Carbonio ovunque e diamanti vettori

Intanto esiste un Deep Carbon Observatory. Non che mi sia chiarissimo cosa fa, ma è sostanzialmente una sorta di collaborazione fra diversi istituti di ricerca per promuovere una migliore comprensione del carbonio.

Il carbonio è un po’ la base del tutto, della materia organica ed ovviamente della vita. Ma è anche uno di quegli elementi (forse L’elemento…) che più di tutti ha guidato l’evoluzione di diversi processi energetici terresti. Il carbonio è praticamente ovunque… evito la lista e vi dico subito che i diamanti sono sostanzialmente fatti di carbonio (il che non vuol dire che il valore di una mina da matita è uguale a quello di un diamante… dipende dalla forma di aggregazione del carbonio).

A parte il loro valore estetico ed economico i diamanti hanno una dote unica, sono ottimi per “fare da custodia”, ovvero per incapsulare al loro interno i cambiamenti e le reazioni che magari avvengono nelle viscere della Terra e farle arrivare tipo capsule dello spazio e del tempo fino a noi (ve lo ricordate questo?).

Una delle cose che queste capsule-diamanti ci hanno detto è che sotto di noi, dove non riusciamo ad arrivare trivellando (e questo?) vi è abbondanza di idrogeno, ossigeno ed il loro composto più noto, acqua. I diamanti ci hanno infatti nei secoli raccontato che esistono masse d’acqua profonda forse più abbondanti degli oceani che vediamo. E ci stanno dicendo ancora di più. Forse questa enorme quantità di acqua è stata portata nelle profondità terrestri dal movimento delle placche tettoniche.

La subduzione delle lastre porta un po’ tutto, ed ovviamente anche il carbonio, in profondità. Dove le condizioni di temperatura e pressione sono nettamente diverse da quelle che viviamo tutti i giorni. Il processo è fondamentale per bilanciare gli elementi presenti sul nostro pianeta e va avanti da eoni… i diamanti sono l’indicatore che potrebbe dirci da quanto. E quindi indirettamente da quanto la nostra terra ha iniziato “a respirare” ovvero ad avere una attiva vita geologica.

L’analisi dei diamanti ci sta anche raccontando che assieme a queste enorme mole d’acqua vi sarebbero fino a 23 milioni di tonnellate di carbonio. Circa il doppio di tutti gli oceani del mondo, per intenderci! Inoltre, un quantitativo altrettanto importante di carbonio parrebbe essere inglobato proprio nel nucleo del nostro pianeta, sotto forma di carburo di ferro. La quantità di questo carbonio “nascosto” è paragonabile a quella che stimiamo esserci nel nostro Sole e ci aiuta, quindi, ad “immaginarci” il ruolo del carbonio non solo per l’evoluzione terrestre, ma anche per quella degli altri corpi celesti.

Ancora? I diamanti ci raccontano anche il ciclo del carbonio, ovvero di come questo si evolva, muti, nel corso delle ere geologiche e di come i cambiamenti sul nostro pianeta lo modifichino. Fra questi cambiamenti spiccano certamente quelli climatici. I diamanti-emissari ci dicono che il clima del nostro pianeta, una volta raffreddatosi, si è stabilizzato per qualche centinaia di milioni di anni (beh, certo, a parte cose occasionati tipo vulcani o asteroidi, che sono andati a modificare “localmente” il ciclo del carbonio) e che le attività umane dei giorni nostri si vedono.

La combustione di combustibili fossili, della nostra era sta emettendo quantità di CO2 circa cento volte maggiori rispetto a tutte le eruzioni vulcaniche passate e le emissioni derivanti dalla tettonica a zolle. Il ciclo del carbonio se ne accorge in maniera evidente.

La storia profonda della terra orchestrata dal carbonio e raccontata dai diamanti.

WU

L’ingegnere, la sonda e la vita

Questa è una storia che sento ciclicamente da anni, o forse decenni. Non so, onestamente, bene da che parte schierarmi, ma sono convinto che se invece di titoli sensazionalistici e notizie parziali si specificasse che potremmo al più parlare di qualche invisibile microbo marziano e non di forme intelligenti (e mimetiche) la cosa farebbe molto meno clamore.

Per passi.

