La nostra bandiera

Art12

Quello sopra è l’articolo 12 della costituzione italiana (1946).

Ma non illudetevi di prendere dal cestello dei pennarelli un verde, un bianco e un rosso a caso: il verde è “verde felce”, il “bianco acceso” ed il “rosso scarlatto” (colori Pantone).

Con un brevissimo excursus, la scelta dei colori risale ai moti giacobini di fine ’700 e alla campagna italiana di Napoleone. Entrambi eventi che importarono da noi lo stile (ed in parte i colori e gli ideali di libertà, uguaglianza e solidarietà… immagino vadano rivisti…) dei cugini francesi.

Senza troppa fantasia solo il blu fu sostituito dal verde: colore delle uniformi della Guardia civica milanese, volontari che combattevano per l’Italia. Il bianco ed il rosso, invece, furono mantenuti in quanto già presenti nello stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco).

La nostra bandiera fu “varata” nel 1797 come bandiera della Repubblica cispadana, reparti militari (di una Italia in fieri) costituiti per affiancare l’esercito di Bonaparte. Gli stessi colori furono poi adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati Emiliani e Romagnoli. Vi furono dei brevi tentativi (e qualche obiezione in sede di delibera del decreto legislativo) di inserire nella fascia bianca lo stemma dei Savoia, ma si optò (fortunatamente, IMHO) per il tricolore “sincero” che vediamo ancor oggi.

Nel periodo fascista la bandiera era il simbolo della sovranità dello Stato (che si ergeva, sotto questo aspetto giustamente, a depositario dei valori nazionali) e successivamente con la nascita della Repubblica italiana divenne emblema del nostro stato e dei suoi valori (che, ripeto, forse andrebbero rinfrescati oppure rivisti…).

Il vilipendio alla bandiera è ancora un reato (lo vedo come un rispetto dei simboli di uno stato e non come una limitazione della libertà di opinione) così come non è formalmente consentito esporre bandiere di altri stati in luoghi pubblici senza apposita autorizzazione.

WU

PS. Va detto che l’impatto della rivoluzione francese in Europa fu vastissimo e molte delle bandiere che oggi vediamo sono di chiara ispirazione a quella francese (nella quale, fra l’altro, il bianco della monarchia era unito ai colori di Parigi: blu e rosso).

PPSS. Mi è tornato alla mente questo delirio qua… ormai di anni addietro.

Ipotesi di legislazione marziana

Il titolo potrebbe essere, senza troppa fantasia, “Mars 2025 or 2035?”. Quella che ci piace chiamare (forse per ricordare i nostri trascorsi, forse per darci un’area di conquistatori) la “corsa al pianeta rosso” è ormai inequivocabilmente iniziata. E non da poco.

Sono fiducioso che “anno più, anno meno” saremo in breve tempo in grado di metterci in condizione di mettere un piede umano sulla superficie di Marte e riportare quello stesso piede a casa sano e salvo. Tecnologicamente.

Non credo, tuttavia (e come spesso succede) che saremmo in grado di recepire a livello societario, umano, legale, la portata di un passo del genere. E’ stato così per le grandi scoperte (conquiste?) del passato, è stato così per le grandi invenzioni, è stato così per gli enormi progressi tecnologici: noi li costruiamo, li faccio, ma ci colgono puntualmente impreparati. Marte non farà eccezione.

E’ comunque il caso di pensare a come potrebbe esser fatto un sistema governativo e legislativo marziano. Ah, si parte dalle ipotesi sottese che l’umanità sarà comunque più matura di quanto successo con i conquistadores, che su Marte non abbiamo nessun autoctono a cui dar retta (si, ahimè, convincetevi, ma è così) e che le leggi che abbiamo qui sulla Terra non saranno replicabili sul altri pianeti.

L’insediamento marziano dovrà in ogni caso essere indipendente da quello terrestre e non una sua propaggine (è un asserto che condivido profondamente: York e New York, England e New England, etc. sono esempi che evidentemente non hanno retto…). In questo modo si avrebbe sostanzialmente la possibilità di “partire da zero” nell’organizzazione di una società completamente nuova che sperabilmente impara dagli errori che abbiamo già commesso (ed a cui è sempre più difficile rimediare) qui sulla Terra.

