I solutionist sono fra noi

Nell’epoca delle professioni inutili, delle mansioni che si auto-alimentano dei ruoli che solo capire che fanno ci metti più tempi di quello che serve a loro per farlo (dove il verbo FARE è usato in modo improprio…) questo Dilbert svetta alla grande.

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Mi va venire in mente i famosi “spingitori di spingitori di cavalli” e solo un soggetto che spinge gli spingitori degli spingitori può capirne l’inutilità. Un caso in cui apprezzo molto l’obiettività di Wally (chissà se il destino dei tipi troppo arguti sia quello di ritrovarsi ad essere inutili… oppure è solo un paravento per continuare ad essere considerati arguti).

Poi mi colpisce la presenza stessa di un soggetto del genere all’interno di un’azienda. Qualcuno deve pure averlo fatto entrare, qualcuno deve aver pensato fosse necessario (o addirittura che potesse portare un valore aggiunto), qualcuno deve averlo scelto e, dulcis in fundo, qualcuno deve averlo anche pagato.

Perché non sono neanche capace di dire che sono un Business Agility Influencer and Solutionist? Perché, perché!

WU

PS. Chissà se dopo il corso di laurea per influencer (si, avete letto bene e so che lo sapevate già per cui mi sono astenuto dallo sproloquiarne anche in questo blog) ci sarà anche quello per solutionist.

Motivazione Motivazionale

Oggi mettiamola sul piano motivazionale… nel senso di dubbi “consigli” motivazionali (che, lungi dal me dare, sia chiaro!). Di certo non è la prima volta che uso questo blog per questo scopo (e non mi sono messo a spulciare nei vecchi post per verificarlo).

Lo spunto sarà stata la primavera, sarà stata quest’altra settimana che volge al termine, sarà stata la stanchezza, la mia indisposizione o qualche solito delirio, ma è molto più probabile che sia stato questo Dilbert (in realtà è una storia che va avanti da qualche striscia, ne metto tre nell’immagine) ad aprirmi gli occhi, oggi (bhe diciamo che me lo ha riportato alla mente).

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La verità è che spesso questi slogan (e peggio ancora, corsi!) motivazionali non hanno assolutamente nessun effetto se non quello contrario di demotivare. Il punto è che (mi) sembrano cose affettate, fatte perché scritte in qualche manuale (o peggio, per pagare profumatamente qualche consulente super-esperto), fatte per corroborare l’ego o il senso del dovere di chi le “elargisce”.

Sarò io, ma slogan/riunioni/massime/lezioni motivazionali NON mi lasciano indifferente, mi indispongono proprio. Non che mi senta superiore è che mi pare una di quelle cose che se instradata, se inculcata, se forzata perde istantaneamente tutto il suo valore.

Una delle poche frasi che rileggo di tanto in tanto quando “cerco motivazione” è quella che cito sotto (e, confesso, non sempre funziona allo scopo, ma è in fondo una frase che mi piace molto… e questo mi basta e forse conta più di tante pretese motivazionali…).

“Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”
[Mark Twain]

Aggiungo anche che la motivazione non è qualcosa che va “cercata”, o meglio la si può anche cercare, ma se non apriamo la mente non la troveremo mai e la ricerca della stessa non mi pare aiuti ad aprirla… ed a me personalmente la prossima “sessione motivazionale” me la chiude definitivamente.

WU

Collaboratori indispensabili

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Procediamo con ordine. Chi non risponde ai “messaggi del capo” (sia quelli in chiaro che quelli criptati) è già da mettere sotto la lente di ingrandimento. Una volta sotto la lente di ingrandimento, ovviamente, il primo pensiero va a “buttarlo fuori”. Come se la merce di scambio fosse la presenza. Il fatto che poi “il boss” sappia a mala pena con chi ha a che fare (intendo anche proprio in termini numerici) è un problema che mi tange abbastanza poco, anzi che potrebbe anche essere sfruttato a proprio vantaggio.

Ad ogni modo, guardiamo la cosa dal punto di vista dei “dipendenti” e facciamo finta che qualcuno sia veramente indispensabile nel contesto di una ditta (dubito, in linea generale, di questa “indispensabilità” dato che raramente abbiamo a che fare con un Da Vinci fra i nostri colleghi e forse il contesto aziendale non lo richiede neanche…) se non altro perché ha avuto la dote, il talento di lasciare che gli altri lo credessero.

