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Granciporro

Oggi ho preso un granciporro. Ma uno proprio colossale. Eppure ero convinto, ed invece…

Già se qualcuno da una qualche interpretazione ad una frase del genere premierei la volontà. Aggiungo poi che accetterei come “vincitore” anche chi ne da una interpretazione lessicale e non figurata all’asserto. Riassumendo, avrei un moto di ammirazione per chi, su due piedi, non spalanca la bocca sentendo… Granciporro

Granciporro è letteralmente il nome di alcuni grossi granchi marini appartenenti a questa o quella famiglia ed il sott’ordine vattelappesca. Un pagurone praticamente. Ovviamente oggi li chiamiamo “brutalmente” granchi (a meno di raffinamenti di ordini superiori)… perchè granciporro mal si scrive su whatsapp?

Questa intro zoologica ci porta mano per la mano all’interpretazione figurata dell’asserto. Oggi ho preso un granchio. Non so perché, ma lo si dice di una cantonata, un errore, una svista. Prendere una cosa per un’altra. Mi pare addirittura di capire che prendere un granchio significa fare un errore; prendere un granciporro significa fare un errore colossale.

Beh… oggi ho preso un granciporro. Sto cercando di capire come uscirne e l’aver riscoperto (se girate in rete trovate più che altro ricette per la pulizia e preparazione dei poveri crostacei) questo termine non mi aiuterà di certo, ma confido nel mio pensiero laterale che potrebbe nascere da questa distrazione.

WU

PS. Ora ditemi se non è una di quelle parole che dobbiamo “salvare”. Salvare non dal cattivone che le vuole distruggere (e quindi addio trama per il prossimo action movie), ma semplicemente dal suo inutilizzo. Questo per il ciclo “parole condannate all’oblio” con il solito tarlo di come e quali siano le parole a cui tocca questa sorte.

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Togliersi dai 55!

Qualche sera fa un amico ha utilizzato questa frase all’interno di un discorso.

così mi levo da tutti i 55!

Li per li ho fatto finta di nulla, ma poi sono andato rimuginando ed ho ovviamente chiesto aiuto al google-vate per capire se avevo in qualche modo i sensi alterati o avevo effettivamente sentito quel 55.

Intanto anche se ho provato a scavare un pochino non è affatto ovvio l’origine del modo di dire (che pare essere proprio di Livorno), mentre è più o meno consolidato il significato (… ed anche nel contesto in cui l’ho sentito io l’accezione era questa).

Togliersi dai casini; praticamente. Proferire il proprio disagio circa una situazione e quindi fare in modo di togliersi dai guai… o dai 55?!

Il modo di dire potrebbe (ripeto, vi sono pareri molto contrastanti… motivo per cui ometto link vari) celare anche un significato storico, con tanto di aneddoti che in questa molto particolare forma sono giunti fino a noi.

Siamo in una delle anguste carceri di Livorno (?). Le cellette dove venivano alloggiati i carcerati avevano, guarda un po’, una loro numerazione. indovinate un po’ la numero 55 per cosa era usata? Per gli interrogatori; che come è abbastanza facile immaginare si svolgevano non sempre in maniera pacata e tranquilla. Ovviamente parliamo di tempi in cui non c’era la presenza dell’avvocato e non si esitavano ad usare anche maniere forti per ottenere l’informazione desiderata.

Trovarsi quindi nella cella numero 55, era come dire trovarsi nei guai. Da cui, “… così ci si toglie da tutti i 55!” che voleva appunto dire che, superato anche quella prova, non ci sarebbero stati altri momenti peggiori.

WU

PS. E tanto per non dimenticare qualche banale divagazione numerologica di infimo livello.

Il 55 fra una serie di proprietà matematiche mediamente notevoli (semiprimo, parte della sequenza di Fibonacci, numero triangolare, numero congruente, etc.) ne presenta almeno un paio su cui vale la pena gigioneggiare:
– è la somma dei numeri interi da 1 a 10
– è la somma dei quadrati dei primi cinque numeri interi (1 + 4 + 9 + 16 + 25)

Beh… non ci stiamo sottraendo da un numero qualunque (e quale lo sarebbe?) …

Bisticcio

Per tornare al ciclo di parole che per andrebbero premiate/rivalutate (IMHO) se non per il loro significato almeno per la loro sonorità e che invece vivono in un cantuccio del gergo colloquiale dei nostri tempi (… almeno finché usiamo ancora qualche parola e non parliamo solo per emoticons).

