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La scala e la produttività

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La premessa è che continuo ad essere ossessionato dall’idea che Dilbert mi spii e/o sia un mio collega.

Detto ciò, questo Dilbert è di certo illuminante (o comunque esprime molto meglio di come potrei farlo io) su come si sta evolvendo l’organizzazione aziendale. L’idea di base rimane quella di fare il massimo con il minimo. E di per se non è un principio malvagio; ma poi vogliamo anche la qualità e magari nel minimo ci mettiamo anche il minimo di risorse, di sforzo, di qualifiche, di formazione… fermatemi.

La produttività è una specie di divinità a cui ormai le aziende, più o meno grandi, sono votate. Dal lato “degli operativi”, però la cosa si declina in corse, sforzi, procedure, etc. vedendo poi che “chi decide” (potremmo definirli una specie di sacerdoti della divina produttività) fa poco più che osservare le mattonelle del soffitto.

Ovviamente può essere una questione di percezione, ma la situazione è oggettivamente percepita anche da chi spinge (… non devo mica pensare che le loro retribuzioni siano in gran parte legate ad obiettivi che raggiungono attraverso il Dilbert di turno?) nella ricerca della produttività? Ovvero, se i sacerdoti fossero coscienti del rischio di essere percepiti come “improduttivi” qualche barlume potrebbero anche darlo…

Diciamo che ho l’impressione che “la scala” di turno sia sicuramente prioritaria anche (e soprattutto) se serve per soddisfare curiosità (ambizioni) personali, ma guai ad intaccare qualche indice di produttività aziendale! Ci sarebbero procedure e portafogli che se la prenderebbero molto a male.

WU

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Una scrivania ordinata

La mia personale premessa è che sulla mia scrivania ci sono una decina di cose in tutto, di cui almeno 80% giochini di qualche forma (da rondelle a pupazzetti). Non che lo scelga con raziocinio, ma uno stile minimal mi aiuta la concentrazione (salvo poi farmela rovinare dal giochino di turno) e soprattutto mi consente di non preoccuparmi troppo di mettere in ordine. Non sono un maniaco dell’ordine, a volte sistemo, mai la scrivania. Trovo una sorta di rassicurante certezza nell’arrivare la mattina e vedere la sagoma dove mettere il portatile determinala dall’assenza di qualche giochino sparso sul resto del tavolo.

Il tutto per dire che non lo faccio in maniera sciente, ma l’elogio dell’ordine è qualcosa di ricorrente. Ce lo inculcano da bambini, ce lo ribadiscono in caso di una qualche visita (soprattutto a lavoro), ce lo dicono e ridicono con l’idea (credo) di non dare troppo fastidio. Fin da bambini. E poi continuano a cercare di convincerci che una scrivania ordinata sia sintomo di efficienza. Certo, anche una scrivania vuota, e magari non utilizzata, lo è: introduce meno casino (di scartoffie e di attività) che qualcun altro dovrebbe sistemare. Allora stiamocene tutti a casa.

Ora non mi voglio mettere ne nella schiera di “casino is my life” e neanche in quella dei malati di ordine, ma è chiaro che abbiamo una tendenza innata a categorizzare e tale tendenza è supportata/esasperata dalla società in cui viviamo.  Organizzare/etichettare/ordinare è anche una fonte di stress; vogliamo combattere l’entropia del mondo semplicemente mettendo in ordine in nostro piccolo cantuccio e poi ci dobbiamo arrendere dinanzi al casino dilagante che non riusciamo a controllare. Non siamo abituati ad arrenderci, se poi lo dobbiamo fare dopo aver svolto una qualche attività inutile (e.g. mettere in ordine) ci rassegniamo di malavoglia. Abbandoniamo l’utopia di aver il controllo di qualcuno o qualcosa. Amen.

Mi sbilancio un po’ oltre. Vi siete mai sentiti dire “metti in ordine la tua scrivania!” da un vostro pari o da un vostro collaboratore (che verosimilmente come voi ha una mole di cose da fare che da sola domina tutta la scrivania?)? E’ di solito uno di quegli ordini che “arrivano dall’alto”; un metodo come un altro per cercare di aver controllo sulle persone; per affermare il proprio potere. Ovviamente mancando della possibilità/capacità di controllare la mente delle persone (e meno male!) l’idea è quella di controllare il loro ambiente di lavoro (… non venitemi a dire che la timbratura di entrata ed uscita serve ad altro!). Ossessione per il controllo? Mi sa di ferriera dello scorso secolo. Amen.

