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Ci sono cose che capisco (poche) e cose che non capisco (tante). Fra queste ultime ci sono quelle che non mi interessano proprio e quelle che non ci arrivo anche se ci provo. Fra queste ultime ci sono quelle per le quali ci provo per un po’ e quelle che invece ci provo finché non ne posso più.

Siamo in quest’ultimo caso. Mi sono trovato davanti al poster di cui la foto sotto e mi sono reso conto che per quanto ci provi non ho speranze.

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Sono certo che mi trovo dinanzi all’ultima (la prima?) frontiera dello Space-based Sustainability Management System, ma… che è? E poi se esiste un gap da identificare, vuol dire che esiste una precedente versione dello stesso sistema?

Io non ho capito neanche di cosa si parla. Ogni aiuto è più che benvenuto.

WU

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Furutacha

Confesso che quando ho iniziato a leggere di un carattere tipografico decorativo mi sono interrogato se avessero riesumato Da Vinci. Si, sono cretino, bella scoperta.

Ad ogni modo, andando contro i miei pregiudizi e continuando a fare un po’ di ricerche (e chiedo scusa per l’uso inappropriato del termine) mi sono invece imbattuto in qualcosa di veramente interessante.

Il concetto stesso di carattere tipografico lo associo ad una certa standardizzazione. E’ un po da Gutemberg in poi che c’erano (e ci sono) un set di caratteri standard da comporre alla bisogna. Cambia la parola, cambia la sequenza di caratteri, ma non cambia il carattere stesso. Se volevamo (e vogliamo) qualcosa di speciale, di unico, originale, allora ci rivolgiamo all’amanuense (dato che tanto ora non sappiamo più scrivere).

A parte Furutacha, il primo (non ne sono sicuro) carattere tipografico decorativo; praticamente il primo tipo di carattere “da pc” le cui lettere cambiano in base alle lettere che precedono/seguono un dato carattere. Praticamente si aggiusta e riaggiusta man mano che torturiamo la nostra tastiera. Affascinante, ed un po’ piacevolmente barocco.

Ancora più simpatico il fatto che il progetto (ad opera del gruppo collettivo di creativi ateniesi Holy) si è fatto finanziare in crowdfunding (ed è già pronta la campagna per la sua evoluzione: Furutacha Pro … da 18€).

L’idea mi piace. Non la userei mai (vi immaginereste questo blog scritto con quel font? Ancora più illeggibile…). E mi spinge a pensare che alla fine il concetto di standard è generale, ma ti senti “un numero” solo quando le scelte sono poche e non se hai 4-5 varianti per ogni lettera standard. E’ un po’ come dire che ci accorgiamo della ripetitività solo su un numero (molto) limitato di esemplari; se abbiamo più scelte, anche se sono comunque standard, ci sembra invece di avere scelta libera.

WU

Che tristezza

Oggi ho rivisto “gli uomini cartello”. Che tristezza.

Sapete di quelli che si mettono travestiti in malo modo agli angoli delle strade a fare da cartelloni pubblicitari umani? Esatto. Che tristezza.

Credevo fossero una razza ormai estinta. Invece, evidentemente, no. Non conosco la loro paga (sorvolando per un attimo sulla questione della dignità del lavoro sulla quale davvero non saprei come argomentare il mio sgomento), ma scommetto che si obbligano ad ore di freddo, in piedi, reggendo cartelloni di cui non gliene frega nulla, per quattro spiccioli. Mi ricordano un po’ i turni di guardia del servizio militare. Che tristezza.

Nel caso particolare quelli che ho visto erano uno squadrone di immigrati (… non che il colore della pelle cambi qualcosa) travestiti da uomo ragno (scelta legata ai funambolismi richiesti per raggiungere quella posizione?) che “sponsorizzavano” saldi di un negozio di calzature. Beh, decisamente hanno attirato la mia attenzione, da qui a dire che ora vado a fare acquisti in quel negozio, ce ne passa. Che tristezza.

Nell’era delle strategie di marketing 3.0, nell’era dell’accoglienza (davvero?), nell’era degli investimenti oculati, nell’era della Società Civile, vedere queste cose mi fa pensare che sono davanti ad un bivio: o è davvero questa la strada giusta ed io mi ostino a non capirlo o si parala solo per dare aria alla bocca e poi si sceglie semplicemente di copiare da un passato che rinneghiamo e che comunque non ci appartiene più. Che tristezza.

WU

Aspira-spider-woman

Questo si che è figo.

Sempre per la teoria secondo cui è il marketing (ehmm, i soldi) che muove il mondo, saperlo fare bene è decisamente un passo avanti. In questo caso la LG ha effettivamente messo un bel punto a favore del concetto stesso di pubblicità.

