che si conserva, non sappiamo cosa sia. Abbiamo formule per calcolarla nelle sue diverse forme, abbiamo contezza di dove può nascondersi, non abbiamo idea della sua origine.

WU

PS. Un approccio volutamente “alla Feymann” (… magari) alla questione. e proprio in virtù di tale ambizione lasciatemi chiudere con una sua chiosa che mi ricorda che non voglio insegnare nulla a nessuno, ma semplicemente imparare.

Non vedevo a cosa servisse un sistema di autoriproduzione nel quale si superano esami per insegnare ad altri a superare esami, senza che nessuno impari mai niente. [R. Feymann]

Se volete una trattazione seria ed accademica sulla legge di conservazione dell’energia ne trovate a tonnellate in giro; anzi, scommetto che vi hanno già martellato con questo concetto… in forme decisamente meno accattivanti.

l’Angelus e la veglia

C’era una volta un bimbo che guardava, con un misto fra ammirazione e timore un dipinto appeso nel corridoio della sua scuola. Lo guardava tutti i giorni, anzi, lo osservava proprio; non erano sguardi superficiali, era proprio un’osservazione accurata del complesso e dei dettagli di quel dipinto. Ne usciva spesso turbato, ma quasi non poteva farne a meno.

L’immagine di quel dipinto lo accompagnava in classe, a casa e la sera, nel letto, quasi poteva replicare i singoli tratti.

La cosa che lo tormentava di quel quadro era che il ragazzo non era convinto che rappresentasse quello che sembrava. Gli appariva carico di una pesantissima intenzionalità latente, tanto da convincersi che era quasi un modo per nascondere alla luce del sole qualcosa di truce e tremendo. Cos’ calmo e rasserenante in superficie, così ossessivo e tremendo sotto traccia.

Il quadro ritraeva, almeno apparentemente, una fase cruciale della vita agreste: uno dei momenti del riposo. In particolare ritraeva una coppia di contadini che messi da parte gli arnesi del mestiere ed al accompagnati da campane che paiono risuonare da un campanile appena accennato sullo sfondo, annunciano l’Angelus. Questa scena di devozione religiosa li vede semi chini, a testa bassa, all’imbrunire, intendi nella preghiera.

Angelus.png

Ma il quadro non lo convinceva, il bambino sentiva che quei due contadini nascondevano qualcosa, qualcosa di atroce. Sentiva che quel loro gesto poteva voler dire altro. Non gli trasmetteva la calma e la pace che voleva far trasparire.

In realtà maturò dentro se l’idea che il gesto della coppia, a testa china verso il terreno, non fosse il momento dell’Angelus, bensì una veglia. Una veglia funebre sulla bara di un (loro?) bambino. Bara abilmente nascosta dai colori del terreno, ma che al bambino non era necessario vedere per sapere che in realtà era li.

Ci doveva essere, era questa l’interpretazione giusta del quadro. Ed il ragazzo ne rimase convinto tanto da portare avanti la sua interpretazione di quella scena di infanticidio mascherata da Angelus anche crescendo.

Quando crebbe in bambino chiese ed ottenne il permesso di ottenere una scansione ai raggi X del dipinto. Non della copia appesa nella sua scuola, ma proprio dell’originale. Era quello per lui il momento della verità, il momento in cui i suoi incubi infantili potevano finalmente svanire e le sue ossessioni prendere forma (che di solito è il primo passo per sconfiggerle).

Il risultato dell’analisi fu che in mezzo ai due contadini, ad altezza del terreno, coperta con più e più pennellate di colore ed infine dal dipinto di una cesta, sembrava esserci una piccola figura rettangolare.

“Dai! guardate! c’è una piccola bara proprio li in mezzo ai due!” esclamò. Era il momento della vittoria, il momento in cui ritrovare la propria pace interiore. Ed invece no. Il quadro aveva, negli anni, maturato la sua fama ed era ormai per tutti l’Angelus; una scena di intima preghiera, non certo una veglia per un infanticidio. Un piccolo parallelepipedo, benché ambiguo, non era certo sufficiente a scardinarne la personalità.

Ormai il quadro aveva una sua identità molto più forte di quella del bimbo e presto la teoria della bara fu semplicemente etichettata come una delle vivide suggestioni di quel ragazzo. Beffardo destino.

Il quadro è l’Angelus di Millet.

Il ragazzo si chiamava Salvator Dalì.

WU

PS.