Ovviamente questo è terreno fertile per le ipotesi più disparate che, almeno a parole, partono sempre da equilibri razziali, assenza di divisioni, povertà e bla bla bla. Recentemente ha detto (immancabilmente) anche la sua Elon Musk (quello che su Marte ci vuole andare nel 2025, senza aspettare il 2035 pronosticato dalla NASA).

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Mi pare un approccio molto liberale, ugualitario e saggiamente basato sugli errori che abbiamo qui da noi commesso (vogliamo parlare di testi di legge così lunghi che mi perdo già dopo il preambolo?). Un po’ utopico, cero, ma mi pare proprio il contesto giusto per essere utopici.

Il punto che mi lascia più meditabondo è come tale approccio possa concretamente realizzarsi ad una situazione in cui il concetto stesso alla vita sarà in mano a qualche tecnologia. Sulla Terra possiamo essere ricchi o poveri, morire di fame o di sete, ma abbiamo l’aria, il sole che non sono “proprietà” di nessuno. Su Marte anche il respirare sarà grazie ad una qualche macchina (… per non parlare del resto) ed il dubbio profondo che chi avrà in mano “le chiavi della macchina” avrà in mano la “democrazia del pianeta” mi rimane.

Avrò visto troppe volte Atto di Forza? Ah, per chi non lo sapesse, anche questo tratto da “We Can Remember It For You Wholesale” di Philip K. Dick, ovviamente.

WU

Dove va il polo nord?

… e lui cammina cammina. Indifferente a modelli, previsioni, serie storiche e speranze umane.

Premettiamo che non è una novità, questo anche i più catastrofisti dovrebbero averlo realizzato. Fin da quando ne teniamo tracce i poli magnetici continuano a muoversi. Il polo nord, in particolare, ha passeggiato per secoli nei territori canadesi spostandosi regolarmente verso Ovest con velocità sempre abbastanza modeste.

Ultimamente, stranamente, inaspettatamente il polo si è messo a correre. E nella direzione sbagliata.

Il polo nord si è infatti spostato nell’ultimo anno di ben 50 km (alla faccia!) ed in direzione della Siberia; quindi verso Est. Che facciamo, lo consideriamo in migrante?

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Ovviamente una spiegazione rigorosa e scientifica a questo fenomeno non siamo ancora in grado di darla (per la cronaca, la posizione die poli magnetici del nostro pianeta è determinata dal flusso di metallo fuso che ci scorre qualche migliaia di km sotto i piedi… tutt’altro che facile da modellare). Il processo di spostamento dei poli magnetici è comunque quel processo che causa l’inversione dei poli magnetici.

Tale inversione (ancora una volta, attenzione attenzione, cari allarmisti) è già successa più di una volta nella storia del nostro pianeta e NON è un evento istantaneo; bensì un processo lento anche su scale geologiche. Lo spostamento del polo nord magnetico è parte di tale processo.

Sicuramente un po’ di scombussolamento lo spostamento dei poli lo darà, ma non direi che vederemo estinzioni di massa e maga-terremoti. Il campo magnetico, che è quello scudo che ci protegge da tutte le radiazioni del nostro Sole, continuerà ad esistere. Magari un po’ scombussolato, magari con più di un solo polo nord ed un solo polo sud per un po’ (affascinante, ma è solo un’ipotesi), ma non scomparirà del tutto (di nuovo: è legato al movimento dei metalli fluidi nel mantello che non prevede certo di fermarsi…).

I disagi maggiori saranno probabilmente avvertiti dalle nostre tecnologie, che, oltre a basarsi in maniera importante sul campo magnetico terrestre, potrebbero trovarsi anche più esposte alle radiazioni solari in caso di modifiche sostanziali alla forma attuale della magnetosfera terrestre. Le tempeste solari potrebbero danneggiare i satelliti e quindi causare interruzione di comunicazioni e di altri servizi basati su “asset spaziali”.

Si, poi ci vorrebbe qualche decennio affinché specie tipo api, salmoni, tartarughe, balene, piccioni, etc. riacquistino il senso dell’orientamento evitando di andare a sud convinte di andare a nord, ma madre natura sa il fatto suo.

