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I miei bio-fotoni

Siamo al limite fra quello in cui potrei credere, il rispetto per l’idea e per la ricerca, la trama di un fil di classe B, un concetto che mi affascina ed una cazzata paurosa.
In base al nostro umore condizioniamo l’ambiente circostante. Detto così mi pare già più alla mia portata. Ma intendo dire che lo condizioniamo perché lo illuminiamo, nel vero senso della parola.

Attorno a noi, esisterebbero (almeno un po’ di condizionali fatemeli usare) delle nubi di bio-fotoni che dipenderebbero in numero ed intensità dal nostro umore.

Tiriamo un respiro.

Lo scopo dei recenti studi è quello di verificare se esiste un’interconnessione fra benessere percepito e numero di bio-fotoni emessi. La prima cosa che mi viene da dire è che si da per scontante, in uno studio del genere, l’esistenza dei bio-fotoni… e trovo che è proprio così se non altro per il fatto che esiste una certa bibliografia a riguardo (e vi risparmio tonnellate di link) e che se ne sono occupati ricercatori e riviste riconosciute. A me mi pare un’emerita cazzata o comunque non sufficiente a dimostrare l’esistenza di qualcosa che, per quanto ho potuto vedere, manca di una vera e propria conferma sperimentale (si, secondo IL Metodo Sperimentale); ad ogni modo lasciamo correre, se siamo qui a parlarne ancora finisco che metto tutta una nube di bio-fotoni e poi non riesco più a guardare lo schermo (e sarebbe forse meglio; “vi invoco, oh miei bio-fotoni!”).

Ovviamente quando dai per certo che esistono i bio-fotoni vuoi anche capire come si comportano e che fanno. Ed infatti le recenti ricerche (sto facendo di tutto per non fare nomi e non citare “pubblicazioni”) mirano a scoprire come si emettono, se sono correlati all’umore, se sono un qualche modo visibili e se si possono trasferire da un individuo ad un altro.

[…] different stages in which energy is intentionally collected and later intentionally addressed towards another individual, which highlights how the ability to create and influence reality becomes an essential feature of life. The energy is retrieved as bio-photons emission and represented in form of theta and delta waves.

Human Bio-Photons Emission: an observational Case Study of Emission of Energy Using a Tibetan Meditative Practice on an Individual (no, questo proprio non potevo ometterlo… e vi prego di rileggere bene il titolo) è un articolo che fa uso di due strumentazioni all’avanguardia per scattare fotografie della nube di bio-fotoni che circonda ciascuno di noi.

In particolare la ricerca ha fatto uso di un rilevatore astronomico nella banda dell’ultravioletto (ovviamente non visibile all’occhio umano) e di un sistema che rileva le tensioni dell’individuo (ad esempio quelle psicologiche) già in fase di sperimentazioni in alcuni aeroporti americani.

This technology allows detecting light from invisible stars and emissions from bodies and mental activities which are not visible to the naked eye. The camera used for the current investigationis a CCD, able to function also in conditions of daylight. The assumption on which this technology is based is that each individual has a bio-field (referred to as individual energetic system in eastern medicine) which emits or absorbs light, and, depending on the individual’s mental activities or on the energy originating from the surrounding environment, the camera records a phenomenon called luminescence in form of white light, which can be located in one or more body areas, or outside the body.
[…]
The Future Attribute Screening Technology (or FAST) video-camera has the same system used in security control points of some USA airports, to record the vibrations deriving from emotions, psychological tension state, modification of breath and heartbeat recorded from by individuals deemed to be potentially dangerous. The vibratory states are also related to a color scale which links them to different types of cerebral waves.

… si, avete letto bene, si parte dall’ipotesi che ciascuno abbia un bio-field… non è una conclusione.

Ora (intendo nel 2018), partendo da questo genere di “studi”, “foto” ed “articoli” pregressi ci siamo messi a fotografare in queste specifiche lunghezze d’onda i bio-fotoni di molti pazienti “a caso”. Il risultato? Foto con fantastici contorni sfumati di varie tinte e di vario spessore… basta trovare una ragione per correlarli con qualcosa a caso ed abbiamo la prossima (e definitiva?) prova dell’esistenza dei bio-fotoni.