Il genio di queste persone, che hanno capito sicuramente meglio del sottoscritto come muoversi nel mondo lavorativo in questi tempi che cambiano (giro di parole per dire “bravo chi riesce non solo a destreggiarsi fra gli squali, ma addirittura a trarne vantaggio) sta nel fatto di risultare indispensabili indipendentemente dal lavoro che poi svolgono e dall’impegno che ci mettono.

Non sto parlando di fancazzisti e neanche di malati di lavoro con la necessità (che di solito non corrisponde alla capacità) di primeggiare, ma sto parlando di gente “normale” che si è saputa ricavare una sua nicchia facendo bene alcune cose e lasciando dietro di se una scia di stima (lavorativa) e la convinzione dell’impegno (sempre lavorativo).

Anche nel momento in cui queste persone cambiano approccio (beh, senza arrivare alle dimissioni di Ned, date da tempo quasi immemore) l’idea che ci siamo fatti di loro ha un’inerzia al cambiamento decisamente più lenta. Ned, ad un certo punto e per qualche sistema, sarà stato davvero indispensabile (si, qui c’è tanto lavoro da fare per poi vivere “di rendita”… ammesso che lo sia); il fatto che ora non lo è più lo realizziamo abbastanza tardi. Se poi siamo capi/direttori/dirigenti/superioriperconvizione potremmo anche non realizzarlo mai se non quando decidiamo che “il collaboratore” non corrobora il nostro ego.

Il tutto per dire, certamente peggio di questo Dilbert, che l’evoluzione da ufficio ci sta (ahimè) portando dalle competenze, alle conoscenze, alle impressioni. Non che le une o le altre siano più o meno importanti, ma eccedere nel coltivare solo una di queste è quello che aborro: dare di noi una buona (efficiente? indispensabile? quello che volete) impressione deve procedere in parallelo con il coltivare le nostre competenze ed i nostri contatti. Essere indispensabile senza prima essere potrà pure sembrare una affermazione (solo lavorativa?), ma credo non lo sia da un punto di vista umano e personale: davvero questi Ned si sentono indispensabili guardandosi allo specchio?

WU

The management track

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Una citazione (che ovviamente non ricordo di preciso, ma che credo sia attribuibile a qualcuno tipo Bruce Lee e che quindi -purtroppo- è oggi citata alla “baci perugina”) diceva che l’unica cosa da non fare nella vita, soprattutto per non minare già precarie autostime, è cercare una qualche personalità da duplicare.

Beh, la mia visione di chi “approda nel management” è esattamente questa. Come se fosse una specie di sbocco per chi le ha provate tutte, ma si è poi arenato per questo o per quello (non voglio dire la parola capacità…).

Ovviamente sto facendo un discorso generale per cui esisteranno (esistono!) sicuramente i manager capaci e competenti che mettono le p#**#e sul tavolo e da soli sono in grado di portare il carretto, ma, lo sapete meglio di me, parliamo di una sparuta minoranza rispetto a chi dice di essere manager o vuole diventare un manager.

Non si nasce imparati, diceva qualcuno, ma di certo fra le cose più difficili da fare realmente c’è una qualunque funzione manageriale, mentre fra le cose più semplici c’è l’illudersi (ed illudere) di starla svolgendo.

Sulla scia di questo Dilbert non posso non mettermi sul volto un sorrisino sardonico e sfoggiarlo ad ogni buona occasione in cui la “carriera manageriale” viene paventata come via maestra per la realizzazione personale. Non

A questo punto tanto vale passeggiare ad annoiare chi cerca di lavorare solo per il gusto di farlo e non per dire che si è il loro “manager”. Un peccato; una parola (ed una concetto) che se non abusato può essere veramente quello che fa la differenza fra una formica che si agita senza testa ed un organismo (organizzazione) pensante.

WU

In memoria di Clippy

Ma voi ve lo ricordate Clippy? Secondo me chiunque abbia usato a maneggiare un sistema Windows negli anni ’90 ne deve avere un pur vago ricordo (e non per forza positivo)… prima dell’arrivo di XP, ovviamente.

Sto parlando di quella (e qui potete metterci un “antipatica” o un “simpatica” a piacere) graffetta con gli occhioni che voleva essere il nostro primo assistente virtuale dandoci consigli e suggerimenti su come usare Office 97.

