Pinocchio a crepapelle

mangiare a crepapelle
ridere a crepapelle
lavorare a crepapelle (beh, questo non l’ho ancora sentito)

Sono detti che ascoltiamo ed usiamo un po’ tutti quotidianamente. Ieri, per puro caso, mi ha colpito la parola crepapelle. Dal suono non particolarmente piacevole (pronunciata poi da chi ha la r moscia suona anche peggio…), un po’ stereotipata, quasi involuta. Parola che difficilmente (mai?) si ascolta isolata, ma praticamente sempre in una locuzione fatta.

L’etimologia è abbastanza semplice; composta da crepare e pelle mette insieme la rottura di un organo a seguito della smodatezza dell’azione. Magiare/ridere/parlare/quellochevolete moltissimo, smodatamente, fino a scoppiarne, fino a rompersi la pelle.

Pare che storicamente fu Collodi (si, quello di Pinocchi, al secolo Carlo Lorenzini) a farla nascere dalla sua penna. Nelle avventure di Pinocchio leggiamo, infatti:

[…] Aveva veduto un grosso serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino.

Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il serpente se ne andasse [p. 124 modifica]una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.

Aspettò un’ora; due ore: tre ore: ma il serpente era sempre là, e anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de’ suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.

Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al serpente:

— Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? —

Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.

Allora riprese colla solita vocina:

— Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!… Si contenta dunque, che io seguiti per la mia strada? —

Aspettò un segno di risposta a quella domanda: ma la risposta non venne: anzi il serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare.

— Che sia morto davvero? — disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza; e senza mettere tempo in mezzo, fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e cadde per terra.

E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e colle gambe ritte su in aria.

Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile il serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero.

[Le avventure di Pinocchio, cap 20]

L’episodio ebbe una diffusione così vasta che in breve “ridere a crepapelle” divenne l’espressione proverbiale di “ridere fino a scoppiarne” definendo la genesi del termine crepapelle.

Un modo come un altro per ricordarmi di ridere più spesso.

WU

PS. Chissà poi perché proprio la pelle (beh, di certo organo coinvolto nelle varie azioni che ne prevedono la cepatura, specialmente per un serpente), ma sarebbe potuto essere crepatesta, crepamani, crepapolmoni, crepacuore (no… questo esiste… anche se con accezione leggermente diversa…).

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La currea

La cintura, in genere di cuoio (ricavata da pelle e scarti di lavorazione), quella che regge i calzoni, ma che all’uopo può esser usata per minacciare (più che colpire) i figli monelli o disobbedienti: la correa.

Curreja, o correja, nelle lingue latine ed in spagnolo: lo correa.

I lavoranti dei pellami per conto terzi son soliti usare gli scarti delle lavorazioni per fabbricarsi piccoli oggetti, come la cintura. Il proverbio sottolinea che ad amministrare il patrimonio degli altri, prima o poi qualcosa si guadagna

La currèa, curreja, o correja, cintura, deriva da latino corrigĕre, molto simile (direi la stessa radice…) a correggere e non è appunto un caso che la curreia fosse adoperata come strumento (più che altro deterrente) per correggere i figli disobbediente.

Un paio di detti (napoletani, neanche ci fosse il bisogno di dirlo) che la vedono protagonista:

  • Nun saccio chi è cchiu scemo, se a volpe o chi a currèa. (Non so se è più stupida la volpe o chi la rincorre). Currea in accezione di rincorrere. E’ più stupida l’utopia o chi la rincorre? A volte affrontare situazioni troppo al di là delle nostre possibilità, ci rende agli occhi degli altri dei perfetti imbecilli.
  • A copp’ ô ccuorio, esce ‘a currea. (La cintura si ricava dalla pelle). I lavoranti di pellami usavano riutilizzare gli scarti di lavorazione (materia prima non loro, ovviamente) per fabbricarsi piccoli oggetti per uso personale, come ad esempio la cintura. Ad amministrare il patrimonio degli altri prima o poi qualcosa si guadagna.

WU

PS. La genesi, quasi ovvia, dello spettacolo odierno è da ricercarsi nei seguenti versi che mi canticchio in mente in questi giorni in cui la mia soglia di pazienza si mostra irrispettosamente (nei miei confronti, intendiamoci) bassa.

