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Sb-SMS

Ci sono cose che capisco (poche) e cose che non capisco (tante). Fra queste ultime ci sono quelle che non mi interessano proprio e quelle che non ci arrivo anche se ci provo. Fra queste ultime ci sono quelle per le quali ci provo per un po’ e quelle che invece ci provo finché non ne posso più.

Siamo in quest’ultimo caso. Mi sono trovato davanti al poster di cui la foto sotto e mi sono reso conto che per quanto ci provi non ho speranze.

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Sono certo che mi trovo dinanzi all’ultima (la prima?) frontiera dello Space-based Sustainability Management System, ma… che è? E poi se esiste un gap da identificare, vuol dire che esiste una precedente versione dello stesso sistema?

Io non ho capito neanche di cosa si parla. Ogni aiuto è più che benvenuto.

WU

Il colore del cosmo

E non è nero. Vi preparo.

Anche se sembra una cazzata, il colore medio dell’universo esiste. Tecnicamente è una scoperta. Più precisamente tutta la luce del cosmo ha un suo colore medio be identificato.

RGB: 255, 248, 231. Cosmic Latte, il nome “ufficiale”.

Ancora, non sono numeri a caso. Piuttosto è un caso eclatante di serendipity. Alla Johns Hopkins Univeristy stavano analizzando la luce delle stelle per determinare l’età media delle stelle visibili attraverso un’analisi spettrale.

200.000 galassie esaminate, luce delle varie stelle catalogata e poi… mediata. Il risultato è un discutibile beige (che fa un po’ carta da parati anni ’70). In realtà in origine il colore medio pareva essere una specie di verdastro (cosmic turquoise… ovviamente) a causa di un bug di conversione nel software che aveva il compito di tradurre gli spettri galattici in frequenze luminose digeribili dai nostri occhi.

CosmicLatte

E c’è di più, come sempre. Il colore medio dell’universo cambia nel tempo. Più tendente al blu qualche milione di anni fa quando l’universo era più giovane e con tonalità man mano più calde ora che le stelle stanno invecchiando.

Insomma, quando guardate le stelle ve le potete immaginare tranquillamente come delle piccolissime tazze di cappuccino.

WU

PS. Per la cronaca; la ricerca, quella originaria, ha avuto comunque una conclusione: l’età media delle stelle visibili è attorno ai 5 000 000 000 di anni.

The national academy of proceedings

Il fatto che qualcun altro (e parliamo di Randall qui, non proprio un WU a caso…) condivida una mia idea anche senza che ne abbiamo mai parlato è sempre affascinate. Vuol dire che la cosa è troppo palese o che l’umanità è in fondo abbastanza allineata su alcuni temi. Ci sono anche altre opzioni che onestamente considero ancora meno probabili.

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Ad ogni modo il fatto che la “peer-review” sia un metodo ormai controproducente è un dato di fatto. Senza arrivare agli eccessi di plagio, di ricerche falsate, di reviewer conniventi e/o ostili per motivi tutt’altro che scientifici; il metodo ha ormai troppe lacune per essere ancora fonte di garanzia sulla qualità di ciò che si pubblica. E parlo, ahimè, sia come autore che come revisore.

Il “journal” pullulano (quelli “open” poi non ne parliamo). Tutti noi autori abbiamo una idea geniale e “disruptive” che di solito preferiamo eviscerare tecnicamente piuttosto che perdere troppo tempo ad esprimere, a far capire, a rappresentare con esempi. Tutti noi revisori abbiamo decine di articoli da rivedere, poco tempo da dedicare alla cosa (che almeno nella maggior parte dei casi è gratis et amore dei) e spesso anche poche competenze specifiche sull’argomento.

Il tutto condito da una formattazione grafica semi-seria (Che è poi un po’ la traslitterazione dell’abito che fa il monaco; mica c’era un “non” nel mezzo?), pagine di un qualche social che pubblicizzano articoli random, nomi di journal accattivanti, periodicità sufficiente a far dimenticare qualunque strafalcione e globale voglia di studiare ed approfondire che diminuisce esponenzialmente con il tempo che scorre.

In pratica, IMHO: dubitate di tutto ciò che leggete (vi ricordate qui o qui?).

WU

Araucaria columnaris

Sapete quando di dice “E’ nato storto!”? Come per dire che è irrecuperabile, che è condannato, che è meglio ripartire. Come se le uniche cose giuste fossero quelle dritte (e qui si apre un altro capitolo che mi porterebbe decisamente lontano…).

Ad ogni modo di alberi non propriamente verticali se ne vedono a bizzeffe. Che sia il terreno, il vento, il sole, altri alberi, la fantasia di qualche giardiniere o simili, la cosa non ha mai destato (a me, mente mediocre) particolare interesse. Gli alberi, tutti, hanno dei geni appositi per correggere l’inclinazione del tronco crescendo.

