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Empowering a new generation. Magari.

Tendo, come ormai saprete a non occuparmi di attualità, men che meno degli aspetti socio-politico-economici. Siamo tutti già sufficientemente bombardati da tali “notizie” che l’ultima cosa che vogliamo (o almeno che io vorrei) è avere un altro posto dove se ne continui a parlare a sproposito.

Ad ogni modo questa volta proprio non posso esimermi. Sono queste le notizie che mi fanno veramente male. Il rapporto PriceWaterhouseCoopers (PWC) 2016, Young workers index, basato sui dati OCSE, era meglio se non lo trovavo.

Come far crescere di colpo il Pil italiano di una quota compresa tra il 7 ed il 9%? Semplice, basta trovare un lavoro a quel giovane su tre che non ce l’ha. Già, perché quel 35% di Neet tra i 20 ed i 24 anni non rappresentano solamente un problema sociale, ma anche un potenziale inespresso. A cominciare dal profilo economico.

All’anima della scoperta, ma se ci metti il mezzo il soldo allora la cosa prende tutta un’altra piega. E non parlo di due lire, di una manovra correttiva, una manovrina o cose simili: un TRILIONE di dollari. Inespresso. Stiamo parlando di una perdita di 1.3 punti del PIL che è quasi, se non di più, di quanto investiamo in ricerca.

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E’ la così detta “garlic belt” a soffrire del fenomeno Neet in Europa. Parliamo di gente (giovani, CA**##*#, il futuro della società!!) che non studia, non lavora, non sta completando un tirocinio.

E si possono anche classificare (figuriamoci): vi sono quelli “esogeni” che sono comunque impegnati in una sfibrante lotta quotidiana per entrare in un mondo del lavoro che li rifiuta e gli “endogeni”, gli scoraggiati che si sentono inadeguati e si sottraggono al confronto.

Gente (tra i 15 ed i 29 anni…) che sta. E costa. Ma poi dove stà? Sul divano? Al bar? Pare anche Onlus, sport, organizzazioni (beh, almeno…).

L’Italia è l’unica tra i principali Paesi Ocse ad avere una percentuale di occupati superiore nella fascia di età 15-64 che in quella 25-29. Segno che, qui più che in altre parti del mondo, il conto della crisi lo stanno pagando i giovani.

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La maglia nera va alla Turchia, ma l’Italia si posiziona con un notabilissimo secondo posto. Una maglia grigia che IMVHO è il dato che fa (dovrebbe fare) più male a questa pletora di politologi (i politici si sono ormai estinti), burocrati e spavaldi scalatori di macerie che infestano i nostri uffici/parlamenti/giornali/enti/tv/etcetc.

Tutta gente che sta a casa, possibilmente con mamma e papà. Quindi niente famiglia, niente lavoro, ma costi si. Gente che si ammala, che utilizza gli uffici pubblici, che produce spazzatura e via dicendo.

Cose normali, evidentemente non come lavorare.

WU

PS. Non credo nei modelli d’oltralpe importati in Italia, ma almeno un occhio a quello Tedesco (3 volte meno Neet che da noi e quarta in Europa dopo nazioni certamente lodevoli, ma decisamente più modeste in termini di PIL e popolazione) va dato.

Volete sapere da dove partono? Dai che ve lo immaginate facilmente.

Alternanza scuola-lavoro.

Di entrambe noi non ne riusiamo a fare una.

Sb-SMS

Ci sono cose che capisco (poche) e cose che non capisco (tante). Fra queste ultime ci sono quelle che non mi interessano proprio e quelle che non ci arrivo anche se ci provo. Fra queste ultime ci sono quelle per le quali ci provo per un po’ e quelle che invece ci provo finché non ne posso più.

Siamo in quest’ultimo caso. Mi sono trovato davanti al poster di cui la foto sotto e mi sono reso conto che per quanto ci provi non ho speranze.

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Sono certo che mi trovo dinanzi all’ultima (la prima?) frontiera dello Space-based Sustainability Management System, ma… che è? E poi se esiste un gap da identificare, vuol dire che esiste una precedente versione dello stesso sistema?