Siente fa’ accussì nun da’ retta a nisciuno
fatte ‘e fatte tuoie
ma si haje suffri’ caccia ‘a currea
siente fa’ accussì
miette ‘e creature ‘o sole
pecché hanno sape’ addo’ fa friddo
e addo’ fa cchiù calore.

Scemo di guerra

Un modo di dire che è più che altro una specie di eredità della Prima Guerra mondiale; un regalo fatto alla gran parte delle famiglie che inviavano qualche caro al fronte… La demenza con cui spesso tornavano è poi diventata un modo di dire, almeno per noi che la guerra (quella guerra) non l’abbiamo fatta.

Tremori irrefrenabili, ipersensibilità al rumore, assoluta inespressività facciale, roba un po’ da “Qualcuno volò sul nido del cuculo”… Soggetti che camminano con le mani penzoloni, che piangono in silenzio (beh, ad essere sincero questa non mi pare una cosa poi tanto patologica), che mangiano quello che capita che sia edibile o meno, che camminano come automi, che hanno tutti i muscoli irrigiditi e così via.

Insomma una descrizione clinica abbastanza patologica, ma non riconducile a traumi specifici se non quello di … essere stati “semplicemente” in guerra. Oggi questa “assenza di traumi specifici”, è passata dall’esser definita shell shock (shock da bombardamento) a “disturbo da stress post-traumatico” (disagio clinicamente riconosciuto che non ci sogneremmo, oggi, di chiamare “scemità da guerra”).

A lungo si sono cercate cause fisiche di questo disturbo (il frastuono dei bombardamenti? il monossido di carbonio?), ma non sono state mai univocamente identificate. E’ stata poi la volta dell’ipnosi per curare questa specie di isteria (disturbo che un tempo si associava solo al gentil sesso), anche senza capirne bene il motivo. Ipnosi che effettivamente funzionava (?), ma che al contempo ha accesso un po’ la lampadina sulla possibilità che gli “scemi di guerra” potessero essere semplicemente abili simulatori che volevano evitare di tornare al fronte.

Con il dubbio che si trattasse di simulazioni iniziarono anche campagne di semi-tortura per questi soggetti con scosse elettriche, aggressioni verbali e metodi di questo tipo che volevano avere l’effetto di “svegliare” il paziente da quella specie di catalessi che esibiva mentre non facevano altro che affossarlo sempre più.

La guerra, inoltre, in qualche modo serviva al paese e non poteva quindi essere tacciata di far diventare stupidi i soldati che vi partecipavano. Il fenomeno fu dunque trattato con relativa superficialità e quindi insabbiato. Circa 40.000 persone furono richiuse nei manicomi di stato, ma un numero che possiamo solo stimare esser stato decisamente maggiore fece ritorno nelle loro case (… contribuendo alla diffusione del modo di dire, evidentemente).

Gli scemi di guerra erano un tempo quindi effettivamente vittime di traumi di guerra che avevano lasciato profonde ed indelebili ferite nella loro psiche, e che per giunta venivano anche additati come stupidi e come tali trattati. Oggi “scemo di guerra” è un modo di dire abbastanza scherzoso, non troppo feroce, ma che affonda le origini in mali profondi e tutt’ora difficili da debellare mentre ci stiamo facilmente dimenticando pian piano per cosa abbiamo veramente combattuto e per cosa siamo (sono, e dovremmo essergliene grati) diventati stupidi.

WU

Sangue blu

… io non ce l’ho, sia ben chiaro. Ma devo confessare che l’espressione mi ha fatto sempre sorridere prima di arrivare (oggi, per puro caso) a chiedermi l’origine di questa espressione.

Sono certo che tutti sappiamo a cosa si riferisce il modo di dire, ma “spulciare” riguardo alla motivazione è certamente meno ovvio. Gooogle propone almeno tre possibili origini dell’espressione, tutte, IMHO abbastanza dubbie; ma infondo lo scopo qui e sentire più campane, non trovare quella “giusta” (ammesso che ci sia).

