Spam: dalla carne alla pubblicità

Correva l’anno 1970. Il 15 del mese di Dicembre andò in onda uno sketch comico del Monty Python’s Flying Circus. Lo sketch era ambientato in una specie di bettola frequentata da vikinghi, a due avventori dell’ultimo minuto la suadente cameriera inizia ad elencare le pietanze ancora disponibili intercalando in modo ripetitivo ed incalzante una pietanza. Alla riluttanza degli avventori nei confronti di questa pietanza fa eco il coro crescente dei vikinghi che stanno già pasteggiando e le formidabili accoppiate proposte dalla cameriera: uova e Spam, salsicce e Spam, Spam, uova e Spam, Spam Spam, pancetta e Spam. Ah, è spam anche quello che abbonda anche nei titoli di coda!

Beh, l’ho detto, la parola magggica è… Spam. E non nell’accezione che noi tutti conosciamo oggi, ma in quella sia originale. La Hormel Foods Corp. aveva fra i suoi prodotti una scatoletta di prosciutto speziato, spiced ham, che contratto suona proprio come… spam.

Poi arrivò la WWII, e fra la scarsità di cibo in Inghilterra spiccava l’onnipresenza dello spam come pietanza principe. La congiuntura storica, la comicità dei Monty Python ed un po’ i casi della vita hanno poi trasformato spam dall’essere carne in scatola all’essere… spam. Oggi possiamo anche non sapere l’origine del termine, ma di certo abbiamo conosciuto lo spam, almeno una volta (solo??) nella vita.

Sempre provando a guardare il lato storico di questo fenomeno (beh… se non altro del termine) pare che il primo messaggio commerciale indesiderato dati Si ritiene (non mi fate domande o devo fare spam…) che il primo spam via email della storia sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC. Lo scopo era ovviamente pubblicitario, il risultato (Credo) sia stato il primo uso massiccio del tasto CANC.

Io, personalmente, non ho mai assaggiato un solo pezzo di spam, ma passo buona parte del mio “essere on line” a discernere (ormai quasi inconsciamente) lo spam dalle informazioni da processare/ritenere. E non parlo solo di quello che immancabile arriva via mail, ma anche dello spamming (anche il verbo!) di informazioni, mediamente inutili a cui siamo sottoposti. Se chi le mette in giro lo fa con lo scopo di “spammare” (ancora!!), credo ci riesca, il mio dubbio è che lo si faccia spesso credendo di fare cosa buona, di condividere informazioni utili, senza rendersi conto di produrre solo ulteriore, inutile, deleterio… spam.

Lo spam (inteso come quello pubblicitario che, ricordo, è un reato!) si basa molto sull’ingenuità della gente, spesso anche a scopo fraudolento, ma credo che il fenomeno si sia evoluto portando a “spammare inconsapevolmente” informazioni che non meriterebbero (in un’altra epoca storica, evidentemente) neanche uno sguardo. Io lo vivo come spam, spero non sia un altro aspetto della incapacità umana. Sono certo che tutti conveniamo che è (era) meglio la carne in scatola.

WU

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Qbit, Tempo e tante Chiacchiere

Tanto l’avrete letto anche voi; ieri era su quasi tutti i quotidiani: gli scienziati hanno invertito la direzione del tempo.

Team russo, computer quantistico, esperimento fatto a livello microscopico, stato artificiale creato in maniera da evolvere in direzione opposta alle leggi della termodinamica sono forse alcune delle parole che i più arditi si sono spinti a leggere.

In breve, la direzione del tempo è data dal SECONDO principio della termodinamica che dice che l’entropia (il caos, in parole volgari) di un sistema tende ad aumentare. Una tazzina che cade si rompe, i suoi cocci sono meno ordinati della tazzina intera, se ci fanno vedere il disastro filmato in reverse mode ce ne accorgiamo subito. Questa è roba da libri di scuola (… che forse se si inspirassero al “flusso canalizzatore” avrebbero più copie vendute…).

Quando però entriamo nel mondo della meccanica quantistica le cose non sono così ovvie. Entra in gioco la probabilità ed il fatto che la tazzina si ricomponga e risalga nelle nostre mani non è teoricamente impossibile, ma solo altamente improbabile. A livello microscopico, invece, è possibile che la freccia del tempo sia reversibile e che proceda sia in un senso e in quello contrario.

