Il primo passo

Saranno i propositi del nuovo anno, sarà il fatto che dopo le ferie non sono più rilassato ma certamente ho allenato il mio pensiero laterale, sarà che ripetermi che non ne posso più ha smesso (finalmente) di giovarmi, ma sta di fatto che mi trovo a riflettere (e tentare di far riflettere) spesso con un approccio “fa qualcosa che non avresti fatto di solito”.

Fare/dire/vedere ed a monte pensare/interpretare le situazioni, le persone, il passato sempre allo stesso modo (il nostro modo, qualunque esso sia, quello che ci è congeniale, quello che vi viene naturale) ci porta a percorrere sempre la stessa stradina. Ci porta a ripetere i nostri passi (giusti o sbagliati, ma di certo monotoni) e difficilmente ci mette un pochino alla prova.

Crescere non è obbligatorio, è auspicabile e fare “il primo passo” (che intendo, oggi, come semplicemente qualcosa di diverso) è la strada… magari il primo passo, appunto, su quella strada.

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Queste strisce (la prima, ultima in ordine cronologico) lo dicono molto meglio di me. Anzi, con l’aggravante di dover ricostruire qualcosa, situazione in cui fare il primo passo pesa ancora di più; peccherò certamente di ottimismo, ma il resto è discesa 🙂 .

I always trip on that first step (e dopo mi prendo una vacanza).

WU

PS. In realtà le strisce sul tema sono parecchie di più, possiamo dire che ho fatto un riassuntino della situazione?

Pugni dati, presi e ritirati

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Non tutto si può esprimere in parole, non tutte le parole esprimono ciò che proviamo. Certo c’è la comunicazione non verbale, le espressioni, i movimenti, quegli impercettibili gesti che fanno di noi quel che siamo (e danno a ciascuna situazione la propria piega). E poi ci sono i pugni.

Questo e questo Peanuts mi fanno sorridere per la loro semplicità (infantilità mi pare sminuire) e schiettezza. Confesso che mi urtano anche un pochino costatando (da vecchio?) che non posso mettere (facilmente?!) in pratica l’approccio suggerito.

Ne quello di darlo un bel pugno (orientativamente sono un non-violento), ne quello di ritirarlo (orientativamente sono troppo razionale), ne tanto melo quello di farlo ritirare a qualcuno (troppo indurito in una qualche corazza, credo). Certamente si può trasportare la situazione e l’esternazione su un piano figurato, ma si perde tanto del fascino (e dell’utilità!) di questo genere di emozioni.

Si, perché credo che quello che stiamo descrivendo qui è proprio L’Emozione, il non riuscire a frenarla, il non provare a mascherare con la calma e le parole uno scatto d’ira. Dignitoso di esistere come un sorriso spontaneo che ferisce eventualmente esattamente come la sua controparte.

Linus ritorna da Lucy il giorno dopo, sa che lo scatto è uno scatto e come tale lo tollera (ancora?!) senza costruirci attorno più di tanti castelli ne conservando strascichi che portano ad irretirsi su questa o quella posizione o pregiudizio (ora sostituite a Linus e Lucy due razze a caso e ripetete l’esercizio…).

E’ la stessa Lucy che ritira il pugno (ah, magari si potesse veramente fare… anche figurativamente), la stessa persona che lo ha scagliato che non cerca giustificazioni, costrutti, ulteriori liti o sfoghi, non cerca di tergiversare, di scusarsi e neanche di continuare a sostenere la sua posizione. Ritira il pugno, in silenzio, da parte di entrambi.

Nessuno è perfetto, tutti perfettibili (bella scoperta…). L’ira va domata, certo, ma a volte da qualche parte, in un angolino (magari non in faccia a nessuno) deve trovare il proprio sfogo. Ne va della nostra fanciullezza e della nostra umanità.

