Il lago e la decappottabile

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Questa è veramente MITICA!

Uno dei modi più ironici (che per me è spesso sinonimo di intelligenza) per dirci che ci complichiamo spesso, troppo spesso, la vita.

Non che le argomentazioni di Chuck siano errate, sono semplicemente (?) troppo di dettaglio per legarle alle radici della felicità. Il segreto della vita? Beh, un (e l’articolo indeterminativo è d’obbligo) bacio e testa leggera è certamente più reale, di impatto, alla nostra portata, è praticamente già una dimostrazione del fatto che la stiamo prendendo bene. Pensare ad un lago, una decappottabile, condizioni meteo da convertibile o da lago è semplicemente… troppo.

Inoltre, nelle vane elucubrazioni di Chuck anche il fatto di aver identificato un paio di “oggetti” che riescono a compensarsi a vicenda, a ben vedere, è una specie di ombrello nei confronti delle avversità della vita (… o del meteo che ne è spesso un’egregia approssimazione). Chuck, mi sa, che ci ha visto giusto, forse davvero una decappottabile ed un laghetto ci darebbero giorni felici… 🙂 .

Ci arrovelliamo (ma forse già il fatto di chiederselo in fondo diminuisce la leggerezza di trovare una risposta, ammesso che sia, al “segreto della vita”) troppo nel cercare risposte, mentre queste si celano in qualche azione momentanea, qualche divagazione, un bacio o poco più. Lo dico, ma dubito di impararlo; mi sento assurdamente e testardamente affine a Chuck (anche nel suo continuare ad elucubrare solitario).

WU

PS. Forse 42 è veramente la risposta giusta.

PPSS. Io ci vedrei bene (ed il fatto di non sapere il perché mi fa sentire per un attimo Snoopy) questa canzone qua.

 

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I like to think about what I read

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Ovviamente questa è una estremizzazione (come si confà allo Snoopy che è dentro di noi)… che se non altro serve per ironizzarci su e non piangere. Credo, tuttavia, che sia quanto mai vero ed attuale che la gente (e non intendo affatto escludermi dalla lista) non legga fino in fondo quello che gli scorre davanti agli occhi.

Produciamo spesso e volentieri moli di documenti solo per far contento qualche indice o procedura, per costruire paraventi o pezze d’appoggio nel caso di problemi, per farci pubblicità o per fare pubblicità, ma l’attenzione che viene dedicata alle parole che ci fluiscono dall’iride, dentro la pupilla, su per il nervo ottico e quindi al cervello è mediamente molto molto basso.

Non credo sia una questione di competenze (anche se…), ne di eccesso di informazione (anche se…), ne di facilità nel reperimento delle stesse (anche se…), quanto credo che sia proprio il valore che ormai diamo a questo o quello che è cambiato.

Ormai dobbiamo fare in fretta, dobbiamo cogliere subito il punto, dobbiamo tagliare i fronzoli; non sappiamo il perché di tutto ciò, ma sappiamo che dobbiamo farlo. Viviamo di quanti di informazione, presentazioni, note, memorie, sunti, TED talks, e via dicendo. Già il riassunto che si faceva a squalo è considerato prolisso. Dobbiamo presentare mesi di lavoro di tesi in qualche minuto, dobbiamo sostenere colloqui con chi ha bisogno di pesarci nel giro di mezz’ora, dobbiamo parlare a telefono/skype/qualche-forma-di-video-web in fretta e fra un buco ed un altro dei mille impegni (mediamente inutili ed ai quali dedichiamo la stessa scarsezza di attenzione).

Ricordo che un tempo esistevano le tariffe per cellulari a consumo e quanto più si era in grado di fare telefonate brevi e concise tanto meno si andava a pagare. Oggi abbiamo migliaia di minuti disponibili nei nostri piani tariffari, ma poco tempo per usarli tutti e gente mediamente disinteressata a quello che abbiamo da dire.

