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Soul-killing tasks

Assolutamente geniale (qui).

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Altro che il lavoro nobilita l’uomo. Negli intenti certamente, nella pratica neanche per sogno (temo ciò, ahimè, in una spirale profondamente scettica della quale incolpo, di certo ingiustamente, la fine del periodo estivo).

Il punto è che il dipendente, razza evolutasi nelle società dedite ad inutili scalate sociali ed economiche come ci ricorda finemente il Lloyd nel PS) non si prevede faccia una cosa che gli piace. Se poi a qualcuno accade, buon per lui, ma per l’ipermegaditta non è una direttiva che rientra in nessun circuito di welfare (tanto per usare inglesismi tanto cari ad HR e tanto inutili per noi mortali).

Nel dubbio fra fare la cosa che per qualche arcano motivo è nella mente dei superiori (si, purtroppo anche di quei generaletti inutili che si arrogano, complice qualche (dis)organigramma abborracciato, capacità decisionali che in realtà non hanno ed ai quali nessuno ha il coraggio di dirglielo) e ciò che potrebbe, ovviamente sempre in un contesto lavorativo, motivarci un po’ di più, la scelta è semplice.

Non credo dipenda tanto da deliberate scelte negative, quanto dalla convinzione che il dipendente deve eseguire e che la capacità di comando possa essere anche semplicemente compromessa dal veder una faccia sorridente.

Ed il passo successivo l’abbiamo già fatto: noi stessi non siamo più in grado di rispondere (reagire…) al motivo per cui dovremmo avere il sorriso sulle labbra dopo aver timbrato. Auguri.

WU

PS.

“Lloyd, dove sta andando quella gente?”
“Credo che stia cercando di salire la scala sociale, sir”
“Ah, e dove porta?”
“A un’altra rampa di scale”
“E poi?”
“A un’altra rampa e a un’altra ancora, sir”
“Tutto qui?”
“Certo, sir. La gente continua a salire finché ce la fa, poi invecchia e alla fine si accampa dove è arrivata. Su un gradino, appoggiata alla ringhiera. I più fortunati riescono, a volte, a ritagliarsi un pianerottolo tutto per sé”
“E noi dove stiamo, Lloyd?”
“Noi, sir, siamo a livello del mare”
“Nel senso del basso, Lloyd?”
“Nel senso del bello, sir”

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Random guess

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Io mi ritrovo spesso, neanche a dirlo, in una posizione intermedia ai due Adamsiani personaggi (qui).

Non ho “motivazioni” sufficienti ad indurre chicchessia a farmi una stima (ovviamente alla cieca) di tempi/costi ed ho qualcuno a cui doverla riportare.
Estorcere un numero “alla Dilbert” non è opera da poco e fornirlo ancora di più. E’ forse uno di quei momenti in cui il vero gap fra chi fa e chi deve gestire/organizzare/vendere è più evidente.

Ovviamente se mi trovassi (… e quando mi ci trovo è proprio così) dalla parte tecnica prima di dare un numero vorrei anche io capire di cosa sto parlando. Dato che la cosa è spesso (understatemnet) impossibile, mi ritrovo a lanciare il mio dado mentale, diciamo da una ventina di facce, per tirar fuori un numero a caso che poi “abilmente” raddoppio per prendermi cautele che forse non mi servono. E così che non si va avanti… d’altronde lo stato delle attività è sotto gli occhi di tutti.

L’approccio giusto (e per questo impossibile… by definition direi) sarebbe quello di anticipare la richiesta di una stima di tempi/costi; lasciare qualche (numero da riempire solo da un bravo coordinatore) ore/giorni per poterla fare e poi considerarne la risposta come un punto fisso. Come una stima tutt’altro che random. A questo punto, non tollererei, neanche da me stesso, sforamenti importanti rispetto ad una stima data con il lume della ragione e non con il lume spento.

WU

La rana bollita

Immaginiamo una rana piacevolmente immersa in un pentolone di acqua tiepida. La temperatura dell’acqua aumenta molto lentamente. La rana inizialmente non percepisce questo cambiamento. La temperatura dell’acqua comincia a salire sensibilmente.

La rana dà i primi segni di disagio, eppure in qualche modo si adatta. Poi la temperatura diventa davvero insopportabile, ma la rana ha perso forza e non riesce a reagire. È bollita.

Quando la temperatura ha cominciato a salire, inebriata dal tepore del momento non ha capito che era il momento di agire e non ha saputo cogliere l’attimo.