WU

Il tempo delle preoccupazioni

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Il fatto che passiamo gran parte del nostro tempo in mansioni che si rivelano inutili è cosa nota. Ogni tanto ci penso, spesso mi ci crogiolo, ancora più spesso lo uso come scusa. Quasi sempre se non spreco tempo in azioni lo spreco in pensieri, e praticamente sempre perdo tempo a preoccuparmi o, peggio, ad auto-ossessionarmi.

Prima di partire con un pippone para-filosofico (e ricevere consigli per un bravo psicologo 🙂 ), però, mi sono imbattuto in questo Peanuts che ha in qualche modo catalizzato un po’ meglio la mia riflessione.

Preoccuparsi è spesso tempo perso. Spesso, ma non sempre. Anzi, quelle poche volte in cui non lo è credo sia il vero meccanismo di selezione naturale. Quando la preoccupazione per un evento futuro ci spinge a valutare diversi scenari possibili, ci mette al riparo da mosse azzardate, ci sprona nella preparazione all’evento (come nel caso del test di cui sopra) o ci fa valutare con attenzione (e spesso modificare) le nostre ipotesi/convinzioni di partenza non credo sia veramente tempo perso.

La parte difficile sta nel capire se ci stiamo preoccupando a ragione oppure no. Capire se stiamo semplicemente tenendo la mente impegnata con inutili (e spesso bruttini) pensieri oppure stiamo effettivamente mettendo in atto un processo di “utile-preoccupazione”.

Aggiungerei, sempre in uno slancio di ottimismo, che se poi fossimo in grado di far tesoro delle preoccupazioni passate forse potremmo ambire a non essere schiacciati dalla vita. Un bimbo è preoccupato di tante, tantissime cose, spesso solo perché non le ha mai fatte. Un adulto (da definire a piacere), ahimè, è spesso preoccupato anche di cose già abbondantemente fatte. Un anziano (anche qui da definire a piacere) spesso non è più preoccupato.

WU (preoccupato, inutilmente, coscientemente)

Il lago e la decappottabile

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Questa è veramente MITICA!

Uno dei modi più ironici (che per me è spesso sinonimo di intelligenza) per dirci che ci complichiamo spesso, troppo spesso, la vita.

Non che le argomentazioni di Chuck siano errate, sono semplicemente (?) troppo di dettaglio per legarle alle radici della felicità. Il segreto della vita? Beh, un (e l’articolo indeterminativo è d’obbligo) bacio e testa leggera è certamente più reale, di impatto, alla nostra portata, è praticamente già una dimostrazione del fatto che la stiamo prendendo bene. Pensare ad un lago, una decappottabile, condizioni meteo da convertibile o da lago è semplicemente… troppo.

Inoltre, nelle vane elucubrazioni di Chuck anche il fatto di aver identificato un paio di “oggetti” che riescono a compensarsi a vicenda, a ben vedere, è una specie di ombrello nei confronti delle avversità della vita (… o del meteo che ne è spesso un’egregia approssimazione). Chuck, mi sa, che ci ha visto giusto, forse davvero una decappottabile ed un laghetto ci darebbero giorni felici… 🙂 .

Ci arrovelliamo (ma forse già il fatto di chiederselo in fondo diminuisce la leggerezza di trovare una risposta, ammesso che sia, al “segreto della vita”) troppo nel cercare risposte, mentre queste si celano in qualche azione momentanea, qualche divagazione, un bacio o poco più. Lo dico, ma dubito di impararlo; mi sento assurdamente e testardamente affine a Chuck (anche nel suo continuare ad elucubrare solitario).

WU

PS. Forse 42 è veramente la risposta giusta.

PPSS. Io ci vedrei bene (ed il fatto di non sapere il perché mi fa sentire per un attimo Snoopy) questa canzone qua.

 

I like to think about what I read

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Ovviamente questa è una estremizzazione (come si confà allo Snoopy che è dentro di noi)… che se non altro serve per ironizzarci su e non piangere. Credo, tuttavia, che sia quanto mai vero ed attuale che la gente (e non intendo affatto escludermi dalla lista) non legga fino in fondo quello che gli scorre davanti agli occhi.

