Paradiso ed Inferno: comportamenti, non luoghi

Un Sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno» Dio condusse il sant’uomo verso due porte.

Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno. C’era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’uomo sentì l’acquolina in bocca Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: “Hai appena visto l’Inferno”.

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra loro sorridendo. Il sant’uomo disse a Dio : «Non capisco!» – E’ semplice, – rispose Dio, – essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire se’ stessi.. ma permette di nutrire il proprio vicino. Percio’ hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a se stessi.

Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura… La differenza la portiamo dentro di noi.

Mi sono imbattuto in questa storiella (che mi da certamente da riflettere soprattutto nell’attualità che sentiamo tutti quotidianamente) mentre ripensavo ad una frase che ho sentito qualche giorno fa: “non può esserci felicità senza riconoscenza”.

La riconoscenza si impara, non c’è che dire; un po’ come imparare a sfamare il prossimo per non morire di fare. Sulla felicità, poi, si può lavorare; che la si raggiunga o meno imparare la riconoscenza quanto meno non ci fa rimanere emaciati e tristi.

WU

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Astenersi dalle fave!

Questo lo metterei nella sezione “curiosità”, “lo sapevate?”, oppure “si narra che…”, è uno di quegli aneddoti che nella vita non ci fai nulla (tutt’al più bella figura con la ganza di turno… ammesso che la inviti a mangiare fave) eppure fa parte di quella forma di “cultura curiosa” che (almeno per me) da aneddoti tipo questo ti spinge a ricordare diversi eventi ad esso collegati di certo più interessanti (beh, diciamo almeno storicamente più rilevanti).

Venendo a noi, i pitagorici erano una specie di “setta”: in un misto fra fede e matematica, avevano regole, avevano dettami, avevano divieti. Fra questi uno mi ha particolarmente colpito (e come sempre non chiedetemi come vi sono inciampato anche perché non saperei dirvelo… anche se sono certo che è il caldo che patisco in queste notti ad esserne complice…): il rapporto con le fave.

E anche il precetto “astieniti dalle fave” aveva molte ragioni di ordine religioso e fisico e psicologico.

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Mangiarle assolutamente vietato, ma anche il sol toccarle era considerato contro le regole. Anzi, leggenda vuole (una delle, ad essere onesti, circa la morte di Pitagora) che fu proprio questo divieto a causare la morte dello stesso Pitagora. Il “maestro” inseguito da dei nemici per ragioni politiche, dalle parti di Metaponto, si trovò dinanzi un campo di fave. Piuttosto che attraversarlo si fermò, si fece raggiungere dai nemici e perì.

Le motivazioni erano svariate (e variopinte) tutte più o meno documentate da questo o quello:

  • alle fave veniva assegnata una qualche capacità allucinogena e l’abilità di intorpidire i sensi (Plino il Vecchio)
  • alle fave veniva assegnata la capacità di provocare un forte gonfiore di stomaco, ovviamente nocivo alla tranquillità spirituale. Non andavano dunque mangiate e men che meno prima di dormire onde evitare di addormentarsi con il corpo in condizioni “turbate” che era uno stato molto simile alla morte (Cicerone)
  • le fave erano state mescolate assieme a materiale in decomposizione nel caos originario dell’universo. Pertanto oggi queste erano fatte dello stesso materiale putrefatto di cui erano composti gli esseri umani (Porfirio)
  • “perché assomigliano alle porte dell’Ade; […] perché è la sola pianta senza articolazioni; o perché nociva; o perché è simile alla natura dell’universo; o perché ha significato oligarchico” (Aristotele)

Vi sono almeno un paio di interpretazioni che vale la pena menzionare per collocare questo strambo divieto in una prospettiva storica. Il favismo era una malattia abbastanza diffusa nel sud Italia all’epoca di Pitagora (anche se va detto non vi è traccia di documenti medici che collegassero la malattia alle fave…), il divieto era pertanto una specie di profilassi che veniva fatta passare da “fede” (e non sarebbe questo il primo caso…). Una diversa interpretazione parte da una base più religiosa dato che le fave erano considerate (forse come lascito pagano) connesse al mondo dei morti, al mondo dell’impurità, della materia in decomposizione e quindi il precetto era un vero comandamento di fede.

