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Encefalofono

Non capisco una cippa di una serie di cose fra cui le neuroscienze. Tuttavia se leggo che ora siamo in grado di suonare uno strumento con la sola forza del pensiero senza muovere neanche un muscolo mi ci devo soffermare. La musica della mente.

E non certo per pigrizia fisica, bensì per le relativamente facili associazioni mentali che vanno a toccare tutti coloro che non possono più farlo, anche volendo. La potenza della musica.

Dunque, ora grazie all’Encefalofono è possibile trasformare i segnali nervosi del cervello (sia quelli associati alla vista, ovvero aprendo e chiudendo gli occhi, che quelli che si generano quando si immagina di eseguire un movimento… wow) in note e queste, mediante un sintetizzatore, in musica. La tecnica nella musica.

Fantastico. In generale e non solo come supporto a chi non può più o come strumento riabilitativo. Fantastico per la magia che trasmette e per le frontiere delle neuroscienze che fa percepire ai non addetti ai lavori. Mi immagino che non sia sostanzialmente diverso dal comandare qualche arto artificiale grazie ai segnali nervosi del cervello, ma volte mettere la magia che trasmette la musica? La magia della musica.

E’ una di quelle applicazioni, sicuramente ai limiti delle nostre competenze tecniche/mediche (…anche se è dagli anni ’40 che ci stiamo lavorando…), ma con applicazioni ludico/quotidiane che la rendono ancora più d’impatto nella mia immaginazione perché la portano ad un livello più umano. La forza della mente.

Ovviamente la cosa è ancora una specie di prototipo ed è materiale per qualche pubblicazione, ma la speranza (non solo ovviamente per soddisfare la mia immaginazione) è quella di farne un oggetto commerciale e fruibile dai più, bisognosi o sperimentatori che siano. La democrazia della musica e della tecnica.

WU

Philadelphia

Mi sentivo perso, ferito, malinconico. Meglio ancora, non sapevo neanche come mi sentivo. Mi guardavo in un riflesso. Ma chi ero? Dove andavo? Fratello è così che vuoi lasciarmi perire?

Continuavo, camminavo. Potevo fare solo quello. Sapevo fare solo quello. Fratello, lasciami perire.

Camminavo. Ho sentito voci di amici e parenti. Ho sentito il mio sangue scorrermi nelle vene. Ho sentito la nera notte scendere sulla città. Camminando ho guardato dentro di me. Fratello, non lasciarmi perire.

So che nessun angelo verrà a salvarmi. So che vorrei e so che non lo vorrei allo stesso tempo. So che siamo soli, fratello, io e te. A camminare. In reatà sono solo, e ti cerco fratello. Fratello, ricevimi con il tuo bacio, infedele.

Camminavo e camminavo. Mille miglia per sfuggire alla mia stessa pelle, mille miglia per ritrovarmi. Mille miglia per dissolvermi lentamente lungo le strade di questa città. Ci lasceremo così, fratello.

WU

PS. Ovviamente liberi farneticamenti sul tema (accuratamente evitando qualunque cenno al dramma della malattia oggetto del funereo, melodico lento).

Patchanka

Per il ciclo, parole a caso che mi colpiscono.

Parliamo, in questo caso, di un genere musicale risultato di un mix (ibridizzazione se volete essere fighi) di generi tipo musica latina, punk, ska, raggae, rock, flamenco, salsa, funk, rap, etc. etc.

Ovvero di tutto un po’. Una sorta di “non genere” che mischia gran parte del panorama musicale (così ad occhi resta fuori la musica classica, tecno, progressive, e poco altro). Melodie tipo folk-celtiche-rivisitate sono tra gli apici del genere.

E c’è di più il “casino” di questo genere non si limita solo a suoni e melodie, ma va oltre fino alla lingua ed i testi che sono molto spesso a loro volta un mix di espressioni derivanti da varie lingue.

Esponenti di questo genere sono i Mano Negra, Nanu Chao, Modena City Rambles (mitici!) e simili.

Ok, ok, ma la parola? Beh quacosa tipo caso, confusione, miscuglio, melting pot.

Insomma un pentolone di intrugli dal quale, a volte, emerge qualcosa di unico. Se mi metto io a fare un mix dei vari generi musical (ma non solo) che (non)conosco, dubito di tirarne fuori qualcosa di ascoltabile.