Hai da vendere un aspirapolvere? Uno di quegli oggetti che dai in mano ad una donna e le fai fare due mossette per casa tutta bella truccata e per niente affannata? Anche se ha a che fare con fili, bambini e schifezze varie che invece nella vita di tutti i giorni ti porteranno a stramaledire quell’aspirapolvere? Poco credibile, anche se ha funzionato per anni.

Invece in questo caso la LG (come se fosse il marchio che vive, pensa e lavora di vita propria…) ha sviluppato un vero “pensiero trasversale”. Un aspirapolvere? Beh, lo uso per scalare un edificio!

Quale modo migliore di dimostrare la potenza e l’affidabilità dell’oggetto? 33 piani, 140 metri di vetro sospeso grazie a due aspirapolveri a batterie (che speriamo non si consumino) montati tipo zainetto sulla schiena.

Pare, inoltre, che i due aspirapolvere usati per lo spot (LG CordZero per chi sta correndo a comprarlo) non siano stati modificati (a parte il ventosone finale che forse è poco utile per le pulizie quotidiane), ma l’atleta (Sierra Blair-Coyle che di sicuro contribuisce allo spot con le sue doti e non solo…) è stata comunque imbrigliata onde evitare di trasformare lo spot in una notizia da prima pagina…

Complimenti alla LG (cioè a chi ha passato notti insonni a pensare e realizzare lo spot). Godetevelo e se ve la sentite “try it at home” (magari non fino a 140 metri…).

WU

PS. E comunque è un prodotto di tutto rispetto: monta tre sensori ottici sul corpo del trabiccolo e sul manico così che quando la spazzola si separa per più di un metro dal corpo quest’ultimo si avvicina e ti segue. Il mio non ce l’ha ed alla scalatrice non è stato molto utile come gadget.

Kit Kat d’oro

Il marketing muove il mondo. A tutti i costi.

Ora ce lo avrete presente il Kit Kat, no!? Quella barretta di wafer e cioccolato della quale abbiamo subito decenni di pubblicità. Evidentemente non è bastata. Avete invece presente la storiella di Willy Wonka? La Fabbrica di Cioccolato che è molto più vicina alla realtà di quanto pensiate. Anzi, più che altro la fantasia sottostima il metodo di trovare “la carta d’oro”.

La Nestlè, infatti, nella sua colossale operazione di marketing (per festeggiare il traguardo del milione di clienti dei Kit Kat Chocolatory stores) non propone una cartuscella d’orata inserita nella confezione, ma proprio una lamina d’oro (vero!) che ricopre il Kit Kat!

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Allora ricapitolando, tu (di certo non io) ti compri la barretta di cioccolato, la spezzi (perché il Kit Kat va sempre spezzato e non fate domande) e la mangi per assaporare una sottilissima (e meno male!!) lamina d’oro 24 carati. No, l’uomo non digerisce l’oro, ma la lamina è sufficientemente sottile da non essere tossica (e volevo vedere!).

Kit Kat d’oro è stato venduto solo in Giappone. Costo? Circa 16 dollari e 500 pezzi in tutto.
L’operazione di marketing è sicuramente d’impatto e la quantità di oro presente costa all’azienda in tutto meno di quanto noi (cioè… voi) pagheremmo per avere la barretta.

Oro commestibile, anche se io personalmente se l’avessi fra le mani non credo la mangerei…

WU

PS. E comunque pare che il sol levante apprezzi particolarmente lo snack dato che (oltre ovviamente l’oro) esistono in commercio in Giappone anche il gusto fragola, pera e wasabi, tè verde, patate dolci di Okinawa, cheese cake di Yokohama, al pudding di Kobe, etc.

Morte in saldo

Quando si dice che non c’è più religione. Letteralmente.

La foto sotto l’ho scattata nel traffico di una metropoli italiana (lombarda per aggiungere altri dettagli che rendano incomprensibile il contesto 😀 ). Mi sono poi accorto che la città ne è piena.

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Ma dico io! Non che non sia d’accordo a priori con strategie di marketing aggressive o abbia una soglia della morale troppo alta, ma credo ci sia un limite a tutto! E meno male che non hanno messo la foto di qualcuno (perchè non il proprietario) in una bara…

E poi a me anche la sola scelta di affiancare la parola funerale con quella di outlet mi fa accapponare la pelle. Credo ancora che i funerali non siano passatempi, eventi mondani e che non debbano essere oggetto di business; tutti concetti che la parola outlet invece mi richiama. Un giorno mi sveglierò, inevitabilmente.

E comunque guardando il prezzo per quel che ne so sembra anche abbastanza conveniente. Chissà se accettano prenotazioni a data aperta (o se forniscono anche servizi per fissare la data).

Mi sto spingendo oltre, lo so, ma con uno slogan del genere ora vogliamo dire che sono io ad esagerare?!

WU (sconcertato)