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Guida che ti passa

Parliamo di incidenti stradali.

Tema non facile (e forse neanche alla mia portata), ma un po’ come nelle corde di questo vomitatoio lo facciamo da una prospettiva… ignobile.
Diciamo subito che essere alla guida è una di quelle situazioni che mette a nudo la parte più animale di noi. Non so il perché. Non so se sia una cosa più maschile che femminile. Ma so che è così.

Beh, questo studio (perché per queste cose ci vuole sempre uno studio) ci dice che che i conducenti che usano per esprimere comportamenti più aggressivi tendono ad avere tassi più alti di incidenti stradali. Avevate dubbi?

Urlare o agitarsi alla guida, prendersi la propria “vendetta” o insultare un tipo a caso (di certo non scevro dalle sue colpe) rientrano fra i comportamenti aggressivi analizzati… senza dover far cenno a situazioni (ancor più) patologiche. Praticamente non parliamo di guida in stato di ebbrezza ma di un’innata tendenza a sfanculare l’altro conducente.

Ma ora viene “il bello”; pare che la maggior parte delle situazioni che suscitino questa aggressività da animale gudidante siano tipiche di normali condizioni di traffico quotidiano. Non parliamo quindi dello sgarro dell’autista sfacciato o inesperto, ma di traffico da mercoledì mattina. E questo, effettivamente, è un problema: un mercoledì mattina lo affronteremo tutti, un discolo autista (per non dire parolacce) potremmo (davvero?) non incrociarlo.

Il “campione” di questo “studio” è stato di ben 1100 individui (effettivamente non pochi come campione statistico) automuniti di almeno 18 anni spagnoli. Il loro grado di aggressività alla guida e la loro tolleranza nei confronti di altri guidatori e pedoni è stata analizzata. Nel migliore dei casi sono considerati come una sorta di male inevitabile e vengono ignorati; fino ad arrivare appunto ad insofferenza palesemente espressa nei confronti dell’altro ominide guidante.

Urla ed imprecazioni, IMHO, sono forse una reazione anche normale alla giungla quotidiana, ma non fanno altro che aumentare il nostro livello di stress. Non mi paiono una buona valvola di sfogo… anche se forse difficile da controllare è uno di quei casi in cui mi pare legittimo un po’ di lavoro su se stessi. Inutile poi dire che da questo “studio” traspare una chiara ed assoluta mancanza di educazione stradale. Devo dire chi secondo me dovrebbe farla (seriamente)?

WU

PS. Ignobel per la Pace 2018. Forse un po’ scontato come studio, ma non mi pare sia il caso di abbassare i riflettori su questo fenomeno sociale, anche da diversi punti di vista.

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Dove inizia lo spazio

Ovvero, in altri termini, dove finisce l’atmosfera?

Stiamo parlando di un punto, anzi una linea, invisibile e, soprattutto, convenzionale. La linea di Kármán è stata da sempre convenzionalmente posta a 100 km al di sopra del livello del mare. E’ li che si è sempre considerato finire il nostro pianeta ed iniziare lo spazio.

100 km è la quota identificata affinché un satellite si muova con la velocità necessaria a rimanere in orbita attorno alla terra vincendo la resistenza della rarefatta atmosfera. A tale quota la velocità del satellite genera una forza che è sufficiente a vincere la gravità terreste.

KarmanLine.png

Ma oggi stiamo pensando di spostare il nostro confine e… non ampliarlo, bensì ridurlo ci 20 km. Esatto; avviciniamo il limite del nostro pianeta a 80 km… lo spazio sarebbe leggermente più grande anche se non credo che faccia poi tanta differenza.

Ed effettivamente il punto è più che tecnico giuridico. Infatti, mentre lo spazio aereo è “di proprietà” dei paesi sottostanti, lo spazio (quello nero 🙂 ) è libero (e quanto mai democratico).

Praticamente fino a 100 km (finora) valgono le legislazioni nazionali; oltre solo quelle internazionali. Abbassare il limite di tale divisione significa portare un po’ più vicino a noi lo spazio e quindi anche il campo “libero” di azione dei satelliti.

In this paper I revisit proposed definitions of the boundary between the Earth’s atmosphere and outer space, considering orbital and suborbital trajectories used by space vehicles. In particular, I investigate the inner edge of outer space from historical, physical and technological viewpoints and propose 80 km as a more appropriate boundary than the currently popular 100 km Von Kármán line.

La pubblicazione in questione ha analizzato l’orbita di ben 43000 satelliti che negli anni si sono appropinquati al nostro pianeta rivoluzione dopo rivoluzione e diversi di essi hanno compiuto parecchie orbite sotto i 100 km, scendendo fino ad 80 km (beh… più in basso la loro fine è segnata dal calore dell’attrito con l’atmosfera). Ora cosa significa? Che questi oggetti sono nello spazio e poi non lo sono più ogni paio d’ore?

