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Borghild: che bambola!

Un’altra di quelle storie (tipo questa’altra) che meritano per lo meno di essere raccontate.

Seconda guerra mondiale, soldati nazisti al fronte francese; militari devoti al Reich (bah, qui qualche dubbio sul concetto di devozione)… ma pur sempre uomini. E come tali, complice anche la prolungata distanza da casa e dall’amata, l’ambiente “mascolino” da caserma, il testosterone galoppante durante le sessioni di guerra, diciamo che le naturali pulsioni umane trovavano una ambiente legittimo e naturale per chiedere a gran voce il loro espletamento.

La cosa non era, ovviamente, indifferente al capo supremo. Il Fhuler, infatti, sapeva benissimo dei costumi dei suoi uomini al fronte, ma la sua preoccupazione non era di natura morale, bensì di natura “genetica” (e qui sogghigni a manetta).

Hitler, praticamente, non sopportava (nella sua mente, a quanto si dice) che i suoi ariani soldati, durante l’occupazione francese sporcassero la razza, inquinassero il loro puro e superiore sangue con le prostitute dei bordelli francesi.

Il pericolo più grande a Parigi lo costituiscono le prostitute selvagge, che esercitano la loro oscura arte sulla strada e nei Café, Ristoranti, Bar e luoghi di piacere. È nostro compito facilitare ai soldati l’eliminazione degli impulsi.

Inammissibile, la situazione andava sanata!

Allora, pensa che ti ripensa, finalmente un’alba del 1941 ecco la grande trovata del capo delle SS Himmler: Borghild! Pelle chiara, occhi azzurri, capelli biondi, seni grandi, 1,76 di altezza, gonfiabile e sempre disponibile. Praticamente una donna ariana modello in formato sex toys.

Non c’è dubbio, l’oggetto e lo scopo della bambola è la regolazione degli impulsi del soldato. I nostri soldati devono combattere e non girovagare o far visita a persone femminili estranee al popolo.
Ma nessun vero uomo preferirà una bambola a una vera donna se i seguenti criteri non sono garantiti:
1. la carne sintetica non dovrebbe distinguersi troppo dalla vera carne;
2. la mobilità delle bambole dovrebbe essere conforme alla gamma di movimento degli arti reali;
3. “l’organo” della bambola dovrebbe essere assolutamente a sensibilità reale.

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Le bambole dovevano essere messe a disposizione delle truppe e seguire i soldati fedelmente custodite dentro cabine trasportabili e disinfettabili, proteggendo i soldati dissuadendoli dal far visita a “focolai di infezioni”.

Tuttavia quei maledetti alleati (cattivoni) nella foga della distruzione degli asset militari tedeschi bombardano anche la fabbrica di Dresda incaricata della produzione delle bambole. Fine della brevissima storia della bella Borghild ed affari assicurati (come in effetti furono) per i bordelli francesi.

WU

PS. Se sia vero o meno (storicamente parlando; la rete è piena di link più o meno seri… motivo per cui non ne metto neanche uno) non lo so, ma una storia a cui mi piace credere.