L’ho trovata qui e mi è piaciuta tanto. Anche per il contesto nel quale la metafora è calata. Devo dire che personalmente il “mal da lavoro” lo avverto benissimo ad agosto come a febbraio, ma devo anche ammettere che lo stress per tutto ciò che ruota attorno ad esso è nettamente minore in questi periodi. Meno colleghi in giro, meno telefonate, meno traffico, meno code sono certamente fattori che alleviano la quotidianità in questo periodo.

Tendo a non rimandare a Settembre (ma neanche al mese Pippo…) spietati bilanci lavorativi (e non solo). Devo tuttavia ammettere che la imminenti (brevi) ferie quasi mi impongono (beh… devo ammettere che ho sicuramente subito imposizioni meno piacevoli) di non pensare al lavoro. Ho provato a fare qualche discorso un po’ impegnato “ai miei superiori” (non mi è chiaro il significato, ma uso la locuzione); risposta “ne parliamo dopo le ferie”. Beh, sinceramente dopo le ferie sono certo che non ne parleremo e che le solite urgenze del quotidiano avranno la meglio. Un ottimo modo per non affrontare.

Allora mi chiedo: ma le ferie sono il momento giusto per fare cosa? Pensare o non pensare al lavoro?

Pausa. Per un po’. In ogni caso.

WU

Cascone personale

Alzi la mano chi apprezza gli open space come ambienti di lavoro.

A meno che non lavoriate in una qualche officina meccanica o simili (ed io, ahimè non lo faccio) e condividete opinioni su culi e cambi, dubito di vedere pletore di mani al cielo. Se condividete con me la sorte di un qualche lavoro da scrivania dubito che apprezziate gli open space come soluzione logistica per lavorare.

Ovviamente non possiamo più sperare all’ufficio singolo (noi mortali senza alcuna poltrona di pelle umana), ma gli ambienti rumorosi, chiassosi, vociosi, chiacchierosi, stressanti che si creano quando già 5 o 6 di noi lavorano nello stesso ambiente sono decisamente controproducenti.

Ci sono tante soluzioni alla faccenda (compresa quella di essere quello che fa più casino) tra le quali l’ultima idea (… beh, onestamente non proprio un’ideona…) di uno studio ucraino di design.

Our main idea was to create a tool, which helps fully concentrate on working project, get some personal space and doesn’t allow office noise kill person’s productiveness.

helmfon.png

Helmfon è un gigantesco casco da ufficio (magari sufficiente per proteggerci dagli incidenti lavorativi) realizzato in fibra di vetro, schiuma poliuretanica, bluetooth, webcam, supporto per smartphone e cose del genere.

E’ come se stesse dentro una cabina telefonica personale nella quale potete sentire musica, fare call, vedere video, leggere documenti, telefonare e fare la vostra parte nel masochismo da logorio della vita moderna.

Ve lo immaginate questo posto pieno di gente “in batteria” ognuno con il suo cascone a farsi gli affari propri? Altro che realtà virtuale da incubo postnucleare, 1984 o Balle Spaziali… Qualche dubbio sul peso e sulla postura che induce mi viene (oppure dei metodi che poi servirebbero per attirare l’attenzione del “cascato”), ma è il prezzo da pagare per avere la nostra privacy anche in un open space.

WU

Ultra-olocrazia

Non sono tendenzialmente un esterofilo, a maggior ragione rispetto ai paesi del lontano nord Europa. Non tanto perché non creda che abbiano molti aspetti positivi nella loro mentalità ed organizzazione sociale, quanto più per il fatto che vedo tali aspetti come assolutamente fuori luogo rispetto alla nostra cultura.

Nonostante ciò devo ammettere che notizie come questa un po’ di amaro in bocca per come siamo fatti me lo lasciano, in particolare con l’idea di essere sostanzialmente retrogradi.

Ad una società ed in un mondo del lavoro italiano nel quale il lavoro, se ce l’hai, lo devi difendere con i denti, anche facendo vedere che sei a lavoro (d’altronde con tutti i casi di assenteismo anche io mi armerei a dovere…) sentendo il tuo bip ogni mattina; si contrappone l’ultima soluzione dell’azienda di consulenza software svedese Crisp.

Molto più calzante all’immagine di una società liquida nella quale ci vantiamo di vivere, i dipendenti avevano già qualche hanno fa (anatema da questo lato delle Alpi) scelto di cambiare annualmente l’amministratore delegato scegliendolo a turnazione fra i dipendenti. Una sorta di Holocracy (che??!), insomma,

Già questo sarebbe per me motivazione sufficiente ad amare il proprio lavoro: è uno sprone, è una responsabilità, è un’occasione di crescita, è una diversificazione di qualunque monotonia, è.