Una parola al giorno forse no, ma un concetto al giorno, capito, approfondito, trasmesso sarebbe un miracolo. Aggiungo anche che, se almeno fossimo in grado di discernere a cosa dedicare attenzione e cosa trattare in maniera sommaria, sarebbe un primo passo per tornare a Leggere  (anche se temo per la categoria alla quale verrebbe assegnato Guerra e Pace…).

WU

PS. Post volutamente succinto per non perturbare troppo i nostri impegni (di chi legge e chi scrive), per venire incontro alla nostra fretta, alla nostra abbondanza e ridondanza di informazione e, ultimo ma non ultimo, per non disturbare troppo il nostro disinteresse.

Preoccupazioni inutili

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C’è qualcosa che mi preoccupa. In realtà, forse, mi preoccupa ben più di qualcosa, ma è già un buon risultato se riesco a mettere a fuoco una delle cose che mi preoccupa. Mi piace appoggiarmi al muretto di Charlie (qui) e vedere se riesco a confrontarmi con lui; anzi per calare me nei suoi problemi per vedere se riesco almeno a chiarirmi un po’ le idee.

Pare, e dico pare, che l’accettazione sociale sia una delle cose che ci preoccupa di più. Essere considerati qualcosa da qualcuno è forse l’origine del nostro bisogno, sempre più convulso, dei social. Il dubbio, più che legittimo dal mio punto di vista, è se essere considerati qualcuno significa veramente essere qualcuno. E spingendosi ancora oltre mi chiedo se è sufficiente questo per avere una preoccupazione.

Sempre più convinto che la risposta alla seconda domanda è no; nel delirio di questo momento mi sto quasi convincendo che se proprio mi deve interessare l’opinione di altri, sia meglio essere considerati come qualcuno che un tempo era “qualcuno” o che avrebbe potuto esser “qualcuno” piuttosto che come qualcuno che oggi è “qualcuno”. Ecco, lo sapevo, ho esagerato con i qualcuno ed i “qualcuno”.

Il punto è che essere oggi sotto la lente d’ingrandimento della società, dei suoi canoni e delle sue aspettative è una situazione molto scomoda. E’ una situazione che non può durre a lungo e richiede una presenza su piazza che si deve rinnovare ad un ritmo che corre sempre più veloce e con modalità che evolvono giorno dopo giorno. Possiamo dire che non fa per me (di certo perché non sono ne “great” ne “former great”), ma rimango convinto che non è una situazione sostenibile… e men che meno utile.

E poi, chi è secondo voi il “master of cerimonies”?

WU

PS. Oggi sono “underdressed” rispetto alla situazione, me ne infischio abbastanza, ed in tutta risposta mi spingo in questo genere di riflessioni…

Il mattino ha l’oro in bocca

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Si dice che quello che non uccide fortifica. Si dice.

Fatto sta che in queste fredde mattine invernali, quando la sveglia suona prima che sia il sole a disturbare il sonno ci vuole una bella dose di volontà per buttarsi giù dal letto.

Non che sia il caso di lamentarsi (anzi, non lo faccio mai, ma credo sarebbe addirittura il caso di ringraziare per aver aperto nuovamente gli occhi), ma di certo quello che non voglio è la “paternale” alla Lucy.

Diciamocelo; non ho filosofia in abbondanza (come evidentemente Snoopy) per assorbire, sveglio a malapena, la prima ramanzina della giornata di qualcuno che mi ricorda l’ovvio. La cosa può declinarsi in vacui discorsi da macchinetta del caffè, screzi domestici mattutini, improperi da giungla urbana e fesserie del genere.

L’idea che mi sono fatto è che per far partire la giornata non serva “la colazione dei campioni” (anche se a stomaco pieno si ragiona meglio per definizione), non sia sufficiente ripetersi stile mantra che fa bene svegliarsi presto (qualunque sia l’orario della vostra sveglia, sono certo che in questi giorni è sempre troppo presto… e non sono ne veggente ne meteoropatico), ma bisognerebbe focalizzarsi sull’obiettivo della giornata… l’allenamento per il saggio natalizio è decisamente sufficiente (per diverse giornate direi… anche se il suo mordente ho l’impressione cali abbastanza velocemente).

