Lettura artificiale

Siamo nell’era in cui la locuzione “intelligenza artificiale” sembra riassumere il futuro. In realtà è una cosa solo parzialmente nuova (e non solo per B-movies catastrofici) che come tutto sta velocemente progredendo. Parliamo di algoritmi che imparano da se stessi. Che “studiano” quello che gli diamo da studiare e raggiungono (affinando una serie di parametri su un codice scritto, finora, da mano umana) una livello di “conoscenza” nella loro mansione da far impallidire i Leonardo-Da-Vinci-che-non-ci-sono-più.

Una volta che il giochino funziona lo si mette alla prova negli ambiti più disparati. Lungi da me una lezione sul machine learning e sui campi di applicazione, mi ha incuriosito questo “esperimento“.

Sono stati fatti leggere ad una intelligenza artificiale (paziente, che non fa i capricci, ma che non ne trae neanche piacere) 3.5 milioni di libri (!). Tutti questi testi e tutte queste informazioni sono state fatte processare all’intelligenza con uno scopo ben preciso: scoprire se c’è una differenza tra i tipi di parole usati per descrivere uomini e donne. Avrei da ridire sullo scopo “riduttivo” dopo tutte le info (parliamo di qualcosa come più di 11.000.000.000 di parole…) che l’intelligenza ha evidentemente acquisito.

Il risultato che definirei inatteso, grottesco, un luogo comune, e-c’era-bisogno-di-un-computer, frutto non solo dei nostri tempi, un retaggio dei nostri tempi è più o meno che le parole usate per le donne si riferiscono molto più alla loro apparenza rispetto alle parole usate per descrivere gli uomini.

UominiDonne_aggettivi.png

Abbiamo dato valenza statistica ad un sentimento (maschilista!) abbastanza diffuso. Abbiamo “confermato” una sorta di pregiudizi di genere anche nel linguaggio letterario. Devo però dire che la cosa mi puzza un po’ di “bias di conferma”; in fondo descrivere una donna anche per il suo aspetto estetico non vuol dire per forza sessismo… Ma la statistica questo aspetto non lo coglie (e non deve!). Gli algoritmi sono un insieme di istruzioni fisse che identificano, in questo caso, aggettivi maschili o femminili; se la fonte utilizza questi termini in maniera corretta o distorta l’algoritmo non lo coglie; i sistemi di intelligenza artificiale di adattano alle info date loro in pasto, non vanno oltre.

Ad oggi l’algoritmo (i ricercatori sono al lavoro per un upgrade) non distingue di certo i vari generi letterari, gli autori e le loro inclinazioni personali ed artistiche, non tiene conto del periodo storico in cui è stato scritto il libro ed in generale non contestualizza nulla dei milioni di libri che “legge”.

Per ottenere analisi più raffinate (come quelle che necessarie quando si chiede ad una macchina di entrare “nelle faccende umane”) bisogna sviluppare algoritmi più raffinati in grado di interpretare o ignorare il contesto delle parole ed allora si che si potrà avere conferma dei nostri stereotipi di genere e pregiudizi… che sono pronto a scommettere emergeranno.

WU

PS. Non so se in odore di ignobel.

A strange game, by Wargames

Oggi mi hanno fatto tornare in mente questo film. Fa parte dei miei ricordi di infanzia (e già avrei dovuto capire che c’era qualcosa che non andava… 😀 ) anche se non mi è mai rimasto impresso più di tanto.

Sto parlando di una specie di tecno-fantasy da guerra fredda in cui l’arsenale nucleare americano si arma quasi fosse un gioco… appunto.

