La costante che cambiava

Ci sono costanti che stanno ferme ed altre “costanti” che abbiamo bisogno di definire tali per tenere in piedi la nostra migliore modellazione dell’universo che ci circonda, ma che di star ferme non ne vogliono proprio sapere. Il che, a complicare le cose, non vuol dire però che siano quantità variabili.

La costante di Hubble è quel numero che ci dice a che velocità l’universo si sta espandendo, la distanza fra le galassie e non ultimo proprio l’età del cosmo. La costante di Hubble è quel valore che lega lo spostamento verso il rosso (redshift) della luce delle galassie e la loro distanza: maggiore la distanza di una data galassia, maggiore il suo spostamento verso il rosso.

In soldoni la costante di Hubble di da una relazione lineare fra velocità e distanza delle galassie (fra l’altro confermando il principio cosmologico che l’universo sia isotropo ed omogeneo su larga scala). Storicamente è stata la scoperta che ha spazzato via, in un sol colpo, tutti i modelli statici di universo (come erroneamente previsto da Einstein) e fatto strada ai modelli dinamici, incluso quello del Big Bang oggi largamente accettato.

La costante di Hubble è si costante nello spazio (ovunque guardiamo nell’universo), ma non nel tempo! Il che spiegherebbe anche perché tale “costante” presenta valori diversi se la si misura con strumenti diversi. Nel cosmo, infatti, il dove è molto parente del quando e puntando strumenti su oggetti molto lontani vuol dire guardare tanto indietro nel tempo…

Secondo le ultime osservazioni/studi/analisi oggi il valore della costante di Hubble è 76,8 chilometri al secondo per megaparsec ((km/s)/Mpc). Puntando ad oggetti diversi, più lontani nello spazio e nel tempo, il valore rilevato era invece 71,9 (km/s)/Mpc ed ancora, il valore della costante calcolato partendo dalla radiazione cosmica di fondo (ancora più indietro nel tempo) era di 67,4 (km/s)/Mpc.

La variazione del valore della costante è da attribuirsi alla forza di gravità che tenderebbe a far rallentare l’espansione dell’universo e la “misteriosa” energia oscura (che è alla base della costante cosmologiche gioia-e-dolore di Einstein) che invece tende a farla aumentare.

Possiamo fare anche un passetto ulteriore. Se la costante di Hubble mi dice in qualche modo la velocità alla quale si sta espandendo l’universo, la distanza di Hubble può essere definita come la distanza massima alla quale posso guardare considerando la velocità di espansione (e sempre assumendo costante la velocità della luce). Tale distanza è la distanza massima dall’osservatore oltre la quale leggi fisiche, spazio e tempo perdono significato. Guardare oltre non significa più nulla (e non è oggi tecnicamente possibile).

La distanza di Hubble “stimata” e “costante” è di 16.000.000.000 di anni luce.

WU

PS. Quando diciamo che l’età dell’universo è 13.82 miliardi di anni (solo?) assumiamo il valore della costante determinato dalla missione WMAP (71,0±2,5 (km/s)/Mpc).

La Grande Adria

Un tempo era la Grande Adria. Un tempo era anche Atlantide, forse. No, chiariamo subito che le due cose (o forse dovrei dire i due continenti, anche se sono più confidente che il termine calzi ad Adria più che ad Atlantide) non coincidono.

Ok, ok, un preambolo un po’ contorto ed involuto (tanto da obbligarmi a rileggerlo) tanto per raccontarvi di questa notizia di qualche giorno fa in cui sostanzialmente ci siamo accorti che in quello che è oggi il Mediterraneo un tempo albergava un intero continente. Una “zolla” di terra a se stante che apparteneva ad una placca tettonica diversa da quella europea e quella africana.

Tutto ebbe inizio qualche milione di anni fa (come fosse ieri…) quando le terre emerse erano fuse in un unico super continente, la Pangea. Ora, senza farla troppo lunga (sia per non banalizzare qualche milione di anni di tettonica a zolle sia per non impelagarmi in discussioni più tecniche di quelle che sarei in grado di sostenere) la Pangea si è suddivisa in due componenti più piccoli: la Laurasia a nord e il Gondwana a sud. Dalla Laurasia nacque l’Europa, il Nord America e l’Asia; dalla Gondwana nasceranno poi Australia, Africa, Antartide, Sud America e … la Grande Adria. Quest’ultima finora rimasta sottotraccia/sconosciuta.