Possibilmente qualcosa di realizzabile, non troppo difficile, leggermente al di la di quello che abbiamo fatto ieri (si si, obiettivi SMART e bla bla bla…), ma soprattutto che sia sufficiente (e qui entra in gioco “il gusto” di ciascuno) per essere la nostra molla della giornata. Prefiggersi uno scopo suona un po’ di frase motivazionale fatta (nella vita), ma credo applichi egregiamente soprattutto nel piccolo, dove per scendere dal letto e salutare il tepore delle coperte cerchiamo solo qualcosa che renda il dovere (ovvero qualcosa che comunque dobbiamo fare) un po’ più dolce e non cerchiamo mica la soddisfazione della nostra esistenza.

Aggiungo anche che, se proprio lo scopo non riusciamo a trovarlo ogni giorno (consiglio vivamente di tenercene qualcuno di scorta per le mattine più dure), anche se più difficile, rimango dell’idea che la ricerca stessa del nostro quotidiano obiettivo sia di per se’ un obiettivo. Un saggio non ce lo avremo all’orizzonte tutti i giorni, ma per allenarci ci basta (o meglio, spesso ci dobbiamo far bastare) il fatto che dobbiamo cercarci un saggio in cui confermare (e non sfoggiare) il nostro allenamento.

WU (stanco)

PS. Mi viene spontanea la citazione (volutamente lasciata nell’anonimato): “[…] solo i cinici ed i codardi non si svegliano all’aurora. Per i primi indifferenza e disprezzo dei valori e per gli altri riluttanza nei confronti dei doveri […]“.

PPSS. @13.12.18. Beh, si, poi ovviamente può succedere questo il giorno in cui siamo vicini a raggiungere il nostro traguardo… direi che in questo caso l’ansia da prestazione diventa la motivazione (e non sono certo faccia sempre scendere dal letto… 🙂 ).

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Prova e riprova

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Come non soffermarmi su questa striscia.

Descrive con egregia ironia la mia sensazione dinanzi a quelle stupide, immancabili, ricorrenti e persistenti difficoltà quotidiane.

Non le vediamo (ok, ok, vedo) insormontabili, proprio come Woodstock (confesso, non fra i miei personaggi preferiti) non vede impossibile calciare il pallone; ma quando poi mi ci cimento (quando devo metterci le mani, intendo), nonostante i diversi tentativi ed i diversi punti di vista per affrontare le questione vedo miseramente naufragare i miei sforzi.

Non so se la fine del quarter (declinatela come vi pare: la campanella a scuola, il riposo notturno, l’orario di uscita da lavoro, etc.) sia un bene o un male. Da una parte conferma la sconfitta, dall’altra solleva dal perpetrare negli sforzi. Direi che è una specie di eutanasia del problema.

Diciamo pure che il tutto suona un po’ di resa, ma il fatto di provarci fino al “BANG” definitivo non è una resa a priori e senza condizioni, ma è più che altro il caduto sul campo di battaglia.

Il risultato non cambia, l’ottimismo ne esce intaccato, ma inevitabilmente (a parte evidenti casi d’eccezione) il prossimo quarter arriverà.

WU

I’m human

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quando si dice “dopo tutto sono umano” (ed ogni riferimento a fatti, persone o canzoni è puramente casuale).

Fatto sta che io ci credo e sono assolutamente d’accordo. Le cose attorno a noi ci possono piacere o non piacere, ma già il fatto di darne un giudizio equivale ad ammettere la nostra natura umana ed il fatto che cerchiamo (che quantomeno cerchiamo) ciò che ci può piacere in questa vita.

Non abbiamo certo scelto noi di essere qui, ma visto che dobbiamo sporcare un po’ la faccia di questa terra ci viene istintivo farlo cercando (ripeto, almeno cercando) ciò che può farci sentire bene.

Non credo sia una questione di uomo o di donna (certo, le donne forse curano più il loro lato umano… o forse no?!), ma proprio di essere umano. Prendersela con l’altro (… maschio?) è per noi una valvola di sfogo, in alcuni casi ci alleggerisce, ma di certo non cambia la nostra natura.