Insomma, quel che fosse la motivazione il dato di fatto era che dalle fave bisognava stare lontani, e non poco! La proibizione conferma la natura magico/superstiziosa della scuola Pitagorica ed affonda le sue radici in qualche arcaica credenza che Pitagora aveva poi rielaborato ed eletto a precetto. Il timore del soprannaturale (incarnato in questo caso nelle ignare fave) è stata una delle linee guida della nostra storia; precetti tipo questo erano (e sono) una sorta di impegno di purificazione quotidiano che ci illude di perfezionarci nel corpo e nello spirito per avvicinarci alla natura divina.

WU

PS. Tanto per completezza altre regole “peculiari” (i.e. più simili a superstizione che altro) della scuola Pitagorica (ognuna, sono certo, con una sua ratio) sono:

  • non raccogliere ciò che è caduto
  • non toccare un gallo bianco
  • non spezzare il pane
  • non scavalcare le travi
  • non attizzare il fuoco con il ferro
  • non addentare una pagnotta intera
  • non strappare le ghirlande

Vecchio, Bifronte Pescatore

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Uno di quei quadri che varrebbe la pena vedere almeno una volta nella vita (ah, per informazione il dipinto è oggi visitabile al Museo Ottó Herman di Miskolc) se non altro per l’alea di mistero che, giustamente, si porta dietro.

A prima vista il Vecchio Pescatore, di Tivadar Kosztka Csontváry, datato 1902 è il ritratto, appunto, di un pesatore. Vecchio, in una strana posa e, personalmente, neanche particolarmente bello (beh, io che non sono e non voglio essere un critico d’arte trovo molto più belli altri suoi dipinti).

Kosztka fu un pittore (per vocazione, dato che, farmacista per occupazione, pare avesse udito una voce comunicargli che sarebbe stato IL pittore… e già si intuisce il soggetto) espressionista ceco. Abbastanza eccentrico, vegetariano, anti-alcolista, anti-tabagista, visionario e schizofrenico, non fu particolarmente apprezzato in vita e men che meno in patria (come storia vuole).

Diciamo che a primo acchito il vecchio pescatore è un quadro, forse come tanti. E fino alla morte dell’artista in effetti il quadro fu considerato un anonimo ritratto. Fu però dopo qualche anno che qualcuno si prese la briga di fare uno strano esperimento.

Osservando meglio il quadro si nota una certa asimmetria fra la parte destra e quella sinistra. Lo sfondo, il volto del pescatore, le ombre, le mani, tutti particolari che sono in qualche modo diversi fa il lato destro e quello sinistro del dipinto.

L’esperimento fu, infatti, proprio quello di prendere uno specchio e piazzarlo al centro del dipinto in maniera da raddoppiare prima il lato destro del quadro e poi quello sinistro. Il mistero (ed in questo caso sono portato a crederci affettivamente dato che mi pare troppo strana come coincidenza per non esser stata pensata e realizzata di proposito) fu svelato.

Il vecchio pescatore si trasforma in due personaggi, antitetici. Il lato destro sembra un anziano in posizione di preghiera, su uno sfondo luminoso e con un mare calmo. Il lato destro, invece, è esattamente l’opposto; una figura inquietante, scura, minacciosa.

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L’interpretazione (una delle possibili, effettivamente) del doppio ritratto in un singolo personaggio può essere quella della doppia natura, sempre co-presente e mai scindibile, dell’animo umano: il bene ed il male. Il lato divino e quello diabolico. Il Dio ed il diavolo che ciascuno cela (è il caso di dirlo) dentro di se.

Interpretazione a parte, ritengo notevole la realizzazione ed il modo di celare il messaggio da parte dell’artista. Una vera chicca.

WU

La teiera celeste

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

[B. Russell, Is there a God?, 1952]

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E’ una citazione che mi viene in mente quando mi confronto con chi è dell’idea (o quando io stesso sono dell’idea) che spetti allo scettico confutare affermazioni non verificabili. Con un po’ di razionalità si fa presto a capire che è forse un compito che dovrebbe spettare più che altro a chi propone tali affermazioni (e su che basi lo fa, soprattutto), ma la quotidianità, almeno la mia, mi mette spesso davanti “lo scettico” che adduce fanta-motivazioni per confutare affermazioni che, verificabili o meno (e questo dovrebbe già essere sufficiente) non gli aggradano.

