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Rivestitevi, che si chiude

Eravate, sicuramente, incappati anche voi nella fantastica notizia del ristorante nudista. Nel (raro) caso in cui non sapeste di che sto parlando: era la fine del 2017 quando a Parigi apriva O’naturel. Un ristorante (… anzi per certi versi il primo ristorante del suo genere…) abbastanza singolare; riservato ai nudisti. Indipendentemente se vegetariani o carnivoriani lo scopo è (era) mangiare tutti ignudi come mamma ci ha fatto.

Tende oscurate per tenere alla larga i guardoni, un capiente guardaroba all’ingresso, cellulari (ed ovviamente fotocamere) da lasciare all’ingresso (che sia questo il vero valore aggiunto di un pasto in santa pace?), camerieri vestiti per motivi di igiene e sedie sfoderabili per preservare le nude terga di ciascuno.

Onaturel.png

L’idea può piacere o meno, incontrare i gusti o i disgusti personali, ma di certo è originale. E’ il mercato, tuttavia, a decretare se è un’idea vincente o meno. E questa, va detto, non lo è (stata).

Il 16 febbraio 2019, infatti, O’naturel servirà “l’ultima cena” prima della sua definitiva chiusura. E, senza farne troppo mistero, il ristorante ha ammesso che l’attività non è mai decollata, che i clienti scarseggiano sempre di più e che, insomma, il ristorante NON è un business remunerativo.

Forse non era il posto giusto (anche stiamo parlando di Parigi…), forse non era il momento giusto, forse non è stato sufficiente il marketing fatto a riguardo o forse, semplicemente, era una bella/brutta idea, ma non di certo abbastanza per guadagnarci.

Ovviamente l’apertura ha fatto molto clamore, molto più silente la chiusura prevista; personalmente però mi pare di vederci molti più “insegnamenti” (o comunque meno chiacchiere tanto per riempirsi la bocca) in questa chiusura piuttosto che nell’apertura di un posto che fa notizia solo perché siamo tutti nudi nello stesso posto.

Non ci ho mai mangiato, ed effettivamente me ne rammarico solo in parte, ma non tanto per vergogna o pudore quanto piuttosto per il fatto che non mi pare che l’essere nudi o (comodamente) vestiti sia un valore aggiunto per un buon pasto.

… e pensare che nei piani iniziali il ristorante doveva addirittura essere l’apripista per una vera e propria catena…

WU

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Sky Canvas

C’era un tempo (a dir la verità neanche troppo lontano) in cui si stava per ore con il naso all’insù nelle tiepide notti primaverili aspettando di vedere qualche stella cadente. E la magia era data dall’attesa e dalla sorpresa di vedere qualche scia luminosa più che dalla visione in se. C’era un tempo in cui le stelle cadenti si aspettavano e non era affatto detto che l’attesa sarebbe stata ripagata, tanto è vero che un desiderio da esprimere ci stava tutto.

Ma oggi viviamo nel mondo che non ha tempo, oggi siamo quelli che non possono perdere un minuto, che non possono aspettare senza neanche la certezza che l’attesa valga il risultato (beh… neanche ci fosse da fare la fila per il nuovo iPhone…). Oggi siamo quelli che le cose le vogliono, non le sperano. E le stelle cadenti non possono fare eccezione.

Sto blaterando del progetto Sky Canvas che nasce dall’azienda giapponese Astro Live Experience: il primo satellite in grado di lanciare stelle cadenti artificiali. Il satellite è già in orbita, lanciato lo scorso 17 gennaio, ed i primi test “di rilascio” sono in corso, ma il vero spettacolo è riservato per il 2020 sopra i cieli di Hiroshima per celebrare i 75 anni dall’esplosione della bomba atomica (… e poi da li tutta discesa…).

We aim to produce artificial shooting stars by projecting particles, made out of special materials, from orbiting micro-satellites. When the particles re-enter the earth’s atmosphere, they burn through a process known as plasma emission, creating the appearance of shooting stars on the ground. The particles burn with a sufficient brightness to be visible by people in an area up to 200km in diameter.