WU

PS. Ancora più inquietante è il fatto che il polo sud magnetico, almeno per il momento, se ne sta bello fermo… suggerendo maggiori chances per uno scenario “a più poli”.

K-329 Belgorod Progetto 09852

Sembra uscito direttamente da un film di spionaggio futuristico. Invece è stato varato solo qualche mese fa (Aprile 2019, per l’esattezza) a testimoniare che il futuro è adesso. Ah, stiamo parlando di uno degli equipaggiamenti in dotazione alla marina Russa, ovviamente.

Stiamo parlando di un sottomarino della classe Oscar II, Progetto 949 A. Praticamente uno di quei sottomarini, che girano nei nostri oceani da metà degli anni ottanta, a propulsione nucleare. Si tratta di sottomarini “estremi” concepiti con lo specifico scopo di… abbattere portaerei.

Il Belgorod misura 178 metri per 18 (misure che gli assegnano il palmare del più grande sottomarino mai costruito), si spinge fino a 600 metri di profondità e raggiunge la bellezza di trentasette miglia l’ora. Il Belgorod ha però una caratteristica che lo rende effettivamente un pioniere: è equipaggiato con sei/otto testate termonucleari… oltre tutta la dotazione standard” per questo genere di oggetti (tipo droni, siluri antinave e piccoli sommergibili).

Lo scafo interno dei sottomarini classe Oscar II Progetto 949A è diviso in dieci scomparti, sono armati con 24 missili antinave lunghi dieci metri e pesanti otto tonnellate che si abbattono sull’obiettivo a circa Mach 2.5 (!). Sono alimentai da due reattori nucleari da circa 190 MW ciascuno collegati, tramite due turbine a vapore, a due eliche enormi e silenziose.

Belgorod.png

A Severodvinsk, dove è stato varato il Belgorod, i sottomarini Oscar II hanno visto la loro evoluzione. Ovviamente le specifiche tecniche del sottomarino sono super segrete e la sua missione ufficiale è quella di svolgere attività di attacco e ricerca scientifica di profondità senza equipaggio a bordo (per quel che ne so potevano dire la qualunque). Attività scientifica di profondità: come ad esempio trasportare e ad installare sul fondo del mare dei micro reattori nucleari per alimentare il sistema di sensori sottomarini HARMONY; una rete sonar che i russi intendono dispiegare nelle acque artiche. Tranquillizzante.

Il Belgorod potrebbe servire da nave madre subacquea per sottomarini con e senza equipaggio, anche di notevoli dimensioni; una specie di porto sicuro nelle profondità dell’oceano. Il Belgorod ha infatti una sezione centrale modificata con una baia di aggancio in cui questi sottomarini “parassiti” si agganciano.

Il Belgorod è equipaggiato con siluri della classe Poseidon, a propulsione nucleare, capace di trasportare una testata atomica (se volete dettagli “per la distruzione e la contaminazione di aree portuali”).

Mi fa un po’ specie pensare che un bestione del genere (si, per i più catastrofisti potrebbe essere sufficiente a scatenare una guerra nucleare) se ne sta acquattato nelle profondità buie e silenziose quando mi incanto a guardare il mare; non vado oltre la superficie o poco più e si sa che i pericoli sono nascosti in fondo in fondo alle cose.

WU

Amara Norvegia

Ve la ricordate la lobby dello zucchero?

In Norvegia si sono messi in testa (in realtà è frutto di un po’ di statistiche, picchi di consumo, ed aumento dei casi clinici) che il consumo di dolciumi e bevande zuccherate era eccessivo.

Già nel 1922 nel paese scandinavo il governo si inventò la “tassa sullo zucchero“. All’epoca con l’evidente intento di aumentare le entrate statali. Dopo il picco di consumo degli anni novanta, tuttavia, la tassa non è stata affatto abolita, ma rivista ed incrementata. Lo scopo, in questo caso, non era tanto quello di aumentare il gettito statale, ma di migliorare lo stile di vita dei cittadini. Certamente possiamo assumere che il governo norvegese sia particolarmente altruista, ma ammettiamo che è soprattutto lungimirante: meno zuccheri, meno malattie, meno costi in una prospettiva (parola che nel nostro paese sento usare sempre più di rado) di lungo termine.

