Ultimo amore – tristissima e bellissima

Fresca era l’aria di giugno
E la notte sentiva l’estate arrivar
Tequila, Mariachi e Sangria
La fiesta invitava a bere e a ballar
Lui curvo e curioso taceva
Una storia d’amore cercava
Guardava le donne degli altri
Parlare e danzare
E quando la notte è ormai morta
Gli uccelli sono soliti il giorno annunciar
Le coppie abbracciate son prime
A lasciare la fiesta per andarsi ad amar
La pista ormai vuota restava
Lui stanco e sudato aspettava
Lei per scherzo girò la sua gonna
E si mise a danzar
Lei aveva occhi tristi e beveva
Volteggiava e rideva ma pareva soffrir
Lui parlava stringeva ballava
Guardava quegli occhi e provava a capir
E disse son zoppo per amore
La donna mia m’ha spezzato il cuore
Lei disse il cuore del mio amore
Non batterà mai più
E dopo al profumo dei fossi
A lui parve in quegli occhi potere veder
Lo stesso dolore che spezza le vene
Che lascia sfiniti la sera
La luna altre stelle pregava
Che l’alba imperiosa cacciava
Lei raccolse la gonna spaziosa
E ormai persa ogni cosa
Presto lo seguì
Piangendo urlando e godendo
Quella notte lei con lui si unì
Spingendo, temendo e abbracciando quella notte
Lui con lei capì
Che non era avvizzito il suo cuore
E già dolce suonava il suo nome
Sciolse il suo voto d’amore
E a lei si donò
Poi d’estate bevendo e scherzando
Una nuova stagione a lui parve venir
Lui parlava inventava giocava
Lei a volte ascoltava e si pareva divertir
Ma giunta che era la sera
Girata nel letto piangeva
Pregava potere dal suo amore
Riuscire a ritornar
E un giorno al profumo dei fossi
Lui invano aspettò di vederla arrivar
Scendeva ormai il buio e trovava
Soltanto la rabbia e il silenzio di sera
La luna altre stelle pregava
Che l’alba imperiosa cacciava
Restava l’angoscia soltanto
E il feroce rimpianto
Per non vederla ritornar
Il treno è un lampo infuocato
Se si guarda impazziti il convoglio venir
Un momento, un pensiero affannato
E la vita è rapita senza altro soffrir
La poteron riconoscere soltanto
Dagli anelli bagnati dal suo pianto
Il pianto di quell’ultimo suo amore
Dovuto abbandonar
Lui non disse una sola parola
No, non dalla sua gola un sospiro fuggì
I gendarmi son bruschi nei modi
Se da questi episodi non han da ricavar
Così resto solo a ricordare
Il liquore pareva mai finire
E dentro quel vetro rivide
Una notte d’amor
Quando dopo al profumo dei fossi
A lui parve in quegli occhi potere veder
Lo stesso dolore che spezza le vene
Che lascia sfiniti la sera
La luna altre stelle pregava
Che l’alba imperiosa cacciava
A lui restò solo il rancore
Per quel breve suo amore
Che mai dimenticò

WU

PS. Ero partito con la solita storpiatura. La bellezza di questa canzone ha prontamente e saggiamente fermato la mia mano. Perfetta così com’è, un vero capolavoro; il mio personale ed inutile tributo a Vinicio.

Non sapevo neanche bene come fare a non metterla tutto in grassetto… Ah, aggiungo anche se è una canzone estremamente triste nel testo, nel significato e nel ritmo… eppure fa sognare come fosse una vera Canzone d’Amore. non saprei bene come “dedicarla”…

Ora la risento.

Si bemolle, la nota dell’universo

La nota più profonda mai registrata nell’Universo: Si bemolle, costante. Le sirene che la emettono sono … semplicemente dei buchi neri.

Prendiamo ad esempio quello che si trova all’interno della costellazione del Perseo, 250.000.000 di anni luce da noi. La sirena è stata guardata per un po’ da Chandra (telescopio a raggi X della NASA) che si è accorto di una specie di “increspatura” nella nube di gas che circonda il buco.

