Un linguaggio, sei funzioni

Il linguaggio serve a qualcosa. No, no, intendo proprio letteralmente. Il linguaggio ha delle funzioni (che io, ovviamente, non conoscevo) che vanno ben oltre la generica e semplice “comunicazione” (… ammesso che oggi, in tantissime situazioni, si usi ancora per quello e non solo per pubblicizzarsi, ostentare, imporre, mentire, etc., ma lasciamo da parte la polemica).

Esiste un “modello matematico della comunicazione” (a me la “matematicazione” delle scienze umanistiche mi pare sempre un abominio, ma tantè…) di Shannon e Weaver in cui si definisce che ogni atto di comunicazione coinvolga sei variabili:

  • il codice,
  • il messaggio,
  • l’emittente,
  • il ricevente,
  • il canale,
  • contesto.

Il messaggio su cui si basa una certa comunicazione può allora essere caratterizzato sulla base di queste variabili, ed in particolare sulla base di quella predominante. Ne consegue che in corrispondenza di ciascuna di queste variabili viene definita una specifica funzione del linguaggio (almeno secondo il modello proposto da un tal Jakobson, nel 1958, a conclusione di un congresso sullo stile tenutosi presso l’università dell’Indiana):

  • Funzione emotiva: (quando si fa attenzione al mittente); consiste nel centrare il messaggio sugli stati d’animo, atteggiamenti, emozioni, etc. del mittente. Tipicamente fa uso di verbi in prima persona e pronomi personali. Si usa spesso nelle narrazioni in cui il protagonista coincide con l’io-narrante. Si usa per “parlare di se” (es. sono stanco, come mi piace stare qui).
  • Funzione fàtica: (quando si fa attenzione al canale); consiste in una comunicazione che fa attenzione al canale tramite il quale si sviluppa la comunicazione (etimo del termine dal latino fari = parlare/pronunciare). Lo scopo è infatti quello di stabilire, mantenere, verificare o interrompere la comunicazione. Praticamente quando rispondete al telefono e dite “pronto?” o provate il microfono “un, due, prova” (o nelle quotidiane call quando parlo per un po’ da solo e poi mi lancio in “mi sentite?”). Nel linguaggio striminzito delle chat è molto comune (e.g. capito?), ma difficilmente è la sola funzione di un testo/racconto; si affianca spesso ad altre. Ah, qui dentro ci mettete anche tutti quegli (IMHO odiosissimi) intercalari che usiamo per far capire che stiamo seguendo il discorso: ehm, già, mm-mm, etc.
  • Funzione conativa: (quando si fa attenzione al destinatario); la comunicazione è incentrata sul destinatario e mira ad ottenere una sua risposta (possibilmente adesione) di pensiero o di azione. Si caratterizza per il modo imperativo, i pronomi personali alla seconda persona ed il punto interrogativo. E’ praticamente la funzione base di preghiere, suppliche, ordini, consigli, ma anche atti, decreti, leggi, etc. Il suo utilizzo più comune rimane comunque quello pubblicitario (in cui si cerca appunto di convincere l’ascoltatore nell’acquisto di un prodotto), anche se in questo caso metodi troppo espliciti sortiscono l’effetto contrario (voi vi comprereste un prodotto pubblicizzato con “compra subito questo!”?) e quindi la funzione conativa principale è spesso occultata da altre funzioni, più evidenti, ma anche più superficiali.
  • Funzione poetica: (quando si fa attenzione al messaggio); il messaggio incentrato su se stesso. La comunicazione poetica è quella che valorizza la lingua stessa; si tratta di messaggi spesso pesanti, complessi, ma anche ornati e ricchi di figure retoriche. Nel linguaggio verbale si utilizzano parole ricercate o con foniche particolari; lo scopo è suscitare emozioni tramite il messaggio stesso prima che tramite il suo contenuto (e.g., proprio da Jakobson, “I like Ike”, uno slogan usato per le elezioni presidenziali del candidato Eisenhower negli anni cinquanta in USA). Un messaggio di questo genere richiede spesso di essere “decodificato” prima di arrivare al vero messaggio della comunicazione. E’ una funziona egregia per “nasconderne” altre, come nel caso della pubblicità per la funzione conativa.
  • Funzione metalinguistica: (quando si fa attenzione al codice) il messaggio si incentra sul codice del linguaggio condiviso fra mittente e destinatario. Praticamente l’attenzione va sulla grammatica, sulla struttura della lingua, per essere certi di “parlare la stessa lingua”. Le parole hanno un senso che va condiviso, e.g. “cosa vuoi dire?”. Ovviamente in ogni messaggio è sottinteso un codice che si assume noto agli interlocutori; in tal senso anche “locuzioni standard” hanno questa funzione (e.g. l’incipit delle fiabe con “c’era una volta”).
  • Funzione referenziale: (quando si fa attenzione al contesto); consiste nel riferimento al contesto spazio-temporale in cui avviene la comunicazione o il suo oggetto. Mi pare quella più “carica di significato”, quella che “presuppone”, quella che “lascia intendere”. E finalmente, la prossima volta che qualcuno mi dice che non si capiva esattamente il senso di quello che dicevo, posso fare appello al contesto come variabile del modello matematico della comunicazione!

