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Unlisted life

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…tanto per esserci ci sono comunque. Se li listiamo, elenchiamo, cataloghiamo,

tabuliamo o meno può darsi che ci convinciamo siano di più facile soluzione, ma di certo non abbiamo fatto ancora nulla per risolverli. Aggiungiamo anche che se ce ne lamentiamo (con il “Doctor” di turno) di certo non siamo più vicini alla meta… e neanche alla metà della soluzione.

Una “unlisted life” (… e se gooooglate con queste due parole viene fuori un inaspettato mondo, spesso e volentieri non inerente a questo concetto il che rende queste l’accoppiata di queste due parole ancora più affascinate) di certo aiuta.

E’ un po’ un’ode alla disorganizzazione. E’ forse uno degli errori della civiltà moderna quello di voler sempre tutto sotto controllo, tutto elencabile in una qualche forma che ne consenta una facile (e soprattutto veloce) consultazione.

Mi viene in mente la possibilità di avere una unlisted life semplicemente abbassando un po’ la soglia tecnologica quotidiana, rivedendo molte delle PPProcedure ormai consolidate nel tram tram lavorativo e riscoprendo un po’ di sano “porca miseria, me ne sono completamente scordato”. Ho l’impressione che mettano un po’ di sale sulla coda e ci spingano a risolvere i problemi più che organizzarli.

Sproloqui da un mercoledì giustamente non scevro da problemi quotidiani. Lungi dal lamentarmene (… in fondo mi ricorda che sono vivo e sono troppo razionale per trarne giovamento), ho cercato supporto in questo Charlie Brown.

WU

PS. Che un po’ mi ricorda questo post… come organizzare i problemi in excel 🙂

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Credere

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Credere, credere ancora.

Magari ne fossimo tutti capaci. E non è solo una questione di fede (forse è anche questo), ma è soprattutto una questione di infantilità. Non farsi troppo corazzare dalla vita è una abilità, quasi una dote.

Vuoi o non vuoi quella naturalezza e spontaneità infantile tendiamo a perderla. E con essa la nostra (parte?) capacità di credere. Credere alle sciocchezze, alle assurdità, ai sogni, ai progetti, nelle persone e via dicendo.

Ci possiamo esercitare. Al momento non mi vengono in mente altre brillanti soluzioni. Ecco tutto. Possiamo lasciare andare il nostro (quello di linus è sicuramente meglio) palloncino e sperare che ritorni (chissà, un colpo di vento – e tale ipotesi denota già la difficoltà che faccio io stesso a credere – ci può aiutare), possiamo coltivare un sogno a vita o possiamo provare a metterlo in pratica.

Credere è ciò che fa la differenza.

La fede è ciò che viene dopo, il coronamento della nostra capacità di credere. Non è una di quelle cose che possiamo imporci, non le possiamo imparare dagli altri (anche se osservare i bambini ci aiuta). Possiamo solo esercitarci. Anzi, forse possiamo almeno cercare di non fare perdere la capacità di credere a chi da noi in qualche modo dipende.

Penso ad un genitore che deve (?) dire ad un figlio che non riuscirà in qualcosa oppure ad un allenatore che ferma un ragazzo scoraggiandolo nella sua impresa. Il fatto che sia ardua oppure palesemente contro qualche regola naturale o sociale è solo qualcosa che sappiamo noi, noi che abbiamo difficoltà a credere.

Mi alleno. Credo. Oggi stesso, almeno a stare zitto.

WU

PS. … credo in questa data che è il trionfo dell’otto.

Ode all’ozio

Facciamo che sto un po’ esagerando (dato che il passo fra la nullafacenza più assoluta e del meritato riposo è brevissimo), ma in questo lunedì che odora di vacanze che tarderanno ad arrivare mi viene da pensare che in qualche modo “oziamo poco”.

Non intendo che stiamo poco sul divano, davanti alla tv, con il nostro amo-diato smartphone in mano; intendo proprio che nella frenesia della nostra quotidianeità ci ritagliamo poco (se non nullo) tempo semplicemente per oziare.