In brevissimo (è un film del 1983 non credo si possa chiamare spolier, ma in case saltate allegramente): Settle, un giovane hacker amante dei videogiochi componendo numeri telefonici a caso riesce a raggiungere il supercomputer che si occupa di difendere la buona America dalla cattiva Russia. Il computer in questione è una sorta di intelligenza artificiale ante litteram che si allena con simulazioni di guerra e giochi di strategia per farsi trovare pronto a fare la contromossa ad un eventuale attacco russo. Vedendo la lista dei giochi su quel pc il nostro amico hacker si convince di esser entrato nell’azienda produttrice di videogiochi che cercava ed inizia a giocare contro il super computer ad una guerra termonucleare in cui, guarda un po’, lui assume il ruolo dei sovietici. Per il ragazzo è solo un gioco, per il computerone una seria minaccia. Le mosse del ragazzo sono scambiate per veri attacchi e tutto lo stato maggiore dell’esercito allertato per l’imminente attacco. La commistione fra “realtà reale” e “realtà virtuale” dilaga: i russi prendono i movimenti delle truppe americane come una dichiarazione di guerra e gli amMericani a loro volta sono insospettiti dalle strategie sovietiche. Il “gioco” si autoalimenta fino a delineare l’inizio di una guerra termonucleare. E’ praticamente tutto in mano al computer con una “sapente” esclusione del fattore umano che continua a decidere la strategia migliore per sterminare il nemico. L’algoritmo inizia a provare tutti i codici di lancio per avviare la sua offensiva.

Viene qui la parte che mi ha più colpito oggi del vecchio film: il modo con cui si cerca di fermare l’intelligenza artificiale ormai convinta di voler sterminare l’umanità: giocare a tris.

Praticamente l’idea del ragazzo per riuscire a fermare il computer è semplicemente quella di sovraccaricarlo. Al computer viene chiesto di giocare a tris contro se stesso: le partite finiscono velocemente in condizioni di stallo una dopo l’altra e lo stesso avviene con le varie simulazioni di guerra. Il pc “tralascia” (con tanto di scintille dai monitor come i fantasy anni ottanta-novanta volevano) le operazioni di lancio fino a convincersi che tutte le varie opzioni di guerra portano allo stesso risultato:

A strange game. The only winning move is not to play.

Il computer interrompe qualunque simulazione e chiede al suo creatore se non sia meglio giocare a scacchi.

Beh, diciamo che a parte un po’ l’effetto amarcord mi ha colpito molto l’approccio del “tris contro se stessi”. Praticamente un egregio modo per distogliere l’attenzione da compiti più seri è quello di focalizzare l’attenzione su processi abbastanza inutili, ripetitivi e senza speranza di vittoria. La condizione di stallo che si ripete ad ogni partita mi ricorda tanto le molteplici discussioni con i muri di gomma che trovo (troviamo, ne sono certo) qui e li.

WU

PS. Sotto la “scena madre” (nell’opinione di questo fesso) del film.

Luddismo

…per il “solito ciclo” una parola al giorno… o meglio, una parola ogni tanto. Il suono non mi piace particolarmente ed anche il significato mi pare alquanto naive, ma d’altra parte non posso mica mettermi a sproloquiare solo di quello che mi pare a me (… o no? 😀 )

Inghilterra, fine del XVII secolo. E’ il periodo post rivoluzione industriale ed il mondo del lavoro stava cambiando per sempre (frase che sento quanto mai attuale…). L’umanità aveva scoperto le macchine; esistevano i telai meccanici e le macchine a vapore che potevano svolgere il lavoro che fino al giorno prima avevano svolto gli uomini.

Ovviamente una trasformazione (velocissima) del genere doveva avere una grande ripercussione anche a livello sociale. Nascevano i nuovi capitalisti ed i nuovi proletari. La terra era già stata in parte abbandonata a favore del lavoro nelle fabbriche ed ora anche il lavoro industriale sembrava messo a rischio dall’avvento della tecnologia. La popolazione si trova a che fare con una nuova realtà industriale in cui le macchine erano parte integrante ed i “nuovi industriali” cercavano un lavoro più intensivo, metodico, sistematico. Si separarono definitivamente i padroni ed i lavoratori.

In questo contesto, Ned Ludd (… chissà se mai esistito), nel 1779 distrusse in segno di protesta un telaio industriale simbolo della “rivoluzione delle macchine” in corso. Da allora Ludd divenne, nell’immaginario collettivo, il generale che guidava la rivoluzione dei lavoratori sfruttati dai padroni e sconvolti dalla rivoluzione industriale.

