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4 Agosto 1972

L’equipaggio del US Task Force 77 sorvolava Hon La, Vietnam. Sotto si vedeva la distesa del mare calmo e tutto taceva, immobile. All’improvviso il forte bagliore di un’esplosione subacquea perturbò lo scenario. Subito dopo un’altra. Ed un’altra ancora. In meno di trenta secondi l’equipaggio assistette ad un numero imprecisato (20? 30?) di esplosioni sottomarine. Era il 4 Agosto 1972 e l’operazione Pocket Money (grazie Nixon) aveva appena completato il minaggio delle acque antistanti il Vietnam con mine di prossimità.

Praticamente il 4 Agosto 1972 ci fu una sorta di ecatombe, apparentemente senza spiegazione, di parecchie mine di prossimità che avrebbero dovuto confermare la superiorità della marina navale americana.

Fin da subito fu evidente che la dinamica dell’accaduto non era affatto chiara. I rapporti internazionali erano tesi, ma non si conoscevano armi in grado di provocare esplosioni di massa di mine di prossimità. Il tutto rimase avvolto nel mistero ed il fascicolo marchiato come top-secret.

Le mine di prossimità funziona(vano) sfruttando l’interferenza elettromagnetica causata dal passaggio di qualcosa di ferro-magnetico, evidentemente abbastanza grosso) nelle vicinanze, diciamo tipo una grossa nave nemica o un sottomarino.

Il 1972 fu un anno particolarmente intenso per il sole. Il nostro sole diede chiari segnali di instabilità facendo registrare alcuni dei più intensi brillamenti mai registrati. Poi indicati come evento MR11976, comparvero in quell’anno sul sole una serie di macchie solari particolarmente intense che scaraventarono sulla terra una bella dose di particelle cariche (che, vien da se, generano una bella interferenza elettromagnetica).

04081972.png

C’è da dire che oggi siamo molto più coscienti della potenze e del rischio di un flare solare e dell’intensità della radiazione elettromagnetica emessa. Tuttavia, già nel 1972 l’ammiraglio Clarely ebbe l’intuizione di mettere in relazione l’anomala esplosione di massa con le macchie solari osservate. L’evento, inoltre, si aggiunge alle numerose interruzioni di corrente e linee telegrafiche segnalate nel Nord America negli stessi giorni.

There was an additional effect, long buried in the Vietnam War archives that add credence to the severity of the storm impact: a nearly instantaneous, unintended detonation of dozens of sea mines south of Hai Phong, North Vietnam on 4 August 1972. The U.S. Navy attributed the dramatic event to magnetic perturbations of solar storms. Herein we discuss how such a finding is broadly consistent with terrestrial effects and technological impacts of the 4 August 1972 event and the propagation of major eruptive activity from the Sun to the Earth.

Oggi lo studio “On the Little‐Known Consequences of the 4 August 1972 Ultra Fast Coronal Mass Ejecta: Facts, Commentary, and Call to Action” ha analizzato “con una prospettiva più moderna” (ovvero fruttando i progressi nella conoscenza della nostra stella) la faccenda. L’intensità calcolata della tempesta solare che si verificò alle 6:21 del 4 agosto 1972 (classificata di classe X, il massimo su una scala di cinque indicatori -A, B, C, M, X- in cui la potenza del flare aumenta di 10 volte passando da un indicatore all’altro), partendo dai dati tabulati all’epoca, si è dimostrata essere sufficiente all’eccidio delle mine che hanno quindi “sentito” l’interferenza elettromagnetica causata dal Sole e l’hanno scambiata per la corazzata da abbattere.

Ormai ai giorni nostri è solo un bel racconto (almeno per me) ed un pezzetto di storia da integrare con quella dei libri di scuola, che di certo aggiunge (IMHO) quel dettaglio che mi spinge a studiarla meglio. La verità è (anche) che studiare eventi del genere a distanza di anni con una evoluzione delle nostre competenze tecnico-scientifiche ci da un po’ la conferma che non abbiamo perso tempo e la speranza anche di capire domani quello che oggi non capiamo (o che per molti rimane magia… e.g. la teoria delle stringhe, gravità quantistica, etc.)