A tali increspature è associata una vibrazione acustica che ha percorso tutti gli anni luce per arrivare fino alle nostre “orecchie”. Il SI è già di per se una nota bassa, bemolle è mezzo tono ancora più bassa: inascoltabile. 57 ottave più bassa di un tipico DO (un pianoforte ne contiene a mala pena 7…). Praticamente la nota più bassa mai “ascoltata” ed almeno un milione di miliardi di volte più bassa di quello che le nostre orecchie possano ascoltare.

Il profondissimo si bemolle è il vagito che ascoltiamo del gas fagocitato (in un prodigioso ammasso di luce e calore) dal buco nero. E quello di Perseo non l’unico… anzi, un po’ tutti quelli attivi che si fanno ascoltare emettono tale nota.

A parte l’aspetto musicale, queste onde sonore sono un valido strumento a capire l’evoluzione delle grandi strutture del cosmo. Perché, ci chiediamo da anni, c’è così tanto gas caldo nelle galassie e così poco gas freddo?

I gas caldi, che si mischiano con i raggi X, dovrebbero piuttosto raffreddarsi considerando l’energia dispersa dai raggi X. I gas più densi, inoltre, sono quelli più vicini ai nuclei galattici (tipicamente buchi neri) e sono anche dove l’emissione di raggi X è maggiore; ci si aspetterebbe quindi che tali gas si raffreddino più velocemente. Se così fosse il raffreddamento causerebbe anche un calo della pressione in tali gas facendoli sprofondare verso i buchi neri ed accelerando la formazione stellare.

Tutto questo non accade, o almeno non al rateo che vorremmo. Vi è scarsa evidenza di questo raffreddamento dei gas e quindi di formazione stellare in base a questo modello. Nessun modello teorico sviluppato è stato finora pienamente soddisfacente ne supportato da osservazioni (ottiche o audio, è il caso di dire), a meno di non considerare anche la nota dell’universo.

Per capire come un si bemolle possa aiutarci torniamo un attimo a Perseo. Chandra ci ha fatto “vedere” sue super-bolle al centro della costellazione che si estendono dal centro del buco nero verso la periferia della galassia. In tali cavità sembra vi sia qualcosa che in qualche modo “respinge” il gas della galassia rendendole quindi “vuote”.

Vi sono quindi dei flussi “antri intrusione” che contrastano la voglia del buco nero di fagocitare qualunque cosa. Per generare tali cavità serve evidentemente una grande quantità di energia che potrebbe… essere trasportata da un si bemolle. Le onde acustiche potrebbero effettivamente essere le artefici di queste cavità dissipando nei gas galattici energia che li manterrebbe caldi prevenendo un flusso di raffreddamento durante il loro destino verso il buco nero.

Ma se fosse veramente così significherebbe che la nota delle onde acustiche sarebbe costante per tutta l’estensione delle cavità, qualcosa come 2.5 miliardi di anni! Le onde acustiche, propagandosi dal buco nero verso l’esterno, potrebbero essere (la parla fine non è ancora stata messa) alla base del meccanismo che limita la formazione stellare e l’accrescimento sfrenato di materia da parte dei buchi neri in un modello “a gas freddo”.

Perseo è semplicemente la costellazione più brillante osservata da CHANDRA, ma guardando meglio anche in altre galassie alla ricerca di gas caldi, la conformazione “a due cavità” sembra ripetersi ed anche l’ascolto del Si bemolle, profondo e costante, si ripete.

Quando si dice “ascoltare l’universo”.

WU

PS. Curioso e sommario come si conviene.

La musica del fuoco

… prendete uno scatolozzo di ferro, metteteci dentro del fuoco ed otterrete, in base alle proporzioni, una fornace o un pirofono :D.

Ok, ok, a parte gli scherzi, oggi ho scoperto che esiste uno strumento musicale che ha un nonsocchè di diabolico. Un corpo ferroso messo in vibrazione attraverso il calore del fuoco emette delle tonalità gravi, lunghe, basse.

