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La macchina per firmare

Io replicavo le firme dei miei genitori a manina sul diario per giustificare assenza che non erano proprio lecite… diciamo cosi (io?! nooo, non l’ho mai fatto e mai detto! 🙂 ).

Anche in questo i tempi sono cambiati (o forse no). Ad ogni modo diciamo che oggi (a patto da avere un bel gruzzolo da parte, motivo per cui la sQuola potresti anche pensare che non ti serva, per cui troverai sicuramente applicazioni migliori per il congegno) esiste un’alternativa.

Si tratta di un congegno tanto geniale quanto complicato per poter replicare alla perfezione, un numero illimitato di firme una firma. Esatto. Esiste davvero. Ovviamente non è una scatola magica, ma un congegno meccanico “da orologiaio”… ed infatti è stato proprio un orologiaio a progettarla e realizzarla.

MacchinaFirma.png

Una cosa va subito detta: una macchina uguale una firma. Ogni macchina è progettata specificatamente per replicare una firma specifica. Ed ovviamente un oggetto del genere va difeso con accortezza; non è un caso che sia attivabile solo con un codice segreto.
viviamo nell’era del digitale e “clonare” una firma digitale è diventato più o meno semplice; si va dalla semplice immagine all’ID digitale certificata, ma tutto sommato un buon spippolone ci firmare quello che vogliamo. Non è un bene, è una costatazione. Spesso le firme sono messe li tanto per metterle e spesso, invece, le mettiamo con criterio e con (in)soddisfazione.

Farle manualmente è ovviamente un’altra cosa (anche se di certo merce più rara nella quotidianità dei mortali), oltre al fatto che si “esigono” anche in contesti diversi (l’aggeggio in questione potrebbe firmare assegni a ripetizione per conto nostro… ammesso di avere bisogno e disponibilità).

Tornando comunque all’aggeggio: è piccola, portatile, elegante e ci si può “montare” la nostra penna (certamente una BIC da tabaccheria…) preferita. 585 pezzi da orologio che con ingranaggi e molle muovono un braccio retrattile che “danza” per conto nostro sul foglio.

Dulcis in fundo: 365.000 dollaroni… ne deve valere proprio la pen(n)a…

WU

PS. Certo che per tantissimi aspetti il progetto dell’uomo è veramente eccezionale… me ne convinco sempre di più (qualora ce ne fosse bisogno) e lo noto soprattutto quando vedo la complessità e la difficoltà nel realizzare questo genere di invenzioni che fanno con fatica e parzialmente ciò che noi impariamo a fare a 5 anni.

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I Transformers sono fra noi

E non parlo di robottoni da catena di montaggio che cambiano configurazione all’uopo, ma dei Transformers… quelli veri.

Il mio sogno (beh, uno dei). Sicuramente come quello di molti altri bambini. E che bello avere ancora dei sogni anche quando non si è più bambini (anagraficamente quando si finisce di esserlo?).

Ad ancor più bello l’aver lavorato, ideato, pensato, costruito per vedere questo sogno, per quanto futile realizzato. Per vedere qualcun altro con la bocca aperta ammirare (… e questa è già la prima soddisfazione di chiunque voglia e riesca a condividere un sogno) come un robottone da cartone animato potesse prendere forma e sostanza. Come una sogno infantile potesse prendere corpo in motori e lamiere e potesse addirittura mimare (seppur in maniera abbastanza goffa… diciamolo) le stesse animazioni.

3.7 metri di altezza in versione robot. 100 km/h in versione auto sportiva. Il tutto perfettamente funzionante/trasformabile e motorizzato (almeno nella versione bolide da corsa… anche se non ancora provato ufficialmente in questa modalità). Gli stessi motori elettrici utilizzati per la trasformazione sono usati per spingere l’auto, per ora provata ufficiosamente solo con i due inventori a bordo (… che sai come si gongolano…).

Ed ovviamente se hai fatto tanto non ti basta stare li a guardare. Il robot è in grado di ospitare, nelle due configurazioni ben due persone a bordo. Non male, anzi… fighissimo!