I nobili erano (sono) ovviamente sollevati dall’obbligo del lavoro (farlo poi per passione o per diletto lo rende intrinsecamente più simile ad un hobby), specialmente quello manuale all’aria aperta. Motivo per cui la colorazione della loro pelle era spesso e volentieri molto chiaro, quasi diafano. In tale situazione le vene, specialmente quelle più superficiali tipo quelle della gola o dei polsi, assumono una colorazione bluastra, da cui, pare, il modo di dire. Mi fa ridere come oggi (beh, da anni in vero) siamo alla ricerca della “tintarella” o dell’abbronzatura che un tempo denotava le classi meno abbienti, costrette, appunto, a lavorare nei campi non potendo esibire delle belle vene blu…

Altra possibile etimologia dell’espressione è da ricercarsi nella argiria, malattia della pelle che induce colorazione (indovina un po…) bluastra. Un’alterazione cutanea causata (come il nome stesso) suggerisce da contatto prolungato, ingestione o comunque ingestione di argento e suoi composti. Il metallo tende a depositarsi sotto pelle e se esposto alla luce solare forma un insolubile e perenne… solfuro di argento. I noBBili dovevano mangiare abbondantemente e per lo più con posate/piatti/calici di argento. Sarebbe da ricercarsi quindi proprio nella loro argenteria la causa del loro epiteto di … sangue blu (evidentemente pelle blu suonava troppo di puffo…). In questo caso sarebbe stata, in qualche modo, proprio la ricchezza di queste persone a diventare un indelebile marchio sulla loro pelle. Letteralmente.

E come non pensare all’emofilia? Malattia molto diffusa fra la nobiltà europea degli scorsi secoli. L’emofilia è una patologia che consiste sostanzialmente in un difetto di coagulazione sanguigna favorendo emorragie e lividi. La colorazione bluastra di queste persone vien da se. I noBBili, ovviamente, tendono ad incrociarsi fra loro (come fosse una strana razza) e ciò favorisce il tramandarsi dell’emofilia, malattia ereditaria recessiva. Gli incroci fra consanguinei favorivano quindi una prole debole, malaticcia e blu… sia nel senso di nobile che di emofiliaca.

Qual che sia l’origine, più o meno certa, ormai celata dalla polvere del tempo, l’espressione “sangue blu” mi continua far sorridere e mi rimanda inconsciamente ad un lignaggio elitario, educato nei modi più che ricco nelle tasche.

WU

PS. Ovviamente:

Spam: dalla carne alla pubblicità

Correva l’anno 1970. Il 15 del mese di Dicembre andò in onda uno sketch comico del Monty Python’s Flying Circus. Lo sketch era ambientato in una specie di bettola frequentata da vikinghi, a due avventori dell’ultimo minuto la suadente cameriera inizia ad elencare le pietanze ancora disponibili intercalando in modo ripetitivo ed incalzante una pietanza. Alla riluttanza degli avventori nei confronti di questa pietanza fa eco il coro crescente dei vikinghi che stanno già pasteggiando e le formidabili accoppiate proposte dalla cameriera: uova e Spam, salsicce e Spam, Spam, uova e Spam, Spam Spam, pancetta e Spam. Ah, è spam anche quello che abbonda anche nei titoli di coda!

Beh, l’ho detto, la parola magggica è… Spam. E non nell’accezione che noi tutti conosciamo oggi, ma in quella sia originale. La Hormel Foods Corp. aveva fra i suoi prodotti una scatoletta di prosciutto speziato, spiced ham, che contratto suona proprio come… spam.

Poi arrivò la WWII, e fra la scarsità di cibo in Inghilterra spiccava l’onnipresenza dello spam come pietanza principe. La congiuntura storica, la comicità dei Monty Python ed un po’ i casi della vita hanno poi trasformato spam dall’essere carne in scatola all’essere… spam. Oggi possiamo anche non sapere l’origine del termine, ma di certo abbiamo conosciuto lo spam, almeno una volta (solo??) nella vita.

Sempre provando a guardare il lato storico di questo fenomeno (beh… se non altro del termine) pare che il primo messaggio commerciale indesiderato dati Si ritiene (non mi fate domande o devo fare spam…) che il primo spam via email della storia sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC. Lo scopo era ovviamente pubblicitario, il risultato (Credo) sia stato il primo uso massiccio del tasto CANC.

Io, personalmente, non ho mai assaggiato un solo pezzo di spam, ma passo buona parte del mio “essere on line” a discernere (ormai quasi inconsciamente) lo spam dalle informazioni da processare/ritenere. E non parlo solo di quello che immancabile arriva via mail, ma anche dello spamming (anche il verbo!) di informazioni, mediamente inutili a cui siamo sottoposti. Se chi le mette in giro lo fa con lo scopo di “spammare” (ancora!!), credo ci riesca, il mio dubbio è che lo si faccia spesso credendo di fare cosa buona, di condividere informazioni utili, senza rendersi conto di produrre solo ulteriore, inutile, deleterio… spam.

