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Fantapolitica

Correva l’anno 1985 e lungo la passeggiata che costeggia il lago di Ginevra vi sono due vecchietti che passeggiano e conducono amabili discussioni nella tiepida luce del pomeriggio.

All’improvviso, fuori da qualunque contesto, uno dei due dice all’altro: “Cosa faresti se venissimo attaccati da qualcuno dallo spazio profondo? Ci aiutereste?”.
L’altro rispose senza esitare: “Senza alcun dubbio”.
Il primo ribatté: “Anche noi”.

La discussione tornò subito su temi più generici e pratici e praticamente nessuno (a meno dei due fedeli interpreti che accompagnavano sempre i due vecchietti) ne seppe nulla fino al 2009.

In questi 24 anni molte cose cambiarono e la storia dei due vecchietti (e con essa di gran parte del globo) è andata avanti fra guerre e dissidi, ma senza mai far ricorso all’atto pratico a quelle parole.

I due vecchietti erano Reagan e Gorbachev.

Stiamo parlando di una discussione informale e segreta che li vedeva alleati nel caso di invasione da parte di una qualche super-mega-potenza aliena. Entrambi si dichiaravano (che sia poi stato vero o meno non ci è dato saperlo e verificarlo) alleati.

Anche se all’atto pratico la cosa non è mai servita, la minaccia di un attacco del genere e la conferma della preoccupazione dei due leader in queste poche parole è stata sicuramente un catalizzatore per spegnere pian piano il fervore della guerra fredda.

Come dire, un caso in cui una minaccia di forza maggiore tende a far alleare (beh… ora non esageriamo) i nemici per fronteggiarla.

Oggi avrei molti dubbi che discorsi del genere (… e la parola che davano leader di quella portata non aveva certo lo stesso valore di una qualche dichiarazione su facebook di uno dei nostri social-politici) se ne facciano, soprattutto ad alti livelli.

Faccio però fatica ad immaginare un futuro in cui i leader delle nostre superpotenze si trovano ad imbracciare fianco a fianco le armi per combattere il cattivissimo invasore alieno… chissà se ancora oggi diamo a tale sfida la stessa importanza che davamo allora.

Sarà perché ci siamo abituati all’idea, perché abbiamo filmografato a riguardo a sufficienza, perché ci stiamo inconsciamente convincendo che non può succedere, perché abbiamo cose più terrene a cui credere, ho l’impressione che il mostro invasore di altri mondi faccia un po’ meno paura (o non ne fa proprio più?).

Ed ecco che abbiamo magicamente perso (semplicemente perdendo un po’ della nostra infantile credulità) un altro ottimo catalizzatore per spegnere qualche guerra 4.0 che si svolge oggi con dazi, embarghi, traffici illeciti, deep web e cose simili.

Alieno, non mi fai paura abbastanza! Mi tengo le mie guerre!

WU

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Asfalta il nero!

Uno dei miei santi ed inamovibili principi per affrontare la mia quotidianità è che ognuno fa un po’ quello che vuole, ma, a meno che non intralci la mia libertà, sono libero di ignorarlo.

Il caso specifico fa sicuramente parte della classe delle cose che ignoro deliberatamente. Oltre che per motivi ideologici anche proprio per l’interesse (o il disinteresse) che mi ingenerano. Tuttavia, mi sono scoperto a ripensare alla faccenda e non mi sono ignorato (violando, su me stesso, il mio presupposto iniziale).

E’ apparsa (e, pare prontamente rimossa) sull’App Store (che già di per se non frequento) una app “fantastica” e tutta “made in Italy”. Ora la descrivo brevemente, ma già il nome, Ruspadania, mi avrebbe fatto stare attentamente alla larga dall’applicazione.

Ruspadania.png

Trattasi di un giochino stile anni 80 in cui si è alla guida di una ruspa (scelta evidentemente non casuale) che ha lo scopo di schiacciare quanti più migranti (identificati proprio come tali) possibile. Alla guida del mezzo si devono smaciullare i NNeri personaggini che si palesano dinanzi.

