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Imitation mix

Non sono un fan delle grandi marche, di marchi blasonati e delle mode in generale (anche perché nel frattempo che me ne accorgo le mode spesso sono passate). Capisco tuttavia che vi siano milioni di persone che ci tengano.

Che sia il marchio trendy, il beniamino dei cartoni, un ricordo di infanzia o qualunque cosa vogliate se ce la mettiamo addosso pare che gli diamo comunque una dignità maggiore rispetto a tenerla chiusa solo nella nostra mente o nel nostro cuore (se poi in alcuni casi ciò equivale a diminuire la nostra di dignità è un’altra storia).

Capisco altresì che vi siano dei casi in cui questo essere modaioli richieda un esborso economico non indifferente, spesso non alla portata di tutti. E qui, anche se io mi tirerei subito indietro, nasce la corsa al falso, al clone, all’imitazione.

Al limite (ma proprio al limite) benvenga anche questa, ma almeno cerchiamo di imitare le cose che abbiamo in mente. Imitiamo qualcosa perché abbiamo davanti agli occhi un originale a cui vorremmo tendere. No?!

Non imitiamo tanto per imitare. Non per mettere assieme cosa un po’ a caso pur di richiamare l’attenzione. La considerazione mi è scaturita da questa foto in cui mi sono imbattuto che non rende giustizia a nulla se non ad un disperato bisogno di richiamare attenzione un po’ da tutte le parti.

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Purtroppo ho visto il mitico zainetto solo in foto. L’avessi visto dal vivo l’avrei certamente comparato (ovviamente assumendone un costo in linea con l’accozzaglia di loghi e colori che riporta) se non altro per dare soddisfazione al (perverso) ideatore.

WU

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Gocce di packaging

Il tipo di idee che mi fa riguadagnare un po’ di fiducia nel genere umano. E non tanto per il suo aspetto eco-friendly, ma anche e soprattutto per la genialità dell’intuizione (dai, che in fondo non possiamo essere così stupidi…).

Praticamente abbiamo inventato il niente, anzi una goccia fatta di niente. Un design puro e minimal che non può non piacermi.

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Una membrana sottilissima fatta di sostanze vegetali non meglio specificate condite con un po’ di alghe (le alghe ci salveranno…) che fa da contenitore. Più precisamente si tratta di una membrana gel (tipo il gel che si fa in cucina per le torte) fatta di alginato di sodio e cloruro di calcio

Ooho, will revolutionise the water-on-the-go market. The spherical flexible packaging can also be used for other liquids including water, soft drinks, spirits and cosmetics, and our proprietary material is actually cheaper than plastic.

Addio alle (odiosissime) bottiglie di plastica; che sia acqua, liquore, un qualche drink, ma anche un cosmetico o una cremina a caso, basta “avvolgerla” nella goccia per averla sempre a portata di mano.

Poi ci aggiungi che la membrana e totalmente bio, che può essere colorata, che è edibile (!) e che anche il suo processo produttivo pare essere sostenibile, beh…

Come sempre il mio scetticismo inizia quando questo genere di idee esce dai laboratori per entrare nelle industrie, ma pare che già dal 2018 la membrana dovrebbe essere prodotta su scala industriale e pronta per la commercializzazione (con costo stimato per la singola bolla di appena 2cent). Il miracolo continua…

WU

PS. Ed, neanche a dirlo, l’idea nasce dai finanziamenti raccattati con un progetto di crowdfunding (che ha tirato su cmq 848 mila sterline, più del doppio del target…) che ha poi dato, ovviamente, vita all’immancabile startup.

Skipping Rocks Lab is an innovative sustainable packaging start-up based in London. We are pioneering the use of natural materials extracted from plants and seaweed, to create packaging with low environmental impact.

Coffephone

Frase tipica di pigri e faceti discorsi da bar, spesso riferita all’ultimo gioiellino tecnologico che ci troviamo fra le mani è: “Ma per quanto costa ti fa pure il caffè?”.

Non l’ho mai capita fino in fondo, anche considerando che in fondo un caffè ci costa un euro; l’ultimo smartphone almeno centinaia… Per prendere 100 caffè ci metto mesi.

Comunque la frase, oltre ad essere tutt’altro che spiritosa, tutt’altro che originale, ora è anche tutt’altro che veritiera. Siamo, infatti, di fronte all’ultimissimissimo ritrovato tecnologico: la cover per cellulari che ti fa ANCHE il caffè. E ne avevamo tutti bisogno.

Mokase si impone per la peculiarità e per essere la prima al mondo (… ed il solo pensare che ne potrebbero seguire altre mi fa venire i brividi) a farlo.

Sebbene esistano in giro per il mondo altre cover polifunzionali, questa attualmente è l’unica che permette di erogare una bevanda tra le più consumate sul pianeta… il caffè!

Praticamente, inseriti nella cover si trova un piccolo serbatoio di acqua ed un filtrino con il quantitativo per una piccola tazzina di caffè. Basta, con l’immancabile app in dotazione, dare il via e la magica cover scalda l’acqua nel serbatoio che fruisce attraverso il filtro di caffè fino ad un buchino posto in un angolo.