Produciamo spesso e volentieri moli di documenti solo per far contento qualche indice o procedura, per costruire paraventi o pezze d’appoggio nel caso di problemi, per farci pubblicità o per fare pubblicità, ma l’attenzione che viene dedicata alle parole che ci fluiscono dall’iride, dentro la pupilla, su per il nervo ottico e quindi al cervello è mediamente molto molto basso.

Non credo sia una questione di competenze (anche se…), ne di eccesso di informazione (anche se…), ne di facilità nel reperimento delle stesse (anche se…), quanto credo che sia proprio il valore che ormai diamo a questo o quello che è cambiato.

Ormai dobbiamo fare in fretta, dobbiamo cogliere subito il punto, dobbiamo tagliare i fronzoli; non sappiamo il perché di tutto ciò, ma sappiamo che dobbiamo farlo. Viviamo di quanti di informazione, presentazioni, note, memorie, sunti, TED talks, e via dicendo. Già il riassunto che si faceva a squalo è considerato prolisso. Dobbiamo presentare mesi di lavoro di tesi in qualche minuto, dobbiamo sostenere colloqui con chi ha bisogno di pesarci nel giro di mezz’ora, dobbiamo parlare a telefono/skype/qualche-forma-di-video-web in fretta e fra un buco ed un altro dei mille impegni (mediamente inutili ed ai quali dedichiamo la stessa scarsezza di attenzione).

Ricordo che un tempo esistevano le tariffe per cellulari a consumo e quanto più si era in grado di fare telefonate brevi e concise tanto meno si andava a pagare. Oggi abbiamo migliaia di minuti disponibili nei nostri piani tariffari, ma poco tempo per usarli tutti e gente mediamente disinteressata a quello che abbiamo da dire.

Una parola al giorno forse no, ma un concetto al giorno, capito, approfondito, trasmesso sarebbe un miracolo. Aggiungo anche che, se almeno fossimo in grado di discernere a cosa dedicare attenzione e cosa trattare in maniera sommaria, sarebbe un primo passo per tornare a Leggere  (anche se temo per la categoria alla quale verrebbe assegnato Guerra e Pace…).

WU

PS. Post volutamente succinto per non perturbare troppo i nostri impegni (di chi legge e chi scrive), per venire incontro alla nostra fretta, alla nostra abbondanza e ridondanza di informazione e, ultimo ma non ultimo, per non disturbare troppo il nostro disinteresse.

Preoccupazioni inutili

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C’è qualcosa che mi preoccupa. In realtà, forse, mi preoccupa ben più di qualcosa, ma è già un buon risultato se riesco a mettere a fuoco una delle cose che mi preoccupa. Mi piace appoggiarmi al muretto di Charlie (qui) e vedere se riesco a confrontarmi con lui; anzi per calare me nei suoi problemi per vedere se riesco almeno a chiarirmi un po’ le idee.

Pare, e dico pare, che l’accettazione sociale sia una delle cose che ci preoccupa di più. Essere considerati qualcosa da qualcuno è forse l’origine del nostro bisogno, sempre più convulso, dei social. Il dubbio, più che legittimo dal mio punto di vista, è se essere considerati qualcuno significa veramente essere qualcuno. E spingendosi ancora oltre mi chiedo se è sufficiente questo per avere una preoccupazione.

Sempre più convinto che la risposta alla seconda domanda è no; nel delirio di questo momento mi sto quasi convincendo che se proprio mi deve interessare l’opinione di altri, sia meglio essere considerati come qualcuno che un tempo era “qualcuno” o che avrebbe potuto esser “qualcuno” piuttosto che come qualcuno che oggi è “qualcuno”. Ecco, lo sapevo, ho esagerato con i qualcuno ed i “qualcuno”.

Il punto è che essere oggi sotto la lente d’ingrandimento della società, dei suoi canoni e delle sue aspettative è una situazione molto scomoda. E’ una situazione che non può durre a lungo e richiede una presenza su piazza che si deve rinnovare ad un ritmo che corre sempre più veloce e con modalità che evolvono giorno dopo giorno. Possiamo dire che non fa per me (di certo perché non sono ne “great” ne “former great”), ma rimango convinto che non è una situazione sostenibile… e men che meno utile.