Io non ho capito neanche di cosa si parla. Ogni aiuto è più che benvenuto.

WU

L’immortale Luisona

Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una.

Entrando dicono: «La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo». Oppure: «È ora di dar la polvere al krapfen». Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva.  Subito nel bar si sparse la voce: «Hanno mangiato la Luisona!»

La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo.

Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.

La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l’esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l’intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla
nella bacheca e andarvene. [Bar Sport, S. Benni]

Oggi sono entrato in bar (non propriamente definibile come “di periferia”), volevo mangiare qualcosa. Ho preso un caffè ed ho pensato alla Luisona.

WU

PS. E’ un pezzo mitico che ogni volta che lo leggo mi fa tornare in mente che è più difficle far ridere che piangere. E non solo se fai l’attore/autore/sceneggiatore/regista.

Acqua sensibile

Che di per se è anche un bel titolo. Evocativo. Puro.

Parliamo, tuttavia, di una presunta teoria secondo la quale esiste una correlazione fra i pensieri umani e lo stato dell’acqua. Eh no, non sto scherzando.

Prendiamo due vasetti pieni di riso e colmiamoli d’acqua fino all’orlo. Poi mettiamolo l’uno accanto all’altro a riposare. Al primo rivolgiamo una serie di lodi e complimenti; al secondo insulti e vilipendi. Il risultato che otterremo (dovremmo ottenere, si dice che si possa ottenere, è possibile che accada, … e non so più che circonlocuzioni usare per dire che ci credo un numero fra 0 ed 1 in una scala che arriva a 100000) è che il primo avrà il riso ben sedimentato e l’acqua cristallina mentre il secondo sarà una torbida mistura.

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Il motivo “scientifico” è che i cristalli assumono una forma simmetrica solo nel caso percepiscono una fonte armonica attorno ad essi, mentre rimarranno ad uno stato caotico a campi di energia negativa (e la cosa vale sia per pensieri, parole, musica, testi, etc. etc.).

Insomma l’acqua non è completamente indifferente ai nostri stati d’animo, anzi, la condizioniamo e la “organizziamo” in base all’energia positiva o negativa che emaniamo.

Ora uno ci può credere o meno (proverò con i due vasetti, ma sono certo che il motivo per cui non vedrò alcuna differenza è che il mio scetticismo ha condizionato l’esperimento), ma alla “teoria”manca uno dei presupposti per renderla tale: NON è possibile fare una verifica sperimentale e riproducibile dei risultati. Ciò automaticamente la porta nel campo delle pseudo-teoria (e d’altronde anche il suo ideatore non aveva basi scientifiche… anche se questo potrebbe non voler dir nulla).

Il principio è comunque una deformazione di qualcosa di invece molto più reale, beh almeno realistico:

sostanze chimiche di natura organica e non organica, nonché molecole biologiche e composti organici complessi emettono, rispettivamente, singole frequenze elettromagnetiche o uno spettro di frequenze che corrisponde a quelle delle sostanze contenute.

Un po’ come dire che in un certo senso l’acqua potrebbe avere veramente una memoria elettromagnetica di ciò con cui è venuta in contatto, anche se di certo non delle emozioni umane. Per quelle bastiamo noi stessi.

WU

Coffephone

Frase tipica di pigri e faceti discorsi da bar, spesso riferita all’ultimo gioiellino tecnologico che ci troviamo fra le mani è: “Ma per quanto costa ti fa pure il caffè?”.

Non l’ho mai capita fino in fondo, anche considerando che in fondo un caffè ci costa un euro; l’ultimo smartphone almeno centinaia… Per prendere 100 caffè ci metto mesi.

Comunque la frase, oltre ad essere tutt’altro che spiritosa, tutt’altro che originale, ora è anche tutt’altro che veritiera. Siamo, infatti, di fronte all’ultimissimissimo ritrovato tecnologico: la cover per cellulari che ti fa ANCHE il caffè. E ne avevamo tutti bisogno.

Mokase si impone per la peculiarità e per essere la prima al mondo (… ed il solo pensare che ne potrebbero seguire altre mi fa venire i brividi) a farlo.