L’idea alla base di Sky Canvas è proprio quella di rendere le stelle “cadenti su richiesta”. Praticamente il satellite contiene un centinaio di oggetti che creano uno sciame meteorico su richiesta. Non è ancora chiaro di cosa siano fatti i bolidi che rientrano (… proprio nel senso che l’azienda non lo ha ancora dichiarato), ma di certo hanno la caratteristica di rendere più lento e più luminoso il rientro con conseguenti scie… il più mozzafiato possibile.

Da un punto di vista tecnico i calcoli necessari a prevedere un rientro in una data zona ed in un dato momento non sono semplicissimi e l’azienda dovrà comandare al satellite il rilascio sufficientemente in anticipo anche in base al momento della richiesta (attività solare, rotazione della terra, velocità orbitale etc sono alcune delle variabile sicuramente da considerare).

Ora la domanda nasce quasi spontanea: ma ne sentivamo davvero il bisogno? A parte i problemi tecnici che avere altri satelliti e stelle cadenti on-demand pone (tipo la possibilità di colpire altri satelliti attivi durante il rientro dei bolidi e quindi andare ad alimentare la pletora di detriti spaziali che già abbiamo sopra la testa), l’idea è puro diletto nel senso che non da alcun valore scientifico/commerciale (… forse per Astro Live Experience) al lancio di questi satelliti. Anzi, mi correggo, forse è proprio questo il plus del progetto: smetterla di vedere lo spazio come una nicchia di pochi e portare le bellezze di ciò che sappiamo fare sotto gli occhi di tutti.

Confesso di non avere una chiara posizione a riguardo; qualche dubbio sull’utilità (e sul business che ne può derivare) mi rimane, ma d’altra parte il fatto di iniziare a farsi “pubblicità spaziale” è forse l’unica cosa (ricordo che il turismo spaziale lo diamo ormai come dato di fatto…) che ci mancava.

L’ultima frontiera dell’intrattenimento.

Sky Canvas, the world’s first artificial shooting star project, aims to bring people all over the world together to witness an unprecedented, collective experience

WU

PS. … a proposito del business model (e di quanto io mi sbagli in queste cose):

The company is already being contacted by event operators and city promoters interested in buying meteor showers, which brings up the question of pricing. ALE has so far raised ¥700 million from angel investors and counts Japan Airlines and convenience store chain FamilyMart as official sponsors. Still, the project is reportedly costing something in the neighborhood of ¥2 billion to realize.

The Golden Circle

Girovagando in rete (si, per cercare una motivazione quotidiana) mi sono re-imbattuto in questo “cerchio aureo”. Non nel senso che ha la dote di rendere d’oro le nostre giornate, ma che effettivamente ci dice (graficamente che è sempre meglio) una regoletta abbastanza fondamentale per affrontarle.

L’approccio a “cerchi concentrici”, inoltre, è facilmente generalizzabile anche a contesti lavorativi-politici-dirigenziali. Sono abbastanza certo che il risultato sarebbe lo stesso: why rimane la domanda più difficile a cui rispondere (da cui un sottile invito anche a non farse proprio) e spesso la risposta non è neanche di interesse.

goldencircle

La lettura dei cerchi potrebbe essere:

  • nel marasma di cose che non capiamo, ve ne sono alcune (poche, ma decisamente un sottoinsieme) che proviamo a comprendere. Proviamo nel senso che la prima domanda che ci facciamo è: di che si parla? Cosa faccio?
  • ammesso che sappiamo rispondere a questa domanda, l’ovvio passo successivo è chiedersi come farlo. Come faccio a fare questo o quello? Oppure come ha fatto tizio a farlo? Nel mio piccolo rimane forse la domanda più importante per imparare dall’esperienza.
  • viene poi l’ultimo passo, IMHO il più difficile e spesso il più inutile: perché? Se ci mettiamo a chiederci il perché delle cose, nove volte su dieci siamo spacciati. Perdiamo tempo, mettiamo insieme risposte che non riflettono oggettività ma piuttosto le nostre percezioni del momento e, soprattutto, “why is not about making money” (che nel caso delle nostre vite personali potrebbe essere generalizzato a “why is not about making motivation/progresses”).

