A short post – break

Sometimes a short post is all it takes to get your point across. Which is the point of this post.

Which is the other message of this short post? Take a break.

WU

PS. La sintesi è un dono, ma ci si può anche allenare. Buon riposo, per un po’.

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Le mucche, il latte, il foraggio

Due bovari avevano ereditato due pascoli adiacenti. Il primo lo recintò, andò a comprare una magnifica vacca olandese; ve la rinchiuse e si sdraiò sull’erba, aspettando ogni giorno il momento di mungerla. Il secondo invece dissodò il terreno, scavò un pozzo; seminò l’erba e irrigò, finché il suo pascolo somigliò a un campo di calcio. Allora, con i pochi soldi rimastigli, comperò due magre vacchette. Da principio la vacca olandese produceva 50 litri di latte al giorno, mentre le due vacchette meno della metà. Ma, in seguito, il pascolo del primo bovaro si inaridì; la sua vacca iniziò a deperire e a produrre meno latte. Le vacchette del vicino, invece, prosperavano e arrivarono a produrre più di 60 litri di latte al giorno. Il primo bovaro propose al vicino di scambiarsi gli animali. Quello acconsentì; ma, dopo poco tempo, la situazione tornò uguale. Infatti le due vacchette si smagrirono e divennero improduttive; invece la frisona, sempre più florida, vinse addirittura un premio internazionale. A quel punto il primo bovaro vendette per pochi soldi pascolo e bestie al vicino e se ne andò in città, in cerca di fortuna. L’altro, invece, prosperò con i suoi animali per molti anni.

Questa storiella (non chiedetemi citazioni, credo si tratti di saggezza popolare olandese…) si offre a molteplici “morali”, molte scontate, qualcuna banale, tutte parimenti vere (e, IMHO, piuttosto tristi):

  • nessuna vacca è in grado di farci neanche una goccia di latte senza foraggio. Hai voglia tu a prendere le mucche migliori, hai voglia a fargli le coccole, dirgli le parole dolci o fargli sentire musica da camera: per fare il latte (risultato) ci vuole in foraggio (investimento? lavoro?).
  • non saremo mai in grado di distinguere una vacca produttiva da una improduttiva fintantoché queste non mangiano dallo stesso pascolo. In altri termini, per fare un paragone fra il rendimento di soggetti diversi è necessario che le condizioni di partenza siano le stesse (è facile fare più latte se abbiamo più latte se abbiamo più erba a disposizione, anche se valiamo poco).
  • non facciamo i bovari ignoranti: se guardiamo solo alla quantità di latte prodotto facilmente ci troveremo a scartare le vacche migliori! La valutazione di un soggetto è ANCHE il risultato, ovviamente. L’efficienza come unità di misura della meritocrazia è molto rischiosa.

Il foraggio può essere a vostra scelta un investimento, un rischio, dei fondi, la fiducia, ma anche la collaborazione, il supporto e via dicendo.

Il latte può essere un buon voto a scuola, i risultati di una ricerca scientifica, l’acquisizione di un buon contratto, un qualunque risultato atteso (e sudato), il livello di sicurezza di una città e via dicendo.

Le vacche siamo noi.

I bovari no.

WU

La currea

La cintura, in genere di cuoio (ricavata da pelle e scarti di lavorazione), quella che regge i calzoni, ma che all’uopo può esser usata per minacciare (più che colpire) i figli monelli o disobbedienti: la correa.

Curreja, o correja, nelle lingue latine ed in spagnolo: lo correa.

I lavoranti dei pellami per conto terzi son soliti usare gli scarti delle lavorazioni per fabbricarsi piccoli oggetti, come la cintura. Il proverbio sottolinea che ad amministrare il patrimonio degli altri, prima o poi qualcosa si guadagna

La currèa, curreja, o correja, cintura, deriva da latino corrigĕre, molto simile (direi la stessa radice…) a correggere e non è appunto un caso che la curreia fosse adoperata come strumento (più che altro deterrente) per correggere i figli disobbediente.