Per la cronaca, il Transformers non è un essere pensante (ancora) come vorremmo e deve ubbidire ad un convenzionale telecomando. … e dove se non che in Giappone (ad opera della Brave Robotics, Astratec e Sansei)! Ora aspetto di vedere i Pacific Rim in versione semovente e, se proprio posso sognare, scale 1:1.

Ok, ok, non serve a nulla, ma vuoi mettere come motiverebbe generazioni e generazioni di futuri ingegni e, soprattutto, sognatori?

WU (bambino)

CUE – Il cestista

C’è chi nel tempo libero fa modellismo, chi fa un po’ di sport e chi costruisce un robot cestista… infallibile. Io di certo non rientro nell’ultima categoria. Vi rientrano, invece, 17 ingegneri della Toyota. Notevole, infatti il loro passatempo (ma ci crediamo davvero?!) e soprattutto il risultato del loro lavoro.

Trattasi infatti di CUE, un super-specialista dei tiri dalla lunetta. E’ un robot progettato ed educato con un unico scopo: avere il 100% di successo dei tiri liberi.

Il robottone (un po’ stile manga a dire il vero) è un misto di motori elettrici, cavi, braccia metalliche, mani bioniche e soprattutto una intelligenza artificiale molto sviluppata. Si, infatti, l’infallibilità di CUE deriva da un ferreo allenamento con ben 200.000 tiri liberi! Praticamente CUE ha imparato (ed impara tutt’ora) dai successi e gli insuccessi di tutti questi tiri fino a raggiungere, appunto, la perfezione nel cesto da lunetta.

E’ stato istruito con migliaia di volte tutti i tiri liberi fatti dai più grandi campioni di NBA e nella sfida con l’uomo (immancabile banco di prova) ha ovviamente vinta (anche se dal video sotto l’avversario se la cava egregiamente con soli due errori).

Ovviamente lo stile lascia un po’ a desiderare: rigido sulle gambe e non esattamente tecnico nel tiro, ma assolutamente infallibile. Macchiavellico. Come tutti questi super-specialisti (anche umani e non solo robottoni) è molto limitato negli altri compiti: non lo vedremo a breve a schiacciare, stoppare, difendere o attaccare. Come se non bastasse il robot deve poggiare su un’ingombrante base nella quale confluiscono cavi (inclusi quelli di alimentazione) e supporti vari, il che lo rende non esattamente un giocatore da tutto campo. Diciamo pure che per i timorosi dell’avvento dell’era delle macchine il tempo non è ancora così vicino.

WU

PS. Il progetto fa seguito a quello di un singolo braccio meccanico addestrato esattamente con lo stesso scopo. In questo caso le parti in movimento sono molte di meno, la traiettoria è “facilmente” calcolabile a priori e poi fu addestrato dal nostro Belinelli.

CUE è molto più un “giocatore di squadra”: è alto 190 cm, è “snodabile” (almeno nelle intenzioni) su gambe e braccia, può con orgoglio esibire la canotta della squadra e, soprattutto, è il massimo specialista in uno dei compiti in cui la tensione sul giocatore è maggiore.

 

Graffette assassine

La verità è che abbiamo paura di perdere il titolo di razza egemone di questo pianeta. E la cosa ci darebbe ancor più fastidio se fossimo scalzati da una nostra creatura. A parte scenari futuribili distopici e post-nucleari, la paura che una intelligenza artificiale ci scalzi è per me sostanzialmente legata a questo.

A tal riguardo è particolarmente interessante, ed a tratti paurosa, la “teoria” immaginata dal filosofo svedese Nick Bostrom, nel 2003: moriremo tutti distrutti da un’intelligenza artificiale molto evoluta. Praticamente il rischio esistenziale della sopravvivenza a lungo termine dell’umanità.

E fin qui nulla di particolarmente nuovo (vi sono b-movie con sceneggiature migliori). La cosa interessante della teoria è il come. Moriremo tutti per mezzo di… graffette.

Avete presente quei cosetti di filo di ferro che prendiamo e buttiamo ad un ritmo incessante quotidianamente? Immaginiamo che un bel cervellone di silicio, in grado di imparare e di evolversi, sia stato istruito a produrre graffette. Quante più graffette possibili. E’ un compito perfetto per un robot (industriale, ai giorni nostri) che saprà ottimizzare la produttività e l’utilizzo dei materiali per produrre graffette e graffette. Diventerà così bravo da saper utilizzare qualunque sistema messo a disposizione dalla natura e dall’uomo per portare avanti al meglio il suo compito. Modificherà l’economia globale per guadagnare quanto più possibile e reinvestirlo nell’ulteriore produzione di graffette.