Ora, devo ammettere, questa mia lettura dei cerchi è un po’ uno stupro del messaggio originale che invece vorrebbe proprio partire dal why? e metterlo alla base delle successive azioni. Probabilmente i grandi leader fanno proprio così (ammesso che si chiedano cose del genere).

Mettere al centro dell’azione il perché? attiva aree del cervello responsabili del comportamento. In questo modo noi stessi riusciamo a capire meglio le nostre azioni concrete ed anche un eventuale messaggio a terzi viene immediatamente legato ad un comportamento concreto e razionale, quindi trasformato in qualcosa di tangibile e diretto.

It got me thinking: what is my core/ purpose/ belief? Why does my organisation exist? Why do I get out of bed in the morning? Why should anyone care?

A parte che possiamo essere d’accordo o meno con questo Simon Sinek Golden Circle, credo sia facile ammettere che serve una specie di gerarchia nelle domande che dobbiamo porci per fare (o non fare) le cose. Spesso (ed auspicabilmente, almeno per me) queste domande seguono l’inizio di un mio certo interesse/lavoro ed è l’inconscia intersezione fra il dubbio di fare e non fare che mi avvicina al what? Poi da li… tutta discesa, e speranza di fermarmi prima del why? altrimenti abbandono quasi matematicamente la mansione.

In altre parole: sto personalmente ben lontano dalla ricerca del perchè delle cose.

WU

PS. In rete trovate decine di siti semi-seri (ho sempre un po’ di scetticismo quando qualcuno mi vuole insegnare trucchi comportamentali…) sulla comunicazione ed il TED speech di Sinek merita effettivamente di essere visto (… sicuramente più del “famoso” -!!!- uovo di Instagram”…).

Gagarin: insaccato spaziale

La pubblicità è l’anima del commercio. E questa è cosa ben nota, ma devo dire che anche il modo di fare pubblicità ha il suo peso. Se le operazioni di marketing non evolvono con gli anni si rischia di fare più male che bene (ve la immaginate oggi una pubblicità tipo quella del “Pennello Grande” 😀 ?).

Ad ogni modo, credo che il marketing 4.0 (non mi chiedete perché siamo arrivati a questo numero) lo abbiano capito benissimo anche in ambiti tradizionalmente più conservativi. Tipo il vostro salumaio.

Gagarin è stato, infatti, il primo… salame nello spazio. In occasione della festa del salame di Cremona che si terrà a fine mese, è stato lanciato per la prima volta nello spazio un bel tagliere con tanto di fette di salame.

Il salame ed il suo tagliere è stato attaccato ad un pallone aerostatico riempito con quattro metri cubi di elio puro che lo ha trasportato fino a circa 28 chilometri di quota. Gagarin ha praticamente raggiunto la mesosfera… ed una temperatura di – 54°C. In realtà il carico utile del pallone era il tagliere ed un set di telecamere e GPS che oltre ad avere un ovvio utilizzo tecnico servivano anche per bilanciare il peso del salme e far salire verticalmente “il carico utile”.

Quattro ore di volo nello spazio profondo prima che il salame rientrasse a terra, paracadutato in aperta campagna dove il team che ha curato il lancio lo ha recuperato.

Gagarin finirà la sua esistenza in una teca alla mostra del salme ammirato da curiosi e passanti come il primo salame spaziale. Dubito che sarà mangiato. Il fatto che si parli anche qui di questo lancio è la prova che l’operazione di marketing ha funzionato.

WU

PS. La rete è invasa di link (che assumo saranno presto outdatati), che quindi evito accuratamente di inserire.