Ovviamente in generale nella comunicazione sono sempre presenti tutte e sei queste funzioni (e le variabili associate), ma a seconda del tipo di comunicazione una (o comunque poche) sono quelle che risaltano.

So già che non ci presterò attenzione per più di qualche giorno, ma sono in fondo affascinato dal fatto di poter analizzare le mie frasi su questa base… chissà, magari mi si schiariscono anche le idee.

WU

La matematica della spazzatura

C’è un detto, credo tipico di qualche nerd-programmatore, che recita “garbage-in, garbage-out”. Il senso è più o meno “le macchine/codici/algoritmi/etc. sono alquanto stupidi, macino degli input per dare un output se l’input non vale nulla… vien da se il valore dell’output”.

Possiamo anche fare un ulteriore passo (in questo delirio); credo possiamo concordare facilmente sul fatto che anche se una parte degli input è valida (affidabile, coerente, di buon livello, etc) e solo una piccola parte è “garbage” il risultato sarà… garbage (questo mi ricorda un po’ la legge “del cucchiaino di merda” che renda merda qualunque cosa a cui venga aggiunto per quanto piccola la quantità di merda possa essere).

Esiste, dunque una vera e propria “garbage math” (e, scusate se torno sul punto, ma i grafici covid di questo periodo sembrano abbondarne) che ci ricorda l’evoluzione della robaccia che fatta macinare ad un algoritmo, ancorché assieme a “precise numbers” risulta in… tanta tanta tanta spazzatura (o merda, certo).

Questo Randall enumera, nel solito egregiamente nerd-ironico modo, il ruolo del garbage nella matematica, forse la più grande invenzione a riguardo dopo lo zero!

GarbageMath

Ora mi chiedo, ma non è che esiste una legge di conservazione del garbage? Una specie di “integrale primo” che si conserva (quasi) qualunque cosa accada, ovvero: (quasi) qualunque massaggio facciamo al garbage alla fine produciamo più garbage oppure no? Beh, temo che il garbage possa aumentare a dismisura ed incontrollatamente. Al limite può essere usato (un po’ alla stregua di una “entalpia della nostra ignoranza”) per determinare la direzione nella quale evolviamo le nostre elucubrazioni per ricostruire l’evoluzione temporale dal “seme di merda” al grafico/conto/statistica/risultato.

Legge utilissima per dimostrare sempre ed incondizionatamente quello che ci serve. Basta aggiungere un po’ di garbage ad un insieme di input validi in un qualunque algoritmo/automa/etc. ed evolverlo secondo il set di operazioni più opportuno per poter così raggiungere il livello di garbage (che non può mai essere nullo – corollario WU) desiderato… e con esso il risultato cercato.

Provare per credere 🙂

WU

PS. La matematica della spazzatura e non la spazzatura della matematica.

Celle lunari

… una di quelle notizie che mi colpiscono ancor prima che per il loro “rilievo ecologico” per il fatto che chi ci sa fare ha dato vita a qualcosa che ho elucubrato più e più volte in insonni nottate. Ma la differenza fra chi pensa e chi fa sta esattamente nella capacità. Ad ogni modo, divagazioni personali a parte, c’è questa notizia di questi giorni che mi fa veramente molto ben sperare (ed in questo periodo storico ne abbiamo certamente bisogno…).