Lo spam (inteso come quello pubblicitario che, ricordo, è un reato!) si basa molto sull’ingenuità della gente, spesso anche a scopo fraudolento, ma credo che il fenomeno si sia evoluto portando a “spammare inconsapevolmente” informazioni che non meriterebbero (in un’altra epoca storica, evidentemente) neanche uno sguardo. Io lo vivo come spam, spero non sia un altro aspetto della incapacità umana. Sono certo che tutti conveniamo che è (era) meglio la carne in scatola.

WU

Maschiegazione

Dilber100419.png

Ammetto la mia ignoranza (…ed anche il fatto che vivevo benissimo in essa), ma il termine mansplain non lo conoscevo.

Pare possa essere brutalmente tradotto in italiano con un goffo maschiegazione che dovrebbe significare l’atto di spiegare con condiscendenza, fare una “lezioncina”, da parte di un uomo-maschio ad una donna-femmina 🙂 .

In primo luogo, la parola non mi piace ne come suono, ne come significato. Poi mi chiedo, se proprio vogliamo definire questo scenario possiamo benissimo attingere a diversi termini che abbiamo già (…che, guarda caso, mi pare non abbiano in femminile)tipo gradasso o smargiasso. Non è proprio la stessa cosa? Ok, può essere, ma il fatto è che non mi è ben chiaro cosa intendiamo per “lezioncina maschile”.

In rete (ed ometto link quasi per pudore) pare che l’esempio classico sia quando un maschio spiega il fuorigioco calcistico ad una donna. Quindi per maschiegazione intendiamo una spiegazione su cui un uomo-maschio è molto ferrato (… io credo di aver imparato il significato del fuorigioco da Topolino…) ad una donna-femmina a cui probabilmente non gliene può fregare di meno?

Oppure vogliamo sottolineare la superficialità con cui la spiegazione viene fatta a qualcuno che si da per scontato “non potrà mai capire”? Forse è questo il caso, ma l’inutilità e l’aberrazione del termine per me rimane. Anzi, assegnare una parola ad-hoc a situazioni tipo queste le elevano, IMHO, ad un grado di dignità che altrimenti non avrebbero. Possiamo anche pensare in maniera ancora più perversa: etichettare mansplaining una certa frase/situazione potrebbe essere il metodo migliore per tagliare, dalla parte femminile, un discorso quando si è a corto di argomentazioni per sostenerlo…

Altro spunto interessante di questo Dilbert è che mi pare che il metodo migliore per affrontare un discorso con qualcuno “immune alla logica” (che calza benissimo a tanti militanti fissati su questa o quella posizione, femministe incluse… ed in buona compagnia maschile) sia semplicemente non provare. Una sorta di resa in partenza dando per scontato che chi si ha di fronte non recepirebbe in ogni caso l’informazione. In questo caso si che una “lezioncina superficiale” potrebbe anche essere calzante, ma dividerei a questo punto la situazione dal sesso dei partecipanti.

In attesa di una femmigazione?

WU

Lippis et tonsoribus

Proscripti Regis Rupili pus atque venenum
hybrida quo pacto sit Persius ultus, opinor
omnibus et lippis notum et tonsoribus esse.
[Orazio, Sat. 1.7]

“lippis et tonsoribus” è una di quelle locuzioni che non si sentono tanto spesso, ma che sarebbe il caso di rispolverare. Per tanti motivi, se non altro per evitare di dire “lo sanno cani e porci”.

Letteralmente “dai miopi e dai barbieri”, Lippis et tonsoribus è una locuzione usata in associazioni ad una notizia, cosa risaputa, nota ed arcinota, da tutti, ma proprio da tutti.

LippisEtTensoribus.png

L’etimologia è un misto fra il luogo comune dei barbieri che spettegolano (contribuendo quindi alla divulgazione di un dato fatto, cosa che anche ai giorni non credo sia cambiata… anche se confesso di non essere un assiduo frequentatore di barbieri…) e dei miopi. Che centrano i miopi? Effettivamente sarebbe una traduzione leggermente inesatta; cisposi forse starebbe meglio. Si rifà al fatto che costoro erano un tempo costretti a stare al sole con una pomata spalmata sugli occhi non potendo fare molto altro se non che spettegolare.