La colla della Carlsberg

In una deriva un po’ green (anche se ogni volta che mi etichetto così temo di essere politicamente inquadrato facendo sfumare il vero intento del termine… vi assicuro che non è cosi.), mi sono addentrato un po’ in questa notizia.

Uno di quei trafiletti ai quali si e no ci si presta attenzione nella “colonnina cazzate” dei quotidiani (… rigorosamente on-line) in cui ci ricordano che gli anellini di plastica che tengono assieme le lattine sono pericolosi per l’ambiente e gli animali.

Immagini di pinguini (boh, non so perché mi vengono in mente i pinguini… o forse albatross? gabbiani? tartarughe?) impigliati in quegli anellini che si usano per tenere assieme le lattine sono nella nostra memoria collettiva. Non che siano l’unico pericolo che l’uomo è in grado di creare per l’ambiente, ma di certo è uno di quei tasselli che se risolto ci può far solo piacere.

Partendo da questo “bisogno” è notevole lo sforzo (notevole se non altro per averlo identificato, averci investito, anche a fronte di un ritorno economico potenzialmente nullo ed averlo quindi messo sul mercato) della Carlsberg.

La casa produttrice di birra (e dunque di lattine) in questione ha commercializzato confezioni di lattine in cui i tradizionali pericolosissimi anellini sono sostituiti da… colla.

CollaCarlsberg.png
Esatto, le lattine sono tenute insieme fra loro semplicemente da una speciale colla spalmata sul fianco stesso della lattina. L’azienda dichiara una riduzione del 67% (!!) degli inquinanti plastici usati per l’imballaggio. 1220 le tonnellate di plastica che si dovrebbero risparmiare.

Ovviamente la colla è in grado di resistere alle variazioni di temperatura e consente allo stesso tempo di separare facilmente le lattine… con tanto di sciocco caratteristico. Scommetto anche che i consumatori più green (e ridaglie con questa parola) saranno attratti dall’iniziativa per cui anche il mercato potenziale della Carlsberg dovrebbe giovarne.

Per ora si vedranno le lattine “Snap pack” sugli scaffali dei supermercati inglesi e norvegesi, ma l’idea mi pare decisamente vincente per cui spero che a breve il sistema si estenderà ad altri paesi ed altri produttori di lattine (non per forza solo di birra)… e spero vivamente di non essere sconfessato dalla “dura legge del mercato”.

WU

La cassaforte invalicabile per la formula segreta

Altro che Fort Knox. Uno dei posti più segreti e protetti d’America si trova all’interno di una azienda che conosciamo, per forza, tutti. E tale posto, va da se, custodisce uno dei segreti più segreti dell’intera nazione e (forse) di tutto il mondo. No, non è la Dichiarazione d’Indipendenza.

E’ una di quelle cose che, volenti o nolenti si imparano a conoscere fin da piccoli. Non ne sono un grande estimatore, ma non posso non conoscerla (e neanche dire di non averla mai assaggiata).

Sto parlando della Coca-cola; forse il segreto industriale meglio custodito della storia (sicuramente quello più pubblicizzato, il che aggiunge pubblicità a pubblicità).

Sappiamo tutti (assumo) che la formula è super segreta da sempre… ed è ancora gelosamente custodita in un posto che trasuda Mission Impossible da tutte le parti. 125 anni di storia custoditi su un pezzetto di carta dietro spesse pareti di cemento armato, pesanti porte blindate e omoni armati alla porta.

Siamo ad Atlanta, nel Word of Coca-Cola (…e già il nome…), di fronte ad una giga-cassaforte costruita per lo scopo. Alta circa 2 metri, rivestita di acciaio e con una singola porta che può essere aperta solo da uno scanner di impronte digitali (…); praticamente come avere in mano le chiavi del paradiso (sicuramente di quello economico).

