Lb-1 grosso, nero e sbagliato

Ha una massa 70 volte maggiore quella del nostro Sole, è situato a circa 15 mila anni luce dalla Terra… e non dovrebbe esistere. E’ un errore, della natura, ovviamente.

Stiamo parlando di un mostro cosmico spettacolare, un buco nero stellare (tecnicamente stelle massicce che collassano sotto la loro stessa gravità) dal peso record. Una sorta di eccezione, o meglio una rivoluzione delle nostre teorie riguardanti questi corpi celesti. Infatti secondo i “nostri calcoli” Lb-1 semplicemente non dovrebbe esistere (eppure è enormemente li!).

La nostra sola Via Lattea dovrebbe (sempre secondo i modelli che stiamo, in parte, mettendo in discussione con la scoperta di Lb-1) contenere 100.000.000 di buchi neri con una massa massima di una ventina di volte quella del nostro sole.

Un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio astronomico nazionale cinese ha invece notato Lb-1… ed è nella nostra galassia! Secondo i nostri modelli solitamente una stella a fine vita espelle gran parte della sua massa come parte dei potenti venti stellari. Quello che rimane indietro e che eventualmente collassa in un buco nero non potrebbe essere quindi così massiccio come Lb-1… E non di poco: il mostro nero in questione è circa il doppio del massimo teorico che ci aspettavamo di trovare. Ora si che ci deve (lui, ovviamente) delle spiegazioni!

La scoperta, inoltre, è di per se sconcertante: buchi neri di enormi dimensioni esistono anche nella nostra galassia! (no, non ci stanno per fagocitare) Cosa fin’ora non scontata (e che, divago, assieme alla conferma delle onde gravitazionali -che per essere generate in entità da noi individuabile devono aver richiesto il collasso di buchi neri ben più grandi di quelli che sappiamo teorizzare- contribuirà a farci capire passato, presente e futuro del nostro universo). Finora, inoltre, buchi nero stellari (che non emettono, ovviamente, luce) potevano essere scoperti solo mediante l’emissione a raggi X dei gas che fagocitavano, tipicamente cannibalizzando qualche stella compagna.

Non tutti i buchi neri però sono così impegnati a banchettare (e quindi ad emettere raggi X che li rendono visibili dai nostri “occhi”) anzi, la stragrande maggioranza dei buchi neri stellari rimane nascosta e taciturna. Il team di ricerca, per superare questo “problemino” si è affidato ad una tecnica assolutamente diversa: Lamost è un telescopio spettroscopico a fibre ottiche in grado di osservare stelle in orbita intorno a un oggetto invisibile, semplicemente attirate dalla sua gravità. L’unico aspetto che un buco nero non sa nascondere. La tecnica usata ha una percentuale di successo molto ristretta, solo una stella su un milione può essere tipicamente scovata nella sua orbita intorno a un buco nero. Nella scoperta di Lb-1 c’è stata anche una bella dose di “fortuna” (serendipity, magari).

Dopo Lamost gli altri grandi telescopi mondiali sono stati puntati sulla stalla in questione: una stella otto volte più pesante del Sole in orbita attorno a “qualcosa” … la massa stimata di questo “qualcosa” è appunto 70 volte quella del nostro Sole.

Ecco a voi Lb-1, sufficientemente grossa da mettere in crisi il nostro ego.

WU

Sirio e l’enigma dei Dogon

Mali, Africa orientale. Da qualche parte nel bel mezzo del nulla, fra polvere e capanne vive il popolo dei Dogon.

Cane Maggiore, sopra le nostre teste nell’immensità cosmica. La costellazione ospita la stella più brillante del cielo notturno: Sirio, ovvero Alfa Canis Majoris.

Fra i due scenari c’è un legame quantomeno insolito, e che ci piace considerare misterioso. Enigmatico.

Partiamo da Sirio. La stella non è una stella, nel senso che non è una sola. Sirio è infatti un sistema stellare multiplo. Di certo è binario e potrebbe esserci in giro anche una terza compagniuccia… anche se la cosa non è mai stata confermata.