WU

PS. Brani e video musicali da aggiungere a piacere, in base alla paccottiglia preferita.

Appuntamento a Samarra

Nel giardino del re, la Morte appare a un servo. “Domani”, gli dice “ti vengo a prendere…” Allora il servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano: a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l’indomani, e la Morte è lì che lo aspetta. “Non è giusto”, grida il servo “non è leale”. “Perché?” risponde la Morte. “Sei fuggito senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire: domani ti vengo a prendere a Samarcanda”.

Ho preso quella che più mi piaceva fra le varie varianti della storia-parabola che si evolve in un modo o nell’altro dal Talmud (“Insegnamento”, testo sacro dell’ebraesimo) in poi passando per Jean Cocteau, Luis Borges, John O’Hara, Somerset Maugham, Oriana Fallaci e Roberto Vecchioni. Sicuramente anche tanti altri. Le origini sono (pare) orientali, ma è un concetto che è patrimonio mondiale e (una volta tanto lo si può affiancare a questa parola) di ciascuno.

L’inevitabilità della morte discussa con la morte stessa la cui paura non ci fa finire nemmeno di capire il suo discorso, nemmeno di parlare con essa. La morte come angelo, la morte come appuntamento.

E’ il soldato di Vecchioni che a guerra (quale?) finita sta festeggiando, quando, ad un tratto, nella folla, si accorge di una “nera signora che lo guardava con malignità“. Il soldato, evidentemente arguto o in attesa dell’apparizione, realizza subito che è la morte ad ammiccarlo e chiede al suo sovrano un cavallo velocissimo che lo faccia fuggire il più lontano possibile. A Samarcanda.

Sbagli soldato [gli dice la Morte] io non ti guardavo con malignità.
Era solamente uno sguardo stupito:
cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda,
eri lontanissimo due giorni fa.
Ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua.

Per scappare dalla morte gli siamo andati incontro. Lo avremmo (e lo faremo) comunque. Tanto vale rimanere a festeggiare.

WU

PS. Ma voi Samarcanda l’avevate mai veramente capita? Personalmente la canticchiavo solo per l’adorabile ritornello di violino che scopro oggi essere di Angelo Branduardi…

Mody Dick a 52 Hz

Si può essere soli in tanti modi. Si può essere soli per scelta e per vocazione; soli per mancanza di simili; soli per diversità intrinseca. Le balene non sono certo rinomate per essere individualiste, solipsiste o sociopatiche. Quasi tutte.

Dal 1989, quasi costantemente negli anni successivi fino al 2004, fu udito da istituti e ricevitori oceanografici sparsi un po’ sul globo (ehm… nel Pacifico) un suono molto particolare. 52 Hz, una frequenza non proprio simile, in realtà molto maggiore, di quella di solito usata dalle balene per comunicare.

L’origine del suono rimase a lungo un mistero (d’altronde perché pensare subito ad una balena?) fino alla possibilità di poter utilizzare le ricezioni e le registrazioni del sistema anti-sommergibile (SOSUS) che permise di associare il suono al cetaceo. Direi un’altra di quelle ricadute indirette della ricerca militare (la Guerra Fredda, in questo caso).

Le balene comunicano (…si, sono esseri sociali) con schemi abbastanza ripetibili su frequenze attorno ai 15-20 Hz. Tutte le altre. A parte “la balena più solitaria al mondo” (il che la rende anche unica e “famosa“).

Ora la naturale domanda è: ma stiamo parlando di un esemplare singolo o di una nuova specie di balena? Beh, dal sistema di idrofoni sparsi nel Pacifico (praticamente una schiera di cimici sparse nell’oceano) è stato possibile seguire l’origine del suono 52 Hz che pare provenisse dagli spostamenti di un unico esemplare che si muoveva su percorsi simili a quelli di specie ben note di balene. Ed il “canto” si rendeva ben percepibile soprattutto nel periodo invernale.

Nonostante siamo rimasti con l’orecchio teso per anni non abbiamo sostanzialmente identificato altra sorgente per l’insolito suono il che suffragherebbe ulteriormente che da qualche parte, nascosta nelle profondità dell’oceano deve trovarsi, forse ancora oggi, quella che è una balena solitaria perché inascoltata dai suoi stessi simili (…ma in fondo noi cerchiamo lui/lei e non uno qualunque dei suoi pari; ammesso che gli interessi).

