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La nostra lotta quotidiana

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Questa per la serie “la vita è una lotta” o per quella “bisogna arrendesi all’evidenza”? Fatto sta che il conflitto, dalla mattina quando ci alziamo alla sera quandoci abbandoniamo a Morfeo, c’è. Ce lo creiamo noi stessi con la realtà che ci circonda e con le nostre aspettative.

Lo combattiamo (non tutti, fortunatamente, con baionetta ed elmetto) con i nostri gesti, le nostre azioni, i nostri contatti, il nostro lavoro, la nostra routine e via dicendo.

C’è chi si arrende prima, chi più tardi. Quasi nessuno molla a priori. Mollare, in qualunque senso questo termine lo vogliamo intendere, non è una sconfitta. Il “limitare le perdite” di questo Lloyd altro non è che accettare il punto in cui siamo arrivati.

In base all’interesse di una data situazione ai nostri occhi tale “resa” potrebbe non essere affatto facile e ci verrebbe molto più naturale continuare strenuamente a perseguire un’obiettivo palesamene irrealizzabile.

Non voglio (io?!) inneggiare alla resa (… ma neanche alla cieca speranza e lungi da me usare la parola “realismo”… praticamente oscillo a caso fra i vari estremismi) e confesso che sulle prime il Lloyd in questione mi ha quasi urtato, ma pensandoci con un po’ (quel po’ di cui sono capace) di razionalità in fondo ci sta dicendo: combatti finché puoi la tua lotta, la vittoria finale passa anche della resa in qualche battaglia.

WU

PS. E come non pensare (praticamente inevitabile) a:

“o forse non c’incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio
ognuno diverso
e ognuno in fondo perso
dentro i fatti suoi”

[Vita Spericolata, V. Rossi]

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Lale Sokolov

Raccontiamoci questa storia, ma non tanto per “non dimenticare” (slogan per me alquanto abusato… come se una storia e non le tombe mi aiutassero a non dimenticare una cosa come l’olocausto) quanto per rivivere in poche righe una di quelle vite degne di essere vissute e raccontate (… raccontate a fatica ad incominciare proprio dagli stessi attori).

Correva l’anno 1916 ed in Slovacchia, da genitori ebrei, nasceva Ludwig «Lale» Eisenberg. Tutto filò fra il liscio ed il banale fino al 1942 quando nel suo paese arrivarono i nazisti. Lale si offri volontario come “giovane forte e robusto” per prestare servizio nei campi di concentramento per salvare la sua famiglia.

32407 il numero che gli venne tatuato sul braccio.

Costruì baracche e latrine e presto si ammalò di tifo. Un tal Pepan lo accudì, lo stesso che gli aveva indelebilmente marchiato l’avambraccio sinistro. Pepan non solo lo salvò dal tifo, ma gli insegnò a tenere la testa bassa, la bocca chiusa e soprattutto a tatuare. Alla scomparsa (o forse liberazione?) del suo mentore, Lale divenne il “tatuatore di Auschwitz“. Razioni di cibo extra, una “stanza” singola e qualche ora libera.

Lale

Ma il cuore di Lele diceva altro. Non si sentiva un eletto e non si sentiva (o non voleva sentirsi) un collaborazionista. Lui era quello che toglieva l’identità alle persone; che trasformava il loro nome e cognome in cinque cifre sul loro avambraccio; marchiava indelebilmente essere umani snaturandoli a schiavi o deportati.

Cercò, per quanto nelle sue possibilità, di aiutare gli altri prigionieri. Si innamorò e sposò Gita, numero 34902 da lui stesso tatuata, cecoslovacca deportata, nel 1945. Si trasferì alla fine della guerra nella Cecoslovacchia controllata dai sovietici e cambiò il suo cognome in Sokolov. Aprì un negozio di tessuti a Bratislava e con i proventi finanziò la nascita dello stato d’Israele finché, scoperto dal governo, fu prima arrestato e poi dovette espatriare. Fuggì fra Vienna, Parigi e Sydney con la sua consorte ed alla fine approdarono in Canada dove nacque loro figlio e dove la coppia finì i propri giorni. Lale morì nel 2006 senza mai far ritorno in Europa.

Se Lale fosse da annoverarsi nella lista “dei buoni” o quella “dei cattivi” non saprei dirlo e non mi interessa particolarmente; che il tatuatore di Auschwitz deve aver vissuto per decenni con questo fardello sulla coscienza (condiviso con qualcuno solo nella sua vecchiaia) ne sono certo; che parlare di lui mi dà una misura di una vita intensa, dettata dal caso/destino e da scelte coraggiose è la mia sensazione.

WU

Gli immancabili auguri

Quest’anno mi sono deliberatamente astenuto dal disturbare pigre e sonnolente digerite con discutibili post di auguri (come se gli anni scorsi lo avessi fatto… anche se qualche vezzo confesso di essermelo tolto). Ad ogni modo, in questa ripresa di attiva routine (che almeno il primo lunedì lavorativo dell’anno non vorrei definire tale e pertanto la affianco ad uno speranzoso “attiva”) non mi posso (no, proprio non ce la faccio… come non ce la faccio a non fare parentesi, neanche mentre penso) astenere almeno da un generico augurio di buon anno. Soprattutto considerando che il 100% della telefonate/mail/chiacchiere di stamane sono iniziate con queste due parole (non sempre sentite, confesso, ma spesso solo di circostanza).
Per limitare l’aria che circola nella mia bocca, sperabilmente dare il buon esempio e non dare neanche adito a fraintendimenti di auguri non sentiti lascio la parola ad una cinica, tagliente, razionalmente obiettiva Lucy (ed al suo doppio, immancabile Charlie).
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Se qualcuno stamane avesse risposto cosi ai miei auguri di certo sarei rimasto come uno stoccafisso, ma lo avrei veramente apprezzato come il più vero e sentito degli auguri.
Felice buon anno, tardivo, come da WU consuetudine.
WU
PS. E come non far presente il fascino della data palindroma odierna: 8.1.18; qualcosa deve succedere…

Il progresso elettrico

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E’ un posto che mi accoglie quando sono in qualche modo triste e pensieroso. E’ un posto che non chiede; forse non da, ma non fa domande e non vuole spiegazioni.
Basta arrivare li, parcheggiare, ed in base all’umore avvicinarsi più o meno alla sua facciata, recinzioni o tettoia.

