Carta di Santità

Lasciamo un attimo perdere l’aspetto blasfemo (per chi lo vede) e focalizziamo l’attenzione su quello provocatorio.

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Su alcuni punti, credo, non ci fossero dubbi (se non altro per storiche convenzioni… o convenzioni storiche): luogo e data di nascita, figlio di, stato civile ad esempio. Ma altri “dettagli” sono soltanto da desumersi dal “ruolo”? Tipo occhi “pieni di luce”, capelli “divini” e statura “alta”… bah… E poi residenza, professione e segni particolari? Mi pare che siano più che altro questi gli aspetti “blasfemi” della faccenda.

Per l’impronta “a sacra sindone” e la firma di San Pietro ci posso anche stare (ed un sorriso, confesso, me lo hanno strappato).

La carta d’identità in questione è stata rilasciata da Radio Maria (!) per mezzo dei suoi canali social (eh si, per chi non lo sapesse anche le sante attività sono social…). Diciamo che è quanto meno discutibile, ma la cosa che non capisco proprio è come la santa emittente possa prendersela con gli utenti che commentano in maniera irriverente la “provocazione”.

E’ chiaro che se vedo una cosa del genere mi metto a fare battutine il cui grado di eleganza (o blasfemia) poi dipende dal mio animo/momento/gradi di eleganza/etc. Una volta lanciato il sasso (e non proprio un sassolino) poi si prende quel che viene… altrimenti, mi verrebbe da dire a che serve? E radio Maria dovrebbe essere l’unica a “divertirsi”?

I commenti vanno dal tipo di shampoo da usare, al codice fiscale dell’interessato al violazioni di privacy, a richiesta di patente nautica per chi cammina sulle acque, e simpatie del genere. Che di per se non sarebbero neanche male, ma che capisco perfettamente che possano urtare sensibilità troppo spiccate riguardo il soggetto.

Da credente, non particolarmente fervido, mi domando se non sia io troppo ligio a “non nominare il nome di Dio invano”. Diciamo che se l’iniziativa doveva farci ricordare chi fosse Gesù (qualora ce ne fosse bisogno) ha centrato l’obiettivo, ogni altro scopo è stato mancato, IMHO. E sarei anche curioso di sapere la reazione dell’emittente (e di chi le sta dietro) se la carta di identità fosse stata “messa da un altro ente”…

WU

PS. Ma oggi, il suddetto, sarebbe considerato formalmente un migrante? E poi non nacque in Giudea piuttosto che in Palestina?

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Lo spaturno

Si era nella notte dei tempi e Dio era ancora immensamente piccolo. Quella sera i suoi genitori, il Signore e la Signora Padreterno erano stati invitati ad una festa in maschera da Manitù. Per animare un poco la serata si erano vestiti da cowboy, perché a quelle feste ci si annoiava molto: ogni due valzer c’era una danza della pioggia.

Il piccolo Dio doveva restare da solo a casa
<<Ho paura>>aveva detto.
<<Alla tua età?!>>aveva risposto il papà<<Oramai hai quasi un miliardo di anni…Sei un uomo ormai!>>
<<Che cos’è un uomo??>> chiese Dio
Boh?? avevano risposto i genitori ed erano usciti.

Ora il piccolo Dio era nel suo lettino con gli occhi sbarrati. Nel buio perché la luce non c’era, e col triangolo sul comodino, non perché aveva forato, ma perché a dormire col triangolo in testa si bucava tutto il cuscino.
Dopo 3 millenni che tentava di dormire si alzò per andare in cucina, ma la cucina non c’era, il frigo non c’era, la televisione non c’era, il Lego non c’era..non c’era nulla, ma proprio nulla…infatti era il nulla assoluto.

Allora il piccolo Dio prese le formine e andò in giardino a creare. Tutti in famiglia erano molto creativi.Ed ecco che il piccolo Dio creò la luce.La fece dodici ore si..e dodici ore no perché il papà gli aveva detto: Poi la corrente la pago io!!
Poi dopo la luce creò acqua gas e telefono.

