L’aereo letale del medico sognatore

E’ uno di quei giudizi tipicamente difficili da dare e quando vengono appioppati mi lasciano sempre la sensazione che siano frutto di una qualche posizione dello scrivente, ma il Christmas Bullet è probabilmente il peggior aereo mai realizzato (anche se, come ci è ben noto, al peggio non c’è mai fine…).

Era il 1918 quando William W. Christmas diede alla luce il suo “Bullet”. Prima di addentrarci un po’ di più sull’architettura dell’aereo facciamo un piccolo excursus sul suo inventore. Innanzitutto va detto che William era un… medico e non aveva alcuna competenza ne diretta ne indiretta nella progettazione di aeroplani. Era evidentemente un personaggio abbastanza visionario e carismatico da inseguire e realizzare (beh, diciamo almeno in parte) il suo sogno e già questo fa, IMHO, di lui una persona degna di nota.

William iniziò a dedicarsi alla progettazione di aeroplani agli inizi del 1900 e dichiarò di averne progettati già due modelli prima del bullet. Entrambi pare andarono persi in un qualche incidente (non meglio definito… inquietante) e di entrambi non vi sono tracce scritte o testimonianze storiche a parte le dichiarazioni del loro inventore.

Nonostante questa aurea (come dire… “di non completa affidabilità del soggetto”), William riuscì a convincere i fratelli McCorey a finanziarlo e la compagnia Continental Aircraft Company a supportare il suo progetto del Bullet (il capo ingegnere della compagnia, Vincent Brunelli -nome che tradisce inquietanti origini italiane- aiutò Christmas nel suo progetto limitandosi, però, al disegno della fusoliera).

ChristmasBuller.png

Il Christmas Bullet era un monoposto completamente in legno, sia nella struttura che nel rivestimento (in un’epoca in cui i rivestimenti erano in tela) per “migliorare le prestazioni aerodinamiche”… tesi ovviamente mai dimostrata dal dottore e mai confermata a posteriori…

Il monoposto montava un motore Liberty L-6 (sei cilindri) che il dottore aveva ricevuto in prestito dalla US Army per… eseguire test a terra…

Il palmare del peggior aereo mai costruito, tuttavia, spetta al Bullet sostanzialmente per la completa assenza di cavi e tiranti che rinforzassero le due ali (la controventatura delle ali, in gergo). Le due ali erano praticamente attaccate solo alla base alla fusoliera (in alto, pergiunta). La caratteristica non era un “errore progettuale” ma una vera e propria “scelta tecnica” del medico che voleva che le ali del Bullet potessero flettersi in volo… proprio come quelle degli uccelli… (le ali di spostavano verso l’alto di circa mezzo metro durante il volo !).

Oltre il discutibile progetto, il Bullet fu anche costruito dalla Continental con materiali di risulta che erano oggettivamente inadatti a sopportare le sollecitazioni durante il volo. Il Bullet vide la luce in due esemplari.

Il primo volò fra il dicembre 1918 ed il gennaio 1919, le ali si staccarono dalla fusoliera ed il pilota collaudatore morì nello schianto (… sotto gli occhi della madre invitata al volo inaugurale… se proprio vogliamo essere macabri e precisi). Il secondo prototipo volò nel maggio 1919 ed anche in questo caso, immancabili, le ali si distaccarono dalla fusoliera causando ancora una volta la distruzione dell’aereo e la morte del pilota (ah, dovette anche cambiare motore quando la US Army si accorse dell’utilizzo improprio del Liberty L-6 ed ebbe notizia che il motore era andato distrutto…).

Il progetto venne quindi, finalmente, abbandonato. Ma la cosa non scalfì più di tanto la “visionarità” (e l’ego) di Christmas. Millantò una serie di richieste ed ordini del Bullet e di brevetti (che non possedeva) nella speranza di trovare altri finanziatori. Pare arrivò ad affermare di esser stato chiamato per ricostruire la decimata flotta tedesca… Christmas continuò nei suoi personalissimi progetti di aeromobili fino alla fine dei suoi anni, ma nessuna altro suo aereo vide mai la luce.

Insomma, aereo e morti a parte (ah, beh…) un millantatore professionista (certamente più che ingegnere professionista) mosso da un suo sogno: costruire aerei. Sogno che purtroppo non fu, credo, curato e seguito nel modo giusto saltando a piè pari tutta la arte noiosa e stancante della coronazione del sogno: duro lavoro e solide basi tecniche… prima di venderlo il sogno, rigorosamente.

WU

Le merendine, quelle paralizzanti

Non so se avete avuto modo di seguire questa “cosa” (allora: non posso chiamarla notizia per ovvi motivi e non posso iniziare il posto definendola bufala o fakenews sia per non bruciarmi l’effetto sorpresa sia per non darvi l’impressione di partire prevenuto… anche se in questo caso, confesso, lo sono parecchio).

