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Scarnificare

Essenziale, nudo, senza ornamenti.

Portare le cose, la realtà, i concetti, i rapporti all’osso, privarli di tutti gli impedimenti che ne possano far capire il reale spessore (o la sua assenza). Togliergli di torno tutte quelle carni di troppo che li rendono incomprensibili o che comunque mascherano il vero significato della nostra esistenza.

Scarnificare; provare delle carni, spolpare, lacerare le carni, scoprire le ossa. Dal latino dilaniare, a sua volta derivazione di “carnefice”. Eppure l’atto dello scarnificare non è (sempre; omettendo quei casi in cui il contesto del termine è letterale o sottende una magrezza di contenuti… divagazioni perverse) un male, non è sempre una carneficina; anzi, è molto più spesso di quel che si pensi (o delle remore che ci facciamo più o meno inconsciamente) un vero atto d’amore (oltre che, ovviamente, di coraggio).

Il rivelare il cuore nascosto delle cose senza aver paura di scoprire e scoprirci.
Addobbi ed ornamenti sono si belli ed importanti, ma solo se le ossa che ci sono sotto sono solide e degne di essere abbellite, se viceversa travestiamo il marcio (o se il marcio è così ben travestito che i nostri occhi non lo riconoscono) allora il vero amore è togliere tutta la carne per cercare, capire, trovare, vedere, ammettere e cercare di risolvere il problema.

Leggo queste dodici lettere come un specchio meccanico, concreto, raggiungibile, che in qualche modo mi dice cosa devo fare, delle (per me ormai vuote) parole: “mettere a nudo la verità”.

Inutile sottolineare il fatto che, avuto il coraggio, scarnificare la nostra quotidianità sia difficile ed estenuante. Concetto detto molto meglio in questa quote.

Si stancava presto di quelle tensioni della volontà, e restava lì spossato, come se lo scarnificare ogni concetto per ridurlo a pura essenza lo lasciasse in balia d’ombre dissolte ed impalpabili
[Il barone rampante, Italo Calvino]

L’essenza (nascosta, ben nascosta) delle cose

WU

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Dedica

Dedica profonda e stonata a tutti gli sballati, i fuori di testa, i fuori luogo, ai balordi e soprattutto a coloro a cui non piaccio. A cui non sono mai piaciuta o che non ho (chissà mai il perché?!) incontrato mai. Si, la dedico anche a loro.

Dedica profonda e falsamente sincera ai dimenticati, a chi non si riconosce nello specchio, a chi non si riconosce specchiandosi negli altri, a chi uno specchio non ce l’ha proprio, a chi lo verrebbe ed a chi no.

Dedica profonda e non per questo sentita a chi ha lavorato troppo, a chi troppo poco, a chi si ritrova perennemente solo e va quindi giù. Ha chi prova a risalire, a chi cerca la maniera, a chi non la trova e scende sempre più giù.

Dedica profonda e solitaria alla mia faccia di questa sera, alla faccia dei cattivi “che poi così cattivi non sono mai” (… e dai che qui è facile…). Cattivi che ti cercano una sola volta, cattivi che sanno quando il gioco finisce, cattivi che non si buttano per questo giù.

Dedica profonda e disperata a me, a come ero solo ieri, a come sarò domani, alle mie emozioni, al mio amore. Dedicato ai miei pensieri che si rincorrono non lasciandomi libera neanche di sapere cosa dedicare, e a chi.

WU

PS. Ovviamente libere (e come sempre discutibili) divagazioni sul tema:

Non è certo la prima volta che la sento, ma forse una delle prime (tanto per non dire la prima) che la ascolto veramente e spendo qualche minuto della mia stupida giornata a rincorrerne testo e significato. Notevole.

PPSS. Prendersi un po’ per i fondelli (“a questo schifo di canzone”!!) è praticamente l’apice dell’intelligenza umana. Sapersi non prendere (e non “non sapersi prendere”) troppo sul serio credo voglia dire saper dare il giusto peso alle cose, contestualizzare, pesare se stessi e , di riflesso, gli altri.

Partiamo partiamo, non vedi che siamo…

In realtà mi torna alla mente anche “non sarà un’avventura…” (ed un’altra sfilza di confusi pensieri che vi risparmi per pudore), ma ad ogni modo il concetto espresso qui da Lloyd è innegabilmente un leitmotiv della nostra esistenza: viviamo con un’eterna propensione ed una eterna paura nei confronti delle avventure.

