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l’Angelus e la veglia

C’era una volta un bimbo che guardava, con un misto fra ammirazione e timore un dipinto appeso nel corridoio della sua scuola. Lo guardava tutti i giorni, anzi, lo osservava proprio; non erano sguardi superficiali, era proprio un’osservazione accurata del complesso e dei dettagli di quel dipinto. Ne usciva spesso turbato, ma quasi non poteva farne a meno.

L’immagine di quel dipinto lo accompagnava in classe, a casa e la sera, nel letto, quasi poteva replicare i singoli tratti.

La cosa che lo tormentava di quel quadro era che il ragazzo non era convinto che rappresentasse quello che sembrava. Gli appariva carico di una pesantissima intenzionalità latente, tanto da convincersi che era quasi un modo per nascondere alla luce del sole qualcosa di truce e tremendo. Cos’ calmo e rasserenante in superficie, così ossessivo e tremendo sotto traccia.

Il quadro ritraeva, almeno apparentemente, una fase cruciale della vita agreste: uno dei momenti del riposo. In particolare ritraeva una coppia di contadini che messi da parte gli arnesi del mestiere ed al accompagnati da campane che paiono risuonare da un campanile appena accennato sullo sfondo, annunciano l’Angelus. Questa scena di devozione religiosa li vede semi chini, a testa bassa, all’imbrunire, intendi nella preghiera.

Angelus.png

Ma il quadro non lo convinceva, il bambino sentiva che quei due contadini nascondevano qualcosa, qualcosa di atroce. Sentiva che quel loro gesto poteva voler dire altro. Non gli trasmetteva la calma e la pace che voleva far trasparire.

In realtà maturò dentro se l’idea che il gesto della coppia, a testa china verso il terreno, non fosse il momento dell’Angelus, bensì una veglia. Una veglia funebre sulla bara di un (loro?) bambino. Bara abilmente nascosta dai colori del terreno, ma che al bambino non era necessario vedere per sapere che in realtà era li.

Ci doveva essere, era questa l’interpretazione giusta del quadro. Ed il ragazzo ne rimase convinto tanto da portare avanti la sua interpretazione di quella scena di infanticidio mascherata da Angelus anche crescendo.

Quando crebbe in bambino chiese ed ottenne il permesso di ottenere una scansione ai raggi X del dipinto. Non della copia appesa nella sua scuola, ma proprio dell’originale. Era quello per lui il momento della verità, il momento in cui i suoi incubi infantili potevano finalmente svanire e le sue ossessioni prendere forma (che di solito è il primo passo per sconfiggerle).

Il risultato dell’analisi fu che in mezzo ai due contadini, ad altezza del terreno, coperta con più e più pennellate di colore ed infine dal dipinto di una cesta, sembrava esserci una piccola figura rettangolare.

“Dai! guardate! c’è una piccola bara proprio li in mezzo ai due!” esclamò. Era il momento della vittoria, il momento in cui ritrovare la propria pace interiore. Ed invece no. Il quadro aveva, negli anni, maturato la sua fama ed era ormai per tutti l’Angelus; una scena di intima preghiera, non certo una veglia per un infanticidio. Un piccolo parallelepipedo, benché ambiguo, non era certo sufficiente a scardinarne la personalità.

Ormai il quadro aveva una sua identità molto più forte di quella del bimbo e presto la teoria della bara fu semplicemente etichettata come una delle vivide suggestioni di quel ragazzo. Beffardo destino.

Il quadro è l’Angelus di Millet.

Il ragazzo si chiamava Salvator Dalì.

WU

PS.

