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Epigone

Altra parola che trova posto più in qualche polveroso scaffale che sulla nostra (quantomeno la mia) bocca. Credo mi sarebbe piaciuto studiare (non sparlare) il come ed il perché del destino di alcune parole.

Epigone, ad esempio. Dal greco, letteralmente “nato dopo”. In origine (mi viene da dire, per quel che ci abbiamo capito) il termine fu usato nella mitologia greca, per indicare i dei 7 principi che combatterono contro Tebe (ovviamente per vendicare i padri e rinnovare, una decade dopo, la guerra paterna). Già in questa prima connotazione si identifica con il termine chi riprende, chi segue l’opera (beh, la guerra lo è di sicuro!) altrui.

Per estensione il termine indica (per quanto ho potuto vedere, specialmente al plurale), chi imita l’operato altrui; i seguaci, praticamente. Un discepolo, un allievo, un apostolo (per esagerare); un epigono, insomma.

Se poi vogliamo parlare dell'(in)utilità di scrivere di cosa è stato già scritto e di come (e se) ciò si differenzia da rielaborare ciò che è già stato scritto e tramandarlo alle generazioni future, allora possiamo anche lasciare in pace il bel termine che non ha colpa alcuna.

WU (ennesimo epigone del nostro tempo)

PS. Ovviamente mi ci sono imbattuto qualche tempo fa qui e poi mi è rimasta la parola li, a gironzolare nel cervello trovando il momento giusto per uscire.

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Acromegalico letterario

Gli occhi spiritati dell’eredoluetico oltreché luetico in proprio, le mandibole da sterratore analfabeta del rachitoide acromegalico riempivano di già l’Italia Illustrata: già principiavano invaghirsene, appena unte de cresima, tutte le Marie Barbise d’Italia, già principiavano invulvarselo, appena discese d’altare, tutte le Magde, le Milene, le Filomene d’Italia: in vel bianco, redimite di zàgara, fotografate dal fotografo all’uscire dal nartece, sognando fasti roteanti e prodezze del manganello educatore. Le dame a Maiano o a Cernobbio, già si strangullavano né su’ singhiozzi venerei all’indirizzo der potenziatore d’Italia.

[C.E. Gabba, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957]

Personalmente ho dovuto leggere il pezzo una decina di volte… per capirci la metà. Non si può dire che l’autore non faccia un uso più che sapiente della lingua italiana e con la sua maestria celi al volgo (ma non a lettore colto ed arguto) il suo duro pensiero sul soggetto che fa poi da sfondo a varie vicende del romanzo senza tuttavia prenderne parte.

Non è il cosa dire, ma il come dirlo a dare dignità in primis al personaggio, poi al lettore (al solito, quello attento) e dulcis in fundo all’autore, il quale si crogiola nella sua soddisfazione prima che nel suo diletto e la dignità acquisita.

WU

PS. Si, si sta riferendo al Duce, nella Roma del ’27.

PPSS. Mi ci sono imbattuto, crogiolandomi in dolci ricordi liceali bighellonando sulla parola “acromegalica“. Dal greco, crescita delle estremità, si tratta di una patologia clinica che causa la crescita sproporzionata di mani, piedi, mandibola, labbra, etc (… in casi ancora più estremi anche di organi interni) a causa dell’esposizione prolungata all’ormone della crescita. Per non addentrarmi troppo negli scabrosi risvolti della malattia (ah, conoscete di certo attori, pugili, wrestelr, etc. affetti da tale patologia) ho preso una deriva più letteraria che mi ha portato a Gadda.

Mentecatto

Parole che ogni tanto ritornano. Nella mia mente più che alle mie orecchie.

E mi dovete dire perché ha oggi accezione negativa. Ammesso che qualcuno usi ancora questa parola.

Perdendomi nella sua etimologia scopro che ha il significato letterale di “perso nella mente”.  Da “mente captus”, oggi siamo a pazzo, insensato, stupido.

o credo che gran noia sia a una bella e dilicata donna, come voi siete, aver per marito un mentecatto [Boccaccio].

La cosa che più mi colpisce è che è oggi un (raro) epiteto ingiurioso più che il risultato di una qualsivoglia analisi. Non è una considerazione, non è un verdetto, è un giudizio. E voglio aggiungere, assolutamente arbitrariamente, a caso.

Praticamente mi pare di capire che dato che ad oggi ne abbiamo una accezione negativa, abbiamo una sorta di convinzione intrinseca che chi è perso nella sua stessa mente non può che essere vittima di una pensa stupidità. Che sia vero?

WU

PS. Nonostante tutto è una parola abbastanza cacofonica da attrarmi.

Sberleffo

… a volte mi sento uno degli ultimi romantici (e dato il soggetto vi posso assicurare che mai parola fu meno calzante) o degli ultimi stupidi (mmmhhh, no forse in questo caso, senza ultimi).

Ora ditemi quante volte (… forse sbaglio frequentazioni) avete, diciamo nell’ultimo decennio, sentito/letto la parola sberleffo. Ovviamente fuori da un qualche palco e fuori da una qualche supercazzola d’autore.

Dicesi sberleffo (come mi sento accademico) un gesto di scherno, una linguaccia, una boccaccia, una qualunque smorfia, insomma, volta a prendere un po’ in giro l’interlocutore.

