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Ormai è tardi

Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c’è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio, spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero.

[Benjamin Button]

In fondo, anche se spesso siamo portati a crederlo, non siamo alberi. Meglio un tentativo, magari un errore che la stasi o il nulla.

Ve lo ricordo, me lo ricordo… sforzandomi di stare alla larga dalle varie quote e frasi motivazionali che vanno ormai di moda solo per mettere uno stato su qualche social e mi lasciano un po’ di amaro in bocca sulla reale comprensione delle stesse da parte dei loro “fruitori”.

WU

PS. E’ un film che, forse immotivatamente, mi mette sempre tanta tristezza.

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Le soluzioni della plastica

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Guardavo un muro a caso, di una stadina laterale a caso, di un centro storico a caso, di una piccola città “storica” italiana a caso. Tutte queste casualità mi hanno portato ad incantarmi dinanzi la foto di cui sopra.

La mia prima reazione è stata un evidente ghigno per poi chiedermi (…ovviamente dopo aver immortalato il graffito con il pronto utilizzo di un oggetto fatto in plastica) il significato che nella mente “dell’autore” avesse dovuto avere la frase.

La mia prima idea è stata, ovviamente (?) l’ironia; l’autore ha voluto sottolineare con un cipiglio ironico il fatto che la plastica NON sarà la soluzione alla fame dal mondo? Ma… fermiamoci un momento; in realtà si stanno mettendo insieme due concetti che se non fosse per il packaging (ve lo ricordate questo?) non vedo che attinenza possano avere. Beh… prendendola alla larga: la plastica uccide, in vario modo, piante ed animali e ciò non fa altro che indebolire le nostre risorse alimentari e quindi non aiuta di certo la fame nel mondo. Si, ok, mi sembra un po’ troppo arzigogolato e perverso… potevamo sempre dire che “La plastica sarà la soluzione alla deforestazione” oppure “La plastica sarà la soluzione all’estinzione”.

Ora inizio con castelli, di quelli seri.

L’autore vuole dirci velatamente che ha trovato un ingegnoso metodo per convertire la plastica in una qualche forma organica alimentare che può davvero essere usata per sfamarci? L’invenzione del secolo rivelata su un muretto a caso?

L’autore vuole dirci che l’indotto economico che ruota attorno alla plastica potrebbe (sarà?) riconvertito a scopi più umanitari tipo risolvere la situazione di fame nel mondo? Buonismo o aggiotaggio (ora vado a vedere il trend delle azioni delle più grandi aziende produttrici di plastica)?

L’autore vuole dirci che in generale il progresso tecnologico, che inevitabilmente porta con se la necessità di alcuni materiali, sta effettivamente aprendo la strada alla soluzione del problema della fame nel mondo? Cioè sarebbe un po’ come scrivere “Il silicio sarà la soluzione alla fame nel mondo”.?

L’autore vuole spingerci, motivarci a legare due concetti diversi e lontani per cercare una soluzione combinata ad entrambi? Stiamo davvero parlando del packaging alimentare? Stiamo parlando della fame causata dalle industrie di estrazione petroliera (o lavorazioni varie durante il ciclo di produzione della plastica) alle popolazioni locali?

La verità è che ho elucubrato un po’ troppo (si, anche per il puro piacere di farlo), ritengo comunque l’ironia lo scopo più probabile del graffito. Altre idee?

WU

PS. Scusate, ma non è che potremmo un giorno anche leggere “La plastica sarà la soluzione alla pace nel mondo”?

Il silenzio degli intelligenti

Tacere è spesso una dote, a volte una necessità. Tacere è spesso difficile, ma “invecchiando” (almeno per me) sempre più spesso impossibile. Eppure è in molte più situazioni di quelle in cui lo mettiamo in pratica, la scelta migliore. Quando poi il tema del silenzio si intreccia con quello della convinzione che la gente ha di se (effettivamente indipendentemente dall’essere stupidi o intelligenti).

La mia personale premessa (che sono certo aver già blaterato in qualche altro post) è che non credo più nell’esistenza degli stupidi. Certamente credo che esistano persone che si chiedono molto poco, che dubitano molto poco, che non sanno fare autocritica, che non sono ironici; insomma che hanno una concezione di se che con l’umiltà non ha nulla a che vedere.