Sirio

Sirio è stata dalla notte dei tempi un riferimento nel cielo notturno (…cosa che evidentemente anche i Dogon dovevano apprezzare), ma del fatto che fosse un sistema stellare doppio si è avuto contezza solo nel 1862 quando i telescopi diventarono abbastanza potenti per confermare le supposizioni fatte non più di vent’anni prima circa il moto proprio della stella.

La stella più luminosa del sistema è Sirio A (Senza troppa fantasia) ed attorno ad essa orbita (questa è la parte “nota”, sia chiaro) una nana bianca. Chiamata, indovinate un po’, Sirio B (una stella grossa più o meno come la terra, ma estremamente più densa, pesa infatti circa il 98% del nostro Sole!). La rivoluzione di Sirio B attorno alla primaria ha un periodo di circa 50 anni e la porta ad una distanza fra compresa fra 8,1 e 31,5 UA. Ulteriori osservazioni con telescopi terrestri e spaziali hanno notato ulteriori anomalie nel moto delle due stelle, ma una terza stella a completare il sistema non è stata mai effettivamente osservata.

Ora dovrebbe essere chiaro che l’osservazione di Sirio e del suo sistema stellare non può prescindere dall’utilizzo del telescopio e dagli sviluppi tecnologici, cosa che evidentemente non rientra fra le priorità nazionali del Mali e men che meno fra quelle dei Dogon.

Eppure i Dogon hanno la paternità di un graffito che rappresenta esattamente Sirio A e la sua compagna Sirio B con tanto di orbita. Ah, ed è vecchio di almeno 400 anni. Tanto per non farci mancare nulla, “pare” che anche loro sostengano la presenza di una terza stella a completare il sistema.

SirioDogon.png

Il tutto è trattato in articoli e libri che hanno poi attribuito ai Dogon (e quanto ci piace…) anche ulteriori, impossibili conoscenze astronomiche. Cose (onestamente ben più vicine e potenzialmente più semplici di osservare anche anzi tempo) tipo i satelliti galileiani o gli anelli di Saturno non sarebbero stati per loro un mistero…

Ci piace credere, mi piace credere (quando la cosa non sfocia in bufale o complottismo). Nel caso specifico, tuttavia, credo che vogliamo vedere quello che cerchiamo (un bias cognitivo, si dice così?) notando qualcosa di “magico” in quello che probabilmente è un graffito qualunque dei Dogon. Al secondo livello di probabilità sono portato a pensare che si tratti di un caso di contaminazione culturale (ci sarà pure un Dogon, su una popolazione di 240.000 anime, che è venuto a contatto con qualche forma di bibliografia scientifica…). E come ultima spiegazione che i Dogon abbiano un fantastico telescopio nascosto nel Mali, chissà, magari fatto di vibranio… No, i contatti passati con civiltà aliene non li prendo neanche in considerazione, sorry.

WU

PS. Visto che ci siamo. Sapete da dove trae origine la parola canicola? Il cane maggiore, e Sirio in particolare, sorgevano ai tempi dei Greci poco prima del sorgere del sole (sorgere eliaco) nella parte più calda dell’estate. I giorni del cane, di un caldo da cani, della canicola.

PPSS. Non so bene il perché, dato che c’entra solo in parte e soprattutto fa riferimento all’emisfero sbagliato, ma ho canticchiato questa canzone per tutto il tempo della stesura del post…

Impostori intellettuali – l’affare Sokal

David Sokal è un professore di fisica presso la New York University. Sconosciuto ai più (compreso il sottoscritto) se non fosse per la sua beffa che nel 1996 ha iniziato (e sono certo non abbiamo finito!) ad accendere i riflettori sui meccanismi di selezione degli articoli scientifici/culturali. Qualche passo avanti è stato fatto, certo, ma come ormai saprete, la peer-review non è, IMHO, la soluzione, ma solo un male (lo stesso male: la mancanza di oggettività) edulcorato.

Ad ogni modo, 1996, Sokal pubblica un notevole articolo: Transgressing the Boundaries: Towards a Trasformative Hermeneutics of Quantum Gravity.

Eh?! Letteralmente qualcosa tipo: Violare le frontiere: verso una ermeneutica trasformativa della gravità quantistica.

