Speedgate

Questo lo vedo bene per la serie: chissà come sarebbe se fosse fatto da un’Intelligenza Artificiale? (ve lo ricordate questo?).

In genere uno sport con le sue regole (ed i suoi sponsor…) per come lo conosciamo oggi è più che altro il frutto di una lenta e continua evoluzione partendo da tradizioni locali e giochi festosi o goliardici. Ovviamente non è che possiamo (perché?) attendere qualche altro secolo per vedere un nuovo sport (ma poi, ne sentiamo veramente il bisogno? Non mi ci sono mai soffermato, ma forse la risposta è si…) affacciarsi all’orizzonte. Quindi quale metodo migliore se non che chiedere ad un qualche software: “ma tu, che gioco faresti?”.

Diciamo che questa è più o meno la domanda fatta dall’agenzia AKQA che ci ha recentemente presentato Speedgate, il primo gioco “pensato” da una intelligenza artificiale (affascinante). Il processo è partito dando in pasta ad una rete neurale (la smetto con i paroloni, ma non è nulla di trascendente) circa 400 sport esistenti e chiedendogli di “migliorarli” (concetto molto lato) in un’unico sport, con tanto di regole e punteggi.

La gran parte degli sport concepiti da questo codice sono sostanzialmente irrealistici (tipo frisbee che esplodono…), ma con un po’ di iterazioni (che durano nettamente meno di secoli!) sono stati identificati tre possibili candidati dai quali Speedgate è emerso vincitore a seguito di un “play testing” reale (che lavoro figo…).

In soldoni il gioco (mi pare personalmente un gran mischione fra rugby, basket, calcio e pallamano) prevede due squadre di sei atleti (tre attaccanti, due difensori e un “portiere”) che si fronteggiano su un campo composto da tre cerchi uguali posti uno accanto all’altro. Al centro di ciascuna circonferenza si trova una porta senza rete composta due pali. Lo strumento di gioco è una palla ovale stile rugby (da calciare o prendere con le mani). Per fare un punto bisogna calciare la palla attraverso la porta centrale (che però non può però essere attraversata dai giocatori) ed a quel punto la squadra ha diritto a tirare verso una delle porte esterne. PEr ogni “attraversamento” di palla si ottengono due punti, ma visto che non c’è una rete nelle porte, si può guadagnare un punto extra se la palla passata attraverso la porta, un compagno di squadra la raccoglie e la fa passare nuovamente attraverso il portiere. Il tutto considerando che i giocatori non possono stare fermi e la palla non può essere trattenuta per più di tre secondi…

Mi pare più facile a farsi (forse) che a dirsi…

The event has six-player teams competing on a field with three open-ended gates. Once you’ve kicked the ball through a center gate (which you can’t step through), your team can score on one of the end gates — complete with an extra point if you ricochet the ball through the gate. You can’t stay still, either, as the ball has to move every three seconds.

Da cui il motto, anch’esso rigorosamente scritto dalla solita intelligente intelligenza: Speedgate: “face the ball to be the ball to be above the ball”.

Speedgate.png

Il gioco è stato “inventato” quasi per gioco dall’agenzia, ma AKQA sta discutendo con l’Oregon Sports Authority al fine di farlo ufficialmente riconoscere… e promette addirittura la possibilità di fare un torneo questa estate!

Diciamo che non mi aspetto (ed in fondo neanche gli stessi “ideatori”) che il gioco diventi la nuova fissa dell’umanità, ma di certo è un’altra fulgida dimostrazione di come oggi un codice è in grado di prendere “decisioni” o fare “scelte” anche in campi molto umani, come quello dello sport.

Le regole di Speedgate, in fondo, non sono particolarmente complesse e ci le poteva concepire anche una “vecchia intelligenza umana” (quindi non è che avevamo assolutamente bisogno di un codice per integrare equazioni differenziali altrimenti irrisolvibili…), ,a dubito che qualcuno ci avrebbe mai pensato. Ora il gioco può piacere o meno (io personalmente almeno lo vorrei provare), ma sicuramente è un’opzione in più sul tavolo che non avremmo avuto altrimenti. Lascio a voi elucubrazioni e divagazioni sul futuro che potrebbe attenderci.

WU

 

Needle rain

Negli anni ’60, quando lo spazio era una cosa seria le missioni si facevano veramente (incipit da nostalgico dell’era del boom spaziale, …tanto ormai l’avrete capito che sono in qualche modo space-oriented), il governo degli Stati Uniti si mise in testa di provare metodi di comunicazione passivi nello spazio. E visto che non stiamo parlando degli odierni carrozzoni industriali vacui e farraginosi, nel 1961 e nel 1963 (in piena Cold War paranoia) lanciarono le due missioni del progetto West Ford. Obiettivo: portare in orbita 480 milioni (480000000!) di aghetti di rame super sottili (17.8 x 0.0178 mm) che dovevano essere riflettori per le trasmissioni in banda X (attorno agli 8 GHz). In tutto nel quadro più ambizioso di creare un anello radio-riflettivo attorno alla Terra (inutile a dirlo per mettere gli US in grado di comunicare a lungo raggio, e senza l’utilizzo di vulnerabili cavi, nel caso dell’imminente guerra con la Russia).

Wow, ma. La prima missione del progetto fu un fallimento a causa di errori nel disegno degli aghetti e di effetti termici non propriamente considerati che impedirono la dispersione degli aghetti individualmente. La seconda missione fu solo un successo parziale; furono rilasciati solo (!) 120-215 milioni di aghetti.

Sia le orbite operative sia la forma degli aghetti furono scelte per avere un rapido rientro nell’atmosfera (per i più tecnici principalmente a causa della pressione di radiazione solare) e quindi non andare a produrre milioni di detriti. Oggi circa 144 detriti sono catalogati come appartenenti al progetto, principalmente i dispenser degli aghetti (46 ancora in orbita, inclusi alcuni ancora pieni) e si stima che solo il 20-25% di tutti gli aghi (troppo piccoli per essere tracciati da terra, ma comunque oggetti che viaggiano a qualcosa attorno ai 7 km/s!) siano stati correttamente rilasciati. Aggiungo anche che l’inquinamento causato da questa popolazione di aghetti non è solo di natura “fisica” (di sicuro attorno alla Terra orbita tanta spazzatura, gli aghetti non saranno quelli più pericolosi o più rilevanti, ma di certo quelli con una delle storie più strane), ma anche ottica e radio.

Dal 1989 NASA e JPL lavorano al tracciamento di detriti dell’ordine di 2-3 mm e pare che tutt’ora esista una nutrita ed opulenta popolazione di detriti di tali dimensioni in orbite compatibili con il progetto West Ford: molto probabilmente dei nugoli di aghetti…

Oggi è probabile che una parte degli aghetti sia effettivamente deorbitata (troppo piccoli per bruciarsi nell’atmosfera forse sono sepolti sotto i ghiacci polari), parte è ancora in orbita attorno alla Terra (probabilmente in forma di mucchietti) e parte è rimasta nell’orbita originaria (probabilmente attorno ai dispenser o al satellite che li ha portati in orbita).

Fallimento quasi completo: il principio di comunicazione globale a lungo raggio può funzionare, ma è richiesto un anello di dipoli molto più denso. In teoria.

WU

PS. Da West Ford in poi prima di lanciare nello spazio un esperimento che può causare “potentially harmful interference with activities of other State Parties in the peaceful exploration and use of outer space” è necessaria l’approvazione delle Nazioni Unite. La rete è piena di articoli più o meno seri e complottisti a riguardo: qui e qui due a mio avviso ben fatti. E qui un report di uno studio sul destino di questi space-needles.