Il luddismo, movimento nato da tale gesto, guidò proprio molte delle rivolte di quel periodo contro l’ascesa dei padroni e delle macchine. Esplose specialmente nella classe dei lavoratori di calze e maglie al telaio che erano quelli che avevano sofferto di più la meccanizzazione del loro lavoro. Il movimento, inoltre, prese piede dove la separazione fra lavoratori e padroni era più esasperata e dove l’operaio si sentiva impotente ed insicuro al cospetto delle macchine.

I nuovi macchinari industriali, divenendo quindi il simbolo del nuovo sistema economico, furono oggetto delle proteste della popolazione. Il luddismo riuscì ad incanalare non solo il malessere dei lavoratori tessili, ma quello di molte fasce deboli della società che sfogarono tutta la loro rabbia sui padroni e sui loro macchinari.

Il termine è oggi sinonimo di ogni forma di lotta violenta contro il progresso, l’introduzione di nuove macchine, contro il padrone sfruttatore. Luddista è colui che è contro il mutamento tecnologico e manifesta in maniera anche violenta la sua resistenza.

Oggi direi che più che altro abbiamo accettato di patteggiare con le macchine (nessuno vorrebbe fare più a mano migliaia di conti senza usare un computer, o no?), ma una vena luddista rimane nei tanti lavoratori che non si sentono sicuri o motivati nel loro lavoro (ed evito accuratamente di fare esempi) e vedono nelle macchine una vera minaccia… piuttosto che una fonte di ulteriori possibilità; messaggio che “un saggio padrone” dovrebbe dare.

WU

Il tizio che legge il telegiornale

Con l’evoluzione della tecnologia ci sono molti lavori che praticamente non esistono più. Non mi metterò a fare la lista, ma è abbastanza ovvio che progredendo con lo sviluppo tecnologico ci possiamo sollevare sempre più di mansioni routinarie, poco appaganti o che comunque afferiscono ad un mercato/società che non è più attuale.

Di per se questo potrebbe essere un bene… a parte l’evidente perdita di alcune professionalità (cosa che, temo, si verificherebbe comunque data la pulsione delle nostre e delle nuove generazioni a riprendere vecchie maestranze) e la perdita di posti di lavoro in uno specifico settore (che, sperabilmente, dovrebbero essere recuperati altrove, soprattutto considerando l’espansione del benessere e del mercato che consegue l’introduzione di nuove tecnologie nella filiera produttiva).

Ok, ok, sto parlando stile “libro stampato” o “formazione aziendale” rimanendo di proposito vago. Date pure libero sfogo alla vostra fantasia pensando a ciò che sapevamo fare (beh… magari non noi come singoli individui) e non sappiamo più fare oppure a tutti i lavori “uccisi” dalla tecnologia.

Immagino/credo/sfido che nella vostra lista non abbiate annoverato il “tizio che legge il telegiornale”.

Attenzione attenzione, consentitemi una precisazione. Tali figure, benché anche oggi con formazione (spesso, spero) giornalistica li identifico di proposito con un termine diverso da giornalista. Sono dell’idea che la diffusione di internet e dei social abbia già condannato la professione del giornalista, ma non immaginavo quella del “tizio che legge il telegiornale”. Che bisogno abbiamo di un giornalista/inviato che ci faccia da filtro alla notizia del giorno se basta un tweet oppure un video amatoriale a testimoniare l’episodio? Perché dovremmo aver la necessità di un layer intermedio fra l’evento e la popolazione per informare tutti? Un po’ come il ruolo delle banche nella gestione delle cryptovalute, IMHO il giornalista è una di quelle figure che potrebbe non aver grande futuro… almeno per come la intendiamo ancor oggi (magari, anzi certamente, servirebbe qualcuno che verifica le fonti oppure colleziona punti di vista diversi, ma lasciatemelo dire, oggi mi paiono più attività da “cronista d’assalto” “approfondimento” “tribune di qualche forma” piuttosto che da giornale).