Di per se è un giochino un po’ splatter forse, ma non dissimile dai tanti con cui sono cresciuto in salagiochi (ve lo ricordate Carmageddon?)… se non fosse per il contesto. Ruspe e neri, sullo sfondo della “italianità” della pianura padana. Non voglio fare il buonista, ma anche se si volessero sottolineare le storture della nostra società oppure si volesse ironizzare sulle recenti scelte politiche nazionali, proprio un giochino sadico si doveva fare?

Ah, i due programmatori, dopo che l’App è stata rimossa dallo store, si sono “giustificati” dicendo che era solo un modo per fare pratica con il linguaggio di programmazione… Non credo che si sentano (ne loro, ne noi) più sicuri dopo che qualcuno ha fatto pratica con il giochino; posso solo sperare che almeno loro abbiano così esorcizzato la loro paura del NNero.

Mi lascia, oltre che parecchi dubbi sull’etica di chi mi circonda (si, posso tranquillizzarmi assegnando un intendo goliardico al giochino…), anche parecchio amaro in bocca. Non si può certo fare buonismo a fondo perduto (atavico errore), non sono altresì uno che vuole chiudere i porti e non mi va di accomunare il NNero brutto e cattivo con l’immigrante regolare o il rifugiato di guerra. Non so come risolvere il problema (almeno io lo dico senza dover per forza prendermela con ONG o politiche Europee), ma di certo so che non ci farei un sadico giochino a riguardo.

Meglio smaciullare vecchiette e dinosauri con macchina e mazze da baseball invece di dovermi immedesimare in “ruspanti” anti-migranti che difendono il loro discutibile eden.

WU

PS. Ovviamente ce la siamo presa con gli stringenti controlli di sicurezza dell’App Store che sono stati raggirati dalla app. Si, potevano fare meglio e se volete li rendiamo ancora più stringenti (lo sono già abbastanza anche se con debite lacune – e.g. giochini di poker -), ma un filtro alla stupidità umana no?

Il silenzio al 38° parallelo

Dovete e dobbiamo immaginarci un posto che è un non-posto. Una terra di confine, demilitarizzata, area cuscinetto, arido nulla senza padrone. Un posto che ha un solo scopo (il che è già un lusso se confrontato con i tanti posti senza alcun significato): dividere altri territori.

Al 38° parallelo giace il confine fra le due Coree. E Seul, se non può essere presente li fisicamente, ne militarmente, non ha di certo rinunciato ad esserci vocalmente. La terra di nessuno è infatti quotidianamente, interrottamente, rumorosamente sferzata dalla propaganda di confine. Megafoni perennemente accesi che ci raccontano da che parte stare in una “guerra” che non ha ormai origine ne futuro.

I 4 km di questa zona cuscinetto sono infatti delimitati da un lato e dall’altro da solide ed impenetrabili recinzioni di filo spinato corredate da centinaia di altoparlanti che trasmettono musichette e slogan politici ostili all’altra metà.

Ma ora, da qualche giorno, un po’ di silenzio. Seul ha infatti deciso di zittire per un po’ i suoi megafoni per ridurre le tensioni alla vigilia del vertice tra Seul e Pyongyang previsto in questi giorni in un altro villaggio limitrofo a questa terra senza padrone, ove forse legalmente esiste un’autorità la cui percezione deve essere per forza di cose molto blanda.

Gli altoparlanti sono stati messi a tacere per la prima volta da tre anni a questa parte, a sottolineare come il clima di colloqui pacifici che si dice di voler instaurare questa volta forse potrebbe essere reale. A supporto di questa “distensione” vi è anche la non trascurabile notizia della sospensione dei test missilistici e nucleari e lo smantellamento del sito nucleare di Punggye-ri della corea del Nord (anche se la notizia non vuol dire dimenticarsi in un sol corpo di questo armamento…). Addirittura qualche mese fa Pyongyang aveva abbassato (… beh, ora non esageriamo…) il volume dei suoi slogan di confine in occasione delle recenti olimpiadi invernali.

Questo sarebbe il terzo vertice fra le due coree dal 2000 e ci si aspetta sia preparatorio a quello tanto atteso (e giustamente ancora misterioso) tra Kim e Donald.