WU

PS. Non che non creda in assoluto che non emettiamo particelle, possibilmente che emettano anche in una qualche lunghezza d’onda, ma non credo che questa sia ancora una scoperta verificata per passare allo stadio successivo: accoppiarla con fenomeni oggettivi ed “umani” come l’umore. E per di più chiamando in causa l’entanglement quantistico che non è mica il porto di ogni fenomeno incerto/inspiegabile?!

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Moon’s fossil bulge

Come trattare brevemente (e sommariamente come mi si confà) un tema che merita lunghi trattati, che sono poi solo il frutto (giustamente dettagliato) di lunghi studi e tentativi.

Ad ogni modo, quando abbiamo la forza (ed i coraggio) di staccare il mento dal petto, il fatto che abbiamo un bel satellitone naturale che ci protegge non passa certamente inosservato.

Ma la luna, e questa non è certo una novità, nasconde ancora tanti segreti. Molti (praticamente tutti) oggetti nel nostro sistema solare hanno una specie di rigonfiamento all’equatore. Ovvero lungo le loro sezioni centrali si tende ad accumulare più massa a causa della rotazione (se lo fate con una trottola ve ne convincete velocemente) attorno al proprio asse.

La luna, anche in questo, è però speciale. Ha si il suo bel rigonfiamento equatoriale, che dovrebbe essere dell’ordine dei 200 metri, ma molto più pronunciato di quanto ci saremmo aspettati. Il rigonfiamento, infatti, è circa 20 volte maggiore! I molteplici crateri da impatto ed i vari bacini lunari hanno comunque “smussato” questo rigonfiamento, che rimane comunque sostanzialmente maggiore di quanto ci saremmo aspettati considerando la sua velocità di rotazione: un giro completo in circa 28 giorni.

Ovviamente la cosa è sufficiente per stuzzicare la mente umana e dedicarsi quindi a chiedersi il perché di tale anomalia (se non altro per dimostrare che i calcoli su tutti gli altri satelliti naturali li sappiamo fare e che la “teoria” è salva…). Bene, da simulazioni numeriche, riportati qui in Geophysical Research Letters, pare che gli strati esterni della luna si debbano esser congelati nella loro attuale configurazione circa 4 miliardi di anni fa (no, noi non eravamo ancora a spasso per il globo) per cristallizzare il notevole rigonfiamento equatoriale. E prima di quell’epoca, evidentemente, la luna ruotava su se stessa ad una velocità molto maggiore di oggi, il che quindi generava un rigonfiamento equatoriale notevolmente maggiore.

Questo scenario ha inevitabilmente un impatto anche su tutta l’evoluzione del sistema Terra-Luna. Oggi, infatti la luna ruota attorno a se stessa alla stessa velocità con cui ruota attorno alla Terra.

The Moon currently recedes from the Earth at a rate of about 4 centimeters per year according to lunar laser ranging observations from the Apollo missions. The recession is believed to result from gravitational or tidal interaction between the Earth and Moon. The same process also causes Earth’s rotation to slow down and the length of day to increase.

Ma per soddisfare tale scenario in passato la luna deve aver orbitato attorno a noi ad una velocità molto più alta ed anche la velocità con cui la Terra ruotava attorno al proprio asse (che in ultima analisi contribuisce al momento angolare di tutto il sistema Terra-Luna) deve esser diminuita più lentamente del previsto. Ciò ha infatti determinato una più lenta diminuzione della velocità di rotazione della luna attorno a se stessa che ha dato il tempo al rigonfiamento equatoriale di fissarsi al suo stato dell’epoca.

The timing and necessary conditions of this fossil bulge formation have remained largely unknown given that no physical models have ever been formulated for this process. Using a first-of-its-kind dynamic model, Zhong and his colleagues determined that the process was not sudden but rather quite slow, lasting several hundred million years as the Moon moved away from the Earth during the Hadean era, or about 4 billion years ago. But for that to have been the case, Earth’s energy dissipation in response to tidal forces-which is largely controlled by the oceans for the present-day Earth-would have to have been greatly reduced at the time.