Ci diceva scorciatoie, ci chiedeva se volevamo cercare qualcosa, e ci seguiva (o inseguiva) un po’ ovunque… palesandosi spesso con un pessimo tempismo.

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Clippy fa ormai parte di qualche nostalgico ricordo, ma non è stato che una sorta di antesignano “help” o, meglio ancora un assistente virtuale ante litteram. Personalmente lo trovavo abbastanza fastidioso (e bruttino). Non mi ha mai dato un consiglio degno di nota e quasi quasi mi dispiaceva scrivergli di andarsene (… neanche fosse HAL…).

Dopo Office ’97, Clippy fu comunque riprogrammato in XP, anche se non abilitato di default. Per i più nostalgici vi erano alcuni escamotage da utilizzare per vedere la graffettina in giro per lo schermo. Con Office 2007, invece, alla veneranda età di 10 anni, Clippy fu assassinato. Il codice sorgente fu completamente rimosso dal programma Windows. R.I.P.

A decretare la sua morte, ad ogni modo, non fu l’opinione positiva o negativa che di essa avevano gli utenti (cosa che non mi pare Windows abbia mai tenuto troppo in considerazione), bensì: “Office XP is so easy to use that Clippy is no longer necessary, or useful. With new features like smart tags and Task Panes, Office XP enables people to get more out of the product than ever before. These new simplicity and ease-of-use improvements really make Clippy obsolete.”

Non escludo una possibile resurrezione, ma probabilmente una sorta di reincarnazione in Cortana vi è stata (se non altro per il nervosismo che mi provocano i due “assistenti”).

… ora non è che la scomparsa di Clippy sia storia recente e non è che me ne addolori neanche particolarmente, semplicemente stamane ho trovato una graffetta sulla mia scrivania e mi è “popuppato” in mente, stile la buon anima di Clippy…

WU

PS. E Microsoft Bob ve lo ricordate?

PPSS. Mi viene in mente questo

Ecco a voi… lo Scrum Master

Nel proliferare di quelle che personalmente ritengo figure semi-inutili del mondo del lavoro, non tanto per i principi che IN TEORIA dovrebbero incarnare ma piuttosto per i risvolti pratici (ed odiosamente di micro-managing) che assumono, mi sono imbattuto nella nuova (almeno in Italia), mitica, attesissima, ne-sentivamo-il-bisogno figura dello… Scrum Master.

Non è una parolaccia ne tanto meno (purtroppo) un personaggio di un gioco di ruolo, bensì una figura per me (si si, non è così, bla bla bla…) abbastanza parente del vcchio, noto, Project Manager. Probabilmente nell’epoca in cui l’approccio Agile (in cui, sempre in teoria, cambiamenti/imprevisti possono emergere quotidianamente e sono comunque i benvenuti) è decisamente di moda non possiamo certo accettare di rimanere ancorati alla vecchia figura del PM, no?

Allora, cercando di procedere con ordine e con sforzo di obiettività: lo Scrum Master è quella figura del team (in un approccio Agile, appunto, quindi non come il PM classico che agisce a cascata dall’alto) che aiutagli altri membri a raggiungere l’obiettivo del gruppo.

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Saltando per il momento la teoria SCRUM (si, una vera e propria teoria basata su cicli di controllo empirico e costanti feedback, derivante, credo, dal mondo informatico), lo SM aiuta il team a restare concentrato sugli impegni di lavoro assunti e rimuovere eventuali ostacoli. Lo SM è (dovrebbe) essere il vero leader dando l’esempio al team, ma a differenza del Project Manager NON è anche a capo del progetto e quindi non prende decisioni al riguardo. Lo SM, inoltre, NON (dovrebbe) rispondere risponde ai “grandi capi” del rispetto delle tempistiche di progetto e del suo successo complessivo.

The Scrum Master serves the Product Owner in several ways, including:

  • Ensuring that goals, scope, and product domain are understood by everyone on the Scrum Team as well as possible.
  • Finding techniques for effective Product Backlog management.
  • Helping the Scrum Team understand the need for clear and concise Product Backlog items.
  • Understanding product planning in an empirical environment.
  • Ensuring the Product Owner knows how to arrange the Product Backlog to maximize value.
  • Understanding and practicing agility.
  • Facilitating Scrum events as requested or needed.