Un paio di detti (napoletani, neanche ci fosse il bisogno di dirlo) che la vedono protagonista:

  • Nun saccio chi è cchiu scemo, se a volpe o chi a currèa. (Non so se è più stupida la volpe o chi la rincorre). Currea in accezione di rincorrere. E’ più stupida l’utopia o chi la rincorre? A volte affrontare situazioni troppo al di là delle nostre possibilità, ci rende agli occhi degli altri dei perfetti imbecilli.
  • A copp’ ô ccuorio, esce ‘a currea. (La cintura si ricava dalla pelle). I lavoranti di pellami usavano riutilizzare gli scarti di lavorazione (materia prima non loro, ovviamente) per fabbricarsi piccoli oggetti per uso personale, come ad esempio la cintura. Ad amministrare il patrimonio degli altri prima o poi qualcosa si guadagna.

WU

PS. La genesi, quasi ovvia, dello spettacolo odierno è da ricercarsi nei seguenti versi che mi canticchio in mente in questi giorni in cui la mia soglia di pazienza si mostra irrispettosamente (nei miei confronti, intendiamoci) bassa.

Siente fa’ accussì nun da’ retta a nisciuno
fatte ‘e fatte tuoie
ma si haje suffri’ caccia ‘a currea
siente fa’ accussì
miette ‘e creature ‘o sole
pecché hanno sape’ addo’ fa friddo
e addo’ fa cchiù calore.

Paradiso ed Inferno: comportamenti, non luoghi

Un Sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno» Dio condusse il sant’uomo verso due porte.

Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno. C’era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’uomo sentì l’acquolina in bocca Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: “Hai appena visto l’Inferno”.

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra loro sorridendo. Il sant’uomo disse a Dio : «Non capisco!» – E’ semplice, – rispose Dio, – essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire se’ stessi.. ma permette di nutrire il proprio vicino. Percio’ hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a se stessi.

Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura… La differenza la portiamo dentro di noi.

Mi sono imbattuto in questa storiella (che mi da certamente da riflettere soprattutto nell’attualità che sentiamo tutti quotidianamente) mentre ripensavo ad una frase che ho sentito qualche giorno fa: “non può esserci felicità senza riconoscenza”.

La riconoscenza si impara, non c’è che dire; un po’ come imparare a sfamare il prossimo per non morire di fare. Sulla felicità, poi, si può lavorare; che la si raggiunga o meno imparare la riconoscenza quanto meno non ci fa rimanere emaciati e tristi.

WU

Motivazione Motivazionale

Oggi mettiamola sul piano motivazionale… nel senso di dubbi “consigli” motivazionali (che, lungi dal me dare, sia chiaro!). Di certo non è la prima volta che uso questo blog per questo scopo (e non mi sono messo a spulciare nei vecchi post per verificarlo).

Lo spunto sarà stata la primavera, sarà stata quest’altra settimana che volge al termine, sarà stata la stanchezza, la mia indisposizione o qualche solito delirio, ma è molto più probabile che sia stato questo Dilbert (in realtà è una storia che va avanti da qualche striscia, ne metto tre nell’immagine) ad aprirmi gli occhi, oggi (bhe diciamo che me lo ha riportato alla mente).

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La verità è che spesso questi slogan (e peggio ancora, corsi!) motivazionali non hanno assolutamente nessun effetto se non quello contrario di demotivare. Il punto è che (mi) sembrano cose affettate, fatte perché scritte in qualche manuale (o peggio, per pagare profumatamente qualche consulente super-esperto), fatte per corroborare l’ego o il senso del dovere di chi le “elargisce”.

Sarò io, ma slogan/riunioni/massime/lezioni motivazionali NON mi lasciano indifferente, mi indispongono proprio. Non che mi senta superiore è che mi pare una di quelle cose che se instradata, se inculcata, se forzata perde istantaneamente tutto il suo valore.