TransgressingBoundaries.png

Già il titolo non si capisce o non vuol dire nulla (ma suona bene! E vedremo fra poco che questo è un must!); l’articolo, poi, non era altro che un collage di frase senza senso. Si sosteneva una fanta-tesi secondo cui la gravità quantistica non fosse altro che un costrutto, tutto umano, sociale e linguistico.

Effettivamente più che una beffa potrebbe essere descritto come un esperimento sociale, in cui l’autore vuole dimostrare (e ci riesce egregiamente) che il meccanismo di selezione dei contenuti scientifici e divulgativi non è sano. In particolare si basa, secondo l’autore, sul fatto che le frasi (ripeto, appiccicate l’un l’altra senza senso) suonino bene e, soprattutto, che fossero in qualche modo in accordo con i presupposti ideologici dei redattori/curatori della rivista specifica.

Here my aim is to carry these deep analyses one step further, by taking account of recent developments in quantum gravity: the emerging branch of physics in which Heisenberg’s quantum mechanics and Einstein’s general relativity are at once synthesized and superseded. In quantum gravity, as we shall see, the space-time manifold ceases to exist as an objective physical reality; geometry becomes relational and contextual; and the foundational conceptual categories of prior science — among them, existence itself — become problematized and relativized. This conceptual revolution, I will argue, has profound implications for the content of a future postmodern and liberatory science

Questo secondo punto fu declinato da Sokal inserendo il termine femminista (tema caro alla rivista su cui l’articolo fu pubblicato, “Social Text”) ben 35 volte all’interno dell’articolo… che non dimentichiamoci parlava di gravità quantistica! La cosa fu fatta con locuzioni (tipo “algebra femminista”… qualunque cosa significhi) o mediante similitudini (“proprio come le femministe liberali…”).

Sokal descrisse l’articolo (ed anche questa sembrerebbe un pezzo dell’articolo stesso…) come “un pastiche di ideologie di sinistra, riferimenti ossequiosi, citazioni grandiose e prive di senso, strutturato attorno alle più sciocche frasi di accademici postmodernisti che avevo potuto trovare riguardo alla fisica e alla matematica“.

Quello che ci (mi) rimane è che l’attendibilità delle riviste scientifiche o di settore è comunque molto bassa (e di certo un articolo che “suona bene” e compiace l’editore ha molte chances di essere pubblicato…), tanta tristezza per l’egregia riuscita dell’esperimento, ma principalmente il fatto di aver capito da dove il Conte Mascetti ha tirato fuori l’idea della sua Supercazzola.

WU

Bugie da odorare

“Lloyd, come si riconosce un bugiardo?”
“Stando attenti a quello che lo circonda, sir”
“In che senso, Lloyd?”
“Attorno ai venditori di fumo, c’è sempre puzza di bruciato, sir”
“Bisogna avere naso, Lloyd”
“Basta non passare la vita a turarselo, sir”
“Una vera boccata d’ossigeno, Lloyd”
“Buona settimana, sir”

Ci sono quelle a fin di bene, le omissioni, quelle fatte di proposito, quelle che sono (finte? parziali?) dimenticanze; ci sono quelle innocenti, quelle enormi, quelle fatte di proposito, quelle riservate a confessioni e quelle rivolte a tutti; ci sono quelle che confidano nelle sabbie del tempo, quelle che aspettano vendetta, quelle che pensiamo esserlo e quelle che lo sono e non ce ne accorgiamo. E di sicuro milioni di altri tipi.

Fatto sta che le bugie sono fra noi, quotidianamente. Da quelle piccole a quelle enormi. Quelle dei media, quelle mascherate da un banale “non ricordo”. I bugiardi, i loro portatori sani, siamo noi, un po’ tutti. Ed è una invenzione tutta umana e (forse) inconscia: un bambino inizia a dire piccole bugie anche senza essere mai entrato in contatto con esse (… o meglio, senza sapere di averlo fatto, dato che volenti o nolenti i genitori fanno parte del club…).