E non è tutto; la cosa ci porta “facilmente” ad un’altra considerazione. Il fatto che la velocità di rotazione della Terra non stesse rallentando così rapidamente suggerisce che il nostro pianeta fosse praticamente un corpo semi-solido (altrimenti il movimento di masse liquide avrebbe introdotto una forza d’attrito frenante). Ovvero non vi era traccia di alcun oceano che rallentasse la velocità di rotazione del nostro pianeta, almeno per primi 500 milioni di anni… O, in alternativa, gli oceani esistevano ad uno stato ghiacciato, almeno in gran parte (probabilmente a causa del minore livello di emissione di calore/radiazioni da parte del nostro Sole).

Earth’s hydrosphere, if it even existed at the Hadean time, may have been frozen all the way down, which would have all but eliminated tidal dissipation or friction

Tema che merita maggiori approfondimenti, o almeno maggiori riflessioni, magari durante una notte di luna piena.

WU

MBTI – INFJ

Avete mai pensato se si potesse schematizzare (ed in qualche modo semplificare) l’approccio alla vita di ciascuno di noi? Di tutti noi.

Praticamente qualcosa del tipo: se sei “di classe X” allora ti comporterai cosi nei confronti della diversità, cosi nei confronti della religione, cosi nei confronti dell’amore e via dicendo.

No, non ci ho mai pensato. Ci credo poco, ma due donne, madre e figlia, ricercatrici durante la seconda guerra mondiale hanno effettivamente scelto e portato avanti (notevole soprattutto questa seconda parte) tale approccio.

L’intento era quello di capire in che ruolo ognuno potesse essere più utile a questa o quella mansione (bellicosa dato il periodo), con special attenzione al ruolo delle donne. La ricerca si sostanzio, quindi, nella forma di un questionario che massaggiato e ritoccato vide la sua forma definitiva nel 1962.

L’Indicatore di personalità di Myers-Briggs (l’indicatore di questo tipo più usato nella storia) è, a detta stessa delle due ricercatrici, solo l’implementazione di una teoria psicologica e sociale che si rifà ai tipi psicologici di Jung, opportunamente generalizzati ed attualizzati.

It helps you improve work and personal relationships, increase productivity, and identify leadership and interpersonal communication preferences for your clients.

L’idea alla base è l’esistenza di due coppie dicotomiche di funzioni cognitive (rileggetelo di nuovo, che è un concetto che suona più difficile di quello che è): ragionamento-sentimento; intuizione-sensazione. L’esternazione di queste funzioni può avvenire verso gli altri (estro-versa) o verso se stessi (intro-versa). Si ottengono così gli otto “archetipi” di personalità, secondo Jung.

I came to the conclusion that there must be as many different ways of viewing the world [as there are psychological types]. The aspect of the world is not one, it is many–at least 16, and you can just as well say 360. You can increase the number of principles, but I found the most simple way is the way I told you, the division by four, the simple and natural division of a circle. I didn’t know the symbolism then of this particular classification. Only when I studied the archetypes did I become aware that this is a very important archetypal pattern that plays an enormous role.

MBTI aggiunge un’ulteriore dicotomia che ci dice quel delle due coppie di funzioni cognitive un individuo utilizza preferibilmente nei suoi rapporti con l’esterno.

Ecco quindi quattro dicotomie che generano 16 tipi di personalità (associate entrambe le opzioni delle tre dicotomie restanti a ciascuna voce ed il gioco è fatto; e.g. ESTJ, ESTP, …):

  • Estroversione (E) – (I) Introversione
  • Sensitività (S) – (N) Intuizione
  • Ragionamento (T) – (F) Sentimento
  • Giudizio (J) – (P) Percezione

Ora le combinazioni fatele voi.

In rete è (stra)pieno di siti che vi offrono la possibilità di valutarvi secondo questo test. L’attendibilità dei test, dei risultati e delle risposte che date e da valutare in base a quello che volete leggere nel profilo.

