Adermatoglifia

Non mi è chiaro quale sia precisamente il ruolo del fato, ma è inequivocabile che l’unicità delle nostre impronte digitali derivi sostanzialmente dal caso.

Anche due gemelli le hanno diverse, tutti noi siamo associati ad una particolare di esse (nel bene e nel male) e ce le portiamo con noi dalla nascita alla morte.

Sto parlando delle impronte digitali.

Quelli microscopiche creste di pelle che abbiamo sui polpastrelli e che trasferiscono su ogni cosa che tocchiamo un segno unico di riconoscimento. Anzi… pare possano dirci molto di più: la sudorazione della pelle, quello che mangiamo, le nostre abitudini di vita, i farmaci che assumiamo, etc. tutto viene rilasciato su quell’improntina che inevitabilmente depositiamo al solo contatto di una mano (… e che pare possa permanere fino a mezzo secolo indisturbata su una superficie!).

Bene, il impronte digitali sono parte di noi. A parte di coloro che sono affetti da adermatoglifia. Eh? Confesso: è esattamente con questa parola che oggi mi è partito il trip delle impronte digitali.

La adermatoglifia è in pratica una malformazione della pelle umana che si sostanzia nell’assenza di impronte digitali, sia sulle mani che sui piedi (si, dai, le impronte ce le abbiamo anche sui piedi… anche se le “usiamo” meno spesso…).

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Si tratta di una malattia genetica (rarissima, certamente… quattro famiglie in tutto identificate dal 2011 ad oggi!) che rende tutto “un po’ più difficile” per il mondo un cui viviamo. Senza voler pensare a scene di crimine (CSI andrebbe in crisi) dai passaporti allo sblocco di un nuovo telefono le impronte “ci servono”.

Adermatoglifia a parte, le impronte possiamo anche, forzatamente, perderle… o meglio attenuarle: chi fa un duro lavoro manuale oppure chi se le brucia con fiamme o acidi (onde evitare riconoscimenti incriminanti… ovviamente) rimane privo delle nostre piccole, uniche creste epidermiche.

Chiudo la divagazione con la menzione che in futuro potrebbero essere usati alcuni dei molteplici segni univoci che ci identificano: siamo già nell’era dell’utilizzo dell’iride e del DNA e ci stiamo avvicinando all’epoca in cui sarà sufficiente la nostra flora batterica intestinale a dirci chi siamo. Attenti anche a sputare… se avete qualcosa da nascondere!

WU

PS. Ve la immaginate l’analisi (si, richiederebbe strumenti che non sono propriamente alla portata di tutti…) che si potrebbe fare di ciascuno di noi solo dalla nostra tastiera o lo schermo del nostro telefono? Inquietante ed affascinante.

Piantana

Quando si dice un nuovo punto di vista. Gli OGM non più come alimento (e non mi dilungherò qui sul tema), ma come illuminazione. Wow.

Almeno sulla carta è quello che propone questo nuovo progetto che ha dalla sua l’essere stato finanziato con kickstarter. Per quanto mi riguarda decisamente un pro. Questa campagna ha raccolto 484,013 $ da 8433 finanziatori.

Glowing Plant è il progetto che prevede di cambiare fin nelle radici (è proprio il caso di dirlo) il concetto di illuminazione ed ingegneria genetica. Con questo (notevole) disclaimer: “The glowing plant inspires hope in a more sustainable future and educates people about this wonderful and mis-understood technology”.

Con i finanziamenti messi insieme hanno sintetizzato in laboratorio un nuovo genoma per crescere piante bioluminescenti da usare come lanterne. Cioè, prendiamo la luciferasi (enzima di lucciole, qualche fungo, etc.), con il Genoma Compiler modifichiamo il genoma di alcune piante. Una volta ottenuta la sequenza giusta con una stampante 3D sintetizziamo il nuovo genoma e con una (a questo punto banalissima) pistola genetica lo iniettiamo nella pianta candidata. Che ci vuole. Effettivamente sempre dal loro sito imparo che la prima pianta biolumiescente con enzima di lucciola fu fatta già nel 1986…

Per il momento hanno provato tutta la procedura su una piccola pianta chiamata Arabidopsis e sono riusciti ad avere tutta una serie di pianta-lanterne che vivono illuminando una stanza buia. Nonostante pare che il dipartimento dell’agricoltura americano non abbia sollevato obiezioni, rimangono (immancabili) i dubbi su questo utilizzo della biogenetica (ma infondo non se ne può fare sempre una questione etica…).

Bello se addirittura altre piante potessero crescere alla luce di queste piante; se state pensando che mi sto spingendo troppo in là allora non avete capito che per molti aspetti con la realtà siamo già oltre l’immaginazione…

WU

PS. Indipendentemente dal successo o meno dell’idea, la più grande conquista che riconosco a questi signori è l’aver affiancato due concetti tipo lampade ed OGM che difficilmente si sentono nella stessa frase ed addirittura stanno cercando di farne un business… Io ordino la mia.