Siamo stati (beh, sonde e rover, chiaramente) su Marte forse più volte di quante non siamo stati nella fossa delle Marianne (non ne sono certissimo, mi è venuta di getto) ed è chiaro che in passato ha ospitato acqua liquida. E’ chiaro che contiene ghiaccio qua e la. Ed è chiaro che dal suo suolo viene rilasciato metano.

Il metano è uno di quegli indicatori della vita. Una forma biologica vivente (magari microbica) metabolizzando rilascia metano. Non è chiaro (o quanto meno sufficientemente confermato) nessun processo geologico che rilasci metano.

Nonostante questo, nessuno “di rilievo” (ovvero che non sia un cazzaro o un complottista conclamato) ha mai confermato o si è sbilanciato a sostenere seriamente l’esistenza della vita su Marte.

Gilbert Levin fa eccezione. Gilbert è uno ingegnere (di professione) che ha collaborato a diversi degli esperimenti che furono messi a bordo delle Viking (sonde degli anni settanta progettate, lanciate ed operate per le prime esplorazioni del pianeta rosso). Levin sostanzia, tecnicamente, il suo asserto.

Le Viking ospitavano a bordo un Molecular Analysis Experiment che serviva per rilevare il rilascio di anidride carbonica “marcata” da un processo biologico. Tutti i microorganismi terrestri che metabolizzano sostanze organiche, liberano anidride carbonica; almeno qui sulla terra. L’esperimento consisteva sostanzialmente nel prendere un campione di terreno (marziano, ovviamente), spruzzarlo con acqua e nutrienti radioattivi. Se fossero stati presenti dei microorganismi questi avrebbero rilasciato anidride carbonica radioattiva che sarebbe quindi stata rilevata dal Molecular Analysis Experiment.

L’esperimento non rilevò nessuna molecola. Ma continuava a misurare emissioni di metano; rimaste sostanzialmente inspiegabili nonostante diverse proposte.

Levin ha una sua spiegazione. Non si sono trovate tracce di composti organici perché il sistema di rilevazione di allora non era così evoluto, almeno non abbastanza per trovare le flebili tracce di microorganismi marziani. Ragionevole e probabile, quanto meno. Ed aggiunge anche lo stesso esperimento, con lo stesso analizzatore, fu provato a terra (e mi chiedo, ma solo dopo la prova su Marte?) ed anche in questo caso l’anidride prodotta dai microbi terresti (che beh, direi siamo certi esserci…) non fu rilevata.

Levin è un tecnico, non uno scienziato. Per questo, dice (e qui onestamente ci vedo un po’ di vittimismo e mania di protagonismo), le sue tesi non sono considerate abbastanza seriamente. Ma c’è anche da dire che nonostante tutte le volte che siamo andati su Marte negli ultimi quaranta anni, dai tempi delle Viking, non è mai stato più mandato uno strumento che rilevasse traccie di anidride carbonica.

Le cose, in teoria, dovrebbero chiarirsi, con il lancio, previsto il prossimo anno del rover Rosalind Franklin dell’agenzia spaziale europea. Chissà perchè mi aspetto sia l’inizio di una nuova fanta-storia-extraterrestre.

WU

Ciao, sono ET.

Sotto l’ombrellone (come se ci fossi stato) mi sono messo a fare questo sondaggio qui. Beh, ok, non è forse la prima cosa che vi verrebbe in mente di fare durante le vacanze, ma sono certo che dopo un po’ di sudoku vi dedichereste anche voi a questo (… tanto il livello è quello, no?).

Sappiamo tutti di cosa si occupa il progetto SETI (in due righe, il progetto che scandaglia un po’ tutto l’universo alla ricerca di un segnale etichettabile come alieno

On a blueish rocky planet orbiting a star in a galaxy they call the “Milky Way”, an intelligent carbon-based species communicates by means of radio waves.
Any moment, they could receive a signal from their counterparts living in a distant corner of the vast Universe or a place in their vicinity. Likewise, their signals, leaking into outer space, could be discovered.
This species is us…
We don’t know whether this is ever going to happen, but what are we going to do if it does? Do we want this to happen, and how do we influence whether it does?
What would it tell about our existence?
What does it mean to be human?

