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Graffette assassine

La verità è che abbiamo paura di perdere il titolo di razza egemone di questo pianeta. E la cosa ci darebbe ancor più fastidio se fossimo scalzati da una nostra creatura. A parte scenari futuribili distopici e post-nucleari, la paura che una intelligenza artificiale ci scalzi è per me sostanzialmente legata a questo.

A tal riguardo è particolarmente interessante, ed a tratti paurosa, la “teoria” immaginata dal filosofo svedese Nick Bostrom, nel 2003: moriremo tutti distrutti da un’intelligenza artificiale molto evoluta. Praticamente il rischio esistenziale della sopravvivenza a lungo termine dell’umanità.

E fin qui nulla di particolarmente nuovo (vi sono b-movie con sceneggiature migliori). La cosa interessante della teoria è il come. Moriremo tutti per mezzo di… graffette.

Avete presente quei cosetti di filo di ferro che prendiamo e buttiamo ad un ritmo incessante quotidianamente? Immaginiamo che un bel cervellone di silicio, in grado di imparare e di evolversi, sia stato istruito a produrre graffette. Quante più graffette possibili. E’ un compito perfetto per un robot (industriale, ai giorni nostri) che saprà ottimizzare la produttività e l’utilizzo dei materiali per produrre graffette e graffette. Diventerà così bravo da saper utilizzare qualunque sistema messo a disposizione dalla natura e dall’uomo per portare avanti al meglio il suo compito. Modificherà l’economia globale per guadagnare quanto più possibile e reinvestirlo nell’ulteriore produzione di graffette.

Tutti i vari problemi del mondo, dalla fame alle guerre, sarebbero solo delle inefficienze di sistema da dover risolvere per incrementare ulteriormente la produzione, per evitare distrazioni. La produzione si fermerà solo quando non vi saranno più risorse (compresi noi esseri umani) a disposizione. Il mondo, e noi stessi, perirà sotto una montagna di graffette.

A parte gli aspetti esasperati (davvero?) della teoria, il concetto è chiaro: un’intelligenza artificiale ha uno scopo molto chiaro e non ha (o potrebbe non avere) la nostra flessibilità nello stimare costi e benefici. Farà di tutto per raggiungerlo al meglio e se noi stessi siamo lenti/inutili/inefficienti (… cosa praticamente inevitabile) non esiterà a toglierci davanti.

Lo scopo è chiaro, magari c’è da lavorare sui macchiavelli metodi. L’unica cosa che mi lascia ben sperare è che confido molto nella nostra resilienza.

WU

PS. … e come non segnare questo “giochino”?

http://www.decisionproblem.com/paperclips/index2.html

Praticamente “la mente superiore” deve gestire un po’ di soldini ed un rocchetto di fil di ferro. Dando qualche semplice istruzione deve vedere quante graffette riesce a produrre… e come (e se) riesce a sterminare l’umanità.

Il mio risultato (ovviamente lascerò la pagina aperta per tutta la giornata 😀 ): 1,000 clips created in 4 minutes 49 seconds. L’umanità è ancora salva.

PPSS @ 23.10.17… ed ovviamente non potevo non arrivare in fondo… 😀 . Il giochino, confermo, è veramente ben fatto. Lavora in background (la tab del browser aperta ed in primo piano), si evolve (come si confà ad una AI), ti spinge a scoprire regole e meccanismi, ti porta a colonizzare l’universo (dopo la “full autonomy” nella produzione delle graffette ed il completamento dello sfruttamento delle risorse della terra, ovviamente…) e quindi a decidere se continuare a maciullare graffette su graffette o ricominciare in un nuovo universo.

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… praticamente una droga da ufficio.

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Comando io

Questi due Dilbert (non freschissimi, come da tradizione) li trovo particolarmente notevoli ed ispiratori.

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Facendo un po’ seguito alle ultime news sulle “preoccupazioni” dei “grandi della terra” circa i pericoli della AI (e tralasciano i capolavori fantascientifici-distopici della letteratura), siamo messi di fronte al fine ultimo della natura.

Non solo della natura umana, ovviamente. E’ nella natura degli esseri senzienti. D’altronde anche gli animali fanno così: sono il più grosso e comando io altrimenti ti mangio. Ineccepibile.