Mi rendo conto che è un po’ un abuso della suddetta teiera che fu in origine pensata soprattutto per argomentazioni religiose. L’idea è quella di confutare le pretese dei credenti sull’esistenza di un qualche dio senza che siano fornite evidenze empiriche. La teiera contesta, allo stesso tempo, il fatto che la “non falsificabilità” (da Karl Popper che sosteneva che una teoria, per essere scientifica, deve poter essere falsificata) delle religioni sia sintomo dell’impossibilità di giustificare il loro essere credibili (le religioni si basano su presupposti non dimostrabili, non falsificabili, ma non per questo credibili). Tuttavia, da Occam ad Atkins, la sua applicazione in ambito di fede vacilla un po’. Soprattutto perché in tale ambito, a differenza dell’evidenza scientifica, le “evidenze religiose” passano anche e soprattutto attraverso la rivelazione personale, che non può essere oggettivamente verificata e/o condivisa.

In breve ricordo (e mi ricordo) che in ogni caso in cui vi sono asserti che mancano di evidenze logiche o sperimentali (o che semplicemente non ci piacciono, ma non ne sappiamo abbastanza…), non si può asserire la verità (o falsità, in base a cosa ci serve, no?!) di un argomento semplicemente dal fatto che sia impossibile provarlo (o confutarlo).

Questo è un dato di fatto logico. Che poi non sia applicabile alla religione me ne faccio velocemente una ragione, ma che non vogliamo applicarlo a questa o quella notizia/informazione/scoperta/etc. mi disturba alquanto. Preferisco, a questo punto, credere alla teiera celeste.

WU

Ode allo Psoas

… e non ditemi che lo conoscevate (anche se in realtà sono certo siete mediamente più ferrati di me su questi temi “new age” -credo-).

Si tratta di un muscolo (o meglio, sono due muscoli separati, ma lasciamo stare…) fusiforme interno all’anca che costituisce il principale muscolo flessore della coscia. Non mi metto a farvi una presentazione anatomica del muscolo (che ovviamente non sarei in grado di fare), ma la cosa che mi ha colpito di più è che lo psoas è definito … “il muscolo dell’anima”, “il muscolo della felicità”, oppure qualunque derivazione iperbolica che lo leghi al nostro io più profondo.

Cerco di essere più o meno serio.

Una sua sofferenza ci porta ad assumere posture scorrette che incidono sul nostro umore. Una postura sbagliata ha ripercussioni psicologiche (bella scoperta) e lo psoas è spesso all’origine di una postura scorretta. Per questo è uno dei muscoli a cui si tende a prestare più attenzione negli esercizi di yoga e di tutte quelle discipline che “ci curano la mente attraverso il corpo” (il pilates, secondo voi, rientra fra queste?).

In tutto il muscoletto misura circa quaranta cm e sostanzialmente connette il tronco alle gambe (praticamente ci tiene insieme). Un psoas in forma ci fa stare belli dritti e quindi promuove il coraggio e l’autostima: “vedi che psoas sodo che ho, ora si che posso affrontare le avversità della vita!”.

Di contro uno psoas infiammato causa dolori alla zona lombare e quindi ca va sans dire, anche tristezza e difficoltà a relazionarsi col prossimo (il mio psoas deve stare malissimo… 😛 ).

Lo psoas, per di più, è praticamente invisibile ben nascosto da altri muscoli ed ossa. Il suo stato si evince soprattutto dal portamento, dal passo, dalla postura, dal respiro (lo psoas ed il diaframma sono come burro e marmellata, si sa…). Il posturologo (?!?!?) ne deduce una sua sofferenza dalla curva lombare, ovviamente molto accentuata proprio nel caso di sofferenza del muscolo.

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Un muscolo così importante non poteva non avere anche un ruolo “religioso”: nel taoismo lo psoas presiede il centro di energia deputato alla connessione tra uomo e Terra; è il fulcro dello scambio di energie. Un bel massaggio allo psoas e siamo riconnessi a Pan!

Ovviamente esercizi per tenerlo in forma abbondano (lungi da me mettere un singolo link…) e vanno da massaggi ad affondi. Bisogna vestirsi comodi per non comprimerlo e rimanere nei limiti di peso per non affaticarlo. Posso essere sincero? Mi pare si carichi il muscolo in questione di tutta una serie di “responsabilità” che sicuramente ha e che condivide con tutti gli altri muscoli del nostro corpo. “Mens sana in corpore sano” mi pare più affidabile e comprensivo di “mens sana cum psoas sano”…

Non mi immagino di mettermi li a prendermi cura solo del mio psoas, per quanto strategico esso possa essere… Diciamo che se abbiamo bisogno di un punto su cui focalizzare l’attenzione può anche andare bene (questo come qualunque altro muscolo per me), ma non mi illuderei che lucidandolo io abbia miracolosamente un ottimo umore..