Ad ogni modo, polemica e divagazioni a parte, il “tizio che legge il telegiornale” credevo volessimo tenercelo… ma evidentemente non la pensa così Xinhua… e la cosa ha anche molta più rilevanza delle opinioni del sottoscritto.

Move over, humans. Other humans need to hear the news, and they’ll be damned if they let that information be relayed by like-minded mortal beings. Chinese State media network Xinhua is ready to tackle that problem, with their very first English-speaking “AI news anchor”, a glorified computer program who looks forward to “bringing you the brand new news experiences.”

L’agenzia televisiva, infatti, preferirebbe dei “tizi che leggono il telegiornale” che non sbaglino mai, che lavorino 24 ore al giorno, che non diano segni di stanchezza e, perché no, più economici (oltre che magari non vogliono un sindacato, non si ammalino, non facciano trapelare informazioni personali, etc. etc.).

Xinhua.png

I colleghi virtuali sono disegnati seguendo le sembianze di colleghi reali (anche per minimizzare “i turbamenti” del pubblico, immagino) e sfruttando tutti i recenti sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’idea non è quella di creare un robot, ma un collega virtuale (rabbrividisco).

Anzi, la Xinhua è già oltre; i “tizi virtuali che leggono il telegiornale” sono di fatto diventati parte del corpo redazionale dato che stendono autonomamente (immagino/spero che poi vengano riviste da carne e cervello) notizie semplici, come ad esempio l’andamento dei mercati azionari.

Il progresso deve andare avanti (e vabbè), scenari distopici ne possiamo immaginare a iosa, ma mi chiedo: con tutte le cose che potevamo evitare di fare noi proprio da qui vogliamo partire? Le altre le abbiamo già fatte? Non mi risulta che esista un robottino ad AI che sia in gradi di raccogliere i pomodori magari riconoscendo quelli maturi da quelli non.

WU

PS. Se volete deliziarvi con la prima apparizione pubblica del “news anchor”…

La macchina per firmare

Io replicavo le firme dei miei genitori a manina sul diario per giustificare assenza che non erano proprio lecite… diciamo cosi (io?! nooo, non l’ho mai fatto e mai detto! 🙂 ).

Anche in questo i tempi sono cambiati (o forse no). Ad ogni modo diciamo che oggi (a patto da avere un bel gruzzolo da parte, motivo per cui la sQuola potresti anche pensare che non ti serva, per cui troverai sicuramente applicazioni migliori per il congegno) esiste un’alternativa.

Si tratta di un congegno tanto geniale quanto complicato per poter replicare alla perfezione, un numero illimitato di firme una firma. Esatto. Esiste davvero. Ovviamente non è una scatola magica, ma un congegno meccanico “da orologiaio”… ed infatti è stato proprio un orologiaio a progettarla e realizzarla.

MacchinaFirma.png

Una cosa va subito detta: una macchina uguale una firma. Ogni macchina è progettata specificatamente per replicare una firma specifica. Ed ovviamente un oggetto del genere va difeso con accortezza; non è un caso che sia attivabile solo con un codice segreto.
viviamo nell’era del digitale e “clonare” una firma digitale è diventato più o meno semplice; si va dalla semplice immagine all’ID digitale certificata, ma tutto sommato un buon spippolone ci firmare quello che vogliamo. Non è un bene, è una costatazione. Spesso le firme sono messe li tanto per metterle e spesso, invece, le mettiamo con criterio e con (in)soddisfazione.

Farle manualmente è ovviamente un’altra cosa (anche se di certo merce più rara nella quotidianità dei mortali), oltre al fatto che si “esigono” anche in contesti diversi (l’aggeggio in questione potrebbe firmare assegni a ripetizione per conto nostro… ammesso di avere bisogno e disponibilità).

Tornando comunque all’aggeggio: è piccola, portatile, elegante e ci si può “montare” la nostra penna (certamente una BIC da tabaccheria…) preferita. 585 pezzi da orologio che con ingranaggi e molle muovono un braccio retrattile che “danza” per conto nostro sul foglio.