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Tanto per prendere spunto da questo Dilbert, di certo la descrizione sopra calza benissimo ai cari capi/responsabili/superiori che siamo obbligati a digerire. Questi trovano spesso l’affermazione di se nella vanagloria della propria intelligenza (chiedendo effettivamente uno sforzo di silenzio che non tutti siamo in grado di garantire); soprattutto nella convinzione di aver a che fare con “intelligenze minori” (tanto per non dire stupidi). Applicato all’ambito aziendale è (l’ennesima… vi ricordate questo post?) conferma dell’effetto Dunning Kruger. A tal proposito suggerisco caldamente la visione del TED qui sotto (… a proposito del TED di Dilbert 🙂 ). Fantastico.

Ah, ovviamente la percezione della propria intelligenza è inversamente proporzionale alle nostre reali capacità (… almeno in quell’ambito). Persone molto incompetenti difficilmente riescono a vedere le proprie lacune; come dire che la propria convinzione di se ottenebra l’oggettività della valutazione. Avere l’umiltà di confrontarsi, chiedere pare/conferme è chiaro barlume di intelligenza, ovviamente troppo spesso associato a debolezza e/o mancanza di leadership.

A parte aver ormai deciso che c’è un limite oltre il quale la mia limitata intelligenza non mi supporta nel garantire i silenzi a cui forse dovrei attenermi, la ripercussione che vedo più dannosa di questa consuetudine è quella di creare delle barriere a giovani volenterosi e preparati che si devono arrendere dinanzi alla boria dei superiori (indipendentemente se preparati o meno). Praticamente l’esternazione del pieno compiacimento della propria intelligenza (in ambito lavorativo, ma non solo) delle “prime linee” (quante risate!… e faccio notare il punto esclamativo e non quello interrogativo) taglia un po’ le gambe alle nuove leve (che scelgono, intelligentemente, la via del silenzio). Un po’ di ammissione delle proprie “arie di incompetenza” sarebbe per tutti un valido sprone.

Aggiungo (e chiudo) che il silenzio resta, per me, comunque una dote che trascende dalle capacità intellettive (e non intellettuali) di chicchessia. Tant’è vero che non perdo occasione di stare zitto scrivendo questi post 🙂 .

WU

PS. Mi viene in mente la seguente citazione (me la ripeto spesso, ma credo ormai quasi come mantra di speranza…):

Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. [B. Russell]

Una scrivania ordinata

La mia personale premessa è che sulla mia scrivania ci sono una decina di cose in tutto, di cui almeno 80% giochini di qualche forma (da rondelle a pupazzetti). Non che lo scelga con raziocinio, ma uno stile minimal mi aiuta la concentrazione (salvo poi farmela rovinare dal giochino di turno) e soprattutto mi consente di non preoccuparmi troppo di mettere in ordine. Non sono un maniaco dell’ordine, a volte sistemo, mai la scrivania. Trovo una sorta di rassicurante certezza nell’arrivare la mattina e vedere la sagoma dove mettere il portatile determinala dall’assenza di qualche giochino sparso sul resto del tavolo.

Il tutto per dire che non lo faccio in maniera sciente, ma l’elogio dell’ordine è qualcosa di ricorrente. Ce lo inculcano da bambini, ce lo ribadiscono in caso di una qualche visita (soprattutto a lavoro), ce lo dicono e ridicono con l’idea (credo) di non dare troppo fastidio. Fin da bambini. E poi continuano a cercare di convincerci che una scrivania ordinata sia sintomo di efficienza. Certo, anche una scrivania vuota, e magari non utilizzata, lo è: introduce meno casino (di scartoffie e di attività) che qualcun altro dovrebbe sistemare. Allora stiamocene tutti a casa.