Una delle poche frasi che rileggo di tanto in tanto quando “cerco motivazione” è quella che cito sotto (e, confesso, non sempre funziona allo scopo, ma è in fondo una frase che mi piace molto… e questo mi basta e forse conta più di tante pretese motivazionali…).

“Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”
[Mark Twain]

Aggiungo anche che la motivazione non è qualcosa che va “cercata”, o meglio la si può anche cercare, ma se non apriamo la mente non la troveremo mai e la ricerca della stessa non mi pare aiuti ad aprirla… ed a me personalmente la prossima “sessione motivazionale” me la chiude definitivamente.

WU

La visione periferica serve sempre

… o per vedere fuori dal centro del nostro campo visivo oppure per darci una scusa…

Ok, metto le mani avanti: sto scrivendo questo post più che altro per auto-giustificarmi, non tanto perché credo nella spiegazione scientifica che viene presentata. Non metto in dubbio che vi siano alcune differenze biologiche (ovviamente), evolutive (meno male) e chissà quante altre fra uomo e donna, ma arrivare a dire che non riesco spesso a trovare quello che mi serve a causa di ciò ammetto mi serva più come giustificativo con me stesso piuttosto che come base scientifica di cui farmi forte.

In breve, uomini e donne sono diversi, ma mi serve una benedetta scusa quando ho le cose davanti agli occhi e devo chiedere “l’aiuto da casa”… Ah, non sono certo sia questione di pigrizia quanto di effettiva, inconscia disattenzione.

Comunque, mettendo la cosa su un piano semi-scientifico la colpa la possiamo dare alla diversa visione periferica nei due sessi. La visione periferica è quella parte del nostro sistema visivo che ci consente di percepire colori, forme e (soprattutto) movimenti che non sono esattamente davanti i nostri occhi. Piuttosto comoda durante la nostra evoluzione per percepire movimenti di possibili predatori che avvenivano fuori dal nostro campo visivo e metterci di conseguenza sull’allerta (e sperabilmente in salvo), ma anche per vedere cosa c’era attorno a noi che potevamo raccogliere e portare a casa.

Le donne hanno una visione periferica eccellente, sono in grado di vedere con buona precisione fino a circa 45° dal centro del loro campo visivo e riescono anche a raggiungere casi eccezionali di 180°. Gli uomini si fermano nettamente prima, attorno ai 20°, pare.

Il motivo evolutivo di questa differenza (di cui sono certo ce ne siamo accorti…) è da ricercarsi nelle abitudini (preistoriche, ovviamente) dei due sessi. Le donne che erano principalmente raccoglitrici, si occupavano di frutta, erbe e radici, ed avrebbero quindi sviluppato una capacità visiva più ampia per veder meglio cosa avrebbero potuto raccogliere attorno a loro. Gli uomini, invece, erano cacciatori ed avevano quindi bisogno di puntare la preda frontalmente e con precisione per cui concentravano la propria attenzione su un oggetto alla volta ed era sufficiente percepire ombre e sagome come visone periferica per mettergli di mettersi in salvo.

Oggi la differenza sta fra il cercare i pantaloni e trovarli oppure essere ricoperto di improperi quando “il gentil sesso” ce li indica docilmente. Continuo a pensare che concentrarsi un attimo risolverebbe la questione, ma è più facile che mi giustifichi dicendo (a me stesso, dato che se lo dovessi dire ad una donna non farei che peggiorare la mia situazione) che è colpa della mia visione periferica…

WU

PS. Mi viene anche da astrarre un pochino e dire che una visione periferica in senso lato che ci consenta anche di percepire quello che succede attorno a noi fuori dal nostro “cono d’attenzione” è di certo aiuto nella vita. Confermo, la visione periferica serve sempre…

Il lago e la decappottabile

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Questa è veramente MITICA!

Uno dei modi più ironici (che per me è spesso sinonimo di intelligenza) per dirci che ci complichiamo spesso, troppo spesso, la vita.