“Lloyd, mi sono imbarcato in una nuova avventura”
“Noto, sir”
“Potrei finire in un mare di guai…”
“Probabile, sir”
“Ma allora perché non mi hai fermato?”
“Perché i buoni marinai sanno affrontare le tempeste, ma i grandi comandanti non le temono, sir”
“E noi cosa siamo, Lloyd?”
“In viaggio, sir. In viaggio…”

Il nostro rapporto con l’incognito è tanto peggiore quanto più vaste sono le nostre esperienze e tanto più effimero quanto più paura di sbagliare abbiamo.

Non abbiamo una rotta tracciata; questo è un dato di fatto. Si sta facendo un po’ di tutto per darci un’impresisone diversa: dalla politica, alle necessità etero-indotte, alle paure auto-prodotte e via dicendo, ma, signori e signori: noi possiao sbagliare. E se non usciamo di strada non sbagliamo, non impariamo, non andoamo avanti.

Alla De Gregori siamo bufali e non locomotive e come tali possiamo “sbandare di lato e cadere…”. C’è chi lo trova affascinante, chi totipotente, chi pauroso, chi inutile, diciamo che poco importa: è così. Piuttosto, la strade segnata è quella di dover salpare.

Ah, “il mare di guai” è uno dei pochi modi per rimboccarci le maniche e trovare soluzioni che una comoda e serena routine non richiede; anche in questo il nostro cervello, degno pigro muscolo della nostra carne mortale, richiede un costante allenamento per non ridursi ad una amorfa poltiglia. Tanto per completare il quadro…

In viaggio, Lloyd, in viaggio.

WU

Quattrocchi

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Prendo spunto da questo notevole Lloyd (rigorosamente non odierno) per ringraziare alcune categorie di persone che abbondano e con i quali (ahimè) è facile doversi confrontare. Facile nel senso di frequente e non certo di semplice, dato che ci vuole una buona dose di una dote tanto rata quanto preziosa: la pazienza.

Un grazie speciale ai “lo faccio meglio io”, “hai sbagliato qui, qui e qui”, ai tuttologi, agli internet-ologi, ai “so tutto io”, ai “l’avevo detto/fatto io…” ed ai loro abbondanti figli e parenti.

Fortunatamente di solito tali figure sono molto poco operative e tipicamente “di coordinamento” (…no, dai, non istigatemi). Di solito queste persone vivono sulla scia dei successi degli altri e cambiano mangiatoia in caso di insuccessi. Il che rende, tipicamente, tali persone meteore (non per questo meno dannose, anzi…) nella vita di chi fa, di chi si rimbocca le maniche, di chi prova e sbaglia.

Un detto dialettale delle mie parti recita: “chi non fa un servizio non farà neanche un cattivo servizio”. Per molti è meglio così, dobbiamo (collocandomi nell’altra categoria almeno nelle volizioni, spero nei fatti e chiedendo scusa in anticipo per quando la mia bussola si confonde) solo sopportare.

Infondo queste persone sono davvero da ringraziare più che altro per il fatto che il solo essere (sentirmi?) diverso mi da un po’ di amor proprio.

Ve lo ricordate il puffo Quattrocchi? Ed i suoi voli che gli facevano fare?

WU

Frankly, my dear, I don’t give a damn

Frankly.png

[Gone with the wind – 1939]

Rhett Butler che da il suo ultimo saluto alla sua Rossella O’Hara mentre si accinge a lasciarla.

Dove andrai? Cosa farai? In fondo, cara, chi se ne frega.

Una di quelle frasi memorabili per il contesto in cui viene recitata e sufficientemente profonde da trovarne milioni di altri contesti calzanti (anche a distanza di quasi un secolo, dimostrando, se vogliamo, che con il tempo la morale cambia, ma l’animo umano molto meno). Non è un caso che sia praticamente l’epilogo di un rapporto, la dimostrazione che la relazione è finalmente superata e può pertanto esser vissuta (o deliberatamente non vissuta) in maniera più sana.