Vogliamo sproloquiare ancora un pochino? Tipicamente la scrivania ce l’ha l’impiegato che gestisce un po’ di scartoffie, ce l’ha il tecnico che non sta alla linea di produzione; insomma ce l’ha tutta quella pletora di dipendenti per i quali una valutazione della produttività è tutt’altro che ovvia ed immediata. Invece verificare l’ordine della scrivania è una cosa che sa fare anche una scimmia. Decisamente più semplice. Più facile apparire che essere (cosa che richiede decisamente più sacrifico e più capacità). Amen.

Il caos è un po’ una perturbazione, qualcosa che cambiando un po’ lo status quo consente anche alle nuove idee di venire a galla. Vi è mai capitato (… magari riordinando 😀 ) di tirar fuori un qualche documento/appunto sommerso chissà dove e fermarvi un attimo, leggerlo, metterlo da parte per poi continuare a rimuginarci sopra nei giorni successivi? Sarebbe mai successo se fosse rimasto sepolto in una pila di scartoffie… ordinate?

Ripeto, non sto elogiando il disordine, sto solo incitando noi ad abbandonare l’idea di avere controllo su tutto; chi ce lo chiede a cimentarsi in attività più ludiche (o più lavorative… in base alle situazioni) e soprattutto vorrei ricordarmi di non cedere alla quotidiana routine, mascherata in diverse, ordinatissime forme.

Un po’ della magia del disordine.

WU

PS. Avete mai sentito parlare del “kamishibai”? Fu venduto anni fa, per qualche tempo, come un sistema giapponese di produttività. L’idea doveva essere quella di usare decine e decine di post-it colorati, in ognuno dei quali si suppone di scrivere un compito semplice e preciso attribuito a una determinata persona persona. Il post-it viene quindi spostato all’interno di una griglia di attività per monitorare l’avanzamento dei lavori. Praticamente l’apoteosi della catalogazione e dell’ordine. Risultato? Assolutamente nullo, se si escludono i soldi fatti circolare per coltivare l’idea, formare i formatori, fare un po’ di seminari e qualche pubblicazione. Lasciamo lavorare le persone; non a briglia sciolta e non con il collare corto, ma non limitiamo la libertà in nome della pianificazione e dell’ordine.

Le mail ed il CC

Oggi lavoriamo tutti (e va beh… io) quotidianamente con un client di posta elettronica aperto. Smistiamo tutti (e va beh… io) quotidianamente decine (almeno) di mail.

Va beh, facendola breve, almeno una volta al giorno, una persona media, riceve e legge una mail (e sono stato veramente basso…). Molte di queste sono da cancellare direttamente e poche, pochissime, sono interessanti. Una parte di quelle che riceviamo, inoltre, non sono per noi. Nel senso che il nostro nome figura nella seconda riga, in CC.

Ci mandano le mail in CC per farci sapere qualcosa? Per dimostrare qualcosa? Per rimproverarci di qualcosa? I motivo sono di certo disparati, vari e forse a volte anche legittimi. Questa infografica in cui mi sono imbattuto oggi mi ha illuminato… in particolare voglio ancora vedere quando mi tocca il triangolino grigio (il giallo ed i verdi sono degli standard!)

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Non sono personalmente un fan di questo tipo di utilizzo della posta elettronica, ma sono molto più propensa al CC che al CCN che, invece, aborro letteralmente. Se mi vuoi dire qualcosa me la dici, non che me la dici di nascosto… magari per dire non dicendo, far vedere che potrei sapere e cose del genere.

Ad ogni modo, rimanendo sul CC (no, ripeto, CCN no!), si sta diffondendo una strana abitudine (o dovrei dire stortura comunicazionale?): “ah, ma se ero in CC non ho letto la mail.”. E cosa ti ci avrei messo a fare? Praticamente è come dire, se stai parlando ad un gruppo e non guardi direttamente me allora chiudo le orecchie?