Se la risposta è si, mi spiace per voi (ed in parte per me che ne sono venuto comunque a conoscenza e mi ha colpito l’espansione anche se non sono propriamente un fruitore dei canali social…). Se la risposta è no, suggerisco di non leggere il post.

Ad ogni modo si parla di un video che ha fatto parecchio clamore dato che “smaschera” addirittura delle merendine in grado di paralizzarci! Sono merendine Luppo, di origine turca, imbottite di pilloline bianche paralizzanti! Attenti! Non mangiatele! La cosa è ovviamente vera dato che è documentata in questo video (ah, beh… allora…).

Praticamente all’interno delle merendine Luppo in questione si devono delle pastiglie bianche che dovrebbero paralizzarci. Io che sono un utente normale della rete e non un cacciatore di bufale vedo così tante assurdità in questa storia ed in questo video che non mi sfiora neanche l’idea di crederci.

Allora, ammettiamo che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci. Con tutte le possibili soluzioni (polvere? sciroppo?) proprio delle macroscopiche (e facilmente individuabili) pillole bianche dovevano mettere? Non è che si può trattare del ripieno stesso delle merendine (cocco, mi pare)? Ipotesi molto meno affascinante, ma onestamente più realistica.

Non mi è chiaro su quali basi si affermi che le pasticche (ammesso che siano tali) dovrebbero paralizzarci e soprattutto che prove si portano a supporto. Scusate, sarò vecchio, la storia del metodo scientifico è roba del passato… Ah, ma poi è una paralisi temporanea? Perenne? Totale? Boh, mi pare proprio una cosa detta a caso; potevano anche dire che le pasticche ci trasformavano in zombi, per me era ugualmente (in)credibile.

Poi il video in se mi pare fatto per non essere creduto: non è datato, non si vedono volti, si prende una merendina e se ne scarta un’altra, non è chiaro se le merendine stesse sono scadute, etc… Insomma, una “prova” che puzza di fasullo a chilometri di distanza.

Siamo partiti dall’ipotesi che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci (o qualcosa del genere), ok, ma… perché? La Luffo (in realtà la Solen, azienda turca che ne detiene il marchio) ha deciso di paralizzare gente a caso in giro per il mondo? Certo! Oppure è uno specifico lotto quello paralizzante? Ah, strano che non vi siano segnalazioni ufficiali a riguardo (abbiamo un Ministero della Salute che segnala proprio anomalie alimentari)… forse sono stati tutti paralizzati e non possono segnalarlo.

L’unica cosa che mi viene in mente è proprio la nazionalità delle merendine. In questo periodo in cui la Turchia di Erdogan si muove su precari equilibri internazionali e non disdegna azioni armate (ovviamente ben supportate dagli “stati amici”) contro Siria e Kurdistan, una “notizia” del genere è un modo per screditare un po’ il paese (la voce del video è araba!).

Questa interpretazione mi pare abbia avuto diverse declinazioni, ma di fondo è quella di considerare il fake-video una sorta di tassello per una diffamazione generalizzata ai danni del paese (che, concordo, non sta propriamente mantenendo un comportamento etico in questo periodo, ma non credo che video del genere siano in alcun modo utili, anzi…).

E si, mangerei certamente una merendina Luppo (se la trovassi in commercio, non mi pare di averle mai viste in Italia). E si, in questo periodo boicotterei la Turchia (se di questo si tratta!) ma su piani molto più concreti (economici) se solo avessi il potere di farlo che gli stati centrali hanno. E no, non condividerei un video a caso, soprattutto di questa specie, sui canali social.

WU

I solutionist sono fra noi

Nell’epoca delle professioni inutili, delle mansioni che si auto-alimentano dei ruoli che solo capire che fanno ci metti più tempi di quello che serve a loro per farlo (dove il verbo FARE è usato in modo improprio…) questo Dilbert svetta alla grande.

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Mi va venire in mente i famosi “spingitori di spingitori di cavalli” e solo un soggetto che spinge gli spingitori degli spingitori può capirne l’inutilità. Un caso in cui apprezzo molto l’obiettività di Wally (chissà se il destino dei tipi troppo arguti sia quello di ritrovarsi ad essere inutili… oppure è solo un paravento per continuare ad essere considerati arguti).

Poi mi colpisce la presenza stessa di un soggetto del genere all’interno di un’azienda. Qualcuno deve pure averlo fatto entrare, qualcuno deve aver pensato fosse necessario (o addirittura che potesse portare un valore aggiunto), qualcuno deve averlo scelto e, dulcis in fundo, qualcuno deve averlo anche pagato.

Perché non sono neanche capace di dire che sono un Business Agility Influencer and Solutionist? Perché, perché!

WU

PS. Chissà se dopo il corso di laurea per influencer (si, avete letto bene e so che lo sapevate già per cui mi sono astenuto dallo sproloquiarne anche in questo blog) ci sarà anche quello per solutionist.