Stare fermi in una posizione, non dormire, non leggere, non distrarci con questo o con quello; semplicemente dei preziosi minuti per… stare. L’ozio in fondo è questo, non è il riposo o il diletto (ammesso che siamo ancora in grado di fare anche queste due attività…).

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E come dice più che giustamente Snoopy qui, l’ozio è spesso la madre di molte idee. Tempo per riflettere non lo troveremo chiedendo a Google, ma lo troviamo chiedendo a noi stessi. Non avremo (forse) l’idea che cambierà il mondo, ma la nostra piccola illuminazione, la nostra piccolissima risposta ai nostri insignificanti problemi, la nostra riflessione sulle nostre azioni e la nostra rotta per il futuro vengono soprattutto (fortunatamente non solo data l’elasticità cella nostra mente) dai momenti di ozio.

Mettiamola così, prendiamoci un po’ di intimità con noi stessi, senza dar agio ai nostri sensi di disturbare le elucubrazioni della nostra mente. Che piova o ci sia il sole se ci fermiamo un attimo ad oziare anche le successive attività ci appariranno fluire con una velocità diversa.

E fatemi chiudere con una citazione di chi sapeva dire le cose molto meglio di me, e soprattutto riconosceva nell’ozio anche un’arte troppo spesso sottovalutata; l’osservare. Stare a guardare significa per l’osservatore attento rubare con gli occhi maestranze. Oziamo anche per chiarirci le idee.

Stare a guardare è un’arte, e anche molto difficile, ed è bene farlo anziché partire in tromba in una direzione o nell’altra. Ma non è meglio fare qualcosa? Nossignore, se non hai le idee chiare è meglio stare a guardare. [R. Feymann]

WU

Some bugs never smile

Oggi, nel solito percorso cittadino con l’auto, ho fatto attraversare nell’ordine: un ragazzino con un bello zaino colorato, una signora intacchettata di mezza età, una coppietta (non so se italiani o stranieri, ma vedendo la loro tenuta il dubbio mi viene) ed un incanutito signore con un cane al guinzaglio.

Nessuno mi ha ringraziato (non che fosse dovuto), uno ha alzato una mano in cenno di ringraziamento (o per sincerarsi che non lo buttassi giù), ma di certo non ho visto nessuno sorridere. Neanche un’abbozzo; che so’, una smorfia della bocca.

Mi sono effettivamente sentito come Snoopy qui, anche se non con la sua stessa, immancabile verve.

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Non dico ridere (d’altra parte perché avrebbero dovuto?), ma almeno uno di quei sorrisini di cortesia che si fanno anche agli sconosciuti.

Vuoi che siamo oberati, spesso sovra pensiero (ah, quasi dimenticavo di aggiungere un particolare impostante alla statistica odierna: a parte il tizio con il cane ed il lui della coppietta erano tutti con il cellulare in mano…), ma ho un po’ l’impressione che stiamo perdendo la nostra capacità di ridere.

Non intendo ridere in un contesto che lo richiede(rebbe), e lascio a ciascuno la sua personale definizione di ciò, ma ridere/sorridere estemporaneamente, all’improvviso, all’impronta. Anche senza motivo se volete; “il riso abbonda sulla faccia degli stolti” rimane vero ed applicabile, ma non esageriamo con l’applicazione dell’ “abbonda”.

Un sorriso significa tipicamente più per chi lo riceve che per chi lo fa, ma farlo fa bene alla salute ed allo spirito.

E facciamocela una risata (noi, che rimaniamo un ottimo esempio di bugs…).

WU

PS. Mi richiama alla mente questo vecchio post

Wouldn’t it be great if..

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L’attesa aumenta il desiderio (e questo, per quanto odioso, è abbastanza risaputo). Ma avere, dopo l’attesa, un risultato è ciò che ci ha motivato ad aspettare e ci motiverà ad aspettare la prossima volta.