Purtroppo infischiarsene è anche un ottimo scudo per non fare. Non ci infischiamo di qualcosa solo avendolo superato, ma anche ignorandolo e basta. I problemi sociali, umani, politici, economici, etici, morali, etc. etc. tendono purtroppo a coinvolgerci solo qualora ci toccano da sufficientemente vicino. No, in questi casi non ce ne stiamo infischiando, lo stiamo ignorando.

Caliamo la frase nella giusta prospettiva e non riempiamoci la bocca simulando un’indifferenza che sa di disinteresse solo come paravento. Non è necessario svuotare di significato frasi così profonde solo per infarcire frasi fatte di menefreghismo.

Francamente, mia cara, me ne infischio (o purtroppo no).

WU

PS. Nell’elenco (e non proprio in ultima posizione…) delle 100 battute cinematografiche più memorabili di tutti i tempi secondo l’American Film Institute. Anche se il suo debutto sul grande schermo ha avuto una genesi abbastanza travagliata:

Rhett Butler’s “Frankly my dear, I don’t give a damn” was nearly cut because it didn’t meet the industry’s standards at the time. “It is my contention that this word as used in the picture is not an oath or a curse. The worst that could be said of it is that it’s a vulgarism,” the movie’s producer, David O. Selznick, argued.

Autostima femminile

L’autostima, l’autostima, sempre l’autostima, non se ne può più di questa maledetta autostima, diceva mio marito (ex) Jacopo. Gli dava sui nervi la parola, quella velleità psico-scientifica. Ma voi (io e le mie amiche), voi lo direste che Giovanna D’Arco si autostimava? E Giuditta mentre tagliava la testa di quello là? E Lucrezia Borgia mentre faceva fuori i suoi amanti?

C’era una parola che definiva benissimo la cosa: orgoglio. La storia era piena di donne orgogliose, Cleopatra, Caterina di Russia, matrone romane, poetesse, che ne so. Pieno. Autostima era una parola da poveracce, da casalinghe: autopulente, autofriggente, autosmacchiante…

[Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti]

Sono inciampato su questo pezzo e ne sono rimasto affascinato. In questa epoca in cui il femminismo è una moda ed il femminicidio una notizia ci siamo forse dimenticati che la responsabilità delle ancora esistenti (ahimè) differenze di genere (e se volete possiamo generalizzare, ma cerchiamo di finire un sentiero prima di intraprendere un altro).

Non illudiamoci che serva sentirsi migliori per esserlo, non illudiamoci che basti alzare la voce per essere ascoltati o sensibilizzare per essere protetti. Serve essere coscienti dei propri limiti e delle proprie differenze e serve sapere a cosa si va incontro. Con orgoglio.

Uomini e donne sono diversi e devono sentirsi diversi, non migliori/peggiori dell’altro, ma ciascuno peculiare e caratteristico e non farlo per “stimarsi” agli occhi dell’altro, portando avanti una bandiera inesistente, bensì perchè effettivamente credono (da cui l’orgoglio di dimostrarlo) di essere speciali.

WU

PS. Ad essere onesto avevo elucubrato su questo pezzo per l’amata/odiata festa della donna, ma proprio per evitare di suonare routinario, uguale, convenzionale, ho preferito aspettare qualche giorno per mettere queste considerazioni fuori dai panieri della ricorrenza.

Dis-uguali

Le masse saranno sempre al di sotto della media.

La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci.

Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo ed il delinquente di correggersi.

Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento.

L’adorazione delle apparenze si paga.

[Henri-Frédéric Amiel, Frammenti di diario intimo, 1871]

WU

PS. Per il ciclo “profezie distopiche non difficili da realizzarsi”, anzi, per molti aspetti le stiamo già vivendo. Si, si può calare il concetto nella sfera della politica (fin troppo facile in questi giorni), del femminicidio, dei finti percorsi di carriera, degli scolari irrispettosi dei docenti, del tranto/troppo arrivismo lavorativo, della ormai consolidata assenza di gavetta e dell’ignoranza nel senso più lato del termine; ma la verità è che non abbiamo davvero più rispetto per la dis-uguaglianza.

Essere diversi non è un male (senza che ciò sfoci nel classismo), è la fonte da cui possiamo imparare e crescere. No, forse non sempre siamo tutti uguali. Ricordiamocene.

PPSS. Ed è agghiacciante il fatto che il trafiletto sopra dati 1871!