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tu, un tango traffico guardacaso…

Ehi, come va?

Eppure non è, non sembra, passato neanche un secolo. Tutto è trascorso fra il suono del telefono ed un sono, eppure rimani il solito. Tu, solito, unico. Si, si cambia un po’. in fondo per non perdersi, quel tanto che basta per riconoscersi.

Un po’, fra mille parole, molti stimoli e, perché no, un classico viaggio in Jamaica, con tanto di foto con l’effetto flou. Un classico, come te, come sai tu. Ma chi ti lascia più, vengo con te, dove vuoi, quando vuoi, ma sopratutto: chi ci ferma più. Portami via, vengo con te, e domani chissà…

E’ tutto un traffico, aeroplani che si sfiorano, congestione, noi tanto scendiamo alla prossima. Viviamo nella nostra bolla, al massimo ci sembrerà di muoverci su un palcoscenico.

Andiamo, non ci voltiamo più.

WU

PS. Ovviamente

 

PPSS. Scopro, non essendo un fruitore di un certo tipo di intrattenimento, che Con “Grande Joe” il Banco del Mutuo Soccorso ha partecipato al Festival di Sanremo del 1985 posizionandosi al 15° posto su 22. Il che, per me, la dice lunga.

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Didgeridoo

Se lo vedete è più facile che capiate di cosa sto parlando. Ed è anche più facile che pronunciarne il nome (onomatopeico, l’avreste mai detto?). Si tratta praticamente di quella specie di lungo tubo che è uno strumento musicale australiano. Gli aborigeni dell’isola, infatti, da qualche migliaio di anni sono capaci di prendere un tubo di forma più o meno regolare, da perfettamente cilindrico a svasato, cavarlo e renderlo uno strumento a fiato (più precisamente della categoria degli aerofoni ad ancia labiale).

Si va da un metro e mezzo a più di due metri e mezzo, tipicamente di eucalipto e tradizionalmente partendo da quei rami già internamente scavati dalle termiti. Decorazioni ed incisioni a piacere, ovviamente.

Ma il vero motivo per cui mi ci sono imbattuto è che è stato di recente oggetto di studio. Studio musicale? Archeologico? Etnologo? Beh, non proprio.

Pare che il Didgeridoo abbia un particolare effetto benefico sul sonno. Si, avete capito bene. Soffrite di una di quelle sindromi da apnee notturne ostruttive o in generale disturbi respiratori del sonno (e lo dico dopo una notte completamente in bianco, e non per via della respirazione)?

Basta, “semplicemente” suonare per una mezz’ora il lungo tubone per una media di 5,9 giorni a settimana (praticamente ogni sera!) per risolvere la questione. Respirerete meglio e russerete meno (voi…) oltre che ridurrete anche la sonnolenza diurna (e certo, dormirete meglio!)

AS, a didgeridoo instructor, reported that he and some of his students experienced reduced daytime sleepiness and snoring after practising with this instrument for several months. In one person, the apnoea-hypopnoea index decreased from 17 to 2. This might be due to training of the muscles of the upper airways, which control airway dilation and wall stiffening

E lo studio, neanche a dirlo degno vincitore dell’IgNobel per la Pace del 2017, sottolinea il fatto che russare meno ed essere più svegli durante il giorno diminuisce sostanzialmente il disturbo e lo stress di chi vive, ed in particolare dorme con voi.

Regular playing of a didgeridoo reduces daytime sleepiness and snoring in people with moderate obstructive sleep apnoea syndrome and also improves the sleep quality of partners. Severity of disease, expressed by the apnoea-hypopnoea index, is also substantially reduced after four months of didgeridoo playing.

IgNobel per la Pace (almeno quella domestica) assicurato!

WU

PS. Studio a molte mani (e continenti) condotto su 25 volontari australiani (e di dove senno?) che data ben 2005!

Suona, suona, suona per me

Suonami una canzone. Forse mi aprirà gli occhi. Non c’è un posto dove andare, suonami una canzone. Forse lo troverò, ma comunque non mi farà male.