Pirofono.png

L’organo del fuoco, con tanto di canne e tastiera, ma alimentato a benzina, propano o gas. Ideato nel 1870 da Frédéric Kastner e presentato all’esposizione universale di Vienna del 1873, non solo emette note musicali (spesso modulate per mezzo di una serie di piccoli motorini elettrici), ma anche segnali luminosi (note luminose?).

Non l’ho mai sentito dal viso (confesso) e non ne avevo neanche mai sentito parlare; mi da l’idea di voler trovare un suono in un’epoca post industriale in cui ci si arrangia con quel che si ha (… e non è certo detto che i risultati siano scadenti…). In odore steampunk d’avanguardia

Una nota bassa e prolungata che sembra quasi un filo da seguire per entrare nelle viscere della terra, di un vulcano, in un altoforno, in uno stabilimento industriale.

Strumento si, ma decisamente di forte impatto visivo (credo si dica, in questi casi, una istallazione). Me lo immagino un po’ come il campanello dell’inferno.

WU

L’incrocio, la casa, la chiesa, la croce… oppure l’autostrada

Neanche a farlo apposta l’avevano messa proprio la. Al confine fra vento e sete, fra fate ed altre (ir)reali creature. Poche a dire il vero. Eppure la Casa era la. E ci stava bene. Le facevano compagnia un paio di tristi e disperate strade polverose. Non una grande compagnia, ma comunque una volta erano pur piaciute a qualcuno. Qualcuno le aveva fatte, le aveva percorse ed aveva abitato quella casa.

Non quel qualcuno, ma un altro qualcuno, altrettanto (ir)reale passando si fermò all’incrocio. Non aveva motivo, non aveva voglia, ma aveva tempo. Aspettiamo he arrivi l’estate, pensò. Da quelle parti non era certo un periodo felice; il caldo e la sete ti tolgono la pace, ti spezzan la voce. E la polvere, la polvere, copre ogni cosa.

Nell’attesa la ricerca, immobile, di un luogo meno intimo, meno suggestivo, meno “wetern”, ma più innocuo, più convenzionale, che dia una qualche speranza di andarsene. Come se servisse. Di andarsene in una città. Non sono certo starò meglio, senti no, ma ad ogni modo mi porterebbe lontano da qua.

E la gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

Al bivio solitario ed impolverato, poco distante dalla Casa, la chiesa. La chiesa era uguale alle case. Ma aveva una croce, forse un po’ più di vernice ed una fiaccola a farle luce. Li, in quella chiesa, a braccetto con il prete, vidi lei. C’è sempre una lei. Era il cinque di Aprile.

Non so se era lei oppure io oppure il luogo. Ma sentii una dolce brezza, quasi colorava l’opprimente quiete e soprattutto spargeva un profumo di pane alle olive. Quando mi vide mi sorrise. Credo mi sorrise. Ma all’improvviso, di certo, il profumo di pane alle olive si fece più intenso.

E la gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

Ci sono giorni che ti cambiano la vita. giorni in cui succede qualcosa di fata, qualcosa di dolce e fatale. Trovare la neve, invece della polvere, ad esempio. Oppure come quel giorno che lei mi sorrise; mi sorrise ma senza voltarsi e senza fuggire. Rimase li, immobile ed impassibile come quel luogo. Era come incontrare il destino in quel posto, inatteso. Guardarla fu come morire, ed ovviamente non sapevo che dire. Ci pensò lei, e mi spiazzò. “Mi piace guardare la faccia nascosta del sole, vedere che in fondo si muove dormire distesa su un letto di viole”.

Rimasi impietrito, fissando la croce e l’incrocio. Rimasi fermo, impaurito e continuai a fissarla attonito finché mi chiese “ed a te cosa piace?”. Avrei potuto passar ore a cercare di rispondere a quella domanda. Non mi mancava il tempo, mi mancava l’accesso alla mia anima che mi dicesse cosa rispondere. “Mi piace sentire la forza di un’ala che si apre, volare lontano, sentirmi rapace, capace di dirti ti amo, aspettiamola insieme l’estate”.