I pannelli solari, dalla loro invenzione e come il nome stesso ci dice inequivocabilmente, per funzionare hanno bisogno del sole. E da qui non si sfugge. Ma… fortunosamente c’è un ma…

Un team di ricerca californiano ha recentemente pensato e realizzato un tipo di celle “lunari” in grado di produrre fino a 50 W/m2 anche durante le ore di buio. Una di quelle invenzioni, IMHO, da portata mondiale.

In realtà non è grazie alla luce della luna che tali celle producono energia, bensì sfruttando il calore radiato dai corpi circostanti (calore, casomai servisse dirlo, che in ultima analisi proviene come tutta l’energia che sfruttiamo dal nostro Sole).

Il principio di funzionamento è molto simile ad una classica cella solare se non che le celle “notturne” sarebbero composte da “fotovoltaico termoradiativo”, praticamente un ibrido fra una cella termoradiativa ad una tradizionale cella fotovoltaica. In parole povere si accoppia il normale comportamento diurno delle celle ad un sistema che sfrutta il raffreddamento dei corpi… che continua anche in assenza di Sole.

CelleLunari

Ah, la nostra stessa Terra, riscaldatasi durante il giorno, tutte le notti riemette nello spazio una buona quantità di calore che queste celle sono, in parte, in grado di convertire in energia. Il tutto spiegato con dovizia di particolari (si, per il momento siamo al livello “peer-reviewd paper”… senza voler sminuire) in Nighttime Photovoltaic Cells: Electrical Power Generation by Optically Coupling with Deep Space. Affascinante! Intelligente!

“A regular solar cell generates power by absorbing sunlight, which causes a voltage to appear across the device and for current to flow. In these new devices, light is instead emitted and the current and voltage go in the opposite direction, but you still generate power,” Munday said. “You have to use different materials, but the physics is the same.”

Se durante il giorno una di queste celle (come una normale celle fotovoltaica) è in grado di produrre circa 200 W/m2, durante la notte il rendimento scenderebbe a circa 50 W/m2; certamente meno, ma ancora più certamente molto meglio di nulla. Tali celle, inoltre, potrebbero essere operate anche in regioni con prolungati periodi di buio o con condizioni meteo particolarmente avverse in cui il Sole non brilla propriamente in cielo costantemente. Praticamente un funzionamento h24 per una energia rinnovabile tradizionalmente legata al ciclo giorno-notte.

Il gruppo di ricerca sta passando dal concetto ai primi prototipi fisici e come sempre ora la sfida è nell’industrializzazione e nell’ingresso sul mercato (checche se ne dica non propriamente aperto a questo genere di invenzioni “energy-saving”).

WU

X17, ci sei?

Ufficialmente, finora, al meglio delle nostre conoscenze, per quel che ci abbiamo capito, a seguito di millenni di studi ed osservazioni… nel nostro universo sono riconosciute esistere quattro forze fondamentali: la gravità, l’elettromagnetismo, interazione nucleare forte e debole.

Ma già da un po’ c’è qualcosa che non quadra (e non sto parlando della teoria del tutto o dei tentativi di unificare elettromagnetismo ed attrazione nucleare debole)…

Prendiamo un isotopo berillio-8 (che immagino tutti abbiamo nel cassetto), diamogli un po’ di fastidio (eccitiamolo, in gergo) e questo si porta ad uno stadio eccitato dal quale decade emettendo un po’ di luce. Fin qui nulla di troppo eccitante (a meno che non vi piaccia flipparvi – tipo il sottoscritto senza capirci letteralmente un’accidente – su qualche immagine di particle acceleration collision). Se non fosse che quando questa emissione luminosa diventa sufficientemente energetica (ovvero abbiamo eccitato ben bene in nostro berillio-8) si trasforma in un elettrone e un positrone che tendono ad allontanarsi l’uno dall’altro rimpicciolendo.

Ora, dato che partiamo sempre dall’ipotesi che l’energia si conservi, un aumento dell’energia legata alla luce prodotta da queste due particelle, l’angolo fra le due traiettorie con cui le particelle si allontanano dovrebbe diminuire. E questo, ovviamente, non accade (anzi, per la precisione, pare che l’angolo tenda ad assestarsi attorno ai 140 gradi).