E poi, chi è secondo voi il “master of cerimonies”?

WU

PS. Oggi sono “underdressed” rispetto alla situazione, me ne infischio abbastanza, ed in tutta risposta mi spingo in questo genere di riflessioni…

Il mattino ha l’oro in bocca

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Si dice che quello che non uccide fortifica. Si dice.

Fatto sta che in queste fredde mattine invernali, quando la sveglia suona prima che sia il sole a disturbare il sonno ci vuole una bella dose di volontà per buttarsi giù dal letto.

Non che sia il caso di lamentarsi (anzi, non lo faccio mai, ma credo sarebbe addirittura il caso di ringraziare per aver aperto nuovamente gli occhi), ma di certo quello che non voglio è la “paternale” alla Lucy.

Diciamocelo; non ho filosofia in abbondanza (come evidentemente Snoopy) per assorbire, sveglio a malapena, la prima ramanzina della giornata di qualcuno che mi ricorda l’ovvio. La cosa può declinarsi in vacui discorsi da macchinetta del caffè, screzi domestici mattutini, improperi da giungla urbana e fesserie del genere.

L’idea che mi sono fatto è che per far partire la giornata non serva “la colazione dei campioni” (anche se a stomaco pieno si ragiona meglio per definizione), non sia sufficiente ripetersi stile mantra che fa bene svegliarsi presto (qualunque sia l’orario della vostra sveglia, sono certo che in questi giorni è sempre troppo presto… e non sono ne veggente ne meteoropatico), ma bisognerebbe focalizzarsi sull’obiettivo della giornata… l’allenamento per il saggio natalizio è decisamente sufficiente (per diverse giornate direi… anche se il suo mordente ho l’impressione cali abbastanza velocemente).

Possibilmente qualcosa di realizzabile, non troppo difficile, leggermente al di la di quello che abbiamo fatto ieri (si si, obiettivi SMART e bla bla bla…), ma soprattutto che sia sufficiente (e qui entra in gioco “il gusto” di ciascuno) per essere la nostra molla della giornata. Prefiggersi uno scopo suona un po’ di frase motivazionale fatta (nella vita), ma credo applichi egregiamente soprattutto nel piccolo, dove per scendere dal letto e salutare il tepore delle coperte cerchiamo solo qualcosa che renda il dovere (ovvero qualcosa che comunque dobbiamo fare) un po’ più dolce e non cerchiamo mica la soddisfazione della nostra esistenza.

Aggiungo anche che, se proprio lo scopo non riusciamo a trovarlo ogni giorno (consiglio vivamente di tenercene qualcuno di scorta per le mattine più dure), anche se più difficile, rimango dell’idea che la ricerca stessa del nostro quotidiano obiettivo sia di per se’ un obiettivo. Un saggio non ce lo avremo all’orizzonte tutti i giorni, ma per allenarci ci basta (o meglio, spesso ci dobbiamo far bastare) il fatto che dobbiamo cercarci un saggio in cui confermare (e non sfoggiare) il nostro allenamento.

WU (stanco)

PS. Mi viene spontanea la citazione (volutamente lasciata nell’anonimato): “[…] solo i cinici ed i codardi non si svegliano all’aurora. Per i primi indifferenza e disprezzo dei valori e per gli altri riluttanza nei confronti dei doveri […]“.

PPSS. @13.12.18. Beh, si, poi ovviamente può succedere questo il giorno in cui siamo vicini a raggiungere il nostro traguardo… direi che in questo caso l’ansia da prestazione diventa la motivazione (e non sono certo faccia sempre scendere dal letto… 🙂 ).

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Prova e riprova

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Come non soffermarmi su questa striscia.

Descrive con egregia ironia la mia sensazione dinanzi a quelle stupide, immancabili, ricorrenti e persistenti difficoltà quotidiane.

