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The national academy of proceedings

Il fatto che qualcun altro (e parliamo di Randall qui, non proprio un WU a caso…) condivida una mia idea anche senza che ne abbiamo mai parlato è sempre affascinate. Vuol dire che la cosa è troppo palese o che l’umanità è in fondo abbastanza allineata su alcuni temi. Ci sono anche altre opzioni che onestamente considero ancora meno probabili.

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Ad ogni modo il fatto che la “peer-review” sia un metodo ormai controproducente è un dato di fatto. Senza arrivare agli eccessi di plagio, di ricerche falsate, di reviewer conniventi e/o ostili per motivi tutt’altro che scientifici; il metodo ha ormai troppe lacune per essere ancora fonte di garanzia sulla qualità di ciò che si pubblica. E parlo, ahimè, sia come autore che come revisore.

Il “journal” pullulano (quelli “open” poi non ne parliamo). Tutti noi autori abbiamo una idea geniale e “disruptive” che di solito preferiamo eviscerare tecnicamente piuttosto che perdere troppo tempo ad esprimere, a far capire, a rappresentare con esempi. Tutti noi revisori abbiamo decine di articoli da rivedere, poco tempo da dedicare alla cosa (che almeno nella maggior parte dei casi è gratis et amore dei) e spesso anche poche competenze specifiche sull’argomento.

Il tutto condito da una formattazione grafica semi-seria (Che è poi un po’ la traslitterazione dell’abito che fa il monaco; mica c’era un “non” nel mezzo?), pagine di un qualche social che pubblicizzano articoli random, nomi di journal accattivanti, periodicità sufficiente a far dimenticare qualunque strafalcione e globale voglia di studiare ed approfondire che diminuisce esponenzialmente con il tempo che scorre.

In pratica, IMHO: dubitate di tutto ciò che leggete (vi ricordate qui o qui?).

WU

Araucaria columnaris

Sapete quando di dice “E’ nato storto!”? Come per dire che è irrecuperabile, che è condannato, che è meglio ripartire. Come se le uniche cose giuste fossero quelle dritte (e qui si apre un altro capitolo che mi porterebbe decisamente lontano…).

Ad ogni modo di alberi non propriamente verticali se ne vedono a bizzeffe. Che sia il terreno, il vento, il sole, altri alberi, la fantasia di qualche giardiniere o simili, la cosa non ha mai destato (a me, mente mediocre) particolare interesse. Gli alberi, tutti, hanno dei geni appositi per correggere l’inclinazione del tronco crescendo.

Tutti, a parte il pino di Cook. O meglio, in questo albero i geni sono in qualche modo corrotti (e la domanda “ma come mai si è evoluta una specie con questi geni difettosi invece di estinguersi?” mi pare, da profano, assolutamente calzante).

Come se ne avessi visti decine e decine. Come se sapessi, prima di oggi, che hanno una particolarità: crescere storti. Ma non solo. La domanda, legittima, che si è posto un ricercatore della California Polytechnic State University è: “ma crescono storti in una direzione a caso?”.

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Ovvero, mentre io avrei semplicemente detto… capita. Lui, oltre a sapere che è una costante per questo genere di alberi si è anche chiesto se la direzione di crescita fosse casuale. E da qui poi parte la ricerca (in fondo abbastanza semplice): telefonate in giro per il mondo chiedendo indicazioni sulla direzione, e l’angolazione, di crescita dei pini di Cook locali.

256 pini “misurati” nei 5 continenti con un risultato assolutamente inaspettato: indipendentemente dal vento, dal terreno e da fattori esogeni a piacere i pini di Cook crescono puntando verso l’equatore. Inclinati verso nord quelli dell’emisfero australe, verso sud quelli di quello boreale.

Questo il dato di fatto, per la motivazione (che sarebbe la vera scoperta) dobbiamo aspettare.

WU

PS. Dettagli ulteriori: inclinazione media 8.55 gradi (due volte quella della torre di Pisa); massimam, nell’Australia del sud, 40 gradi (!!). Ah, e parliamo di bestioni alti fino a 60 metri…

PPSS. Al secolo Araucaria Columnaris; il nome di Pino di Cook deriva dal nome dell’impavido esploratore che per primo (pare) li abbia fatti classificare.

Coleottero ad origami

Vi siete mai chiesti come fanno le coccinelle a richiudere le loro ali?
No?!?! Ma dai! … neanche io. Ma qualcuno evidentemente si: Investigation of hindwing folding in ladybird beetles by artificial elytron transplantation and microcomputed tomography.

Ed effettivamente, pensandoci (si, perché credo che la vera genialità sia come sempre pensare di porsi questo genere di domande), la cosa non deve essere banale. Sotto le elitre (ho imparato un nuovo termine), in appena due secondi, semplicemente muovendo il loro addome le coccinelle riescono a richiudere alucce più grandi di loro.