Furono pianificati tre tipi di bambola di dimensioni diverse: tipo A: 168; tipo B: 176; tipo C: 182 cm.
Per il momento doveva essere preparata solo una forma di bronzo (tipo B).
C’era disaccordo riguardo il seno. Le SS lo volevano pieno e tondo, ma il dottor Hannussen insistì su una “forma cinorroide e maneggevole ” e la fece accettare.
La prima bambola Borghild fu completata nel settembre del 1941.
Essa corrispondeva esattamente al “tipo nordico”.
Il nostro taglio di capelli aveva praticamente previsto un taglio con trecce a chiocciolina, ma il dottor Hannussen era contrario a esso. Lui era del parere che il taglio di capelli corto doveva sottolineare che la Borghild era parte essenziale delle truppe combattenti “una puttana da campo” e non una madre onorabile.
La presentazione della Borghild a Berlino fu un successo. Anche il Reichsführer delle SS Heinrich Himmler fu presente. E il dottor Chargesheimer.
Durante l’esaminazione delle aperture artificiali da parte dei signori presenti Franz Tschakert era molto nervoso.
Himmler fu così eccitato che ordinò 50 pezzi in incarico.
Si parlò di impostare uno specifico impianto di produzione, dal momento che i laboratori del Museo d’Igiene furono ritenuti insufficienti per un progetto del genere.
Considerati gli sviluppi sul fronte orientale, lo stanziamento fu ridotto già una settimana più tardi e il progetto Borghild, fondato all’inizio del 1942 poco dopo Stalingrado, fu messo da parte. Tutti i documenti di costruzione vennero raccolti e inviati all’Istituto d’Igiene SS.
Lo stampo di bronzo per la produzione in serie della bambola non venne mai costruito.
Riguardo all’ubicazione della bambola non so nulla. Suppongo che sia stata trasferita “come tutti gli altri calchi in gesso e studi” a Berlino.
Nel caso in cui, tuttavia, fosse stata custodita nel museo, è probabile che sia stata distrutta dai bombardamenti alleati a febbraio 1945.

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Quattrocchi

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Prendo spunto da questo notevole Lloyd (rigorosamente non odierno) per ringraziare alcune categorie di persone che abbondano e con i quali (ahimè) è facile doversi confrontare. Facile nel senso di frequente e non certo di semplice, dato che ci vuole una buona dose di una dote tanto rata quanto preziosa: la pazienza.

Un grazie speciale ai “lo faccio meglio io”, “hai sbagliato qui, qui e qui”, ai tuttologi, agli internet-ologi, ai “so tutto io”, ai “l’avevo detto/fatto io…” ed ai loro abbondanti figli e parenti.

Fortunatamente di solito tali figure sono molto poco operative e tipicamente “di coordinamento” (…no, dai, non istigatemi). Di solito queste persone vivono sulla scia dei successi degli altri e cambiano mangiatoia in caso di insuccessi. Il che rende, tipicamente, tali persone meteore (non per questo meno dannose, anzi…) nella vita di chi fa, di chi si rimbocca le maniche, di chi prova e sbaglia.

Un detto dialettale delle mie parti recita: “chi non fa un servizio non farà neanche un cattivo servizio”. Per molti è meglio così, dobbiamo (collocandomi nell’altra categoria almeno nelle volizioni, spero nei fatti e chiedendo scusa in anticipo per quando la mia bussola si confonde) solo sopportare.

Infondo queste persone sono davvero da ringraziare più che altro per il fatto che il solo essere (sentirmi?) diverso mi da un po’ di amor proprio.

Ve lo ricordate il puffo Quattrocchi? Ed i suoi voli che gli facevano fare?

WU

Il grande lascito di Ponzi

Carlo Pietro Giovanni Guglielmo Tebaldo Ponzi è stato uno dei più grandi truffatori dello scorso secolo. E come si addice ai migliori nel loro campo, qualunque esso sia, aveva un bel po’ di inventiva e di iniziativa.

Emigrato italiano negli USA agli inizi del ‘900, l’unica cosa chiara era che Charles non aveva molta voglia di lavorare. Questa allergia, che colpisce molti, rende i più geniali particolarmente innovativi. Non sono certo sia socialmente un male…

Ad ogni modo, Charles, dopo qualche piccola truffa finisce in prigione e li elabora un geniale schema di truffa: rastrellare i buoni per francobolli ed “investire” su quelli complice il periodo favorevole di tassi ci cambio e tassi postali. Era infatti consuetudine dell’epoca quella di inviare con la missiva anche un coupon per l’acquisto del francobollo per la risposta, tale buono aveva ovviamente un valore di verso in ogni paese, ma aveva un controvalore in francobolli identico. L’intuizione (giustissima e non illecita) di Charles fu che il valore dei francobolli era destinato a crescere, per cui rastrellare i buoni significava assicurarsi un guadagno. In altre parole se (tramite la sua rete di contatti connazionali) Charles reperiva un certo numero di buoni in Italia li poteva rivendere per l’acquisto di francobolli in America ad un prezzo maggiore. Et voilà, ecco il guadagno (ovviamente, come spesso accade, dall’idea di guadagnare senza fare nulla, spesso ci si industria così tanto da non identificare neanche tale sforzo come un lavoro… ma questa è un’altra storia).

