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Errori su errori

“Ogni misura sperimentale è affetta da un certo grado di incertezza”, ci insegnavano sui banchi di scuola. Ogni scelta, ogni decisione, ogni seppur vaga posizione che assumiamo nei confronti delle situazioni nelle quali ci troviamo a vivere è affetta da un certo grado di incertezza. Questo non ce (almeno a me) lo hanno detto a scuola.

La conseguenza dell’incertezza è un errore nella misura. Errore che deve essere correttamente propagato, di lettura in lettura, onde evitare di portare a casa risultati non voluti (ve li ricordate i neutrini più veloci della luce? … propagazione di errori sperimentali sistematici). Propagazione dell’errore che però dobbiamo (beh… dovremmo) imparare a fare anche nella vita di tutti i giorni. Sarebbe bello sapere cosa succederà domani ad un errore (o imprecisione) di una scelta oggi.

Qual modo migliore per rispondere a tale domanda se non usare “l’approccio alla Randall” (qui)? Relativamente semplice: quando non so come propagare correttamente un errore semplicemente applico una “error bar” (un intervallo di incertezza della misura) ad ogni mio dato sperimentale. Diciamola più semplicemente: per ogni scelta (imperfetta per definizione) che faccio applico agli estremi delle situazioni che si possono verificare margini di sicurezza.

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Ancora più semplice? Ogni volta che ho un dubbio aggiungo ulteriori dubbi. L’approccio è (credo) più che umano, ma la naturale conseguenza è che si tende ad affastellare errori su errori. A meno di non essere nel centro della error bar (ovvero, di aver per qualche arcano motivo azzeccato la scelta) ogni errore si propaga all’infinito.

La cosa positiva è che l’incertezza (almeno in teoria, ma in fondo credo che salvo rari casi valga anche nella pratica) tende a diminuire con il propagarsi dell’errore, anche se questo credo sia più che altro un effetto curativo dello scorrere del tempo.

In breve: errare è umano, saper come gestire/propagare un errore è matematica. Assumendo che non siamo tutti grandi matematici direi che ogni errore è destinato a propagarsi dando luogo ad altri errori. Ora, se invece di chiamarli errori li chiamiamo scelte abbiamo semplicemente confermato che il futuro dipende (o ci sembra che dipenda, ma in fondo nel nostro piccolo è uguale) in qualche modo dall’esito delle nostre scelte (o errori).

WU

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Di stime & di ricordi

Oggi mi sono abbandonato un po’ ai ricordi. Ovvero, qualche giorno fa le fatine (e basta sempre con gnomi e folletti) di WordPress mi hanno fatto notare che qualche matto era andato a sfogliarsi questo vecchio post. Non che capiti di rado che qualcuno spulci i vecchi (e vecchissimi) post, ma la data di quello in questione mi ha colpito. La data è, infatti, quella odierna… di tre anni fa.

Onestamente lo ricordavo (e non posso dirlo per ogni post che ho scritto), ma l’ho riletto assolutamente volentieri. Se dovessi riscriverlo oggi forse lo farei in maniera più asciutta, ma mi consola (o non dovrebbe?) sapere che a distanza di tre anni mi faccio tutto sommato lo stesso genere di domande… specialmente, se volete saperlo, mentre alieno la mia mente nel traffico cittadino.

Associare dei numeri a ciò che mi circonda rimane un mio ottimo passatempo mentale (un po’ alla Fermi, anche se su un livello decisamente più triviale). Tipo passare vicino un parcheggio e chiedermi quante auto siano parcheggiate, vedere uno stormo in cielo e stimare il numero di volatili che lo compongono, entrare in un luogo affollato ed approssimare le persone presenti o, appunto, vedere un qualche uomo/bestio/cosa e chiedermi volume o peso.

Oggi mi sono impelagato nel provare a stimare il numero di peli bianchi della mia barba (il mio responso è un numero che si legge come “troppi”), ma mi sono interrotto pensando sostanzialmente che oggi domande del genere servono (o vorrebbero servire) solo a sostenere qualche colloquio di lavoro e non più per allenarci a verificare l’ordine di grandezza delle cose… che sarebbe la prima difesa dalla proliferazione delle fake news. Se tutti provassimo a ragionare, si ci vuole un po’ di “allenamento alla Fermi”, di più svilupperemmo una sensibilità diversa, sia qualitativa che quantitativa, e saremmo molto più selettivi riguardo a ciò che leggiamo o ci viene detto.

Ad ogni modo, non voglio dire che dobbiamo farlo tutti, ma personalmente la cosa che mi piace è che non mi soffermo mai a verificare il risultato. Semplicemente per il piacere di vedere che stime riesco a fare… e quanto più sono inutili meglio è!

WU

Preoccupazioni inutili

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C’è qualcosa che mi preoccupa. In realtà, forse, mi preoccupa ben più di qualcosa, ma è già un buon risultato se riesco a mettere a fuoco una delle cose che mi preoccupa. Mi piace appoggiarmi al muretto di Charlie (qui) e vedere se riesco a confrontarmi con lui; anzi per calare me nei suoi problemi per vedere se riesco almeno a chiarirmi un po’ le idee.