Non sono certo il santo che vuole scagliare la prima pietra. Non sto giudicando e non mi interessano i risvolti morali della faccenda (dato che ogni uomo li affronta a modo suo ed in fondo addormentarsi in pace con se stessi la sera è un lusso che ogni uomo potrebbe concedersi), quanto al fatto che bisogna avere sempre orecchie (e naso, come ci ricorda questo Lloyd) per riconoscerle.

Spesso, molto spesso, soprassediamo se percepiamo che l’interlocutore ci sta nascondendo (non per forza mentendo con malignità) qualcosa. Spesso facciamo bene (non vorremmo mica risolvere tutti i problemi del mondo, o no?); spesso non vi prestiamo sufficiente tempo o attenzione. Ma quel che sia la nostra reazione credo che la palestra per odorare la bugia debba essere quotidiana e costante. E’ forse una di quelle cose su cui lavorare sulle “nuove generazioni”, non mentirgli dicendo che il mondo è bellissimo e tutti sono sinceri (ma chi lo dice più? Neanche le nuove interpretazioni delle letture dei potei romantici…), quanto educarli a riconoscere il “grado di sincerità” dell’interlocutore. E da questo la fiducia nell’altro ed in se stessi.

Ci troviamo, quindi, nella spiacevole situazione (a tratti paradossale) in cui per imparare a riconoscere una bugia dobbiamo avere a che fare con un mentitore (beh, non ditemi che a priori non preferireste parlare con Sincero de’ Sinceri…). Non è il demonio a patto che noi siamo in grado di riconoscerne i limiti. Mi rendo conto che è più facile a dirsi che a farsi, ma è inevitabile. Almeno proviamoci: mentendoci nel piccolo e lasciando un po’ trasparire quando lo facciamo… proprio come ci hanno insegnato il fuco accendendolo, facendoci odorare il fumo e facendoci bruciacchiare i polpastrelli. Una inevitabile palestra di vita.

WU

Il tempo assoluto

Chi siamo? Dove andiamo? Ed io che ne so… ma in compenso non vi chiederò neanche il fiorino.

Ad ogni modo, piuttosto che ambire a dare risposte a caso a domande che per loro natura non ne devono avere, stamane impelagato in questo genere di riflessioni mi è tornata alla mente “la lezione” di Bellavista.

Il presente è la separazione fra il futuro che non è ancora (e quindi non esiste) ed il passato che non è più (e quindi non esiste). Come fa, quindi il presente, e con esso il concetto stesso di tempo, ad esistere?

Cosa accade ora? Ed ora? Questo post l’ho scritto nel passato o nel presente?

Che il futuro inizi ora (anzi no… ora!), fra un minuto, un’ora o un giorno non sarò io a dirlo, ma mi piace pensare che riporre in esso tutte le speranze è un po’ come darci un momento in cui partire per iniziare a lavorare per vederle realizzate. E soprattutto l’assenza di un concetto di presente colloca nel passato tutti i miei sbagli… an che quelli che commetterò.

Pronti, attenti, via.

WU (intrinsecamente avverso all’orologio)

PS. Divertente e profondo … incluso il total watch sul filosofo greco 😀

Where is everybody? Here.

Non siamo soli nell’universo (e se non ho iniziato almeno un altro post così… shame on me!). O forse si. Oppure no. Oppure … boh. Ma in ogni caso, se ci sono questi benedetti alieni, dove sono?

La domanda, indipendentemente dal credo sulla vita extra terrestre, è legittima; se ci sono civiltà extraterresti perché finora non si sono palesate? E’ un paradosso bello e buono.

Conosciamo circa 2 miliardi di galassie simili alla Via Lattea, ciascuna ospita qualche centinaia di miliardi di stelle ed ognuna di esse è un potenziale sistema planetario con tanto di possibilità di ospitare vita al di fuori della nostra palla azzurro-verde. Diciamo che le possibilità che vi sia vita al di fuori delle fortunate circostanze che l’hanno consentita sulla nostra Terra sono decisamente alte.