A meno che non siamo tutti dei Charlie Brown (ave a CB, qui). Si, c’è chi (pochi, per la verità) nonostante disillusioni e porte in faccia, è in grado di gioire anche alla prossima attesa.

Ovviamente il campo sentimentale (e, generalizzerei, tutta la sfera emotiva) è terreno fertile per mettersi alla prova. Le scottature sono alte, ed altamente probabili, ma anche la soddisfazione di sopravvivere a tutte queste “esperienze” è decisamente alta (ed è, forse, ciò che motiverà la prossima attesa davanti la cassetta postale).

Ora, anche ammettendo di avere una volontà ferrea ed una abnegazione verso il risultato sperato, continuo a pensare che “sopravvivere” ad una lettera attesa di domenica non sia cosa da tutti. Il che, trasposto, è un po’ come aspettare qualcosa quando non ce ne sono neanche i presupposti (potete generalizzare a piacere in relazione alle imminenti elezioni politiche).

WU

PS. No, personalmente non credo di essere così “maturo” e dubito di poterlo mai diventare. Batoste stile “attesa missiva di domenica” mi spingono a non ritentare “la fortuna”…

Scambio di esperienze

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Ora, a parte essere una delle rare strisce nelle quali i ruoli si invertono (anche se non per questo credo che nessuno cambi idea circa le “peculiarità” di Charlie e Lucy), credo dica anche una cosa molto vera.

E’ nel dialogo lo scambio di esperienza

Nella chiacchiera, nel vociare, tanto per vedere l’altro cosa pensa di questo o quello, senza la necessità di dover fare “interrogazioni” o recitare una parte di circostanza. I contatti umani di arricchiscono proprio quando pensiamo (razionalmente, per chi ne ha la forza) di star perdendo tempo.

Non è necessario toccare i più profondi temi filosofici o infervorarsi per questioni politiche, a volte anche il semplice confronto su temi di quotidiana banalità è sufficiente (anzi, direi che è fondamentale) per aprire un po’ la propria mente. Non chiudiamoci in torri di barocche discussioni, da un lato, o in mono-temi stile (ma è solo un esempio) gazzetta dello sport.

Generalizzare questo concetto è molto pericoloso poiché si rischia di cadere nelle frasi fatte, nei discorsi da bar o in relazioni finte; tuttavia, dare il giusto peso (ovvero non sottovalutare) discussioni solo apparentemente inutili e superficiali significare ammettere di star crescendo.

E’ sicuramente molto più facile viverlo che spiegarlo (e se proprio va spiegato questa striscia lo fa molto meglio di me).

WU

Gli immancabili auguri

Quest’anno mi sono deliberatamente astenuto dal disturbare pigre e sonnolente digerite con discutibili post di auguri (come se gli anni scorsi lo avessi fatto… anche se qualche vezzo confesso di essermelo tolto). Ad ogni modo, in questa ripresa di attiva routine (che almeno il primo lunedì lavorativo dell’anno non vorrei definire tale e pertanto la affianco ad uno speranzoso “attiva”) non mi posso (no, proprio non ce la faccio… come non ce la faccio a non fare parentesi, neanche mentre penso) astenere almeno da un generico augurio di buon anno. Soprattutto considerando che il 100% della telefonate/mail/chiacchiere di stamane sono iniziate con queste due parole (non sempre sentite, confesso, ma spesso solo di circostanza).
Per limitare l’aria che circola nella mia bocca, sperabilmente dare il buon esempio e non dare neanche adito a fraintendimenti di auguri non sentiti lascio la parola ad una cinica, tagliente, razionalmente obiettiva Lucy (ed al suo doppio, immancabile Charlie).
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Se qualcuno stamane avesse risposto cosi ai miei auguri di certo sarei rimasto come uno stoccafisso, ma lo avrei veramente apprezzato come il più vero e sentito degli auguri.
Felice buon anno, tardivo, come da WU consuetudine.
WU
PS. E come non far presente il fascino della data palindroma odierna: 8.1.18; qualcosa deve succedere…