Evolutivamente dobbiamo ringraziare che non ricerchiamo il brutto e ciò che ci fa stare male.

WU

PS. Facendo un piccolo passo di fantasia ulteriore mi viene anche da dire che non mi sembra un comportamento troppo difficile da replicare in un automa o in una intelligenza artificiale. Fatto salvo la definizione di bello/piacere/bene che questa potrebbe avere.

Unlisted life

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…tanto per esserci ci sono comunque. Se li listiamo, elenchiamo, cataloghiamo,

tabuliamo o meno può darsi che ci convinciamo siano di più facile soluzione, ma di certo non abbiamo fatto ancora nulla per risolverli. Aggiungiamo anche che se ce ne lamentiamo (con il “Doctor” di turno) di certo non siamo più vicini alla meta… e neanche alla metà della soluzione.

Una “unlisted life” (… e se gooooglate con queste due parole viene fuori un inaspettato mondo, spesso e volentieri non inerente a questo concetto il che rende queste l’accoppiata di queste due parole ancora più affascinate) di certo aiuta.

E’ un po’ un’ode alla disorganizzazione. E’ forse uno degli errori della civiltà moderna quello di voler sempre tutto sotto controllo, tutto elencabile in una qualche forma che ne consenta una facile (e soprattutto veloce) consultazione.

Mi viene in mente la possibilità di avere una unlisted life semplicemente abbassando un po’ la soglia tecnologica quotidiana, rivedendo molte delle PPProcedure ormai consolidate nel tram tram lavorativo e riscoprendo un po’ di sano “porca miseria, me ne sono completamente scordato”. Ho l’impressione che mettano un po’ di sale sulla coda e ci spingano a risolvere i problemi più che organizzarli.

Sproloqui da un mercoledì giustamente non scevro da problemi quotidiani. Lungi dal lamentarmene (… in fondo mi ricorda che sono vivo e sono troppo razionale per trarne giovamento), ho cercato supporto in questo Charlie Brown.

WU

PS. Che un po’ mi ricorda questo post… come organizzare i problemi in excel 🙂

Credere

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Credere, credere ancora.

Magari ne fossimo tutti capaci. E non è solo una questione di fede (forse è anche questo), ma è soprattutto una questione di infantilità. Non farsi troppo corazzare dalla vita è una abilità, quasi una dote.

Vuoi o non vuoi quella naturalezza e spontaneità infantile tendiamo a perderla. E con essa la nostra (parte?) capacità di credere. Credere alle sciocchezze, alle assurdità, ai sogni, ai progetti, nelle persone e via dicendo.

Ci possiamo esercitare. Al momento non mi vengono in mente altre brillanti soluzioni. Ecco tutto. Possiamo lasciare andare il nostro (quello di linus è sicuramente meglio) palloncino e sperare che ritorni (chissà, un colpo di vento – e tale ipotesi denota già la difficoltà che faccio io stesso a credere – ci può aiutare), possiamo coltivare un sogno a vita o possiamo provare a metterlo in pratica.

Credere è ciò che fa la differenza.

La fede è ciò che viene dopo, il coronamento della nostra capacità di credere. Non è una di quelle cose che possiamo imporci, non le possiamo imparare dagli altri (anche se osservare i bambini ci aiuta). Possiamo solo esercitarci. Anzi, forse possiamo almeno cercare di non fare perdere la capacità di credere a chi da noi in qualche modo dipende.

Penso ad un genitore che deve (?) dire ad un figlio che non riuscirà in qualcosa oppure ad un allenatore che ferma un ragazzo scoraggiandolo nella sua impresa. Il fatto che sia ardua oppure palesemente contro qualche regola naturale o sociale è solo qualcosa che sappiamo noi, noi che abbiamo difficoltà a credere.

Mi alleno. Credo. Oggi stesso, almeno a stare zitto.

WU

PS. … credo in questa data che è il trionfo dell’otto.