Europa + Africa = Atlantropa

Correva l’anno 1927. La grande depressione del ’29 era alle porte (si, qualche segnale c’era), la Prima Guerra Mondiale era alle spalle e vi era rinnovata fiducia soprattutto nelle idee ingegneristiche. Un ottimismo tecnico che faceva da volano ad una economia vacillante, direi.

In questo contesto viveva Herman Sörgel, architetto e filosofo, una fantastica ed inusitata crasi, anche per quei tempi. Fra le varie idee che coltivava Sörgel ve n’era una che ha lasciato una traccia nella storia e, per fortuna, non sul nostro pianeta.

Arrestare l’afflusso di acqua al mar Mediterraneo ed abbassare il livello delle acque  (beh, tecnicamente… di nuovo, dato che vi sono prove geologiche a supporto del fatto che in passato, e non parlo di secoli ma di millenni, di anni fa il “nostro mare” era effettivamente asciutto, ma questa è un’altra storia).

Una cosetta da nulla che avrebbe unito l’Africa e l’Europa in un solo continente. Sarebbe stato sufficiente chiudere lo Stretto di Gibilterra in maniera che l’evaporazione naturale del mare lo avrebbe fatto prosciugare. Nel giro di circa 60 anni, secondo i conti di Sörgel, le acque del Mediterraneo si sarebbero abbassate di circa 150 metri e sarebbero di conseguenza emersi circa 600.000 chilometri quadrati di nuove terre.

Genova, Messina e Napoli sarebbero divenute cittadine dell’entroterra, la Sicilia sarebbe divenuta ovviamente parte del continente, Sardegna e Corsica si sarebbero fuse in una sola grande isola e Venezia sarebbe stata automaticamente messa al riparo dai pericoli del Mediterraneo (se volevamo preservarne la bellezza, pensava sempre Sörgel, saremmo stati sempre in tempo a fare una laguna artificiale ad-hoc… semplice, no?).

Per chiudere lo stretto sarebbe stato necessario abbattere una catena montuosa in Spagna (beh, si avrebbe distrutto anche qualche città e qualche villaggio, ma si sa… in nome del progresso…), trasportare le rocce in un punto preciso dello stretto ed utilizzarle come base per una mega-diga di 35 km. Questa era la diga principale, ma per realizzare il progetto erano necessarie anche altre dighe “minori” tra la Sicilia e la Tunisia, nel canale di Suez e nel Bosforo (ah, questo Mediterraneo che non se ne sta bello gingillato…).

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Un progetto del genere avrebbe creato milioni di posti di lavoro (rilanciando l’economia di tutta l’Europa!) per qualcosa come 150 anni (10 anni solo per la diga di Gibilterra) ed avrebbe avuto un ulteriore incredibile vantaggio.

Sörgel, infatti, teorizzo e “calcolò” che tutto questo sistema di dighe poteva essere sfruttato come delle colossali centrali idroelettriche; tramite gradini, dislivelli e cascate d’acqua vi sarebbe stata energia abbondante per tutto il nuovo continente (50.000 MW che avrebbe dovuto produrre la sola centrale sullo stretto di Gibilterra). In teoria centrali idroelettriche del genere sarebbero state fattibili con le conoscenze tecnologiche dell’epoca, anche se richiedevano opere titaniche.

L’economia Europea avrebbe avuto solo benefici ed anche l’Africa (il continente dei neGri da colonizzare dal Bianco invasore!) sarebbe stata forzatamente industrializzata. Ah, un ponte fra Sicilia e nord Africa completava la visione… il ponte sullo stretto è solo un piccolo cavalcavia a confronto.

Qualche aspetto negativo lo stesso Sörgel lo aveva identificato: il ritiro del mare avrebbe portato alla luce ingenti quantità di sale… un problemino per qualsiasi tipo di coltivazione; il prosciugamento di un mare avrebbe accelerato la desertificazione e generato catastrofi mondiali… al limite addirittura una nuova era glaciale nel nord Europa.

Ma il progresso doveva andare avanti (vi ricorda, seppure in maniera più plateale, qualcosa che stiamo vivendo?). Sörgel sperava che tutta l’Europa (lo si potrebbe definire un europeista ante litteram… in un epoca in cui ancora comandava il Fuhrer che non gradiva troppo la cosa) potesse finalmente collaborare e che il progresso generato da questo mega-fanta-progetto potesse in qualche modo far digerire all’umanità intera gli effetti collaterali dell’opera. Avrebbe creato ricchezza, occupazione, futuro, progresso, cosa potevano volere di più!

Il tutto finì (meno male) con un nulla di fatto; Sörgel venne investito da un’auto pirata, mai identificata, su un rettilineo nel Natale del 1952 ed il suo istituto (fondato alla fine della WWII con il compito di diffondere le idee del suo ideatore) venne chiuso 8 anni dopo la sua morte, nel 1960.