La cosa non è passata inosservata ed anni di studi e misurazioni sono confluiti nelle ultime pubblicazioni che tentano di spiegare il fenomeno grazie all’esistenza di una nuova particella, e con essa di una nuova forza fondamentale.

Potremmo (il condizionale è forse anche poco cautelativo) essere dinanzi ad un nuovo bosone (una particella che ha come scopo nella vita quello di trasmettere una forza) non legato alle quattro forze già conosciute. La massa stimata di questo elusivo bosone sarebbe circa 34 volte quella dell’elettrone (quindi attorno ai 17 MeV) e la sua vita sarebbe meno di un trilionesimo di secondo… Signori e signori ecco a voi la carta di identità di X17. Solo che non lo abbiamo ancora visto.

La massa del bosone sembra essere fuori dai normali intervalli conosciuti e per questo si sta ipotizzando di trovarci di fronte una nuova forza fondamentale. Ipotesi per il momento. Affascinanti ipotesi… e tante cose ancora non spiegate che fanno sempre più intuire che al nostro modello standard manchi, quantomeno, qualche pezzetto.

Le pubblicazioni che descrivono l’anomalia, le prove e le teorie fatte sono al momento in peer-review (… e non vorrei essere nei panni del revisore), anche se bisogna dire che le recenti collaborazioni volte a scovare X17 non stanno dando i risultati sperati (ed aspettiamo LHCb.):

The NA64 collaboration searches for X17 by firing a beam of tens of billions of electrons from the Super Proton Synchrotron accelerator onto a fixed target. If X17 did exist, the interactions between the electrons and nuclei in the target would sometimes produce this particle, which would then transform into an electron–positron pair. The collaboration has so far found no indication that such events took place, but its datasets allowed them to exclude part of the possible values for the strength of the interaction between X17 and an electron.

WU

PS. Per la cronaca: il bosone starebbe benissimo anche per spiegare l’anomalia muonica g-2 ed ovviamente una quinta forza fondamentale potrebbe essere una manna dal cielo per capire di cosa stiamo parlando quando diciamo materia oscura…

Lb-1 grosso, nero e sbagliato

Ha una massa 70 volte maggiore quella del nostro Sole, è situato a circa 15 mila anni luce dalla Terra… e non dovrebbe esistere. E’ un errore, della natura, ovviamente.

Stiamo parlando di un mostro cosmico spettacolare, un buco nero stellare (tecnicamente stelle massicce che collassano sotto la loro stessa gravità) dal peso record. Una sorta di eccezione, o meglio una rivoluzione delle nostre teorie riguardanti questi corpi celesti. Infatti secondo i “nostri calcoli” Lb-1 semplicemente non dovrebbe esistere (eppure è enormemente li!).

La nostra sola Via Lattea dovrebbe (sempre secondo i modelli che stiamo, in parte, mettendo in discussione con la scoperta di Lb-1) contenere 100.000.000 di buchi neri con una massa massima di una ventina di volte quella del nostro sole.

Un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio astronomico nazionale cinese ha invece notato Lb-1… ed è nella nostra galassia! Secondo i nostri modelli solitamente una stella a fine vita espelle gran parte della sua massa come parte dei potenti venti stellari. Quello che rimane indietro e che eventualmente collassa in un buco nero non potrebbe essere quindi così massiccio come Lb-1… E non di poco: il mostro nero in questione è circa il doppio del massimo teorico che ci aspettavamo di trovare. Ora si che ci deve (lui, ovviamente) delle spiegazioni!

La scoperta, inoltre, è di per se sconcertante: buchi neri di enormi dimensioni esistono anche nella nostra galassia! (no, non ci stanno per fagocitare) Cosa fin’ora non scontata (e che, divago, assieme alla conferma delle onde gravitazionali -che per essere generate in entità da noi individuabile devono aver richiesto il collasso di buchi neri ben più grandi di quelli che sappiamo teorizzare- contribuirà a farci capire passato, presente e futuro del nostro universo). Finora, inoltre, buchi nero stellari (che non emettono, ovviamente, luce) potevano essere scoperti solo mediante l’emissione a raggi X dei gas che fagocitavano, tipicamente cannibalizzando qualche stella compagna.