Ovviamente è solo una questione di definizione (ed oggi con l’intervento di attori privati, turismo spaziale, voli suborbitali e via dicendo, di definizioni ne sentiamo davvero il bisogno), ma sapere dove ci si trova è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Sapere di essere nello spazio, poi, è anche una delle nostre soddisfazioni; perché non renderla leggerissimamente più semplice?

WU

PS. Ad ogni modo, già oggi la US Air Force definisce chiunque abbia volato a più di 80 km di quota un’astronauta…

E comunque tali quote rimangono ben al disopra della nostra capacità di umana sopportazione (vedi qui), ma non abbastanza in alto per la nostra capacità di umana esplorazione.

Blockchain paper review

XKCD190718.png

Fatemi sproloquiare nuovamente, sulla scia di questo XKCD, sull’impeto delle pubblicazioni “scientifiche” e sul publication bias.

Oltre gli evidenti paradossi al quale un sistema di peer-review delle pubblicazioni ci ha portato (che non ripeto per dignità e per mia salvaguardia mentale), oggi stiamo facendo un’ulteriore evoluzione.

Ovvero stiamo (tutti, sia ben chiaro) progressivamente riducendo l’attenzione che dedichiamo alle revisioni (per giocare a Zelda o andare al mare poco importa) tanto da arrivare a non avere prove sufficienti ne per accettare ne per rigettare un articolo. Detto in altri termini, non siamo in grado di approfondire più nulla, ma soltanto di passeggiare su cose che già sappiamo, prossime al nostro seminato, oppure chiedere ad Internet.

Oggi che viviamo nell’epoca delle cryptovalute e stiamo imparando ad esportare il concetto di blockchain ad altri campi, perché non proviamo ad abbandonare l’attuale sistema di revisione per appoggiarci ad un sistema pubblico, immodificabile e distribuito?

La butto li. Qualcosa tipo una serie di “nodi di review” nei quali diversi soggetti contribuiscono alla review in una specie di registro pubblico, in cui ogni contributo sia tracciabile e che non sia modificabile in base … alle occupazioni del weekend?

Sicuramente la cosa va declinata meglio, ma almeno potrebbe essere un’idea…

WU

Cravatte assassine

… ma che c##**# di notizia è?! Non abbiamo davvero di meglio da “studiare” e “proporre” in tema di salute e benessere?

Molti di noi hanno per obbligo o per abitudine (che è poi un obbligo da pigrizia) la cravatta. Me ne guardo bene, ma a volte mi tocca… Ora, la grande scoperta è che se la cravatta è troppo stretta può far diminuire l’afflusso di sangue al cervello.

Lo rileva addirittura uno studio (con tanto di pubblicazione su Neuroradiology)! E la cosa è acuita dal caldo di questo periodo; urlerei nuovamente alla scoperta! Suggerisco una candidatura ad-honorem per gli IgNobel…

Anche per questo “studio” abbiamo preso un campione di 30 ragazzi di età media 24 anni e li abbiamo divisi in quelli con la cravatta e quelli senza. Sottoposti a risonanza magnetica è risultato evidente che chi aveva indosso la cravatta, con nodo ben stretto e colletto abbottonato, aveva un flusso ematico celebrale più basso del 7.5% dopo che le cravatte sono state strette e che ha continuato a rimanere diminuito in media del 5,7% anche dopo che la cravatta è stata allentata…

A parte i dubbi su come è condotto lo studio (poche persone, solo 3 risonanze, dimensioni del collo ininfluenti, nessuna analisi di lungo periodo, etc.), nutro, per evidente naturale scetticismo, profondi dubbi proprio sul tema dello studio. La genialità che riconosco alla mente umana nel concentrarsi sui temi più disparati tende a confondersi con dubbie “scoperte” (che tra l’altro mi pare abbiano anche un inquietante andamento periodico-stagionale…).

Ah, ditemi anche che fa caldo e devo bere di più… non dimenticatevene!

WU

PS. Ci metterei questa colonna sonora qua.

PPSS. Che poi non era più simpatico questo “studio” qui?

Life Versus Dark Energy

Già un titolo così mi fa venir voglia di leggere l’articolo. Poi quando continua con “How An Advanced Civilization Could Resist the Accelerating Expansion of the Universe“… praticamente ha già vinto.