E poi, già la mail è uno strumento altamente passibile di interpretazioni (si, è vero che scripta manent, ma non ci prendiamo quasi mai il tempo necessario a scrivere una mail e riflettiamo in poche righe il casino/stress/confusione/incazzatura del momento), poi facciamo anche gli schizzinosi su che riga siamo… Non voglio pensare che sia una trincea per far finta di non sapere e con questo avere un alibi per non fare… troppo facile, vero?

Non facciamo un uso sapiente del CC (e spesso neanche proprio delle mail), ma cerchiamo di non fare troppo gli schizzinosi altrimenti si dovranno inventare anche il CCPPC (Copia Carbone Per Puro Caso) :).

WU

PS. L’ho già detto CCN=morte della comunicazione?

Strategia aziendale

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… e già, perché noi siamo sempre i più furbi. Abbiamo una mente oltre la media (ovviamente senza bisogno di dover studiare o arrovellarci più di tanto) e le idee che ci vengono in mente sono innovative e ci garantiscono un successo che gli altri se lo sognano!

Non ho mai sentito una di quelle dichiarazioni da top manager che dicessero qualcosa che non fosse ribadire l’ovvio. Vogliamo parlare delle mission e/o delle vision aziendali? In realtà ero partito dal fare un brevissimo sondaggio di quelle che trovavo più o meno in rete quando mi è rimbalzato in mente questo Dilbert di ieri.

Se un’idea mi è venuta in mente è geniale è un presupposto che (soprattutto, ma non solo) ai livelli apicali di un’azienda non dovrebbe essere applicabile.

Si, sto facendo un po’ di tutta l’erba un fascio; di certo ci sono anche dirigenti illuminati e con menti fuori dal comune, ma nella gran parte dei casi (100% ahimè nella mia piccola esperienza) si tratta solo di pronunciare buzz words tanto per tenere alta l’attenzione dei propri collaboratori.

Ho seri dubbi che la cosa funzioni.

Ovviamente la cosa è estendibile anche a contesti non lavorativi (e dai… non mi fate esagerare…). L’unica cosa che credo possa in qualche modo aiutare (o almeno essere affiancata) a quelle che crediamo intuizioni geniali ed uniche è una solida base di studio/ricerca/documentazione. Se quanto meno sapessimo bene ciò che gli altri pensano e/o fanno l’idea geniale verrebbe se non altro per differenza. Come dire se riesco ad imparare dagli errori, miei e di altri, sarebbe già una strategia vincente.

WU

PS. @ 04.07.18

Ma facciamo un esercizio su una “vera” mission aziendale… senza fare nomi.

Obiettivo principale del consorzio è promuovere l’innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese del comparto di riferimento.

E, debitamente parafrasato come mi farebbe quasi piacere leggerlo, se non altro per vedere qualcosa di diverso… tanto non significa nulla in ogni caso:

Obiettivo principale del consorzio è rallentare, se non bloccare, l’innovazione ed evitare lo sviluppo delle piccole e medie imprese in un qualunque comparto di riferimento.

Parole a caso… ma almeno nel secondo caso ti strappa un sorriso.

Ok

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Dopo una giornata delirante (sotto tanti, tantissimi punti di vista, ma in questo momento facciamo che mi focalizzo un attimo sul contesto lavorativo) ho cercato un po’ di rifugio in questo Dilbert.

Stress è una specie di parola d’ordine, una di quegli stati d’animo che ormai non sappiamo neanche più cosa rappresentano, una specie di light motive della nostra società. Non ne possiamo fare a meno, ma ce ne lamentiamo.

Wally (scaltrissimo scansafatiche) va facilmente oltre. Somatizza il suo stress (e chi sono io per negarglielo?) dando ragione agli idioti.

E’ successo a tutti (no?!… è questione di tempo), ma diciamoci la verità non possiamo sempre farci il sangue amaro cercando di convincere le pietre, di aprire la testa ai caproni oppure di redarguire i recidivi.

Ad un certo punto bisogna pur arrendersi. Certo lottare da un po’ il senso anche alla monotonia più sfrenata, ma è una questione di mordente ed anche questo (ahimè) dopo un po’ si perde.

Vaffanculo non lo posso (possiamo?) gridare nei corridoi, ma un bel OK a volte ci salva dalla gastrite. “I agree” è, in molti casi ed in moltissimi contesti, un’ottima abbreviazione di un vaffa.