La Grande Adria era un continente grande grossomodo come la Groenlandia (ve la immaginate la Groenlandia in mezzo al mar Mediterraneo?) in origine attaccata all’Africa ed alla penisola Iberica.

GrandeAdria.png

Il suo destino venne segnato fra i 100 ed i 120 milioni di anni fa quando il continente iniziò a sprofondare, Cenerentola fra le due placche ben più grandi che lo spingevano, letteralmente, da tutti i lati. Lo sprofondare della Grande Adria diede vita a tutta una serie di catene montuose, sulla terre emerse (incluse le principali catene montuose in Italia) e nel Mediterraneo (che diventarono poi splendidi isolotti nel Mediterraneo).

Lo studio ha identificato la nascita, la vita e la morte di questo continente identificando la parte sommersa oggi più profonda che giace a 1500 chilometri sotto la Grecia ed identificando pezzi del ex-continente un po’ ovunque ai margini del Mediterraneo inclusa l’Italia su Alpi, Appennini, Puglia ed isole.

Affascinante saper di passeggiare su un continente diverso spostandoci a qualche metro da casa, no? Chissà come lo vivranno i nostri discendenti dei discendenti dei discendenti e così via quando passeggeranno sulla terra del domani.

WU

PS. Questa è la parte bella della storia, il lavoro che c’è dietro sono giorni e giorni di esplorazioni, analisi mineralogiche, campioni e notti in laboratorio, scrittura report ed articoli ed ovviamente reperimento fondi per fare tutto questo. Il team di ricerca era un crogiolo di università internazionali: Utrecht (Olanda), Oslo (Norvegia), Witwatersrand (Sudafrica), ETH (Zurigo, Svizzera) etc… mi immagino il solo lavoro di coordinamento…

Goldschmidtite

Sudafrica, la patria dell’estrazione mineraria. Una terra dell’evidente passato geologico travagliato che è oggi uno dei luoghi in cui si estraggono fra i più preziosi minerali al mondo. Diamanti, in particolare. Minerali che si sono formati nelle viscere della terra in condizioni di temperatura e pressione estreme ancora oggi presenti nelle profondità del nostro pianeta.

E già di per se per fare un diamante bisogna spingere parecchio. Se poi in questo diamante troviamo consistenti tracce di niobio, potassio, lantanio, cerio ed amenità del genere vuol dire che effettivamente vi sono processi geologici (o extra qualcosa?) di cui non siamo completamente a conoscenza.

E’ esattamente quello che ha osservato una studentessa dell’università dell’Alberta che in Sudafrica per analizzare diamanti, all’interno di uno di essi ha identificato un nuovo, sconosciuto minerale. Nel mantello terrestre abbiamo abbondanza di minerali tipo fetto e magnesio per cui un minerale formatosi (e quindi risalito “di poco”) a profondità di qualche decina di chilometri dovrebbe presentare abbondanza di questi elementi.

Goldschmidtite

Nel caso della Goldschmidtite (dalla poetica composizione (K,REE,Sr)(Nb,Cr)O3 e dal nome quasi impronunciabile), invece, dobbiamo pensare a profondità di almeno 170 km (e temperature di 1200°C, ma a questo punto cosa volete che sia…) per trovare concentrazioni sufficienti degli elementi rinvenuti all’interno del nuovo minerale.

Con le attuali tecnologie è certamente più facile andare nello spazio che esplorare le profondità marine e men che meno scendere a 1700 km nella crosta terrestre. Pertanto la “fortuna” di trovare minerali del genere all’interno di diamanti che li hanno in qualche modo “isolati” da contaminazioni esterne ed hanno fatto da “vettori” per farli risalire fino a profondità alla nostra portata è l’unico modo per scoprire minerali così esotici e capire su cosa, in fondo in fondo, stiamo appoggiando i nostri piedi.

Una scoperta più unica che rara; mi resta solo il dubbio di cosa abbia fatto vincere “l’amore per la ricerca” sul “Dio denaro” sacrificando un diamante per vedere cosa c’era dentro…

WU

Al nero non c’è mai fine

Vi ricordate quando dicevamo che ci piace, in qualche modo, per qualche motivo, per una combinazione di evoluzione della specie ed ingerenze sociali, il nero (no, non quello da asfaltare…)?. Tipo qui o qui.