Amen, almeno per ora.

WU

PS. Mi ricorda tanto quest’altro delirio qua.

PPSS. Ho sempre ammirato i visionari (o i matti, se preferite) di qualunque epoca. Indipendentemente dal genere di idee che partoriscono…

Il silenzio dei colpevoli – un’istantanea italiana

Momento pesantezza. Scusate, in anticipo, ma questa (triste) storia la devo proprio raccontare (profondamente diversa da quest’altra). La cosa è stata fatta da penne (fra cui un ottimo articolo di Cardone su Il fatto quotidiano) e bocche certamente migliori e più autorevoli del sottoscritto, ma è un esempio di come in questo paese non si rema tutti nella stessa direzione. E non vorrei, inoltre, che rimanesse confinata agli addetti ai lavori (quali?). Sono certo che di casi del genere abbondiamo entro i confini nazionali (forse anche fuori, ma permettetemi di dare precedenza alla speranza di risolvere prima i problemi “nel nostro piatto”).

Sono passati ormai due anni da quando l’agenzia di consulenza Deloitte ha condotto la sua due diligence sulla gestione del CIRA (Centro Italiano Ricerche Aerospaziali) di Capua negli anni fra il 2011 ed il 2016 in cui è stata osservata una gestione quanto meno opaca (sempre, immagino, seguendo la regola “innocente fino a prova contraria”…).

La due diligence Deloitte ha identificato negli anni in questione una gestione anomala dei conti economici del centro con costi del personale e delle consulenze esterne lievitati a fronte di un taglio della manutenzione. Ah, il CIRA è tutt’ora considerato l’ente pubblico che paga meglio… La mancanza di manutenzione ha causato ovviamente danni, dice sempre la Deloitte (che non ha fatto certo il lavoro gratuitamente, a sua volta), alle attrezzature all’avanguardia del centro che sarebbe dovuta essere la punta di diamante della ricerca in Italia. Gli impianti sono, ovviamente, di proprietà dello stato italiano ed ora si parla di “investimenti” di venti milioni (!) per rimetterli in funzione propriamente.

I reati ipotizzati (la Deloitte non è una società di consulenza legale) sono: corruzione, abuso d’ufficio, concussione, reati societari, riciclaggio, truffa ai danni dello Stato, reati ambientali, sfruttamento del lavoro, delitti di criminalità organizzata, basta? No, la Deloitte ha fatto anche i nomi dei soggetti nei confronti dei quali siano emersi potenziali coinvolgimenti nelle vicende di interesse. Ometto la lista (26 nomi tutti ben noti nel panorama spaziale italiano e tutti ancora direttori generali o dirigenti, al CIRA o altrove… ASI inclusa). Ed è proprio nei confronti di questi soggetti che è stato richiesto di produrre delle lettere di interruzione cautelativa della prescrizione così da poter trasmettere la due diligence all’assemblea dei soci, che a sua volta doveva decidere se avviare o meno eventuali azioni di natura legale.

L’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) è socio di maggioranza del CIRA e sta chiedendo formalmente e ripetutamente che il CIRA esegua le azioni emerse a suo carico. Che nel caso specifico sono (solo, per il momento) quelle di inviare le lettere di interruzione della prescrizione ai soggetti identificati che ricoprivano ruoli di comando nel periodo 2011-2016.

Il documento prodotto della Deloitte è comunque un rapporto tecnico e le considerazioni di natura giuridica dei soggetti identificati devono “essere accertati nell’ambito di più ampie valutazioni legali”. Ora, per far partire queste “ampie valutazioni legali” la primissima cosa da fare è assicurare l’interruzione della prescrizione attraverso l’invio delle opportune lettere. Lettere mai scritte e mai inviate. E sono passati tre anni.

L’ASI ha continuato a chiedere, in un crescendo di pressing, evidenza dell’invio di queste lettere ed il risultato è solo un puro, semplice, assordante silenzio.

Constatando la mancanza di fatti concreti e qualunque forma di risposta (certamente anche dovuti ai cambi ai vertici sia dell’ASI che del CIRA…) lo scorso 11 settembre l’ASI ha mandato una nuova, durissima lettera al “numero uno” del CIRA e agli altri quindici soci privati del centro di ricerca.

Il testo è più o meno: “Prendo atto con rammarico che il CIRA, nonostante il tempo trascorso e le ripetute richieste in tal senso formulate dal socio di maggioranza, non abbia ancora provveduto all’invio degli atti di messa in mora necessari alla interruzione della prescrizione né abbia posto in essere alcuna azione finalizzata al completamento del quadro giuridico e documentale necessario all’accertamento di eventuali danni e connesse responsabilità”. A cui segue una breve cronistoria dei vari solleciti (molti, ripeto da ex dirigenti ad ex dirigenti…che hanno cambiato poltrona con la fedina pulita…).