Dulcis in fundo: 365.000 dollaroni… ne deve valere proprio la pen(n)a…

WU

PS. Certo che per tantissimi aspetti il progetto dell’uomo è veramente eccezionale… me ne convinco sempre di più (qualora ce ne fosse bisogno) e lo noto soprattutto quando vedo la complessità e la difficoltà nel realizzare questo genere di invenzioni che fanno con fatica e parzialmente ciò che noi impariamo a fare a 5 anni.

I Transformers sono fra noi

E non parlo di robottoni da catena di montaggio che cambiano configurazione all’uopo, ma dei Transformers… quelli veri.

Il mio sogno (beh, uno dei). Sicuramente come quello di molti altri bambini. E che bello avere ancora dei sogni anche quando non si è più bambini (anagraficamente quando si finisce di esserlo?).

Ad ancor più bello l’aver lavorato, ideato, pensato, costruito per vedere questo sogno, per quanto futile realizzato. Per vedere qualcun altro con la bocca aperta ammirare (… e questa è già la prima soddisfazione di chiunque voglia e riesca a condividere un sogno) come un robottone da cartone animato potesse prendere forma e sostanza. Come una sogno infantile potesse prendere corpo in motori e lamiere e potesse addirittura mimare (seppur in maniera abbastanza goffa… diciamolo) le stesse animazioni.

3.7 metri di altezza in versione robot. 100 km/h in versione auto sportiva. Il tutto perfettamente funzionante/trasformabile e motorizzato (almeno nella versione bolide da corsa… anche se non ancora provato ufficialmente in questa modalità). Gli stessi motori elettrici utilizzati per la trasformazione sono usati per spingere l’auto, per ora provata ufficiosamente solo con i due inventori a bordo (… che sai come si gongolano…).

Ed ovviamente se hai fatto tanto non ti basta stare li a guardare. Il robot è in grado di ospitare, nelle due configurazioni ben due persone a bordo. Non male, anzi… fighissimo!

Per la cronaca, il Transformers non è un essere pensante (ancora) come vorremmo e deve ubbidire ad un convenzionale telecomando. … e dove se non che in Giappone (ad opera della Brave Robotics, Astratec e Sansei)! Ora aspetto di vedere i Pacific Rim in versione semovente e, se proprio posso sognare, scale 1:1.

Ok, ok, non serve a nulla, ma vuoi mettere come motiverebbe generazioni e generazioni di futuri ingegni e, soprattutto, sognatori?

WU (bambino)

CUE – Il cestista

C’è chi nel tempo libero fa modellismo, chi fa un po’ di sport e chi costruisce un robot cestista… infallibile. Io di certo non rientro nell’ultima categoria. Vi rientrano, invece, 17 ingegneri della Toyota. Notevole, infatti il loro passatempo (ma ci crediamo davvero?!) e soprattutto il risultato del loro lavoro.

Trattasi infatti di CUE, un super-specialista dei tiri dalla lunetta. E’ un robot progettato ed educato con un unico scopo: avere il 100% di successo dei tiri liberi.

Il robottone (un po’ stile manga a dire il vero) è un misto di motori elettrici, cavi, braccia metalliche, mani bioniche e soprattutto una intelligenza artificiale molto sviluppata. Si, infatti, l’infallibilità di CUE deriva da un ferreo allenamento con ben 200.000 tiri liberi! Praticamente CUE ha imparato (ed impara tutt’ora) dai successi e gli insuccessi di tutti questi tiri fino a raggiungere, appunto, la perfezione nel cesto da lunetta.

E’ stato istruito con migliaia di volte tutti i tiri liberi fatti dai più grandi campioni di NBA e nella sfida con l’uomo (immancabile banco di prova) ha ovviamente vinta (anche se dal video sotto l’avversario se la cava egregiamente con soli due errori).

Ovviamente lo stile lascia un po’ a desiderare: rigido sulle gambe e non esattamente tecnico nel tiro, ma assolutamente infallibile. Macchiavellico. Come tutti questi super-specialisti (anche umani e non solo robottoni) è molto limitato negli altri compiti: non lo vedremo a breve a schiacciare, stoppare, difendere o attaccare. Come se non bastasse il robot deve poggiare su un’ingombrante base nella quale confluiscono cavi (inclusi quelli di alimentazione) e supporti vari, il che lo rende non esattamente un giocatore da tutto campo. Diciamo pure che per i timorosi dell’avvento dell’era delle macchine il tempo non è ancora così vicino.