Nei meandri di una noiosa telefonata fiume-pseudo-lavorativa mi sono imbattuto in questo succulento articolo. Ora ne blatero un pochino, ma come sempre, a parte i “risultati” che pretende di aver “dimostrato” la cosa che mi affascina di più è che qualcuno si sia messo a pensare ad una eventualità del genere ed è riuscito a trarne qualche conseguenza. Questo si che giustifica millenni di evoluzione umana… 🙂

The presence of dark energy in our universe is causing space to expand at an accelerating rate. As a result, over the next approximately 100 billion years, all stars residing beyond the Local Group will fall beyond the cosmic horizon and become not only unobservable, but entirely inaccessible, thus limiting how much energy could one day be extracted from them. Here, we consider the likely response of a highly advanced civilization to this situation. In particular, we argue that in order to maximize its access to useable energy, a sufficiently advanced civilization would chose to expand rapidly outward, build Dyson Spheres or similar structures around encountered stars, and use the energy that is harnessed to accelerate those stars away from the approaching horizon and toward the center of the civilization.

Praticamente: la materia oscura (ammesso che esista) sta causando una accelerazione dell’espansione dell’universo. Ciò porta le stelle ad allontanarsi fra loro e quindi una potenziale civiltà super avanzata a ritrovarsi brevemente in mancanza di energia. Una “likely response” a questo problema che tale civiltà potrebbe trovare è quella di costruire sfere di Dyson (ve le ricordate?) ed accalappiare quante più stelle, con relativa energia, per portarle verso la culla della loro (certamente non nostra) civiltà.

Ovviamente facile a dirsi, ma non a farsi… per noi.

[…] we speculate about how an advanced civilization would respond to the challenge of living in a universe that is dominated by dark energy. Here we have in mind a civilization that has reached Type III status on the Kardashev scale, which entails the ability to harness the energy produced by stars throughout an entire galaxy […]. To this end, they could build Dyson Spheres or other such structures around the stars that are encountered, and use the energy that is collected to propel those stars toward the center of the civilization, where they will become gravitationally bound and thus protected from the future expansion of space.

Parliamo quindi di gente abbastanza avanti (di certo vi ricordate questa scala) tanto da poter costruire palle-cattura-energia come se niente fosse ed utilizzare, intelligentemente questa energia per avvicinare le stelle al centro della loro civiltà “combattendo” in qualche modo l’espansione dell’universo. Chissà se tale civiltà possa essere considerata come una causa di una vita più lunga del nostro universo?!

Il paper continua “desumendo” anche quali sono le stesse che potenzialmente è più facile cadano vittime di questa avanzatissima civiltà di cannibali. In particolare fra 0.2 e 1 volta la massa del nostro sole (i.e., se ancora in vita noi saremmo spacciati).

… e dato che l’appetito vien mangiando… perchè fermarsi?

[…] we performed our calculations for the case of an advanced civilization that expands outward from the Milky Way (or Local Group) starting in the current epoch. It is of course possible, however, that life has already evolved elsewhere in our universe, and that civilizations far more advanced than our own may already exist within our Hubble volume. If this is the case, then they may have already begun to collect stars from their surrounding cosmological environment, altering the distribution of stars and leading to potentially observable signatures.

Ovvero, guardiamo bene cosa c’è li fuori poiché qualcosa del genere potrebbe addirittura essere già in atto! Accorgercene per tempo potrebbe, oltre che farci esultare per aver trovato i nostri agognati alieni, essere anche la carta della nostra salvezza (guida galattica per autostoppisti non ci ha insegnato nulla?).

Ora, a parte i calcoli, le ipotesi, i dettagli e tutto il bello “per gli addetti ai lavori” (quali?), ribadisco che è l’idea il punto di forza del paper. Idea che deve esser stata approfondita sostanzialmente perché divertente o bizzarra, ma che ha l’indubbia dote di riuscire a motivare i lettori più curiosi… meglio se giovani e di talento. A questo, e non a farsi auto-pubblicità, dovrebbero servire le ricerche e le pubblicazioni scientifiche.

WU

PS. Consiglio di leggerlo.

25 luoghi

Ci muoviamo, viaggiamo, cambiamo ambienti, frequentazioni, ritmi durante il corso della nostra vita. Oggi viviamo in un mondo iperconnesso, dove spostarsi è molto più facile che in passato; il giro del mondo lo possiamo fare in molto meno di 80 giorni. Eppure in un mondo ove viaggiare non è un limite, i limiti ce li mettiamo da noi comunque (ed in questo, non solo in questo ambito, siamo maestri).

Allora, analizzando circa 40.000 tracce mobili raccolte da un vasto pool di persone nel corso di anni abbiamo visto quando e più o meno dove ci piace essere. E’ uno studio che ambisce ad indagare la mobilità umana globale e nel corso dell’intera esistenza. E’ ambizione pura, e pertanto rispondere con un numero lo rende ancora più affascinante.