Confido nel fine settimana per ridurre un po’ il livello dis tress (no, no, no, è mio!) e riportare il numero di asserzioni veritiere a livelli più piacevolmente umani.

WU

The wall… of Super Mario

Come già sapete è questo il genere di cose che mi motiverebbe ogni mattina a svegliarmi per andare a lavoro. Non che pensi che sia utile passare tutto il tempo attaccando foglietti al muro per fare disegni, ma se nella frase precedente togliete il “sempre” allora togliete anche il “non”. Sempre di certo no, ma farlo per un paio di giorni e “goderne il risultato” per qualche mese di certo aiuta. Aiuta nella motivazione personale, aiuta a non alienarsi nella routine che anche il lavoro più bello del mondo nasconde, aiuta a fare gruppo, aiuta a concentrarsi, aiuta a creare, aiuta un po’ quello che vi pare, ma male non credo faccia. Sarà per questo che “non potrò mai diventare direttore generale…”.

Ad ogni modo, quelli della Viking Italia ci sono riusciti. Tanto di cappello. Sono riusciti non solo nella realizzazione, ma soprattutto nell’ideazione e nell’esecuzione (beh, un minimo di progetto e di squadra deve esser pur servito per rispettare sequenza e proporzioni, no?).

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L’obiettivo mi suona tanto assurdo/inutile quanto motivante. Ricreare il mondo 1-1 di Super Mario in “scala gigante” sul muro del loro ufficio. E per farlo nulla di più utile che ben 6223 (?) post-it, ed un po’ di pareti spoglie dell’ufficio.

Il primo mondo è praticamente una leggenda nella leggenda dell’idraulico. Quello che tutti (almeno noi figli degli anni ottanta) hanno visto almeno una volta. Dove ci si faceva le ossa. Potevi non sapere come continuavano i vari livelli, poteva (no… non poteva) non piacerti il gioco, ma almeno il mondo 1-1 lo dovevi fare. Per molti (per me, che tra l’altro NON avevo ne la console ne il giochino) è stata una scuola per non arrendersi (come si massaggia il passato ed i ricordi in base a ciò che si vuol trasmettere e trasmetterci) più di tante “ramanzine”.

Assurdamente geniale (ed un raro caso in cui apprezzo anche il potere dei social, … senza parlare del marketing “gratuito che ne consegue).

WU

(in)-comprensione da legalese

Ho iniziato la giornata e la settimana con uno shock da legalese e mi è subito tornato alla mente questo Dilbert di qualche giorno fa (beh, abbastanza recente, dai).

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Mi consola sapere che non sono l’unico che desume (non oso dire capisce) una percentuale minima delle cose tipo contratti/atti. Non mi consolerebbe firmare senza aver capito almeno una metà di quello che sto sottoscrivendo (dire 100% sarebbe tanto bello quanto utopico).

Ovviamente molto spesso (praticamente contiamo le eccezioni sulle dita di una mano) NON ho potere di firma per cui il mio approccio è molto Dilbert-style se non che per amore di conoscenza… nonostante scoraggianti risultati nella comprensione.

Trovo tuttavia quasi agghiacciante che chi deve poi effettivamente firmare (che per me “vecchio stampo” è sinonimo di “prendersi la responsabilità”) non abbia chiaro tutto il testo e/o chieda opinioni, pareri, verifiche a terzi, spesso neanche qualificati a tradurre dal legalese.

Potrei dire che “non è affar mio”, ma sono abituato a vedere un po’ tutti gli eventi legati fra loro e mi aspetto ripercussioni personali a cascata, seppur indiretta, da qualunque efficienza dei “firmatari” (specialmente, inutile dirlo, in ambito lavorativo).

Ad ogni modo, la domanda che poi mi faccio sempre a valle di questi miei infruttuosi tentativi in legalese (ma non solo, ammetto) è: ma a che serve un documento che non fa capire ciò che chi l’ha scritto voleva dire? Se solo un super esperto lo può leggere, vale davvero la pena distribuirlo (e chiedere di firmarlo) a comuni mortali? E’ come se Podolsky (e.g.) mi chiedesse di firmare le sue equazioni sulla relatività.

WU

PS. Trovo particolarmente illuminante l’affermazione “my inability to identify a problem is not proof of no problems“. Ah, come vorrei che questo messaggio fosse a calce di qualunque “non lo so”…