Questa possibilità era stata già teorizzata nei primi anni novanta da Ilya Prigogine, (poi premio Nobel per la chimica nel 1977 proprio per le sue teorie sulla termodinamica applicata a sistemi complessi), e si pensava possibile solo a livello microscopico (…la polemica la faccio dopo, ma già questo quanto -è proprio il caso di dirlo- di informazione non mi pare sia stato detto negli articoli sensazionalistici circa l’esperimento).

L’esperimento in oggetto ha utilizzato un computer quantistico per analizzare la posizione di un elettrone. Prima l’elettrone è stato fatto passare da una fase in cui era precisamente (beh, più o meno a causa del principio di indeterminazione) localizzato ad una in cui il sistema era nettamente più caotico ed il nostro elettrone non era più facilmente individuabile. In un secondo tempo, grazie a un algoritmo (che è il vero cuore dell’esperimento), è stato compiuto il percorso inverso: l’elettrone dal sistema caotica è tornato a essere localizzato. Come se avessimo rivisto la nostra tazzina ricomporsi e “gridato” all’inversione del tempo.

E’ tutto bellissimo e certamente un esperimento degno di nota. La cosa che mi lascia però molta tristezza è che se non si fossero usati titoli sensazionalistici circa l’inversione delle freccia del tempo nessuno avrebbe neanche aperto una pagina circa l’esperimento in questione. Ovvero, anche nel campo della ricerca scientifica (che un tempo era quel settore in cui i risultati andavano comunicati nella maniera più chiara, nitida, breve, anche brutale se volete possibile) si è iniziato ad usare una sorta di sistema “click biting” per farsi pubblicità.

Se grazie a questa “pubblicità” ci siamo convinti che possiamo viaggiare nel tempo, i “divulgatori” hanno fatto il loro lavoro, ma la verità è che il tempo continua ad evolvere come lo abbiamo sempre conosciuto e solo l’elettrone (con tutti i se ed i ma del caso… i qubit tornavano al loro stato iniziale nel 85% dei casi quando erano due e nel 50% quando erano tre… ma questo è un dettaglio da trafiletto, no?!) è “tornato indietro”. Detto così sono certo non avrebbe avuto tutto il clamore che gli è stato riservato un po’ ovunque.

Sarà stata anche una grande pubblicità, ma IMHO il valore scientifico dell’esperimento è stato un po’ offuscato da tutto questo sensazionalismo (… che spero non abbia anche ingenerato errate percezioni da chi legge solo titoli o le prime righe di articoli semi-seri).

WU

The Golden Circle

Girovagando in rete (si, per cercare una motivazione quotidiana) mi sono re-imbattuto in questo “cerchio aureo”. Non nel senso che ha la dote di rendere d’oro le nostre giornate, ma che effettivamente ci dice (graficamente che è sempre meglio) una regoletta abbastanza fondamentale per affrontarle.

L’approccio a “cerchi concentrici”, inoltre, è facilmente generalizzabile anche a contesti lavorativi-politici-dirigenziali. Sono abbastanza certo che il risultato sarebbe lo stesso: why rimane la domanda più difficile a cui rispondere (da cui un sottile invito anche a non farse proprio) e spesso la risposta non è neanche di interesse.

goldencircle

La lettura dei cerchi potrebbe essere:

  • nel marasma di cose che non capiamo, ve ne sono alcune (poche, ma decisamente un sottoinsieme) che proviamo a comprendere. Proviamo nel senso che la prima domanda che ci facciamo è: di che si parla? Cosa faccio?
  • ammesso che sappiamo rispondere a questa domanda, l’ovvio passo successivo è chiedersi come farlo. Come faccio a fare questo o quello? Oppure come ha fatto tizio a farlo? Nel mio piccolo rimane forse la domanda più importante per imparare dall’esperienza.
  • viene poi l’ultimo passo, IMHO il più difficile e spesso il più inutile: perché? Se ci mettiamo a chiederci il perché delle cose, nove volte su dieci siamo spacciati. Perdiamo tempo, mettiamo insieme risposte che non riflettono oggettività ma piuttosto le nostre percezioni del momento e, soprattutto, “why is not about making money” (che nel caso delle nostre vite personali potrebbe essere generalizzato a “why is not about making motivation/progresses”).