WU

PS. Ma a questo punto si potrebbe pensare ad una prossima generazione di esseri umani con lo Psoas opportunamente geneticamente modificato? Ecco la svolta!

I lupercalia

ricorrono oggi. Il 15 Febbraio era, infatti, il giorno dedicato agli antichi riti pagani in onore del dio della fertilità, Luperco. Come si confà ad un dio della fertilità, i festeggiamenti odierni erano sfrenati ed in netto contrasto con la morale cristiana. L’apice di tali baccanali si raggiungeva quando matrone romane, none per strada, subivano le frustrate di giovani, ovviamente altrettanto nudi (beh… ma anche spalmati di grasso e con maschere di fango…), che rappresentavano i seguaci del fauno Lupercolo.

Storicamente (ovvero, secondo la leggenda) i Lupercalia venivano celebrati proprio nella grotta Lupercale, sul Palatino, dove Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa. Il culmine dei Lupercalia era proprio oggi, ed il motivo (andando ancora più a ritroso nelle radici storiche della leggenda) era che era il culmine del periodo invernale quando lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili e minacciano le greggi.

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Tutto ciò non poteva andar giù alla cristianissima chiesa romanica. La festa andava arginata. E quale modo migliore per farlo se non che indire il giorno precedente una festa in qualche modo antitetica? Papa Gelasio I decise infatti di indire il 14 Febbraio la festa… degli innamorati. Si celebrava “l’amore puro” e non “l’impura fertilità”.

Caso volle che il 14 Febbraio era San Valentino (mi sono ben guardato ieri di scriverne qualcosa a riguardo, ma oggi…). Che questa sia la vera verità sull’origine della festa non vi sono, ovviamente, certezze. La stessa figura di San Valentino è abbastanza misteriosa… anzi, non si sa neanche di preciso a quale San Valentino si fa riferimento (ve ne sono almeno un paio ed a parte il fatto che morirono come martiri non si sa molto di loro).

La consacrazione del 14 Febbraio come festa degli innamorati deriva (pare, pare, pare) dallo scrittore Geoffrey Chaucer che verso la fine del ‘300 scrisse The Parliament of Fowls (Il Parlamento degli Uccelli) un poema che associa Cupido a San Valentino, in onore delle nozze tra Riccardo II e Anna di Boemia.

Da allora la festa ha preso “sempre più piede”, qualunque cosa significhi, fino ad assumere l’aspetto “economico” dei nostri giorni. Il giorno successivo, ovvero oggi, non è più ricordato come il giorno “dell’amore sfrenato”, ma sta prendendo piede come “San Faustino” (non voglio neanche indagare se San Faustino sia in qualche modo legato a tutto questo…); altra operazione commerciale per tutti coloro che sono scapati a ieri.

Intendiamoci, non sono contro ne San Valentino ne San Faustino. Non sono festività che festeggio con grande trasporto, ma riconosco il bisogno di qualche ricorrenza per svegliare un po’ gli animi. Mi affascina sicuramente di più la genesi e l’evoluzione di questi fenomeni sociali, troppo spesso velocemente dimenticata in favore degli aspetti più commerciali delle ricorrenze.

Auguri, in ogni caso, per ieri e per oggi.

WU

Oggi è Santa Lucia

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia. No. Cioè, più o meno. Cioè, una volta era cosi. Cioè…

Allora, oggi 13 Dicembre ricorre Santa Lucia. Non che sia troppo accorto al santo del giorno ne tanto meno la mia devozione alla santa in questione è così forte da ricordarmi la ricorrenza. Santa Lucia è tuttavia una ricorrenza abbastanza particolare… per il fatto che esiste un numero sterminato (più di ottanta mi è stato detto?!) di detti circa questo giorno.

Detti popolari che parlano del tempo odierno, del freddo odierno o della durata delle ore di luce di oggi (e sicuramente di un sacco di altre cose). Soffermiamoci un attimo sul fatto che oggi è considerato il giorno più corto (o equivalentemente la notte più lunga… che costituisce un ulteriore detto “Santa Lucia la notte più lunga che ci sia).