Non che pensassi di aver dato una risposta all’altezza della domanda. Mi vergognavo e volevo quasi sparire, ma mi fermai semplicemente a pensare alle cose che avevo da offrirle: l’incrocio, la casa, la chiesa, la croce.

Ah, già avevo anche lo spettacolo atroce di tutta a gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

WU

PS. Questa è stata veramente una piacevole sorpresa. Rientra di certo nella mia ignoranza musicale, soprattutto del panorama musicale italiano.

Più che di una canzone mi da l’idea di un racconto, mi fa sentire immerso in un mischione di immagini, polvere, silenzio, luoghi remoti ed isolati (a parte l’antitetica autostrada, ovviamente, che si nega, forse saggiamente, per non rovinare quantomeno l’odore di pane ed olive), senza tempo e senza significato, se non per quello che serve per avere accesso alle proprie “verità segrete dell’anima”… e scusate se è poco.

Il solito disarmonico, non richiesto, a-flusso-di-coscienza, contributo a questo pezzone qua.

Joe

Eccoli li che mi fissano. Loro che hanno già preso le distanze da questa gente tutta luccicante che si illude in questa domenica di celebrare qualcosa e di inventarsi la felicità, magari guardano quelle amabili anatre. Li guardo dall’altro, loro e gli altri, capisco chi maledice la mia diversità; io che sono l’oscurità in questa assolata domenica mattina.

Li, nel parco, io ci abito. E’ un po’ la mia vita. Gli alberi mi consolano e mi proteggono. So di essere simbolo di paura, di morte; di certo per via delle tenebre che mi fanno da abiti. Lo capisco, non mi ci rivedo, ma lo capisco. Che tenerezza questi bimbi che, ancora ignari, mi additano come una bestiaccia, ma a loro non faccio paura (ancora), loro mi sorridono. Non le loro mamme.

Apro le ali e resto immobile.

Gli studenti li evito, più che altro per rispetto. Mi fanno gola le vecchie vedove con i loro anelli di platino. Mi definisco un ladro gentiluomo, ma più che altro faccio spavento. E mi crogiolo in questo. State attenti. Lasciatemi stare.

Solo certi Poeti del Male mi sanno cantare.

Continuo ad osservare questa umanità varia nel mio parco. I barboni che aspettano che finisca la messa, i borghesi che non hanno nulla di meglio da fare che leggere il giornale, i ragazzi che passano la loro gioventù fra i primi baci. Li osservo ma mi sento distante; mi avvicino senza grazia, di proposito, gracchiando. Ah, se fossi libero di parlare gli farei capire velocemente chi fa paura a chi.

Solo sassi sapete lanciare. Meritate di andare per me nell’eterno dolore.

Ma vi perdono, non sapete quel che fate. Portate in fondo nel vostro cuore solo un po’ di sangue destinato a seccare. Vivete finché siete vivi.

Io sono il Corvo Joe. Faccio paura

WU

PS. Questa è per me una poesia (come tante di quelle a cui si rifà; il richiamo a l’ albatross di Baudelaire mi pare quasi scontato).

La currea

La cintura, in genere di cuoio (ricavata da pelle e scarti di lavorazione), quella che regge i calzoni, ma che all’uopo può esser usata per minacciare (più che colpire) i figli monelli o disobbedienti: la correa.

Curreja, o correja, nelle lingue latine ed in spagnolo: lo correa.

I lavoranti dei pellami per conto terzi son soliti usare gli scarti delle lavorazioni per fabbricarsi piccoli oggetti, come la cintura. Il proverbio sottolinea che ad amministrare il patrimonio degli altri, prima o poi qualcosa si guadagna

La currèa, curreja, o correja, cintura, deriva da latino corrigĕre, molto simile (direi la stessa radice…) a correggere e non è appunto un caso che la curreia fosse adoperata come strumento (più che altro deterrente) per correggere i figli disobbediente.