Ti seguirò nel mattino tintinnante anche se so che l’imero di ieri sera è ormai sabbia.
Resto cieco, insonne, stanco, svanito, fermo. Nessuno da incontrare, disilluso dalla vecchia strada e “troppo morta per sognare”.

Suonami una canzone, suonami una canzone. Ti seguirò, non ho sonno ed un posto dove andare. Suonami una canzone e ti seguirò.

Portami con te nel tuo viaggio, spogliami dai miei sensi, ridai sensibilità alle mie mani ed i miei piedi. Voglio vagabondare, hai degli stivali? Sono pronto per andare ovunque ed in nessun posto. Svanire “nella mia parata personale”.

Sei tu che senti ridere e suonare nel sole, dondolare follemente. Tutto ciò non è per nessuno, tutto ciò sta scappando. Tutto scappa via, tutto tranne il cielo. Il tuo tamburrino ci tiene legati, ci tiene il tempo, ci da la misura di ciò che ci insegue: solo un’ombra.

Suona, suona, suona per me. Ti seguirò. In questo tintinnante mattino. Ti seguirò.

Fammi scomparire fra gli anelli di fumo della mia mente, lontano da foglie gelate e spiagge tempestose, lontano da alberi terrificanti, leggero sulle rovine del tempo.

Solo sulle tue note potrò danzare leggero, fra il mare e la sabbia, annegando fra le onde ricordi e destino.

Lasciami scordare l’oggi fino a domani. Mr Tamburino.

WU

PS. Ovviamente liberi farneticamenti su:

Encefalofono

Non capisco una cippa di una serie di cose fra cui le neuroscienze. Tuttavia se leggo che ora siamo in grado di suonare uno strumento con la sola forza del pensiero senza muovere neanche un muscolo mi ci devo soffermare. La musica della mente.

E non certo per pigrizia fisica, bensì per le relativamente facili associazioni mentali che vanno a toccare tutti coloro che non possono più farlo, anche volendo. La potenza della musica.

Dunque, ora grazie all’Encefalofono è possibile trasformare i segnali nervosi del cervello (sia quelli associati alla vista, ovvero aprendo e chiudendo gli occhi, che quelli che si generano quando si immagina di eseguire un movimento… wow) in note e queste, mediante un sintetizzatore, in musica. La tecnica nella musica.

Fantastico. In generale e non solo come supporto a chi non può più o come strumento riabilitativo. Fantastico per la magia che trasmette e per le frontiere delle neuroscienze che fa percepire ai non addetti ai lavori. Mi immagino che non sia sostanzialmente diverso dal comandare qualche arto artificiale grazie ai segnali nervosi del cervello, ma volte mettere la magia che trasmette la musica? La magia della musica.

E’ una di quelle applicazioni, sicuramente ai limiti delle nostre competenze tecniche/mediche (…anche se è dagli anni ’40 che ci stiamo lavorando…), ma con applicazioni ludico/quotidiane che la rendono ancora più d’impatto nella mia immaginazione perché la portano ad un livello più umano. La forza della mente.

Ovviamente la cosa è ancora una specie di prototipo ed è materiale per qualche pubblicazione, ma la speranza (non solo ovviamente per soddisfare la mia immaginazione) è quella di farne un oggetto commerciale e fruibile dai più, bisognosi o sperimentatori che siano. La democrazia della musica e della tecnica.

WU

Philadelphia

Mi sentivo perso, ferito, malinconico. Meglio ancora, non sapevo neanche come mi sentivo. Mi guardavo in un riflesso. Ma chi ero? Dove andavo? Fratello è così che vuoi lasciarmi perire?

Continuavo, camminavo. Potevo fare solo quello. Sapevo fare solo quello. Fratello, lasciami perire.

Camminavo. Ho sentito voci di amici e parenti. Ho sentito il mio sangue scorrermi nelle vene. Ho sentito la nera notte scendere sulla città. Camminando ho guardato dentro di me. Fratello, non lasciarmi perire.