Non le vediamo (ok, ok, vedo) insormontabili, proprio come Woodstock (confesso, non fra i miei personaggi preferiti) non vede impossibile calciare il pallone; ma quando poi mi ci cimento (quando devo metterci le mani, intendo), nonostante i diversi tentativi ed i diversi punti di vista per affrontare le questione vedo miseramente naufragare i miei sforzi.

Non so se la fine del quarter (declinatela come vi pare: la campanella a scuola, il riposo notturno, l’orario di uscita da lavoro, etc.) sia un bene o un male. Da una parte conferma la sconfitta, dall’altra solleva dal perpetrare negli sforzi. Direi che è una specie di eutanasia del problema.

Diciamo pure che il tutto suona un po’ di resa, ma il fatto di provarci fino al “BANG” definitivo non è una resa a priori e senza condizioni, ma è più che altro il caduto sul campo di battaglia.

Il risultato non cambia, l’ottimismo ne esce intaccato, ma inevitabilmente (a parte evidenti casi d’eccezione) il prossimo quarter arriverà.

WU

I’m human

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quando si dice “dopo tutto sono umano” (ed ogni riferimento a fatti, persone o canzoni è puramente casuale).

Fatto sta che io ci credo e sono assolutamente d’accordo. Le cose attorno a noi ci possono piacere o non piacere, ma già il fatto di darne un giudizio equivale ad ammettere la nostra natura umana ed il fatto che cerchiamo (che quantomeno cerchiamo) ciò che ci può piacere in questa vita.

Non abbiamo certo scelto noi di essere qui, ma visto che dobbiamo sporcare un po’ la faccia di questa terra ci viene istintivo farlo cercando (ripeto, almeno cercando) ciò che può farci sentire bene.

Non credo sia una questione di uomo o di donna (certo, le donne forse curano più il loro lato umano… o forse no?!), ma proprio di essere umano. Prendersela con l’altro (… maschio?) è per noi una valvola di sfogo, in alcuni casi ci alleggerisce, ma di certo non cambia la nostra natura.

Evolutivamente dobbiamo ringraziare che non ricerchiamo il brutto e ciò che ci fa stare male.

WU

PS. Facendo un piccolo passo di fantasia ulteriore mi viene anche da dire che non mi sembra un comportamento troppo difficile da replicare in un automa o in una intelligenza artificiale. Fatto salvo la definizione di bello/piacere/bene che questa potrebbe avere.

Unlisted life

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…tanto per esserci ci sono comunque. Se li listiamo, elenchiamo, cataloghiamo,

tabuliamo o meno può darsi che ci convinciamo siano di più facile soluzione, ma di certo non abbiamo fatto ancora nulla per risolverli. Aggiungiamo anche che se ce ne lamentiamo (con il “Doctor” di turno) di certo non siamo più vicini alla meta… e neanche alla metà della soluzione.

Una “unlisted life” (… e se gooooglate con queste due parole viene fuori un inaspettato mondo, spesso e volentieri non inerente a questo concetto il che rende queste l’accoppiata di queste due parole ancora più affascinate) di certo aiuta.

E’ un po’ un’ode alla disorganizzazione. E’ forse uno degli errori della civiltà moderna quello di voler sempre tutto sotto controllo, tutto elencabile in una qualche forma che ne consenta una facile (e soprattutto veloce) consultazione.

Mi viene in mente la possibilità di avere una unlisted life semplicemente abbassando un po’ la soglia tecnologica quotidiana, rivedendo molte delle PPProcedure ormai consolidate nel tram tram lavorativo e riscoprendo un po’ di sano “porca miseria, me ne sono completamente scordato”. Ho l’impressione che mettano un po’ di sale sulla coda e ci spingano a risolvere i problemi più che organizzarli.

Sproloqui da un mercoledì giustamente non scevro da problemi quotidiani. Lungi dal lamentarmene (… in fondo mi ricorda che sono vivo e sono troppo razionale per trarne giovamento), ho cercato supporto in questo Charlie Brown.

WU

PS. Che un po’ mi ricorda questo post… come organizzare i problemi in excel 🙂