Tutti, a parte il pino di Cook. O meglio, in questo albero i geni sono in qualche modo corrotti (e la domanda “ma come mai si è evoluta una specie con questi geni difettosi invece di estinguersi?” mi pare, da profano, assolutamente calzante).

Come se ne avessi visti decine e decine. Come se sapessi, prima di oggi, che hanno una particolarità: crescere storti. Ma non solo. La domanda, legittima, che si è posto un ricercatore della California Polytechnic State University è: “ma crescono storti in una direzione a caso?”.

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Ovvero, mentre io avrei semplicemente detto… capita. Lui, oltre a sapere che è una costante per questo genere di alberi si è anche chiesto se la direzione di crescita fosse casuale. E da qui poi parte la ricerca (in fondo abbastanza semplice): telefonate in giro per il mondo chiedendo indicazioni sulla direzione, e l’angolazione, di crescita dei pini di Cook locali.

256 pini “misurati” nei 5 continenti con un risultato assolutamente inaspettato: indipendentemente dal vento, dal terreno e da fattori esogeni a piacere i pini di Cook crescono puntando verso l’equatore. Inclinati verso nord quelli dell’emisfero australe, verso sud quelli di quello boreale.

Questo il dato di fatto, per la motivazione (che sarebbe la vera scoperta) dobbiamo aspettare.

WU

PS. Dettagli ulteriori: inclinazione media 8.55 gradi (due volte quella della torre di Pisa); massimam, nell’Australia del sud, 40 gradi (!!). Ah, e parliamo di bestioni alti fino a 60 metri…

PPSS. Al secolo Araucaria Columnaris; il nome di Pino di Cook deriva dal nome dell’impavido esploratore che per primo (pare) li abbia fatti classificare.

Dark Side of the Moon Stout

The idea started out with a few laughs amongst a group of friends. We all appreciate the craft of beer, and some of us own our own home-brewing kits. When we heard that there was an opportunity to design an experiment that would go up on India’s moonlander, we thought we could combine our hobby with the competition by focusing on the viability of yeast in outer space.

Per i meno addicted: home-brewing kits sono quei kit per farsi la birra in casa.

Ora, anche per chi mastica con poca voglia l’inglese, quantomeno vediamo nella stessa dichiarazione la parola luna e la parola birra. Eh?! Beh, dato che sognare è la cosa migliore che possiamo ancora fare, quantomeno per motivarci ad andare avanti. Ad ogni modo, cerchiamo di raccontare la genesi di questa idea…

Si fa tanto parlare della colonizzazione del sistema solare, si fa tanto parlare di colonie marziane e lunari. Sulla luna, ad esempio, è chiaro e confermato che esista l’acqua. Tirarla fuori e renderla potabile, poi, è un’altra storia. Comunque, anche quando avremo la nostra bella casetta sulla luna con tanto di fontanella che produce l’acqua direttamente in-situ, non potremo dire di aver colonizzato la luna se è l’unica cosa che possiamo bere.

Che è poi un po’ il concetto di “la mia casa è dove poggio il mio cappello”; qualche confort ci vuole per sentirci a casa nostra anche sulla luna. Confort tipo? Beh… un bel bicchiere di birra!

Certamente qualora avessimo veramente colonizzato la luna con tanto di basi permanenti vi sarebbe un sistema di trasporto di beni Terra-Luna tra i quali farsi arrivare anche un bella bottiglia di birra (di importazione, per definizione), ma vogliamo mettere la soddisfazione di farsi la propria birra in casa, anche sulla luna?

How to make beer on the Moon?!?

Beh, la domanda che si è fatta un team di ricerca di studenti di bioingegneria dell’università di San Diego è esattamente: come faccio a spillare birra sulla luna? Ovviamente i problemi sono tanti (che valga la pena di affrontarli o meno). Ad incominciare dalla disponibilità della materia prima:

to test if yeast would be viable in a Lunar environment. As the key ingredient in the production of beer (and many other beneficial things), thieir experiment sought to determine if Lunar colonists will be capable of becoming their own brewmasters.

Il team si è dato da fare ed ha progettato un dimostratore per un sistema di produzione di birra unico nel suo genere. Si parte dall’aggiunta di lieviti per poi combinare la fase di fermentazione e carbonizzazione (che sulla terra avvengono separatamente) al fine di avere un sistema più compatto e non avere CO2 rilasciata da dover smaltire. Il sistema, inoltre, dovendo fare i conti anche con la minore gravità della luna utilizza la sovrappressione della CO2 prodotta per misurare il contenuto di zucchero invece che misurare la densità della miscela, come invece si fa sulla Terra.

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Our canister is designed based on actual fermenters. It contains three compartments—the top will be filled with the unfermented beer, and the second will contain the yeast. When the rover lands on the moon with our experiment, a valve will open between the two compartments, allowing the two to mix. When the yeast has done it’s job, a second valve opens and the yeast sink to the bottom and separate from the now fermented beer.

Per farla breve è una specie di lattina di birra… che produce birra!