Il risultato è che dal duemila in poi in Norvegia il consumo medio di zucchero pro-capite si è ridotto di circa un chilo all’anno, precisamente da 43kg per persona per anno a 24. La previsione è che nel 2021 sarà raggiunto il consumo medio pro-capite raccomandato.

Lo strumento della tassa per disincentivare il consumo è quello più vecchio e più efficiente del mondo (quando si mette la mano nelle tasche dei cittadini la soglia dell’attenzione aumenta magicamente). Ed in Norvegia non vanno tanto per il sottile: nel 2018 il prelievo fiscale su dolciumi e cioccolato è arrivato a circa 13.55 €/kg (aumentando del 83!) e a circa 1.5 €/kg su zucchero e bevande dolcificate (aumentando di “solo” il 42%).

Ah, assolutamente non trascurabile il fatto che il paese non ha solo tassato zuccheri e dolciumi, ma l’incremento della “sugar tax” è parte di un insieme di norme volte a ridurre il consumo di zuccheri (azioni sinergiche, credo si dica, altro termine non tanto in voga dalle nostre parti). Fra queste spiccano le regolamentazioni statali per produttori e fornitori di alimenti dolcificati che ne regolamentano la pubblicità e vietano la vendita a minori di anni 13.

Mi sembra chiaro che dato un fine i mezzi si trovano. E senza neanche troppa fantasia… Sarei solo curioso di sapere quanti piedi si sono pestati “ad alti livelli” per raggiungere questo risultato.

WU

PS. Continuiamo questo “ciclo dello zucchero” con questa domanda (quanto mai attuale): ed in Italia? Beh, stiamo vivendo il periodo “della manovra” che assieme alla tassa sulla plastica sta proponendo di introdurre anche quella sullo zucchero. Tale tassa, in Italia, colpirebbe soprattutto la Coca Cola che dalle nostre parti arruola (includendo l’indotto) circa 30000 persone.

Ovviamente colossi del genere si sono subito mobilitati per mettere le mani avanti: incremento della tassazione, associato ad un aumento dei costi in generale e contrazione del mercato (chissà perché due temi che vengono sempre fuori quando bisogna giustificare qualcosa…) potrebbe avere ricadute occupazionali. Ovviamente. Ah, anche un aumento dei prezzi, altrettanto ovviamente.

Le merendine, quelle paralizzanti

Non so se avete avuto modo di seguire questa “cosa” (allora: non posso chiamarla notizia per ovvi motivi e non posso iniziare il posto definendola bufala o fakenews sia per non bruciarmi l’effetto sorpresa sia per non darvi l’impressione di partire prevenuto… anche se in questo caso, confesso, lo sono parecchio).

Se la risposta è si, mi spiace per voi (ed in parte per me che ne sono venuto comunque a conoscenza e mi ha colpito l’espansione anche se non sono propriamente un fruitore dei canali social…). Se la risposta è no, suggerisco di non leggere il post.

Ad ogni modo si parla di un video che ha fatto parecchio clamore dato che “smaschera” addirittura delle merendine in grado di paralizzarci! Sono merendine Luppo, di origine turca, imbottite di pilloline bianche paralizzanti! Attenti! Non mangiatele! La cosa è ovviamente vera dato che è documentata in questo video (ah, beh… allora…).

Praticamente all’interno delle merendine Luppo in questione si devono delle pastiglie bianche che dovrebbero paralizzarci. Io che sono un utente normale della rete e non un cacciatore di bufale vedo così tante assurdità in questa storia ed in questo video che non mi sfiora neanche l’idea di crederci.

Allora, ammettiamo che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci. Con tutte le possibili soluzioni (polvere? sciroppo?) proprio delle macroscopiche (e facilmente individuabili) pillole bianche dovevano mettere? Non è che si può trattare del ripieno stesso delle merendine (cocco, mi pare)? Ipotesi molto meno affascinante, ma onestamente più realistica.

Non mi è chiaro su quali basi si affermi che le pasticche (ammesso che siano tali) dovrebbero paralizzarci e soprattutto che prove si portano a supporto. Scusate, sarò vecchio, la storia del metodo scientifico è roba del passato… Ah, ma poi è una paralisi temporanea? Perenne? Totale? Boh, mi pare proprio una cosa detta a caso; potevano anche dire che le pasticche ci trasformavano in zombi, per me era ugualmente (in)credibile.