Praticamente una sorta di PM con mezzi poteri, ma a contatto con la gente (servant-leader, mi fa ridere, ma rende l’idea). In principio la cosa mi pare migliore di un altro generaletto che dice agli altri che fare senza farlo di prima persona. Immagino vi sia comunque una certa confusione dei due ruoli (… e non voglio immaginare le difficoltà nel convincere un PM “vecchio stampo” a passare la ruolo di SM) ed una (in)naturale tendenza alla segregazione del ruolo “decisionale” da quello “operativo”.

IMHO “gli operativi” (razza in continua estinzione) tendono spesso a sedersi sul fatto che c’è qualcuno (che si arroga spesso l’epiteto di “capo”) che prende le decisioni. In questo modo è facile sentirsi smarriti se le direttive sono contrastanti, mancanti, stupide, se le responsabilità sono aumentate o se in generale si sentono soli. Avere nel team qualcuno che non sia “il capo autoritario”, ma con cui si può avere un contatto giornaliero “alla pari” mi pare decisamente proficuo, se poi oggi si chiama SM ok, l’importante è che faccia effettivamente questo e non si cucia altre due letterine sul taschino (o sul biglietto da visita).

Un tempo bastava un Responsabile Tecnico con-i-contro-ca##i per gestire un progetto ed un team, poi arrivò il PM, ed infine lo SM… Sono certo della teorica utilità di tutte queste figure, temo a dover dar retta anche ad uno SM o, molto peggio, ad esser considerato a mia volta uno di loro.

WU

La scala e la produttività

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La premessa è che continuo ad essere ossessionato dall’idea che Dilbert mi spii e/o sia un mio collega.

Detto ciò, questo Dilbert è di certo illuminante (o comunque esprime molto meglio di come potrei farlo io) su come si sta evolvendo l’organizzazione aziendale. L’idea di base rimane quella di fare il massimo con il minimo. E di per se non è un principio malvagio; ma poi vogliamo anche la qualità e magari nel minimo ci mettiamo anche il minimo di risorse, di sforzo, di qualifiche, di formazione… fermatemi.

La produttività è una specie di divinità a cui ormai le aziende, più o meno grandi, sono votate. Dal lato “degli operativi”, però la cosa si declina in corse, sforzi, procedure, etc. vedendo poi che “chi decide” (potremmo definirli una specie di sacerdoti della divina produttività) fa poco più che osservare le mattonelle del soffitto.

Ovviamente può essere una questione di percezione, ma la situazione è oggettivamente percepita anche da chi spinge (… non devo mica pensare che le loro retribuzioni siano in gran parte legate ad obiettivi che raggiungono attraverso il Dilbert di turno?) nella ricerca della produttività? Ovvero, se i sacerdoti fossero coscienti del rischio di essere percepiti come “improduttivi” qualche barlume potrebbero anche darlo…

Diciamo che ho l’impressione che “la scala” di turno sia sicuramente prioritaria anche (e soprattutto) se serve per soddisfare curiosità (ambizioni) personali, ma guai ad intaccare qualche indice di produttività aziendale! Ci sarebbero procedure e portafogli che se la prenderebbero molto a male.

WU

Una scrivania ordinata

La mia personale premessa è che sulla mia scrivania ci sono una decina di cose in tutto, di cui almeno 80% giochini di qualche forma (da rondelle a pupazzetti). Non che lo scelga con raziocinio, ma uno stile minimal mi aiuta la concentrazione (salvo poi farmela rovinare dal giochino di turno) e soprattutto mi consente di non preoccuparmi troppo di mettere in ordine. Non sono un maniaco dell’ordine, a volte sistemo, mai la scrivania. Trovo una sorta di rassicurante certezza nell’arrivare la mattina e vedere la sagoma dove mettere il portatile determinala dall’assenza di qualche giochino sparso sul resto del tavolo.

Il tutto per dire che non lo faccio in maniera sciente, ma l’elogio dell’ordine è qualcosa di ricorrente. Ce lo inculcano da bambini, ce lo ribadiscono in caso di una qualche visita (soprattutto a lavoro), ce lo dicono e ridicono con l’idea (credo) di non dare troppo fastidio. Fin da bambini. E poi continuano a cercare di convincerci che una scrivania ordinata sia sintomo di efficienza. Certo, anche una scrivania vuota, e magari non utilizzata, lo è: introduce meno casino (di scartoffie e di attività) che qualcun altro dovrebbe sistemare. Allora stiamocene tutti a casa.