Pare, e dico pare, che l’accettazione sociale sia una delle cose che ci preoccupa di più. Essere considerati qualcosa da qualcuno è forse l’origine del nostro bisogno, sempre più convulso, dei social. Il dubbio, più che legittimo dal mio punto di vista, è se essere considerati qualcuno significa veramente essere qualcuno. E spingendosi ancora oltre mi chiedo se è sufficiente questo per avere una preoccupazione.

Sempre più convinto che la risposta alla seconda domanda è no; nel delirio di questo momento mi sto quasi convincendo che se proprio mi deve interessare l’opinione di altri, sia meglio essere considerati come qualcuno che un tempo era “qualcuno” o che avrebbe potuto esser “qualcuno” piuttosto che come qualcuno che oggi è “qualcuno”. Ecco, lo sapevo, ho esagerato con i qualcuno ed i “qualcuno”.

Il punto è che essere oggi sotto la lente d’ingrandimento della società, dei suoi canoni e delle sue aspettative è una situazione molto scomoda. E’ una situazione che non può durre a lungo e richiede una presenza su piazza che si deve rinnovare ad un ritmo che corre sempre più veloce e con modalità che evolvono giorno dopo giorno. Possiamo dire che non fa per me (di certo perché non sono ne “great” ne “former great”), ma rimango convinto che non è una situazione sostenibile… e men che meno utile.

E poi, chi è secondo voi il “master of cerimonies”?

WU

PS. Oggi sono “underdressed” rispetto alla situazione, me ne infischio abbastanza, ed in tutta risposta mi spingo in questo genere di riflessioni…

Wedge

Tanto tempo fa qualcuno disse “datemi una leva e vi solleverò il mondo”. Con il passare del tempo credo che questa frase si sia evoluta in “datemi una leva e vi dividerò il mondo”.

Senza voler parlare di migranti a poche miglia dalle coste, di muri costruiti lungo i confini nazionali oppure di intangibili (e profondissime) separazioni sociali che vediamo attorno a noi ogni giorno (… e non illudiamoci che sia una storia dei nostri giorni, ve la ricordate la genesi della Grande Muraglia Cinese?), vediamo di prendere la cosa con un po’ di ironia (grazie a Randall, qui).

wedge

Il tornaconto diretto della “politica della divisione” (mi piace questa locuzione 🙂 ) è semplicemente quello di aumentare la folla di persone che ci apprezzano. O diminuirla. Ma in ogni caso non passare inosservati, dare l’immagine di esser quelli che fanno la differenza.

“Io sono quello che ha tenuto i cattivoni lontano da casa tua”, oppure qualcosa tipo “Io sono quello che ha messo al sicuro i nostri confini” (neanche se in questo modo avessimo definitivamente eliminato ogni pericolo…). Sono posizioni che creano o distruggono consensi, ma che non mi danno l’idea che si stia effettivamente facendo qualcosa.

Sarò vecchio dentro, ma identifico in una singola parola, un po’ dimenticata, un po’ abusata, un po’ generica, un po’ romantica, la base di ogni società civile e quindi di ogni regnante/politico/governatore: moralità. Senza questa non esistono, IMHO, leve, muri, barricate o leggi che possano far effettiva presa sulle persone e sul loro benessere sociale.

WU (morale o im-morale, ma non a-morale)

Gli squali sopra

SqualiLloyd.png

“C’è qualcosa che la preoccupa, sir?”
“Là fuori è pieno di squali, Lloyd”
“Problema irrilevante, sir”
“Irrilevante, Lloyd?”
“Certo, sir. Anche il più aggressivo dei pesci non può fare nulla a chi rimane con i piedi per terra”
“E nemmeno a chi sa volare. Giusto, Lloyd?”
“Sir è sempre molto saggio”
“Grazie, Lloyd”
“Prego, sir”

Di ispirazione (qui), non c’è che dire. Anche se mi porta a riflettere sul fatto che avere i piedi a terra, in questo momento, mi risulta tanto difficile almeno quanto volare; e non sono neanche certo valga veramente la pena impegnarsi per farlo.

Ho addirittura l’impressione che gli squali stiano velocemente imparando a camminare sulla terra ferma per cui neanche con i piedi per terra (inteso come la mia/nostra comfort-zone) mi sento particolarmente al sicuro. Lo leggo come l’ennesimo sprone per fare uno sforzo e spostarci in ambienti nei quali siamo decisamente meno abituati a muoverci, ma che ci garantisce un certo vantaggio prima che “il più aggressivo dei pesci” impari anche a volare e mordendoci i calzoni ci spinga ancora più su.

A parte l’interpretazione (che voglio/devo vedere positiva), di certo mi rimane che le preoccupazioni derivano spesso (sempre?) da qualche squalo la fuori. Rendere queste preoccupazioni “problemi irrilevanti” richiede una dose di saggezza, almeno a livello di Lloyd.