Per definizione il solstizio d’inverno è il giorno in cui le ore di luce sono minime in tutto l’anno. La data del solstizio d’inverno cambia di anno in anno, ma è grossomodo (e quest’anno esattamente) attorno al 21 Dicembre. Ben otto giorni da oggi, la domanda dunque nasce spontanea (vero?): da dove deriva la convinzione che oggi si ail giorno più corto dell’anno?

D’accordo che il giorno del solstizio varia di anno in anno, ma evidentemente un detto popolare non può derivare da un episodio che si verifica una volta ogni secolo. Semplicemente, in passato il giorno di Santa Lucia era molto più vicino al solstizio d’inverno. Ma come, abbiamo spostato la data della santa? Abbiamo spostato il solstizio?

Nessuna delle due: abbiamo cambiato calendario. Fino al 1852 era in utilizzo il calendario giuliano invece di quello gregoriano che usiamo ancora oggi (beh… più o meno). Il calendario giuliano aveva portato ad un progressivo sfasamento nel calcolo dei giorni rispetto alle stagioni, soprattutto (ma non solo) a causa del problema degli anni bisestili. Problema brillantemente risolto dal calendario gregoriano che però entrò in vigore “stile ruspa” (oggi tanto di moda).

Il 5 Ottobre 1582 (secondo il calendario giuliano) divenne improvvisamente il 15 Ottobre 1582 (secondo il calendario gregoriano). Il risultato fu che il 1582 fu un anno estremamente corto (e non parlo di secondi), ma di una decina di giorni in meno. Il tutto fu fatto per riallineare il calcolo dei giorni del calendario con l’anno solare, ma portò con se un terremoto circa la correlazione fra i detti popolari e le condizioni astronomiche.

Il solstizio d’inverno si era progressivamente avvicinato (anche a causa degli sfasamenti accumulatisi con il calendario giuliano) al 13 Dicembre, il giorno di Santa Lucia, appunto. Ma con l’avvento di Gregorio il detto rimase, il solstizio invece “tornò al suo posto”. È addirittura probabile che fosse stata proprio la Chiesa ad incentivare l’associazione tra il 13 Dicembre e il solstizio d’inverno (complice il vecchio calendario) per sostituire le feste popolari e pagane legate alla ricorrenza del giorno più corto con una santo “ufficiale”. D’altra parte gran parte dei riti cristiani derivano da precedenti usanze popolari…

Morale della storia (se proprio dobbiamo trovarla): oggi è il giorno più corto che ci sia e se non lo è secondo gli allineamenti astronomici lo è secondo le credenze popolari. Nessuno si accorgerà che nei prossimi giorni il buio durerà qualche minuto in più; tutti ricorderanno Santa Lucia (anche) per il buio. La potenza di secoli di tradizione popolare.

WU

Le nuove preghiere

Posso dire onestamente e tranquillamente che non se ne sentiva il bisogno?

Il padre nostro ed il gloria sono cambiati per volere della CEI. Le due preghiere con cui siamo cresciuti, che per lungo tempo mi sono immaginate scritte sulla pietra alla stregua dei 10 comandamenti sono… diverse. Piccolezze, certo, ma a veder bene si cambia quella musicalità, quel ritmo (quella cantilena per i meno credenti) che le rendeva familiare. Non è questo, in fondo, quello che cerchiamo nella ritualità?

E non voglio scendere nel particolare. Ma lo farò.

“pace in terra agli uomini di buona volontà” è forse la frase che mi ha fatto capire cosa era la volontà. Che la mia sia buona o meno non lo so, ma so che ripetere questa frase mi dava un po’ di volontà (appunto) per fare anche le cose più sgradevoli. Ora “pace in terra agli uomini amati dal Signore” mi suona un po’ (ma proprio assai) una frase fatta. Anzi, mi richiama uno dei miei (evidentemente) limiti in fatto di celebrazioni religiose: ripetere a iosa le stesse parole/frasi/concetti li svuota di significato. Amore ed amati dal Signore sono in cima alla lista… vuoi che non mi possa immaginare che il Signore donerà la pace ai suoi amati? Di certo mi rende più proattivo la buona volontà.

non abbandonarci alla tentazione“… e già, mi aspettavo il contrario… Mi potete illuminare sulla differenza con il classico “non indurci in tentazione”? Sono certo tale differenza esiste ed è clamorosa per i teologi e/o i filologi, ma il padre nostro non è un po’ la preghiera di tutti? Come dire… di noi mortali? Che lo scopo è avvicinarci o allontanarci dal mondo pastorale (e non quello religioso)?