Nel giugno 1932 si presenta d’improvviso al mio spirito, senza che alcun ricordo recente né associazione cosciente possa darne un’immediata spiegazione, l’immagine dell’Angelus di Millet. Tale immagine costituisce una rappresentazione visiva nettissima e a colori. È pressoché istantanea e non dà seguito ad altre immagini. Ne sono grandemente impressionato, grandemente turbato, poiché, nonostante che nella mia visione di tale immagine tutto “corrisponda” esattamente alle riproduzioni del quadro da me conosciute, essa “mi appare” nondimeno assolutamente modificata e carica di una tale intenzionalità latente che l”Angelus di Millet diventa “d’improvviso” per me l’opera pittorica più inquietante, più enigmatica, più densa, più ricca di pensieri inconsci che sia mai esistita

[S. Dalì, Il tragico mito dell’Angelus di Millet]

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I neuroni dello spirito

La spiritualità ha radici fisiche, o meglio psichiche.

Sarà anche vero, ma il sol fatto di saperlo (e/o di sapere che qualcuno lo ha studiato) fa già perdere un po’ dell’area di mistero e magia che avvolge questa parola… ma evidentemente solo a me.

Quell’aurea di superiore e trascendente che avvolge tutto ciò che non capiamo fino in fondo, che sia in qualche modo attinente a ciò che è più grande di noi, è un parto della nostra mente e non della nostra anima (qualunque accezione vogliate dare a questa parola).

Più precisamente è un parto della nostra corteccia parietale (almeno secondo questa ricerca), che è quell’area anche legata alla consapevolezza che abbiamo di noi e degli altri. E’ la stessa area che elabora le nostre emozioni e da un senso “personale” a ciò che i sensi collezionano.

Across cultures and throughout history, human beings have reported a variety of spiritual experiences and the concomitant perceived sense of union that transcends one’s ordinary sense of self. Nevertheless, little is known about the underlying neural mechanisms of spiritual experiences, particularly when examined across different traditions and practices. By adapting an individualized guided-imagery task, we investigated neural correlates of personally meaningful spiritual experiences as compared with stressful and neutral-relaxing experiences. We observed in the spiritual condition, as compared with the neutral-relaxing condition, reduced activity in the left inferior parietal lobule (IPL), a result that suggests the IPL may contribute importantly to perceptual processing and self-other representations during spiritual experiences. Compared with stress cues, responses to spiritual cues showed reduced activity in the medial thalamus and caudate, regions associated with sensory and emotional processing. Overall, the study introduces a novel method for investigating brain correlates of personally meaningful spiritual experiences and suggests neural mechanisms associated with broadly defined and personally experienced spirituality.

L’ “esperimento” si è svolto su un campione di 27 persone (tutte del Connecticut, tutte della stessa estrazione sociali e di simili esperienze… devo dire che ne penso?) in buono stato di salute. A ciascuna è stato chiesto di raccontare un episodio spirituale della propria vita e dopo una settimana sono stati sottoposti ad una risonanza magnetica mentre una suadente voce femminile gli leggeva l’esperienza da loro stessi descritta.

Quando “gli intervistati” sentivano la voce fargli rivivere le loro esperienze spirituali, mostravano tutti una ridottissima attività nella parte della consapevolezza di se e degli altri e della rielaborazione delle sensazioni ed emozioni (lobo parietale inferiore sinistro, talamo e nucleo caudato).

Il risultato è quindi che l’area più attiva della corteccia parietale sia quella in cui hanno sede le nostre esperienze “con l’eterno”, “con lo spirito”.

Ripeto, che dare un senso fisico a queste esperienze mi mette un po’ di tristezza, anche se capisco che per amor di conoscenza siamo pronti a scardinare molte sfumature/certezze/ripari sicuri del nostro animo… compresa la spiritualità.

WU

Il Punto Omega

Siamo in continua evoluzione (almeno sulla carta, se poi vogliamo vederla come involuzione non avrei nulla da obiettare). Ci muoviamo, ad ogni modo, verso una direzione di crescente complessità, maturità tecnologica, scoperte scientifiche, invenzioni… anche coscienza ardirei.