Poi creò delle p###e e le appese immobili nel cielo, poi le fece girare e subito fu un gran giramento di p###e. Poi passò agli animali. Col pongo fece il maiale, e non gli avanzò nulla, non dovette buttare neanche un pezzetto di pongo. E allora disse : col maiale non si butta nulla. Poi Dio creò il cane e la sua famiglia…iene coyoti e lupi. E subito il più fetente di questi , lo sciacallo, andò dal maiale e gli disse: Sei un p###o
Eh già, ha parlato l’ermellino! Rispose il maiale.

E Dio li guardò soddisfatti e disse: Ora ho creato cani e porci!
Ma era solo all’inizio.

Allora Dio creò un animale che stava sempre zitto…e disse: QUesto è muto come un pesce…e lo chiamò pesce..poi ci cadde sopra e fece la sogliola. Poi creò il Panda…ma solo per la città..per i viaggi lunghi creò la Stilo diesel!

Poi creò lo spaturno, ma vide che era inutile e lo disintegrò…però ci rimase male per aver creato e distrutto un animale inutile, e di pessimo umore se ne andò in un angolino. E tutti gli dissero…ma dai…non fare l’orso.

Ma lui..per ripicca fece proprio l’orso! Poi creò la cicala e la formica. La formica lavorava lavorava come un asino…e la cicala cantava cantava come un grillo.E la formica s’incazzò come una pecora(a quel tempo le pecore erano incazzose) e disse: Ma come, quello canta sempre e io mi faccio il cu..ore così?? Ma io faccio un macello!!!

Poi creò il coccodrillo, e subito dopo la maglietta. Così mise il coccodrillo sulla maglietta e fu un grande successo. Poi Dio mise un coccodrillo da una parte e una iena dall’altra. E una piangeva..piangeva…come un coccodrillo…e l’altra rideva rideva rideva…come una iena.E allora ci mise di mezzo un gufo che stava serio serio!
Dio poi fece la piovra…che subito gli chiese l’appalto per il dromedario…perché con quelli con la gobba la piovra ci andava d’accordo fin da allora.

Poi fece il toro…ma si sbagliò e gli fece le corna…e disse: p###a v###a!!! Marchiò in questo modo la povera v###a per sempre!

Quando tornarono i genitori dopo un milione di anni Papà padreterno disse:
Mamma mia che finimondo….ma benedetto Dio!! E Dio disse: Oui..c’est moi!!

E la mamma: Vabbè…lasciamo stare e andiamo a dormire..che domani ci penso io a pulire tutto!

E noi siamo ancora qui che aspettiamo che suoni la sveglia!

[La Genesi, Parola di Giobbe, Giobbe Covatta, 1991]

WU

PS. Dubito spesso dell’esistenza di alieni, bigfoot, fate e slenderman a caso, ma lo spaturno, secondo me, non è stato distrutto. Si aggira fra noi nascondendosi sotto forme umane. La sua natura, però viene fuori alla prima occasione… E se fossimo tutti un po’ discendendo di un misto fra esseri umani e spaturni?

Feriae Augusti

Il giorno della gita fuori porta, del mare/montagna, del pranzo a sacco. Il giorno scacciapensieri, il giorno della catarsi, il giorno dell’ozio. Oggigiorno.

Nella Roma imperiale, Augusto (a cui, non a caso, è dedicato il mese di Agosto) si riposava a corte e celebrava la fine dei lavori agricoli e nei campi in generale. Il riposo di Augusto, istituito dall’imperatore nel 18 secolo a.c., si aggiungeva ad altre feste (pagane, neanche a dirsi) già pre-esistenti e dedicate al dio della terra e della natura (bisognava pur ingraziarsi qualcuno in vista dell’imminente autunno-inverno…). Era il momento del riposo (non dell’ozio). Un tempo.

Il ferragosto ha comunque mantenuto una caratteristica chiave nel tempo, quella di essere un po’ il giorno cardine del periodo di pausa dal lavoro. Ha sempre avuto un ruolo un po’ da collante per garantire un numero sufficiente di giorni consecutivi in cui staccare mente e braccia dal lavoro. Il giorno che teneva assieme gli Augustali, il periodo di riposo dalle fatiche estive.

I festeggiamenti, ovviamente, si svolgevano a base di giostre di cavalli, corse di animali da tiro e battute di caccia (un tempo, ma molto è rimasto ancor oggi: il palio, rievocazioni storiche sparse, fuochi artificiali e roba simile…).