Poi il video in se mi pare fatto per non essere creduto: non è datato, non si vedono volti, si prende una merendina e se ne scarta un’altra, non è chiaro se le merendine stesse sono scadute, etc… Insomma, una “prova” che puzza di fasullo a chilometri di distanza.

Siamo partiti dall’ipotesi che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci (o qualcosa del genere), ok, ma… perché? La Luffo (in realtà la Solen, azienda turca che ne detiene il marchio) ha deciso di paralizzare gente a caso in giro per il mondo? Certo! Oppure è uno specifico lotto quello paralizzante? Ah, strano che non vi siano segnalazioni ufficiali a riguardo (abbiamo un Ministero della Salute che segnala proprio anomalie alimentari)… forse sono stati tutti paralizzati e non possono segnalarlo.

L’unica cosa che mi viene in mente è proprio la nazionalità delle merendine. In questo periodo in cui la Turchia di Erdogan si muove su precari equilibri internazionali e non disdegna azioni armate (ovviamente ben supportate dagli “stati amici”) contro Siria e Kurdistan, una “notizia” del genere è un modo per screditare un po’ il paese (la voce del video è araba!).

Questa interpretazione mi pare abbia avuto diverse declinazioni, ma di fondo è quella di considerare il fake-video una sorta di tassello per una diffamazione generalizzata ai danni del paese (che, concordo, non sta propriamente mantenendo un comportamento etico in questo periodo, ma non credo che video del genere siano in alcun modo utili, anzi…).

E si, mangerei certamente una merendina Luppo (se la trovassi in commercio, non mi pare di averle mai viste in Italia). E si, in questo periodo boicotterei la Turchia (se di questo si tratta!) ma su piani molto più concreti (economici) se solo avessi il potere di farlo che gli stati centrali hanno. E no, non condividerei un video a caso, soprattutto di questa specie, sui canali social.

WU

The Ocean Dam

Correva l’anno 1956, si pensava in grande. In tutto il mondo. E l’Unione Sovietica pensava veramente in grande (non che ora non lo faccia, sia chiaro), tanto lo spazio sembrava lontano…

Il piano super segreto del URSS di quell’anno era qualcosa che oggi stiamo vedendo. E non per mano loro (questa volta mi sento di placare subito gli spiriti complottisti).

Sciogliamo i ghiacciai. Riscaldiamo i mari.

Il progetto originario era appunto quello di… accelerare il riscaldamento globale per sciogliere il ghiaccio dell’artico fino a liberare gran parte dell’acqua contenuta nelle calotte polari. Come? Beh, semplicissimo, costruendo una diga nell’oceano, ovvio no?!

Il mega-progetto, infatti, prevedeva la costruzione di una iper-diga sullo stretto di Bering. 88 km di diga (alla faccia! come dire una diga che va da Bologna a Parma!). I flussi di ghiaccio e tutte le correnti fredde dell’artico sarebbero state intrappolate a nord della diga consentendo alle correnti calde di portare l’acqua calda più a nord.

OceanDam.png

Praticamente un muro fra Siberia ed Alaska avrebbe permesso ai russi di avere le loro coste ben più miti (mi immagino il pullulare di stabilimenti balneari sulle coste della Siberia…). Come se non bastasse una mega centrale nucleare da due milioni di kilowatt sarebbe stata installata per pompare acqua calda oltre la diga creando una sorta di corrente del golfo artificiale riscaldando un po’ tutto l’artico. Praticamente si trattava del primo progetto di cambiamento climatico globale che doveva modificare definitivamente il clima di nord America, nord Asia e nord-est Europa… rendendo il tutto un immenso prato verde.

Il mare del Giappone si sarebbe dovuto riscaldare attorno ai 35 gradi fino alle coste della Korea. La diga sarebbe stata profonda massimo 30 piedi ed ovviamente progettata per resistere sia all’acqua che agli iceberg.

Il piano era pazzesco (e, secondo me e con un po’ di senno di poi, fatto più che altro per propaganda che perché vi si credesse davvero), ok. Ma c’è di peggio. Gli Americani lo giudicarono fattibile. Il governo degli Stati Uniti, infatti, considerò seriamente la proposta investendo risorse e tempo nel capire i rischi ed i costi. Alla fine si convinsero (loro e prima di loro i Russi) che il costo del progetto sarebbe stato smisurato ed il tutto fu accantonato (…e meno male, una volta tanto, che esiste il Dio Denaro!).