In sostanza l’ASI ha continuato ad insistere affinché il CIRA si adoperasse “mettendo in mora tutti gli amministratori potenzialmente responsabili dei danni connessi alle circostanze oggetto della Due Diligence, al fine di interrompere la prescrizione nei loro confronti e di salvaguardare il diritto di azione in capo ai Soci ex art. 2393 cod.civ.”.

A cui è seguito un ulteriore silenzio. Immancabile.

All’ennesima richiesta ASI ha fatto coro il sollecito degli altri soci privati (aziende del calibro di Thales e Leonardo, tanto per capirci…) che chiedono al CIRA di agire e porre in essere i necessari e non più rinviabili atti di interruzione della prescrizione.

Eravamo alla fine dello scorso mese, la scadenza era data per il 20 settembre. La settimana successiva le lettere, se scritte, erano ancora in qualche cassetto del CIRA. Appunto.

Ah, ovviamente a richiesta esplicita questi “dirigenti” non rilasciano alcuna dichiarazione, come natura vuole.

WU

PS. Io ho scritto questo post con questa colonna sonora qua (in particolare il pezzo:

quel naso triste come una salita
quegli occhi allegri da italiano in gita
e i francesi ci rispettano
che le balle ancora gli girano
e tu mi fai dobbiamo andare al cine…
…e vai al cine vacci tu

Sirio e l’enigma dei Dogon

Mali, Africa orientale. Da qualche parte nel bel mezzo del nulla, fra polvere e capanne vive il popolo dei Dogon.

Cane Maggiore, sopra le nostre teste nell’immensità cosmica. La costellazione ospita la stella più brillante del cielo notturno: Sirio, ovvero Alfa Canis Majoris.

Fra i due scenari c’è un legame quantomeno insolito, e che ci piace considerare misterioso. Enigmatico.

Partiamo da Sirio. La stella non è una stella, nel senso che non è una sola. Sirio è infatti un sistema stellare multiplo. Di certo è binario e potrebbe esserci in giro anche una terza compagniuccia… anche se la cosa non è mai stata confermata.

Sirio

Sirio è stata dalla notte dei tempi un riferimento nel cielo notturno (…cosa che evidentemente anche i Dogon dovevano apprezzare), ma del fatto che fosse un sistema stellare doppio si è avuto contezza solo nel 1862 quando i telescopi diventarono abbastanza potenti per confermare le supposizioni fatte non più di vent’anni prima circa il moto proprio della stella.

La stella più luminosa del sistema è Sirio A (Senza troppa fantasia) ed attorno ad essa orbita (questa è la parte “nota”, sia chiaro) una nana bianca. Chiamata, indovinate un po’, Sirio B (una stella grossa più o meno come la terra, ma estremamente più densa, pesa infatti circa il 98% del nostro Sole!). La rivoluzione di Sirio B attorno alla primaria ha un periodo di circa 50 anni e la porta ad una distanza fra compresa fra 8,1 e 31,5 UA. Ulteriori osservazioni con telescopi terrestri e spaziali hanno notato ulteriori anomalie nel moto delle due stelle, ma una terza stella a completare il sistema non è stata mai effettivamente osservata.

Ora dovrebbe essere chiaro che l’osservazione di Sirio e del suo sistema stellare non può prescindere dall’utilizzo del telescopio e dagli sviluppi tecnologici, cosa che evidentemente non rientra fra le priorità nazionali del Mali e men che meno fra quelle dei Dogon.

Eppure i Dogon hanno la paternità di un graffito che rappresenta esattamente Sirio A e la sua compagna Sirio B con tanto di orbita. Ah, ed è vecchio di almeno 400 anni. Tanto per non farci mancare nulla, “pare” che anche loro sostengano la presenza di una terza stella a completare il sistema.

SirioDogon.png

Il tutto è trattato in articoli e libri che hanno poi attribuito ai Dogon (e quanto ci piace…) anche ulteriori, impossibili conoscenze astronomiche. Cose (onestamente ben più vicine e potenzialmente più semplici di osservare anche anzi tempo) tipo i satelliti galileiani o gli anelli di Saturno non sarebbero stati per loro un mistero…

Ci piace credere, mi piace credere (quando la cosa non sfocia in bufale o complottismo). Nel caso specifico, tuttavia, credo che vogliamo vedere quello che cerchiamo (un bias cognitivo, si dice così?) notando qualcosa di “magico” in quello che probabilmente è un graffito qualunque dei Dogon. Al secondo livello di probabilità sono portato a pensare che si tratti di un caso di contaminazione culturale (ci sarà pure un Dogon, su una popolazione di 240.000 anime, che è venuto a contatto con qualche forma di bibliografia scientifica…). E come ultima spiegazione che i Dogon abbiano un fantastico telescopio nascosto nel Mali, chissà, magari fatto di vibranio… No, i contatti passati con civiltà aliene non li prendo neanche in considerazione, sorry.