Tutti i vari problemi del mondo, dalla fame alle guerre, sarebbero solo delle inefficienze di sistema da dover risolvere per incrementare ulteriormente la produzione, per evitare distrazioni. La produzione si fermerà solo quando non vi saranno più risorse (compresi noi esseri umani) a disposizione. Il mondo, e noi stessi, perirà sotto una montagna di graffette.

A parte gli aspetti esasperati (davvero?) della teoria, il concetto è chiaro: un’intelligenza artificiale ha uno scopo molto chiaro e non ha (o potrebbe non avere) la nostra flessibilità nello stimare costi e benefici. Farà di tutto per raggiungerlo al meglio e se noi stessi siamo lenti/inutili/inefficienti (… cosa praticamente inevitabile) non esiterà a toglierci davanti.

Lo scopo è chiaro, magari c’è da lavorare sui macchiavelli metodi. L’unica cosa che mi lascia ben sperare è che confido molto nella nostra resilienza.

WU

PS. … e come non segnare questo “giochino”?

http://www.decisionproblem.com/paperclips/index2.html

Praticamente “la mente superiore” deve gestire un po’ di soldini ed un rocchetto di fil di ferro. Dando qualche semplice istruzione deve vedere quante graffette riesce a produrre… e come (e se) riesce a sterminare l’umanità.

Il mio risultato (ovviamente lascerò la pagina aperta per tutta la giornata 😀 ): 1,000 clips created in 4 minutes 49 seconds. L’umanità è ancora salva.

PPSS @ 23.10.17… ed ovviamente non potevo non arrivare in fondo… 😀 . Il giochino, confermo, è veramente ben fatto. Lavora in background (la tab del browser aperta ed in primo piano), si evolve (come si confà ad una AI), ti spinge a scoprire regole e meccanismi, ti porta a colonizzare l’universo (dopo la “full autonomy” nella produzione delle graffette ed il completamento dello sfruttamento delle risorse della terra, ovviamente…) e quindi a decidere se continuare a maciullare graffette su graffette o ricominciare in un nuovo universo.

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… praticamente una droga da ufficio.

Comando io

Questi due Dilbert (non freschissimi, come da tradizione) li trovo particolarmente notevoli ed ispiratori.

Dilbert070917.png

Facendo un po’ seguito alle ultime news sulle “preoccupazioni” dei “grandi della terra” circa i pericoli della AI (e tralasciano i capolavori fantascientifici-distopici della letteratura), siamo messi di fronte al fine ultimo della natura.

Non solo della natura umana, ovviamente. E’ nella natura degli esseri senzienti. D’altronde anche gli animali fanno così: sono il più grosso e comando io altrimenti ti mangio. Ineccepibile.

Senza fasciarci troppo la testa circa gli step intermedi i robottoni intelligenti (no, penso a quelli delle fabbriche più che a Pacific Rim) arriveranno al solito punto: sono grosso e forte e comando io.

Come dire che il fine ultimo dell’evoluzione è far lavorare qualcuno per noi sotto minaccia. Un po’ triste, ma vicino alla verità.

Dilbert070917_1.png

E comunque meglio così che la stessa cosa mascherata da “micro-managing” o chiacchierate falsamente friendly. Piuttosto che essere sotto un egida dettata da pura forza mascherata da qualche edulcorante, meglio guardare in faccia la dura (è il caso di dirlo) verità.

WU

Torma di robo-sub

Questa idea mi piace.

Invece di guardare sempre (?!) con il naso all’insù e a volte altrettanto utile e stimolante guardare con un po’ più di attenzione ciò che abbiamo sotto i piedi. Tanto le problematiche tecniche (e finanziarie) arrivano in ogni caso.

Perché allora non pensare ad uno sciame di mini robot sottomarini per tenere traccia dei movimenti del plancton? E con esso praticamente avere una specie di mappa 3D delle correnti marine. Mica male!