Questo processo potrebbe non avere mai fine (ci destabilizza pensarla così), o potrebbe averla. Almeno secondo la teoria di Pierre Teilhard de Chardin; il punto di arrivo di questo processo, il punto supremo di complessità, l’apice della nostra crescente conoscenza (e, ci riprovo, coscienza) è il Punto Omega.

Ma c’è di più, secondo la teoria, il Punto Omega non è solo il punto di arrivo del processo evolutivo dell’intero universo, ma anche la causa della sue evoluzione. Come se fosse una sorta di attrattore che ci traina nella direzione della crescente complessità. Il Punto Omega è il punto massimo dell’evoluzione ed è, indipendentemente dall’universo stesso, anche il punto verso il quale l’universo si evolve.

Ora, se caliamo (come ha fatto d’altra parte anche il suo cristianissimo ideatore) il Punto Omega nell’ortodossia cristiana abbiamo una sua fortissima identificazione con il Logos (Dio da Dio”, “Luce da Luce”, “Dio vero da Dio vero” e “attraverso di Lui tutte le cose furono create”); i.e. Gesù Cristo… A tal proposito credo che il concetto della parola che si incarna sia uno dei temi che mi ha da sempre affascinato, ed al contempo fatto storcere il naso, della religione cristiana… se non altro fertile terreno di riflessioni notturne.

Il nostro punto di arrivo ha, tornando a noi, cinque attributi identificanti:

  • Esiste da sempre: non ha tempo, è fuori dal tempi, altrimenti come faremmo a spiegare l’evoluzione costante dell’universo verso livelli di crescente complessità?
  • E’ trascendente: il Punto esiste prima ed al di fuori del processo evolutivo; è il punto apicale di un processo del quale non fa parte.
  • E’ irreversibile: deve offrirci la possibilità di essere raggiunto (benché moooolto lontano), ma non quella di tornare indietro (e su questo avrei un po’ da ridire).
  • E’ autonomo: il Punto non può essere condizionato dallo spazio o dal tempo; esiste al di fuori dei vincoli della natura.
  • E’ personale: l’incremento della complessità dell’universo e della materia ci ha portati (e continua a portarci) verso livelli sempre più elevati di personalizzazione (e.g. vedi la natura umana); il Punto Omega potrebbe addirittura essere una persona, la super-personalizzazione della materia e degli individui.

Se esiste, ed in fondo mi piace crederci, mi pare siamo ancora molto lontani (e ciò potrebbe anche essere un bene). Ho qualche dubbio sulla teoria, soprattutto sul concetto di irreversibilità del processo evolutivo e sul fatto che l’aumento di complessità e consapevolezza (rieccoci…) equivalga ad una unificazione dell’universo piuttosto che ad una eliminazione dell’individualità (sicuramente un “retaggio” molto cristiano).

WU

Dicotomia

Che suona già bene come parola; il significato, poi, mi piace ancora di più.

Greca, neanche a dirlo, l’origine: dìcha: in due parti; témno: divido. Praticamente una divisione dell’unità in due, e solo due, parti.

Ma attenzione, dividere in due non significa per forza escluderne una delle due; il doppio (la parte oscura… 😀 ) può, anzi spesso deve, essere complementare.
La cosa fondamentale per la dicotomia è che non c’è spazio per la terza parte. Il terzo (incomodo) resta fuori… E mi viene in mente che “La Trinità” di Cristiana derivazione sia proprio il primo e più importante tentativo di superare una sterile dicotomia… ma questa è un’altra storia.

La dicotomia trova applicazioni nei più disparati campi, dalla matematica alla filosofia, dalla linguistica alla biologia.