Ode all’ozio

Facciamo che sto un po’ esagerando (dato che il passo fra la nullafacenza più assoluta e del meritato riposo è brevissimo), ma in questo lunedì che odora di vacanze che tarderanno ad arrivare mi viene da pensare che in qualche modo “oziamo poco”.

Non intendo che stiamo poco sul divano, davanti alla tv, con il nostro amo-diato smartphone in mano; intendo proprio che nella frenesia della nostra quotidianeità ci ritagliamo poco (se non nullo) tempo semplicemente per oziare.

Stare fermi in una posizione, non dormire, non leggere, non distrarci con questo o con quello; semplicemente dei preziosi minuti per… stare. L’ozio in fondo è questo, non è il riposo o il diletto (ammesso che siamo ancora in grado di fare anche queste due attività…).

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E come dice più che giustamente Snoopy qui, l’ozio è spesso la madre di molte idee. Tempo per riflettere non lo troveremo chiedendo a Google, ma lo troviamo chiedendo a noi stessi. Non avremo (forse) l’idea che cambierà il mondo, ma la nostra piccola illuminazione, la nostra piccolissima risposta ai nostri insignificanti problemi, la nostra riflessione sulle nostre azioni e la nostra rotta per il futuro vengono soprattutto (fortunatamente non solo data l’elasticità cella nostra mente) dai momenti di ozio.

Mettiamola così, prendiamoci un po’ di intimità con noi stessi, senza dar agio ai nostri sensi di disturbare le elucubrazioni della nostra mente. Che piova o ci sia il sole se ci fermiamo un attimo ad oziare anche le successive attività ci appariranno fluire con una velocità diversa.

E fatemi chiudere con una citazione di chi sapeva dire le cose molto meglio di me, e soprattutto riconosceva nell’ozio anche un’arte troppo spesso sottovalutata; l’osservare. Stare a guardare significa per l’osservatore attento rubare con gli occhi maestranze. Oziamo anche per chiarirci le idee.

Stare a guardare è un’arte, e anche molto difficile, ed è bene farlo anziché partire in tromba in una direzione o nell’altra. Ma non è meglio fare qualcosa? Nossignore, se non hai le idee chiare è meglio stare a guardare. [R. Feymann]

WU

Some bugs never smile

Oggi, nel solito percorso cittadino con l’auto, ho fatto attraversare nell’ordine: un ragazzino con un bello zaino colorato, una signora intacchettata di mezza età, una coppietta (non so se italiani o stranieri, ma vedendo la loro tenuta il dubbio mi viene) ed un incanutito signore con un cane al guinzaglio.

Nessuno mi ha ringraziato (non che fosse dovuto), uno ha alzato una mano in cenno di ringraziamento (o per sincerarsi che non lo buttassi giù), ma di certo non ho visto nessuno sorridere. Neanche un’abbozzo; che so’, una smorfia della bocca.

Mi sono effettivamente sentito come Snoopy qui, anche se non con la sua stessa, immancabile verve.

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Non dico ridere (d’altra parte perché avrebbero dovuto?), ma almeno uno di quei sorrisini di cortesia che si fanno anche agli sconosciuti.

Vuoi che siamo oberati, spesso sovra pensiero (ah, quasi dimenticavo di aggiungere un particolare impostante alla statistica odierna: a parte il tizio con il cane ed il lui della coppietta erano tutti con il cellulare in mano…), ma ho un po’ l’impressione che stiamo perdendo la nostra capacità di ridere.

Non intendo ridere in un contesto che lo richiede(rebbe), e lascio a ciascuno la sua personale definizione di ciò, ma ridere/sorridere estemporaneamente, all’improvviso, all’impronta. Anche senza motivo se volete; “il riso abbonda sulla faccia degli stolti” rimane vero ed applicabile, ma non esageriamo con l’applicazione dell’ “abbonda”.

Un sorriso significa tipicamente più per chi lo riceve che per chi lo fa, ma farlo fa bene alla salute ed allo spirito.

E facciamocela una risata (noi, che rimaniamo un ottimo esempio di bugs…).

WU

PS. Mi richiama alla mente questo vecchio post