Nel giugno 1932 si presenta d’improvviso al mio spirito, senza che alcun ricordo recente né associazione cosciente possa darne un’immediata spiegazione, l’immagine dell’Angelus di Millet. Tale immagine costituisce una rappresentazione visiva nettissima e a colori. È pressoché istantanea e non dà seguito ad altre immagini. Ne sono grandemente impressionato, grandemente turbato, poiché, nonostante che nella mia visione di tale immagine tutto “corrisponda” esattamente alle riproduzioni del quadro da me conosciute, essa “mi appare” nondimeno assolutamente modificata e carica di una tale intenzionalità latente che l”Angelus di Millet diventa “d’improvviso” per me l’opera pittorica più inquietante, più enigmatica, più densa, più ricca di pensieri inconsci che sia mai esistita

[S. Dalì, Il tragico mito dell’Angelus di Millet]

Micromega part#5

«O atomi intelligenti, nei quali l’Eterno ha voluto rivelare la Sua abilità e la Sua potenza, voi godrete certamente gioie purissime sul vostro globo, perché avendo così poca materia e sembrando tutto pensiero, dovete passare la vita ad amare e a pensare: è la vera vita dello spirito. Da nessuna parte ho trovato la vera felicità: senza dubbio essa è quaggiù.»

A questo discorso tutti gli scienziati si misero a scuoter la testa, e uno di essi, più sincero degli altri, confessò in buona fede che eccettuati pochi abitanti ben poco rispettati, tutto il resto è una congrega di pazzi, di malvagi e di sventurati.

«Noi abbiamo più materia che non occorra,» disse, «per far molto male, se il male proviene dalla materia, e troppo spirito se il male viene dallo spirito. […]

Il Siriano fremette e domandò quale fosse la ragione di queste liti orribili fra animali così miserabili.

«Si tratta,» disse lo scienziato, «di qualche mucchio di fango grande come il vostro calcagno. Non che qualcuno di quei milioni d’uomini che si fanno sgozzare voglia aver diritto a un solo filo della paglia che cresce su uno di quei mucchi. Si tratta soltanto di sapere se ne sarà proprietario un certo uomo che si chiama Sultano o un altro che si chiama, non so perché, Cesare. Nessuno dei due ha mai visto, né vedrà mai, quel cantuccio di terra di cui si tratta, e quasi nessuno di quegli animali che si sgozzano l’un l’altro ha mai visto l’animale per il quale si fa sgozzare.»

[…]

E poi, non sono loro che devon esser puniti: sono quei barbari sedentari che dal fondo del loro studio ordinano, mentre stanno digerendo, il massacro d’un milione di uomini, e poi ne fanno ringraziare Iddio solennemente

[…]

«Dato che conoscete così bene quello che è fuori di voi, conoscete certo ancor meglio quello che avete dentro. Ditemi dunque cos’è la vostra anima e come fate a formare le idee

Gli scienziati si misero a parlare tutti in una volta come prima, ma tutti avevano opinioni diverse […]

Un piccolo seguace di Locke era là vicino, e quando finalmente gli rivolsero la parola:

«Non so,» cominciò a dire, «come faccio a pensare, ma so che non ho mai pensato se non quando i miei sensi mettevano in azione il pensiero. Che esistano sostanze immateriali e intelligenti, non ne dubito affatto: ma dubito molto che sia impossibile a Dio dotare di pensiero la materia. Venero la potenza dell’Eterno: non sta a me limitarla. Non affermo nulla: mi accontento di credere che sono possibili più cose di quante non si pensi.»

L’animale di Sirio sorrise: gli pareva che costui non fosse il meno sapiente, e il nano di Saturno, se non fosse stata l’immensa sproporzione, avrebbe abbracciato il seguace di Locke.

[…]

Siriano riprese in mano i piccoli vermiciattoli, e parlò ad essi ancora con molta gentilezza, benché, in fondo al cuore, fosse un po’ irritato nel vedere che gli infinitamente piccoli avevano un orgoglio infinitamente grande. Promise di scriver per loro un bel libro di filosofia, scritto in caratteri molto minuti perché potessero leggerlo, e che nel libro avrebbero trovato la spiegazione di tutto. E davvero, prima di partire, diede a loro questo volume, che venne portato a Parigi all’Accademia delle Scienze; ma quando il segretario l’aprì, trovò le pagine tutte bianche:

«Me l’immaginavo!» disse.