Senza fasciarci troppo la testa circa gli step intermedi i robottoni intelligenti (no, penso a quelli delle fabbriche più che a Pacific Rim) arriveranno al solito punto: sono grosso e forte e comando io.

Come dire che il fine ultimo dell’evoluzione è far lavorare qualcuno per noi sotto minaccia. Un po’ triste, ma vicino alla verità.

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E comunque meglio così che la stessa cosa mascherata da “micro-managing” o chiacchierate falsamente friendly. Piuttosto che essere sotto un egida dettata da pura forza mascherata da qualche edulcorante, meglio guardare in faccia la dura (è il caso di dirlo) verità.

WU

Torma di robo-sub

Questa idea mi piace.

Invece di guardare sempre (?!) con il naso all’insù e a volte altrettanto utile e stimolante guardare con un po’ più di attenzione ciò che abbiamo sotto i piedi. Tanto le problematiche tecniche (e finanziarie) arrivano in ogni caso.

Perché allora non pensare ad uno sciame di mini robot sottomarini per tenere traccia dei movimenti del plancton? E con esso praticamente avere una specie di mappa 3D delle correnti marine. Mica male!

Autonomous Underwater Explorers (M-AUEs) […] 16 M-AUEs several kilometers off the coast of Torrey Pines State Park […] One of the applications for this type of system is the study of small scale circulation, such as coastal or river circulation, and processes, such as dynamics of planktonic communities, oil spill expansion, and sewage outlets that exist on and are affected by such scales.

Ma la cosa ancora più bella è che non stiamo parlando di una ipotetica idea futura, che per quanto “smart” dovrebbe ancora dimostrare la sua resilienza ad una feroce mortalità infantile. Stiamo parlando di qualcosa che è la Jaffe Laboratory for Underwater Imaging ha già fatto…

In 5 ore di test abbiamo ricostruito il moto del plancton e delle onde con (ovviamente) precisione mai ottenuta prima. I robottini sono anche dotati di sensori di temperatura, ma non ancora con camere subacquee. Mettendo anche quelle avremo un vero e proprio esercito si sentinelle marine. Piccole, poco invasive, sempre presenti e potenzialmente economiche (sto pensando ad una realistica economia di scala oltre che all’approccio cost-oriented dell’idea).

The system is comprised of a swarm of small floats that are buoyancy controlled, acoustically tracked, contain sensors for data collection and are part of an adhoc network for relaying data to surface stations for analysis. The buoyancy control allows the floats to collect data from various depths in the ocean. Propulsion is not needed as the floats will be moving with the flow and obtaining data on circulation patterns.

Tornando un attimo alle difficoltà tecniche… Lo sapevate che il GPS sott’acqua non prende benissimo? Quindi per tener traccia degli spostamenti dei M-AUEs assieme allo sciame è stato anche allestito “a surface array of acoustic pingers was deployed in a pentagon formation and used to track the M-AUEs underwater in three dimensions”.

Da continuare, ma parte bene.

WU

Mia cara Nadine

Ci sono robot e robot. Da quelli che montano le macchine a quelli che puliscono casa. Da quelli che sollevano i pesi per noi a quelli che ci aiutano a camminare.

Ma tutto sommato siamo una società destinata ad invecchiare e siamo vittime della frenesia del nuovo millennio. Ci spersonifichiamo, siamo sempre più soli, le relazioni sociali viaggiano attraverso internet e non abbiamo (diciamo di) mai tempo per stare semplicemente in compagnia.

Che c’entra? Nulla. Forse.

In realtà i due concetti stanno trovando un punto d’incontro forse neanche tanto difficile da immaginare. A Singapore, presso la Nanyang Technological University, i progressi in ambito robotico si stanno focalizzando su Nadine.

nadine.png

(…non facciamo gli spiritosi; Nadine è quella seduta…)

E’ lo scopo che fa la differenza. Il robottino in questione è programmato non per aiutarci o sostenerci in qualche modo, bensì per farci compagnia (… e ve li ricordate i Tamagotchi?).
Nadine può salutare persone, ricordarsi il loro nome e le precedenti conversazioni avute con loro. Può cambiare umore e tono in base al tema della discussione e vi può proporre nuovi spunti.