Ora non mi voglio mettere ne nella schiera di “casino is my life” e neanche in quella dei malati di ordine, ma è chiaro che abbiamo una tendenza innata a categorizzare e tale tendenza è supportata/esasperata dalla società in cui viviamo.  Organizzare/etichettare/ordinare è anche una fonte di stress; vogliamo combattere l’entropia del mondo semplicemente mettendo in ordine in nostro piccolo cantuccio e poi ci dobbiamo arrendere dinanzi al casino dilagante che non riusciamo a controllare. Non siamo abituati ad arrenderci, se poi lo dobbiamo fare dopo aver svolto una qualche attività inutile (e.g. mettere in ordine) ci rassegniamo di malavoglia. Abbandoniamo l’utopia di aver il controllo di qualcuno o qualcosa. Amen.

Mi sbilancio un po’ oltre. Vi siete mai sentiti dire “metti in ordine la tua scrivania!” da un vostro pari o da un vostro collaboratore (che verosimilmente come voi ha una mole di cose da fare che da sola domina tutta la scrivania?)? E’ di solito uno di quegli ordini che “arrivano dall’alto”; un metodo come un altro per cercare di aver controllo sulle persone; per affermare il proprio potere. Ovviamente mancando della possibilità/capacità di controllare la mente delle persone (e meno male!) l’idea è quella di controllare il loro ambiente di lavoro (… non venitemi a dire che la timbratura di entrata ed uscita serve ad altro!). Ossessione per il controllo? Mi sa di ferriera dello scorso secolo. Amen.

Vogliamo sproloquiare ancora un pochino? Tipicamente la scrivania ce l’ha l’impiegato che gestisce un po’ di scartoffie, ce l’ha il tecnico che non sta alla linea di produzione; insomma ce l’ha tutta quella pletora di dipendenti per i quali una valutazione della produttività è tutt’altro che ovvia ed immediata. Invece verificare l’ordine della scrivania è una cosa che sa fare anche una scimmia. Decisamente più semplice. Più facile apparire che essere (cosa che richiede decisamente più sacrifico e più capacità). Amen.

Il caos è un po’ una perturbazione, qualcosa che cambiando un po’ lo status quo consente anche alle nuove idee di venire a galla. Vi è mai capitato (… magari riordinando 😀 ) di tirar fuori un qualche documento/appunto sommerso chissà dove e fermarvi un attimo, leggerlo, metterlo da parte per poi continuare a rimuginarci sopra nei giorni successivi? Sarebbe mai successo se fosse rimasto sepolto in una pila di scartoffie… ordinate?

Ripeto, non sto elogiando il disordine, sto solo incitando noi ad abbandonare l’idea di avere controllo su tutto; chi ce lo chiede a cimentarsi in attività più ludiche (o più lavorative… in base alle situazioni) e soprattutto vorrei ricordarmi di non cedere alla quotidiana routine, mascherata in diverse, ordinatissime forme.

Un po’ della magia del disordine.

WU

PS. Avete mai sentito parlare del “kamishibai”? Fu venduto anni fa, per qualche tempo, come un sistema giapponese di produttività. L’idea doveva essere quella di usare decine e decine di post-it colorati, in ognuno dei quali si suppone di scrivere un compito semplice e preciso attribuito a una determinata persona persona. Il post-it viene quindi spostato all’interno di una griglia di attività per monitorare l’avanzamento dei lavori. Praticamente l’apoteosi della catalogazione e dell’ordine. Risultato? Assolutamente nullo, se si escludono i soldi fatti circolare per coltivare l’idea, formare i formatori, fare un po’ di seminari e qualche pubblicazione. Lasciamo lavorare le persone; non a briglia sciolta e non con il collare corto, ma non limitiamo la libertà in nome della pianificazione e dell’ordine.

Le mail ed il CC

Oggi lavoriamo tutti (e va beh… io) quotidianamente con un client di posta elettronica aperto. Smistiamo tutti (e va beh… io) quotidianamente decine (almeno) di mail.

Va beh, facendola breve, almeno una volta al giorno, una persona media, riceve e legge una mail (e sono stato veramente basso…). Molte di queste sono da cancellare direttamente e poche, pochissime, sono interessanti. Una parte di quelle che riceviamo, inoltre, non sono per noi. Nel senso che il nostro nome figura nella seconda riga, in CC.