Ora non mi voglio mettere ne nella schiera di “casino is my life” e neanche in quella dei malati di ordine, ma è chiaro che abbiamo una tendenza innata a categorizzare e tale tendenza è supportata/esasperata dalla società in cui viviamo.  Organizzare/etichettare/ordinare è anche una fonte di stress; vogliamo combattere l’entropia del mondo semplicemente mettendo in ordine in nostro piccolo cantuccio e poi ci dobbiamo arrendere dinanzi al casino dilagante che non riusciamo a controllare. Non siamo abituati ad arrenderci, se poi lo dobbiamo fare dopo aver svolto una qualche attività inutile (e.g. mettere in ordine) ci rassegniamo di malavoglia. Abbandoniamo l’utopia di aver il controllo di qualcuno o qualcosa. Amen.

Mi sbilancio un po’ oltre. Vi siete mai sentiti dire “metti in ordine la tua scrivania!” da un vostro pari o da un vostro collaboratore (che verosimilmente come voi ha una mole di cose da fare che da sola domina tutta la scrivania?)? E’ di solito uno di quegli ordini che “arrivano dall’alto”; un metodo come un altro per cercare di aver controllo sulle persone; per affermare il proprio potere. Ovviamente mancando della possibilità/capacità di controllare la mente delle persone (e meno male!) l’idea è quella di controllare il loro ambiente di lavoro (… non venitemi a dire che la timbratura di entrata ed uscita serve ad altro!). Ossessione per il controllo? Mi sa di ferriera dello scorso secolo. Amen.

Vogliamo sproloquiare ancora un pochino? Tipicamente la scrivania ce l’ha l’impiegato che gestisce un po’ di scartoffie, ce l’ha il tecnico che non sta alla linea di produzione; insomma ce l’ha tutta quella pletora di dipendenti per i quali una valutazione della produttività è tutt’altro che ovvia ed immediata. Invece verificare l’ordine della scrivania è una cosa che sa fare anche una scimmia. Decisamente più semplice. Più facile apparire che essere (cosa che richiede decisamente più sacrifico e più capacità). Amen.

Il caos è un po’ una perturbazione, qualcosa che cambiando un po’ lo status quo consente anche alle nuove idee di venire a galla. Vi è mai capitato (… magari riordinando 😀 ) di tirar fuori un qualche documento/appunto sommerso chissà dove e fermarvi un attimo, leggerlo, metterlo da parte per poi continuare a rimuginarci sopra nei giorni successivi? Sarebbe mai successo se fosse rimasto sepolto in una pila di scartoffie… ordinate?

Ripeto, non sto elogiando il disordine, sto solo incitando noi ad abbandonare l’idea di avere controllo su tutto; chi ce lo chiede a cimentarsi in attività più ludiche (o più lavorative… in base alle situazioni) e soprattutto vorrei ricordarmi di non cedere alla quotidiana routine, mascherata in diverse, ordinatissime forme.

Un po’ della magia del disordine.

WU

PS. Avete mai sentito parlare del “kamishibai”? Fu venduto anni fa, per qualche tempo, come un sistema giapponese di produttività. L’idea doveva essere quella di usare decine e decine di post-it colorati, in ognuno dei quali si suppone di scrivere un compito semplice e preciso attribuito a una determinata persona persona. Il post-it viene quindi spostato all’interno di una griglia di attività per monitorare l’avanzamento dei lavori. Praticamente l’apoteosi della catalogazione e dell’ordine. Risultato? Assolutamente nullo, se si escludono i soldi fatti circolare per coltivare l’idea, formare i formatori, fare un po’ di seminari e qualche pubblicazione. Lasciamo lavorare le persone; non a briglia sciolta e non con il collare corto, ma non limitiamo la libertà in nome della pianificazione e dell’ordine.

Chimere

Era il mostro di origine divina,
leone la testa, il petto capra, e drago
la coda; e dalla bocca orrende vampe
vomitava di foco: e nondimeno,
col favor degli Dei, l’eroe la spense
[Iliade]

Prendiamo un collage di bestie e mettiamolo nella mitologia greca. Praticamente un corpo composto da parti di leone, capra, drago ed animali di tal sorta. Aggiungiamoci un cotesto di miticologicità, un po’ di veleno e qualche vampa di fuoco che non fa mai male… ed abbiamo una chimera perfetta. A volte raffigurata come una testa di leone con una seconda testa sulla schiena ed una coda, con tanto di testa anche lei, di serpente; a volte raffigurata come un corpo di leone con tre teste: leone, capra e drago (che è quello che sputa fuoco); a volte raffigurata come un essere umano con sguardo affabile e braccia tese verso il prossimo (… no, questo me lo sono inventato in un’irrefrenabile slancio di buonismo, sorry).