Ad un certo punto, non tanto tempo fa, invero, ci eravamo anche convinti di aver trovato il nero più nero (tipo “più profondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto”) nel Vantablack. Materiale, artificiale, in grado di assorbite il 99,96% della luce incidente.

Lontani dalla volontà di scoprire qualcosa di ancora più nero, ci siamo (beh, non io direttamente, evidentemente, bensì un team di ricerca del MIT) dedicati a cercare di migliorare le capacità di conduzione termica ed elettrica di vari materiali. Fra questi l’alluminio. Il metodo seguito era quello di provare ad accrescere sulla loro superficie dei nanotubi di carbonio (che continuano ad essere estremamente di moda).

L’allumino ossidandosi perde le sue capacità termiche ed elettriche. Trattandolo con cloruro di sodio si è in grado di eliminare l’ossidazione erodendo un piccolissimo strato superficiale. Un foglio di alluminio così trattato è stato usato come substrato per depositare dei nanotubi di carbonio che avrebbero dovuto restituire ed addirittura migliorare le capacità temo-elettriche del materiale. Cosa che è effettivamente successa, ma il processo ha anche conferito una colorazione estremamente scusa al materiale. Ma così scura che non è passata inosservata (… è proprio il caso di dirlo…).

Da questa ricerca è stato scoperto (sotto il certamente-non-entusiasmante titolo Breakdown of Native Oxide Enables Multifunctional, Free-Form Carbon Nanotube–Metal Hierarchical Architectures), non so se dire “per caso”, un materiale in grado di assorbire addirittura il 99.996% della luce incidente, quindi tecnicamente un nero 10 volte più nero del Vantablack.

SuperNero.png

Il materiale è praticamente un foglio di alluminio con una foresta di nanotubi di carbonio verticali sulla superficie. La colorazione, inoltre, contribuisce alle proprietà termiche del materiale che è in grado di convertire in calore gran parte dell’energia luminosa che riceve. Le applicazioni, concentrandosi sulle proprietà cromatiche del materiale, sono più o meno le stesse del Vantablack: telescopi, fotocamere e soprattutto arte 🙂 .

Ah, non ha ancora un nome; suggerimenti?

WU

Ecco a voi… i Raggi N

René Blondlot era un professore all’Università di Nancy (oltre che membro di una serie di Academie, tipo l’Académie des Sciences). Era il 1903 quando a suo nome uscì su una rinomata rivista scientifica un articolo in cui illustrava la sua ultima scoperta. Un nuovo tipo di radiazioni, i raggi N.

Blondlot.png

Parliamo di un periodo, l’inizio dello scorso secolo, in cui la radioattività la faceva da padrona: i raggi X erano stati scoperti meno di un decennio prima ed evidenza di radiazioni alfa, beta, gamma saltavano fuori da ogni dove. Si viveva, quindi, in un periodo in cui il nervo su nuovi possibili tipi di radiazioni era più che scoperto.

Blondlot, studiando i raggi X (più precisamente utilizzando la macchina di Röntgen al fine di scoprirne il funzionamento) notò delle anomalie luminose, per lui spiegabili solo attribuendole ad un nuovo tipo di radiazioni, i Raggi N (molto più potenti dei Raggi X!). In men che non si dica, l’osservazione divenne scoperta, la scoperta articolo e l’articolo pubblicazione.

Blondlot, di certo non l’ultimo pellegrino in tema di radiazioni, perfezionò i sistemi per rilevare ed addirittura produrre i “suoi” Raggi N. Eliminò accuratamente possibili fonti di interazioni e disturbi esterni per essere sicuro di vedere solo i raggi cercati. Blondlot scoprì che i Raggi N sono emessi da metalli riscaldati e da parecchie fonti naturali, fra cui il nostro sole.

I Raggi N potevano attraversare spesse lastre di metallo e corpi in generale opachi alla luce visibile (che a sua volta pareva interagire con i Raggi N). Acqua e cristalli di salgemma, al contrario, li assorbivano.