WU

PS. Per curiosità (o per una “esplosiva contingenza” direi) il 4 agosto 1972 è ricordato anche come il giorno dell’attentato all’oleodotto di Trieste. Serbatoi da 90.000 tonnellate di greggio che saltano in aria intasando l’aria di fumo nero e la città di pioggia acida.

Una sorta di apocalisse sfiorata al deposito costiero della SIOT come risultato di un’azione terroristica rivendicata dal Settembre Nero. La tempesta geomagnetica non centra nulla, ma conferma il 04 Agosto 1972 come una giornata esplosiva.

PPSS. Oggi non è il 04.08.72 (giornata nazionale della tabellina del 4… saltando qualche termine), bensì il 06.12.18 (giornata nazionale della tabellina del 6… non dovendo saltare nessuno dei primi tre termini).

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Ion Drive Plane

2,45 kg di peso, 5 metri di lunghezza ed un molto-poco-romantico nome “Version Two”. Di certo non abbastanza per metterci a bordo nessun passeggero e nemmeno abbastanza romantico da raccontarlo la sera ai bambini, ma sicuramente uno di quei piccoli passi che aprono la strada a significative evoluzioni tecnologiche che plasmeranno il mondo di domani.

Sto parlando di un modello in scala di una aeroplano che è stato di recente testato al MIT. Fin qui nulla di nuovo se non fosse per il sistema propulsivo del giocattolo: vento ionico.

Ammetto che detta così sembra quasi una notizia alla “Tiscali”; cerchiamo quindi di dettagliare un po’ meglio. Si tratta di un sistema propulsivo che riesce a tenere in volo l’oggetto (ripeto, per ora tine in volo per qualche secondo un giocattolino, ma che ha comunque l’importante caratteristica di essere più pesante dell’aria!) senza la necessità di parti mobili, senza rumore e senza inquinare.

Una sorta di sogno.

Ok, ma in effetti cosa tiene per aria il giochino? Vento ionico, e che altro senno?

In the prototype plane, wires at the leading edge of the wing have 600 watts of electrical power pumped through them at 40,000 volts. This is enough to induce “electron cascades”, ultimately charging air molecules near the wire. Those charged molecules then flow along the electrical field towards a second wire at the back of the wing, bumping into neutral air molecules on the way, and imparting energy to them. Those neutral air molecules then stream out of the back of the plane, providing thrust.

Prima o poi dovrò pure dire in breve di cosa si tratta: praticamente una serie di fili elettrici (collegati nel modellino alle due estremità delle ali) fungono da elettrodo positivo (anodo), mentre un secondo elettrodo montato sulla coda dell’aereo funge da elettrodo negativo (catodo). Una volta che una bella batteria carica il sistema quello che succede è che l’elettrodo positivo sottrae elettroni dalle molecole d’aria circostanti le quali vengono naturalmente/magicamente attratte verso l’elettrodo negativo. Durante la loro migrazione di massa le molecole cariche collidono con altre molecole neutre e spingono anche queste verso il retro dell’aeromobile, generando quindi una spinta propulsiva “in avanti”. Il video qui sotto lo spiega molto meglio di me.

E’ un (forse il primo?) esercizio di sfruttamento dei principi dell’elettro-areodinamica… modello noto dagli anni venti, ma mai usato ad utili fini propulsivi. Il motivo è più che altro il fatto che la spinta generata è abbastanza debole e, nel caso di un aeromobile, sono necessarie dimensioni (e batterie) che finora hanno reso di fatto inutilizzabile l’idea. Il vero sviluppo portato avanti (… parliamo di 9 anni di ricerca) dal MIT è proprio quello di derivare un rapporto spinta/peso ideale (non ancora ottimale) per portare il principio a far decollare e tenere in volo il modellino.

IonDrivePlane.png

Senza fare parallelismi cavallereschi fra questi secondi di volo e quelli del primo volo dei Fratelli Wright (si, ok, l’ho fatto, ma è stato breve), sta di fatto che ora il lavoro si concentrerà per far uscire il concetto dal laboratorio ed applicarlo dal giocattolo a qualche drone, o veicolo “unmanned”.