Litigare è una parte delle relazioni interpersonali, personali, di quelle con una qualche divinità, con un animale e per quelli più irosi anche dei rapporti con gli oggetti. Può essere più o meno frequente, acuto, intenso, passeggero e via dicendo.

Alcuni litigi, in particolare quelli passeggeri, quelli che non lasciano strascichi, gli scambi vivaci di parole ed opinioni sono i più sani. Sono quelli che in fondo fanno crescere, che non minano le relazioni in essere ma al contempo ci stimolano a riflettere sulla posizione dell’altro. Ecco, questi sono i bisticci.

In genere relegati al (fortunato) mondo dei bambini, i bisticci si perdono con l’età adulta. Come si si tendesse ad imporre in maniera sempre più decisa la propria posizione fino a bendarsi nei confronti della posizione dell’altro che va subito arginata, quasi duramente.

Bisticciare, invece (oltre che avere un suono che già mette di buon umore), ci da la possibilità di sfancularci vicendevolmente senza toglierci il saluto. Ci offre una situazione in cui alzare anche un po’ la voce già sapendo che tutto finirà li.

Si, bisognerebbe dichiarare un bisticcio prima che inizi onde evitare di generare in sterili, lunghi, noiosi e pericolosi litigi (ovviamente all’ordine del giorno, e ne scopriamo tristemente il culmine nei fatti di cronaca, nel nostro tempo). Se basta dirlo procedo subito.

Bisticciate!

WU

PS.

Sempre sul tema lessicale la divagazione al bisticcio di parole mi pare più che lecita. Anzi, alla Paronomasia, ovvero l’affiancamento di parole con suono simile anche se con significati diversi: carta canta, fischi per fiaschi, volente o nolente e così via.

Anche in questa interpretazione, fortunatamente e giustamente, l’aurea di scherzo rimane.

Penitentes

I penitenti (io? noi? sicuramente più di quelli che effettivamente lo fanno).

Ma, prima che io parta con divagazioni sociali opportunamente fuori luogo, facciamo che mi concentro sul concetto di questa parola che ho trovato, come natura vuole, per puro caso oggi.

I frati con quei lunghi cappucci bianchi davano proprio l’idea di essere dei penitenti (e non voglio illaizonare che lo fossero solo in parte), ma da questa immagine il termine è subito passato ad identificare delle strane conformazioni di … ghiaccio.

Esatto, esistono (io, con questi due occhietti non li ho mai visti) delle specie di coni di ghiaccio alti ed appuntiti che ricordano molto i cappelloni dei suddetti frati. Ne ereditano il nome e, forse, il loro monito alla nostra penitenza (così il termine mi piace molto di più).

Quando il punto di rugiada (il punto oltre il quale si ha la presenza di solo vapore ed al di sotto del quale coesistono lo stato liquido e quello gassoso) è costantemente sotto zero accade che il ghiaccio sublimi; ovvero non passi dallo stato solido a quello liquido, ma direttamente a quello aeriforme. Quando tale processo si innesca, in un blocco di ghiaccio iniziano a formarsi picchi e concavità. Su queste ultime i raggi solari (e tutti gli altri fattori atmosferici) accentueranno ulteriormente l’evaporazione del ghiaccio, mentre sui picchi, sempre più fini e solitari, il processo sarà sempre più blando.

penitentes

Il risultato è un campo di penitentes in cui queste strutture giacciono tutte una accanto all’altra, senza parlarsi e con il capo chino (mi piace questo mischione di concetti che sto facendo…).

Non li vedremo dalle nostre parti e nei climi temperati, ma oltre i 4000 metri, dove difficilmente vi saranno penitenti di altra sorta a zonzo, sono abbastanza comuni.