Non che le argomentazioni di Chuck siano errate, sono semplicemente (?) troppo di dettaglio per legarle alle radici della felicità. Il segreto della vita? Beh, un (e l’articolo indeterminativo è d’obbligo) bacio e testa leggera è certamente più reale, di impatto, alla nostra portata, è praticamente già una dimostrazione del fatto che la stiamo prendendo bene. Pensare ad un lago, una decappottabile, condizioni meteo da convertibile o da lago è semplicemente… troppo.

Inoltre, nelle vane elucubrazioni di Chuck anche il fatto di aver identificato un paio di “oggetti” che riescono a compensarsi a vicenda, a ben vedere, è una specie di ombrello nei confronti delle avversità della vita (… o del meteo che ne è spesso un’egregia approssimazione). Chuck, mi sa, che ci ha visto giusto, forse davvero una decappottabile ed un laghetto ci darebbero giorni felici… 🙂 .

Ci arrovelliamo (ma forse già il fatto di chiederselo in fondo diminuisce la leggerezza di trovare una risposta, ammesso che sia, al “segreto della vita”) troppo nel cercare risposte, mentre queste si celano in qualche azione momentanea, qualche divagazione, un bacio o poco più. Lo dico, ma dubito di impararlo; mi sento assurdamente e testardamente affine a Chuck (anche nel suo continuare ad elucubrare solitario).

WU

PS. Forse 42 è veramente la risposta giusta.

PPSS. Io ci vedrei bene (ed il fatto di non sapere il perché mi fa sentire per un attimo Snoopy) questa canzone qua.

 

I like to think about what I read

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Ovviamente questa è una estremizzazione (come si confà allo Snoopy che è dentro di noi)… che se non altro serve per ironizzarci su e non piangere. Credo, tuttavia, che sia quanto mai vero ed attuale che la gente (e non intendo affatto escludermi dalla lista) non legga fino in fondo quello che gli scorre davanti agli occhi.

Produciamo spesso e volentieri moli di documenti solo per far contento qualche indice o procedura, per costruire paraventi o pezze d’appoggio nel caso di problemi, per farci pubblicità o per fare pubblicità, ma l’attenzione che viene dedicata alle parole che ci fluiscono dall’iride, dentro la pupilla, su per il nervo ottico e quindi al cervello è mediamente molto molto basso.

Non credo sia una questione di competenze (anche se…), ne di eccesso di informazione (anche se…), ne di facilità nel reperimento delle stesse (anche se…), quanto credo che sia proprio il valore che ormai diamo a questo o quello che è cambiato.

Ormai dobbiamo fare in fretta, dobbiamo cogliere subito il punto, dobbiamo tagliare i fronzoli; non sappiamo il perché di tutto ciò, ma sappiamo che dobbiamo farlo. Viviamo di quanti di informazione, presentazioni, note, memorie, sunti, TED talks, e via dicendo. Già il riassunto che si faceva a squalo è considerato prolisso. Dobbiamo presentare mesi di lavoro di tesi in qualche minuto, dobbiamo sostenere colloqui con chi ha bisogno di pesarci nel giro di mezz’ora, dobbiamo parlare a telefono/skype/qualche-forma-di-video-web in fretta e fra un buco ed un altro dei mille impegni (mediamente inutili ed ai quali dedichiamo la stessa scarsezza di attenzione).

Ricordo che un tempo esistevano le tariffe per cellulari a consumo e quanto più si era in grado di fare telefonate brevi e concise tanto meno si andava a pagare. Oggi abbiamo migliaia di minuti disponibili nei nostri piani tariffari, ma poco tempo per usarli tutti e gente mediamente disinteressata a quello che abbiamo da dire.

Una parola al giorno forse no, ma un concetto al giorno, capito, approfondito, trasmesso sarebbe un miracolo. Aggiungo anche che, se almeno fossimo in grado di discernere a cosa dedicare attenzione e cosa trattare in maniera sommaria, sarebbe un primo passo per tornare a Leggere  (anche se temo per la categoria alla quale verrebbe assegnato Guerra e Pace…).