La domanda che il sondaggio vuole affrontare è: ma se gli alieni ci contattassero come dovremmo reagire? Una cosa tipo colossal americano in cui un team ristretto di scienzo-politici gestisce la cosa alla faccia di una ignara umanità? Scatenare isterie di massa rilevando la notizia a tutti? Un eroe solitario che si immola per “salvarci” (ammesso che sia da i nostri extra-visitatori che debba salvarci)? Oppure potremmo semplicemente non rispondere? Far finta che non ci sia nessuno qui sulla terra (ma ve lo immaginate se loro facessero lo stesso? SETI non ha nessuna chances…)?

In teoria proprio il SETI ha una bozza di procedura per eventi di questo tipo (… e sarei proprio curioso di sapere se nell’eventualità di un contatto del genere sarebbe seguita…); dopo un primo riesame del segnale per essere certi non sia di natura terrestre sarebbero allertati diversi centri di ricerca sparsi nel mondo per un cross-check. Se anche loro hanno rilevato il segnale in maniera indipendente si passerebbe alla procedura di primo contatto. Il Central Bureau for Astronomical Telegrams dell’Unione Astronomica Internazionale ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite sarebbero i primi ad essere informati e sarebbero loro a decidere some e quando (non se, pare) dare la notizia al mondo intero. Nessuno, secondo procedura, dovrebbe rispondere al segnale prima che l’umanità (non mi è chiaro in che forma/veste) non abbia deciso in modo corale cosa e se rispondere.

Ad ogni modo direi che, anche ad un occhio inesperto, non si può mettere una decisione di tale portata solo nelle mani di pochissimi individui, per quanto eccelsi questi possano essere (sono certo anche loro avrebbero delle cose di cui ci vergogniamo, come umanità, e che vorrebbero omettere). Per non dire che chiunque riceva un segnale di potenziale natura aliena (scienziati del progetto SETI compresi) non esiterebbe a divulgare la notizia: in fondo stiamo parlando di una svolta epocale per l’umanità intera! Ah, non dimentichiamoci l’ampia classe dei complottisti che gongolerebbe neanche fosse natale per un bambino…

La mia posizione nel rispondere al sondaggio è stata più o meno: che ciascuno dica la sua, direttamente ai nostri extra visitatori. Evitiamo figure intermedie, filtri e censure. Inondiamoli di informazioni. Facciamogli subito vedere in che casino si stanno ficcando e facciamo subito capire che se non altro (assumo che non siamo noi la tecnologia più all’avanguardia altrimenti saremmo stati noi ad andare a trovare loro) abbiamo dalla nostra la pluralità di pensiero.

Potere al popolo! 😀 … almeno in questo.

WU

Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

Carta d’imbarco per Marte

In questi giorni sta rimbalzando sui canali di informazione (e sicuramente i social) la notizia di un passeggero che con un biglietto per Cagliari si è ritrovato a Bari. Tralasciando la reazione del tipo, quello che avrei detto/fatto io ed eventuali opinioni mi è tornato in mente che ho recentemente letto che stiamo iniziando a prenotare “voli” per ben altre destinazioni… chissà come reagirebbe “il nostro eroe” (se non è chiara l’ironia ci metto altre virgolette) se in questi contesti sbagliasse destinazione.

Sto parlando di Marte e dei voli commerciali che pensiamo/speriamo di poter implementare (“Ma siete scemi! Mi avete fatto arrivare su Marte, io avevo un biglietto per Callisto! Rimettetemi a bordo! Vi querelo!”). Passeranno anni (dicono, e ne sono certo) prima che colonizziamo Marte, ma intanto la Nasa ci sta già dando la possibilità di inviare il nostro nome (in formato digitale, ovviamente) da mettere a bordo del rover Mars 2020 (che comunque dovrebbe arrivare su Marte nel 2021).

TickeToMars

L’obiettivo è (tanto per cambiare) cercare tracce di vita su Marte, tracce attuali di vita biologica e tracce magari di vita microbica passata. Poi vorremmo che il rover stoccasse anche alcuni campioni geologici in modo che eventuali future missioni possano poi riportarli a Terra per studiarli.

The opportunity to send your name to Mars comes with a souvenir boarding pass and “frequent flyer” points. This is part of a public engagement campaign to highlight missions involved with NASA’s journey from the Moon to Mars. Miles (or kilometers) are awarded for each “flight,” with corresponding digital mission patches available for download.