I primi guadagni di Charles arrivano e qui la seconda intuizione (ancora geniale, ma un po’ più vicina alla truffalderia): visto che i guadagni ci sono, perchè con convincere amici e colleghi a scommettere sul suo metodo? La promessa sono tassi di rendimento sicuri ed altissimi (se vi dice già qualcosa siete sulla buona strada). Bastano due anni e la rete di Charles è florida, con dipendenti e clienti in tutta l’America. Con tanto di capitale messo da parte dal nostro “imprenditore”.

Il giochino va avanti fino al 1920 circa, quando un testardo e scettico editore del Wall Street Journal, Clarence Barron, inizia a maturare dei dubbi. La sua considerazione è abbastanza semplice: se Charles spinge ad investire sui suoi buoni per francobolli, devono esserci in circolazione almeno tanti buoni di quanti ne ha bisogno per corrispondere i guadagni promessi. E fin qui non fa una grinza. In circolazione ci sono all’epoca 27.000 coupon in circolazione al mondo, Charles avrebbe bisogno di venderne 160.000.000 per dare agli investitori il loro guadagno.

Charles, inoltre, ha investito i propri guadagni in schemi più tradizionali: azioni, obbligazioni, immobili, ma se il suo metodo è così remunerativo perchè si preoccupa tanto?

Come sempre, cambiare lo stato delle cose, tanto più quanto questo è una florida illusione di guadagno non è proprio immediato, ma pian piano la gente, gli “investitori” iniziano a convincersi che qualcosa non va.

Charles non possiede tutti i buoni millantati, è accusato di truffa e di un’altro centinaio di reati e finisce in carcere. Ovviamente non ci pensa neanche ad arrendersi e pochi anni dopo, uscito di prigione, torna in Italia cercando di replicare il giochino. (S)fortunatamente la cosa non funziona ed infine Charles morirà in povertà in Brasile nel 1949.

Ma il suo lascito è ben lontano dal morire, anzi, con i nuovi mezzi telematici è più florido che mai. Charles aveva inventato il primo perfetto schema piramidali, o schema Ponzi.
Onorare rendimenti stratosferici di investimenti inesistenti (nel migliore dei casi) con il flusso di cassa dei nuovi investitori. Se siete fra i primi siete stati comunque raggirati, ma tutto sommato portate a casa il vostro guadagno, ma se il flusso di cassa si interrompe (prima o poi anche l’uomo si sveglia) o fate parte della coda degli investitori: addio capitale ed addio guadagno.

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Lo schema è esattamente lo stesso che nel 2008 fu replicato da Mardoff, tanto per citarne uno, raggirando privati, istituzione e banche (e costandogli l’ergastolo).

Oggi in rete è pieno di schemi del genere (per cui vi limito al massimo i link del post e vi suggerisco qualche ricerca magari legata ai rendimenti delle criptomonete) e non sono certo io a dovervi/ci mettere in guardia. In generale, come diceva la nonna (si, mi sento un po’ vecchio, ma ho ancora rispetto per i soldi ed il modo con cui me li guadagno io e li guadagnate voi): diffida di chi promette guadagni senza fare nulla. A maggior ragione se sono stratosferici, se sono a breve termine, se parlano solo tramite uno schermo, se sono pieni di frasi/parole incomprensibili, annunci pubblicitari di altre soluzioni ancora più remunerative e via dicendo.

Auguri a tutti.