[…] Aeronautical engineers around the world are already trying hard to find ways to use electric propulsion, and this technology will offer something else that in the future may allow manned and unmanned aircraft to be more efficient, and non-polluting. In particular, the fact that they have already got this out of the laboratory, and flown a battery driven model aircraft – albeit so far on a very small and controlled scale” […]

Il potenziale è evidentemente sconfinato (ed evidentemente ancora confinato ad un lontano futuro, ma almeno la direzione sembra essere quella giusta; parliamo di aerei completamente green e con vita operativa pluriannuale: immaginiamo, ad esempio di ricaricare la batteria con pannelli solari ed il sogno è completo.

WU

Uovo vs Gallina – remake

Ve la ricordate la storia della scelta fra l’uovo oggi o la gallina domani? Personalmente è una domanda che non mi viene rivolta più tanto spesso (… ho come il ricordo che da ragazzo fosse una frase un po’ più ricorrente) ne da me stesso ne da altri. Eppure il concetto rimane: preferiamo qualcosa ora e subito anche se di minor valore o vogliamo aspettare “domani” con la garanzia di avere qualcosa di più?

Beh, oggi questo studio (Archetypes in human behavior and their brain correlates: An evolutionary trade-off approach) affronta la domanda in maniera molto più sistematica applicando il concetto di ottimizzazione Pareto al comportamento umano (in breve quando dovendo trovare il meglio di due variabili non si può migliorare la condizione di una senza peggiorare la condizione dell’altra).

Praticamente si è cercato di definire un trade-off fra diverse funzioni cognitive, di personalità e di comportamento. Una sorta di compromesso fra tutte queste cose che dimostri, con approccio scientifico, a quale tipo di personalità apparteniamo e dunque come risponderemmo alla domanda dell’uovo o della gallina.

Sono state analizzate circa 1200 persone (coinvolte nello Human Connectome Project, praticamente stilare una mappa per navigare nel cervello) prendendo in considerazione misure legate a diverse funzioni cognitive, tratti di personalità e comportamento, variabili cerebrali funzionali e strutturali per arrivare a definire l’approccio di ciascuno alla ricompensa e all’autocontrollo.

I dati sono stati quindi organizzati nello spazio cartesiano all’interno di un triangolo ai cui tre vertici abbiamo tre archetipi di personalità. Il primo tipo incarna gli individui con una stabile preferenza verso le ricompense più grandi, anche se ritardate. Il secondo archetipo identifica gli individui che tendono a preferire le ricompense immediate, anche piccole a piacere. Il terzo archetipo, invece, corrisponde a un approccio più flessibile (viva viva): una preferenza verso le ricompense ritardate solo nel caso in cui queste siano molto grandi.

Lo studio è andato anche oltre; a ognuno dei tre archetipi, infatti, sono state associate caratteristiche legate alla personalità, alle funzioni cognitive, alle abitudini e alle strutture cerebrali.

Il risultato è stato che coloro che preferiscono aspettare per ottenere una ricompensa più grande hanno maggiore autocontrollo che è a sua volta indice di maggiore intelligenza (associato ad un maggior volume di materia grigia). Hanno maggiore memoria verbale, prestanza fisica e personalità più positiva, un più alto livello medio socio-economico e culturale, una personalità positiva e un maggior benessere e soddisfazione nella vita (che più?).

All’estremo opposto (tipo incontro di pugilato) coloro che si accontentano della “piccola”ricompensa subito che hanno più scarse prestazioni cognitive (… ed un minor volume di materia grigia), più alti livelli di aggressività, di ostilità e di stress, un indice di massa corporea più alto, un livello socio-economico più basso, fanno un maggior uso di droghe.

Nella buona regola di “in medio stat virtus” gli archetipi più flessibili bilanciano le due cose. Ora, studio a parte, mi pare l’unica cosa sensata da dire: come facciamo a rendere scientifico un comportamento umano influenzato (e questo è confermato anche dallo studio in oggetto) in maniera importante dall’ambiente e da fattori culturali, dalla razze, dall’etnia, etc?

Il mio scetticismo su questi studi “di massa” rimane così come la conferma che le “scoperte” di tali studi è solo una conferma di ciò che il buon senso già dice: essere flessibili nella vita non fa mai male. Valutiamo caso per caso l’uovo o la gallina; non penso che ci sia in assoluto una scelta giusta ed una sbagliata così come non credo che le correlazione degli archetipi identificati siano così forti da portarci a “stare lontani da coloro che preferiscono l’uovo”. Anzi, io stesso talvolta lo prediligo, e non me ne pento.