E’ ciò che resta di una ferrovia elettrica che congiungeva il primo entroterra con il litorale Italiano durante la seconda guerra mondiale. E’ una specie di vecchio baluardo del progresso; di quando la “tranvia a vapore” faceva posto ad una moderna linea elettrificata (complice, anzi, artefice, l’impennata del turismo della costa) .

E tutto celebrava questo progresso; il binario singolo, l’alto voltaggio, lo stesso edificio (come le altre stazioni, d’altra parte) portavano proprio il marchio del progresso portato dall’elettricità.

La storia è fra il travagliato, il bellico ed il burocratico. Il finale ve lo risparmio per rispetto all’edifico stesso che, nonostante il declino, continua a portare con estrema dignità l’aurea di quello che fu il suo ruolo nello sviluppo del nostro paese. Così come “sembrava il treno stesso, un mito di progresso”, anche tutta l’infrastruttura ferroviaria ha avuto questo ruolo pratico e “morale” nel progresso dell’età moderna; e posti come questo conservano splendidamente il loro ruolo “motivante” noncuranti dell’abbandono incalzante.

Oggi ci ritorno

WU

PS. Ogni riferimento geografico è volutamente evitato, ma rintracciare la linea ferroviaria e l’Edificio non è affatto difficile.

Letterina di Natale

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Questa striscia mi ricorda tantissimo un poco natalizio e molto “da writer” motto:
sempre e comunque contro chiunque.

Ora, a parte essere d’accordo o meno con il principio dei “saldi dell’inferno”, l’idea che la striscia mi trasmette è quella di una psicosi da homo-homini-lupus che ci ha ormai pervaso a tutti i livelli.

La trasposizione infantile delle nostre psicosi a cui Sally da voce non risparmia neanche il tanto caro Babbo Natale.

Chissà come si dovrebbe sentire il caro vecchietto (così come l’immaginario collettivo ce lo raffigura) ricevendo una lettere del genere. Lo vedo già con il suo barbone ed il suo pancione che fra un “oh-oh” e l’altro, leggendo l’ennesima letterina (a meno che non sia filtrata dalla sua fidata Cupido) esclama “ed io che c’entro?!”. Esattamente come faccio io leggendo il motto di cui sopra.

Ma forse, in fondo in fondo, se qualcuno (ed io stesso, in base alla giornata ed agli eventi, a testimonianza della lama di rasoio su cui mi/ci muoviamo) ce l’ha con tutti un po’ colpa anche mia deve essere.

Se poi vale la pena dirlo a Santa, proprio nei giorni del suo trionfo, e proprio definendolo “amabilmente” wishy washy… beh, se sei Sally puoi farlo.

WU

Di pungolature e di cavalcate

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Si, possiamo anche fare i conti, ma pungolare un po’ la vita è una di quelle (pochissime) cose che ti consentono di non piangerti addosso quando sei con te stesso a tirare le somme della vita.

Credo che a “cavalcare” si impari solo quando ci si provi e stare sul divano delle nostre certezze di certo non ci porterà a montare in sella.

Credo che, in base al livello “di pungolatura” ci voglia una buona dose di coraggio, irrazionalità, paura, frustrazione, e cose del genere per farlo deliberatamente.
Credo che farlo se non si ha altra scelta o si hanno le spalle coperte non sia sinonimo di “pungolatura”.

Credo che un vero amico, un familiare, chiunque ti voglia veramente bene dovrebbe farlo se ti vede “in difficoltà”, senza paura di metterti in ulteriore difficoltà dato che è il cambiamento che poi porta alla soddisfazione, se non altro per averci provato. Chiunque avalli il tuo/mio/nostro crogiolarsi nello status quo non può definirsi come un vero amico.

Credo che finire a terra faccia parte del gioco. Invoco “l’aiuto da casa” per spingermi a cadere; a rialzarmi ci posso pensare io, a decidere di cadere è molto più difficile.

WU

PS. Detto molto meglio qui da Lloyd

 

Life is very hard

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Un bel casco, nella vita, non farebbe male. Non è detto che se ne trovino, non è detto che siano sufficienti, non è detto praticamente nulla. Con tutti questi dubbi potrebbe essere anche meglio non trovarne.

Tanto un casco ti mette al riparo per quel che può, non risolve di certo i problemi. Credo sia l’antitesi della strategia “la miglior difesa è l’attacco” (a meno di non pensare di usarlo come oggetto contundente per l’aggressione delle problematiche).

E l’idea di Lucy (o meglio, del Dottore) non è poi così balzana. Il casco è uno di quei suggerimenti che ti vengono dati de default; una semplificazione di tutte quelle cautele che siamo portati (e ci viene caldamente suggerito) a prenderci quando abbiamo a che fare con … la vita.

Non ci aiuta più di tanto, non abbiamo niente di meglio. Anzi, per avere qualcosa di meglio dobbiamo essere molto più lungimiranti di quanto sia facile fare oppure rischiare molto di più. Teniamoci il nostro casco.

WU