Ora, devo ammettere, questa mia lettura dei cerchi è un po’ uno stupro del messaggio originale che invece vorrebbe proprio partire dal why? e metterlo alla base delle successive azioni. Probabilmente i grandi leader fanno proprio così (ammesso che si chiedano cose del genere).

Mettere al centro dell’azione il perché? attiva aree del cervello responsabili del comportamento. In questo modo noi stessi riusciamo a capire meglio le nostre azioni concrete ed anche un eventuale messaggio a terzi viene immediatamente legato ad un comportamento concreto e razionale, quindi trasformato in qualcosa di tangibile e diretto.

It got me thinking: what is my core/ purpose/ belief? Why does my organisation exist? Why do I get out of bed in the morning? Why should anyone care?

A parte che possiamo essere d’accordo o meno con questo Simon Sinek Golden Circle, credo sia facile ammettere che serve una specie di gerarchia nelle domande che dobbiamo porci per fare (o non fare) le cose. Spesso (ed auspicabilmente, almeno per me) queste domande seguono l’inizio di un mio certo interesse/lavoro ed è l’inconscia intersezione fra il dubbio di fare e non fare che mi avvicina al what? Poi da li… tutta discesa, e speranza di fermarmi prima del why? altrimenti abbandono quasi matematicamente la mansione.

In altre parole: sto personalmente ben lontano dalla ricerca del perchè delle cose.

WU

PS. In rete trovate decine di siti semi-seri (ho sempre un po’ di scetticismo quando qualcuno mi vuole insegnare trucchi comportamentali…) sulla comunicazione ed il TED speech di Sinek merita effettivamente di essere visto (… sicuramente più del “famoso” -!!!- uovo di Instagram”…).

Fanta-curriculum

Sono incappato nel CV sotto. Ovviamente (quasi mi vergogno a dirlo) NON scritto dal diretto interessato che evidentemente NON è alla ricerca di alcun lavoro. Lo scopo è quello di dimostrare che non serve mai più di una pagina anche peril CV più figo del mondo.

CV_Musk.png

Ok, su questo sono anche d’accordo; anzi, la concepisco come applicazione principe di “less is more”. Non sempre è facile riassumersi in una pagina, indipendentemente se si sta cercando lavoro o meno. Siamo sempre portati a dire di noi più di quanto interessi oppure a sottacere elementi rilevanti per l’interlocutore. C’è anche da dire che spesso facciamo questo sforzo di riassumerci su un foglio di carta una sola (o comunque poche) volta e spendiamo (il sottoscritto in primis) pochissimo tempo per adeguare il curriculum in base alla situazione.

Ad ogni modo la cosa che mi fa più “sorridere” (leggi anche “girare le balle”) dell’esempio qui proposto è che il soggetto in questione, oltre a non aver evidentemente bisogno di presentazioni, può certamente fare un CV minimale in cui però scrive parole come CEO, Co-founder, Chairman, e ruoli del genere. E’ logico che basterebbero a questo punto lettere più che frasi anche al più inetto responsabile risorse umane per capire chi ha dinanzi.

Se sostituiamo tali titoli con stagista, trainee e cose simili, rimuoviamo (come succede molto spesso a noi mortali) tutta la lista di “Achievements and Certificates” e fra gli “Skill” siamo costretti ad elencare (data l’assenza di qualcosa di meglio) la nostra capacità di team building… allora la faccenda è diversa, sostanzialmente diversa.

In altri termini; meno uno ha da elencare come esperienze ed abilità lavorative (ed ovviamente la cosa non incide in alcun modo sul valore della persona, che sia chiaro!) e più pagine ha bisogno per farlo.

Per E. Mask potevano fare un CV esemplificativo di 2 righe; una sorta di short-bio sarebbe stata più che sufficiente per il caso specifico. Per me servirebbe un’enciclopedia (che ovviamente nessuno leggerebbe) per elencare quelle tre o quattro capacità e convincere qualcuno darmi una possibilità.