Atomi, null’altro che atomi. Costituenti fondamentali della materia, ma più che altro della materia pensante. Con ovvie pecche di egocentrismo e poca umiltà (anche se è il nostro orgoglio che ci aiuta a parare i colpi della vita e nel caso dei due viaggiatori colpisce menti più eccelse) nei confronti del dono ricevuto dall’Eterno. “Condannati” a pensare ed amare (neanche fossero sinonimi…) e che hanno quindi tutti i presupposti per la “vera felicità”.

Tutto vero in principio ed agli occhi di Micromega e del suo compare, niente più lontano dalla realtà nella declinazioni che noi uomini abbiamo voluto dare. E tutt’altro che facile da spiegare…

Eccettuati pochissimi, siamo tutti una congrega di matti, malvagi ed infondo sventurati (e se fosse questo il nostro modo di esorcizzare quella che noi vediamo come nostra sventura?). Usiamo la materia che ci è stata messa a disposizione per fare male, un male insensato, che neanche sa a cosa sta mirando. Milioni di uomini che si fanno sgozzare per comando di pochissimi che non sanno neanche esattamente per quale filo d’erba stanno facendo combattere.

Quante poche cose mi paiono esser cambiate e quanta amara ironia nel “e poi ne fanno ringraziare Iddio solennemente”.

Siamo forse in grado di convincere qualcuno, anche nettamente superiore di noi, che abbiamo una fervida ed ingegnosa mente, che abbiamo (anche se non sappiamo bene cosa sia) un’anima, ma non siamo in grado di convincere noi prima he altri che abbiamo tutte le carte in regola per vivere e regalare la felicità (parole certamente più facili a scriversi che a mettere in pratica).

Bianco, bianco. La chiosa di tutto il libercolo non poteva essere che questa (… una antesignana spiegazione alla vita l’universo e tutto quanto… con mancanza di 42…).

Non sta certo ad un Siriano ed un Saturniano insegnarci a vivere, sta a noi imparare da queste (e tutte le altre che non vediamo… e chissà se solo per dimensione) visite.

WU (che chiude qui il suo sproloquio su Micromega)

PS. Facendo seguito a part#1part#2, part#3. e part#4.

PPSS. Fuori contesto, ma decisamente da citare (e da tenere a mente nel rispondere a tutti coloro che ci infarciscono cazzate con barbarisimi):

«è davvero necessario citare quello che non si capisce affatto nella lingua che si capisce meno di tutte le altre.»

 

 

 

Micromega part#4

Micromega, osservatore ben più abile del nano, vide chiaramente che quegli atomi parlavan fra loro, e lo fece notare al suo compagno il quale, vergognandosi di essersi sbagliato sulla generazione, non volle credere che simili esseri potessero comunicarsi idee.
[…]
«Ma voi,» disse il Siriano, «credevate poco fa che facessero all’amore: credete dunque che si possa fare all’amore senza pensare e senza pronunciar parola, o almeno senza farsi capire? E poi, credete che sia più difficile fare un ragionamento che un bambino?» […] «A me, l’uno e l’altro sembrano due grandi misteri.
[…]
«Insetti invisibili che la mano del Creatore ha voluto far nascere negli abissi dell’infinitamente piccolo, Lo ringrazio perché si è degnato rivelarmi segreti che sembravano impenetrabili. Forse, alla mia corte non sareste degnati nemmeno d’uno sguardo, ma io non disprezzo nessuno e vi offro la mia protezione
[…] e dopo averli compianti d’esser così piccoli, domandò se fossero sempre stati in quella condizione miserabile così vicina all’annientamento, che cosa facessero su una palla che sembrava proprietà di balene, se erano felici, se si riproducevano, se avevano un’anima, e mille altre questioni di questo genere.
[…]
«Vedo sempre meglio che non bisogna giudicare nulla dalla sua grandezza apparente. O Dio, che hai dato intelligenza a esseri che sembrano così disprezzabili, l’infinitamente piccolo non ti costa più dell’infinitamente grande; e se potessero esistere esseri ancora più piccoli di questi, essi potrebbero anche avere una mente superiore a quella dei superbi animali che ho visto nel cielo e che con un piede solo coprirebbero il globo sul quale sono disceso.»
[…]

Atomi che parlano fra loro?! Una magia agli occhi dei due osservatori (mi verrebbe da dire alla stregua dell’entaglement quantistico ai nostri occhi!).

E poi… comunicarsi idee?! In esseri così minuti qualcuno ha voluto instillare sia la capacità di generare idee che addirittura quella di comunicarle! Veramente affascinante, e la cosa invece che renderci orgogliosi della nostra natura ci rende arroganti? Questo mi suona un po’ strano.