A partire dalle pubblicazioni e dagli esperimenti di Blondlot, la scoperta (ed il giusto entusiasmo per essa) di diffuse velocemente a tutto il mondo scientifico fino a raggiungere Charpentier, fisico-medico anch’esso di rinomata credibilità, che scoprì l’emissione di Raggi N anche da parte di nervi e muscoli, umani. Ah, l’emissione permaneva anche post-mortem. La scoperta poteva dunque essere usata per scopi medico-legali e diagnostici.

Perché fermarsi: i Raggi N potevano essere immagazzinati. Ed in maniera piuttosto semplice, bastava un semplice mattone avvolto in un foglio di carta nera ed esposto al sole. I Raggi N emessi dal sole, riemessi da mattone rimaneva intrappolati dalla superficie nera della carta.

Nel 1905 arrivò quel guastafeste di Robert W. Wood, professore di fisica alla John Hopkins University. Indovinate cosa voleva fare il signor Wood? Beh, riprodurre gli esperimenti di Blondlot & Co. Indovinate l’esito? Non ci riuscì. Consolato, si fa per dire, dall’insuccesso dei suoi colleghi d’oltreoceano, decise quindi di recarsi a Nancy per vedere i laboratori che avevano dato la luce ai Raggi N… ed imparare qualcosa (si, nella Academia vera, non ci si approccia con scetticismo/arroganza ma con Umiltà).

Blondlot ripropose al collega l’esperimento originario in cui Wood, tuttavia, non notò alcuna variazione di luminosità (le famose anomalie luminose) che avevano fatto gridare Blondlot alla scoperta. La campagna sperimentale proseguì; Blondlot intendeva misurare e far vedere al collega la deviazione subita da un fascio di Raggi N incidenti su un prisma di alluminio. L’apparato sperimentale prevedeva un prisma di alluminio (ovviamente), un sistema di focalizzazione ed uno schermo fluorescente che fungeva da rivelatore dei raggi N (quelli deflessi). Il team di Blondlot voleva dimostrare quattro differenti posizioni nella deflessione, ovvero quattro differenti lunghezze d’onda dei Raggi N. Anche in questo caso, tuttavia, Wood, non notò i risultati che Blondlot ed il suo team volevano fargli vedere.

A questo punto Wood chiese semplicemente di ripetere l’esperimento. Non visto rimosse il prisma di alluminio dall’apparato sperimentale. Inutile dire che i suoi colleghi non fecero altro che notare le stesse cose e confermare i risultati del precedente esperimento.

Wood lasciò Nancy.

Rientrato in patria pubblicò un resoconto circa ciò che aveva visto durante il suo soggiorno a Nancy, e soprattutto ciò che NON aveva visto. I Raggi N, sostenne, esistevano solo nella mente dei suoi scopritori i quali, certamente in buona fede, si erano fatti forse trascinare troppo dall’entusiasmo del periodo per le emissioni radioattive fino a voler vedere ad occhio nudo tenui (se esistenti) variazioni di luminosità che avevano evidentemente una natura assolutamente casuale. Si erano autoconviti di una grande scoperta in preda all’entusiasmo ed avevano voluto vedere (e trasmesso!) una ripetibilità delle osservazioni che non aveva attecchito in una mente “esterna”.

I sostenitori dei Raggi N, anche dopo lo smacco, giocarono le loro ultime carte. Per osservarli serviva parecchia sensibilità (tipica, sostennero, soprattutto delle razze latine). E questo è evidentemente indice che il castello era crollato.

Blondlot rifiutò di sottoporsi ad un esperimento pubblico e decisivo per provare l’esistenza o meno dei Raggi N (ulteriore indicatore che qualcosa che anche a lui non tornasse… ma evidentemente preferiva non subire “pubblica gogna”). Blondlot morì nella sua Nancy nel 1930.

Non è una storia di frodi o menzogne, è una storia di forti convinzioni che portano a distorcere le evidenze del metodo scientifico. Non erano gli anni in cui con scoperte del genere di odorava un business milionario; oggi si. All’autoconvinzione tende ad aggiungersi la truffa (io dell’E-Cat, pro cause, non ho mai parlato).

WU

PS. Ah, Raggi N, da Nancy, ovviamente.