CocaColaVault.png

Era l’otto maggio 1886 quando il dottor John Stith Pemberton inventò la Coca-Cola. Doveva essere un qualche rimedio per il mal di testa e per la stanchezza (… e doveva anche chiamarsi “Pemberton’s French Wine Coca” essendo una sua variante personale del “vino di coca” in cui la parte alcolica era sostituita dall’estratto di noci di Cola…).

Dalla sua invenzione la formula non fu mai messa per iscritto se non in caso di estrema necessità. Correva l’anno 1919 quando Ernest Woodruff rilevò l’azienda da Asa Candle, unico proprietario della piccola azienda dal 1891 (che a sua volta la acquistò per ben 2300 dollari da Pemberton, sommerso dai debiti). Per finanziare l’acquisto Woodruff dovette chiedere un prestito e per ottenerlo (dato che la storia ci dimostra che alcune cose rimangono uguali nei secoli dei secoli) dovette fornire una garanzia: la formula della Coca-Cola.

In quella occasione Woodruff chiese al figlio di Candler di mettere la formula per la prima volta (pare, si dice, come è giusto che sia in questa aurea di mistero… chissà perché non c’è un film di Indiana Jones a riguardo…) per iscritto. Il documento venne quindi custodito nel caveau della Guaranty Bank di New York fino all’estinzione del mutuo. Correva l’anno 1925 quando la formula segreta fu riscattata da Woodruff che la portò ad Atlanta. Prima nel caveau della SunTrust Bank e poi, nel 2011 (evidentemente quando la cassaforte super sicura costruita all’uopo era pronta), nel Word of Coca-Cola dove giace ancor oggi.

Si è anche vociferato di averla “scoperta“, anche più di una volta. L’episodio in cui siamo andati più vicini è forse quando si è pubblicata una foto di un taccuino di Pemberton:

Secondo quanto si legge nel taccuino fotografato sul quotidiano di Atlanta, la formula originale della Coca Cola sarebbe questa:
– estratto fluido di coca e noci di cola (4once);
– acido citrico (3 once);
– citrato di caffeina (1 oncia);
– zucchero (30 libbre),
– acqua (due galloni e mezzo, un gallone corrisponde a 4,546 litri);
– succo di lime (un quarto);
– vaniglia (1 oncia);
– caramello (quanto basta);
– aromi, cioè il famoso 7X (2 once e mezza). Secondo il taccuino questa miscela sarebbe composta da alcool (8 once), olio di arancia (20 gocce), olio di limone (30 gocce), olio di noce moscata (10 gocce), coriandolo (5 gocce), olio di arancio amaro (10 gocce), cannella (10 gocce).

Una nota: il 7X è davvero un estratto della foglie di coca, private di tutte le tossine varie che si produce direttamente in America e che si vende ad una sola azienda…

Ovviamente e giustamente il mistero rimane anche se va sottolineato che sicuramente parte degli ingredienti base della bevanda non ci sono più. Il fluido di pianta di coca è stato eliminato nel 1900 e l’estratto di noci di cola è stato sostituito con la più economica caffeina purificata. Chissà cosa c’è scritto su quel pezzo di carta in quella cassaforte…

Lasciamo poi perdere che (come gran parte, solo per non dire tutte, delle cose americane) è stato trasformato in una specie di parco giochi, per amore del business… Ci possiamo (virtualmente) avvicinare (tanto per sentirne il profumo nell’aria) come non mai… separati solo dalla invalicabile cassaforte. D’altra parte quale modo migliore per mettere al sicuro qualcosa se non esporta alla mercè di tutti?

Then you can test how well you protect the secret through an immersive full body interactive experience that leads you through three virtual environments—the Triangle Room, Secure Train Car and Bank Vault—all locations where the secret formula has been kept. You can also participate in group game play as you trigger animations and watch these environments magically change and come to life. Challenge your friends and family to see how well you protect the secret.