Ovviamente in tutto questo marasma ci deve essere un tipo di personalità più raro ed uno più comune (pura statistica). Pare che INFJ (“il Sostenitore”… con un’alta capacità di organizzarsi e creatività, ed è per questo che molti di loro raggiungono il successo) sia il più raro.

A questo punto è anche semplice capire come mi sono imbattuto in questo indicatore… MBTI dice che appartengo al 1% della popolazione mondiale con tale personalità.
Io?! Onestamente rivedrei il test (…o le mie risposte). Ritento, sarò più fortunato/obiettivo?

WU

PS. Non mi dilungo su questo tipo di personalità, ma none escludo di tornare in futuro su gli altri; mi pare ci sia materiale semi-serio e semi-fuffologico in abbondanza.

Metodo Edge Hotel School

Diamo a Cesare quel che è di Cesare.

Questo potrebbe rientrare in molte categorie, dall’IgNobel al “Premio Sora Lella”, ma a me, come sempre, colpisce l’inventiva della mente umana nel porsi questo genere di problemi.

Soprattutto per l’abuso di temi/programmi/reality/quiz/etc a sfondo culinario che stiamo subendo, sentir parlare di approccio scientifico alla cucina (mia nonna non sapeva neanche cosa fossa il chilogrammo eppure cucinava a meraviglia) mi mette sulle difensive.

Ciononostante, sconfiggendo questo pregiudizio, l’idea di studiare come “sagomare” una patate per fare delle patate al forno perfette non è affatto malvagia.

Io rientro nella categoria “quattro parti e via”, posso arrivare ad otto nel caso di tuberi di ragguardevoli dimensioni. Ed ovviamente, non si fa così. Almeno secondo la formula matematica dei ragazzi (bravi, questa si che è passione in quel che si fa!) dell’università alberghiera Edge Hotel School. Il taglio è tutto per una buona patata al forno. Lo scopo è massimizzare la superficie esposta al calore per rendere la cottura più profonda, uniforme, ed il risultato più croccante.

Con un taglio ad angolo di 30° si aumenterà la superficie della patata esposta alla cottura del 65% e creiamo più angoli. Quindi, proviamo a tagliarle prima la malcapitata patata longitudinalmente e poi dividiamo ogni metà formando un angolo di circa 30° (auguri).

Ora sappiamo come fare; voglio vedere chi si mette in cucina con righello e compasso per “il taglio perfetto”, ma questo è il solito divario fra la teoria e la pratica…

WU

Datazione religiosa

Come se cambiasse qualcosa. Evidentemente per qualcuno si. Per qualcuno per cui il luogo ha un interesse storico più che simbolico. Per qualcuno per cui un questo caso il numero, l’anno, vale più della fede.

Non che sia un credente particolarmente fervente, ma sapere dove è stato seppellito Gesù è comunque un punto di riferimento ed un simbolo indipendentemente dalla veridicità dell’ “apparato” simbolico costruito.

Ad ogni modo, 2000 anni fa Gesù fu seppellito a Gerusalemme. E’ questo almeno quello che vorremmo o non vorremo leggere. Ma dubito che vorremo aprire un dibattito su quanti anni data la tomba di Gerusalemme. Ed, ovviamente, mi sbaglio.

Il luogo sacro (che IMHO non sarà da oggi meno sacro o meno meta di pellegrinaggio) pare sia più recente dei 2000 (circa) anni che la tradizione religiosa vorrebbe. Secondo il Politecnico di Atene il sito non data più di 1700 anni. 300 anni che fanno la differenza, a meno di non supporre che le spoglie mortali di Gesù siano state spostate. E da dove? E da chi? Lasciamo stare questo vaso di Pandora.

Correva l’anno 345 d.c.quando la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme fu costruita. Almeno secondo la datazione dei campioni di malta estratti dalla basilica. In quell’anno regnava (ma a questo punto, sarà poi vero?) Costantino, il primo imperatore cristiano.