Impostori intellettuali – l’affare Sokal

David Sokal è un professore di fisica presso la New York University. Sconosciuto ai più (compreso il sottoscritto) se non fosse per la sua beffa che nel 1996 ha iniziato (e sono certo non abbiamo finito!) ad accendere i riflettori sui meccanismi di selezione degli articoli scientifici/culturali. Qualche passo avanti è stato fatto, certo, ma come ormai saprete, la peer-review non è, IMHO, la soluzione, ma solo un male (lo stesso male: la mancanza di oggettività) edulcorato.

Ad ogni modo, 1996, Sokal pubblica un notevole articolo: Transgressing the Boundaries: Towards a Trasformative Hermeneutics of Quantum Gravity.

Eh?! Letteralmente qualcosa tipo: Violare le frontiere: verso una ermeneutica trasformativa della gravità quantistica.

TransgressingBoundaries.png

Già il titolo non si capisce o non vuol dire nulla (ma suona bene! E vedremo fra poco che questo è un must!); l’articolo, poi, non era altro che un collage di frase senza senso. Si sosteneva una fanta-tesi secondo cui la gravità quantistica non fosse altro che un costrutto, tutto umano, sociale e linguistico.

Effettivamente più che una beffa potrebbe essere descritto come un esperimento sociale, in cui l’autore vuole dimostrare (e ci riesce egregiamente) che il meccanismo di selezione dei contenuti scientifici e divulgativi non è sano. In particolare si basa, secondo l’autore, sul fatto che le frasi (ripeto, appiccicate l’un l’altra senza senso) suonino bene e, soprattutto, che fossero in qualche modo in accordo con i presupposti ideologici dei redattori/curatori della rivista specifica.

Here my aim is to carry these deep analyses one step further, by taking account of recent developments in quantum gravity: the emerging branch of physics in which Heisenberg’s quantum mechanics and Einstein’s general relativity are at once synthesized and superseded. In quantum gravity, as we shall see, the space-time manifold ceases to exist as an objective physical reality; geometry becomes relational and contextual; and the foundational conceptual categories of prior science — among them, existence itself — become problematized and relativized. This conceptual revolution, I will argue, has profound implications for the content of a future postmodern and liberatory science

Questo secondo punto fu declinato da Sokal inserendo il termine femminista (tema caro alla rivista su cui l’articolo fu pubblicato, “Social Text”) ben 35 volte all’interno dell’articolo… che non dimentichiamoci parlava di gravità quantistica! La cosa fu fatta con locuzioni (tipo “algebra femminista”… qualunque cosa significhi) o mediante similitudini (“proprio come le femministe liberali…”).

Sokal descrisse l’articolo (ed anche questa sembrerebbe un pezzo dell’articolo stesso…) come “un pastiche di ideologie di sinistra, riferimenti ossequiosi, citazioni grandiose e prive di senso, strutturato attorno alle più sciocche frasi di accademici postmodernisti che avevo potuto trovare riguardo alla fisica e alla matematica“.

Quello che ci (mi) rimane è che l’attendibilità delle riviste scientifiche o di settore è comunque molto bassa (e di certo un articolo che “suona bene” e compiace l’editore ha molte chances di essere pubblicato…), tanta tristezza per l’egregia riuscita dell’esperimento, ma principalmente il fatto di aver capito da dove il Conte Mascetti ha tirato fuori l’idea della sua Supercazzola.

WU

Il destino dei disattenti

… è la disoccupazione.

Per quel che mi concerne queste sono semplicemente cazzate. E quasi mi vergogno a dargli ulteriore rilevanza parlandone (anche se passa sotto il cappello di “ricerca” con tanto di fondi, ne sono certo, e pubblicazioni associate…). Oltre al fatto che mi pare anche una conseguenza abbastanza banale che in qualche modo potevamo anche immaginarci.

In this large population-based sample of kindergarten children, behavioral ratings at 5-6 years were associated with employment earnings 3 decades later, independent of a person’s IQ and family background. Inattention and aggression-opposition were associated with lower annual employment earnings, and prosociality with higher earnings but only among male participants; inattention was the only behavioral predictor of income among girls. Early monitoring and support for children demonstrating high inattention and for boys exhibiting high aggression-opposition and low prosocial behaviors could have long-term advantages for those individuals and society.