WU

I miei bio-fotoni

Siamo al limite fra quello in cui potrei credere, il rispetto per l’idea e per la ricerca, la trama di un fil di classe B, un concetto che mi affascina ed una cazzata paurosa.
In base al nostro umore condizioniamo l’ambiente circostante. Detto così mi pare già più alla mia portata. Ma intendo dire che lo condizioniamo perché lo illuminiamo, nel vero senso della parola.

Attorno a noi, esisterebbero (almeno un po’ di condizionali fatemeli usare) delle nubi di bio-fotoni che dipenderebbero in numero ed intensità dal nostro umore.

Tiriamo un respiro.

Lo scopo dei recenti studi è quello di verificare se esiste un’interconnessione fra benessere percepito e numero di bio-fotoni emessi. La prima cosa che mi viene da dire è che si da per scontante, in uno studio del genere, l’esistenza dei bio-fotoni… e trovo che è proprio così se non altro per il fatto che esiste una certa bibliografia a riguardo (e vi risparmio tonnellate di link) e che se ne sono occupati ricercatori e riviste riconosciute. A me mi pare un’emerita cazzata o comunque non sufficiente a dimostrare l’esistenza di qualcosa che, per quanto ho potuto vedere, manca di una vera e propria conferma sperimentale (si, secondo IL Metodo Sperimentale); ad ogni modo lasciamo correre, se siamo qui a parlarne ancora finisco che metto tutta una nube di bio-fotoni e poi non riesco più a guardare lo schermo (e sarebbe forse meglio; “vi invoco, oh miei bio-fotoni!”).

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Ovviamente quando dai per certo che esistono i bio-fotoni vuoi anche capire come si comportano e che fanno. Ed infatti le recenti ricerche (sto facendo di tutto per non fare nomi e non citare “pubblicazioni”) mirano a scoprire come si emettono, se sono correlati all’umore, se sono un qualche modo visibili e se si possono trasferire da un individuo ad un altro.

[…] different stages in which energy is intentionally collected and later intentionally addressed towards another individual, which highlights how the ability to create and influence reality becomes an essential feature of life. The energy is retrieved as bio-photons emission and represented in form of theta and delta waves.

Human Bio-Photons Emission: an observational Case Study of Emission of Energy Using a Tibetan Meditative Practice on an Individual (no, questo proprio non potevo ometterlo… e vi prego di rileggere bene il titolo) è un articolo che fa uso di due strumentazioni all’avanguardia per scattare fotografie della nube di bio-fotoni che circonda ciascuno di noi.

In particolare la ricerca ha fatto uso di un rilevatore astronomico nella banda dell’ultravioletto (ovviamente non visibile all’occhio umano) e di un sistema che rileva le tensioni dell’individuo (ad esempio quelle psicologiche) già in fase di sperimentazioni in alcuni aeroporti americani.

This technology allows detecting light from invisible stars and emissions from bodies and mental activities which are not visible to the naked eye. The camera used for the current investigationis a CCD, able to function also in conditions of daylight. The assumption on which this technology is based is that each individual has a bio-field (referred to as individual energetic system in eastern medicine) which emits or absorbs light, and, depending on the individual’s mental activities or on the energy originating from the surrounding environment, the camera records a phenomenon called luminescence in form of white light, which can be located in one or more body areas, or outside the body.
[…]
The Future Attribute Screening Technology (or FAST) video-camera has the same system used in security control points of some USA airports, to record the vibrations deriving from emotions, psychological tension state, modification of breath and heartbeat recorded from by individuals deemed to be potentially dangerous. The vibratory states are also related to a color scale which links them to different types of cerebral waves.

… si, avete letto bene, si parte dall’ipotesi che ciascuno abbia un bio-field… non è una conclusione.

Ora (intendo nel 2018), partendo da questo genere di “studi”, “foto” ed “articoli” pregressi ci siamo messi a fotografare in queste specifiche lunghezze d’onda i bio-fotoni di molti pazienti “a caso”. Il risultato? Foto con fantastici contorni sfumati di varie tinte e di vario spessore… basta trovare una ragione per correlarli con qualcosa a caso ed abbiamo la prossima (e definitiva?) prova dell’esistenza dei bio-fotoni.