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Nasce con l’Iliade ed in essa muore (ad opera di Bellerofonte), anche se l’idea di chimera era destinata a sopravvivere. Oggi, ancora oggi, noi tutti, inseguiamo le nostre chimere. Non cerchiamo più teste di leone, capra, drago o serpente, ma cerchiamo (o meglio, inseguiamo) i nostri sogni.

Idee senza fondamento, sogni vani, fantasticherie, utopie, ecco cosa sono le nostre chimere.

E’ un raro caso in cui una parola abbastanza inusitata; in altri contesti, per arcani motivi, condannata all’oblio, si è invece sedimentata nell’utilizzo quotidiano. Anche per chi non conoscesse (e giustamente non volesse conoscere) il suo legame con la mitologia, la parola ha un senso. E’ un’illusione, una fantasia senza legami con la realtà e senza possibilità di concretizzarsi.

Ora, inseguire una chimera è spesso sinonimo di perdere tempo; coltivare un sogno e magari incappare in un parente della nostra chimera è una di quelle cose che un po’ di sale alla vita lo da. E poi mi chiedo, ma dato che le tre teste della chimera hanno una qualche chance di essere reali; il tempo che perdiamo è “solo” quello in cui cerchiamo di trovarle tutte assieme?

WU

I’m human

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quando si dice “dopo tutto sono umano” (ed ogni riferimento a fatti, persone o canzoni è puramente casuale).

Fatto sta che io ci credo e sono assolutamente d’accordo. Le cose attorno a noi ci possono piacere o non piacere, ma già il fatto di darne un giudizio equivale ad ammettere la nostra natura umana ed il fatto che cerchiamo (che quantomeno cerchiamo) ciò che ci può piacere in questa vita.

Non abbiamo certo scelto noi di essere qui, ma visto che dobbiamo sporcare un po’ la faccia di questa terra ci viene istintivo farlo cercando (ripeto, almeno cercando) ciò che può farci sentire bene.

Non credo sia una questione di uomo o di donna (certo, le donne forse curano più il loro lato umano… o forse no?!), ma proprio di essere umano. Prendersela con l’altro (… maschio?) è per noi una valvola di sfogo, in alcuni casi ci alleggerisce, ma di certo non cambia la nostra natura.

Evolutivamente dobbiamo ringraziare che non ricerchiamo il brutto e ciò che ci fa stare male.

WU

PS. Facendo un piccolo passo di fantasia ulteriore mi viene anche da dire che non mi sembra un comportamento troppo difficile da replicare in un automa o in una intelligenza artificiale. Fatto salvo la definizione di bello/piacere/bene che questa potrebbe avere.

Il tempo assoluto

Chi siamo? Dove andiamo? Ed io che ne so… ma in compenso non vi chiederò neanche il fiorino.

Ad ogni modo, piuttosto che ambire a dare risposte a caso a domande che per loro natura non ne devono avere, stamane impelagato in questo genere di riflessioni mi è tornata alla mente “la lezione” di Bellavista.

Il presente è la separazione fra il futuro che non è ancora (e quindi non esiste) ed il passato che non è più (e quindi non esiste). Come fa, quindi il presente, e con esso il concetto stesso di tempo, ad esistere?

Cosa accade ora? Ed ora? Questo post l’ho scritto nel passato o nel presente?

Che il futuro inizi ora (anzi no… ora!), fra un minuto, un’ora o un giorno non sarò io a dirlo, ma mi piace pensare che riporre in esso tutte le speranze è un po’ come darci un momento in cui partire per iniziare a lavorare per vederle realizzate. E soprattutto l’assenza di un concetto di presente colloca nel passato tutti i miei sbagli… an che quelli che commetterò.

Pronti, attenti, via.

WU (intrinsecamente avverso all’orologio)

PS. Divertente e profondo … incluso il total watch sul filosofo greco 😀