I bambini di meno di sei anni hanno già il loro destino segnato. Se a quella età sono disattenti ed irrequieti hanno un’alta probabilità di restare disoccupati e fancazzisti, se invece sono attenti, socialmente integrati (praticamente bimbi da manuale) allora per loro la strada è tutta in discesa.

Ora, a parte le correlazioni, che tanto si potranno sempre trovare, fra il comportamento di un bimbo in età prescolare ed il suo destino da adulto, vi pare una cosa sensata ignorare tutto quello che sarà poi l’effettiva crescita del “giovane adulto” dai sei ai trentacinque anni?

Bimbi “pro-sociali”, interessati agli altri, integrati nel contesto in cui vivono, proattivi nelle attività, etc etc, hanno più probabilità di avere uno sfolgorante futuro, fare carriera e guadagnare tanti bei soldoni. Per tutti gli altri è meglio saltare dalla rupe.

La ricerca di per se vuole mettere in correlazione l’approccio comportamentale dei bimbi a livello scolastico/sociale/didattico con i possibili risvolti, positivi o negativi, nella vita professionale che poi avranno da adulti. Lo studio ha analizzato 2850 bambini che hanno frequentato l’asilo a partire dal 1985 e li ha “seguiti” fino al 2015… anno in cui avrebbero dovuto ormai essere nel pieno delle loro occupazioni lavorative. Il legame che la ricerca ha (voluto) evidenziare è quello fra la disattenzione nell’età dell’infanzia con esiti lavorativi avversi a lungo termine. Boh… per me poteva anche correlare il colore dei capelli con le inclinazioni sessuali, sarebbe stato altrettanto valido…

Mi rendo conto di stare un po’ estremizzando una analisi statistica che può anche avere un fondamento, ma la cosa su cui vorrei portare l’attenzione è che è (anche e soprattutto) come il bimbo cresce a determinare il suo futuro. Le inclinazioni personali, che di certo dominano fino a sei anni, contribuiscono si ad un futuro sfavillante o meno, ma non direi che la strada è segnata. Ne in un verso, ne nell’altro.

L’unica cosa che apprezzo di tale “ricerca” è che non si è tirato in ballo il quoziente intellettivo dei giovani virgulti, lasciando il destino della disoccupazione solo al non aver condiviso la merenda con il compagno di banco 🙂 .

WU

Anomalia metallica lunare

Una astronave aliena sepolta sul nato nascosto della luna. Un enorme giacimento di adamantio celato da secoli di polveri. Un indizio della civiltà che ci sta osservando come fossimo pesci rossi in un acquario. O quello che vi viene in mente… in fondo una delle più belle ed intriganti ripercussioni dell’esplorazione spaziale è proprio quella di alimentare la fantasia. Che poi sia poco (o nulla) attinente con la realtà poco importa, basta che non diventa pseudo-scienza o alimenti qualche bufala on line… d’altra parte la fantascienza è sempre esistita, no?

Tornando a noi, la notizia di questi giorni è che è stato rilevato da ben due missioni Nasa in orbita attorno alla Luna una strana massa. Li, sul nato nascosto del nostro satellite c’è un immenso cratere, ad occhio simile a tanti altri, ma che “visto bene” (in realtà osservato diversamente) cela uno strano segreto.

Il Bacino Polo Sud-Aitken è un enorme cratere da impatto del diametro di circa 2.500 chilometri che copre circa un quarto della superficie lunare. Li, sia le due sonde Grail (Gravity Recovery and Interior Laboratory) che la sonda Lro (Lunar Reconnaissance Orbiter), hanno misurato (quella che tecnicamente si chiama anomalia gravitazionale, tipo questa…) qualcosa di decisamente anomalo. Le informazioni ricavate hanno infatti indicato che il bacino ha una densità nettamente superiore alla media della superficie lunare non giustificabile anche assumendo che in quel punto la superficie sia ricca di materiali ferrosi.

MoonMetallicBulge.png

Si è dunque, forzosamente, dovuti giungere alla conclusione che una grande (qui l’articolo Deep Structure of the Lunar South Pole-Aitken Basin), grandissima, enorme massa metallica si estende per circa 300 chilometri sotto la superficie di quel cratere. Se la volessimo paragonare a qualcosa stiamo parlando di una massa che è cinque volte più grande ella Big Island delle Hawaii (ovvero circa cinque volte più grande del piemonte…).