La frase sta benissimo anche con accezione scherzosa o paradossale; un po’ come una cosa che si vocifera ma che è in fondo e ben nota a tutto l’universo mondo. Un antesignano del classico segreto di Pulcinella.

Evito il pippone personale sui pettegolezzi e la divulgazione “piratesca” di notizie (… tanto meglio se fake) con una punta di rassegnazione sul fatto che sia praticamente inevitabile. Meglio imparare a distinguere l’affidabile dall’inaffidabile, sia che provenga da lippis che da tensoribus (oltre che dal vicino di casa o di social, ovviamente).

WU

PS. Sto valutando di modificare il sottotitolo del blog da “loitering on odds and ands” a “lippis at tensoribus notum”…

Big vs little vs large vs small vs great

Ma è poco, piccolo, corto, giovane o breve? E d’altra parte è grande, largo, vecchio oppure lungo?

Diciamo che in italiano abbiamo una abbondanza lessicale tale da farci cogliere ogni sfumatura di dimensioni (in questo caso). L’inglese non è di certo una lingua così ricca, anche se personalmente non la ritengo neanche così povera come spesso si sente sostenere.

Large e big, ad esempio vengono entrambi tradotti in italiano con “grande”, ma nella lingua madre non sono propriamente sinonimi ed hanno contesti di utilizzo leggermente diversi. Idem dicasi per small e little.

Ovviamente (e come sempre) lungi da me qualunque spiegone linguistico, anche se suggerisco (proprio come ci succede inconsciamente con l’italiano) tanto tanto tanto esercizio così che poi alla fine la parola giusta nel contesto giusto venga quasi naturale, e mi affido piuttosto a questo XKCD.

XKCD130319.png

Un sapiente ed originale utilizzo dei diagrammi di Eulero Venn (si, un po’ di ricordi matematici da teoria degli insiemi elementare) per vedere cosa applica dove… almeno a spanne.

Notevole la collocazione centrale di island che interpreto come: “mettici vicino quello che ti pare che va bene lo stesso”. Mi colpiscono anche le due intersezioni vuote fra little-large e small-great “più vicine” ad island: circle è l’ultima cosa che può essere great o small e foundation l’ultima cosa che può essere little o large. Forse.

E poi mi casca l’occhio su tutte le cose che non possono essere great, ma devono essere big e cose del genere. Esempi di cose che suonerebbero male:
– great bang theory
– big barrier reef
– small league
– large one
– little potatoes

Oltre a “binomi” che potrebbero avere accezioni diverse: “big sister” e “large sister”… sono due cose diverse 🙂 . E little o large professor?

Ok, ok, sproloqui a caso semplicemente per invitarvi a spendere qualche minuto a guardare il veramente-notevole diagramma.

WU

PS. Oggi ho ricevuto una notizia veramente brutta, ma non so se catalogarla come large bad news, great bad news o big bad news. Large, big, great bad news?

Lethologica

… come si dice…

Avete presente quando avete una parola sulla punta della lingua, ma non vuole uscire? A volte capita di confonderla con una assonante, altre con il suo equivalente inglese(altra lingua (… che da l’illusione di esser figo), altre volte non a conosciamo proprio.

Comunque l’inabilità di ricordare una data parola è un problema. Ed è un problema tanto sentito da… meritarsi una parola tutta per se: “lethologica“. Di indubbia etimologia greca: da lḗthē e lógos, ovvero la dimenticanza della parola.

Lo stato di non essere in grado di ricordare la parola che si vorrebbe usare in un dato momento.

Certamente è una condizione transitoria che si verifica in tutti noi, ma un po’ il dubbio che possa celare una ignoranza di termini specifici mi viene. Non vorrei che celandosi dietro un momento di lethologica, vi siano anni di ignoranza e monotono riutilizzo di terminologia comune. Dubito che possiamo incappare in momenti di lethologica parlando la lingua di tutti i giorni; diciamo che sono abbastanza certo che ci imbattiamo in essa quando ripeschiamo nella memoria parole che non usiamo spesso. L’italiano (ovvero litagliano) ha un lessico ampio, vario e decisamente bello, vale la pena allenarci su tutto il repertorio.