WU

PS. Non che non creda in assoluto che non emettiamo particelle, possibilmente che emettano anche in una qualche lunghezza d’onda, ma non credo che questa sia ancora una scoperta verificata per passare allo stadio successivo: accoppiarla con fenomeni oggettivi ed “umani” come l’umore. E per di più chiamando in causa l’entanglement quantistico che non è mica il porto di ogni fenomeno incerto/inspiegabile?!

La famiglia tradizionale

Ma dico io, siamo nel 2018 neanche fossimo nel 1820 (anno a caso durante il quale erano sicuramente più open mind di quanto ci vantiamo di esserlo oggi) … Mi date una definizione che mi convinca (cosa non facile), che non suoni come bigotta, catto-comunista, qualunquista, buonista, demagogica, stupida di “famiglia tradizionale”.

Si può essere d’accordo o meno sulle unioni civili, coppie di fatto, famiglie allargate e qualunque altro “abominio” secondo una morale che ormai sono felice di non capire più, ma bisogna proprio avere queste uscite per fare campagna elettorale?!

E poi, da quale pulpito… Ammesso che tradizionale=matrimonio, ed ammesso che tradizionale=figli dopo il matrimonio, La proponente di tale slogan non ha nulla di tradizionale. Oppure il suo concetto di tradizionale è diverso, di certo cosa possibilissima.
Praticamente vale tutto, basta chiamarlo “tradizionale” e far indignare qualcuno. Non mi piace sparlare, non mi piace trattare di temi pseudo-politici qui, non mi piace dare l’impressione di giudicare gli altri, ma proprio servito su un piatto d’argento non posso esimermi…

Allora, viva la famiglia quanto meno tradizionale possibile purché la sera te ne vai a letto stanco e contento.

WU

PS. Ed internet, ovviamente, non perdona (e non deve farlo):

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Project 259 – Reloaded

Torniamo un po’ a cibarci (nel vero senso del termine) di… zucchero.

Avevamo già affrontato qui la questione della “lobby dello zucchero” ovvero di come la “ricerca” anni ’60 sul rapporto fra assunzione di zucchero e problemi cardiovascolari fosse finanziata dalla SRF che trae(va) a sua volta i profitti proprio dalla vendita di zucchero.

Throughout its history, the Sugar Association has embraced scientific research and innovation in an attempt to learn as much as possible about sugar, diet and health. We know that sugar consumed in moderation is part of a balanced lifestyle,1,2,3 and we remain committed to supporting research to further understand the role sugar plays in consumers’ evolving eating habits. The bottom line: the Sugar Association will always advocate for and respect any comprehensive, peer-reviewed scientific research that provides insights and aids in our understanding of the role food and nutrition serve in our lives.

Oggi ci svegliamo di nuovo provando a smuovere una pesante coperta lunga decenni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha tagliato le dosi consigliate di assunzione di zucchero portandole al 5-10% delle calorie giornaliere.

A new WHO guideline recommends adults and children reduce their daily intake of free sugars to less than 10% of their total energy intake. A further reduction to below 5% or roughly 25 grams (6 teaspoons) per day would provide additional health benefits.

Il “famoso” (abbonderò di virgolette in questo post) Progetto 259, era appunto un trial clinico per studiare sui topi il legame fra zucchero e trigliceridi; quando i risultati furono più che negativi, i fondi furono tagliati e nessun risultato fu pubblicato. Al progetto seguirono gli abbondanti fondi dati al ricercatore Pover per continuare gli stessi studi, quando anche qui venne fuori l’addirittura più inquietante possibilità che mangiare troppo zucchero potesse provocare cancro alla vescica, anche qui vennero tagliati i fondi nulla più si seppe dei risultati ottenuti. Furono inoltre “finanziati” dei “ricercatori” di Harvard per pubblicare “risultati” che minimizzassero i rischi sulla salute del cuore causati dallo zucchero spostando la colpa sui grassi.