Ah, questa è la festa, ma il giorno non è stato sempre il 15 di Agosto. In origine le “ferie di Augusto” erano il primo del mese, ma nei secoli, e sotto l’indubbia pressione della chiesa cattolica, la festività è stata spostata al quindici del mese per farla coincidere con la festa, cristiana, dell’assunzione di Maria.

Mi ricorda un po’ una specie di “festa del dopolavoro” e quasi tutti i miei ricordi giovanili di questo giorno sono legati al pic-nic nel bosco con tutta l’immancabile logistica: sveglie antidiluviane per accaparrarsi il tavolo migliore (vhe immancabilmente poi rilevava qualche pecca: troppo assolato, lontano dall’acqua, affumicato, etc.), cocomeri enormi da far entrare in sempre-troppo-strette fontane già affollate da quintali di anguria (con la naturale conseguenza di urgenti ed abbondanti urinate), ore ed ore di code in macchina, barbecue mai troppo riusciti e, soprattutto, tante risate.

WU (just back)

PS. In giusto e voluto ritardo, per celebrare la ricorrenza ormai passata senza tediarvi dal meritato riposo :).

Paradiso ed Inferno: comportamenti, non luoghi

Un Sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno» Dio condusse il sant’uomo verso due porte.

Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno. C’era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’uomo sentì l’acquolina in bocca Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: “Hai appena visto l’Inferno”.

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra loro sorridendo. Il sant’uomo disse a Dio : «Non capisco!» – E’ semplice, – rispose Dio, – essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire se’ stessi.. ma permette di nutrire il proprio vicino. Percio’ hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a se stessi.

Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura… La differenza la portiamo dentro di noi.

Mi sono imbattuto in questa storiella (che mi da certamente da riflettere soprattutto nell’attualità che sentiamo tutti quotidianamente) mentre ripensavo ad una frase che ho sentito qualche giorno fa: “non può esserci felicità senza riconoscenza”.

La riconoscenza si impara, non c’è che dire; un po’ come imparare a sfamare il prossimo per non morire di fare. Sulla felicità, poi, si può lavorare; che la si raggiunga o meno imparare la riconoscenza quanto meno non ci fa rimanere emaciati e tristi.

WU

Astenersi dalle fave!

Questo lo metterei nella sezione “curiosità”, “lo sapevate?”, oppure “si narra che…”, è uno di quegli aneddoti che nella vita non ci fai nulla (tutt’al più bella figura con la ganza di turno… ammesso che la inviti a mangiare fave) eppure fa parte di quella forma di “cultura curiosa” che (almeno per me) da aneddoti tipo questo ti spinge a ricordare diversi eventi ad esso collegati di certo più interessanti (beh, diciamo almeno storicamente più rilevanti).

Venendo a noi, i pitagorici erano una specie di “setta”: in un misto fra fede e matematica, avevano regole, avevano dettami, avevano divieti. Fra questi uno mi ha particolarmente colpito (e come sempre non chiedetemi come vi sono inciampato anche perché non saperei dirvelo… anche se sono certo che è il caldo che patisco in queste notti ad esserne complice…): il rapporto con le fave.

E anche il precetto “astieniti dalle fave” aveva molte ragioni di ordine religioso e fisico e psicologico.

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Mangiarle assolutamente vietato, ma anche il sol toccarle era considerato contro le regole. Anzi, leggenda vuole (una delle, ad essere onesti, circa la morte di Pitagora) che fu proprio questo divieto a causare la morte dello stesso Pitagora. Il “maestro” inseguito da dei nemici per ragioni politiche, dalle parti di Metaponto, si trovò dinanzi un campo di fave. Piuttosto che attraversarlo si fermò, si fece raggiungere dai nemici e perì.