Less in more, certo, soprattutto nella pubblicità (cosa è poi un CV se non che una forma di auto-pubblicità?)… ma in misura inversamente proporzionale al valore della merce che stiamo vendendo. Uno spot di un prodotto nuovo, mai sentito, magari semi-inutile deve durare di più dello spot del Super Attack, altrimenti non ci convincerà mai ad acquistare un bel nulla.

Diffido, personalmente, dei CV (… della pubblicità in generale) particolarmente lunghi e curati e mi sento ignorante (… naturalmente prevenuto) dinanzi quelli eccessivamente stringati. Certo quello di E. Musk non ho mai dovuto leggerlo/valutarlo.

Rimango, inoltre, dell’opinione che la miglior forma di pubblicità, anche ma non solo in ambito lavorativo, è quella che ti può fare un tuo superiore/collega o comunque il passaparola (…e ritorna l’esempio del Super Attack). Tuttavia credo che non siamo ancora in un mondo del lavoro sufficientemente maturo da consentirci spesso di cambiare azienda/lavoro/mansione sotto il benestare di qualcuno che magari si spenda anche per farci una buona pubblicità. Sarebbe più efficiente di qualunque CV, breve a piacere.

WU

The purple Earth

Addio, oh miei cari omini, verdi come la tradizione (o meglio il nostro immaginario collettivo, forse formato da qualche fantasy) vorrebbe. Mettiamola così, indipendentemente se esistano o meno, non dovrebbero essere verdi, anzi dovrebbero essere… viola.

[…] Parsimony and distance analyses further identify purple bacteria as the earliest emerging photosynthetic lineage. […]

L’idea alla base di questo studio è che la luce verde trasmette parecchia energia ed è un peccato sprecarla, soprattutto se stai terraformando un nuovo pianeta. Le piante (e le alghe prima di loro) basano tutto sulla clorofilla che attua la fotosintesi partendo dalla luce del sole ed il loro colore verde è una conseguenza del fatto che riflettono questa lunghezza d’onda anziché assorbirla.

Quindi l’ipotesi è che prima che arrivassero le piante verdi, quando di energia ne serviva il più possibile, esistevano microorganismi che assorbivano proprio la luce verde. Ciò sarebbe possibile grazie alla “retina“, un pigmento che assorbe benissimo la luce verde (evitando quindi che questa venga riflessa). A questo punto la domanda sorge spontanea: e quale sarebbe il vantaggio delle piante verdi? Beh, la clorofilla, anche se meno efficiente come lunghezza d’onda assorbita, è molto più efficiente nella cattura e nella conversione dell’energia solare. Tuttavia, per un microrganismo molto più semplice di una pianta, il vantaggio offerto dalla giusta lunghezza d’onda è certamente più rilevante.

[…] Now a new study argues that retinal likely preceded chlorophyll as the dominant sunlight-absorbing molecule. The scientists focused their attention on retinal-containing proteins, especially ones like bacteriorhodopsin that absorb sunlight in the range inaccessible to chlorophyll. The biologists propose that retinal and chlorophyll co-evolved together, but that retinal likely came first because it’s simpler molecule. […]

Ancora oggi, infatti, valli antartiche o i fondali oceanici pullulano di microrganismi che basano la loro conversione di energia sulla retina, gli Archea.

[…] Retinal-based phototrophic metabolisms are still prevalent throughout the world, especially in the oceans, and represent one of the most important bioenergetic processes on Earth […]

Dato che l’unico termine di paragone che abbiamo a disposizione è la nostra Terra, possiamo immaginarci che nella notte dei tempi il nostro brodo primordiale fosse di qualche tenero color lavanda… e che forse è esattamente questa la lunghezza d’onda che dovremmo cercare quando pensiamo di vedere alieni saltellare su alti pianeti.

[…] We propose a scenario where simple retinal-based light-harvesting systems like that of the purple chromoprotein bacteriorhodopsin, originally discovered in halophilic Archaea, may have dominated prior to the development of photosynthesis. We explore this hypothesis, termed the ‘Purple Earth,’ and discuss how retinal photopigments may serve as remote biosignatures for exoplanet research. […]

Non ho mai pensato al viola come colore della vita. Di certo sono eccessivamente condizionato dai luoghi comuni.