Il vero grande segreto americano (altro che l’omicidio di JFK…)

WU

Chief Digital Officer

Ne avevamo proprio bisogno… Un’altra figura C-level mediamente inutile, ma certamente recepita come fondamentale di cui sentivamo la mancanza. Pare che ce ne siano ancora pochi in giro, pare che non sia un bene e pare che sia una figura che si sta diffondendo (… leggi: c’è margine per entrare sul mercato, se è questo lo scopo indipendentemente dal risultato che si vuole ottenere…).

Stiamo parlando di una nuova “figura professionale” (scusatemi un po’ di reticente scetticismo derivante da una lunga gavetta) che si sta affermando come conseguenza del fatto che le imprese vogliono dimostrare di essere vive. Dimostrare di essere presenti sul mercato, dinamiche, di saper fare marketing, trasmettere messaggi e magari dettare tendenze.

un vero e proprio manager della governance digitale con competenze che spaziano tra vari ambiti come management dell’impresa sociale, consumer service, project management, ICT, e-commerce e comunicazione multi-canale. Il campo d’azione è vasto, ma il CDO è per definizione un professionista in grado di collaborare con tutte le unità di business di un’azienda, creando un sistema che innovi ciò che già esiste.

Stiamo parlando di un ruolo che dovrebbe guidare il cambiamento digitale, ovvero gestire il cambiamento stesso, dato che se non sei presente su qualche social o semplicemente in rete rischi di essere facilmente catalogato come statico o peggio ancora morto e sepolto.

Dovrebbe essere la figura che fa da ponte fra il mercato online e quello offline, quello che rafforza le sinergie fra i vari canali di vendita, che ottimizza la presenza dell’azienda e la sua pubblicità. (Poi se volete continuo ad impilare buzz words a caso…). Non a caso le aziende più interessate a questo profilo sono quelle che lavorano su modelli ibridi e omni-canale, abbinando l’e-commerce alle attività del negozio fisico.

CDO.png

Ovviamente, neanche a dirlo, investire su queste figure è una scelta strategica delle aziende (che possono permetterselo e non che vorrebbero permetterselo…) che praticamente è come se stessero siglando un contratto con la loro evoluzione digitale. Di solito riportano al Chief Marketing Officer (e dai…) oppure direttamente al CEO (che tanto non ha di meglio a cui pensare).

Background richiesto? Responsabilità in progetti di e-commerce, di gestione in aziende digitali, di business on-line e cose del genere.

In Italia? Ovviamente non possiamo non accordarci questi trend così ghiotti. Le imprese medie e grandi si stanno già muovendo in questa direzione e la figura del CDO (che a sua volta è letta come l’evoluzione della -già fondamentale…- figura del CIO, Chief information officer) si sta diffondendo a macchia di leopardo. Ovvero non c’è un mercato ancora specifico ed anche l’esperienza richiesta è molto rara, per cui è possibile trovare sbocchi in questi ruoli anche con esperienze piuttosto limitate.

Beh, ora mi candido io; ho venduto un po’ di cosette su e-bay e trattato in lunghe nottate su AliBaBa, spero sia sufficiente.

WU

PS. Non voglio sostenere a priori che tali figure siano inutili (anche se l’impressione è molto forte; è tutta roba che un buon reparto di marketing è assolutamente in grado di fare), solo che ho la fortissima impressione che siano un aggiunta a ruoli che mancano. Non ho mai visto un revival della figura dell’idraulico (ad esempio), ma vedo spuntare questi innovativi profili professionali. Possono si beneficiare di una nuova cultura digitale, ma sono costi indiretti (e spesso improduttivi) per un’azienda che deve comunque puntare almeno in parallelo (se non prima!)con l’inclusione nel proprio organico di queste figure (che non sono certo a costo zero, anzi…) con l’incremento e la valorizzazione delle maestranze e capacità tecniche, troppo spesso mortificate a scapito di questi nuovo C-qualcosa.

PPSS. Stipendi medi fra i 50.000 e gli 80.000 euri annui e -immancabili- tanto di master dedicati. E’ veramente il nuovo business; è inutile continuare a fare gli idealisti…