Le motivazioni erano svariate (e variopinte) tutte più o meno documentate da questo o quello:

  • alle fave veniva assegnata una qualche capacità allucinogena e l’abilità di intorpidire i sensi (Plino il Vecchio)
  • alle fave veniva assegnata la capacità di provocare un forte gonfiore di stomaco, ovviamente nocivo alla tranquillità spirituale. Non andavano dunque mangiate e men che meno prima di dormire onde evitare di addormentarsi con il corpo in condizioni “turbate” che era uno stato molto simile alla morte (Cicerone)
  • le fave erano state mescolate assieme a materiale in decomposizione nel caos originario dell’universo. Pertanto oggi queste erano fatte dello stesso materiale putrefatto di cui erano composti gli esseri umani (Porfirio)
  • “perché assomigliano alle porte dell’Ade; […] perché è la sola pianta senza articolazioni; o perché nociva; o perché è simile alla natura dell’universo; o perché ha significato oligarchico” (Aristotele)

Vi sono almeno un paio di interpretazioni che vale la pena menzionare per collocare questo strambo divieto in una prospettiva storica. Il favismo era una malattia abbastanza diffusa nel sud Italia all’epoca di Pitagora (anche se va detto non vi è traccia di documenti medici che collegassero la malattia alle fave…), il divieto era pertanto una specie di profilassi che veniva fatta passare da “fede” (e non sarebbe questo il primo caso…). Una diversa interpretazione parte da una base più religiosa dato che le fave erano considerate (forse come lascito pagano) connesse al mondo dei morti, al mondo dell’impurità, della materia in decomposizione e quindi il precetto era un vero comandamento di fede.

Insomma, quel che fosse la motivazione il dato di fatto era che dalle fave bisognava stare lontani, e non poco! La proibizione conferma la natura magico/superstiziosa della scuola Pitagorica ed affonda le sue radici in qualche arcaica credenza che Pitagora aveva poi rielaborato ed eletto a precetto. Il timore del soprannaturale (incarnato in questo caso nelle ignare fave) è stata una delle linee guida della nostra storia; precetti tipo questo erano (e sono) una sorta di impegno di purificazione quotidiano che ci illude di perfezionarci nel corpo e nello spirito per avvicinarci alla natura divina.

WU

PS. Tanto per completezza altre regole “peculiari” (i.e. più simili a superstizione che altro) della scuola Pitagorica (ognuna, sono certo, con una sua ratio) sono:

  • non raccogliere ciò che è caduto
  • non toccare un gallo bianco
  • non spezzare il pane
  • non scavalcare le travi
  • non attizzare il fuoco con il ferro
  • non addentare una pagnotta intera
  • non strappare le ghirlande

Vecchio, Bifronte Pescatore

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Uno di quei quadri che varrebbe la pena vedere almeno una volta nella vita (ah, per informazione il dipinto è oggi visitabile al Museo Ottó Herman di Miskolc) se non altro per l’alea di mistero che, giustamente, si porta dietro.

A prima vista il Vecchio Pescatore, di Tivadar Kosztka Csontváry, datato 1902 è il ritratto, appunto, di un pesatore. Vecchio, in una strana posa e, personalmente, neanche particolarmente bello (beh, io che non sono e non voglio essere un critico d’arte trovo molto più belli altri suoi dipinti).

Kosztka fu un pittore (per vocazione, dato che, farmacista per occupazione, pare avesse udito una voce comunicargli che sarebbe stato IL pittore… e già si intuisce il soggetto) espressionista ceco. Abbastanza eccentrico, vegetariano, anti-alcolista, anti-tabagista, visionario e schizofrenico, non fu particolarmente apprezzato in vita e men che meno in patria (come storia vuole).

Diciamo che a primo acchito il vecchio pescatore è un quadro, forse come tanti. E fino alla morte dell’artista in effetti il quadro fu considerato un anonimo ritratto. Fu però dopo qualche anno che qualcuno si prese la briga di fare uno strano esperimento.

Osservando meglio il quadro si nota una certa asimmetria fra la parte destra e quella sinistra. Lo sfondo, il volto del pescatore, le ombre, le mani, tutti particolari che sono in qualche modo diversi fa il lato destro e quello sinistro del dipinto.

L’esperimento fu, infatti, proprio quello di prendere uno specchio e piazzarlo al centro del dipinto in maniera da raddoppiare prima il lato destro del quadro e poi quello sinistro. Il mistero (ed in questo caso sono portato a crederci affettivamente dato che mi pare troppo strana come coincidenza per non esser stata pensata e realizzata di proposito) fu svelato.

Il vecchio pescatore si trasforma in due personaggi, antitetici. Il lato destro sembra un anziano in posizione di preghiera, su uno sfondo luminoso e con un mare calmo. Il lato destro, invece, è esattamente l’opposto; una figura inquietante, scura, minacciosa.