WU

PS. Ovviamente qui ci sta a fagiuolo:

Gagarin: insaccato spaziale

La pubblicità è l’anima del commercio. E questa è cosa ben nota, ma devo dire che anche il modo di fare pubblicità ha il suo peso. Se le operazioni di marketing non evolvono con gli anni si rischia di fare più male che bene (ve la immaginate oggi una pubblicità tipo quella del “Pennello Grande” 😀 ?).

Ad ogni modo, credo che il marketing 4.0 (non mi chiedete perché siamo arrivati a questo numero) lo abbiano capito benissimo anche in ambiti tradizionalmente più conservativi. Tipo il vostro salumaio.

Gagarin è stato, infatti, il primo… salame nello spazio. In occasione della festa del salame di Cremona che si terrà a fine mese, è stato lanciato per la prima volta nello spazio un bel tagliere con tanto di fette di salame.

Il salame ed il suo tagliere è stato attaccato ad un pallone aerostatico riempito con quattro metri cubi di elio puro che lo ha trasportato fino a circa 28 chilometri di quota. Gagarin ha praticamente raggiunto la mesosfera… ed una temperatura di – 54°C. In realtà il carico utile del pallone era il tagliere ed un set di telecamere e GPS che oltre ad avere un ovvio utilizzo tecnico servivano anche per bilanciare il peso del salme e far salire verticalmente “il carico utile”.

Quattro ore di volo nello spazio profondo prima che il salame rientrasse a terra, paracadutato in aperta campagna dove il team che ha curato il lancio lo ha recuperato.

Gagarin finirà la sua esistenza in una teca alla mostra del salme ammirato da curiosi e passanti come il primo salame spaziale. Dubito che sarà mangiato. Il fatto che si parli anche qui di questo lancio è la prova che l’operazione di marketing ha funzionato.

WU

PS. La rete è invasa di link (che assumo saranno presto outdatati), che quindi evito accuratamente di inserire.

Blue Monday

E’ inequivocabilmente una cazzata.

Oggi è il giorno più triste dell’anno (e già il fatto che io ne parli per tempo da una misura della stupidità della cosa)… ma non secondo il mio umore, bensì in base ad una sofisticatissima, accuratissima a fumosissima formula matematica.

Benissimo!

Allora, dati i dediti di ciascuno (parametro facilmente generalizzabile, no?), i giorni che separano dal Natale (… fondamentale per me che sono induista 😀 ), il salario mensile (sempre troppo basso per definizione), il meteo (di una regione a caso da scegliere in base alle correnti dell’est), la scarsa motivazione (che oggi secondo una congiunzione astrale che dura da millenni raggiunge il suo apice) e la consapevolezza che bisogna rimboccarsi le maniche, otteniamo che il terzo lunedì di Gennaio è il giorno più triste di tutto l’anno.

Per l’equazione (che mi vedo bene dal riportare) basta chiedere a Google (ed evito anche ogni link), ma a parte la difficile quantificazione di uno qualunque dei parametri soggettivi sopra, non riuscirei neanche ad identificare unità di misura quanto meno comparabile per le grandezze in oggetto!

Razionalizziamo che abbiamo speso troppi soldi (…) durante le feste ormai alle spalle, che ci aspetta un anno lungo e faticoso, che non prevediamo ponti e ferie a breve, che non è periodo di viaggi (attenzione…) e quindi ci facciamo opprimere dalla tristezza. Detto così ha quasi più senso di una qualunque equazione matematica.

L’origine “dell’equazione” e da essa tra tradizione anti-scientifica che ne deriva, è di uno psicologo inglese (nome volutamente omissis), data 2005, è stato divulgato e se ne è fatta assumere la paternità, a suo tempo, dietro compenso ed è, sostanzialmente, una grandissima trovata pubblicitaria (ed il mio parlarne contribuisce a tutta l’operazione)… o una grandissima cazzata.

Che tristezza (parola quanto mail calzante).

WU

PS. E come non citare, almeno, l’alter ego della data odierna? Il Mr Hide del Blue Monday è il giorno più felice dell’anno: data prevista (dalla solita mitica equazione) fra il 21 ed il 24 Giugno… il solo saperlo mi ha già fatto passare un po’ di tristezza.

Sb-SMS

Ci sono cose che capisco (poche) e cose che non capisco (tante). Fra queste ultime ci sono quelle che non mi interessano proprio e quelle che non ci arrivo anche se ci provo. Fra queste ultime ci sono quelle per le quali ci provo per un po’ e quelle che invece ci provo finché non ne posso più.