Ci mandano le mail in CC per farci sapere qualcosa? Per dimostrare qualcosa? Per rimproverarci di qualcosa? I motivo sono di certo disparati, vari e forse a volte anche legittimi. Questa infografica in cui mi sono imbattuto oggi mi ha illuminato… in particolare voglio ancora vedere quando mi tocca il triangolino grigio (il giallo ed i verdi sono degli standard!)

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Non sono personalmente un fan di questo tipo di utilizzo della posta elettronica, ma sono molto più propensa al CC che al CCN che, invece, aborro letteralmente. Se mi vuoi dire qualcosa me la dici, non che me la dici di nascosto… magari per dire non dicendo, far vedere che potrei sapere e cose del genere.

Ad ogni modo, rimanendo sul CC (no, ripeto, CCN no!), si sta diffondendo una strana abitudine (o dovrei dire stortura comunicazionale?): “ah, ma se ero in CC non ho letto la mail.”. E cosa ti ci avrei messo a fare? Praticamente è come dire, se stai parlando ad un gruppo e non guardi direttamente me allora chiudo le orecchie?

E poi, già la mail è uno strumento altamente passibile di interpretazioni (si, è vero che scripta manent, ma non ci prendiamo quasi mai il tempo necessario a scrivere una mail e riflettiamo in poche righe il casino/stress/confusione/incazzatura del momento), poi facciamo anche gli schizzinosi su che riga siamo… Non voglio pensare che sia una trincea per far finta di non sapere e con questo avere un alibi per non fare… troppo facile, vero?

Non facciamo un uso sapiente del CC (e spesso neanche proprio delle mail), ma cerchiamo di non fare troppo gli schizzinosi altrimenti si dovranno inventare anche il CCPPC (Copia Carbone Per Puro Caso) :).

WU

PS. L’ho già detto CCN=morte della comunicazione?

Strategia aziendale

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… e già, perché noi siamo sempre i più furbi. Abbiamo una mente oltre la media (ovviamente senza bisogno di dover studiare o arrovellarci più di tanto) e le idee che ci vengono in mente sono innovative e ci garantiscono un successo che gli altri se lo sognano!

Non ho mai sentito una di quelle dichiarazioni da top manager che dicessero qualcosa che non fosse ribadire l’ovvio. Vogliamo parlare delle mission e/o delle vision aziendali? In realtà ero partito dal fare un brevissimo sondaggio di quelle che trovavo più o meno in rete quando mi è rimbalzato in mente questo Dilbert di ieri.

Se un’idea mi è venuta in mente è geniale è un presupposto che (soprattutto, ma non solo) ai livelli apicali di un’azienda non dovrebbe essere applicabile.

Si, sto facendo un po’ di tutta l’erba un fascio; di certo ci sono anche dirigenti illuminati e con menti fuori dal comune, ma nella gran parte dei casi (100% ahimè nella mia piccola esperienza) si tratta solo di pronunciare buzz words tanto per tenere alta l’attenzione dei propri collaboratori.

Ho seri dubbi che la cosa funzioni.

Ovviamente la cosa è estendibile anche a contesti non lavorativi (e dai… non mi fate esagerare…). L’unica cosa che credo possa in qualche modo aiutare (o almeno essere affiancata) a quelle che crediamo intuizioni geniali ed uniche è una solida base di studio/ricerca/documentazione. Se quanto meno sapessimo bene ciò che gli altri pensano e/o fanno l’idea geniale verrebbe se non altro per differenza. Come dire se riesco ad imparare dagli errori, miei e di altri, sarebbe già una strategia vincente.

WU

PS. @ 04.07.18

Ma facciamo un esercizio su una “vera” mission aziendale… senza fare nomi.

Obiettivo principale del consorzio è promuovere l’innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese del comparto di riferimento.

E, debitamente parafrasato come mi farebbe quasi piacere leggerlo, se non altro per vedere qualcosa di diverso… tanto non significa nulla in ogni caso:

Obiettivo principale del consorzio è rallentare, se non bloccare, l’innovazione ed evitare lo sviluppo delle piccole e medie imprese in un qualunque comparto di riferimento.

Parole a caso… ma almeno nel secondo caso ti strappa un sorriso.