Non tutti i buchi neri però sono così impegnati a banchettare (e quindi ad emettere raggi X che li rendono visibili dai nostri “occhi”) anzi, la stragrande maggioranza dei buchi neri stellari rimane nascosta e taciturna. Il team di ricerca, per superare questo “problemino” si è affidato ad una tecnica assolutamente diversa: Lamost è un telescopio spettroscopico a fibre ottiche in grado di osservare stelle in orbita intorno a un oggetto invisibile, semplicemente attirate dalla sua gravità. L’unico aspetto che un buco nero non sa nascondere. La tecnica usata ha una percentuale di successo molto ristretta, solo una stella su un milione può essere tipicamente scovata nella sua orbita intorno a un buco nero. Nella scoperta di Lb-1 c’è stata anche una bella dose di “fortuna” (serendipity, magari).

Dopo Lamost gli altri grandi telescopi mondiali sono stati puntati sulla stalla in questione: una stella otto volte più pesante del Sole in orbita attorno a “qualcosa” … la massa stimata di questo “qualcosa” è appunto 70 volte quella del nostro Sole.

Ecco a voi Lb-1, sufficientemente grossa da mettere in crisi il nostro ego.

WU

La costante che cambiava

Ci sono costanti che stanno ferme ed altre “costanti” che abbiamo bisogno di definire tali per tenere in piedi la nostra migliore modellazione dell’universo che ci circonda, ma che di star ferme non ne vogliono proprio sapere. Il che, a complicare le cose, non vuol dire però che siano quantità variabili.

La costante di Hubble è quel numero che ci dice a che velocità l’universo si sta espandendo, la distanza fra le galassie e non ultimo proprio l’età del cosmo. La costante di Hubble è quel valore che lega lo spostamento verso il rosso (redshift) della luce delle galassie e la loro distanza: maggiore la distanza di una data galassia, maggiore il suo spostamento verso il rosso.

In soldoni la costante di Hubble di da una relazione lineare fra velocità e distanza delle galassie (fra l’altro confermando il principio cosmologico che l’universo sia isotropo ed omogeneo su larga scala). Storicamente è stata la scoperta che ha spazzato via, in un sol colpo, tutti i modelli statici di universo (come erroneamente previsto da Einstein) e fatto strada ai modelli dinamici, incluso quello del Big Bang oggi largamente accettato.

La costante di Hubble è si costante nello spazio (ovunque guardiamo nell’universo), ma non nel tempo! Il che spiegherebbe anche perché tale “costante” presenta valori diversi se la si misura con strumenti diversi. Nel cosmo, infatti, il dove è molto parente del quando e puntando strumenti su oggetti molto lontani vuol dire guardare tanto indietro nel tempo…

Secondo le ultime osservazioni/studi/analisi oggi il valore della costante di Hubble è 76,8 chilometri al secondo per megaparsec ((km/s)/Mpc). Puntando ad oggetti diversi, più lontani nello spazio e nel tempo, il valore rilevato era invece 71,9 (km/s)/Mpc ed ancora, il valore della costante calcolato partendo dalla radiazione cosmica di fondo (ancora più indietro nel tempo) era di 67,4 (km/s)/Mpc.

La variazione del valore della costante è da attribuirsi alla forza di gravità che tenderebbe a far rallentare l’espansione dell’universo e la “misteriosa” energia oscura (che è alla base della costante cosmologiche gioia-e-dolore di Einstein) che invece tende a farla aumentare.

Possiamo fare anche un passetto ulteriore. Se la costante di Hubble mi dice in qualche modo la velocità alla quale si sta espandendo l’universo, la distanza di Hubble può essere definita come la distanza massima alla quale posso guardare considerando la velocità di espansione (e sempre assumendo costante la velocità della luce). Tale distanza è la distanza massima dall’osservatore oltre la quale leggi fisiche, spazio e tempo perdono significato. Guardare oltre non significa più nulla (e non è oggi tecnicamente possibile).

La distanza di Hubble “stimata” e “costante” è di 16.000.000.000 di anni luce.