Prima di immaginarci generazioni di produttori di birra lunari (e, perchè no, marziani) vediamo di far volare il barroccio. L’idea è quella di portare l’esperimento sulla luna a bordo del lander indiano della TeamIndus, uno dei team (in realtà uno dei 5 team ad aver già raggiunto la milestone del finanziamento di 1 M$…) del Google Luna XPRIZE.

WU

PS. Se state pensando “che cagata”: è vero. Può essere vero. Ma infondo è dalla passione di un hobby, associata alla ricerca/Studio/sacrificio che viene fuori entusiasmo e qualche bella idea… fosse anche molto lontana da dove eravamo partiti.

Coleottero ad origami

Vi siete mai chiesti come fanno le coccinelle a richiudere le loro ali?
No?!?! Ma dai! … neanche io. Ma qualcuno evidentemente si: Investigation of hindwing folding in ladybird beetles by artificial elytron transplantation and microcomputed tomography.

Ed effettivamente, pensandoci (si, perché credo che la vera genialità sia come sempre pensare di porsi questo genere di domande), la cosa non deve essere banale. Sotto le elitre (ho imparato un nuovo termine), in appena due secondi, semplicemente muovendo il loro addome le coccinelle riescono a richiudere alucce più grandi di loro.

Praticamente le impacchettano a suon di addominali e le nascondono al sicuro sotto i due scudi rosso maculati. E non è tutto: le alucce in questione sono fatte a mo di “metro da carpentiere”, ovvero con una serie di snodi chiave (venature nel caso dell’insetto) che conferiscono rigidità e forza in volo, ed elasticità e compattezza a terra.

alicoccinella

Per scoprire il tutto è “bastato” sostituire una delle elitre con un guscio di resina e vedere dal vivo (tomografia microcomputerizzata? Eh?!) il processo. Il tutto (esperimento che spero non faccia accapponare la pelle agli animalisti più sfegatati ad opera del gruppo di ricerca dell’università di Tokyo.

Hindwings in ladybird beetles successfully achieve compatibility between the deformability (instability) required for wing folding and strength property (stability) required for flying. This study demonstrates how ladybird beetles address these two conflicting requirements by an unprecedented technique using artificial wings. Our results, which clarify the detailed wing-folding process and reveal the supporting structures, provide indispensable initial knowledge for revealing this naturally evolved optimization system. Investigating the characteristics in the venations and crease patterns revealed in this study could provide an innovative designing method, enabling the integration of structural stability and deformability, and thus could have a considerable impact on engineering science.

Ovviamente dalla “scoperta” alla possibili applicazioni il passo è breve e la fantasia vola: robot impacchettabili, ali di aereo che si ripiegano, dispositivi biomedicali che si estendono e si compattano, “banali” ombrelli super compatti, etc. etc.

WU

PS. E, dulcis in fundo: However, the mechanism behind the folding of their hindwings remains unclear. Ah, beh…

Mida batteri

Parliamo un po’ di ricerca, di ricerca applicata. Ovvero di quel genere di ricerca che tende, ovviamente (!) in una prospettiva di medio/lungo termine a generare il soldo.

Tutti abbiamo presente il valore dell’oro, in particolare in un periodo di incertezza (devo dire: come quello attuale?) cerchiamo in esso (per chi può) quel rifugio e quella tranquillità che tanti altri investimenti non sono in grado di offrire.

Ad ogni modo, divagazioni a parte, l’oro è l’oro. Ed il sol pensare di riuscire a realizzare, in una qualche forma il sogno di Re Mida, fa luccicare gli oggi, e pensare subito al businesssss.

Una ricerca Australiana dell’università di Adelaide, questa, si è concentrata su un tipo di batterio che potrebbe effettivamente aprire nuovi scenari. Sono microrganismi che avrebbero (un solo condizionale) la capacità di trasformare in oro ciò che ingeriscono.

L’oro, benché sia Oro, proprio come gli altri metalli terrestri è continuamente soggetto ad un ciclo di reazioni che tendono a scioglierlo dagli altri materiali ai quali è legato per concentrarlo in piccole pepite: il ciclo biogeochimico dell’oro.

In the natural environment, primary gold makes its way into soils, sediments and waterways through biogeochemical weathering and eventually ends up in the ocean. On the way bacteria can dissolve and re-concentrate gold – this process removes most of the silver and forms gold nuggets.

Beh, il grande pregio della ricerca è sostanzialmente quello di aver isolato alcuni dei microorganismi artefici di tale ciclo ed aver anche “sperimentato” che la trasformazione avviene in anni/decenni (tra i 3,5 e gli 11,7 anni). Effettivamente pochissimo se paragonato ad ere geologiche.

Il punto è quindi oro, oro subito (ovviamente non rpima di aver portato i batteri fuori dai laboratori in sconfinati “allevamenti di oro”)! Direi che siamo di fronte ad una crasi fra Re Mida e Goldfingher.

WU