WU

PS. Post volutamente succinto per non perturbare troppo i nostri impegni (di chi legge e chi scrive), per venire incontro alla nostra fretta, alla nostra abbondanza e ridondanza di informazione e, ultimo ma non ultimo, per non disturbare troppo il nostro disinteresse.

Ricorrenze

In giornate come quella odierna non so mai se spendere qualche parola sulla ricorrenza o meno. Se proprio uno vuole in rete trova quello che vuole, sia su una campana che sull’altra. E non di certo passa da queste parti per vedere l’immagine di un ramoscello di mimosa.

Non che non voglia “celebrare” (e non me ne vogliano le donne all’ascolto che credono che la festa odierna andrebbe epurata dai calendari) ne tanto meno non credo sia giusto ricordare quanto successe oggi o comunque indire un pretesto per dire una sorta di “grazie” al gentil sesso, ma non so mai se stressare troppo la questione rischia di sfociare in affettati auguri.

Quest’anno, esattamente come i precedenti, non ho una risposta e non riesco a prendere una decisione. Mi sono pertanto (come se fosse effettivamente una conseguenza) messo a spulciare nella storia di questo blog per vedere come avevo affrontato il “problema” gli scorsi anni.

Scopro che:

  • nel 2016 mi sono messo a parlare dell’isola dei conigli, delle sue incerte origini e dell’ancora più incerto destino;
  • nel 2017 mi sono impelagato nel cercare di descrivere il limite che blocca la velocità di un flusso in un condotto soggetto ad una differenza di pressione indipendentemente da un ulteriore calo di pressione;
  • nel 2018 ho toccato l’apice raccontando la storia di un “message in a bottle” che ha solcato mari ed oceani dal 1886 per finire poi in una asettica teca da museo.

In breve direi che più che non voler ricordare che oggi è l’8 MARZO (ecco, l’ho detto) mi sono “distratto” bighellonando in rete cercando di riflettere per prendere una decisione così a lungo che poi ho finito per sproloquiare sulla prima cosa che ha catturato la mia attenzione.

Non credo sia un bene, non credo sia un male; ma a questo punto direi: auguri, in case.

WU

PS. “fortunatamente” (da questo punto di vista) nel 2015 ho iniziato questo blog dopo la ricorrenza odierna bypassando amabilmente il “problema” 🙂

PPSS. Questo post però costituisce effettivamente un precedente circa il mio fare-o-non-fare auguri oggi se mai dovessi condurre la stessa analisi fra un anno…

Forzosi slanci

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Avete presente quel giorno in cui vi sentite stanchi? Non tanto fisicamente quanto più mentalmente o peggio, moralmente. Avete un po’ l’impressione che sia il momento di tirare le reti in barca per vedere se vi sono buchi, ma tutto attorno a voi dice che non ve lo potete permettere.

Uno di quei giorni in cui più che saltare (ancor prima che guardare, suggerirei) oltre la siepe (come giustamente suggerito qui da Lloyd) ve ne stareste seduti sul divano a farvi domande a voi stessi? Si, salvo poi non trovare risposte decenti, ma questo è un altro problema…

Beh, oggi è per me uno di quei giorni. Mi vedo spinto a preparare valigie e guardare avanti quanto invece mi prenderei un attimo per verificare lo stato delle gomme e dei vestiti (lisi). Non mi aspetto il mondo si fermi per me, per cui trovare il coraggio di spingersi oltre mi suona un po’ come “mettiti in difficoltà, vedrai che almeno il quotidiano lo risolverai”.

Ovvero, proviamo a spingerci oltre che almeno tiriamo avanti. Non è il massimo, mi rendo conto, ma in un giorno in cui chiuderei gli occhi anziché sbirciare oltre la siepe mi pare il meglio che possa fare per non rimanere a fissare una valigia vuota.

WU

PS. Metterei questa canzone come colonna sonora della giornata