Fantascienza a parte potrebbe trattarsi di un oceano di magma solidificato, verosimilmente ricco di ossidi di titanio; oppure proprio del nucleo dell’asteroide impattato che è ancora incorporato nel mantello della luna. Secondo alcune simulazioni, infatti, se il nucleo della Luna non è abbastanza fuso, la massa di ferro-nichel di un asteroide caduto addirittura 4 miliardi di anni fa può rimanere sospesa fino ai giorni nostri nel mantello superiore (tra crosta e nucleo) invece che piombare diretta versa il nucleo del satellite.

Il mistero permane, ma i dati che stiamo acquisendo aumentano (e non mi aspetto che ci saranno buone sorprese per i complottisti/ufologi). Il rover Yutu2 della missione cinese Chang’e 4, infatti, sta attualmente attraversando il cratere, raccogliendo dati mirati per trarre una conclusione definitiva sull’anomalia.

Credere è bello, scoprire, almeno in teoria, di più.

WU

Il vagito dei grandi terremoti

Non significa esattamente prevedere i terremoti, ma avere una specie di indizio sull’entità degli stessi nei primissimi momenti è comunque un passo avanti… poi, considerando che è a costo quasi zero tanto meglio, no?

Quando comincia la rottura di una faglia quelli che sono detti “i grandi terremoti”, da magnitudo da 7 in su, hanno una specie di suono distintivo. E la cosa ancora più affascinante è che tracce di questa nascita sono “facilmente” (ora che lo abbiamo scoperto, ovviamente) desumibili dai dati del Gps. In particolare da quei dati che misurano il movimento del terreno a soli 10-15 secondi dall’inizio del fenomeno.

La ricerca, portata avanti dall’università’ dell’Oregon (dove sono ben allertati su un grande terremoto distruttivo…), analizza oltre 3000 terremoti accaduti a partire dai primi anni Novanta in Cina e negli Stati Uniti ed identifica una accelerazione nello spostamento del terreno entro i primi secondi di 12 grandi terremoti avvenuti tra il 2003 e il 2016. In pratica, se l’accelerazione del terreno, che manifesta precocemente le proprietà meccaniche del sisma, assume certe frequenze caratteristiche (rilevabili, appunto, dal segnale Gps), vi sono ottime probabilità che il terremoto sia particolarmente distruttivo.

We show through analysis of a database of source time functions and near-source displacement records that, after an initiation phase, ruptures of M7 to M9 earthquakes organize into a slip pulse, the kinematic properties of which scale with magnitude. Hence, early in the rupture process—after about 10 s—large and very large earthquakes can be distinguished.

I risultati della ricerca indicano che nei primi secondi dell’evento vi sono differenze identificabili nella frequenza delle oscillazioni delle onde sismiche, il che permette di fare una previsione su come evolverà l’evento. Lo scopo è, ovviamente, quello di migliorare l’accuratezza dei sistemi di allerta precoce (…tutti in attesa del temutissimo “Big One”…), anche se non vi sono applicazioni immediate della tecnologia a sistemi di allerta dato che da informazioni rilevabili solo ad evento già iniziato, ma la scoperta fornisce comunque una risposta fondamentale circa la differenza nell’origine di terremoti piccoli e grandi. Non è nell’evoluzione del processo di rottura la differenza, ma i mega terremoti sono proprio radicalmente diversi, dalla nascita, rispetto a quelli più piccoli.

EarthquakesCharacterization.png

Anche in questo caso, il suono che accompagna la nascita di questi eventi racchiude più informazioni di quante finora ne cogliessimo. Basta restare in ascolto della natura per capire cosa ci accade attorno. Se solo ci fermassimo ad ascoltare…

WU

PS. Ovviamente un cauto ottimismo è d’obbligo:

The challenge is that we’ve found average patterns. Individual earthquakes have their own personality. There can be variability. A magnitude 9 can accelerate at different rates. We have to wait longer to be super sure about what we are seeing.