WU

PS. Quando diciamo che l’età dell’universo è 13.82 miliardi di anni (solo?) assumiamo il valore della costante determinato dalla missione WMAP (71,0±2,5 (km/s)/Mpc).

Nudging

Una spintarella, un pungolo, un incitamento gentile. Non un annuncio plateale, non una imposizione, non un divieto. Un modo di invogliare le persone (una folla o un singolo) a fare qualcosa senza essere troppo perentori, ma guidando in qualche modo la scelta, magari semplicemente cambiando il modo in cui una domanda viene posta, una opzione pubblicizzata oppure un divieto espresso. Un prenderci per i fondelli in maniera garbata (ma finché funziona sulla psiche umana non ho da obiettare).

La premessa psicologica è che ogni nostra scelta avviene in un contesto. Il conteso è il contorno, il nostro modo di interpretarlo una bias inconscio. Scegliamo spesso (beh, diciamo quando ci sentiamo veramente liberi di farlo) l’opzione con meno rischi, magari quella scelta dai più, magari quella che rafforza nostre profonde convinzioni. Un canale del genere può essere prontamente sfruttato (marketing, ma a che politica, ahimè)… o utilizzato (economia o psicologia).

Non è un caso se le caramelle stanno alle casse prima di uscire dal supermercato, non è un caso se i prodotti in offerta stanno nella corsia centrale. Non è casuale la disposizione dei libri nelle librerie. Negli orinatoi maschili è stata disegnata una mosca per “invogliare” a centrare il vaso. Questo studio ha provato semplicemente a raddoppiare le opzioni vegetariane in un menù della mensa per verificare come i giovani fossero in qualche modo “invogliati” a consumare meno carne… eppure nessuno glielo aveva detto, nemmeno di esser parte di un esperimento. E la lista potrebbe essere ancora lunga…

NudgingExamples.png

L’approccio del silenzio-assenso è un po’ una estremizzazione del nudging: se non fai/dici nulla assumo che tu sia d’accordo. In molti paesi europei è stata utilizzato questo approccio per la donazione degli organi; “magicamente” la percentuale di donatori è aumentata considerevolmente soprattutto rispetto a quei paesi in cui devi esplicitamente dire se sei donatore. In Italia, abbiamo fatto una via di mezzo, un nudging un po’ più gentile: devi comunque dichiarare esplicitamente il tuo status di donatore, ma gli addetti comunali sono obbligati a ricordartelo in sede di rinnovo della carta di identità. Ti invoglio semplicemente sfruttando l’occasione che tu sia già qui per altro. Risultato: adesioni alla donazione degli organi quasi raddoppiate.

Con un po’ di “sano” (e quale è il confine?) nudging, è possibile alterare il comportamento delle persone per indirizzarle verso una scelta desiderata. Facendo leva su percorsi mentali inconsci e precostituiti, routine, abitudini, andiamo ad influire gentilmente su alcune decisioni “da fuori” impedendo, se possibile, una valutazione accurata ed obiettiva delle alternative a disposizione.

Poi ci sono gli estremi (cosa che guardo sempre con timore): le scelte di proposito controcorrente, magari per sperare di affermare la nostra libertà o individualità oppure le scelte che vediamo come forzate e quindi non vi dedichiamo alcun genere di riflessione.

Aggiungo anche che forse il solo nudging, dato che si basa pesantemente sull’indole e sul “libero arbitrio” (o la cosa ad esso più prossima) dell’individuo, può non essere bastevole a cambiare comportamenti ed abitudini consolidate. Ogni cambiamento richiede sforzo e lavoro, non sono certo che il nudging sia da solo sufficiente a farci vincere la nostra innata pigrizia (e dare il giusto valore alle scelte che stiamo facendo!).

WU

PS. Un approccio che non so fare un granché bene, ma sul quale credo valga decisamente la pena lavorare.

Devo anche confessare che quando ci penso un pochino mi sento osservato, comandato, controllato, quasi usato… un po’ inquietante.

Mesmerismo – il magnetismo animale

Il nostro corpo funziona basandosi anche sui diversi fluidi che in esso scorrono (e fin qui anche un WU qualunque non avrebbe da obiettare). Fra questi ve ne è uno (…attenzione attenzione) in particolare che ne regola il corretto funzionamento.