Assumendo che esista (attenzione attenzione…) una qualche forma di vita extra (non necessariamente abbastanza evoluta, ovvero abbastanza indietro nella scala di Kardasev), dove sono? Il paradosso di Fermi è fertile terreno per diverse teorie:

  • non ci sono forme di vita evolute
  • sono in letargo
  • hanno ostacoli di varia natura che gli impediscono di contattarci/visitarci
  • cercano di non influenzarci
  • non comunicano o non vogliono farlo con noi
  • non siamo in grado di ricevere le loro comunicazioni
  • sono tra noi
  • si sono estinti
  • oppure… “First in, last out

“First in, last out” solution to the Fermi Paradox: what if the first life that reaches interstellar travel capability necessarily eradicates all competition to fuel its own expansion?

Si, il fertile terreno ha dato vita ad un’altra affascinante, suggestiva ed un po’ agghiacciante teoria. Quando una civiltà diventa in grado di compiere un viaggio interstellare (altrimenti come farebbero a visitarci?) inevitabilmente vuol dire che ha raggiunto un grado di evoluzione così elevato che altre civiltà inferiori destano poco interesse.

E’ un poco come l’interesse che può avere per noi un formicaio mentre costruiamo un palazzo o un nido di api durante i lavori per un aeroporto… zero?

Praticamente queste civiltà aliene (se esistono) non dovrebbero necessariamente essere armate di cattive intenzioni per distruggerci (come facciamo noi nei contesti di cui sopra con il formicaio o l’alveare). Semplicemente non ci cercherebbero e se siamo d’intralcio al loro piano di espansione ci cancellerebbero, forse senza neanche accorgersene.

This problem is similar to the infamous “Tragedy of the commons”. The incentive to grab all available resources is strong, and it only takes one bad actor to ruin the equilibrium, with no possibility to prevent them from appearing at interstellar scale.

E si può andare ancora oltre. E se invece di essere noi le api o le formiche fossimo i conquistatori? Ovvero, se fossimo noi dalla parte dei conquistatori che un domani finiranno per cancellare qualche civiltà extraterrestre “inferiore” soli perché d’intralcio senza neanche farci caso?

The only explanation is the invocation of the anthropic principle. We are the first to arrive at the stage. And, most likely, will be the last to leave. The important difference between this proposal and “rare Earth”- type solutions is that human primacy is explained by the anthropic principle alone and not through additional assumptions.

Another interesting implication concerns the predictability of life at large scales. The hypothesis above is invariant of any social, economic or moral progress a civilization might achieve. This would require the existence of forces far stronger than the free will of individuals, which are fundamentally inherent to societies, and inevitably lead it in a direction no single individual would want to pursue.

Siamo noi, in questo scenario, la soluzione del paradosso. Qualcosa tipo: gli altri siamo noi…

WU

Cos’è un sorite?

Voi sapete cosa sia un sorite? Io, ovviamente, no.

La sua accezione etimologica è quella di mucchio, cumulo (di grano); difficilmente, tuttavia, lo troverete usato nel suo senso letterale, dato che è ormai da tradizione associato al paradosso su di esso formulato per primo da Eubulide di Mileto (che bel nome…).

Allora, cambiamo leggermente la domanda: cosa è un mucchio?

Una massa di roba, direi. Un sacco di oggetti. Si, ok, ma numericamente quando si inizia a parlare di cumulo?

Prendiamo, ad esempio, un mucchio di sabbia. E’ chiaro che se dalla massa tolgo un singolo granello quasi (… per usare un eufemismo) non me ne accorgo; il mucchio rimane un mucchio.

Tolgo un altro granello, stesso risultato. Ho sempre dinanzi a me il sorite che mi guarda. E così via, ma ad un certo punto il mucchio non sarà più un mucchio… o no?!

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Dipende dai presupposti dai quali parto.

Assumiamo, ad esempio, che io ammetta che un certo numero di granelli è un mucchio e che tale numero (1 milione? 1 miliardo? poco conta) meno uno è ancora un mucchio. In tal caso mi ritrovo con la sorprendente conclusione che 1 granello è un mucchio (diciamo che la mia personalissima logica non fa particolare reticenza in questo)

Assumiamo invece che fino ad un certo numero di granelli non si parli di mucchio, dal granelli X+1 allora avrò davanti un sorite, e ci sarà proprio un singolo specifico granello che ha trasformato alcuni granelli in un mucchio (… mi convince un po’ meno).