The First Machine-Generated Research Book

Ci immaginiamo (sostanzialmente perché ci piace farlo…) il mondo conquistato dalle macchine quando ci mettiamo a fare la guerra a cyborg stile Terminator oppure quando un super-codice alla Matrix ci ha ridotto allo stato vegetativo. Sarebbe anche simpaticamente distopico, ma sostanzialmente prima di arrivare ad essere schiavizzati dai computer e robot credo passerà tanta acqua sotto i ponti; anche che sia fluendo proprio in questo momento.

Non per questo non dobbiamo guardarci attorno ed osservare come oggi codici e macchine ci stanno colonizzando ; non tanto per averne paura (o fare qualche Kolossal…), quanto per capire dove ci siamo spinti e dove possiamo spingerci.

Sul fatto della mia posizione prevenuta nei confronti di pubblicazioni peer-reviewed non ne ho mai fatto mistero, sul fatto che oggi un algoritmo è in grado di pubblicare un libro, confesso, non avevo una posizione, ma tutto sommato inizio a pensare che sarebbe un sistema più obiettivo ed imparziale di tanti “luminari”.

Ad ogni modo, la realtà è che oggi (software alla conquista) si può acquistare, edito dalla Sringer (non esattamente la casa che cura le edizioni del giornaletto dell’oratorio) il primo libro generato da un algoritmo.

Lithium-Ion Batteries – A Machine-Generated Summary of Current Research: non esattamente il genere di libro che leggeremmo la sera a letto, ma sicuramente un ambito in cui la ricerca (ed immancabili pubblicazioni) abbondano. Perché non pensare ad un algoritmo che le selezioni, cataloghi e vi scriva su un libro in cui i capitoli (ovviamente di senso compiuto!) sono estratti degli articoli che sono propriamente citati e linkati?

Springer Nature published its first machine-generated book, compiled using an algorithm developed by researchers from Goethe University. This collaboration broke new ground with the first machine-generated book to be published by a scholarly publisher.

The book offers an overview of new research publications on lithium-ion batteries – a structured, automatically generated summary of a large number of current research articles. It gives researchers an overview of the latest research in this rapidly growing field, allowing them to manage the information efficiently.

Il LIBRO offre una panoramica delle ultime ricerche nel campo (si, in questo caso parliamo di batterie agli ioni di litio, ma cosa ci limita?) ed è rivolto ad una platea che vuole avere un sistema efficiente e completo per capire cosa si sta facendo. Pochi fronzoli, referenze e molta sostanza… perfetto per un algoritmo-editore (… e mi immagino anche economicamente vantaggioso per la casa editrice stessa…).

Non è un manuale, ne una raccolta di articoli, non è un mattone tecnico o una descrizione antologica delle batteria agli ioni di lito, ma si tratta di una pubblicazione a tutti gli effetti esattamente come quelle che abbondano con editor, guest editor, lead editor, bla bla bla… Dalla intro del libro:

Advances in technology around Natural Language Processing and Machine Learning have brought us to the point of being able to publish automatically generated meaningful research text.

We have seen the rise of automated text generation in popular fiction (with quite diverse and fascinating results), automated journalism such as in sports, stock market reports or auto-produced weather forecast (data-to-text), automated medical reviews and not to forget the remarkable progress in dialog systems (chat bots, smart speakers).

As far as it concerns scholarly publishing, many attempts in this area up to now have had a negative perception, and the outcome has fallen short of expectations. Often such texts have been however quite successful in demonstrating flaws in the scientific reviewing processes, clearly serving as an important corrective.

L’algoritmo è il risultato di una stretta collaborazione fra editori scientifici linguisti ed informatici, e già questo potrebbe essere un successo. Ma vedere cosa siamo oggi in grado di fare con un buon software (oltre, ovviamente, a farci accapponare la pelle) non può che aprirci gli occhi su quanto imparziali siamo noi in tante, troppe mansioni.

“While research articles and books written by researchers and authors will continue to play a crucial role in scientific publishing, we foresee many different content types in academic publishing in the future: from yet entirely human-created content creation to a variety of blended man-machine text generation to entirely machine-generated text. This prototype is a first important milestone we reached, and it will hopefully also initiate a public debate on the opportunities, implications, challenges and potential risks of machine-generated content in scholarly publishing.”

WU

PS. Qui il pdf (per vostra goduria). Leggendone pezzi a caso mi pare anche scritto meglio di tanti articoli che mi passano davanti gli occhi…