WU

PS. Non so bene il perché, ma il tema (da cui il titolo del post) mi ricorda questa canzone qua. Un po’ la colonna sonora della giornata.

Tempo di doni

Che cosa significa veramente dono? Il dono è il luogo della libertà, è quella dimensione della persona che si attiva quando ci sentiamo veramente liberi di fare e di dare tutto; e cosi, potendo dare e fare molto, siamo anche capaci di donare qualcosa il dono è infatti la cifra degli uomini liberi.

Quale è la relazione fra dono e mondo del lavoro? Anche il contratto e gli scambi economici hanno un bisogno vitale di dono sebbene il mondo del business oggi faccia di tutto per mostrarsi come l’ambito del non-dono- Pensiamo al lavoro. Tutti sappiamo che quando entriamo un un’aula o in un ufficio, se insieme al signor Rossi non entra anche Mario, non iniziamo mai a lavorare davvero. Se, io che sono un docente, prima di entrare in classe non mi fermo un attimo, mi raccolgo, non metto da parte i miei problemi personali per dare il meglio di me, il mio entusiasmo, la mia voglia di vivere e la mia creatività ai miei studenti, in realtà io non sto lavorando: potrei mandare in aula un computer o proiettare un banale power pint. Ma, e qui che sta il mistero del dono, l’entusiasmo, la voglia di vivere e la creatività non sono contratti, perché nessuna impresa me li può comprare: o io decido liberamente di metterli nel mio lavoro oppure non ci sono. Ed essendo faccende di libertà, sono faccende di dono.

E se decidiamo invece di non donare, che succede? Se nel lavoro manca la partecipazione, che l’impresa non può acquistare ma solo ricevere dalla mia gratuità, l’impresa fallisce. Le aziende quindi possono comprare solo la parte meno importante del nostro lavoro – a che ora entriamo ed usciamo, e i “segni” del nostro lavoro – ma non possono comprare l’entusiasmo e la voglia di vivere, che però sono le cose che servono davvero. Il problema principale però è che i manager non si rendono conto di quanto dono consumano senza pagarlo, perché il dono è in massima parte invisibile e parla un linguaggio opposto a quello del business. Le imprese in realtà hanno un grande bisogno del dono dei lavoratori.

Spesso però la generosità dei lavoratori non viene riconosciuta… E’ l’impressione di essere defraudati di quanto di noi stessi mettiamo nel lavoro, una delle prime cause di malessere di molti lavoratori. Ci vorrebbero manager capaci di vedere e di riconoscere il dono. La tradizione cooperativa lo sapeva fare, spesso lo fa ancora, e quindi può ricordare a tutta l’economia che quando il contratto si mangia il dono, nel tempo si mangia la vita delle persone.

Parole di Luigino Bruni.

WU

PS. A parte essere d’accordo o meno sull’approccio un po’ “volemoce bene”, suggerisco caldamente la lettura del pezzo… almeno come spunto per qualche riflessione. I passi che mi hanno colpito di più (che sono certo cambierebbero ad una ulteriore rilettura) evidenziati in grassetto.

La disperazione silenziosa del sogno

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Mi sono imbattuto in questa “scultura”. Più che altro è una specie di obelisco in una piazza relativamente centrale del suo paese, ma non propriamente ben illuminata.

Vuoi per la scarsa luce, per il carattere o (molto probabilmente) per la mia dis-attenzione mi sono effettivamente accorto della frase e l’ho “processata” mentalmente solo dopo parecchi passi dalla colonna. Sono quindi ritornato sui miei passi per cercare di immortalarla.

Mi piace soprattutto il senso di costrizione ingenerato da un dono e l’urlo silenzioso che trasmettette (si, credo sia questo).

Sulla parte sinistra della colonna si intuisce anche a chi la scultura è intitolata (e facilmente si risale alla cittadina, direi). Sulle altre facce della colonna, invece, la citazione continua:

Nato con la disperazione silenziosa del sogno nulla avrebbe avuto potenza di liberarlo né avversità di uomini né favore di eventi né implacabilità di fato. La morte dandogli fama lo guarì dal quel delizioso morbo dell’anima

Mi rendo conto che è un po’ dark, ma colgo una intrinseca bellezza in queste parole e tutto mi ingenerano fuorché resa dinanzi al fato. La guarigione della morte mi pare quasi solo un orpello aggiuntivo che, pur guarendo il “morbo dell’anima”, di certo non sconfigge la “disperazione silenziosa del sogno”.

E’ un po’ come nascere “con una marcia in più” (chissà che vuol dire): chi ce l’ha non la perde, ne con favore ne con sfavore del fato. La natura stessa dell’uomo, una delle cose più ineluttabili, non trovando altro modo di toglierci il dono del sogno può solo portarci via la vita.

WU

PS. La foto, con blande pretese artistiche, non è un granché. Lo ammetto.