E lo sono ancora di più su altri mondi. Su Plutone, freddo e lontano dal Sole, i penitentes potrebbero (pare e condizionali a iosa… qui si parla di simulazioni, non osservazioni) raggiungere altezze anche di 500 metri separati da valli di 4000 metri! Praticamente come vedere delle sculture di ghiaccio enormi (ed uno scenario un po’ anche da casa di Frozen).

WU

Pania

Molliccia, vischiosa, amalgama di vischio e bacche. I tutto cotto a puntino fino a fare una matassa vischiosa e tenace.

E la pania (ode alla mente dell’uomo geniale che ha iniziato ad industriarsi quando la natura gli ha messo dinanzi le prime sfide) non è una specie di colla vegetale inventata per diletto.

Opportunamente cosparsa su fuscelli o bastoncini, la pania realizza trappole perfette per piccoli volatili che, una volta posate le delicate zampette sull’appiccicosa rametto, hanno ben poca speranza di svolazzare ulteriormente.

Materia tenace, prodotta da bacche di vischio frutice, che nasce sopra i rami d’alcuni alberi, e per lo più sulle querce, e su’ peri, e su’ castagni, colla quale impiastrando verghe, o fuscelletti, si pigliano gli uccelli, che vi si posano sopra; e le verghe così impaniate si dicono Paniuzze

L’estensione alle vicende umane è d’obbligo (oltre che storicamente già sottolineata). La pania identifica per estensione anche quel tipo di attrazione amorosa che attrae così profondamente da legare indissolubilmente, quasi imprigionare, i due amanti.

Estendiamo ancora oltre; un rapporto così vischioso ha molti punti in comune con una trappola, con un raggiro. In un atteggiamento incantatore l’insidia è dietro l’angolo.

Chi mette il piè sull’amorosa pania, cerchi ritrarlo, e non ‘inveschi l’ale: ché non è in somma amor, se non insania, a giudizio de’ savi universale; e se ben come Orlando ognun non smania, suo furor mostra a qualch’altro segnale. E quale è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso? [L. Ariosto]

Schivando le panie della vita.

WU

Cos’è un sorite?

Voi sapete cosa sia un sorite? Io, ovviamente, no.

La sua accezione etimologica è quella di mucchio, cumulo (di grano); difficilmente, tuttavia, lo troverete usato nel suo senso letterale, dato che è ormai da tradizione associato al paradosso su di esso formulato per primo da Eubulide di Mileto (che bel nome…).

Allora, cambiamo leggermente la domanda: cosa è un mucchio?

Una massa di roba, direi. Un sacco di oggetti. Si, ok, ma numericamente quando si inizia a parlare di cumulo?

Prendiamo, ad esempio, un mucchio di sabbia. E’ chiaro che se dalla massa tolgo un singolo granello quasi (… per usare un eufemismo) non me ne accorgo; il mucchio rimane un mucchio.

Tolgo un altro granello, stesso risultato. Ho sempre dinanzi a me il sorite che mi guarda. E così via, ma ad un certo punto il mucchio non sarà più un mucchio… o no?!

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Dipende dai presupposti dai quali parto.

Assumiamo, ad esempio, che io ammetta che un certo numero di granelli è un mucchio e che tale numero (1 milione? 1 miliardo? poco conta) meno uno è ancora un mucchio. In tal caso mi ritrovo con la sorprendente conclusione che 1 granello è un mucchio (diciamo che la mia personalissima logica non fa particolare reticenza in questo)

Assumiamo invece che fino ad un certo numero di granelli non si parli di mucchio, dal granelli X+1 allora avrò davanti un sorite, e ci sarà proprio un singolo specifico granello che ha trasformato alcuni granelli in un mucchio (… mi convince un po’ meno).

In altri termini:

il primo granello non costituisce mucchio, il secondo neppure ecc.; o il mucchio non si costituisce mai o, se si ammette che si costituisce per l’aggiunta di un dato granello, si deve concludere che è stato quel solo granello a far essere il mucchio.

Non possiamo, con la pura ed in questo caso sterile, logica stabilire se queste affermazioni siano vere o false. Proprio perché vogliamo (è la cosa che ci viene più semplice) usare una logica “a due stadi”: o vero o falso. Il paradosso può essere “risolto” infatti ricorrendo a logiche “fuzzy” o polivalenti che ammettono anche valori intermedi fra 0 ed 1 (per i quali non valgono i principi di non contraddizione e del terzo escluso… appunto.).