Un paio di detti (napoletani, neanche ci fosse il bisogno di dirlo) che la vedono protagonista:

  • Nun saccio chi è cchiu scemo, se a volpe o chi a currèa. (Non so se è più stupida la volpe o chi la rincorre). Currea in accezione di rincorrere. E’ più stupida l’utopia o chi la rincorre? A volte affrontare situazioni troppo al di là delle nostre possibilità, ci rende agli occhi degli altri dei perfetti imbecilli.
  • A copp’ ô ccuorio, esce ‘a currea. (La cintura si ricava dalla pelle). I lavoranti di pellami usavano riutilizzare gli scarti di lavorazione (materia prima non loro, ovviamente) per fabbricarsi piccoli oggetti per uso personale, come ad esempio la cintura. Ad amministrare il patrimonio degli altri prima o poi qualcosa si guadagna.

WU

PS. La genesi, quasi ovvia, dello spettacolo odierno è da ricercarsi nei seguenti versi che mi canticchio in mente in questi giorni in cui la mia soglia di pazienza si mostra irrispettosamente (nei miei confronti, intendiamoci) bassa.

Siente fa’ accussì nun da’ retta a nisciuno
fatte ‘e fatte tuoie
ma si haje suffri’ caccia ‘a currea
siente fa’ accussì
miette ‘e creature ‘o sole
pecché hanno sape’ addo’ fa friddo
e addo’ fa cchiù calore.

More news from nowhere

Cammino, cammino, vago, vado verso un angolo della mia stanza e guardo i miei amici; quelli ricchi. Spesso non riesco a distinguerli, sembra quasi si siano rubati i volti di qualcun altro. Meno male che c’è Janet, testa alta, capelli piumati. Lei è Janet, la mia stella, io il suo pianeta. Sappiamo tutti che risveglia anche i morti, in tutte le stagioni. Janet non si lascia impressionare da tutte le stronzate che dico, sa già che i ricchi tendono a mascherarsi, magari sa anche il perché. Mi dice semplicemente: “si, hai ragione”.

Poi arriva Betty X, è li accanto alla porta (Betty X sarebbe come Betty Y, se non fosse per quel dannato cromosoma…). Comunque, i suoi capelli sembrano un mare scarlatto in cui navigare e dinanzi al quale inchinarmi. Notizie, notizie, altre notizie. Dal nulla. Qui dentro io sto diventando sempre più strano. Sto cambiando. Ogni anno si diventa tanto più sconosciuti a noi stessi ed agli altri anche e soprattutto quando siamo sommersi di notizie, altre notizie, dal nulla. “Hey, Betty X”, le dico, “questa luce che trasporti è come una lampada, una lampada che pende da una lontana barca sulla quale navigano i marinai smarriti sui tuoi scarlatti capelli”. Betty X mi risponde subito: “Questa luce non è tua.”. Mi gela, rotolo in fondo alla sala. Il vento soffia attraverso le sua parole. Anche queste suonano come ulteriori notizie, notizie dal nulla. E’ strano qui dentro, ogni anno sempre più. Sto diventando strano anche io, sentendo notizie e notizie, dal nulla.

A questo punto esco, cerco di sfuggire alle notizie ed alle parole di Betty X. Giro dietro un altro angolo, vado in fondo ad un corridoio e li trovo il mio gigante di 100 piedi ed un solo occhio. E’ lui a chiedermi l’autografo; io lo firmo semplicemente con “Nessuno”, poi lo acceco con la mia penna e cerco rifugio nel mio cappotto di lana. Sto delirando, lo so, ne sono cosciente, forse non era neanche colpa sua. Ma di sicuro non è colpa mia, è quello che hanno messo nel mio bicchiere. Tutto ha assunto uno strano aspetto e metà della gente si è trasformata in maiali urlanti. L’altra metà sta cucinando. A questo punto non ne posso più. Sbotto, ho gridato “Lasciatemi andare via! Lasciatemi ad un palo!”, spingo con prepotenza. Comunque notizie, notizie, altre notizie dal nulla. Tutto sta diventando strano qui, ogni anno più strano. Altre notizie, altre notizie dal nulla.