WU

PS. Visto che ci siamo. Sapete da dove trae origine la parola canicola? Il cane maggiore, e Sirio in particolare, sorgevano ai tempi dei Greci poco prima del sorgere del sole (sorgere eliaco) nella parte più calda dell’estate. I giorni del cane, di un caldo da cani, della canicola.

PPSS. Non so bene il perché, dato che c’entra solo in parte e soprattutto fa riferimento all’emisfero sbagliato, ma ho canticchiato questa canzone per tutto il tempo della stesura del post…

Ecco a voi… i Raggi N

René Blondlot era un professore all’Università di Nancy (oltre che membro di una serie di Academie, tipo l’Académie des Sciences). Era il 1903 quando a suo nome uscì su una rinomata rivista scientifica un articolo in cui illustrava la sua ultima scoperta. Un nuovo tipo di radiazioni, i raggi N.

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Parliamo di un periodo, l’inizio dello scorso secolo, in cui la radioattività la faceva da padrona: i raggi X erano stati scoperti meno di un decennio prima ed evidenza di radiazioni alfa, beta, gamma saltavano fuori da ogni dove. Si viveva, quindi, in un periodo in cui il nervo su nuovi possibili tipi di radiazioni era più che scoperto.

Blondlot, studiando i raggi X (più precisamente utilizzando la macchina di Röntgen al fine di scoprirne il funzionamento) notò delle anomalie luminose, per lui spiegabili solo attribuendole ad un nuovo tipo di radiazioni, i Raggi N (molto più potenti dei Raggi X!). In men che non si dica, l’osservazione divenne scoperta, la scoperta articolo e l’articolo pubblicazione.

Blondlot, di certo non l’ultimo pellegrino in tema di radiazioni, perfezionò i sistemi per rilevare ed addirittura produrre i “suoi” Raggi N. Eliminò accuratamente possibili fonti di interazioni e disturbi esterni per essere sicuro di vedere solo i raggi cercati. Blondlot scoprì che i Raggi N sono emessi da metalli riscaldati e da parecchie fonti naturali, fra cui il nostro sole.

I Raggi N potevano attraversare spesse lastre di metallo e corpi in generale opachi alla luce visibile (che a sua volta pareva interagire con i Raggi N). Acqua e cristalli di salgemma, al contrario, li assorbivano.

A partire dalle pubblicazioni e dagli esperimenti di Blondlot, la scoperta (ed il giusto entusiasmo per essa) di diffuse velocemente a tutto il mondo scientifico fino a raggiungere Charpentier, fisico-medico anch’esso di rinomata credibilità, che scoprì l’emissione di Raggi N anche da parte di nervi e muscoli, umani. Ah, l’emissione permaneva anche post-mortem. La scoperta poteva dunque essere usata per scopi medico-legali e diagnostici.

Perché fermarsi: i Raggi N potevano essere immagazzinati. Ed in maniera piuttosto semplice, bastava un semplice mattone avvolto in un foglio di carta nera ed esposto al sole. I Raggi N emessi dal sole, riemessi da mattone rimaneva intrappolati dalla superficie nera della carta.

Nel 1905 arrivò quel guastafeste di Robert W. Wood, professore di fisica alla John Hopkins University. Indovinate cosa voleva fare il signor Wood? Beh, riprodurre gli esperimenti di Blondlot & Co. Indovinate l’esito? Non ci riuscì. Consolato, si fa per dire, dall’insuccesso dei suoi colleghi d’oltreoceano, decise quindi di recarsi a Nancy per vedere i laboratori che avevano dato la luce ai Raggi N… ed imparare qualcosa (si, nella Academia vera, non ci si approccia con scetticismo/arroganza ma con Umiltà).

Blondlot ripropose al collega l’esperimento originario in cui Wood, tuttavia, non notò alcuna variazione di luminosità (le famose anomalie luminose) che avevano fatto gridare Blondlot alla scoperta. La campagna sperimentale proseguì; Blondlot intendeva misurare e far vedere al collega la deviazione subita da un fascio di Raggi N incidenti su un prisma di alluminio. L’apparato sperimentale prevedeva un prisma di alluminio (ovviamente), un sistema di focalizzazione ed uno schermo fluorescente che fungeva da rivelatore dei raggi N (quelli deflessi). Il team di Blondlot voleva dimostrare quattro differenti posizioni nella deflessione, ovvero quattro differenti lunghezze d’onda dei Raggi N. Anche in questo caso, tuttavia, Wood, non notò i risultati che Blondlot ed il suo team volevano fargli vedere.