La mossa del nome sulla carta d’imbarco è ovviamente un’operazione pubblicitaria (con tanto di punti stile “frequent flyer”) per avvicinarci un po’ tutti a questa esplorazione (e non solo i Tecnici), ma in fondo ci inizia a dare un’idea del fatto che domani ci imbarcheremo su questo genere di voli e per questo genere di destinazioni (sempre, ovviamente, sperando di non sbagliare gate…).

WU

PS. Non è certo la prima volta che la Nasa cerca di avvicinare il grande pubblico ad iniziative di “deep space exploration” e Marte è il porta bandiera; la missione InSight ve la ricordate?

PPSS. Luglio 2020 come data d’imbarco mi sembra veramente dietro l’angolo. Onestamente troppo…

Farout

C’è la pantera rosa ed il pianeta rosa 🙂

… ma sono anche certo vi siano pianeti di un’infinità di altri colori e non per questo fanno notizia. Il fatto che Farout sia rosa è comunque un di più, quasi un vezzo, rispetto ad altre due sue fondamentali caratteristiche: non lo conoscevamo fino a poco tempo fa, ma orbita assieme a noi e tutti gli altri pianeti del nostro sistema solare attorno al nostro Sole; ed è lento, estremamente lento.

Farout, nome in codice 2018 VG18, si trova a quasi 18 miliardi di km dal Sole. Una distanza decisamente ragguardevole, tanto per darvi un’idea è 120 volte più distante dal sole della nostra Terra e Plutone (pianeta, oggi pianeta nano, per lungo tempo considerato l’ultimo abitante del nostro sistema solare si trova a “sole” 40 volte la distanza Terra-Sole ed Eris, il pianeta nano che deteneva il precedente record di distanza dal Sole si trova a 96 volte Terra-Sole… Questo rende Farout (almeno fino a prova contraria) l’oggetto più distante mai osservato del nostro sistema solare.

Nenche a dirlo, la sua scoperta è frutto di una sorta di serendipity quando i telescopi scandagliavano gli angoli più remoti del cielo alla ricerca dell’ormai famigerato pianeta nove. Del pianeta oggetto della ricerca nessuna traccia, ancora, ma sulle lenti del telescopio giapponese Subaru si è materializzato un puntino luminoso… e rosa (beh, non è proprio così, ma romanziamo un po’ la scoperta…).

Il diametro di Farout è approssimativamente 500 km (circa un settimo della nostra luna, per darvi un’idea), la sua enorme distanza dal sole lo rende così lento che impiega circa 1000 anni a compiere un’intera rivoluzione ed è… rosa. Appunto. Il colorino rosa è abbastanza tipico di mondi freddi, scuri e ghiacciati, ma non sappiamo ancora molto sulla motivazione di tale colore. E’ molto probabilmente causato dall’effetto dei raggi cosmici sul metano ghiacciato, che abbonda sulla superficie di questi mondi

Farout.png

2015 TG387 and 2012 VP113 never get close enough to the Solar System’s giant planets, like Neptune and Jupiter, to have significant gravitational interactions with them. This means that these extremely distant objects can be probes of what is happening in the Solar System’s outer reaches. The team doesn’t know 2018 VG18’s orbit very well yet, so they have not been able to determine if it shows signs of being shaped by Planet X.

… che vuol dire, più o meno, che Farout NON è il pianeta nove (Planet X), ma la sola idea che questo oggetto possa esistere ci sta portando ad esplorare angoli remoti del nostro sistema solare che non avevamo mai osservato e le scoperte, Farout in primis, vengon da se.

WU

PS. Farout in inglese significa qualcosa tipo “molto lontano”, ma anche “non convenzionale”. Trovo il nome decisamente calzante dato l’oggetto.

PPSS. E’ lo stesso gruppo di ricerca che aveva, sempre cercando tracce del pianeta nove anche identificato il Goblin …

The Metalaw

The practical and philosophical significance of a successful contact with an extraterrestrial civilization would be so enormous as to justify the expenditure of substantial efforts… The technological and scientific resources of our planet are already large enough to permit us to begin investigations directed towards the search for extraterrestrial intelligence… For the first time in human history, it has become possible to make serious and detailed experimental investigations of this fundamental and important problem

Facciamo un passo oltre la ricerca della vita extraterrestre: se ci fosse come ci comporteremmo? Praticamente l’idea è quella di evitare di trovarsi sguarniti tipo Colombo quando non solo scoprì nuove terre, ma si vide davanti degli “alieni” ed ovviamente non era pronto a comportarsi di conseguenza (e quindi furto-baratti, traffici di donne, malattie trasferite, colture impiantate e via dicendo). Se oggi ci trovassimo veramente davanti gli alieni che dovremmo fare?