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L’interpretazione (una delle possibili, effettivamente) del doppio ritratto in un singolo personaggio può essere quella della doppia natura, sempre co-presente e mai scindibile, dell’animo umano: il bene ed il male. Il lato divino e quello diabolico. Il Dio ed il diavolo che ciascuno cela (è il caso di dirlo) dentro di se.

Interpretazione a parte, ritengo notevole la realizzazione ed il modo di celare il messaggio da parte dell’artista. Una vera chicca.

WU

La teiera celeste

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

[B. Russell, Is there a God?, 1952]

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E’ una citazione che mi viene in mente quando mi confronto con chi è dell’idea (o quando io stesso sono dell’idea) che spetti allo scettico confutare affermazioni non verificabili. Con un po’ di razionalità si fa presto a capire che è forse un compito che dovrebbe spettare più che altro a chi propone tali affermazioni (e su che basi lo fa, soprattutto), ma la quotidianità, almeno la mia, mi mette spesso davanti “lo scettico” che adduce fanta-motivazioni per confutare affermazioni che, verificabili o meno (e questo dovrebbe già essere sufficiente) non gli aggradano.

Mi rendo conto che è un po’ un abuso della suddetta teiera che fu in origine pensata soprattutto per argomentazioni religiose. L’idea è quella di confutare le pretese dei credenti sull’esistenza di un qualche dio senza che siano fornite evidenze empiriche. La teiera contesta, allo stesso tempo, il fatto che la “non falsificabilità” (da Karl Popper che sosteneva che una teoria, per essere scientifica, deve poter essere falsificata) delle religioni sia sintomo dell’impossibilità di giustificare il loro essere credibili (le religioni si basano su presupposti non dimostrabili, non falsificabili, ma non per questo credibili). Tuttavia, da Occam ad Atkins, la sua applicazione in ambito di fede vacilla un po’. Soprattutto perché in tale ambito, a differenza dell’evidenza scientifica, le “evidenze religiose” passano anche e soprattutto attraverso la rivelazione personale, che non può essere oggettivamente verificata e/o condivisa.

In breve ricordo (e mi ricordo) che in ogni caso in cui vi sono asserti che mancano di evidenze logiche o sperimentali (o che semplicemente non ci piacciono, ma non ne sappiamo abbastanza…), non si può asserire la verità (o falsità, in base a cosa ci serve, no?!) di un argomento semplicemente dal fatto che sia impossibile provarlo (o confutarlo).

Questo è un dato di fatto logico. Che poi non sia applicabile alla religione me ne faccio velocemente una ragione, ma che non vogliamo applicarlo a questa o quella notizia/informazione/scoperta/etc. mi disturba alquanto. Preferisco, a questo punto, credere alla teiera celeste.

WU

Ode allo Psoas

… e non ditemi che lo conoscevate (anche se in realtà sono certo siete mediamente più ferrati di me su questi temi “new age” -credo-).

Si tratta di un muscolo (o meglio, sono due muscoli separati, ma lasciamo stare…) fusiforme interno all’anca che costituisce il principale muscolo flessore della coscia. Non mi metto a farvi una presentazione anatomica del muscolo (che ovviamente non sarei in grado di fare), ma la cosa che mi ha colpito di più è che lo psoas è definito … “il muscolo dell’anima”, “il muscolo della felicità”, oppure qualunque derivazione iperbolica che lo leghi al nostro io più profondo.

Cerco di essere più o meno serio.

Una sua sofferenza ci porta ad assumere posture scorrette che incidono sul nostro umore. Una postura sbagliata ha ripercussioni psicologiche (bella scoperta) e lo psoas è spesso all’origine di una postura scorretta. Per questo è uno dei muscoli a cui si tende a prestare più attenzione negli esercizi di yoga e di tutte quelle discipline che “ci curano la mente attraverso il corpo” (il pilates, secondo voi, rientra fra queste?).

In tutto il muscoletto misura circa quaranta cm e sostanzialmente connette il tronco alle gambe (praticamente ci tiene insieme). Un psoas in forma ci fa stare belli dritti e quindi promuove il coraggio e l’autostima: “vedi che psoas sodo che ho, ora si che posso affrontare le avversità della vita!”.