Autonomous Underwater Explorers (M-AUEs) […] 16 M-AUEs several kilometers off the coast of Torrey Pines State Park […] One of the applications for this type of system is the study of small scale circulation, such as coastal or river circulation, and processes, such as dynamics of planktonic communities, oil spill expansion, and sewage outlets that exist on and are affected by such scales.

Ma la cosa ancora più bella è che non stiamo parlando di una ipotetica idea futura, che per quanto “smart” dovrebbe ancora dimostrare la sua resilienza ad una feroce mortalità infantile. Stiamo parlando di qualcosa che è la Jaffe Laboratory for Underwater Imaging ha già fatto…

In 5 ore di test abbiamo ricostruito il moto del plancton e delle onde con (ovviamente) precisione mai ottenuta prima. I robottini sono anche dotati di sensori di temperatura, ma non ancora con camere subacquee. Mettendo anche quelle avremo un vero e proprio esercito si sentinelle marine. Piccole, poco invasive, sempre presenti e potenzialmente economiche (sto pensando ad una realistica economia di scala oltre che all’approccio cost-oriented dell’idea).

The system is comprised of a swarm of small floats that are buoyancy controlled, acoustically tracked, contain sensors for data collection and are part of an adhoc network for relaying data to surface stations for analysis. The buoyancy control allows the floats to collect data from various depths in the ocean. Propulsion is not needed as the floats will be moving with the flow and obtaining data on circulation patterns.

Tornando un attimo alle difficoltà tecniche… Lo sapevate che il GPS sott’acqua non prende benissimo? Quindi per tener traccia degli spostamenti dei M-AUEs assieme allo sciame è stato anche allestito “a surface array of acoustic pingers was deployed in a pentagon formation and used to track the M-AUEs underwater in three dimensions”.

Da continuare, ma parte bene.

WU

Mia cara Nadine

Ci sono robot e robot. Da quelli che montano le macchine a quelli che puliscono casa. Da quelli che sollevano i pesi per noi a quelli che ci aiutano a camminare.

Ma tutto sommato siamo una società destinata ad invecchiare e siamo vittime della frenesia del nuovo millennio. Ci spersonifichiamo, siamo sempre più soli, le relazioni sociali viaggiano attraverso internet e non abbiamo (diciamo di) mai tempo per stare semplicemente in compagnia.

Che c’entra? Nulla. Forse.

In realtà i due concetti stanno trovando un punto d’incontro forse neanche tanto difficile da immaginare. A Singapore, presso la Nanyang Technological University, i progressi in ambito robotico si stanno focalizzando su Nadine.

nadine.png

(…non facciamo gli spiritosi; Nadine è quella seduta…)

E’ lo scopo che fa la differenza. Il robottino in questione è programmato non per aiutarci o sostenerci in qualche modo, bensì per farci compagnia (… e ve li ricordate i Tamagotchi?).
Nadine può salutare persone, ricordarsi il loro nome e le precedenti conversazioni avute con loro. Può cambiare umore e tono in base al tema della discussione e vi può proporre nuovi spunti.

Proprio come avere accanto… Super Viky (che però nella realtà è invecchiata)…

E poi anche l’occhio vuole la sua parte. Nadine è stata creata a sembianze di umanoide. Volto calmo e pacato ed un bel sorriso. Un vero e proprio robot da compagnia affabile e disponibile.

Tutti i più visionari film di ribellione delle macchine inizierebbero così…

WU

PS. Tra l’altro proprio nei giorni in cui abbiamo avuto qualche avvisaglia di un Knightscope K5 (un robottone ad uso security usato negli shopping center americani) che ha violato una delle leggi della robotica di Asimov: “Un robot non può danneggiare un essere umano o, attraverso l’inazione, permettere che un essere umano riceva del danno”.

Il K5 ha buttato giù un bimbo di 16 mesi e gli è passato su una gamba. Niente allarmismo alla Terminator, solo un malfunzionamento. Per ora

PPSS. Ed aggiungo che è solo di qualche settimana fa la rivelazione del primo incidente mortale causato da una macchina a guida autonoma della Tesla. Anche se (pare) il pilota automatico fosse disinserito…

PPPSSS. E la robotica domestica parla anche italiano con R1