Ringrazio, in questo caso, la storica mancanza di collaborazione fra Russi ed Americani.

WU

Un punto sulla Guinea Equatoriale

Mi sono imbattuto (si, sto avendo nottate molto difficili) in questo report che, oltre a trasmettermi un’immensa tristezza, fa una specie di graduatoria degli stati con le peggiori condizioni di vita. E già qui avrei potuto fermarmi, ma, vai a sapere perché, mi sono fermato sulla Guinea Equatoriale… che, ammetto, avevo si e no una vaga idea di dove fosse e nulla più.

Partendo da questi deliri ho scoperto (beh, non che sia proprio un cronista d’assalto, ma Gooooogle e Wiki fanno miracoli…) che il primo presidente della Guinea Equatoriale fu eletto nel 1968. Francisco Macías Nguema doveva essere un tipo abbastanza paranoico (e dato come poi è finito forse ne aveva ben donde), oltre che soffrire di un ego sproporzionato (mi ricorda Lord Farquard di Shrek).

Nguema si auto-dichiarò presidente a vita (dopo essere stato eletto Capo di Stato con la benedizione del governo spagnolo, il che già la dice lunga) e ciò gli diede, nella sua ottica, il diritto di detenere (pare proprio fisicamente… sotto il suo letto…) la quasi totalità delle ricchezze del paese. A quel punto non aveva motivo per non sterminare o esiliare gli oppositori… non esattamente una minoranza, dato che furono circa un terzo degli abitanti del paese ad essere in qualche modo perseguitati.

Nguema non doveva essere neanche particolarmente colto (in fondo a cosa gli serviva dato che era presidente a vita? ah, aveva fallito tre volte l’esame per il servizio civile…) dato che il suo disprezzo si acuì proprio verso le classi colte della Guinea Equatoriale (beh, onestamente, non credo stiamo parlando di istruzioni particolarmente avanzate…) che furono spesso e volentieri costrette a lavori forzati, lontane da qualunque forma di “cultura”.

Il “presidente a vita” aveva praticamente messo su una specie di campo di concentramento di dimensioni nazionali e di un livello di sviluppo quasi preindustriale. La parola genocidio si applica benissimo al suo “governo”. La sua fine era solo questione di tempo; fu infatti il nipote Teodoro Obiang che nel 1979 lo rovesciò con un colpo di stato e subito dopo lo giustiziò.

Per la popolazione le cose andarono di male in peggio. Il nipote aveva evidentemente ereditato buona parte dell’approccio alla vita dello zio; in particolare una vanagloria spropositata, un modesto livello di educazione ed una brama di ricchezze che non poteva esser certo fermata da preoccupazioni marginali, come il benessere dei suoi connazionali. Cleptocratici, credo si dica.

Obiang, fu anche più fortunato dello zio dato che alle “valigie ripiene d’oro” che aveva “ereditato” aggiunse la scoperta del petrolio in Guinea Equatoriale. E così, dal 1995 circa (quando la Guinea Equatoriale ha iniziato ad essere uno fra i paesi con i più alti tassi di crescita di tutto il continente africano), Obiang era praticamente l’unico beneficiario di una fonte di guadagno quasi illimitata.

La popolazione della Guinea Equatoriale aveva intanto raggiunto quasi i 700000 abitanti che versavano in condizioni di vita che peggioravano a vista d’occhio. L’aumento delle ricchezze del nuovo imperatore unico e supremo procedeva di pari passo con il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Repressione politica, torture e chi più ne ha più ne metta abbondavano, anzi (ahimè) abbondano.

Obiang è infatti tutt’oggi in carica, anzi è il leader africano in carica da più tempo, primo al mondo tra i “capi di Stato” (consentitemi le virgolette…) dei paesi non-monarchici. Benché sia ufficialmente riconosciuto (altro indizio che reputo fondamentale) da praticamente tutti gli stati (anzi, ha incontrato diversi dei leader “occidentali”…), la Guinea Equatoriale è lo stato è considerato uno dei più repressivi, etnocentrici e brutali al mondo. Il “Capo di Stato” sta tentando di dare l’impressione di grande apertura ed “occidentalizzazione” (ammesso che sia un bene) con politiche economiche e turistiche: Malabo, la capitale si sta trasformando, almeno in apparenza, in una meta turistica e congressuale.