Il fluido in questione è una sorta di fluido magnetico (maccheccazzo, si può dire?!) il cui blocco o in generale difficoltà di scorrimento genera malattie e disfunzioni. Tale fluido deve essere sempre in armonia con quello universale (ora sparo col mitra allo schermo…) ed ha caratteristiche molto affini a quelle delle calamite.

Stiamo parlando di quello che è a tutti gli effetti (la cazzata del) “magnetismo animale“. Ma attenzione, il parallelismo con le calamite serve solo come paragone per chiarire la natura magnetica di questo fluido; il fluido in questione è una cosa completamente diversa. Ah, ora si…

La natura magnetica del (fanta)-fluido può comunque esser sfruttata per curarlo e liberarlo. Mediante l’applicazione di una serie di calamite in parti chiave del corpo, infatti, il fluido poteva essere sbloccato e fluidificato. Questo almeno nelle prime rudimentali cure del magnetismo animale; in seguito si realizzò (embbè…) che il fluido era molto più condizionato dallo stesso fluido presente negli altri corpi umani… da cui una ulteriore conferma della “natura animale” del fluido e del suo magnetismo.

Stiamo parlando di una pseudoteoria, in realtà molto diffusa, che prese piede alla fine del settecento grazie al “medico” tedesco Franz Anton Mesmer. Inutile dire che non appena un comitato scientifico si fece carico di verificare/smentire queste teorie le basi “scientifiche” si vaporizzarono all’istante e le teorie stesse furono accantonate. Ma (e non poteva non esserci un ma…) gettarono le basi per l’ipnosi, la pranoterapia, il sonno magnetico e tutte quelle pseudo-scienze (e pratiche della cultura popolare, oltre che trame per racconti fantastici) che faranno pure bene (non lo metto assolutamente in dubbio, se non altro ci rilassano…), ma non le definirei assolutamente come curative.

WU

PS. Questo lo metterei nella serie: “se oggi siamo così potevamo aspettarcelo”. L’uomo ha da sempre (ed oserei un per sempre) avuto una innata, insana, passione per le bufale (o come le volete chiamare). Niente, ci aiutano a sognare, a stare meglio, in qualche strano modo.

PPSS. Ci starebbe bene una “audio-citazione” di Raf, ma sinceramente mi rifiuto…

Qbit, Tempo e tante Chiacchiere

Tanto l’avrete letto anche voi; ieri era su quasi tutti i quotidiani: gli scienziati hanno invertito la direzione del tempo.

Team russo, computer quantistico, esperimento fatto a livello microscopico, stato artificiale creato in maniera da evolvere in direzione opposta alle leggi della termodinamica sono forse alcune delle parole che i più arditi si sono spinti a leggere.

In breve, la direzione del tempo è data dal SECONDO principio della termodinamica che dice che l’entropia (il caos, in parole volgari) di un sistema tende ad aumentare. Una tazzina che cade si rompe, i suoi cocci sono meno ordinati della tazzina intera, se ci fanno vedere il disastro filmato in reverse mode ce ne accorgiamo subito. Questa è roba da libri di scuola (… che forse se si inspirassero al “flusso canalizzatore” avrebbero più copie vendute…).

Quando però entriamo nel mondo della meccanica quantistica le cose non sono così ovvie. Entra in gioco la probabilità ed il fatto che la tazzina si ricomponga e risalga nelle nostre mani non è teoricamente impossibile, ma solo altamente improbabile. A livello microscopico, invece, è possibile che la freccia del tempo sia reversibile e che proceda sia in un senso e in quello contrario.

Questa possibilità era stata già teorizzata nei primi anni novanta da Ilya Prigogine, (poi premio Nobel per la chimica nel 1977 proprio per le sue teorie sulla termodinamica applicata a sistemi complessi), e si pensava possibile solo a livello microscopico (…la polemica la faccio dopo, ma già questo quanto -è proprio il caso di dirlo- di informazione non mi pare sia stato detto negli articoli sensazionalistici circa l’esperimento).