Sebbene esistano in giro per il mondo altre cover polifunzionali, questa attualmente è l’unica che permette di erogare una bevanda tra le più consumate sul pianeta… il caffè!

Praticamente, inseriti nella cover si trova un piccolo serbatoio di acqua ed un filtrino con il quantitativo per una piccola tazzina di caffè. Basta, con l’immancabile app in dotazione, dare il via e la magica cover scalda l’acqua nel serbatoio che fruisce attraverso il filtro di caffè fino ad un buchino posto in un angolo.

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Immancabile il “design ricercato” (qualunque cosa significhi), i vari aromi della bevanda, l’eccezionale isolamento termico fra la cover ed il cel (non vorrete mica friggere il vostro smartphone del cuore per un caffè?!) e la tazzina integrata. C’è veramente tutto per prendersi un caffè… sull’autobus. Rilassante.

Ovviamente è un’idea tutta italiana. Perché ovviamente? Beh, ditemi quali altri paesi europei si accontenterebbero di appena 25 ml (meno di un espresso) di caffè…

WU

PS. E comunque per soli 25 euro potrebbe anche valer la pena di togliersi lo sfizio 😀

Caffè ustionante

Questo genere di notizie mi lascia almeno due dubbi: l’informazione è parziale/errata o volutamente provocatoria (ipotesi suffragata dalla fonte dello “scoop”) oppure io di questa società non ho capito nulla. Ci sarebbe anche una terza opzione, soprattutto se si trattasse del contesto italiano, che riguarderebbe la fiducia nella magistratura, ma preferisco non annoverarla per non cavalcare nessuna onda pseudo-politica.

Allora pare che nel luglio 2014, un giorno qualunque, una persona qualunque (dubito) avesse voglia di caffè. Ora, avete presente i caffè lunghi all’americana? Esatto, quelli. Da prendere, rigorosamente, nei bicchieroni di cartone con annesso tappo-biberon di plastica salva calore. La signora in questione decise di prendere suddetto drink ad un drivethru di Starbucks a Jacksonville, Florida.

Se vi state chiedendo cosa c’è di strano: niente. Esatto. Quindi procediamo. La signora, dopo l’ordinazione, riceve la sua agoniata bevanda con tutti i crismi e gli ammennicoli direttamente dal finestrino della sua auto (il che non depone, nella mia mentalità retrogrado provinciale, a suo favore).

Ma, quando si accinge a sorseggiare la bevanda… ecco l’irreparabile. Il tappo del bicchiere, forse difettoso o non correttamente posizionato, si apre rovesciando il prezioso liquido su cosce, pantaloni, sedile, maglia, mani, etc. etc. della sventurata.

A me sarà successo un milione di volte; di più e non di meno. In questo caso, tuttavia, pare che la bevanda fosse effettivamente molto calda (90 gradi, si dice, anche se vorrei sapere come facciamo oggi a valutarlo), tanto da causare ustioni di primo e secondo grado alla caffeinomane.

La cosa, ovviamente, non finisce qui: la corte di Jacksonville ha emesso una sentenza che condanna Starbucks a risarcire la signora in questione con la bellezza di 100.000 $ dei quali 15.000 per rimborso delle spese mediche ed i rimanenti 85.000 per “la sofferenza, il danno fisico, la deformità che ne è derivata e la perdita della capacità di godersi la vita”.

Ovviamente mi spiace per la malcapitata ma:

  • porca miseria, se hai fra le mani una bevanda a 90° (cioè vicino all’ebollizione!) è possibile che non te ne accorgi e ti viene voglia addirittura di assaggiarla?
  • mi raccomando, non toccarlo nemmeno il tappo-biberon con le manine, diciamo quel tanto che serve per farlo cadere PRIMA se non è fissato bene…
  • ma la Starbucks quanti caffè identici avrà preparato quel giorno? Tutti a 90°? E le ustioni in bocca a tutti gli altri clienti non le risarciamo?
  • non voglio essere malpensante, ma con la signora sola in macchina chi mi dice che non è stato un suo gesto maldestro a far aprire il caffè?
  • scusate, al momento del fattaccio la responsabilità del caffè non era della “vittima”?