Di contro uno psoas infiammato causa dolori alla zona lombare e quindi ca va sans dire, anche tristezza e difficoltà a relazionarsi col prossimo (il mio psoas deve stare malissimo… 😛 ).

Lo psoas, per di più, è praticamente invisibile ben nascosto da altri muscoli ed ossa. Il suo stato si evince soprattutto dal portamento, dal passo, dalla postura, dal respiro (lo psoas ed il diaframma sono come burro e marmellata, si sa…). Il posturologo (?!?!?) ne deduce una sua sofferenza dalla curva lombare, ovviamente molto accentuata proprio nel caso di sofferenza del muscolo.

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Un muscolo così importante non poteva non avere anche un ruolo “religioso”: nel taoismo lo psoas presiede il centro di energia deputato alla connessione tra uomo e Terra; è il fulcro dello scambio di energie. Un bel massaggio allo psoas e siamo riconnessi a Pan!

Ovviamente esercizi per tenerlo in forma abbondano (lungi da me mettere un singolo link…) e vanno da massaggi ad affondi. Bisogna vestirsi comodi per non comprimerlo e rimanere nei limiti di peso per non affaticarlo. Posso essere sincero? Mi pare si carichi il muscolo in questione di tutta una serie di “responsabilità” che sicuramente ha e che condivide con tutti gli altri muscoli del nostro corpo. “Mens sana in corpore sano” mi pare più affidabile e comprensivo di “mens sana cum psoas sano”…

Non mi immagino di mettermi li a prendermi cura solo del mio psoas, per quanto strategico esso possa essere… Diciamo che se abbiamo bisogno di un punto su cui focalizzare l’attenzione può anche andare bene (questo come qualunque altro muscolo per me), ma non mi illuderei che lucidandolo io abbia miracolosamente un ottimo umore..

WU

PS. Ma a questo punto si potrebbe pensare ad una prossima generazione di esseri umani con lo Psoas opportunamente geneticamente modificato? Ecco la svolta!

I lupercalia

ricorrono oggi. Il 15 Febbraio era, infatti, il giorno dedicato agli antichi riti pagani in onore del dio della fertilità, Luperco. Come si confà ad un dio della fertilità, i festeggiamenti odierni erano sfrenati ed in netto contrasto con la morale cristiana. L’apice di tali baccanali si raggiungeva quando matrone romane, none per strada, subivano le frustrate di giovani, ovviamente altrettanto nudi (beh… ma anche spalmati di grasso e con maschere di fango…), che rappresentavano i seguaci del fauno Lupercolo.

Storicamente (ovvero, secondo la leggenda) i Lupercalia venivano celebrati proprio nella grotta Lupercale, sul Palatino, dove Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa. Il culmine dei Lupercalia era proprio oggi, ed il motivo (andando ancora più a ritroso nelle radici storiche della leggenda) era che era il culmine del periodo invernale quando lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili e minacciano le greggi.

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Tutto ciò non poteva andar giù alla cristianissima chiesa romanica. La festa andava arginata. E quale modo migliore per farlo se non che indire il giorno precedente una festa in qualche modo antitetica? Papa Gelasio I decise infatti di indire il 14 Febbraio la festa… degli innamorati. Si celebrava “l’amore puro” e non “l’impura fertilità”.

Caso volle che il 14 Febbraio era San Valentino (mi sono ben guardato ieri di scriverne qualcosa a riguardo, ma oggi…). Che questa sia la vera verità sull’origine della festa non vi sono, ovviamente, certezze. La stessa figura di San Valentino è abbastanza misteriosa… anzi, non si sa neanche di preciso a quale San Valentino si fa riferimento (ve ne sono almeno un paio ed a parte il fatto che morirono come martiri non si sa molto di loro).

La consacrazione del 14 Febbraio come festa degli innamorati deriva (pare, pare, pare) dallo scrittore Geoffrey Chaucer che verso la fine del ‘300 scrisse The Parliament of Fowls (Il Parlamento degli Uccelli) un poema che associa Cupido a San Valentino, in onore delle nozze tra Riccardo II e Anna di Boemia.

Da allora la festa ha preso “sempre più piede”, qualunque cosa significhi, fino ad assumere l’aspetto “economico” dei nostri giorni. Il giorno successivo, ovvero oggi, non è più ricordato come il giorno “dell’amore sfrenato”, ma sta prendendo piede come “San Faustino” (non voglio neanche indagare se San Faustino sia in qualche modo legato a tutto questo…); altra operazione commerciale per tutti coloro che sono scapati a ieri.