Arriva una ragazza di colore, è svestita, incomincia liberamente (è questa forse la vera libertà) a danzare nella stanza mentre noi sembriamo dei pianeti che seguono traiettorie attorno a questo boogie-woogie lunare. L’ho subito battezzata la mia principessa della Nubia ed ho passato con lei i seguenti sette anni, desiderando sempre mia moglie. Ma prima o poi va tutto per il verso sbagliato, mi sono sentito come fossi arenato. Lei mi fissava nella tempesta, io giacevo sul pavimento. Le notizie continuano ad arrivare dal nulla. Notizie e notizie per non farti sentire solo e non verti venire voglia di andare dritto a casa. Per le altre notizie dal nulla lasciate semplicemente che io le ascolti.

E’ il momento di Elena, due enormi occhi neri, si è fatta una trasfusione di sangue di panda per evitare troppa confusione. Vorrei dirgli parole dolci ed amorevoli, ma una incontrollabile violenza mi scoppia dentro e si rifiuta di farlo; come se mi tagliasse tutti i circuiti. Elena si mette a urlare, si sta per estinguere come fosse un panda prima di voltarmi le spalle. Ed anche dopo di lei continuano ad arrivare notizie, notizie ed altre notizie dal nulla. Sta diventando strano qui, ogni anno più strano. Dai, arrivano altre notizie dal nulla, bene, benissimo!

Contro Denna ci sbatto proprio, quando appare bella cornice della porta. Do a lei, istintivamente, la colpa di tutti gli orrori successi a me. “Ogni volta che ti vedo, bambina, mi fai sentire completamente solo”, le dico ed inizio a piangere con la faccia sul suo vestito. Continuo a piangere anche dopo che lei se n’era andata a casa. Altre notizie dal nulla per non farti sentire solo, altre notizie dal nulla per non farti venire voglia di andare dritto a casa, altre notizie dal nulla per cercare di non pensare.

Le notizie che arrivano dal nulla sono un ottimo palliativo, un oppio necessario. Molto bene, non ti fanno sentire triste quando il sangue ti scorre fino ai piedi, quando pensi a tutto quello che fai oggi. Il domani è già obsoleto, colpa delle donne, della tecnologia, dei bambini. Tutto per non pensare e non farti sentire triste. Aspettate, arrivano altre notizie dal nulla, vado a sentirle, ciao.

WU

PS. Il mio solito, discutibile, contributo a questo pezzone (e questo altro delirio ve lo ricordate?).

PPSS. Come ormai sapete non amo parlare di politica, soprattutto della situazione attuale, per cercare di non contribuire a dargli spropositata importanza, ma un motivetto che mi risuona in mente vedendo il telegiornale è proprio questo; in particolare nella parte:

[…] it gets stranger every year
More news from nowhere […]

Lo reputo più che mai calzante…

Sangue blu

… io non ce l’ho, sia ben chiaro. Ma devo confessare che l’espressione mi ha fatto sempre sorridere prima di arrivare (oggi, per puro caso) a chiedermi l’origine di questa espressione.

Sono certo che tutti sappiamo a cosa si riferisce il modo di dire, ma “spulciare” riguardo alla motivazione è certamente meno ovvio. Gooogle propone almeno tre possibili origini dell’espressione, tutte, IMHO abbastanza dubbie; ma infondo lo scopo qui e sentire più campane, non trovare quella “giusta” (ammesso che ci sia).