The objective of this study was to examine the planning, funding, and internal evaluation of an SRF-funded research project titled “Project 259: Dietary Carbohydrate and Blood Lipids in Germ-Free Rats,” led by Dr. W.F.R. Pover at the University of Birmingham, Birmingham, United Kingdom, between 1967 and 1971. A narrative case study method was used to assess SRF Project 259 from 1967 to 1971 based on sugar industry internal documents. Project 259 found a statistically significant decrease in serum triglycerides in germ-free rats fed a high sugar diet compared to conventional rats fed a basic PRM diet (a pelleted diet containing cereal meals, soybean meals, whitefish meal, and dried yeast, fortified with a balanced vitamin supplement and trace element mixture). The results suggested to SRF that gut microbiota have a causal role in carbohydrate-induced hypertriglyceridemia. A study comparing conventional rats fed a high-sugar diet to those fed a high-starch diet suggested that sucrose consumption might be associated with elevated levels of beta-glucuronidase, an enzyme previously associated with bladder cancer in humans. SRF terminated Project 259 without publishing the results. The sugar industry did not disclose evidence of harm from animal studies that would have (1) strengthened the case that the CHD risk of sucrose is greater than starch and (2) caused sucrose to be scrutinized as a potential carcinogen. The influence of the gut microbiota in the differential effects of sucrose and starch on blood lipids, as well as the influence of carbohydrate quality on beta-glucuronidase and cancer activity, deserve further scrutiny.

We have solid evidence that keeping intake of free sugars to less than 10% of total energy intake reduces the risk of overweight, obesity and tooth decay.”. Non posso escludere ulteriori “finanziamenti” da parte di altre “fonti” a monte di queste affermazioni e delle “ricerche” che le hanno generate.

E parliamo (solo) di zucchero! Possiamo solo immaginare di come vengano “aiutate” le “ricerche” su tabacco, farmaci, cambiamenti climatici, etc. etc. E’ tutto molto dolce…

WU

Eroina WWII

Non è difficile immaginare, tanto da non prendermi neanche la briga di ricercare fra i vecchi post se ho già sproloquiato a riguardo, cosa penso dell’imminente “festa” di Halloween. Diciamo che sono un po’ vecchio stile e che se proprio (e di questo, invece, ne sono un fautore) dobbiamo/vogliamo trovare un motivo per fare festa ve ne sono decisamente di migliori: dalla festa del Sole a quella del vino mi va bene tutto, ma dobbiamo festeggiare con i morti?

E va bene che aiuta ad esorcizzare paure ataviche ed alleggerire il nostro esser fatti di carne, ma mi sembra poso rispettoso ed un po’ tirato per i capelli, tanto che poi a notizie tipo questa non mi scompongo più di tanto.

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Abitino blu, un basco verde e una borsa a tracolla marrone, che sa di Halloween solo perché vuole richiamare Anna Frank. Esatto, colei che ha pianto notti e notti sul suo diario chiusa in una specie di controsoffitto ora è una candidata “eroina” di Halloween?!

Fin troppo facile schierarsi, ma tralasciando i facili aspetti morali della trovata (che dal mio punto di vista una volta vista una singola volta su un singolo sito di e-commerce è sufficiente a rafforzare la mia idea dell’essere umano qualunque cosa faccia d’ora in avanti, compreso rimuoverlo dal commercio e bruciarne tutti gli esemplari prodotti) mi chiedo: ma a chi pensano di venderlo?

Voi ce la vedete vostra figlia che per Halloween vi chiede “mamma, mamma, voglio il vestito da Anna Frank?”, “ma no, cara, magari una classica mummia? E’ più paurosa e non ci ricorda l’olocausto…”. Il compromesso potrebbe essere Stalin?

WU