In altri termini:

il primo granello non costituisce mucchio, il secondo neppure ecc.; o il mucchio non si costituisce mai o, se si ammette che si costituisce per l’aggiunta di un dato granello, si deve concludere che è stato quel solo granello a far essere il mucchio.

Non possiamo, con la pura ed in questo caso sterile, logica stabilire se queste affermazioni siano vere o false. Proprio perché vogliamo (è la cosa che ci viene più semplice) usare una logica “a due stadi”: o vero o falso. Il paradosso può essere “risolto” infatti ricorrendo a logiche “fuzzy” o polivalenti che ammettono anche valori intermedi fra 0 ed 1 (per i quali non valgono i principi di non contraddizione e del terzo escluso… appunto.).

Il paradosso nasce dal mettere sullo stesso pia un concetto quantitativo (un granello) con uno qualitativo (un mucchio). Sarà poi Hegel a definire il concetto di misura quale ponte fra il mondo qualitativo e quello quantitativo.

Mutatis mutandis (gongolo): se dalla nostra coscienza tolgo una singola consapevolezza posso ancora reputarmi una persona cosciente? In questo caso, ammetto, ancora più difficile; se non altro identificare il perimetro della singola consapevolezza… figuriamoci un po’ il sorite della coscienza (che mi immagino come un mucchio di consapevolezze, no!?).

WU

PS.
Vogliamo aggiungere una litigata ad un grande amore?
Vogliamo togliere una libertà dalla democrazia?

PPSS. Sulla stessa scia, e dello stesso “autore“:

  • Conosci l’uomo che si avvicina ed è incappucciato? No. Se gli togliamo il cappuccio, lo riconosci? Si. Dunque conosci e non conosci la stessa persona.
  • Un uomo con molti capelli non è certamente calvo. Se a quest’uomo cade un capello, egli non diventa calvo. Tuttavia se, uno dopo l’altro, i capelli continuano a cadere l’uomo diventerà calvo. Ma quindi quand’è che un uomo può essere definito calvo? La differenza tra calvo e non-calvo risiede in un solo capello?
  • Un uomo possiede ciò che non ha perso. Un uomo non ha perso le corna, dunque le ha.

Dicotomia

Che suona già bene come parola; il significato, poi, mi piace ancora di più.

Greca, neanche a dirlo, l’origine: dìcha: in due parti; témno: divido. Praticamente una divisione dell’unità in due, e solo due, parti.

Ma attenzione, dividere in due non significa per forza escluderne una delle due; il doppio (la parte oscura… 😀 ) può, anzi spesso deve, essere complementare.
La cosa fondamentale per la dicotomia è che non c’è spazio per la terza parte. Il terzo (incomodo) resta fuori… E mi viene in mente che “La Trinità” di Cristiana derivazione sia proprio il primo e più importante tentativo di superare una sterile dicotomia… ma questa è un’altra storia.

La dicotomia trova applicazioni nei più disparati campi, dalla matematica alla filosofia, dalla linguistica alla biologia.

Sei un vertebrato o un invertebrato? Sei un essere vivente o inanimato? Sei destro o mancino? Sei un buono o un cattivo (ah ah ah). Sei un sacro o un profano? Ridi o piangi (… magari fosse una vera dicotomia)? Sei di estrazione umanistica o scientifica? Sei lo Yin o lo Yang? … praticamente non saprei rispondere a nessuna di queste domande, collocandomi fuori da qualunque schema dicotomico…

Su questa base Zenone coniò il suo famoso paradosso contro il moto (per percorrere X devi prima percorrere X/2 e via dicendo fino alla suddivisione progressiva ed infinita dello spazio)

Ovviamente il concetto è facilmente (e non sono certo, giustamente) estendibile ad una scissione, frattura, separazione, bipartizione fra due elementi: di un partito, di un consiglio, di una ideologia e via dicendo.