I nobili erano (sono) ovviamente sollevati dall’obbligo del lavoro (farlo poi per passione o per diletto lo rende intrinsecamente più simile ad un hobby), specialmente quello manuale all’aria aperta. Motivo per cui la colorazione della loro pelle era spesso e volentieri molto chiaro, quasi diafano. In tale situazione le vene, specialmente quelle più superficiali tipo quelle della gola o dei polsi, assumono una colorazione bluastra, da cui, pare, il modo di dire. Mi fa ridere come oggi (beh, da anni in vero) siamo alla ricerca della “tintarella” o dell’abbronzatura che un tempo denotava le classi meno abbienti, costrette, appunto, a lavorare nei campi non potendo esibire delle belle vene blu…

Altra possibile etimologia dell’espressione è da ricercarsi nella argiria, malattia della pelle che induce colorazione (indovina un po…) bluastra. Un’alterazione cutanea causata (come il nome stesso) suggerisce da contatto prolungato, ingestione o comunque ingestione di argento e suoi composti. Il metallo tende a depositarsi sotto pelle e se esposto alla luce solare forma un insolubile e perenne… solfuro di argento. I noBBili dovevano mangiare abbondantemente e per lo più con posate/piatti/calici di argento. Sarebbe da ricercarsi quindi proprio nella loro argenteria la causa del loro epiteto di … sangue blu (evidentemente pelle blu suonava troppo di puffo…). In questo caso sarebbe stata, in qualche modo, proprio la ricchezza di queste persone a diventare un indelebile marchio sulla loro pelle. Letteralmente.

E come non pensare all’emofilia? Malattia molto diffusa fra la nobiltà europea degli scorsi secoli. L’emofilia è una patologia che consiste sostanzialmente in un difetto di coagulazione sanguigna favorendo emorragie e lividi. La colorazione bluastra di queste persone vien da se. I noBBili, ovviamente, tendono ad incrociarsi fra loro (come fosse una strana razza) e ciò favorisce il tramandarsi dell’emofilia, malattia ereditaria recessiva. Gli incroci fra consanguinei favorivano quindi una prole debole, malaticcia e blu… sia nel senso di nobile che di emofiliaca.

Qual che sia l’origine, più o meno certa, ormai celata dalla polvere del tempo, l’espressione “sangue blu” mi continua far sorridere e mi rimanda inconsciamente ad un lignaggio elitario, educato nei modi più che ricco nelle tasche.

WU

PS. Ovviamente:

L’attacco sonico (dell’ignaro grillo)

Correva l’anno 2017 ed a Cuba successe una cosa strana. Diciamo pure che secondo me l’evento ha subito assunto le proporzioni di “stranezza” (leggi pure: allarme, attentato!!) perché è successa a Cuba ed ha interessato personale diplomatico americano, ma lasciamo correre…

Metà del personale diplomatico USA all’Havana accusò misteriosi malesseri (… e non volevi gridare all’attentato?!) e sapete in quale circostanza? Beh, dopo aver udito un misterioso (non potevamo certo dire che era chiaramente identificabile, vero?!) ronzio acuto e penetrante.

Una presunta arma sonora è la prima cosa a cui bisogna pensare. Poi magari le possibili alternative vengono in mente (e/o a galla), ma la prima idea deve andare a qualche forma di complotto (ah, teoria ovviamente sapientemente mai smentita, anzi anche ventilata in qualche modo, dal FBI..-)!

Beh, pare che il suono ad alta frequenza, certamente penetrante e fastidioso, fosse udibile in un’ampia zona dell’Havana e sia stato sia di intensità così elevata che di durata così lunga da arrivare a causare nausea, vertigini, giramenti di testa e simili. Il (fantomatico) attacco acustico sarebbe stato messo a segno c on armi soniche (una specie di test, prima di usarle per uccidere, evidentemente…).

Sembra la trama di un film di spionaggio anche e sopratutto perché non vi sono troppe evidenze della capacità del suono di uccidere esseri umani (e comunque si parla di 150-200 decibel che dovrebbero essere puntati direttamente sull’orecchio!). Strumenti in grado di danneggiare l’udito umano, ovviamente esistono e non sono neanche troppo difficili da congegnare. Possono produrre ultrasuoni, onde sonore con frequenze molto alte, al limite dell’udibilità dall’orecchio umano, che provocherebbero un riscaldamento delle strutture interne dell’orecchio con conseguenti danni. Oppure potrebbero sfruttare infrasuoni, onde sonore a frequenza più bassa di quella udibile dall’orecchio umano, in grado di causare perdita dell’udito, stato confusionale, nausea e apatia. Ah, beh, in entrambi i casi il “cannone sonico” per essere efficace dovrebbe essere sparato direttamente contro la testa del malcapitato più che diffuso “a pioggia” (che so, magari via radio?).