25 luoghi; ecco la risposta. Indipendentemente dal momento della nostra vita, dalle nostre abitudini, dalla nostra origine, in questa epoca noi visitiamo regolarmente 25 luoghi. Ecco tutto.

We reveal that mobility patterns evolve significantly yet smoothly, and that the number of familiar locations an individual visits at any point is a conserved quantity with a typical size of ~25.

Lo studio ha dapprima analizzato le tracce mobili di 1000 studenti ed ha trovato “il numero magico”. Lo stupore è aumentato a dismisura quando il numero si è ripresentato anche su un campione ancora più vasto di 40.000 tracce mobili. Sempre 25 i luoghi visitati regolarmente da queste persone in un generico momento della loro (nostra) vita.

Una costante, una quantità che si conserva lungo la nostra esistenza.

People are constantly balancing their curiosity and laziness. We want to explore new places but also want to exploit old ones that we like. Think of a restaurant or a gym. In doing so we adopt and abandon places all the time. We found that this dynamics yields an unexpected result: We visit a constant, fixed number of places […]

Ovviamente i luoghi non sono sempre gli stessi, ma se ne aggiungono tanti quanti se ne rimuovono; come dire da piccoli facciamo il parco, da adolescenti il pub, poi il centro commerciale, quello-che-vi-pare, il cantiere (ode agli anziani a mani dietro la schiena dietro le verdi reti), e via dicendo. Ma il totale dei luoghi in cui ci muoviamo è mediamente sempre 25.

Un numero fisso e costante che rappresenta il nostro (s)bilanciamento fra le nostre sicurezze e la nostra curiosità.

Non dipende dal tempo, dall’età o dalla città/nazione/continente in cui ci muoviamo; dipende dai vincoli che ci portiamo inconsciamente dentro

… e forse anche dal numero massimo di iterazioni sociali che siamo in grado di intrattenere.

Our research established a first formal connection between the study of human mobility and human social cognition. Clarifying this link will help us design better public spaces as well as better transportation systems. And ultimately facilitate the creation of more sustainable and healthy urban environment for all of us.

WU

Niata cattle

Un misto fra un bovino ed un bulldog. Dalle fattezze di una mucca con il muso di un cane. Animale che di erto non poteva passare inosservato… e che non ha di certo vissuto solo nel mondo della fantasia.

Siamo nella Pampa Argentina, attorno al 1840 quando Darwin (si, quello che abbiamo tutti almeno sentito nominare) si imbatteva nello strano incrocio. Anzi, nella strana specie!

Il punto era effettivamente questo: eravamo dinnanzi ad uno scherzo della natura in cui un canide ed un bovinide avevano generato “qualcosa” o era una specie a se stante con strane fattezze? Beh (fortunatamente direi), eravamo nel secondo caso.

Our results show that the Niata was a viable variety of cattle and exhibited anatomical differences to known chondrodysplastic forms. In cranial shape and genetic analysis, the Niata occupies an isolated position clearly separated from other cattle. Computational biomechanical model comparison reveals that the shorter face of the Niata resulted in a restricted distribution and lower magnitude of stress during biting. Morphological and genetic data illustrate the acquisition of novelty in the domestication process and confirm the distinct nature of the Niata cattle, validating Darwin’s view that it was a true breed.

La razza Niata era effettivamente un a razza di bovini molto rara… ed oggi estinta. La cosa più strana e triste è che l’estinzione della rara specie non è affatto legato al suo raro aspetto quanto al suo massivo sfruttamento ad opera dell’uomo (… non ve lo aspettavate, eh?!). In un paese dove l’allevamento fattura miliardi non si può perdere tempo con razze che non siano idonee allo sfruttamento intensivo, indipendentemente dal loro aspetto (… ed il risultato è che oggi vi sono pochissime razze di bovini argentini anche partendo da diverse decine).

niata.png

Tornando alla particolare conformazione del cow-dog, comunque, benché avesse i tratti del muso decisamente simili a quelli di un bulldog, non soffriva (per loro inutile fortuna) di tutti i problemi di alimentazione e respirazione di cui sono vittima questi cani a causa della loro particolare conformazione del volto e del cranio.

But when the scientists examined Niata skeletons, they found that the cows’ legs were not short relative to their body size. Genetic evidence told the researchers that Niata cows were a “true breed”; their shortened skulls were not the result of disease, but a persistent trait that distinguished them from other breeds. And this trait would be retained in a lineage, even if the cows interbred with other types of cattle, according to the study.

Praticamente nonostante madre natura avesse trovato ingegnose soluzioni ad annosi problemi di conformazione, a nulla è servito dinanzi alla arbitraria selezione delle specie dominante (che non ha certo l’estro e la sensibilità di madre natura).

WU