A questo punto Wood chiese semplicemente di ripetere l’esperimento. Non visto rimosse il prisma di alluminio dall’apparato sperimentale. Inutile dire che i suoi colleghi non fecero altro che notare le stesse cose e confermare i risultati del precedente esperimento.

Wood lasciò Nancy.

Rientrato in patria pubblicò un resoconto circa ciò che aveva visto durante il suo soggiorno a Nancy, e soprattutto ciò che NON aveva visto. I Raggi N, sostenne, esistevano solo nella mente dei suoi scopritori i quali, certamente in buona fede, si erano fatti forse trascinare troppo dall’entusiasmo del periodo per le emissioni radioattive fino a voler vedere ad occhio nudo tenui (se esistenti) variazioni di luminosità che avevano evidentemente una natura assolutamente casuale. Si erano autoconviti di una grande scoperta in preda all’entusiasmo ed avevano voluto vedere (e trasmesso!) una ripetibilità delle osservazioni che non aveva attecchito in una mente “esterna”.

I sostenitori dei Raggi N, anche dopo lo smacco, giocarono le loro ultime carte. Per osservarli serviva parecchia sensibilità (tipica, sostennero, soprattutto delle razze latine). E questo è evidentemente indice che il castello era crollato.

Blondlot rifiutò di sottoporsi ad un esperimento pubblico e decisivo per provare l’esistenza o meno dei Raggi N (ulteriore indicatore che qualcosa che anche a lui non tornasse… ma evidentemente preferiva non subire “pubblica gogna”). Blondlot morì nella sua Nancy nel 1930.

Non è una storia di frodi o menzogne, è una storia di forti convinzioni che portano a distorcere le evidenze del metodo scientifico. Non erano gli anni in cui con scoperte del genere di odorava un business milionario; oggi si. All’autoconvinzione tende ad aggiungersi la truffa (io dell’E-Cat, pro cause, non ho mai parlato).

WU

PS. Ah, Raggi N, da Nancy, ovviamente.

Mesmerismo – il magnetismo animale

Il nostro corpo funziona basandosi anche sui diversi fluidi che in esso scorrono (e fin qui anche un WU qualunque non avrebbe da obiettare). Fra questi ve ne è uno (…attenzione attenzione) in particolare che ne regola il corretto funzionamento.

Il fluido in questione è una sorta di fluido magnetico (maccheccazzo, si può dire?!) il cui blocco o in generale difficoltà di scorrimento genera malattie e disfunzioni. Tale fluido deve essere sempre in armonia con quello universale (ora sparo col mitra allo schermo…) ed ha caratteristiche molto affini a quelle delle calamite.

Stiamo parlando di quello che è a tutti gli effetti (la cazzata del) “magnetismo animale“. Ma attenzione, il parallelismo con le calamite serve solo come paragone per chiarire la natura magnetica di questo fluido; il fluido in questione è una cosa completamente diversa. Ah, ora si…

La natura magnetica del (fanta)-fluido può comunque esser sfruttata per curarlo e liberarlo. Mediante l’applicazione di una serie di calamite in parti chiave del corpo, infatti, il fluido poteva essere sbloccato e fluidificato. Questo almeno nelle prime rudimentali cure del magnetismo animale; in seguito si realizzò (embbè…) che il fluido era molto più condizionato dallo stesso fluido presente negli altri corpi umani… da cui una ulteriore conferma della “natura animale” del fluido e del suo magnetismo.

Stiamo parlando di una pseudoteoria, in realtà molto diffusa, che prese piede alla fine del settecento grazie al “medico” tedesco Franz Anton Mesmer. Inutile dire che non appena un comitato scientifico si fece carico di verificare/smentire queste teorie le basi “scientifiche” si vaporizzarono all’istante e le teorie stesse furono accantonate. Ma (e non poteva non esserci un ma…) gettarono le basi per l’ipnosi, la pranoterapia, il sonno magnetico e tutte quelle pseudo-scienze (e pratiche della cultura popolare, oltre che trame per racconti fantastici) che faranno pure bene (non lo metto assolutamente in dubbio, se non altro ci rilassano…), ma non le definirei assolutamente come curative.

WU

PS. Questo lo metterei nella serie: “se oggi siamo così potevamo aspettarcelo”. L’uomo ha da sempre (ed oserei un per sempre) avuto una innata, insana, passione per le bufale (o come le volete chiamare). Niente, ci aiutano a sognare, a stare meglio, in qualche strano modo.

PPSS. Ci starebbe bene una “audio-citazione” di Raf, ma sinceramente mi rifiuto…

Il destino dei disattenti

… è la disoccupazione.

Per quel che mi concerne queste sono semplicemente cazzate. E quasi mi vergogno a dargli ulteriore rilevanza parlandone (anche se passa sotto il cappello di “ricerca” con tanto di fondi, ne sono certo, e pubblicazioni associate…). Oltre al fatto che mi pare anche una conseguenza abbastanza banale che in qualche modo potevamo anche immaginarci.