Far l’amore solo per far l’amore? Neanche una parola? Ah, quanta verità in queste parole del siriano. Ad ogni modo due grandi misteri lo sono davvero, se dar priorità al ragionamento o alla continuazione della specie lo lascio a voi.

Vorrei infine sapere se noi siamo altrettanto grati al creatore per ammetterci a conoscere i misteri dell’infinitamente piccolo (o infinitamente grande) o se pensiamo che sia solo (di certo lo è anche) merito nostro e del sudore della nostra fronte. Noi, proprio noi che siamo in “quella condizione miserabile così vicina all’annientamento” (si, Micromega, lo siamo sempre stati).

Ah, si, direi che in fondo, anche se con le dovute eccezioni di genere, sesso, epoca, età, periodo e via dicendo, si, direi che (anche noi) siamo felici.

WU

PS. Facendo seguito a part#1, part#2 e part#3.

Micromega part#3

Eccoli così tornati al punto da cui erano partiti, dopo aver visto quella pozza, quasi impercettibile per loro, che chiamiamo Mediterraneo, e quell’altro piccolo stagno che col nome di Grande Oceano circonda questa tana. Al nano l’acqua non era mai arrivata più che a mezza gamba e l’altro si era appena bagnato i calcagni. Fecero il possibile, andando avanti e indietro, da una parte e dall’altra, per vedere se questa palla era abitata o no. Si chinarono, si sdraiarono per terra, tastarono dappertutto, ma siccome avevano occhi e mani sproporzionati a quegli esserucci che formicolano quaggiù, non riuscirono a sentir nulla che potesse farli sospettare che noi e i nostri confratelli, gli altri abitanti di questa palla, abbiamo l’onore di esistere.
[…]
Il Saturniano, convinto che il nostro mondo sia abitato, immaginò subito che non lo fosse che da balene, e siccome era un gran ragionatore, volle scoprire da che cosa un così piccolo atomo venisse mosso, se avesse idee, una volontà, la libertà d’arbitrio. Micromega rimase molto incerto: esaminò l’animale con molta pazienza, e dall’esame risultò che non era possibile credere che là dentro ci fosse un’anima. I due viaggiatori erano così disposti a credere che non esistessero anime nel nostro domicilio
[…]
Non voglio qui offendere la vanità di nessuno, ma sono costretto a pregare la gente che si dà aria d’importanza, di riflettere per un momento che, calcolando la statura dell’uomo a circa cinque piedi, rispetto alla Terra non siamo più grandi di un animale alto circa un seicentomillesimo di pollice su una palla di dieci piedi di circonferenza. Immaginate un essere che possa tener in mano la terra e che abbia organi proporzionati ai nostri: e può darsi benissimo che esista un gran numero di questi esseri. Pensate un po’, vi prego, che cosa penserebbero di quelle battaglie che ci han servito a conquistare due villaggi, che dopo abbiamo dovuto restituire.
[…]
«Li vedo!» dicevano tutti e due insieme: «non vedete che portano pesi, che si chinano, che si rialzano?» E nel dir così, tremavan loro le mani, per il piacere di vedere oggetti così nuovi e per la paura di perderli. L’abitante di Saturno, passando dalla troppa diffidenza a una troppa credulità, credette di vederli lavorare alla propagazione della specie: «Ah!» diceva, «ho colto sul fatto la natura.» Ma le apparenze lo ingannavano: cosa che purtroppo avviene spesso, che ci si serva o no di microscopi.

Il “nostro” mare, la culla della civiltà, equiparato, a ragione, a poco più di una pozza. Quasi impercettibile, a sottolineare, ancora una volta, come le dimensioni ingannano e come l’uso dei microscopi non migliora in alcun modo la nostra capacità di giudizio.. ne tanto meno l’importanza che diamo alle nostre battaglie.

E poi questa ricerca spasmodica per la vita (non vi ricorda nulla nelle nostre esplorazioni ancora attuali?) senza saper bene in che forma cercarla e senza neanche sapere di preciso cosa significhi vita… Noi, esserucci che formicoliamo quaggiù pensiamo di essere grandi ed importanti, di plasmare la natura a nostro piacimento e di poter disporre della vita dell’altro. Esseri come Micomega ed il “nanerottolo” di Saturno, infinitamente più grandi e più saggi di noi hanno un rispetto nei confronti del diverso e della vita in generale che non deriva dalle loro dimensioni, ma dalla loro conoscenza (ed umiltà… parola tabù nel nostro formicaio pieno di “gente che si da aria di importanza”).