L’esperimento in oggetto ha utilizzato un computer quantistico per analizzare la posizione di un elettrone. Prima l’elettrone è stato fatto passare da una fase in cui era precisamente (beh, più o meno a causa del principio di indeterminazione) localizzato ad una in cui il sistema era nettamente più caotico ed il nostro elettrone non era più facilmente individuabile. In un secondo tempo, grazie a un algoritmo (che è il vero cuore dell’esperimento), è stato compiuto il percorso inverso: l’elettrone dal sistema caotica è tornato a essere localizzato. Come se avessimo rivisto la nostra tazzina ricomporsi e “gridato” all’inversione del tempo.

E’ tutto bellissimo e certamente un esperimento degno di nota. La cosa che mi lascia però molta tristezza è che se non si fossero usati titoli sensazionalistici circa l’inversione delle freccia del tempo nessuno avrebbe neanche aperto una pagina circa l’esperimento in questione. Ovvero, anche nel campo della ricerca scientifica (che un tempo era quel settore in cui i risultati andavano comunicati nella maniera più chiara, nitida, breve, anche brutale se volete possibile) si è iniziato ad usare una sorta di sistema “click biting” per farsi pubblicità.

Se grazie a questa “pubblicità” ci siamo convinti che possiamo viaggiare nel tempo, i “divulgatori” hanno fatto il loro lavoro, ma la verità è che il tempo continua ad evolvere come lo abbiamo sempre conosciuto e solo l’elettrone (con tutti i se ed i ma del caso… i qubit tornavano al loro stato iniziale nel 85% dei casi quando erano due e nel 50% quando erano tre… ma questo è un dettaglio da trafiletto, no?!) è “tornato indietro”. Detto così sono certo non avrebbe avuto tutto il clamore che gli è stato riservato un po’ ovunque.

Sarà stata anche una grande pubblicità, ma IMHO il valore scientifico dell’esperimento è stato un po’ offuscato da tutto questo sensazionalismo (… che spero non abbia anche ingenerato errate percezioni da chi legge solo titoli o le prime righe di articoli semi-seri).

WU

Errori su errori

“Ogni misura sperimentale è affetta da un certo grado di incertezza”, ci insegnavano sui banchi di scuola. Ogni scelta, ogni decisione, ogni seppur vaga posizione che assumiamo nei confronti delle situazioni nelle quali ci troviamo a vivere è affetta da un certo grado di incertezza. Questo non ce (almeno a me) lo hanno detto a scuola.

La conseguenza dell’incertezza è un errore nella misura. Errore che deve essere correttamente propagato, di lettura in lettura, onde evitare di portare a casa risultati non voluti (ve li ricordate i neutrini più veloci della luce? … propagazione di errori sperimentali sistematici). Propagazione dell’errore che però dobbiamo (beh… dovremmo) imparare a fare anche nella vita di tutti i giorni. Sarebbe bello sapere cosa succederà domani ad un errore (o imprecisione) di una scelta oggi.

Qual modo migliore per rispondere a tale domanda se non usare “l’approccio alla Randall” (qui)? Relativamente semplice: quando non so come propagare correttamente un errore semplicemente applico una “error bar” (un intervallo di incertezza della misura) ad ogni mio dato sperimentale. Diciamola più semplicemente: per ogni scelta (imperfetta per definizione) che faccio applico agli estremi delle situazioni che si possono verificare margini di sicurezza.

ErrorBars.png

Ancora più semplice? Ogni volta che ho un dubbio aggiungo ulteriori dubbi. L’approccio è (credo) più che umano, ma la naturale conseguenza è che si tende ad affastellare errori su errori. A meno di non essere nel centro della error bar (ovvero, di aver per qualche arcano motivo azzeccato la scelta) ogni errore si propaga all’infinito.

La cosa positiva è che l’incertezza (almeno in teoria, ma in fondo credo che salvo rari casi valga anche nella pratica) tende a diminuire con il propagarsi dell’errore, anche se questo credo sia più che altro un effetto curativo dello scorrere del tempo.

In breve: errare è umano, saper come gestire/propagare un errore è matematica. Assumendo che non siamo tutti grandi matematici direi che ogni errore è destinato a propagarsi dando luogo ad altri errori. Ora, se invece di chiamarli errori li chiamiamo scelte abbiamo semplicemente confermato che il futuro dipende (o ci sembra che dipenda, ma in fondo nel nostro piccolo è uguale) in qualche modo dall’esito delle nostre scelte (o errori).

WU