Non voglio difendere colossi (… le mmmmultinazionali cattive) alla stregua di Starbucks, ma l’impressione che la signora abbia voluto, e sia riuscita, a fare un bel po’ di margine sull’accaduto mi rimane…

WU

PS. Già immagino il proliferare di pensieri tipo “ora me lo verso anche io, mi ustiono un po’, e mi sistemo…”. Non sono certo (e spero) funzionerebbe…

Neuralterapia

Sulla falsa riga delle “leggi” della biologia (qui il mio sproloquio) è recentemente tornata alla ribalta anche un’altra genialata, la neuralterapia. Anch’essa di origine tedesca (e ora la casualità mi lascia un po’ dubbioso)

la neuralterapia è riscoperta dalla medicina moderna come una soluzione efficace per combattere i dolori, e non solo.

E già tendo ad irretirmi ed alzare un muro di diffidenza, come di solito mi accade con dichiarazioni così generali ed onnicomprensive.

Correva l’anno 1925 ed i fratelli Huneke per curare l’emicrania della sorella iniziarono (e mi chiedo se la madre lo sapesse) a somministrarle procaina per via endovenosa (una cosa sicurissima evidentemente).

Il passatempo dei fratelli sembrava avere poteri miracolosi (altra parola che mi mette sulle difensive): l’emicrania scomparve seduta stante. Ovviamente l’euforia fu dilagante e continuarono le “sperimentazioni”; incluse iniezioni direttamente su ematomi e cicatrici che “magicamente” facevano scomparire ogni forma di dolore.

Quindi c’erano tutte le basi per definire i Principi della Neuralterapia:

stati di dolore cronico e diverse condizioni mediche sarebbero causate da anomalie elettrofisiologiche chiamate campi di disturbo (Störfelder). La neuralterapia si può effettuare in tre forme
1) come terapia segmentale, in forma di trattamento locale o sul segmento individuato;
2) come diagnostica di uno o più campi di disturbo e conseguente terapia di regolazione;
3) come terapia su gangli o sulla catena laterale del Sistema Nervoso Simpatico.

Sti campi di disturbo sarebbero causati da cicatrici o traumi e causerebbero a loro volta dei corto circuiti neurali che generano quindi il dolore anche in punti distanti dal trauma stesso. Capiamo meglio (da qui):

Neural Therapy is designed to repair and restore normal function to the Autonomic Nervous System (ANS), that part of the nervous system responsible for the “automatic” functions of the body such as immune function, circulation, and the production of hormones. As early as 1905, researchers noted that illness and dysfunction are almost always preceded by a dysfunction of the ANS. Neural Therapy, when correctly done, repairs ANS dysfunction, restoring the body’s healing capacity, allowing Prolotherapy, if still needed, to work more effectively.

Se non avete già smesso di leggere (io lo avrei fatto) vi dico anche il ruolo della procaina, in tutto questo film, è quello di ripolarizzare le cellule stabilizzando il campo e quindi ripristinando il corretto funzionamento del sistema neurale.

In sostanza una specie di spiegazione medica, con farmaco associato, della pratica dell’agopuntura. Quindi con un po’ di palpazione e massaggi identifichi l’anomalia che piò essere ovunque e con un po’ di procaina (è un anestetico locale sviluppato per curare i reumatismi) curi qualunque cosa. Facciamo un esempio: soffro di un male incurabile (ed innominabile), ma ho anche preso una brutta storta alla caviglia; benissimo, basta una piccola iniezione alla caviglia e sono salvo!

Prove di tutto questo modello non ce ne sono. Gli esperimenti sono stati condotti quantomeno in maniera da lasciare qualche dubbio. Le basi scientifiche sono pura fantasia. I seguaci abbondano.

Il motivo, secondo me, è che è l’ennesimo caso di un metodo diagnostico, ancor prima che curativo. che garantisce risultati veloci e sicuri, anche per sindromi acute, dolorose ed incomprensibili. Tutti vogliamo credere e stiamo male ancora di più.

WU