Praticamente le impacchettano a suon di addominali e le nascondono al sicuro sotto i due scudi rosso maculati. E non è tutto: le alucce in questione sono fatte a mo di “metro da carpentiere”, ovvero con una serie di snodi chiave (venature nel caso dell’insetto) che conferiscono rigidità e forza in volo, ed elasticità e compattezza a terra.

alicoccinella

Per scoprire il tutto è “bastato” sostituire una delle elitre con un guscio di resina e vedere dal vivo (tomografia microcomputerizzata? Eh?!) il processo. Il tutto (esperimento che spero non faccia accapponare la pelle agli animalisti più sfegatati ad opera del gruppo di ricerca dell’università di Tokyo.

Hindwings in ladybird beetles successfully achieve compatibility between the deformability (instability) required for wing folding and strength property (stability) required for flying. This study demonstrates how ladybird beetles address these two conflicting requirements by an unprecedented technique using artificial wings. Our results, which clarify the detailed wing-folding process and reveal the supporting structures, provide indispensable initial knowledge for revealing this naturally evolved optimization system. Investigating the characteristics in the venations and crease patterns revealed in this study could provide an innovative designing method, enabling the integration of structural stability and deformability, and thus could have a considerable impact on engineering science.

Ovviamente dalla “scoperta” alla possibili applicazioni il passo è breve e la fantasia vola: robot impacchettabili, ali di aereo che si ripiegano, dispositivi biomedicali che si estendono e si compattano, “banali” ombrelli super compatti, etc. etc.

WU

PS. E, dulcis in fundo: However, the mechanism behind the folding of their hindwings remains unclear. Ah, beh…

Imparare dai calabroni

Personalmente (e credo che la cosa si applichi a più di qualcuno) ho tanto da imparare, un po’ da chiunque, bestie comprese.

Prendiamo i calabroni, ad esempio. Chi di voi non si è mai chiesto che capacità intellettuali avessero? Chi non ha mai pensato di affidare a loro qualche fantastico compito (stile scimmia nell’ex URSS) per mettere alla prova i loro neuroni e le loro capacità?

Beh, il risultato di questo fantastico studio (si, qualcuno lo ha veramente fatto… “che lavoro fai?” “Alleno calabroni per i mondiali di matematica”) è che nonostante un cervello abbastanza piccolo di dimensioni sono esseri scaltrissimi.

So in the new study, Loukola and colleagues made the bees forage for sugar water by moving a small, yellow ball to a specific target (as in the video above)—something far removed from what the insects do in the wild. The scientists first trained the bees to know that the ball had to be in a target location in order to yield sugar water. Then each insect was shown three yellow balls placed at varying distances from the target. Some bees watched a previously trained bee move the farthest ball to the target and get a reward. Other bees watched a “ghost”—a magnet beneath the platform—move the farthest ball. And a third group didn’t see a demonstration; they simply found the ball already at the target with the reward.

Ottimizzano le situazioni, capiscono lo scopo di un’attività, aggirano eventuali ostacoli, si sanno orientare nello spazio, sanno utilizzare piccoli strumenti, e via dicendo. Possiamo tranquillamente illazionare una specie di cultura ed emozioni; le basi ci sono e (per il momento) loro non ci contraddicono. Maestri del problem solving che passerebbero brillantemente ogni colloquio lavorativo.

Spostare palline, non è esattamente come risolvere equazioni differenziali, ma facendo le debite proporzioni (di certo consumano ed inquinano meno di noi) non sono messi male. Cercherò di ricordarmelo nella prossima lotta che ingaggerò con uno di loro.

WU

Il mistero degli Stradivari

Ci sono quelli che come me suonano il citofono e quelli che suonano roba seria. Si, credo ci sia anche una pletora di musicisti in erba che si accontenterebbero di suonare strumenti di ogni livello, ma per il momento dimentichiamocene.

Ciò detto, almeno per nome, direi che lo Stradivari lo conosco. Faccio riferimento al mastro liutaio di Cremona che ha fabbricato fra il 1644 ed il 1737 fior fiore di violini che sono ancora oggi il punto di riferimento per talentuosi artigiani e suonatori.

Ne parlo (oltre che per dare aria alla bocca) anche perché mi è capitato sott’occhio questa notizia. Beh, pare che ancor oggi i violini del maestro celino il segreto del loro suono.

I ricercatori dell’università di Taiwan hanno infatti pubblicato questo studio che riassume una serie di analisi condotte su quattro campioni (fra violini e violoncelli) di Stradivari e li paragona con altri “violini da museo” e pezzi più recenti.

Spettroscopia, risonanza magnetica, diffrazione con luce di sincrotrone, analisi termogravimetrica, calorimetria differenziale a scansione, etc. etc. hanno rivelato che i violini “fatti a mestiere” hanno subito un ridottissimo consumo di cellulosa ad opera del tempo e ciò ha consentito di preservare la struttura cristallina del legno, la sua resistenza meccanica, ed in ultima analisi il suono in maniera impeccabile nonostante gli anni che scorrono implacabili.

In their current state, maples in Stradivari violins have very different chemical properties compared with their modern counterparts, likely due to the combined effects of aging, chemical treatments, and vibrations. These findings may inspire further chemical experimentation with tonewood processing for instrument making in the 21st century.

