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Wouldn’t it be great if..

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L’attesa aumenta il desiderio (e questo, per quanto odioso, è abbastanza risaputo). Ma avere, dopo l’attesa, un risultato è ciò che ci ha motivato ad aspettare e ci motiverà ad aspettare la prossima volta.

A meno che non siamo tutti dei Charlie Brown (ave a CB, qui). Si, c’è chi (pochi, per la verità) nonostante disillusioni e porte in faccia, è in grado di gioire anche alla prossima attesa.

Ovviamente il campo sentimentale (e, generalizzerei, tutta la sfera emotiva) è terreno fertile per mettersi alla prova. Le scottature sono alte, ed altamente probabili, ma anche la soddisfazione di sopravvivere a tutte queste “esperienze” è decisamente alta (ed è, forse, ciò che motiverà la prossima attesa davanti la cassetta postale).

Ora, anche ammettendo di avere una volontà ferrea ed una abnegazione verso il risultato sperato, continuo a pensare che “sopravvivere” ad una lettera attesa di domenica non sia cosa da tutti. Il che, trasposto, è un po’ come aspettare qualcosa quando non ce ne sono neanche i presupposti (potete generalizzare a piacere in relazione alle imminenti elezioni politiche).

WU

PS. No, personalmente non credo di essere così “maturo” e dubito di poterlo mai diventare. Batoste stile “attesa missiva di domenica” mi spingono a non ritentare “la fortuna”…

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Scambio di esperienze

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Ora, a parte essere una delle rare strisce nelle quali i ruoli si invertono (anche se non per questo credo che nessuno cambi idea circa le “peculiarità” di Charlie e Lucy), credo dica anche una cosa molto vera.

E’ nel dialogo lo scambio di esperienza

Nella chiacchiera, nel vociare, tanto per vedere l’altro cosa pensa di questo o quello, senza la necessità di dover fare “interrogazioni” o recitare una parte di circostanza. I contatti umani di arricchiscono proprio quando pensiamo (razionalmente, per chi ne ha la forza) di star perdendo tempo.

Non è necessario toccare i più profondi temi filosofici o infervorarsi per questioni politiche, a volte anche il semplice confronto su temi di quotidiana banalità è sufficiente (anzi, direi che è fondamentale) per aprire un po’ la propria mente. Non chiudiamoci in torri di barocche discussioni, da un lato, o in mono-temi stile (ma è solo un esempio) gazzetta dello sport.

Generalizzare questo concetto è molto pericoloso poiché si rischia di cadere nelle frasi fatte, nei discorsi da bar o in relazioni finte; tuttavia, dare il giusto peso (ovvero non sottovalutare) discussioni solo apparentemente inutili e superficiali significare ammettere di star crescendo.

E’ sicuramente molto più facile viverlo che spiegarlo (e se proprio va spiegato questa striscia lo fa molto meglio di me).

WU

Gli immancabili auguri

Quest’anno mi sono deliberatamente astenuto dal disturbare pigre e sonnolente digerite con discutibili post di auguri (come se gli anni scorsi lo avessi fatto… anche se qualche vezzo confesso di essermelo tolto). Ad ogni modo, in questa ripresa di attiva routine (che almeno il primo lunedì lavorativo dell’anno non vorrei definire tale e pertanto la affianco ad uno speranzoso “attiva”) non mi posso (no, proprio non ce la faccio… come non ce la faccio a non fare parentesi, neanche mentre penso) astenere almeno da un generico augurio di buon anno. Soprattutto considerando che il 100% della telefonate/mail/chiacchiere di stamane sono iniziate con queste due parole (non sempre sentite, confesso, ma spesso solo di circostanza).
Per limitare l’aria che circola nella mia bocca, sperabilmente dare il buon esempio e non dare neanche adito a fraintendimenti di auguri non sentiti lascio la parola ad una cinica, tagliente, razionalmente obiettiva Lucy (ed al suo doppio, immancabile Charlie).
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Se qualcuno stamane avesse risposto cosi ai miei auguri di certo sarei rimasto come uno stoccafisso, ma lo avrei veramente apprezzato come il più vero e sentito degli auguri.
Felice buon anno, tardivo, come da WU consuetudine.
WU
PS. E come non far presente il fascino della data palindroma odierna: 8.1.18; qualcosa deve succedere…

Letterina di Natale

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Questa striscia mi ricorda tantissimo un poco natalizio e molto “da writer” motto:
sempre e comunque contro chiunque.

Ora, a parte essere d’accordo o meno con il principio dei “saldi dell’inferno”, l’idea che la striscia mi trasmette è quella di una psicosi da homo-homini-lupus che ci ha ormai pervaso a tutti i livelli.

La trasposizione infantile delle nostre psicosi a cui Sally da voce non risparmia neanche il tanto caro Babbo Natale.