So che nessun angelo verrà a salvarmi. So che vorrei e so che non lo vorrei allo stesso tempo. So che siamo soli, fratello, io e te. A camminare. In reatà sono solo, e ti cerco fratello. Fratello, ricevimi con il tuo bacio, infedele.

Camminavo e camminavo. Mille miglia per sfuggire alla mia stessa pelle, mille miglia per ritrovarmi. Mille miglia per dissolvermi lentamente lungo le strade di questa città. Ci lasceremo così, fratello.

WU

PS. Ovviamente liberi farneticamenti sul tema (accuratamente evitando qualunque cenno al dramma della malattia oggetto del funereo, melodico lento).

Patchanka

Per il ciclo, parole a caso che mi colpiscono.

Parliamo, in questo caso, di un genere musicale risultato di un mix (ibridizzazione se volete essere fighi) di generi tipo musica latina, punk, ska, raggae, rock, flamenco, salsa, funk, rap, etc. etc.

Ovvero di tutto un po’. Una sorta di “non genere” che mischia gran parte del panorama musicale (così ad occhi resta fuori la musica classica, tecno, progressive, e poco altro). Melodie tipo folk-celtiche-rivisitate sono tra gli apici del genere.

E c’è di più il “casino” di questo genere non si limita solo a suoni e melodie, ma va oltre fino alla lingua ed i testi che sono molto spesso a loro volta un mix di espressioni derivanti da varie lingue.

Esponenti di questo genere sono i Mano Negra, Nanu Chao, Modena City Rambles (mitici!) e simili.

Ok, ok, ma la parola? Beh quacosa tipo caso, confusione, miscuglio, melting pot.

Insomma un pentolone di intrugli dal quale, a volte, emerge qualcosa di unico. Se mi metto io a fare un mix dei vari generi musical (ma non solo) che (non)conosco, dubito di tirarne fuori qualcosa di ascoltabile.

WU

PS. Brani e video musicali da aggiungere a piacere, in base alla paccottiglia preferita.

Appuntamento a Samarra

Nel giardino del re, la Morte appare a un servo. “Domani”, gli dice “ti vengo a prendere…” Allora il servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano: a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l’indomani, e la Morte è lì che lo aspetta. “Non è giusto”, grida il servo “non è leale”. “Perché?” risponde la Morte. “Sei fuggito senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire: domani ti vengo a prendere a Samarcanda”.

Ho preso quella che più mi piaceva fra le varie varianti della storia-parabola che si evolve in un modo o nell’altro dal Talmud (“Insegnamento”, testo sacro dell’ebraesimo) in poi passando per Jean Cocteau, Luis Borges, John O’Hara, Somerset Maugham, Oriana Fallaci e Roberto Vecchioni. Sicuramente anche tanti altri. Le origini sono (pare) orientali, ma è un concetto che è patrimonio mondiale e (una volta tanto lo si può affiancare a questa parola) di ciascuno.

L’inevitabilità della morte discussa con la morte stessa la cui paura non ci fa finire nemmeno di capire il suo discorso, nemmeno di parlare con essa. La morte come angelo, la morte come appuntamento.

E’ il soldato di Vecchioni che a guerra (quale?) finita sta festeggiando, quando, ad un tratto, nella folla, si accorge di una “nera signora che lo guardava con malignità“. Il soldato, evidentemente arguto o in attesa dell’apparizione, realizza subito che è la morte ad ammiccarlo e chiede al suo sovrano un cavallo velocissimo che lo faccia fuggire il più lontano possibile. A Samarcanda.

Sbagli soldato [gli dice la Morte] io non ti guardavo con malignità.
Era solamente uno sguardo stupito:
cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda,
eri lontanissimo due giorni fa.
Ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua.

Per scappare dalla morte gli siamo andati incontro. Lo avremmo (e lo faremo) comunque. Tanto vale rimanere a festeggiare.

WU

PS. Ma voi Samarcanda l’avevate mai veramente capita? Personalmente la canticchiavo solo per l’adorabile ritornello di violino che scopro oggi essere di Angelo Branduardi…