Vorrei fare un censimento su chi recepirà tale cambiamento e/o se lo recepirà del tutto (mi immagino pletore di vecchiette intente a dire il rosario che si interrogano se devono recitare la prima, seconda, terza, etc. versione del padre nostro o del gloria…).

Il senso non (dovrebbe) cambiare, il suono di certo, le motivazioni sono oscure (come si confà ad un buon editto religioso)… insomma, mi sarei accontentato che in questi ultimi sedici anni la chiesa si fosse concentrata su altro.

Amen.

WU

Cosa c’è sull’Ararat?

Sempre sulla scia del Credere (… che ci volete fare, questa settimana mi è presa così).

Possiamo aver fede o meno, ma non possiamo tollerare che la Bibbia racconti solo una storia di pura fantasia. Indipendentemente se l’approcciamo con fare ateo o religioso abbiamo bisogno di prove. Che è poi un po’ la negazione del credere

Ad ogni modo è dagli anni ’40 che il monte Ararat, in Turchia, è oggetto delle nostre elucubrazioni. Ed in particolare la zona della sua cima è sede della ormai consolidata Anomalia dell’Ararat.

Si tratta di un monte al confine fra Turchia ed Armenia, zona di altissimo interesse strategico, militare ed anche dalla conformazione geografica decisamente ostile.

Li, un po’ nel mezzo del nulla, a 4724 metri di quota, sull’altopiano orientale, a 2200 metri dalla cima della montagna, c’è qualcosa. Che cosa sia non lo sappiamo di preciso, ed è qui che entra in gioco la nostra passione per… Credere, soprattutto in ciò che non capiamo.

Sembra, sembra, esserci un oggetto. un qualcosa. Troppo grande per essere di origine naturale, troppo lineare, squadrato. Li, sotto il ghiaccio vogliamo Credere ci possa essere… l’Arca di Noè (o ciò che ne resta).

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Osservato per la prima volta nel corso si una missione aerea del US Air forse e poi dalla Defense Intelligence Agency, l’anomalia ha alimentato le nostre più recondite fantasie di trovare una traccia chiara ed inequivocabile dell’ira divina.

A quella prima osservazione hanno fatto seguito osservazioni satellitari ed affini e tutta la documentazione fotografica raccolta è stata analizzata più e più volte per gridare al mitologico ritrovamento.

Nel 2004 qualcuno ha anche cercato di organizzare (e soprattutto finanziare) una spedizione dedicata in loco per risolvere il mistero. Spedizione prontamente fermata dalla mancanza di autorizzazione da parte delle autorità turche. Ovviamente gli interessi militari sull’area sono troppo alti ed il mistero non vale la candela (per qualcuno).

Arriviamo quindi al 2010 quando pare (e dico pare) qualcuno è veramente riuscito a raggiungere l’altopiano dell’Ararat. Una spedizione congiunta turca e di Hong Kong della “Noah’s Ark Ministries International” (beh… non voglio illazionare, ma diciamo che mi pare decisamente di parte) ha annunciato di aver trovato un’enorme caverna di legno ad un’altitudine in cui non risulta mai esservi stato alcun insediamento umano. La scoperta dell’arca è stata proclamata al 99% ed anche la loro (… e mica era il caso di farla fare ad altri…) datazione del legno al carbonio 14 ha confermato l’età dell’arca.

… ora lasciamo perdere che poi membri del gruppo della spedizione si sono dissociati dalla proclamazione del ritrovamento sostenendo che alcuni reperti lignei fossero stati portati lì appositamente da manovali curdi che erano a conoscenza della spedizione…
Come tutte le grandi scoperte questa deve essere giustamente tribolata. E come tutti i nostri sforzi di Credere, anche questo deve giustamente essere alimentato.

WU

PS. Questo, ovviamente, al nostro livello. I servizi segreti statunitensi (che sicuramente hanno molti più dati di me a disposizione) ipotizzano in quella sede la bellezza di una base segreta, ovviamente sovietica. Complottismo a go go… una scusa come un’altra per Credere.