In realtà… forse. Pare infatti che nel 2010 lo stesso suono è stato udito quasi contemporaneamente a molte miglia di distanza, il che porterebbe a pensare che le balene a 52 Hz siano più di una, ma ad ogni modo un piccolo gruppo (una coppia?), parecchio schivo.

Trovarsi ad essere l’unica (?) a poter parlare ad una certa frequenza (lingua, idea, religione, equellochevipare) deve essere frustante. Cionondimeno (mi) pare dimostrare anche una certa costanza nel tentativo: sentire lo stesso singolo suono per anni e non ricevere risposta potrebbe non essere esattamente motivante per continuare a provare. Ah, e se in aggiunta (magari a causa di una malformazione o di una ibridizzazione nel caso del cetaceo) oltre la foce “fuori frequenza” l’esemplare fosse anche sordo alla sua stessa voce? Beh, potrebbe essere una diversa interpretazione del mutismo: non è che non parlo, è che lo faccio su frequenze (sostituire frequenze con la parola che ritenete più opportuna) oltre quelle che io stesso ed i miei simili possono udire…

WU

PS. Almeno chiedersi se fosse un problema di frequenza nei nostri rapporti con i nostri simili potrebbe aiutare.

La casa del sole nacente

Il sole nascente. Una casa che nasconde la rovina di molte povere ragazze. Io so di essere una di loro, so che per me non ci sarà nessun sole che nasce. Un bel nome per un futuro radioso, una casa da cui stare lontani.

Si, li a New Orleans, in quella casa non ci sarei mai andata se avessi dato retta a mia madre. Mia madre era una sarta, mia padre un giocatore d’azzardo, contento solo quando era ubriaco. Solo un sole nascente poteva illuminarmi il cammino.

Sarei a casa mia. Ero folle, ero giovane, speravo in un sole nascente e sono finita fuori strada, seguendo un vagabondo, a New Orleans.

Che almeno le mie sorelle possano non seguire le mie orme, che non sperino che nasca davvero un sole in quella casa di New Orleans. Vivere nel peccato, vivere nell’infelicità, mascerata da sole nascente.

Ho già un piede sul treno e sto tornando li a New Orlenas per passare il resto della mia vita, sotto quel sole nascente, con una palla di ferro ed una catena.

WU

PS. Liberamente tratto da, ovviamente, the House or rising Sun, che scopro solo ora essere al femminile (ed effettivamente mi torna di più) nella versione originale!

Ed il video mi pare ancora più alla moda della canzone stessa, e parliamo di quasi 55 anni fa…

Efelidi

Non solo un’isola tropicale (anche se, ora che ci penso a sentire gli Squallor potrebbero esserlo…). Ovviamente è la stata la parola (unita alla mia ignoranza) ad attrarmi.

Quei piccoli puntini, rotondeggianti, piatti che avete da qualche parte sulla vostra pelle sono efelidi. Si, anche io avrei detto che sono lentiggini. Ed anche io, da buon ignorante, avrei sbagliato.

Le efelidi sono sostanzialmente zone in cui vi è un’abbondanza do melanina, pigmento prodotto localmente in abbondanza, spesso a causa dei raggi UV del sole. Quando di estate fate tipo aragosta ben cotta avrete di certo notato un accentuarsi delle vostre efelidi (no, non sono lentiggini anche se io le avrei chiamate così) che si affievoliscono invece d’inverno.

Le lentiggini (finalmente) assomigliano molto, ma sono di origine ben diversa. Sono infatti causate da un aumento di melanociti negli stati bassi della cute in cellule ben concentrate. Si tratta sempre di melanina in abbondanza, ma negli strati bassi della cute ed anche di un aumento di cellule pigmentate. Sono pertanto abbastanza costanti indipendentemente dalla esposizione della pelle al sole ed hanno forma leggermente irregolare. Ovviamente essendo anche esse legate ad una sovrapproduzione di melanina esposizioni solari prolungate ne possono produrre di nuove, ma… una lentiggine non scompare (o si affievolisce) in inverno.

Ok, a parte lo spiegone (semi-inutile, tanto mi aspetto che le continueremo a chiamare tutte indistintamente lentiggini), la fonetica della parola ed il fatto di aver imparato, seppur in un passaggio estemporaneo, un nuovo termine mi donano un sorriso infantile.

WU

PS. E quindi…