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Il mantra della lettura

“Bisogna leggere, bisogna leggere…”

E se invece di esigere la lettura il professore decidesse improvvisamente di condividere il suo personale piacere di leggere?

Il piacere di leggere? Che roba è questa, il piacere di leggere? Domande che infatti presuppongono un gran bell’esame di coscienza!

E per cominciare l’ammissione di una verità che si oppone radicalmente al dogma: la maggior parte delle letture che ci hanno modellati non le abbiamo fatte per, ma contro. Abbiamo letto (e leggiamo) per proteggerci, per rifiutare o per opporci. Se questo ci dà un’aria di fuggiaschi, se la realtà dispera di raggiungerci oltre l’ “incantesimo” della nostra lettura, siamo però dei fuggiaschi impegnati a costruirci, degli evasi intenti a nascere.

Ogni lettura è un atto di resistenza. Di resistenza a cosa? A tutte le contingenze. Tutte:
Sociali,
Professionali,
Psicologiche,
Affettive,
Climatiche,
Familiari,
Domestiche,
Gregarie,
Patologiche,
Pecuniarie,
Ideologiche,
Culturali,
O Narcisistiche.
Una lettura ben fatta salva da tutto, compreso da sé stessi.
E, soprattutto, leggiamo contro la morte.

[D. Pennac, Come un Romanzo]

PS. Aggiungere anche una sola parola a questo passo (sono un grande fan dell’autore, ma questo più che un libro lo considero una sapiente raccolta si passi da leggere all’uopo, anche e soprattutto in maniera disorganica) mi pare quasi un delitto. Come costringere il lettore ad affiancare queste a quelle parole. Invoco il diritto del lettore a non finire un libro (o un post).

PPSS. Leggo, leggo. Per il piacere (quando ce l’ho) di leggere, se poi combatto anche la morte, tanto meglio.

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Capro espiatorio

Un capro espiatorio è proprio un capro.

Un povero bestio sacrificale con il quale gli ebrei chiedevano perdono dei peccati nel tempio di Gerusalemme. Ma dalla sanguinosa tradizione all’attuale accezione il passo è breve. Più o meno.

Dall’accezione più colpevolistica, all’auto commiserazione, all’indifferenza, lo scagionamento sociale, lo scarica-barile, il pretesto e chi più ne ha più ne metta, oggi siamo tutti un po capri (ed un po sacerdoti-killer).

Come infatti ci ricorda ironizzando Pennac, il capro espiatorio è all’esasperazione… un lavoro. Il lavoro della Fata Carabina.

“[…] Ma mi stia bene a sentire, Malaussene: non creda di smettere di essere capro espiatorio solo perché si prende una vacanza. Capro lei lo è fino al midollo. Guardi, se in questo istante stessero cercando in città il responsabile di una qualche grossa stronzata, lei avrebbe tutte le possibilità di essere scelto.

[…] Lei è capro espiatorio, porco cane, se lo ficchi bene in testa una volta per tutte, lei è capro espiatorio fino al midollo, e in questo il suo talento è pari al mio nell’editoria! Lei sarà sempre agli occhi di tutti colpevole di tutto, eppure se la caverà strappando lacrime alle peggiori canaglie, sempre! Purché non metta mia in dubbio il suo ruolo. Lo metta in dubbio anche una sola volta e sarà lapidato!

[…] Avviso a tutti gli apprendisti capri espiatori: un buon capro deve sempre andare incontro al cazziatone, battersi il petto ancor prima di essere accusato, è un principio fondamentale. Piazzarsi davanti al plotone, sempre, e sollevare su di esso uno sguardo da far inceppare i fucili.”

Molto meno peggio di ciò che sembrerebbe a prima vista, dato che non conosco molte persone in grado di fissare il plotone con tanta fierezza da far inceppare i fucili. Qualunque sia la loro mansione.

WU