Un’altra di quelle parole ormai fuori dall’utilizzo comune ed in questo caso non solo per ingerenze “barbariche” (in questo caso mi riferisco alla terminologia), ma anche perché viviamo in una società che si prende troppo sul serio.

Il prendersi in giro richiede una leggerezza che può essere solo frutto di una intelligenza profonda, che oggi (mediamente) non esibiamo più. Guai a fare uno sberleffo a qualcuno, non vorrai mica offenderlo?!

Nella mia personale interpretazione del termine ci vedo poco di derisione volta a far male e molto di leggerezza. Come se un bello sberleffo facesse ridere chi lo fa e chi lo riceve, anziché causare “irreversibili traumi” (non dirò che sono facilmente acuiti dai nuovi media).

Prendiamoci di più in giro, con sberleffo.

WU

PS. etimo incerto; forse deriv. dell’antico tedesco “leffur”: labbro.

 

Emi-pangramma

Mi sono intrippato in un giochino stupido stupido. Tanto per cambiare.

Per una serie di motivi ho comprato un alfabeto. Non che io, come nessuno, possa mai possedere un alfabeto nel senso di proprietà, ma ho acquistato delle simpatiche letterine che mimano tutte e 26 le lettere a me note.

E da li… il dramma 🙂

Allora, le regole che mi sono dato sono relativamente semplici: usare il maggior numero di lettere in parole di senso compiuto. E’ un po’ una cosa diversa da i soliti giochini linguistici di trovare parole con più doppie, più vocali, più lunghe, palindrome, etc. etc.

Una specie di ricerca dell’emi-pangramma (poi dei pangrammi parliamo a parte) italiano più lungo.

In pratica ho a disposizione le 26 lettere e cerco di dare un senso ad il maggior numero possibile di esse. Dato che il concetto di “senso” è sostanzialmente legato, oltre che alla lingua italiana, anche alla mia conoscenza di essa, il giochino mi ha spinto a scoprire parole, come dire… inusitate.

Vi risparmio le ore perse su questa faccenda ed elenco sotto i miei tre risultati più notevoli (ed è tutto dire):

  • spugna chi feltro; tre parole per un totale di 15 lettere
  • feldspato brughi; due parole (eh, si, esistono entrambe) per un totale di 15 lettere
  • compravenduti; singola parola dalla bellezza di 13 lettere.

Ogni vostro tentativo è più che benvenuto.

Conclusione: ho ordinato un secondo alfabeto. Se mi ritrovate a fare questi discorsi con ben 52 lettere allora sono decisamente fottuto.

WU

Anacoreta

Sentite come suona bene.

Ora, tutti coloro che sanno esattamente di cosa si parla, si fermino qui.

Tutti coloro che ne hanno una vaga idea, si fermino qui.

 

 

Ora che mi sono sincerato di essere l’unico ad essere arrivato a leggere fin qui. Posso sproloquiare in tranquillità. Oltre ad avere una fonetica decisamente adorabile, il termine si riferisce ad uno stato (tipicamente di un religioso, nel vero senso del termine, ovvero indipendente dal particolare credo) di ritiro ascetico.

Praticamente di abbandono della vita sociale per dedicarsi, con diversi gradi di isolamento, alla preghiera ed alla contemplazione. L’occupazione dell’anacoreta è quindi quella della preghiera e del lavoro per garantire il proprio sostentamento. “Padri del deserto” per il loro ritirarsi, ovviamente nei secoli che furono, nei deserti egiziani.

E, dato che piove sempre sul bagnato, da wiki:

L’arte bizantina è solita raffigurare gli anacoreti nei sottarchi che sorreggono gli edifici sacri in posizione orante a indicare che con la loro ascesi reggono il peso della Chiesa.

Coloro che percorrono la via dell’hésychia, ovvero della pace interiore per elevarsi a Dio
Una soluzione un po’ troppo semplice, IMHO, per la nostra società.

WU

PS. Pillola sulla genesi del termine nella mia mente: “Manoscritto trovato a Saragozza”, di J. Potocki. In lettura, da parte mia e del mio neurone solitario; Per il momento… nulla di eccezionale.

Patchanka

Per il ciclo, parole a caso che mi colpiscono.

Parliamo, in questo caso, di un genere musicale risultato di un mix (ibridizzazione se volete essere fighi) di generi tipo musica latina, punk, ska, raggae, rock, flamenco, salsa, funk, rap, etc. etc.

Ovvero di tutto un po’. Una sorta di “non genere” che mischia gran parte del panorama musicale (così ad occhi resta fuori la musica classica, tecno, progressive, e poco altro). Melodie tipo folk-celtiche-rivisitate sono tra gli apici del genere.

E c’è di più il “casino” di questo genere non si limita solo a suoni e melodie, ma va oltre fino alla lingua ed i testi che sono molto spesso a loro volta un mix di espressioni derivanti da varie lingue.

Esponenti di questo genere sono i Mano Negra, Nanu Chao, Modena City Rambles (mitici!) e simili.

Ok, ok, ma la parola? Beh quacosa tipo caso, confusione, miscuglio, melting pot.

Insomma un pentolone di intrugli dal quale, a volte, emerge qualcosa di unico. Se mi metto io a fare un mix dei vari generi musical (ma non solo) che (non)conosco, dubito di tirarne fuori qualcosa di ascoltabile.

WU

PS. Brani e video musicali da aggiungere a piacere, in base alla paccottiglia preferita.