Chissà se questo “silenzio stampa” in questa terra di mezzo ha in qualche modo alleviato realmente il peso delle giornate di chi ascolta(va) questa propaganda ogni giorno o se è solo la “notizia da pubblicizzare”, l’emblema (e ritorna il concetto di propaganda politica…) di un disgelo cercato, per ovvia comodità del frangente, dai vertici in uno (anzi due) paese martoriato nello spirito.

Guardo sempre con scetticismo la pubblicizzazione dell’anti-propaganda; mi ricorda la propaganda stessa… in stile orwelliano 1984…

WU

Cecilia Mangini

Due compagni di vita: una fotocamera Zeiss Super Ikonta 6×6 ed il marito Lino Del Fra.

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Regista documentarista, fotografa e (scopriamo con tutta la calma del nostro secolo affrettato solo da internet e notizie social) anche una finissima intellettuale. Una delle prime donne che hanno raccontato la nostra Italia nel dopo guerra con una cinepresa. Ha subito la censura ed ha visto premi; ha vissuto profondamente il nostro paese nell’ultimo secolo ed ha visto e documentato storie, personaggio (fanta)politici della nostra storia contemporanea.

Ha lavorato con Pasolini per documentare periferie degradate e classi subalterne. Ha realizzato lungometraggi, cortometraggi, mostre fotografiche ed oggi la riscopriamo con interviste “alla vecchia nonnina”. Ha documentato il disagio sociale legato al boom economico e la vita delle classi operaie. Ha coperto i temi della sessualità, dell’aborto, dell’inquinamento, del capitalismo ed un po’ tutti gli aspetti che hanno caratterizzato l’Italia del secolo scorso.

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Oggi è colei che bacchetta (e può farlo a bun diritto) i politichelli (pentastellati in questo caso) di sbagliare congiuntivi e condizionali. Oggi è colei che può temporeggiare sul rispondere la propria opinione circa questo o quel politichello (renziani, in questo caso) per poi affondare con frasi tipo “quello che lui vuole si capisca di se stesso non è quello che lui è effettivamente” (notevole, cruda e verissima frase); “l’ambizione non riesce a nasconderla”… E non risparmi ne i piccoli borghesi “che sanno di non valere”, ne coloro che cavalcano quest’onda (leghisti, pour couse) e che “hanno bisogno di qualcuno che sia disprezzabile per sentirsi grandi”.

Ci taccia tutti di essere confusi, di mancare di obiettivo e mancare di guide.
Ho purtroppo l’impressione che la consideriamo (lei, come tante/i come lei) solo una simpatica vecchietta ancora lucida con un po’ di memoria/e storica/che del nostro paese e nulla di più. Personalmente vedo molto più un leader in lei ora che in tanti che si arrogano di esserlo.

Vorrei essere guidato anche da questa gente, che non ne ha, ad assoluta ragione, alcuna voglia. Affianchiamo ai giovani rampanti ed innovativi che cavalcano la nostra indecisione qualcuno che sia un leader e si ricordi da dove veniamo? Per non ripetere gli stessi errori, se volete, o per continuare sulla strade, se preferite, o infine, semplicemente per non cadere.

WU

Ne quid nimis

La secca legge dell’arte è questa: ‘Ne quid nimis’, niente più del necessario. Tutto ciò che è superfluo, tutto quello che possiamo sopprimere senza che la sostanza ne risenta, è contrario all’esistenza della bellezza. [José Ortega Y Gasset]

In questa lunga-lunghissima settimana di preparazione al giorno X delle elezioni politiche italiane, io, che non sono un politofago ed un talk-show compulsivo, ne ho sentite di cotte e di crude. E’ proprio il caso di dirlo.

Ho sentito parlare a sproloquio, promettere con la coscienza di mentire (e magari con la speranza di non essere scoperti) e promettere convinti di poter realizzare almeno una parte delle parole che areavano bocche di questa o quella fazione.

Ho visto facce giovani e vecchi tromboni; ripescati, volta-bandiera, fedelissimi (pochi). Ho visto correnti, fazioni, coalizioni, grandi coalizioni e iper-mega-inciuci (e come odio questa parola).