Ad ogni modo la storia (e la datazione) non è così semplice. La grotta ove Cristo venne “sepolto” fu consacrato (pare) attorno al 326 d.c. (data stranamente vicina al 345 d.c.); ma in quel punto sorgeva già un antico tempio romanico di 200 anni prima. Prontamente distrutto. La stessa sorte, tuttavia, toccò a diverse delle basiliche costruite in quel luogo dato che a seguito dei volenti attacchi da parte di questa o quella “fazione religiosa” la basilica del Santo Sepolcro fu rasa a sua volta al suolo nel 1009.

Il sepolcro, quindi, era stimato avere circa 1000 anni, ma le sue parti più antiche (probabilmente e sperabilmente salvate dall’ennesima devastazione) avrebbero dovuto datare circa 2000 anni per essere “una conferma” (qualunque cosa questa parola voglia dire in un contesto di fedi religiose) del luogo di sepoltura di Cristo. L’apertura della “tomba”, che mi ricorda un po’ la resurrezione di quanto mai religiosa memoria, ha però fornito una datazione differente. Ma anche un contesto differente, fatto di letto funerario e rivestimenti marmorei (probabilmente posteriori) che indicano solo una sepoltura “tipica” di un ebreo benestante, che poi fosse Cristo…

Fede o non fede; di certo un concetto slegato da qualunque indagine archeologica. Che l’oggetto dell’interesse delle due “discipline” sia lo stesso è una s-fortuita coincidenza ed una conferma del fatto che alcuni luoghi (ma in generale alcune icone) hanno molto da dire indipendentemente dalle orecchie che stanno ad ascoltare.

WU

Il cavallo che non era un cavallo

E non era un asino, un puledro e neanche un mulo. Era una nave. Eh?! Procediamo (tentiamo) con ordine.

Sui banchi di scuola ci hanno insegnato per generazioni che Ulisse era un pozzo di astuzia, almeno secondo Omero prima e Virgilio poi. Questi, addirittura su ispirazione della dea Atena, dopo una decina di anni di assedio della città di Troia ebbe un’idea per un brillante escamotage.

Fingendo la resa e simulando il rientro in patria, i Greci lasciarono sulla spiaggia, proprio dinanzi alle mura di troia, un cavallo di legno. L’oggetto era mastodontico e cavo ed al loro interno nascondeva i guerrieri più valorosi fra gli achei (… e mi sono sempre chiesto come facessero a stare tutti ammassati nella pancia del ligneo equino con i loro scudi, lance e corazze).

Il cavallone fu fatto passare per un dono dei Greci ad Atena per placarne l’ira causata dalla profanazione del suo tempio ad opera di Ulisse. Ovviamente davanti al dono per una divinità non puoi tirarti indietro, ed i Troiani sfondarono addirittura parte delle loro solide mura (bella ricompensa per aver resistito ad una decade di assalti) per far entrare il cavallo nella loro città. Il resto è “storia”, ed anche delle più cruente dato che nottetempo i Greci fuoriuscirono dal “dono” e con fuoco e sangue conquistarono la città.

Il tutto con un cavallo? Se lo dice la leggenda…

Non ho detto nulla di nuovo (e ciò già di per se non è una cosa nuova), ma bisogna aggiungere che Omero era un vecchio “lupo di mare”. Sia nell’Iliade che nell’Odissea da estrema perizia di conoscenze navali e marinaresche. E beh?!

La stessa conoscenza di cose nautiche forse non era applicabile a tutti i suoi “discepoli” che vedendosi dinanzi testi tecnici li tradussero più che altro letteralmente. Da questi tecnicismi si apre lo scenario per un colossale e millenario errore di traduzione (che è a sua volta un cavallo di Troia per far entrare un po’ di magia nella fortezza inespugnabile della nostra razionalità). E lo stesso vale/varrebbe per il nostro cavallo (almeno secondo questa interessante teoria dell’archeologo F. Tiboni).