Ovviamente la cosa è trattata ad al livello semi-serio (e decisamente più serio di codesto blog). Il CETI (Communication with Extraterrestrial Intelligence) è l’organo che si occupa di Xenologia, ovvero degli studi scientifici di vita, intelligenza e civiltà extraterrestre. Il CETI copre aree tipo abiogenesi, zone abitabili di altri sistemi planetari, exobiologia, & co (tipo il Viking lander biology instrument packages o il messaggio di Arecibo). Oltre alla metalaw, ovviamente.

La metalaw è praticamente lo studio di un sistema di leggi che possa essere applicato ad ogni possibile interazione con intelligenze aliene. La fuffologia è dietro l’angolo, ma proviamo ad immedesimarci nell’universo di Star Trek.

But to suggest that first contact will necessarily terminate a culture, that dominance or submission are the only alternatives, is to deny the immense complexity of the problem. Trade, war, quarantine or blockade, abject indifference, negotiation and treaty, evangelism, integration and homogenization are just a few of the myriad possibilities. The destinies of the two races will merge, for better or worse. And the interests of both partners will best be served if a metalegal order can be established to help regulate this interaction.

Ora, solo perché il problema in questa forma finora non si è mai posto non è detto che non possiamo preoccuparcene (fantasticare?) per tempo. Se fossimo noi, nel contatto alieno, la specie “superiore” che obblighi avremmo nei confronti dell’altra razza? Dovremmo interferire nella loro evoluzione o no? Colonizzare? Se invece fossimo noi ad esser contattati? Dovremmo metterci sulle difensive? Iniziare contatti diplomatici o amichevoli? Dovremmo farli “entrare” nel nostro pianeta/sistema solare?

Ad ogni modo il CETI ha stilato un insieme di leggi auto-consistenti per la metalaw che dovrebbero essere abbastanza basilari e di “portata cosmica” (leggi pure: si basano sul nostro buon senso e speriamo che gli alieni possano condividerlo):

  1. No partner of Metalaw may demand an impossibility.
  2. No rule of Metalaw must be complied with when compliance would result in the practical suicide of the obligated race.
  3. All intelligence races of the universe have in principle equal rights and values.
  4. Every partner of Metalaw has the right of self-determination.
  5. Any act which causes harm to another race must be avoided.
  6. Every race is entitled to its own living space.
  7. Every race has the right to defend itself against any harmful act performed by another race.
  8. The principle of preserving one race has priority over the development of another race.
  9. In case of damage, the damager must restore the integrity of the damaged party.
  10. Metalegal agreements and treaties must be kept.
  11. To help the other race by one’s own activities is not a legal but a basic ethical principle.

Mi piace l’idea di muoverci per tempo (anche se è una cosa che potenzialmente non si verificherà mai, vige una specie di principio generale di “legislazione generale”: una cosa non va fatta a meno che non si conosca il perimetro, seppur vago, in cui muoversi) ma il mio principale dubbio rimane quello di chi applica queste leggi. Se siamo solo noi a “crederci” ed il nostro “visitatore” non è così affabile o democratico a poco sarà valso l’esercizio. Come dire che se anche i popoli dell’Amazzonia centrale (un esempio a caso) avessero avuto un sistema di regole tipo questo non credo che nessun conquistadores avrebbe avuto voglia di ascoltarlo e men che meno applicarlo.

Aspetto “the first contact” per vedere se tali leggi abbiano una speranza di essere applicate o meno, e continuo a pensare che l’idea di base dovrebbe essere (per noi e per gli alieni) sempre quella di trattare l’altro come si vorrebbe esser trattati. Abbastanza semplice. Ce lo dimentichiamo fra noi, ma forse un incontro alieno ci rinfrescherebbe la memoria.

WU

PS. In questo caso credo che la definizione di “razza intelligente” equivalga a “razza in grado di viaggiare nello spazio interstellare” il che ci evita di interrogarci su che forma di vita potremmo trovarci davanti e ci colloca automaticamente nella categoria delle razze NON intelligenti.