Ah, se in un essere “piccolo come una balena” non ci può essere un’anima figuriamoci se ci può essere in esseruncoli ancora più piccoli. Idee, volontà, libero arbitrio in atomi così minuti?! Si, ce li abbiamo (o almeno così può sembrare a noi ed ai nostri amici viaggiatori) anche se non sappiamo bene che farne.

Non dimentichiamo: le apparenze ingannano!

WU

PS. Facendo seguito a part#1 e part#2.

Micromega part#2

Micromega, dopo aver ben girato, arrivò sul globo di Saturno. Per quanto fosse
abituato a veder cose strane, alla prima non poté far a meno, vedendo la piccolezza di quel globo e dei suoi abitanti, di abbozzare quel sorriso di superiorità che sfugge
talvolta anche ai più saggi.
[…]
Ma siccome questo Siriano aveva buon senso, capì ben presto che un essere pensante può benissimo non essere ridicolo solo per il fatto che non ha che seimila piedi d’altezza.
[…]
«Non voglio che mi si faccia piacere,» rispose il viaggiatore, «voglio essere
istruito; cominciate prima di tutto col dirmi quanti sensi possiedono gli uomini del
vostro globo.» «Ne abbiamo settantadue,» disse l’accademico, «e ci lamentiamo ogni
giorno perché ci sembrano pochi. La nostra immaginazione va al di là dei nostri bisogni; troviamo che con i nostri settantadue sensi, il nostro anello, le nostre cinque lune, siamo troppo limitati; e nonostante tutta la nostra curiosità e il numero abbastanza grande di passioni che ci derivano dai nostri settantadue sensi, ci annoiamo di continuo.» «Lo credo bene,» disse Micromega, «perché nel nostro globo abbiamo quasi mille sensi, e tuttavia ci resta non so che vago desiderio, che inquietudine, che ci avverte senza posa che siamo cosa da poco, che ci sono esseri molto più perfetti. Ho viaggiato un poco; ho visto mortali molto inferiori a noi; ne ho visti alcuni che ci sovrastano molto; ma non ne ho visti mai che non abbiano più desideri che veri bisogni, e più bisogni che soddisfazioni. Forse un giorno arriverò nel paese dove non manca nulla; ma fino ad oggi nessuno mi ha dato notizie positive di un tal paese.»
[…]
«Se non foste filosofo avrei paura di farvi soffrire dicendovi che la nostra vita è settecento volte più lunga della vostra; ma voi sapete bene che quando bisogna rendere il proprio corpo agli elementi, e rianimare la natura sotto altra forma, cioè morire; quando questo momento di metamorfosi è venuto, avere vissuto un’eternità o avere vissuto un giorno solo è precisamente la stessa cosa. Sono stato in certi paesi in cui si vive mille volte più a lungo che nel mio, e ho trovato che anche lì la gente si lamentava. Ma ci sono dappertutto persone di buon senso che sanno accettare la propria sorte e ringraziano l’autore della natura. Egli ha sparso su questo universo una profusione di varietà con una sorta di uniformità ammirevole. Per esempio, tutti gli esseri pensanti sono differenti, eppure tutti si somigliano in fondo per il dono del pensiero e dei desideri.

Anche i “saggi”, qualunque cosa significhi sia per noi mortali che per Micromega, cadono nella facile tentazione di un sorrisetto di superiorità. Non sempre, anzi quasi mai, calzante, motivato principalmente da una concezione di se che va ben oltre le nostre reali possibilità. Ed è qui forse che si vede “il saggio”, nel buon senso e nell’umiltà di ammettere l’involontario errore e realizzare prontamente che non essere 6000 piedi non vuol dire essere inferiore.

E poi che dire della perenne insoddisfazione (intesa come quella molla che motiva la continua crescita personale), giustamente non legata la numero di senso ed alle capacità? Crogiolarsi nella propria presunta onnipotenza appaga gli stolti, non certo esseri ad un migliaio di sensi quali i siriani…

E ritorna il tema del viaggio, come unico vero strumento che ci consente di gioire di ciò che abbiamo ed imparare ciò che non sappiamo. Attraverso il viaggio Micomega si accorge che (per me apice di questo passo): “non ne ho visti mai che non abbiano più desideri che veri bisogni, e più bisogni che soddisfazioni”.

No, non credo arriverà mai nel paese in cui non manca nulla, neanche dove la vita dura quanto vorremmo, non sapendo poi che farcene. Ringraziami piuttosto a gran voce “l’autore della natura”.

WU

PS. Facendo seguito a Micromega part#1