Chissà come si dovrebbe sentire il caro vecchietto (così come l’immaginario collettivo ce lo raffigura) ricevendo una lettere del genere. Lo vedo già con il suo barbone ed il suo pancione che fra un “oh-oh” e l’altro, leggendo l’ennesima letterina (a meno che non sia filtrata dalla sua fidata Cupido) esclama “ed io che c’entro?!”. Esattamente come faccio io leggendo il motto di cui sopra.

Ma forse, in fondo in fondo, se qualcuno (ed io stesso, in base alla giornata ed agli eventi, a testimonianza della lama di rasoio su cui mi/ci muoviamo) ce l’ha con tutti un po’ colpa anche mia deve essere.

Se poi vale la pena dirlo a Santa, proprio nei giorni del suo trionfo, e proprio definendolo “amabilmente” wishy washy… beh, se sei Sally puoi farlo.

WU

Life is very hard

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Un bel casco, nella vita, non farebbe male. Non è detto che se ne trovino, non è detto che siano sufficienti, non è detto praticamente nulla. Con tutti questi dubbi potrebbe essere anche meglio non trovarne.

Tanto un casco ti mette al riparo per quel che può, non risolve di certo i problemi. Credo sia l’antitesi della strategia “la miglior difesa è l’attacco” (a meno di non pensare di usarlo come oggetto contundente per l’aggressione delle problematiche).

E l’idea di Lucy (o meglio, del Dottore) non è poi così balzana. Il casco è uno di quei suggerimenti che ti vengono dati de default; una semplificazione di tutte quelle cautele che siamo portati (e ci viene caldamente suggerito) a prenderci quando abbiamo a che fare con … la vita.

Non ci aiuta più di tanto, non abbiamo niente di meglio. Anzi, per avere qualcosa di meglio dobbiamo essere molto più lungimiranti di quanto sia facile fare oppure rischiare molto di più. Teniamoci il nostro casco.

WU

Il mio autunno

Oggi tutto d’un tratto mi sono accorto che siamo in autunno.

Non lo avevo ancora realizzato (complice anche un clima più che altro primaverile…). Ad ogni modo, siamo in autunno, è un po’ una di quelle cose che ti colpiscono all’improvviso, il tempo di uno sguardo fuori, per poi tornare a nascondersi fra la routine di tutti i giorni.

Mi accorgo ora che i parchi sono pieni di foglie, mi accorgo ora che nelle vie del centro si vedono già le caldarroste e mi accorgo ora che vicino alle radici dei grandi alberi ci sono una pletora di funghi.

Non che sia una stagione che mi piaccia particolarmente, ma vedere le foglie che cadono fa sempre un certo effetto. Chissà che ci aspettiamo d’avvero, chissà se ci trasmette tristezza per la sua ineluttabilità o per il fatto che ci richiama la nostra caducità. Ingialliscono, cadono e, come ci sottolinea qui Snoopy, non ci salutano. Procedono, gialle ed indifferenti, verso il loro destino.

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Ma la cosa su cui forse prima non mi ero soffermato, e qui elegantemente Lloyd ci fa notare è come cambi la prospettiva a vederle cadere “dall’alto”. Nei panni di un albero, che è stato già privato (beh, diciamo che è in procinto di esserlo) del suo caldo sole estivo, il modo migliore per aspettare i nuovi germogli è lasciare libere le stanche foglie.

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Ma tutta questa saggezza è intrinseca nella natura o in noi che vogliamo leggerla in essa? E poi il fatto che vogliamo vedere in una foglia che cade il sole che tornerà non è che solo un modo per consolarci di quanto stiamo/abbiamo perso? Non bruciamo le tappe, gustiamoci, per quanto difficile, anche il momento stesso della caducità.

WU

PS. Ed a corredo di questo vigoroso autunno, un altro paio di scatti che ho rubato per caso nel momento in cui ho realizzato che … siamo in autunno. E c’era davvero scritto da tutte le parti!

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… il genere di cose a cui non penso

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Questa striscia mi fa venire in mente che non sempre paga fasciarsi la testa con tutti i problemi del mondo. Ok, ok è un’iperbole, ma diciamo che anche se vi sono problemi che ci toccano (o, peggio, toccheranno) da vicino non dobbiamo per forza arrovellarci il cervello cercando di risolverli anzi tempo.

Direi che spesso l’idea di affrontare il quotidiano limitando la “pianificazione” e le inevitabili associate preoccupazioni a quelle strettamente necessarie (la cui definizione è il paradiso della soggettività) potrebbe aiutarci a gustarci la nostra colazione.

Altra soluzione è tenere sempre la mente affaccendata, impedendo derive riflessive grazie ad occupazioni continue e, spesso tristemente, ricorrenti. Soluzione che un po’ mi ricorda una fuga da se stessi, non altrettanto sobria e pacata come invece ci vorrebbe insegnare Snoopy.

Non-preoccupazioni da lunedì mattina.

WU