Siamo in quest’ultimo caso. Mi sono trovato davanti al poster di cui la foto sotto e mi sono reso conto che per quanto ci provi non ho speranze.

DSC_0105.JPG

Sono certo che mi trovo dinanzi all’ultima (la prima?) frontiera dello Space-based Sustainability Management System, ma… che è? E poi se esiste un gap da identificare, vuol dire che esiste una precedente versione dello stesso sistema?

Io non ho capito neanche di cosa si parla. Ogni aiuto è più che benvenuto.

WU

Furutacha

Confesso che quando ho iniziato a leggere di un carattere tipografico decorativo mi sono interrogato se avessero riesumato Da Vinci. Si, sono cretino, bella scoperta.

Ad ogni modo, andando contro i miei pregiudizi e continuando a fare un po’ di ricerche (e chiedo scusa per l’uso inappropriato del termine) mi sono invece imbattuto in qualcosa di veramente interessante.

Il concetto stesso di carattere tipografico lo associo ad una certa standardizzazione. E’ un po da Gutemberg in poi che c’erano (e ci sono) un set di caratteri standard da comporre alla bisogna. Cambia la parola, cambia la sequenza di caratteri, ma non cambia il carattere stesso. Se volevamo (e vogliamo) qualcosa di speciale, di unico, originale, allora ci rivolgiamo all’amanuense (dato che tanto ora non sappiamo più scrivere).

A parte Furutacha, il primo (non ne sono sicuro) carattere tipografico decorativo; praticamente il primo tipo di carattere “da pc” le cui lettere cambiano in base alle lettere che precedono/seguono un dato carattere. Praticamente si aggiusta e riaggiusta man mano che torturiamo la nostra tastiera. Affascinante, ed un po’ piacevolmente barocco.

Ancora più simpatico il fatto che il progetto (ad opera del gruppo collettivo di creativi ateniesi Holy) si è fatto finanziare in crowdfunding (ed è già pronta la campagna per la sua evoluzione: Furutacha Pro … da 18€).

L’idea mi piace. Non la userei mai (vi immaginereste questo blog scritto con quel font? Ancora più illeggibile…). E mi spinge a pensare che alla fine il concetto di standard è generale, ma ti senti “un numero” solo quando le scelte sono poche e non se hai 4-5 varianti per ogni lettera standard. E’ un po’ come dire che ci accorgiamo della ripetitività solo su un numero (molto) limitato di esemplari; se abbiamo più scelte, anche se sono comunque standard, ci sembra invece di avere scelta libera.

WU

Che tristezza

Oggi ho rivisto “gli uomini cartello”. Che tristezza.

Sapete di quelli che si mettono travestiti in malo modo agli angoli delle strade a fare da cartelloni pubblicitari umani? Esatto. Che tristezza.

Credevo fossero una razza ormai estinta. Invece, evidentemente, no. Non conosco la loro paga (sorvolando per un attimo sulla questione della dignità del lavoro sulla quale davvero non saprei come argomentare il mio sgomento), ma scommetto che si obbligano ad ore di freddo, in piedi, reggendo cartelloni di cui non gliene frega nulla, per quattro spiccioli. Mi ricordano un po’ i turni di guardia del servizio militare. Che tristezza.

Nel caso particolare quelli che ho visto erano uno squadrone di immigrati (… non che il colore della pelle cambi qualcosa) travestiti da uomo ragno (scelta legata ai funambolismi richiesti per raggiungere quella posizione?) che “sponsorizzavano” saldi di un negozio di calzature. Beh, decisamente hanno attirato la mia attenzione, da qui a dire che ora vado a fare acquisti in quel negozio, ce ne passa. Che tristezza.

Nell’era delle strategie di marketing 3.0, nell’era dell’accoglienza (davvero?), nell’era degli investimenti oculati, nell’era della Società Civile, vedere queste cose mi fa pensare che sono davanti ad un bivio: o è davvero questa la strada giusta ed io mi ostino a non capirlo o si parala solo per dare aria alla bocca e poi si sceglie semplicemente di copiare da un passato che rinneghiamo e che comunque non ci appartiene più. Che tristezza.

WU