Pianeta Goblin

Del fantomatico-agognato-sperato-temuto-vociferato Pianeta 9 abbiamo parlato abbondantemente a sproposito (tipo qui e qui e qui).

Non lo abbiamo trovato, nel senso che non abbiamo trovato esattamente quello che cercavamo, ma di certo abbiamo scoperto che oltre Plutone (un tempo considerato il limite del nostro sistema solare) vi sono un sacco di nuovi mondi.

2015 TG387 è l’ultimo arrivato. 300 km di diametro (decisamente più piccolo del bestione che stiamo cercando) ed un periodo orbitale di 40.000 anni (!). Praticamente è così piccolo (al limite per essere definito un pianeta e non un asteroide) e così lontano (non si avvicina mai più di 65 unità astronomiche al nostro Sole) che, ammettiamolo, lo abbiamo avvistato per puro caso. Un colpo di fortuna planetario.

Goblin è stato osservato per la prima volta a ben 80 unità astronomiche (… Plutone, tanto per fare un paragone, è attualmente a circa 34 unità astronomiche dal Sole). Assieme ai suoi compari Sedna e 2012-VP113 è fra gli oggetti più lontani dal Sole che abbiamo mai osservato. Non è quello con il perielio più distante, ma è quello che durante l’orbita si allontana di più dal Sole (… ha il semi-asse maggiore più lungo). Goblin raggiunge infatti 2.300 unità astronomiche nel suo punto più lontano dal Sole ed ha la “fortuna” di non avvicinarsi mai abbastanza da avere interazioni gravitazionali significative con i giganti gassosi del nostro sistema solare. Praticamente, considerando solo i pianeti finora noti, la sua orbita è abbastanza stabile… a meno delle ingerenze del Pianeta X, ovviamente.

Goblin.png

Praticamente stiamo scalfendo la superficie della Nube di Oort (inner) che è una sorta di nuvolone composto da centinaia o addirittura migliaia di questi oggetti. L’interesse è di certo per loro direttamente, ma anche e soprattutto per usarli come “sonde gravitazionali” per capire se ai confini del nostro sistema solare si celano altri pianeti… massicci.

Oltre la scoperta (che per definizione è già una scoperta 🙂 ) in se di Goblin, l’esistenza e l’orbita del pianeta sono un’ulteriore conferma dell’esistenza del pianeta Nove. L’orbita di questo corpo, quella di Sedna e quella di 2012-VP113 sembrano essere raggruppate insieme il che suggerisce che ci sia un corpo massiccio che ne guida le orbite. E la ricerca continua… e la serendipity che si porta dietro.

WU

PS. Il nome Goblin, dato che sono certo siete curiosi, deriva semplicemente dal fatto che per la prima volta il corpo è stato avvistato nel periodo di Halloween. Poco poetico.

Su marte, al tramonto

Ci sono tramonti e tramonti. Alcuni suggestivi per i ricordi, la pace, il raccoglimento, che ci generano; altri magari suggestivi per i colori e/o per le ombre che creano; altri ancora per i luoghi in cui (non) li osserviamo.

Ora, a parte ricordarci (tanto per essere un po’ stucchevoli) che un tramonto è solo un’alba vista da un’altra prospettiva, una cosa che sicuramente rende un tramonto unico è … il pianeta dal quale lo si guarda.

TramontoMarte.png

Non abbiamo in questo grande fortuna ed anche i “migliori di noi” possono al più vantare un pallido e sterile (… solo per via della mancanza di atmosfera) tramonto lunare, ma che dire se potessimo vedere un tramonto marziano?!

Esatto… forse non possiamo vederlo fisicamente, ma siamo ormai in grado di “godercelo” anche a distanza. L’immagine sotto è un tramonto mozzafiato, inedito e 3D che ci ha “regalato” (beh… considerando i soldi investiti non userei questa parola a cuor leggero…) ExoMars; più precisamente il suo orbiter Tgo (Trace Gas Orbiter) che monta a bordo lo strumento CaSSIS (Colour and Stereo Surface Imaging System)… dell’Agenzia Spaziale Italiana va detto.