Hippos, era in origine. Ed in greco, ovviamente, Hippos, sta per cavallo. Ma (e finalmente c’è un ma) Hippus era anche un maestro d’ascia fenicio che inventò un tipo di imbarcazioni fenice dotate di una polena caratteristica ed evocativa: una testa equina. Imbarcazioni chiamate in gergo navale (almeno ai tempi di Omero) Hippos, appunto.

CavalloTroia.png

Che poi se ci azzardiamo a mettere un attimo da parte la legenda e far appello di un po’ di logica, avrebbe anche più senso. Che i Greci, davanti alle mura di Troia, si mettono a costruire, magari senza essere visti o dare nell’occhio, un giga-cavallo? Sulla spiaggia dinanzi troia forse sta meglio una nave che un cavallo. Nelle viscere della nave è forse più facile nascondere orde di soldati invece che nel pancione del bestio? Navi colme di doni per placare le ire degli dei sono forse più sensate, ed all’epoca più comuni, di “cavalli di Pasqua”.

Col senno di poi tutto è più ragionevole (e non dico facile). Non ho basi decenti per giudicare la teoria, ma a naso la trovo assolutamente calzante. Non smetterò però di raccontare la magia del cavallo di Troia.

WU

Modalità di default

Devo (e sono certo di non essere l’unico) ringraziare la mia rete celebrale di default. Che cosa è? Diciamo che è quella cosa che noi tutti usiamo ed abusiamo nella nostra realtà di tutti i giorni per sopravvivere, solo non sapevamo che si chiamasse così, anzi non sapevamo neanche che esistesse…

Default mode contributions to automated information processing è l’articolo che riassume la ricerca (che va avanti dal 2001) condotta dall’università di Cambridge che ha identificato questo sistema che noi sfruttiamo da millenni inconsapevolmente (?).

Using a cognitive flexibility task, we show that a set of brain regions collectively known as the default mode network plays a crucial role in such “autopilot” behavior, i.e., when rapidly selecting appropriate responses under predictable behavioral contexts. While applying learned rules, the default mode network shows both greater activity and connectivity.

Praticamente è il nostro autopilota mentale… e di ottimo livello! Ci consente tutte quelle operazioni routinarie anche complesse senza necessità di concentrarsi più di tanto (beh, non possiamo addormentarci quando siamo alla guida su un percorso che conosciamo benissimo, ma questo è un’altro discorso…).

Il cervello, normalmente, si accende in maniera settoriale in base agli stimoli specifici che riceve (area della vista, udito, e via dicendo), ma quando entriamo in modalità autopilota, il nostro cervello è come se già conoscesse le regole dell’ambiente circostante e non richiede l’attivazione di area specifiche. Passa a fare più che altro affidamento sulla memoria invece che “mobilitare” i centri decisionali.

In addition to dealing with variable demands of the environment in everyday life, we are continuously faced with routine, predictable challenges that require fast and effective responses. In an fMRI-based cognitive flexibility task, we show greater activity/connectivity centered on the default mode network during such automated decision-making under predictable environmental demands.

Lo evochiamo per tutte quelle situazioni che non consideriamo più particolarmente problematiche o degne di nota e lasciamo i nostri “gangli decisionali” liberi per l’imprevisto, per l’elucubrazione, o per la distrazione.

Ed ovviamente la scoperta, oltre ad accendere una luce su come facciamo a sopravvivere alla nostra routine getta anche le basi per identificare le basi di varie problematiche neurologiche. Ad esempio un difetto passaggio del pensiero razionale al controllo automatico (o il viceversa) potrebbe essere alla base di problemi di memoria, deficit di attenzione, impulsività, deficit di controllo razionale, o comportamenti compulsivi.

Furthermore, functional interactions between this network and hippocampal and parahippocampal areas as well as primary visual cortex correlate with the speed of accurate responses. These findings indicate a memory-based “autopilot role” for the default mode network, which may have important implications for our current understanding of healthy and adaptive brain processing

Ciao, oh mio autopilota, non ti conoscevo prima d’ora, ma ti sono già profondamente grato, a te ed a chiunque ti abbia installato nel mio pacchetto base.

WU