Una cosa non ho visto e men che meno sentito: il minimo. Non ho sentito frasi brevi e concise, magari non pronunciate a voce alta per imporre la propria idea sull’interlocutore o per ergersi a trainatore di folle. Non ho sentito concetti chiari e concisi. Non ho sentito programmi elettorali con pochi e chiari punti. Non ho sentito il necessario, ma tutto il soverchio.

Sono, come l’Italiano medio, un disilluso della politica, ma il semplice fatto che ne parlo tradisce questa corazza che mi vorrei mettere addosso. Sono ancora qui, con un voto (che non vorrei arrendermi a lasciare nel purgatorio dei voti inespressi) in bilico, cercando il necessario fra montagne di chiacchiere.

Parafrasando Bobbio, “Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia” (per me una frase che dovremmo tutti stamparci a chiare lettere ed inquadrettarci sul comodino), direi che “Nulla uccide di più la politica che l’eccesso di politica”. E senza “rischia”.

E’ solo una conferma che la politica non è un’arte.

WU

PS- E non parlerò, giurin-giuretto, più di politica per queste elezioni, indipendentemente dall’esito post-elettorale.

La famiglia tradizionale

Ma dico io, siamo nel 2018 neanche fossimo nel 1820 (anno a caso durante il quale erano sicuramente più open mind di quanto ci vantiamo di esserlo oggi) … Mi date una definizione che mi convinca (cosa non facile), che non suoni come bigotta, catto-comunista, qualunquista, buonista, demagogica, stupida di “famiglia tradizionale”.

Si può essere d’accordo o meno sulle unioni civili, coppie di fatto, famiglie allargate e qualunque altro “abominio” secondo una morale che ormai sono felice di non capire più, ma bisogna proprio avere queste uscite per fare campagna elettorale?!

E poi, da quale pulpito… Ammesso che tradizionale=matrimonio, ed ammesso che tradizionale=figli dopo il matrimonio, La proponente di tale slogan non ha nulla di tradizionale. Oppure il suo concetto di tradizionale è diverso, di certo cosa possibilissima.
Praticamente vale tutto, basta chiamarlo “tradizionale” e far indignare qualcuno. Non mi piace sparlare, non mi piace trattare di temi pseudo-politici qui, non mi piace dare l’impressione di giudicare gli altri, ma proprio servito su un piatto d’argento non posso esimermi…

Allora, viva la famiglia quanto meno tradizionale possibile purché la sera te ne vai a letto stanco e contento.

WU

PS. Ed internet, ovviamente, non perdona (e non deve farlo):

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Asgardia: la nascita della nazione?

Mi ci ero già imbattuto qui. Ma la cosa mi continua ad affascinare molto più di qualunque nazione “con i piedi a terra” (dicitura la cui interpretazione può dipendere molto dalla nazione in questione). Ad ogni modo l’idea della prima nazione spaziale è andata avanti (il che conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la potenza dei soldi; non dimentichiamo che l’idea parte dalla mente dello scienziato e miliardario russo Igor Ashurbeyli…).

In data astrale 12.11.17 è stato lanciato il primo satellite della nazione spaziale. E questo, già di per se, è un indubbio successo. Praticamente un cubotto di meno di 3 kg che rappresenta il 100% del territorio asgardiano e la stessa percentuale dei suoi sogni.

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Fuori da qualunque vincolo (e questo è potenzialmente un bene ed un male) con le nazioni terrestri, Asgardia è la terra di tutti (open, libera, pacifica, etc. etc.), ma per il momento, di nessuno.

Il satellite è partito dalla base Nasa, Wallops Flight Facility come compagno della (estremamente più grande e… quella che pagava sostanzialmente il lancio) Cygnus destinata a rifornire la ISS; Asgardia-1 sarà rilasciato prima dell’attracco alla ISS.

Il satellitino contiene praticamente solo dati, circa mezzo tera dato che i primi 100000 abitanti della fanta-spazio-nazione avevano la possibilità di caricare fino a 500 kB ciascuno di foto, testi, immagini, e cose del genere (ai successsivi 400000 lo spazio era ridotto a 200 kB).

Praticamente una bandiera virtuale per mettere un segnaposto, piccolo ma pur sempre spaziale, al nostro sogno di liberà.

 

WU