Dopo un paio d’anni di complotti, teorie e (ahimè per i compottisti) studi scientifici è venuta fuori una possibile spiegazione… molto meno da spy movie.

L’Anurogryllus celerinictus è un piccolo grillo che come tanti grilli emette un sibilo come richiamo amoroso per il gentil sesso. Nel caso specifico il grillo canticchia a circa 7 kHz ed a tutto volume. Se poi considerate che di solito il periodo dell’accoppiamento coincide per tanti, tantissimi grilli… ecco a voi il vostro suono continuo, penetrate ed ad alta frequenza.

Ovviamente il canto del grillo è stato identificato, isolato e poi sovrapposto alla traccia sonora in mano alle agenzie investigative per certificare l’esatta sovrapponibilità dei due suoni. La coincidenza è stata quasi perfetta con l’unica differenza che il suono registrato all’Havana soffriva di uno strano “effetto eco”, spiegabile (come d’altra parte il fatto che il fastidio non abbia colpito tutta la popolazione cittadina) assumendo che il suono avvertito dai diplomatici provenisse dall’interno delle loro abitazioni e che quindi fossero mobili e pareti a farne “eco”.

Ovviamente il fatto di aver trovato un colpevole non vuol dire che abbiamo trovato il colpevole. Non possiamo escludere che i diplomatici sono stati anche vittima di un qualche attacco sonoro e non è comunque chiaro il perché tale suono abbia causato malessere in alcune persone.

I want to believe è salvo, ma voglio tranquillizzare tutti coloro che verificheranno le “tracce” in rete (abbondano e volutamente le ometto): ascoltare la registrazione non vi ucciderà ed a me non ha neanche causato più fastidio di tante chiacchiere che si sentono nei corridoi.

WU

PS. Mi torna in mente questo.

Il lago e la decappottabile

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Questa è veramente MITICA!

Uno dei modi più ironici (che per me è spesso sinonimo di intelligenza) per dirci che ci complichiamo spesso, troppo spesso, la vita.

Non che le argomentazioni di Chuck siano errate, sono semplicemente (?) troppo di dettaglio per legarle alle radici della felicità. Il segreto della vita? Beh, un (e l’articolo indeterminativo è d’obbligo) bacio e testa leggera è certamente più reale, di impatto, alla nostra portata, è praticamente già una dimostrazione del fatto che la stiamo prendendo bene. Pensare ad un lago, una decappottabile, condizioni meteo da convertibile o da lago è semplicemente… troppo.

Inoltre, nelle vane elucubrazioni di Chuck anche il fatto di aver identificato un paio di “oggetti” che riescono a compensarsi a vicenda, a ben vedere, è una specie di ombrello nei confronti delle avversità della vita (… o del meteo che ne è spesso un’egregia approssimazione). Chuck, mi sa, che ci ha visto giusto, forse davvero una decappottabile ed un laghetto ci darebbero giorni felici… 🙂 .

Ci arrovelliamo (ma forse già il fatto di chiederselo in fondo diminuisce la leggerezza di trovare una risposta, ammesso che sia, al “segreto della vita”) troppo nel cercare risposte, mentre queste si celano in qualche azione momentanea, qualche divagazione, un bacio o poco più. Lo dico, ma dubito di impararlo; mi sento assurdamente e testardamente affine a Chuck (anche nel suo continuare ad elucubrare solitario).

WU

PS. Forse 42 è veramente la risposta giusta.

PPSS. Io ci vedrei bene (ed il fatto di non sapere il perché mi fa sentire per un attimo Snoopy) questa canzone qua.