Lo strumento ci sta offrendo la possibilità di vedere il 3% della superficie del pianeta rouge in 3D e le immagini effettivamente mozzafiato che invierà saranno presentate settimanalmente dalla nostra agenzia spaziale (si, un po’ di pubblicità agggratis). La capacità della vista stereoscopica dello strumento dipende soprattutto dalla sua capacità di ruotare la testa ottica e ciò, accoppiato con quattro filtri in diverse lunghezze d’onda, ci restituisce immagini di un dettaglio, accuratezza, naturalezza e piacevolezza finora inusitate per il nostro vicino d’orbita.

Lo strumento serve (oltre che per godere di tali panorami) anche a verificare in dettaglio i luoghi in cui si muoverà il rover che costituisce la seconda parte della missione ExoMars prevista per il 2020.

Personalmente la cosa che trovo più suggestiva di questo tramonto è che benché stiamo (con la mente e con occhi meccanici) sul pianeta rosso vediamo un tramonto blu.

WU

PS. Il motivo del colore bluastro della luce del tramonto è sostanzialmente legato alle particelle presenti nell’atmosfera marziana, che lasciano passa alcune lunghezze d’onda più facilmente di altre.

Un anno lungo un giorno

Che fa un po’ la rima “un sogno lungo un anno”, che si declinerebbe, quindi, in “un sogno lungo un giorno” che in fondo non suona così magico. Ok, la smetto.

Non siamo soli nell’universo. Per me questo è un concetto abbastanza assodato; il che non vuol dire che saremo presto invasi da omini testeverdi, bensì che è questione di tempo affinché troviamo vita su qualche altro pianeta.

Fra i vari candidati sicuramente NON c’è il sosia del “nostro” Mercurio. Mercurio è il più interno dei pianeti del sistema solare, il che lo colloca sufficientemente vicino alla nostra stella da farne una palla di roccia senza traccia di atmosfera con un lato incandescente ed uno giustamente gelido.

Il suo sosia, ovviamente altrettanto inospitale, è stato identificato a ben 340 anni luce da noi nella costellazione della Vergine. K2-229b ha un raggio pari a 1,16 volte quello della nostra Terra ed una massa 2,6 volte maggiore; essendo così vicino alla sua stella un anno dura meno di uno dei nostri giorni e la temperatura superficiale media è superiore a 2.000 gradi (il che lo rende anche uno dei pianeti più caldi mai scoperti). Per confronto un anno su Mercurio dura ben 115 giorni e la temperatura superficiale media raggiunge “solo” i 167 gradi; praticamente un paradiso a confronto di K2-229b. Tanto per continuare a fantasticare, su questo pianetino avremmo una gravità del 91% maggiore che sulla Terra!

K2-229b.png

Ma non è tutto, il pianeta è anche un rarissimo caso in cui la composizione chimica delle rocce del simil-mercurio (che è sostanzialmente un gigantesco cuore di ferro) sono sostanzialmente diverse da quelle della stella attorno al quel orbita, aprendo cos’ la strada ad innumerevoli (ed affascinanti) ipotesi.

La vicinanza con la stella madre lo ha epurato di tutta l’atmosfera e lasciato solo, e per giunta alterandoli, i componenti ferro-rocciosi più resistenti? Il pianeta è il risultato di un impatto fra due planetoidi (tipo l’origine della nostra luna) e ciò che resta è un miscuglio dei due mentre i vari corpuscoli sono stati prontamente fagocitati dalla stella madre? Praticamente si parla di un mondo di dimensioni e massa simili alla Terra, nella posizione circa del nostro Mercurio e con un misterioso passato tutto da scoprire.

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La scoperta porta (abbastanza ovviamente a dir la verità) la firma congiunta del telescopio ESO e del satellite Kepler; che stanno facendo praticamente incetta di questo genere di scoperte (almeno finché rimane operativo). La missione sarà seguita dal satellite Plato che aggiungerà anche la possibilità di studiare in dettaglio l’atmosfera di questi pianeti aumentando le chances di identificare posti per noi vivibili (e farci sognare ed industriarci come conseguenza della loro inenarrabile distanza).

WU

PS. E, dulcis in fundo, il pianeta è il più interno di tre fratelli e tutti hanno orbite più interne del nostro Mercurio. Ha tutta l’aria di essere un caldissimo sistema pieno di sorprese.