WU

PS. Poi, facendo un po’ di sana divagazione (ir)razionale. Ma l’uovo oggi, se ben curato non potrebbe essere la gallina di domani. Così la scelta è nettamente più facile, ma presuppone un investimento personale sull’uovo su cui oggi mettiamo le mani.

S1 Stream

il cosmo è vuoto, ma non così vuoto. Nel senso che anche considerando le sterminate dimensioni dell’universo qualche traccia di materia la troviamo. Concentriamoci sulla nostra cara Via Lattea. Fra stelle, pianeti, lune e polveri varie di roba che si muove (si, è questa una delle particolarità della materia nel cosmo: non sta’ mai ferma) ce n’è in abbondanza.

In generale la materia si muove in una specie di vortice attorno al centro della nostra Galassia; un po’ come pianeti, asteroidi e polveri, ruotano attorno al nostro Sole.

A prima vista tutte queste orbite sono più o meno ordinate (si, in realtà c’è un grande caos lassù, ma proprio nel senso matematico del termine), se non altro per il verso di rotazione. Il nostro Sole segue le altre stelle e le polveri varie nel suo moto di rotazione attorno al centro della nostra galassia “nel verso giusto”.

E’ stata però di recente scoperta una notevole eccezione a tutto questo. Non sto parlando di una stella/pineta che per una stana vicissitude di incontro gravitazionali segue un’orbita peculiare (e qui si potrebbe divagare abbondantemente), ma sto parlando proprio di una sorta di corrente.

Avete presente il jet stream? La corrente del Golfo? Insomma un moto più o meno ordinato di una massa di roba che si muovo coordinatamente nella stessa direzione… solo che nel caso specifico della S1 Steam è quella sbagliato. Nel senso che è opposto alla normale rotazione di tutto il resto della materia galattica.

S1 Steam.png

Già fin qui siamo in difficoltà a spiegare l’origine, l’evoluzione ed il mantenimento di questa corrente… ma ancora non è tutto. La S1 Steam ci sfreccia attorno alla non-proprio-trascurabile velocità di 500 km/s! Una delle ipotesi (forse l’unica al momento) circa l’origine di questa corrente è che è ciò che resta dello scontro della nostra galassia con una (o più) galassia nana che si è scontrata, qualche miliardo di anni fa, con la nostra Via Lattea.

Se ciò fosse vero (e, ripeto, non avendo molte altre spiegazioni sotto mano lo speriamo vivamente) allora la S1 Steam deve essere composta di una percentuale non trascurabile di materia oscura (Dark Matter, DM). E qui le cose si complicano.

Stiamo praticamente dicendo che circa 30 mila stelle, polveri in quantità e (forse) miliardi di tonnellate di materia irrivelabile ci sfrecciano accanto a 500 km/s e per di più nel verso sbagliato?. Benissimo, ora si che sono più tranquillo.

Questo uragano di materia oscura contro rotante, comunque mi mette a disposizione una corrente “stabile” (?) sulla quale cimentarci per sviluppare misuratori/rilevatori di materia oscura per comprenderne magari meglio (o per comprenderla del tutto) la loro origine.

The recently discovered S1 stream passes through the Solar neighborhood on a low inclination, counter-rotating orbit. The progenitor of S1 is a dwarf galaxy with a total mass comparable to the present-day Fornax dwarf spheroidal, so the stream is expected to have a significant DM component. We compute the effects of the S1 stream on WIMP and axion detectors as a function of the density of its unmeasured dark component. In WIMP detectors the S1 stream supplies more high energy nuclear recoils so will marginally improve DM detection prospects. We find that even if S1 comprises less than 10% of the local density, multi-ton xenon WIMP detectors can distinguish the S1 stream from the bulk halo in the relatively narrow mass range between 5 and 25 GeV. […]

Ovviamente lo stato attuale dei nostri rilevatori non ci da alcun indizio circa l’esistenza e la composizione di questa materia. Viviamo di prove indirette e di “speranze” circa la sua esistenza o meno.

WU

Frb171020

Ve la ricordate questa storia secondo cui quotidianamente il cosmo è solcato da pacchetti di altissima energia che durano pochi millisecondi, partono da chissà dove e vanno chissà dove? Ah, certo, a volte passano anche vicino ai nostri “occhioni cosmici” e ce ne accorgiamo.