Intendiamoci, non sono contro ne San Valentino ne San Faustino. Non sono festività che festeggio con grande trasporto, ma riconosco il bisogno di qualche ricorrenza per svegliare un po’ gli animi. Mi affascina sicuramente di più la genesi e l’evoluzione di questi fenomeni sociali, troppo spesso velocemente dimenticata in favore degli aspetti più commerciali delle ricorrenze.

Auguri, in ogni caso, per ieri e per oggi.

WU

Oggi è Santa Lucia

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia. No. Cioè, più o meno. Cioè, una volta era cosi. Cioè…

Allora, oggi 13 Dicembre ricorre Santa Lucia. Non che sia troppo accorto al santo del giorno ne tanto meno la mia devozione alla santa in questione è così forte da ricordarmi la ricorrenza. Santa Lucia è tuttavia una ricorrenza abbastanza particolare… per il fatto che esiste un numero sterminato (più di ottanta mi è stato detto?!) di detti circa questo giorno.

Detti popolari che parlano del tempo odierno, del freddo odierno o della durata delle ore di luce di oggi (e sicuramente di un sacco di altre cose). Soffermiamoci un attimo sul fatto che oggi è considerato il giorno più corto (o equivalentemente la notte più lunga… che costituisce un ulteriore detto “Santa Lucia la notte più lunga che ci sia).

Per definizione il solstizio d’inverno è il giorno in cui le ore di luce sono minime in tutto l’anno. La data del solstizio d’inverno cambia di anno in anno, ma è grossomodo (e quest’anno esattamente) attorno al 21 Dicembre. Ben otto giorni da oggi, la domanda dunque nasce spontanea (vero?): da dove deriva la convinzione che oggi si ail giorno più corto dell’anno?

D’accordo che il giorno del solstizio varia di anno in anno, ma evidentemente un detto popolare non può derivare da un episodio che si verifica una volta ogni secolo. Semplicemente, in passato il giorno di Santa Lucia era molto più vicino al solstizio d’inverno. Ma come, abbiamo spostato la data della santa? Abbiamo spostato il solstizio?

Nessuna delle due: abbiamo cambiato calendario. Fino al 1852 era in utilizzo il calendario giuliano invece di quello gregoriano che usiamo ancora oggi (beh… più o meno). Il calendario giuliano aveva portato ad un progressivo sfasamento nel calcolo dei giorni rispetto alle stagioni, soprattutto (ma non solo) a causa del problema degli anni bisestili. Problema brillantemente risolto dal calendario gregoriano che però entrò in vigore “stile ruspa” (oggi tanto di moda).

Il 5 Ottobre 1582 (secondo il calendario giuliano) divenne improvvisamente il 15 Ottobre 1582 (secondo il calendario gregoriano). Il risultato fu che il 1582 fu un anno estremamente corto (e non parlo di secondi), ma di una decina di giorni in meno. Il tutto fu fatto per riallineare il calcolo dei giorni del calendario con l’anno solare, ma portò con se un terremoto circa la correlazione fra i detti popolari e le condizioni astronomiche.

Il solstizio d’inverno si era progressivamente avvicinato (anche a causa degli sfasamenti accumulatisi con il calendario giuliano) al 13 Dicembre, il giorno di Santa Lucia, appunto. Ma con l’avvento di Gregorio il detto rimase, il solstizio invece “tornò al suo posto”. È addirittura probabile che fosse stata proprio la Chiesa ad incentivare l’associazione tra il 13 Dicembre e il solstizio d’inverno (complice il vecchio calendario) per sostituire le feste popolari e pagane legate alla ricorrenza del giorno più corto con una santo “ufficiale”. D’altra parte gran parte dei riti cristiani derivano da precedenti usanze popolari…

Morale della storia (se proprio dobbiamo trovarla): oggi è il giorno più corto che ci sia e se non lo è secondo gli allineamenti astronomici lo è secondo le credenze popolari. Nessuno si accorgerà che nei prossimi giorni il buio durerà qualche minuto in più; tutti ricorderanno Santa Lucia (anche) per il buio. La potenza di secoli di tradizione popolare.

WU