Il paradosso nasce dal mettere sullo stesso pia un concetto quantitativo (un granello) con uno qualitativo (un mucchio). Sarà poi Hegel a definire il concetto di misura quale ponte fra il mondo qualitativo e quello quantitativo.

Mutatis mutandis (gongolo): se dalla nostra coscienza tolgo una singola consapevolezza posso ancora reputarmi una persona cosciente? In questo caso, ammetto, ancora più difficile; se non altro identificare il perimetro della singola consapevolezza… figuriamoci un po’ il sorite della coscienza (che mi immagino come un mucchio di consapevolezze, no!?).

WU

PS.
Vogliamo aggiungere una litigata ad un grande amore?
Vogliamo togliere una libertà dalla democrazia?

PPSS. Sulla stessa scia, e dello stesso “autore“:

  • Conosci l’uomo che si avvicina ed è incappucciato? No. Se gli togliamo il cappuccio, lo riconosci? Si. Dunque conosci e non conosci la stessa persona.
  • Un uomo con molti capelli non è certamente calvo. Se a quest’uomo cade un capello, egli non diventa calvo. Tuttavia se, uno dopo l’altro, i capelli continuano a cadere l’uomo diventerà calvo. Ma quindi quand’è che un uomo può essere definito calvo? La differenza tra calvo e non-calvo risiede in un solo capello?
  • Un uomo possiede ciò che non ha perso. Un uomo non ha perso le corna, dunque le ha.

Anatocismo

L’anatocismo è un metodo di calcolo degli interessi (e fin qui tutto bene…) per cui gli interessi maturati secondo una certa periodicità maturano altri interessi (…???…), cioè sono sommati al capitale dato in prestito in modo tale da contribuire a maturare altri interessi nei periodi successivi (aspetta, aspetta… rileggiamo bene).

Vediamo di capirci un po’ di più.

Stiamo parlando della produzione (capitalizzazione, pare si dica parlando in “banchese”) di interessi da altri interessi a loro volta resi produttivi.

Ma attenzione… gli interessi da cui partiamo potrebbero benissimo essere scaduti o non pagati! Ciò nonostante contribuiscono alla base del capitale su cui calcolare gli interessi.
Vediamo di capirci ancora di più… la cosa è potenzialmente molto pericolosa. Abbiamo, infatti, cercato di mettere i puntini sulle i (i.e. una pezza):

L’anatocismo è contemplato dall’art. 1283 c.c. secondo cui gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, purché siano interessi dovuti da almeno sei mesi. Pertanto, il giudice potrà condannare al pagamento degli interessi su interessi nel caso in cui venga provato che, alla data della domanda giudiziale, erano già scaduti gli interessi principali.

Quindi: gli interessi sugli interessi scaduti si dovrebbero pagare solo a seguito di una domanda giudiziale e comunque solo se sono dovuti da almeno sei mesi… in barba alla capitalizzazione trimestrale degli interessi che invece le banche continuano a fare (e qui giù di giurisprudenza…).

In parole ancora più semplici (vediamo se ci riesco), il pagamento degli interessi sugli interessi (interessi composti) non sono autorizzati dalla legge sulle quote di debito (sia capitale che interessi) che non sono state regolarmente pagate a scadenza.

L’anatocismo è un reato. E’ l’equivalente civile del reato di usura, penale. A differenza dell’usura, comunque, le sanzioni per la pratica dell’anatocismo (istituto nato praticamente assieme al concetto di prestito ad interesse) sono molto più blande. Si tratta solitamente di dover restituire le somme indebitamente percepite con relativi interessi legali (tipicamente molto modesti). Non poteva essere diversamente essendo un reato tipico di istituti bancari…

Anatocismo: pericolo, spesso sottovalutato (solo perché meno “noto” dell’usura ed in mano alle banche), a cui si espone un debitore.

WU

PS. Secondo me è anche penalizzato dal suo stesso nome; di origine palesemente greca è la crasi della parola “usura” (non a caso) e “di nuovo”… più chiaro di così.