Chiudo con questa notevole citazione in cui sono inciampato bighellonando sul concetto di dicotomia fra genio e stupidità (dicotomia sognata ed intrinseca dell’essere umano):

Lui è un genio, la tua amica è un genio, il tuo ex-marito è un genio… Ma lo sai che conosci un sacco di geni tu? Frequenta qualche cretino, ogni tanto; imparerai qualcosa [W. Allen]

WU

PS. Leggerissimamente più matematicamente: se un dato insieme A può essere diviso in due parti B e non-B, allora ogni elemento di A deve essere incluso o in B o in non-B e la somma degli elementi di B e non-B deve fare esattamente quelli di A.

Polemiche

… ed io ne sono, in fondo (ma poi neanche troppo in fondo), un grande fautore. Non perché mi piacciono, perché mi viene praticamente naturale. Molto più facile essere polemico che obiettivo; molto più facile essere accomodante che polemico.
Ad ogni modo la visione di Lloyd (qui) è come sempre illuminante:

“Ho trovato questo strano oggetto sul fondo dell’animo. Sai cos’è, Lloyd?”
“Sembrerebbe una polemica, sir”
“Una polemica?”
“Esatto, sir. Funziona infiammando uno straccio di argomentazione imbevuto in un po’ di spirito di osservazione”
“Interessante. Ma non mi hai detto a che serve”
“Serve a far luce quanto basta a mettere in mostra chi la accende, sir”
“Insomma è una lampada, Lloyd…“
“Poco illuminante e quasi sempre senza genio, sir”
“Penso che ne potremmo fare a meno, Lloyd”
“Penso anche io, sir. Penso anche io”

Mi piace pensare che in fondo argomentazione ed osservazione della realtà ne sono alla base. E’ come dire che anche dalle migliori intenzioni può nascere una polemica, ovvero che viene quasi naturale rapportandosi con la vita.

Spegnerla sarebbe l’ideale, affievolirla più realistico. Che ci sia il genio o meno (… e vorrei vedere in quale lampada che possiamo accendere ogni giorno lo possiamo trovare…) e che la luce ci scaldi o ci infastidisca, credo che per quanto difficile possa essere una polemica da fare e/o da ricevere rimanga comunque uno degli spunti di cambiamento che ci toccano più nell’intimo.

Altro paradosso della natura umana.

WU

PS. E segnalo questo altrettanto lodevole commento al pezzo di cui sopra:

E se inserita in una bottiglia di discorsi incendiari può creare molti più danni di quanto si creda. Grazie Lloyd e Sir!

Divagazioni quantistiche

La seguente idea caratterizza l’indipendenza relativa di oggetti molto lontani nello spazio (A e B): un’influenza esterna su A non ha un’influenza diretta su B; ciò è noto come il Principio di Azione Locale, che è usato regolarmente solo nella teoria di campo. Se questo assioma venisse ad essere completamente abolito, l’idea dell’esistenza di sistemi quasi-chiusi, e perciò la postulazione delle leggi che possono essere verificate empiricamente nel senso accettato, diverrebbe impossibile.
[A. Einstein, Quanten-Mechanik und Wirklichkeit, 1948]

E’ un modo alquanto complesso di dire che se picchiano il tuo vicino tu non ti fai male.

E’ una della basi di tutta la fisica classica, anche se viola leggermente il nostro concetto di empatia (e forse ci farebbe bene che lo violasse ulteriormente). Ma ad ogni modo, rimanendo in ambito fisico, è la prima cosa che la meccanica quantistica infrange (possiamo metterci a parlare del teorema di Bell).

La complicata dicitura (che è solo l’inizio) di entanglement quantistici non asserisce altro che lo stato quantico di un sistema può essere descritto solamente come sovrapposizione di più sistemi. Ovvero: la misura di una variabile determina, istantaneamente il valore anche per altri stati. E questo è un casino (si, proprio il gioco a dadi a cui si riferiva Einstein e la base del paradosso di EPR).

In due parole, se il mondo quantistico fosse macroscopico, il passaggio di informazioni non richiederebbe iterazioni spazio temporali fra due entità, ma assisteremmo ad un intreccio (entanglment) di connessione causa-effetto istantanee e non causali. A volte penso di vivere in questo tipo di realtà.

WU