I FRB sono queste raffiche potentissime ed inaspettate di energia in cui incappiamo per puro caso e senza alcun preavviso mentre siamo intenti ad osservare altro. Ancora incerta l’origine (si, potete dire alieni), ma di certo è che non sono una novità.

Frb171020 è uno di questi Fast Ray Burst, ma che a differenza di tutti quelli osservati finora pare aver avuto origine “solo” ad un centinaio di anni luce d noi; praticamente, su scale cosmiche, dietro l’angolo.

Dalla loro prima individuazione nel 2007 abbiamo visto circa una cinquantina di RFB ed abbiamo ipotizzato fossero un po’ tutto, da un faro alieno all’emissione energetica conseguente la formazione di una stella di neutroni (si, molto poco fantascientifico, ma è tutt’oggi l’ipotesi più probabile). … anzi, abbiamo anche proposto l’idea che fossero dei sistemi per alimentare lontanissimissime vele solari (ovviamente oltre le nostre competenze tecniche ed al limite della nostra immaginazione)… proprio nei giorni in cui la Voyager-1 sta raggiungendo la ragguardevole (per noi, non per il cosmo) distanza di 21 miliardi di km! … chissà quanto ancora potremmo accelerarla e dove potremo spedirla se generassimo un FRB con lo scopo di spingerla un po’ più in la. (… ah, a proposito, pare che i radioisotopi che la alimentano, egregiamente in funzione dagli anni settanta, siano destinati a “spegnersi” nel 2025, i.e. la sonda continuerà, con o senza fanta-FRB la sua corsa, ma non ci dirà più dove si trova e cosa attraversa).

Tornando a noi; Frb171020, rilevato dai ricercatori della Swinburne University of Technology in Australia, pare provenire (ovviamente al di fuori della nostra Via Lattea) dalla galassia Eso 601-G036, a circa 120 anni luce da noi (Voyager-1, tanto per fare un paragone è a 20 ORE luce…).

Eso 601-G036 ha due importanti caratteristiche; non ha una forte emissione di onde radio ed ha un elevato tasso di formazione stellare. La prima condizione è praticamente una novità rispetto all’ipotesi che si stava affermando che FRB possono generarsi solo in galassie con elevate emissioni radio di fondo, mentre la seconda è una conferma (assieme all’elevato tasso di ossigeno molto simile alle altre galassie in cui FRB sono stati “collocati”) che FRB possano essere associati alla formazione di nuove stelle di neutroni.

Non che mi aspetti davvero di sentire la vocina degli omini verdi decrittando un FRB, ma di certo mi affascina sapere che non abbiamo ancora chiara idea del “mondo” in cui viviamo e dell’origine di alcuni degli eventi più energetici (energia = vita rimane per me una vera verità) che ci circondano.

WU

PS. chiudo con una chiosa poetica (non ditemi che devo mettere la fonte della citazione), forse fuori luogo, ma che mi da l’idea che manchi ancora qualcosa di fondamentale per completare il puzzle:

… così fu quell’amore dal mancato finale così splendido e vero da potervi ingannare…

Guida che ti passa

Parliamo di incidenti stradali.

Tema non facile (e forse neanche alla mia portata), ma un po’ come nelle corde di questo vomitatoio lo facciamo da una prospettiva… ignobile.
Diciamo subito che essere alla guida è una di quelle situazioni che mette a nudo la parte più animale di noi. Non so il perché. Non so se sia una cosa più maschile che femminile. Ma so che è così.

Beh, questo studio (perché per queste cose ci vuole sempre uno studio) ci dice che che i conducenti che usano per esprimere comportamenti più aggressivi tendono ad avere tassi più alti di incidenti stradali. Avevate dubbi?

Urlare o agitarsi alla guida, prendersi la propria “vendetta” o insultare un tipo a caso (di certo non scevro dalle sue colpe) rientrano fra i comportamenti aggressivi analizzati… senza dover far cenno a situazioni (ancor più) patologiche. Praticamente non parliamo di guida in stato di ebbrezza ma di un’innata tendenza a sfanculare l’altro conducente.

Ma ora viene “il bello”; pare che la maggior parte delle situazioni che suscitino questa aggressività da animale gudidante siano tipiche di normali condizioni di traffico quotidiano. Non parliamo quindi dello sgarro dell’autista sfacciato o inesperto, ma di traffico da mercoledì mattina. E questo, effettivamente, è un problema: un mercoledì mattina lo affronteremo tutti, un discolo autista (per non dire parolacce) potremmo (davvero?) non incrociarlo.