WU

PS. Il progetto fa seguito a quello di un singolo braccio meccanico addestrato esattamente con lo stesso scopo. In questo caso le parti in movimento sono molte di meno, la traiettoria è “facilmente” calcolabile a priori e poi fu addestrato dal nostro Belinelli.

CUE è molto più un “giocatore di squadra”: è alto 190 cm, è “snodabile” (almeno nelle intenzioni) su gambe e braccia, può con orgoglio esibire la canotta della squadra e, soprattutto, è il massimo specialista in uno dei compiti in cui la tensione sul giocatore è maggiore.

 

Graffette assassine

La verità è che abbiamo paura di perdere il titolo di razza egemone di questo pianeta. E la cosa ci darebbe ancor più fastidio se fossimo scalzati da una nostra creatura. A parte scenari futuribili distopici e post-nucleari, la paura che una intelligenza artificiale ci scalzi è per me sostanzialmente legata a questo.

A tal riguardo è particolarmente interessante, ed a tratti paurosa, la “teoria” immaginata dal filosofo svedese Nick Bostrom, nel 2003: moriremo tutti distrutti da un’intelligenza artificiale molto evoluta. Praticamente il rischio esistenziale della sopravvivenza a lungo termine dell’umanità.

E fin qui nulla di particolarmente nuovo (vi sono b-movie con sceneggiature migliori). La cosa interessante della teoria è il come. Moriremo tutti per mezzo di… graffette.

Avete presente quei cosetti di filo di ferro che prendiamo e buttiamo ad un ritmo incessante quotidianamente? Immaginiamo che un bel cervellone di silicio, in grado di imparare e di evolversi, sia stato istruito a produrre graffette. Quante più graffette possibili. E’ un compito perfetto per un robot (industriale, ai giorni nostri) che saprà ottimizzare la produttività e l’utilizzo dei materiali per produrre graffette e graffette. Diventerà così bravo da saper utilizzare qualunque sistema messo a disposizione dalla natura e dall’uomo per portare avanti al meglio il suo compito. Modificherà l’economia globale per guadagnare quanto più possibile e reinvestirlo nell’ulteriore produzione di graffette.

Tutti i vari problemi del mondo, dalla fame alle guerre, sarebbero solo delle inefficienze di sistema da dover risolvere per incrementare ulteriormente la produzione, per evitare distrazioni. La produzione si fermerà solo quando non vi saranno più risorse (compresi noi esseri umani) a disposizione. Il mondo, e noi stessi, perirà sotto una montagna di graffette.

A parte gli aspetti esasperati (davvero?) della teoria, il concetto è chiaro: un’intelligenza artificiale ha uno scopo molto chiaro e non ha (o potrebbe non avere) la nostra flessibilità nello stimare costi e benefici. Farà di tutto per raggiungerlo al meglio e se noi stessi siamo lenti/inutili/inefficienti (… cosa praticamente inevitabile) non esiterà a toglierci davanti.

Lo scopo è chiaro, magari c’è da lavorare sui macchiavelli metodi. L’unica cosa che mi lascia ben sperare è che confido molto nella nostra resilienza.

WU

PS. … e come non segnare questo “giochino”?

http://www.decisionproblem.com/paperclips/index2.html

Praticamente “la mente superiore” deve gestire un po’ di soldini ed un rocchetto di fil di ferro. Dando qualche semplice istruzione deve vedere quante graffette riesce a produrre… e come (e se) riesce a sterminare l’umanità.

Il mio risultato (ovviamente lascerò la pagina aperta per tutta la giornata 😀 ): 1,000 clips created in 4 minutes 49 seconds. L’umanità è ancora salva.