Ma come è stato possibile preservare tale stato? Viene la parte bella. Le analisi hanno infatti rivelato che il legno degli Stradivari è stato trattato con sostanze conservanti alluminio, calcio, rame, sodio, potassio, zinco e robaccia del genere. Inutile dire che tale/i intruglio/i è tuttora sconosciuto alle attuali generazioni di liutai. Un ottimo punto di partenza per dare quell’aria di mistero alla faccenda che non può fare che bene al fine di continuare (e finanziare) la ricerca.

WU

PS. E’ la classica notizia che non catturerà più la mia attenzione fino al prossimo bit di informazione riguardo al misterioso trattamento. Senza seguire la parte stancante e frustante del lavoro: la ricerca. Peto venia.

Technosphere is evolving

Absolutely fascinating:

The planet’s technosphere now weighs some 30 trillion tons – a mass of more than 50 kilos for every square meter of the Earth’s surface, report investigators. Additionally, the numbers of technofossil ‘species’ now outnumber numbers of biotic species on planet Earth.

Tecnosphere? Of course (at least according to the paper “Scale and diversity of the physical technosphere: A geological perspective” University of Leicester geologists).

Technosphere includes physical human-made structures from houses, factories and farms to computer systems, smartphones and CDs, to the waste in landfills and spoil heaps. In short, all structures that humans constructed to keep them alive on this planet compose the technosphere.

Well, it is not surprising that we have so much mankind-produced mass. From a certain point of view we implemented an evolving system and, as any changing system, we left behind us a mass of useless (?) fossils. Well, for the nature, fossils are those stuffs that allowed us to read an history no one else could have told us.

Technosphere approximate mass reaches the enormous estimated value of 30 trillion tons. Of course we didn’t produce this mass out of the blue, but we somehow transformed/reused the mass our planet made us available. In some sense, technosphere measures the extent to which we have reshaped our planet (without asking it any permission).

Humans and human organisations form part of it, too — although we are not always as much in control as we think we are, as the technosphere is a system, with its own dynamics and energy flows — and humans have to help keep it going to survive.

It is intriguing to understand how the potentially largest new phenomenon on this planet is under our eyes, but we never paid enough attention to it (and to its mass). Yes, technosphere is not just mass, it is the system we created that is now somehow evolving without us.

WU

MR.85.03.00.01

Mehrgarh, Baluchistan, Pakistan, in qualche momento fra il 7000 ed il 2000 b.c.

Per qualche fine, molto probabilmente cerimoniale, ci si dovette industriare. Mentre fino a qualche tempo prima (dicitura che se parliamo di millenni fa mi fa alquanto sorridere) i manufatti in metallo venivano forgiati con metodi più tradizionali, da quel momento in poi la complessità richiesta all’amuleto era davvero troppo alta.

Fino a poco prima, infatti, si utilizzavano degli stampi “permanenti” all’interno dei quali veniva colato il metallo fuso. Facile, pezzi relativamente standard (altra dicitura che poco calza alla polvere dei millenni) ed in fondo gli stampi, per poter essere fabbricati, non potevano essere poi così complessi.

Ma l’amuleto fu una questione diversa. Un cerchio con sei punte (una cosa che oggi ci fa sorridere…) realizzato con u’unica colata di rame. E come lo facciamo uno stampo del genere? E poi come lo tiriamo fuori senza rompere ne l’amuleto ne lo stampo?!

Theamuleth.png

Beh, bastava (… di certo io non ne sarei stato in grado) inventare la tecnica della fusione a cera persa. In due parole: facciamo prima il manufatto in cera, poi gli costruiamo lo stampo attorno, poi riscaldiamo il tutto così che la cera sciogliendosi lasci il posto al metallo che coliamo fuso all’interno del calco ed infine rompiamo il calco per far vedere la luce al nostro splendido manufatto.

Tecnica ora consolidata (e che ci consente la realizzazione di manufatti ben più complessi dell’amuleto di cui sopra), ma che ha le sue radici in quell’unico, misterioso manufatto.

WU

PS. Il titolo non è altro che il codice di catalogo dell’amuleto.

PPSS. Ma come abbiamo fatto a scoprire tutto ciò (il che mi consente di sparlarne a sproposito)? Beh, semplice, grazie a questa accurata analisi di photoluminescence spectroscopy rivelando che:

The coexistence of two hitherto indistinguishable non-stoichiometric cuprous oxide phases is revealed in a 6,000-year-old amulet from Mehrgarh (Baluchistan, Pakistan), identified as the oldest known artefact made by lost-wax casting and providing a better understanding of this fundamental invention.

The emergence of the lost-wax technique at Mehrgarh could have been triggered by several factors. The availability of beeswax is attested in the Near East at this period. Second, recent works have proposed that lost-wax casting has been adopted more for the central role of beeswax as a ritually important material than for a technical need. It is also significant that the very first objects made by lost-wax casting did not fully exploit the potential of lost-wax casting. The amulet here in question is practically flat, and arguably a rather similar one could have been cast more easily using an open mould.