Sei un vertebrato o un invertebrato? Sei un essere vivente o inanimato? Sei destro o mancino? Sei un buono o un cattivo (ah ah ah). Sei un sacro o un profano? Ridi o piangi (… magari fosse una vera dicotomia)? Sei di estrazione umanistica o scientifica? Sei lo Yin o lo Yang? … praticamente non saprei rispondere a nessuna di queste domande, collocandomi fuori da qualunque schema dicotomico…

Su questa base Zenone coniò il suo famoso paradosso contro il moto (per percorrere X devi prima percorrere X/2 e via dicendo fino alla suddivisione progressiva ed infinita dello spazio)

Ovviamente il concetto è facilmente (e non sono certo, giustamente) estendibile ad una scissione, frattura, separazione, bipartizione fra due elementi: di un partito, di un consiglio, di una ideologia e via dicendo.

Chiudo con questa notevole citazione in cui sono inciampato bighellonando sul concetto di dicotomia fra genio e stupidità (dicotomia sognata ed intrinseca dell’essere umano):

Lui è un genio, la tua amica è un genio, il tuo ex-marito è un genio… Ma lo sai che conosci un sacco di geni tu? Frequenta qualche cretino, ogni tanto; imparerai qualcosa [W. Allen]

WU

PS. Leggerissimamente più matematicamente: se un dato insieme A può essere diviso in due parti B e non-B, allora ogni elemento di A deve essere incluso o in B o in non-B e la somma degli elementi di B e non-B deve fare esattamente quelli di A.

Datazione religiosa

Come se cambiasse qualcosa. Evidentemente per qualcuno si. Per qualcuno per cui il luogo ha un interesse storico più che simbolico. Per qualcuno per cui un questo caso il numero, l’anno, vale più della fede.

Non che sia un credente particolarmente fervente, ma sapere dove è stato seppellito Gesù è comunque un punto di riferimento ed un simbolo indipendentemente dalla veridicità dell’ “apparato” simbolico costruito.

Ad ogni modo, 2000 anni fa Gesù fu seppellito a Gerusalemme. E’ questo almeno quello che vorremmo o non vorremo leggere. Ma dubito che vorremo aprire un dibattito su quanti anni data la tomba di Gerusalemme. Ed, ovviamente, mi sbaglio.

Il luogo sacro (che IMHO non sarà da oggi meno sacro o meno meta di pellegrinaggio) pare sia più recente dei 2000 (circa) anni che la tradizione religiosa vorrebbe. Secondo il Politecnico di Atene il sito non data più di 1700 anni. 300 anni che fanno la differenza, a meno di non supporre che le spoglie mortali di Gesù siano state spostate. E da dove? E da chi? Lasciamo stare questo vaso di Pandora.

Correva l’anno 345 d.c.quando la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme fu costruita. Almeno secondo la datazione dei campioni di malta estratti dalla basilica. In quell’anno regnava (ma a questo punto, sarà poi vero?) Costantino, il primo imperatore cristiano.

Ad ogni modo la storia (e la datazione) non è così semplice. La grotta ove Cristo venne “sepolto” fu consacrato (pare) attorno al 326 d.c. (data stranamente vicina al 345 d.c.); ma in quel punto sorgeva già un antico tempio romanico di 200 anni prima. Prontamente distrutto. La stessa sorte, tuttavia, toccò a diverse delle basiliche costruite in quel luogo dato che a seguito dei volenti attacchi da parte di questa o quella “fazione religiosa” la basilica del Santo Sepolcro fu rasa a sua volta al suolo nel 1009.

Il sepolcro, quindi, era stimato avere circa 1000 anni, ma le sue parti più antiche (probabilmente e sperabilmente salvate dall’ennesima devastazione) avrebbero dovuto datare circa 2000 anni per essere “una conferma” (qualunque cosa questa parola voglia dire in un contesto di fedi religiose) del luogo di sepoltura di Cristo. L’apertura della “tomba”, che mi ricorda un po’ la resurrezione di quanto mai religiosa memoria, ha però fornito una datazione differente. Ma anche un contesto differente, fatto di letto funerario e rivestimenti marmorei (probabilmente posteriori) che indicano solo una sepoltura “tipica” di un ebreo benestante, che poi fosse Cristo…

Fede o non fede; di certo un concetto slegato da qualunque indagine archeologica. Che l’oggetto dell’interesse delle due “discipline” sia lo stesso è una s-fortuita coincidenza ed una conferma del fatto che alcuni luoghi (ma in generale alcune icone) hanno molto da dire indipendentemente dalle orecchie che stanno ad ascoltare.