La cosa si è evidentemente dimostrata abbastanza interessante e fruttuosa (d’altronde non sono falliti…) da spingere i suddetti dipendenti/amministratori a fare il passo successivo: abolizione completa del CEO.

I vari CEOs si sono velocemente resi conto, infatti, che le mansioni proprie di un CEO sono sovrapponibili a quelli di altre figure e quelle proprio peculiari possono essere tranquillamente ripartite fra ulteriori responsabili.

Crisp holds four-day meetings for all staff two to three times a year. They are used to making decisions on issues that affect everyone, such as an office move, but workers are encouraged to make decisions themselves at other times.

Ovviamente gli errori si commettono (anche se da noi il CEO, per definizione, non ne commette mai), ma la soluzione si trova in assemblea partendo dalle motivazioni che hanno spinto il responsabile di turno a prendere certe decisioni.

Per come la vedo io, la scoperta delle scoperte (dopo l’acqua calda) in questo “esperimento” è che essere tutti sullo stesso piano, sentirsi tutti un’ingranaggio della macchina, aumenta notevolmente la produttività, il piacere e quindi l’abnegazione al lavoro. Poi venitemi a parlare di margine e fatturato.

Ovviamente ad un contesto con centinaia/migliaia di dipendenti (e decine di anni di gerarchia alle spalle) credo che il modello NO-CEO sia difficile da applicare (Crisp vanta comunque un rispettosissimo organico di 40 persone). Tuttavia un passo in questa direzione può essere fatto (e.g. ripartizione dei compiti e delle responsabilità a tutti i livelli) per evitare stalli burocratici (scommetto quello che volete che i processi decisionali sarebbero snelliti e velocizzati) e disaffezione al lavoro. Non si farà mai.

If you want to get something done, you stand up and start driving that

WU

Approccio alle email

Ad un certo punto della mia pseudo-carriera professionale sono stato scioccato da una farsa che prendeva il nome di assessment aziendale. All’interno di questo patetico delirio collettivo mi sono trovato (ometto tutta la serie di “prove” per pudore) a dover ordinare della mail (come quando danno alle scimmie da laboratorio le forme geometriche da sistemare).

Un timer scorreva inesorabile, direttive iniziali erano state date, decine di mail erano già nella cassetta postale e nuove mail continuavano ad arrivare ciclicamente. Insomma, timer a parte, un aspetto di una normale giornata lavorativa.

Il mio metodo è abbastanza semplice (che è poi quello che faccio tutti i santi (?) giorni): le email come le vedo le processo tutte. Ovviamente il tempo che dedico alla faccenda cambia in base alle priorità, ma cerco di non lasciare dei “da leggere” in dietro. Ho la memoria di un criceto.

Inoltre, tutte le mail segnate come “da leggere” le etichetto automaticamente come “lette” ogni lunedì (ovviamente con le dovute eccezioni) e riparto da zero. Non processo migliaia di mail al giorno, decine/centinaia si.

Non che il mio approccio sia corretto (neanche a dirlo), ma nella farsa di cui sopra ho preso un ottimo punteggio a questa prova. Per quel che vale.

Ovviamente l’aneddoto trae spunto da questo XKCD.

XKCD100117.png

WU

PS. Neanche a dirlo che ho alcune mail, più che altro capisaldi della stupidità umana che rileggo ciclicamente, ancora marcati come “da leggere” a distanza di 5 anni.

 

One slide

E di questo Dilbert di ieri?

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Ok, forse un po troppo da “ingegnere da powerpoint”, ma più che mai attuale.

Vi siete mai trovati nella piacevole/spiacevole situazione di dover spiegare qualcosa a qualcuno (che tipicamente non ci capisce una cippa) con i nuovi “mezzi tecnologici”?
Data la semplicità intrinseca dell’operazione “tasto destro – duplica slide” vi trovate in men che non si dica con decine/centinaia/zipillate di slide. Non le leggerà mai nessuno.

Triste a dirsi. Non vi daranno retta per più di qualche slide.

Il numero ovviamente dipende dal contesto il numero esatto, ma di sicuro il numero di slide che raggiungerà l’audience sarà sempre minore del numero di slide che avete preparato.

Ora c’è da dire che la vera tristezza di questa cosa è che il vostro lavoro è di sicuro in tutte le slide che non saranno lette/ascoltate da nessuno. E non avrete molte altre chance di condividere/confrontare gli aspetti tecnici del vostro lavoro.

Ah, ovviamente se lo fate per conto di una qualsivoglia compagnia non potete non mettere qualcosa che faccia un (bel) po’ di pubblicità!

Ma non interessa a nessuno e toglie spazio al vostro lavoro? Esatto.

WU