Proprio come avere accanto… Super Viky (che però nella realtà è invecchiata)…

E poi anche l’occhio vuole la sua parte. Nadine è stata creata a sembianze di umanoide. Volto calmo e pacato ed un bel sorriso. Un vero e proprio robot da compagnia affabile e disponibile.

Tutti i più visionari film di ribellione delle macchine inizierebbero così…

WU

PS. Tra l’altro proprio nei giorni in cui abbiamo avuto qualche avvisaglia di un Knightscope K5 (un robottone ad uso security usato negli shopping center americani) che ha violato una delle leggi della robotica di Asimov: “Un robot non può danneggiare un essere umano o, attraverso l’inazione, permettere che un essere umano riceva del danno”.

Il K5 ha buttato giù un bimbo di 16 mesi e gli è passato su una gamba. Niente allarmismo alla Terminator, solo un malfunzionamento. Per ora

PPSS. Ed aggiungo che è solo di qualche settimana fa la rivelazione del primo incidente mortale causato da una macchina a guida autonoma della Tesla. Anche se (pare) il pilota automatico fosse disinserito…

PPPSSS. E la robotica domestica parla anche italiano con R1

Super Grandioso Portiere Water

Nome in codice SGTK (Super Great Toilet Keeper). Mica uno con cui scherzare.
Il paratore fenomenale. Il portiere dei sogni. Ah, non si muove ed è… un cesso. Letteralmente.

Avete mai immaginato come sarebbe segnare un goal in una porta da 7.32 x 2.24 metri difesa solo da una toilette? No? Beh, neanche io, ma in queste cose sappiamo già che gli asiatici sono avanti.

Credete sia un gioco da ragazzi? Forse si, ma non se SGTK decide di impegnarsi. Non importa dove tiriate, con che velocità (… fino a circa 100 mph), effetto, angolazione, potenza e via dicendo. Non si segna. L’ho già detto che è un cesso?

Anche i water possono essere robotizzati, sensorizzati, computerizzati e motorizzati e non farvi segnare (oltre che spingervi a chiedere il senso delle cose, ma non facciamo troppo i sottili).

Sensori posizionati sulla porta (due telecamere da 250 fps montate sui due lati), un motore ad alta velocità per regolare la posizione, ed una molla per lanciare una palla contro il tiro in arrivo. Il risultato è una deviazione efficiente che devia il pallone lontano dallo specchio della porta negandoci il piacere del goal.

Un cesso, l’ho già detto?

Nato dalla collaborazione fra la TOTO e la toto. La TOTO è un produttore di bagni giapponese (… ed io che pensavo nigeriano…) che ha (ovviamente) sviluppato il SGKT per esibizioni e dimostrazioni. La toto, invece, è un ente che regola diverse lotterie a sfondo sportivo in Giappone. Leggi: marketing.

Un cesso (l’ho già detto?) da esibizione; aiuta l’ambiente (non mi è chiaro come) ed anche bravino…

WU

PS. Ok, la “news” è di “soli” 4 anni fa. E allora? Interessa meno?

Braccio avanti, braccio indietro

Let me restate once more my admiration for the people/companies/laboratories/etc. able to get paid for absolutely useless/crazy/time&money consuming stuffs.

A Japan prototyping lab started a project for a robotic arm. So far so good. Do you know what the robotic arm is supposed to do? Twirling a ribbon around.

I would really be joking, but it seems to be true. Of course the arm knows how to seriously twirl a ribbon (it would be hard if it didn’t!).

ribbontwirlbot

A Denso VS-050-S2 robotic arm is programmed to perform a series of rhythmic gymnastic motions and the ribbon is placed at each movement in relation with the surrounding…

A good job, without any doubt; especially for the marketing of the lab. All the more so, have you ever thought how many of these projects are in the end the best advertisement for people/companies/laboratories/etc. you would never heard about otherwise? Fantastic.

WU

PS. We, human being, programmed a robotic arm, a brainchild of our talent to do something that is a unique quality of our creativity. Mechanically transposition of art.