PPSS. Avevo iniziato a mettere un po’ di link, ma il numero di siti di para-cultura che sono venuti fuori mi ha imbarazzato ed ho tolto tutto limitandomi a Wiki.

l’Angelus e la veglia

C’era una volta un bimbo che guardava, con un misto fra ammirazione e timore un dipinto appeso nel corridoio della sua scuola. Lo guardava tutti i giorni, anzi, lo osservava proprio; non erano sguardi superficiali, era proprio un’osservazione accurata del complesso e dei dettagli di quel dipinto. Ne usciva spesso turbato, ma quasi non poteva farne a meno.

L’immagine di quel dipinto lo accompagnava in classe, a casa e la sera, nel letto, quasi poteva replicare i singoli tratti.

La cosa che lo tormentava di quel quadro era che il ragazzo non era convinto che rappresentasse quello che sembrava. Gli appariva carico di una pesantissima intenzionalità latente, tanto da convincersi che era quasi un modo per nascondere alla luce del sole qualcosa di truce e tremendo. Cos’ calmo e rasserenante in superficie, così ossessivo e tremendo sotto traccia.

Il quadro ritraeva, almeno apparentemente, una fase cruciale della vita agreste: uno dei momenti del riposo. In particolare ritraeva una coppia di contadini che messi da parte gli arnesi del mestiere ed al accompagnati da campane che paiono risuonare da un campanile appena accennato sullo sfondo, annunciano l’Angelus. Questa scena di devozione religiosa li vede semi chini, a testa bassa, all’imbrunire, intendi nella preghiera.

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Ma il quadro non lo convinceva, il bambino sentiva che quei due contadini nascondevano qualcosa, qualcosa di atroce. Sentiva che quel loro gesto poteva voler dire altro. Non gli trasmetteva la calma e la pace che voleva far trasparire.

In realtà maturò dentro se l’idea che il gesto della coppia, a testa china verso il terreno, non fosse il momento dell’Angelus, bensì una veglia. Una veglia funebre sulla bara di un (loro?) bambino. Bara abilmente nascosta dai colori del terreno, ma che al bambino non era necessario vedere per sapere che in realtà era li.

Ci doveva essere, era questa l’interpretazione giusta del quadro. Ed il ragazzo ne rimase convinto tanto da portare avanti la sua interpretazione di quella scena di infanticidio mascherata da Angelus anche crescendo.

Quando crebbe in bambino chiese ed ottenne il permesso di ottenere una scansione ai raggi X del dipinto. Non della copia appesa nella sua scuola, ma proprio dell’originale. Era quello per lui il momento della verità, il momento in cui i suoi incubi infantili potevano finalmente svanire e le sue ossessioni prendere forma (che di solito è il primo passo per sconfiggerle).

Il risultato dell’analisi fu che in mezzo ai due contadini, ad altezza del terreno, coperta con più e più pennellate di colore ed infine dal dipinto di una cesta, sembrava esserci una piccola figura rettangolare.

“Dai! guardate! c’è una piccola bara proprio li in mezzo ai due!” esclamò. Era il momento della vittoria, il momento in cui ritrovare la propria pace interiore. Ed invece no. Il quadro aveva, negli anni, maturato la sua fama ed era ormai per tutti l’Angelus; una scena di intima preghiera, non certo una veglia per un infanticidio. Un piccolo parallelepipedo, benché ambiguo, non era certo sufficiente a scardinarne la personalità.

Ormai il quadro aveva una sua identità molto più forte di quella del bimbo e presto la teoria della bara fu semplicemente etichettata come una delle vivide suggestioni di quel ragazzo. Beffardo destino.

Il quadro è l’Angelus di Millet.

Il ragazzo si chiamava Salvator Dalì.

WU

PS.

Nel giugno 1932 si presenta d’improvviso al mio spirito, senza che alcun ricordo recente né associazione cosciente possa darne un’immediata spiegazione, l’immagine dell’Angelus di Millet. Tale immagine costituisce una rappresentazione visiva nettissima e a colori. È pressoché istantanea e non dà seguito ad altre immagini. Ne sono grandemente impressionato, grandemente turbato, poiché, nonostante che nella mia visione di tale immagine tutto “corrisponda” esattamente alle riproduzioni del quadro da me conosciute, essa “mi appare” nondimeno assolutamente modificata e carica di una tale intenzionalità latente che l”Angelus di Millet diventa “d’improvviso” per me l’opera pittorica più inquietante, più enigmatica, più densa, più ricca di pensieri inconsci che sia mai esistita

[S. Dalì, Il tragico mito dell’Angelus di Millet]