WU

Stella di Lakshmi

Questo è per la serie mi attira ma non so il perché. Non che sia un particolare fautore di simboli, icone, idee e modi di vita induisti, ma neanche orientali in genere (motivi per il quale temo quasi a mettere dei link nel post). Forse l’idea che due quadrati facciano una stella è la cosa che mi piace di più.

StelladiLakshimi.png

La stella di Lakshmi è il simbolo dell’omonima dea. E la dea in questione è la dea dell’abbondanza e della prosperità; è la dea della ricchezza e dell’energia positiva; è la dea della luce, della saggezza, del destino. Insomma è una dea molto positiva, uno di quei simboli che dovrebbero (e questo forse più di altri mi da l’idea di farlo davvero) motivarti alla vita.

La dea è praticamente la madre dell’universo, e la stella ne simboleggia la forza richiama il disegno di un loto, fiore puro e lucente che nasce dal fango.

Il simbolo ad ogni modo è uno di quelli la cui origine si perde nella notte dei tempi e permea un po’ tutta la cultura (ovviamente partendo dagli aspetti religiosi) mondiale. Lo stesso simbolo dei due quadrati ruotati a 45° è anche quello che chiude ogni capitolo del corano, oltre che ritrovarsi in diverse effigi della madonna (trasposizione cristiana di Lakshmi?).

La variante è il cerchietto interno che appare solo in alcune culture, ma che in fondo non modifica sostanzialmente il significato della geometrica stella.

Se a voi il simbolo richiama “Le preoccupazioni lasciano spazio alla tranquillità di sentire che tutto si sta risolvendo e migliorando” non posso che esserne lieto, se è un modo facile di disegnare una stellina regolare (anche se io sono solito optare per le cinque punte) non credo che vi siano divinità che si offendano.

WU

Pare che vi siano anche ambienti consigliati per questo genere di simbolo: salotto, studio, entrata, ufficio, etc. Qualora vi servisse un idea di arredamento…

Anacoreta

Sentite come suona bene.

Ora, tutti coloro che sanno esattamente di cosa si parla, si fermino qui.

Tutti coloro che ne hanno una vaga idea, si fermino qui.

 

 

Ora che mi sono sincerato di essere l’unico ad essere arrivato a leggere fin qui. Posso sproloquiare in tranquillità. Oltre ad avere una fonetica decisamente adorabile, il termine si riferisce ad uno stato (tipicamente di un religioso, nel vero senso del termine, ovvero indipendente dal particolare credo) di ritiro ascetico.

Praticamente di abbandono della vita sociale per dedicarsi, con diversi gradi di isolamento, alla preghiera ed alla contemplazione. L’occupazione dell’anacoreta è quindi quella della preghiera e del lavoro per garantire il proprio sostentamento. “Padri del deserto” per il loro ritirarsi, ovviamente nei secoli che furono, nei deserti egiziani.

E, dato che piove sempre sul bagnato, da wiki:

L’arte bizantina è solita raffigurare gli anacoreti nei sottarchi che sorreggono gli edifici sacri in posizione orante a indicare che con la loro ascesi reggono il peso della Chiesa.

Coloro che percorrono la via dell’hésychia, ovvero della pace interiore per elevarsi a Dio
Una soluzione un po’ troppo semplice, IMHO, per la nostra società.

WU

PS. Pillola sulla genesi del termine nella mia mente: “Manoscritto trovato a Saragozza”, di J. Potocki. In lettura, da parte mia e del mio neurone solitario; Per il momento… nulla di eccezionale.