In this large population-based sample of kindergarten children, behavioral ratings at 5-6 years were associated with employment earnings 3 decades later, independent of a person’s IQ and family background. Inattention and aggression-opposition were associated with lower annual employment earnings, and prosociality with higher earnings but only among male participants; inattention was the only behavioral predictor of income among girls. Early monitoring and support for children demonstrating high inattention and for boys exhibiting high aggression-opposition and low prosocial behaviors could have long-term advantages for those individuals and society.

I bambini di meno di sei anni hanno già il loro destino segnato. Se a quella età sono disattenti ed irrequieti hanno un’alta probabilità di restare disoccupati e fancazzisti, se invece sono attenti, socialmente integrati (praticamente bimbi da manuale) allora per loro la strada è tutta in discesa.

Ora, a parte le correlazioni, che tanto si potranno sempre trovare, fra il comportamento di un bimbo in età prescolare ed il suo destino da adulto, vi pare una cosa sensata ignorare tutto quello che sarà poi l’effettiva crescita del “giovane adulto” dai sei ai trentacinque anni?

Bimbi “pro-sociali”, interessati agli altri, integrati nel contesto in cui vivono, proattivi nelle attività, etc etc, hanno più probabilità di avere uno sfolgorante futuro, fare carriera e guadagnare tanti bei soldoni. Per tutti gli altri è meglio saltare dalla rupe.

La ricerca di per se vuole mettere in correlazione l’approccio comportamentale dei bimbi a livello scolastico/sociale/didattico con i possibili risvolti, positivi o negativi, nella vita professionale che poi avranno da adulti. Lo studio ha analizzato 2850 bambini che hanno frequentato l’asilo a partire dal 1985 e li ha “seguiti” fino al 2015… anno in cui avrebbero dovuto ormai essere nel pieno delle loro occupazioni lavorative. Il legame che la ricerca ha (voluto) evidenziare è quello fra la disattenzione nell’età dell’infanzia con esiti lavorativi avversi a lungo termine. Boh… per me poteva anche correlare il colore dei capelli con le inclinazioni sessuali, sarebbe stato altrettanto valido…

Mi rendo conto di stare un po’ estremizzando una analisi statistica che può anche avere un fondamento, ma la cosa su cui vorrei portare l’attenzione è che è (anche e soprattutto) come il bimbo cresce a determinare il suo futuro. Le inclinazioni personali, che di certo dominano fino a sei anni, contribuiscono si ad un futuro sfavillante o meno, ma non direi che la strada è segnata. Ne in un verso, ne nell’altro.

L’unica cosa che apprezzo di tale “ricerca” è che non si è tirato in ballo il quoziente intellettivo dei giovani virgulti, lasciando il destino della disoccupazione solo al non aver condiviso la merenda con il compagno di banco 🙂 .

WU

Secret Macho T

Quando si dice che è l’apparenza quella che conta. E sfatiamo, una volta per tutte caso mai ce ne fosse ancora bisogno, il mito che sono solo le donne a voler apparire (e non essere) belle.

Le magliette Secret Macho T (dal Giappone con furore) rappresentano, IMHO, un misto fra un’operazione commerciale geniale che sfrutta la stupidità della gente ed una cartina al tornasole dell’epoca in cui viviamo. Forse, mi rendo conto, qualche decennio fa si diceva la stessa cosa delle spalline…

Say goodbye to [your] bony and lanky [body]. Transform yourself into a muscular [build] by just wearing ‘Secret Macho T’.

World’s first “air-pad type” muscle undershirt. Separately inflatable pads allow you to adjust the size of your pectorals, deltoids, biceps and triceps.

Made of smooth, comfortable fabric which breathes well and dries quickly

Wearable by both men and women

SecretMachoT.png

Di per se “concettualmente semplici”: con delle speciali tasche all’altezza dei pettorali, delle spalle e dei bicipiti si ha la possibilità di “riempirle” con delle piccole imbottiture ad hoc che danno l’impressione (e solo quella) di avere a che fare con un tipo muscoloso. Come dire, visivamente ben sagomato.

Basta estenuanti sessioni in palestra, basta diete ferree, si può essere macho (ed il nome del “prodotto” è decisamente calzante) in meno di un minuto… il tempo di vestirsi.

Non voglio (per pudore, credo) cercare di capire a quale genere di persona può essere rivolta una maglietta del genere, ma mi immagino che applicazione stile cosplayer siano di certo più idonee. Un utilizzo “serio” di gente che vuole apparire in un certo modo in pubblico (beh, diciamo che mi immagino che poi a casa se la tolgano) mi rattrista alquanto.

Ah, ultimo ma non ultimo: la Secret Macho T non è gratis. La bellezza di 7,980 yen, circa € 65, serve per sembrare macho. Evidentemente ne vale la pena.

WU