Il “campione” di questo “studio” è stato di ben 1100 individui (effettivamente non pochi come campione statistico) automuniti di almeno 18 anni spagnoli. Il loro grado di aggressività alla guida e la loro tolleranza nei confronti di altri guidatori e pedoni è stata analizzata. Nel migliore dei casi sono considerati come una sorta di male inevitabile e vengono ignorati; fino ad arrivare appunto ad insofferenza palesemente espressa nei confronti dell’altro ominide guidante.

Urla ed imprecazioni, IMHO, sono forse una reazione anche normale alla giungla quotidiana, ma non fanno altro che aumentare il nostro livello di stress. Non mi paiono una buona valvola di sfogo… anche se forse difficile da controllare è uno di quei casi in cui mi pare legittimo un po’ di lavoro su se stessi. Inutile poi dire che da questo “studio” traspare una chiara ed assoluta mancanza di educazione stradale. Devo dire chi secondo me dovrebbe farla (seriamente)?

WU

PS. Ignobel per la Pace 2018. Forse un po’ scontato come studio, ma non mi pare sia il caso di abbassare i riflettori su questo fenomeno sociale, anche da diversi punti di vista.

Dove inizia lo spazio

Ovvero, in altri termini, dove finisce l’atmosfera?

Stiamo parlando di un punto, anzi una linea, invisibile e, soprattutto, convenzionale. La linea di Kármán è stata da sempre convenzionalmente posta a 100 km al di sopra del livello del mare. E’ li che si è sempre considerato finire il nostro pianeta ed iniziare lo spazio.

100 km è la quota identificata affinché un satellite si muova con la velocità necessaria a rimanere in orbita attorno alla terra vincendo la resistenza della rarefatta atmosfera. A tale quota la velocità del satellite genera una forza che è sufficiente a vincere la gravità terreste.

KarmanLine.png

Ma oggi stiamo pensando di spostare il nostro confine e… non ampliarlo, bensì ridurlo ci 20 km. Esatto; avviciniamo il limite del nostro pianeta a 80 km… lo spazio sarebbe leggermente più grande anche se non credo che faccia poi tanta differenza.

Ed effettivamente il punto è più che tecnico giuridico. Infatti, mentre lo spazio aereo è “di proprietà” dei paesi sottostanti, lo spazio (quello nero 🙂 ) è libero (e quanto mai democratico).

Praticamente fino a 100 km (finora) valgono le legislazioni nazionali; oltre solo quelle internazionali. Abbassare il limite di tale divisione significa portare un po’ più vicino a noi lo spazio e quindi anche il campo “libero” di azione dei satelliti.

In this paper I revisit proposed definitions of the boundary between the Earth’s atmosphere and outer space, considering orbital and suborbital trajectories used by space vehicles. In particular, I investigate the inner edge of outer space from historical, physical and technological viewpoints and propose 80 km as a more appropriate boundary than the currently popular 100 km Von Kármán line.

La pubblicazione in questione ha analizzato l’orbita di ben 43000 satelliti che negli anni si sono appropinquati al nostro pianeta rivoluzione dopo rivoluzione e diversi di essi hanno compiuto parecchie orbite sotto i 100 km, scendendo fino ad 80 km (beh… più in basso la loro fine è segnata dal calore dell’attrito con l’atmosfera). Ora cosa significa? Che questi oggetti sono nello spazio e poi non lo sono più ogni paio d’ore?

Ovviamente è solo una questione di definizione (ed oggi con l’intervento di attori privati, turismo spaziale, voli suborbitali e via dicendo, di definizioni ne sentiamo davvero il bisogno), ma sapere dove ci si trova è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Sapere di essere nello spazio, poi, è anche una delle nostre soddisfazioni; perché non renderla leggerissimamente più semplice?

WU

PS. Ad ogni modo, già oggi la US Air Force definisce chiunque abbia volato a più di 80 km di quota un’astronauta…

E comunque tali quote rimangono ben al disopra della nostra capacità di umana sopportazione (vedi qui), ma non abbastanza in alto per la nostra capacità di umana esplorazione.