Perché tutta questa storia (che voi sapevate di certo, io no)? Ovviamente non lo so; Non è la prima (e non mi illudo sarà l’ultima) che vediamo (ed, almeno nel mio caso, non viviamo) regimi repressivi perdurare e proliferare. Di certo gli occhi, quelli ufficiali, del mondo non sono puntati su paesi come questo e gli enormi interessi economici mondiali (beh, il petrolio lo venderà pure a qualcuno, no? E le armi da dove le prende? E bla bla bla…) che stanno dietro queste persone gli consentono di fare “dio sceso in terra” nei loro miseri paesi accumulando ricchezze che poi possono spendere solo (SOLO) per soddisfare i più sfrenati lussi personali protetti dalle economie occidentali. Non sono persone, e chi le protegge vuole che sia così, che sarebbero in grado di investire per migliorare le condizioni di vita dei loro “sudditi”, anzi che assolutamente temono di farlo per non crescere potenziali antagonisti.

La popolazione di queste nazioni non potrà mai avere speranza di risollevarsi ed abbandonare le ultime posizioni del report di cui sopra, finché farà comodo a noi “paesi sviluppati” mantenere questi psicopatici alla guida di questi stati che sono poi le nostre “riserve naturali” (mi viene quasi da dire che fanno bene quelli che poi si rivoltano contro i loro “padroni”). Aggiungo anche che in questi casi avere un “uomo del popolo” con un livello di cultura (si, qui veramente questa parola ha un senso!) e con prospettive che vadano oltre “voglio l’oro sotto il letto” sarebbe un asso nella manica in cui, purtroppo, credo poco.

WU

Fuma(va) come un turco

… e non uso l’imperfetto perché non c’è più (lungi da me fare la morale ai fumatori; un vizio bisogna pure averlo), ma perché i turchi potrebbero dover smettere di fumare, o meglio potrebbero essere costretti a non essere più l’icona del fumatore.

Erdogan ha formato in questi giorni una legge “tolleranza zero” per i fumatori in Turchia dando quindi il via ad una serie di decreti esecutivi che hanno come scopo ultimo proprio quello di limitare la diffusione dei fumatori e del tabacco … compresi i narghilè che ora dovranno esporre la scritta “nuoce gravemente alla salute” (come se non fosse chiaro o chi fuma leggendo la scritta cambiasse idea).

La legge vieta anche l’utilizzo di sigarette nazionali sui set dei film e nelle pubblicità, mentre introduce una sorta di censura videografica (tipo pixellamento o cose del genere) per sigarette e simili nelle pellicole/pubblicità di importazione. Anche la commercializzazione sarà rivista; le sigarette (già in vendita solo da chi in possesso di regolare licenza, almeno in teoria, per esperienza personale quale anno fa si trovavano ancora i “bagarini” sulla strada) dovranno non essere in bella mostra immediatamente visibili al consumatore-fumatore ed inoltre i negozi dovranno essere ben lontani da ospedali, scuole, università e simili.

Si, successe la stessa cosa (anzi, forse peggio) anche in Italia (e ne sono grato, da non fumatore). Ci sconcertammo per un po’, mugugnammo, blandamente protestammo, ma alla fine ci siamo adattati (rassegnati, per qualcuno) ad avere restrizioni per fumatori nella maggior parte dei luoghi pubblici.

Solo che non si diceva mica “fumare come un italiano” e per questo la cosa non mi colpì più di tanto. Nel caso della Turchia, invece, la cosa che mi colpisce più che altro perché mi suona un po’ come il pensionamento di un detto.

E di un detto che ha solide (e non fumose… lasciatemelo dire) radici storiche. All’inizio del XVII secolo regnava in Turchia il Pascià Murad IV. Si narra che tale pascià fosse particolarmente severo nei confronti del consumo di tabacco vietandone l’uso e prevedendo severissime pene (la pena di morte NON era esclusa) per i trasgressori. Una sorte di proibizionismo ante litteram.