PPSS @ 23.10.17… ed ovviamente non potevo non arrivare in fondo… 😀 . Il giochino, confermo, è veramente ben fatto. Lavora in background (la tab del browser aperta ed in primo piano), si evolve (come si confà ad una AI), ti spinge a scoprire regole e meccanismi, ti porta a colonizzare l’universo (dopo la “full autonomy” nella produzione delle graffette ed il completamento dello sfruttamento delle risorse della terra, ovviamente…) e quindi a decidere se continuare a maciullare graffette su graffette o ricominciare in un nuovo universo.

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… praticamente una droga da ufficio.

Comando io

Questi due Dilbert (non freschissimi, come da tradizione) li trovo particolarmente notevoli ed ispiratori.

Dilbert070917.png

Facendo un po’ seguito alle ultime news sulle “preoccupazioni” dei “grandi della terra” circa i pericoli della AI (e tralasciano i capolavori fantascientifici-distopici della letteratura), siamo messi di fronte al fine ultimo della natura.

Non solo della natura umana, ovviamente. E’ nella natura degli esseri senzienti. D’altronde anche gli animali fanno così: sono il più grosso e comando io altrimenti ti mangio. Ineccepibile.

Senza fasciarci troppo la testa circa gli step intermedi i robottoni intelligenti (no, penso a quelli delle fabbriche più che a Pacific Rim) arriveranno al solito punto: sono grosso e forte e comando io.

Come dire che il fine ultimo dell’evoluzione è far lavorare qualcuno per noi sotto minaccia. Un po’ triste, ma vicino alla verità.

Dilbert070917_1.png

E comunque meglio così che la stessa cosa mascherata da “micro-managing” o chiacchierate falsamente friendly. Piuttosto che essere sotto un egida dettata da pura forza mascherata da qualche edulcorante, meglio guardare in faccia la dura (è il caso di dirlo) verità.

WU

Torma di robo-sub

Questa idea mi piace.

Invece di guardare sempre (?!) con il naso all’insù e a volte altrettanto utile e stimolante guardare con un po’ più di attenzione ciò che abbiamo sotto i piedi. Tanto le problematiche tecniche (e finanziarie) arrivano in ogni caso.

Perché allora non pensare ad uno sciame di mini robot sottomarini per tenere traccia dei movimenti del plancton? E con esso praticamente avere una specie di mappa 3D delle correnti marine. Mica male!

Autonomous Underwater Explorers (M-AUEs) […] 16 M-AUEs several kilometers off the coast of Torrey Pines State Park […] One of the applications for this type of system is the study of small scale circulation, such as coastal or river circulation, and processes, such as dynamics of planktonic communities, oil spill expansion, and sewage outlets that exist on and are affected by such scales.

Ma la cosa ancora più bella è che non stiamo parlando di una ipotetica idea futura, che per quanto “smart” dovrebbe ancora dimostrare la sua resilienza ad una feroce mortalità infantile. Stiamo parlando di qualcosa che è la Jaffe Laboratory for Underwater Imaging ha già fatto…

In 5 ore di test abbiamo ricostruito il moto del plancton e delle onde con (ovviamente) precisione mai ottenuta prima. I robottini sono anche dotati di sensori di temperatura, ma non ancora con camere subacquee. Mettendo anche quelle avremo un vero e proprio esercito si sentinelle marine. Piccole, poco invasive, sempre presenti e potenzialmente economiche (sto pensando ad una realistica economia di scala oltre che all’approccio cost-oriented dell’idea).

The system is comprised of a swarm of small floats that are buoyancy controlled, acoustically tracked, contain sensors for data collection and are part of an adhoc network for relaying data to surface stations for analysis. The buoyancy control allows the floats to collect data from various depths in the ocean. Propulsion is not needed as the floats will be moving with the flow and obtaining data on circulation patterns.

Tornando un attimo alle difficoltà tecniche… Lo sapevate che il GPS sott’acqua non prende benissimo? Quindi per tener traccia degli spostamenti dei M-AUEs assieme allo sciame è stato anche allestito “a surface array of acoustic pingers was deployed in a pentagon formation and used to track the M-AUEs underwater in three dimensions”.

Da continuare, ma parte bene.

WU