Il nostro cervello non è di certo un computer che richiama termini a comando. Conoscere tutte le parole di un dato vocabolario è di certo un impresa titanica, ma diciamo che abbiamo un vocabolario attivo dei termini che usiamo quotidianamente ed uno passivo (di certo mooolto più ampio del precedente) di parole che comprendiamo ma che raramente, se non mai, usiamo. Beh, una situazione lethologica si verifica di sovente quando cerchiamo di usare in maniera attiva un termine che appartiene al nostro vocabolario passivo.

Purtroppo tutti i termini del vocabolario passivo, nonché tutte le parole che non ci vengono sono destinate, in un futuro più o meno lontano, a scomparire. Piuttosto che rimanere con la bocca aperta in una situazione lethologica cerchiamo ovviamente un’alternativa… che vi viene a primo acchito.

Lethologica is both the forgetting of a word and the trace of that word we know is somewhere in our memory. Perhaps it is necessary for us to drink from the river Lethe to help us temporarily forget the trivial and unnecessary, so we can prioritise the information that is important to our lives.

Chissà se ci ricorderemo di questa parola la prossima volta che non ci viene il termine per esprimere quello stato in cui non ci viene una parola… una specie di dimenticanza lessicale ricorsiva 🙂

WU

Luddismo

…per il “solito ciclo” una parola al giorno… o meglio, una parola ogni tanto. Il suono non mi piace particolarmente ed anche il significato mi pare alquanto naive, ma d’altra parte non posso mica mettermi a sproloquiare solo di quello che mi pare a me (… o no? 😀 )

Inghilterra, fine del XVII secolo. E’ il periodo post rivoluzione industriale ed il mondo del lavoro stava cambiando per sempre (frase che sento quanto mai attuale…). L’umanità aveva scoperto le macchine; esistevano i telai meccanici e le macchine a vapore che potevano svolgere il lavoro che fino al giorno prima avevano svolto gli uomini.

Ovviamente una trasformazione (velocissima) del genere doveva avere una grande ripercussione anche a livello sociale. Nascevano i nuovi capitalisti ed i nuovi proletari. La terra era già stata in parte abbandonata a favore del lavoro nelle fabbriche ed ora anche il lavoro industriale sembrava messo a rischio dall’avvento della tecnologia. La popolazione si trova a che fare con una nuova realtà industriale in cui le macchine erano parte integrante ed i “nuovi industriali” cercavano un lavoro più intensivo, metodico, sistematico. Si separarono definitivamente i padroni ed i lavoratori.

In questo contesto, Ned Ludd (… chissà se mai esistito), nel 1779 distrusse in segno di protesta un telaio industriale simbolo della “rivoluzione delle macchine” in corso. Da allora Ludd divenne, nell’immaginario collettivo, il generale che guidava la rivoluzione dei lavoratori sfruttati dai padroni e sconvolti dalla rivoluzione industriale.

Il luddismo, movimento nato da tale gesto, guidò proprio molte delle rivolte di quel periodo contro l’ascesa dei padroni e delle macchine. Esplose specialmente nella classe dei lavoratori di calze e maglie al telaio che erano quelli che avevano sofferto di più la meccanizzazione del loro lavoro. Il movimento, inoltre, prese piede dove la separazione fra lavoratori e padroni era più esasperata e dove l’operaio si sentiva impotente ed insicuro al cospetto delle macchine.

I nuovi macchinari industriali, divenendo quindi il simbolo del nuovo sistema economico, furono oggetto delle proteste della popolazione. Il luddismo riuscì ad incanalare non solo il malessere dei lavoratori tessili, ma quello di molte fasce deboli della società che sfogarono tutta la loro rabbia sui padroni e sui loro macchinari.

Il termine è oggi sinonimo di ogni forma di lotta violenta contro il progresso, l’introduzione di nuove macchine, contro il padrone sfruttatore. Luddista è colui che è contro il mutamento tecnologico e manifesta in maniera anche violenta la sua resistenza.

Oggi direi che più che altro abbiamo accettato di patteggiare con le macchine (nessuno vorrebbe fare più a mano migliaia di conti senza usare un computer, o no?), ma una vena luddista rimane nei tanti lavoratori che non si sentono sicuri o motivati nel loro lavoro (ed evito accuratamente di fare esempi) e vedono nelle macchine una vera minaccia… piuttosto che una fonte di ulteriori possibilità; messaggio che “un saggio padrone” dovrebbe dare.

WU