Ma il Pascià, inevitabilmente, morì, e con esso il periodo di proibizionismo. La normale reazione fu un incremento esponenziale nei confronti del consumo di tabacco da parte dei turchi che, di nuovo liberi di consumare tabacco a piacimento, ci diedero dentro… fino ad avere la classica reazione dell’eccessivo consumo da cui il detto che stiamo per pensionare.

Corsi e ricorsi storici.

WU

Il centro della popolazione

Vediamo di rispondere alla seguente domanda (che ovviamente vi siete certamente posti almeno una volta nella vita, no?!): qual’è il punto della superficie della terra in cui siamo mediamente più vicini a qualunque altro essere umano?

Non intendo il concertone del secolo oppure la passeggiata per Time Square, ma il posto in cui possiamo dire che fra noi e chiunque altro c’è la minima distanza media… una sorta di centro del mondo (abitato).

Intanto vediamo come definire il centro ed il concetto di “distanza media” da usare.
Possiamo parlare di centro medio, centro mediano o mediana geometrica in base alla definizione di media che usiamo ed al concetto di centro. La terra è una sfera irregolare e possiede “più centri” in base a se li consideriamo sulla sua proiezione planare o sul geoide tridimensionale.

Il centro medio è quel centro definito come quello risultante dalla più piccola possibile somma dei quadrati delle distanze (calcolate come?) fra gli individui. Il centro medio così calcolato, se applicato ad un modello di terra sferica risulta… dentro la terra. Ovviamente possiamo poi riproiettarlo sulla superficie oppure calcolarlo direttamente su una mappai piana del nostro pianeta.

Il centro medio così definito non minimizza la distanza media fra la popolazione. Tale caratteristica si ottiene calcolando il punto risultante dalla minima somma delle distanze di una popolazione. Si definisce in questo modo la mediana geometrica che minimizza si la distanza media di una popolazione… ma che non ha un’espressione in forma chiusa (i.e. lo dobbiamo calcolare con successive iterazioni numeriche).

Possiamo, infine, definire il centro mediano che è quello risultante dall’intersezione di due linee perpendicolari (… nel caso che ci interessa sono ovviamente latitudine e longitudine) che dividono la popolazione in due porzioni identiche. Una sorta di divisione salomonica dell’umanità per mezzo di due tagli; il punto di intersezione è i centro mediano.

Qualunque sia l’approccio scelto, il centro della popolazione è di certo molto influenzato da ampie aree remote, mentre è poco sensibile alla presenza di pochi individui in regioni estreme. Non dipende da migrazioni e movimenti di masse e non ha alcun legame con specifiche regioni geografiche del nostro pianeta (i.e. potrebbe facilmente essere in mare aperto…)

Ora, a parte tutte queste elucubrazioni matematiche; per calcolare il centro della popolazione è fondamentale capire che campione di umanità stiamo usando e la granularità che ci interessa. Il centro della popolazione calcolato considerando tutte le città di una data nazione sarà diverso da quello che otteniamo considerando tutti gli stati o le province. Praticamente un elemento fondamentale di questo centro è cosa intendiamo per popolazione. Due individui/popolazioni distanti quanti km sono trattati come un singolo? 10? 100? 1000 km?

Considerando un sistema di riferimento geodesiaco per il calcolo delle distanze ed una granularità di 1000 km, risulta (attenzione, attenzione) che il centro della popolazione è da qualche parte nel nord del sud dell’Asia con una distanza media di circa 5,200 km da tutti gli altri umani.

CenterOfPopulation.png

Tanto per intenderci circa la sensibilità di tale punto ad i dati considerati in ingresso, se consideriamo il centro della popolazione utilizzando solo le città come granularità, otteniamo che il punto si sposta… nel Kazakhstan.

Se tutto ciò non vi pare abbastanza complicato, teniamo anche presente che il punto si sposta con il tempo, come conseguenza delle variazioni demografiche. Ed è forse questo il dato più interessante; il centro della popolazione, indipendentemente dalle convenzioni che usiamo per calcolarlo, ci dice dove negli anni una data popolazione si sta evolvendo. Quali regioni tendono a popolarsi, quali a spopolarsi e di conseguenza dove prevenire (o cerca di farlo) lo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali.

WU