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Immancabile il “design ricercato” (qualunque cosa significhi), i vari aromi della bevanda, l’eccezionale isolamento termico fra la cover ed il cel (non vorrete mica friggere il vostro smartphone del cuore per un caffè?!) e la tazzina integrata. C’è veramente tutto per prendersi un caffè… sull’autobus. Rilassante.

Ovviamente è un’idea tutta italiana. Perché ovviamente? Beh, ditemi quali altri paesi europei si accontenterebbero di appena 25 ml (meno di un espresso) di caffè…

WU

PS. E comunque per soli 25 euro potrebbe anche valer la pena di togliersi lo sfizio 😀

Sangue di pappagallo

Questo per la serie: alla faccia di chi dice che scienza ed arte (no, “scienza e fede” è un’altro capitolo) non possono andare d’accordo. A volte anche le cose noiose (e “difficili”, ma solo per i profani) possono nascondere un aspetto artistico, o quanto meno potenzialmente bello.

Personalmente credo molto in questa bellezza intrinseca della scienza (abbracciando con questa parola un po’ tutto: costruzioni, esperimenti, simulazioni numeriche, animali, e via dicendo).

Beh, ogni anno la competizione Wellcome Image Awards celebra la migliore foto scientifica. Qui trovate una bella carrellata dei finalisti e sotto quella che io inutilmente eleggo come la foto vincitriceper me 🙂

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Blood vessels of the African grey parrot, by Scott Birch and Scott Echols.

This image shows a 3D reconstruction of an African grey parrot, post euthanasia. The 3D model details the highly intricate system of blood vessels in the head and neck of the bird and was made possible through the use of a new research contrast agent called BriteVu (invented by Scott Echols). This contrast agent allows researchers to study a subject’s vascular system in incredible detail, right down to the capillary level.

Ah, al vincitore, quello vero che sarà eletto il 15.03, spettano ben 5000 sterline. Ed in più le immagini di tutti i finalisti faranno il giro del mondo in un’esibizione che non toccherà musei bensì università ed accademie. Un modo come un’altro per farci piacere un po’ di più lo studio (i.e. la “sofferenza” che c’è dietro queste immagini). Soddisfazioni su più fronti.

WU

Mars 2117 Project

We live in the epoch of astonishing declarations. The scope of many (and many and many) big players is to create noise, with magnificent declaration, usually with the final aim of moving the people and market. If you say “I’ll make each car an electric car”, for instance, someone (and if you are smart enough yourself) will start producing batteries… In the end, also if you do not make a single electric car, the battery factories have already got their profit. Just to take a purely imaginary example…

Well, coming back to our Mars 2017 project, it seems to me exactly this case. The idea of creating a Mars colony is not new and a lot of investors SAY that this is their final aim … besides being a backup solution for the whole mankind. In any case, the last player in this Mars race are the United Arab Emirates, UAE (I would skip the actual authors of these declarations, to avoid such a long names, but in the end they have very few people deciding everything, so it is not difficult to identify who is talking).

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Their declaration is enough easy:

Human ambitions have no limits, and whoever looks into the scientific breakthroughs in the current century believes that human abilities can realize the most important human dream. The new project is a seed that we plant today, and we expect future generations to reap the benefits, driven by its passion to learn to unveil a new knowledge. The landing of people on other planets has been a longtime dream for humans. Our aim is that the UAE will spearhead international efforts to make this dream a reality.

And the country’s vision is enough easy as well: putting 600000 humans on the Red Planet by the next century. Ah, of course this follows the hills of the recent country space success: Nayif-1 is the first UAE nanosatellite, launched on February the 15th. It is like saying that with this blog I have enough experience to win the literature Nobel prize.

But in any case the import aspect is to push people and market in this direction besides the actual realization of the plan. It can not be discussed that UAE is now a big player in the space race, but probably the whole plan is a bit, just a bit, challenging (including the part of the Mars human city built by robots).

The Mars 2117 Project is a long term project, where our first objective is to develop our educational system so our sons will be able to lead scientific research across the various sectors. The UAE became part of a global scientific drive to explore space, and we hope to serve humanity through this project.

Reasonably the first goal of the project is to develop skills and capacities of the country space program (including the draft five-year plan to prepare the next generation of UAE scientists who will then work on the space mission). This sounds much more feasible and reasonable, denoting the willingness of investing and a long term strategic plant wich probably goes beyond the Mars 2117 project.

And now, at least, you know how the oil money will be used; I feel myself one of the contributors of this dream.

WU

How to sell anything (?)

Da un certo punto di vista credo che siamo un po’ tutti obbligati a farci venire l’animo del venditore. C’è chi è più portato e chi meno, c’è chi è più bravo e chi meno (io, personalmente sono “e chi meno”), ma ad ogni modo non abbiamo poi tanta scelta.
Per aspetti diversi ed in contesti diversi dobbiamo vendere e venderci.

Il cappello per giustificare questa infografica in cui sono inciampato (beh, che dire, uno dei propositi del nuovo anno è quello di essere più lavorativamente-social).

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Fermo restando che vorrei pormi nell’ottica di chi ha da imparare (per necessità più che per volontà), passiamo alle domande:

  • come diavolo faccio a convincere qualcuno a fidarsi di me? Mi pare il passo più difficile (e non a caso è correttamente indicato come il primo); soprattutto se devo lasciare il 90% del tempo di discussione all’interlocutore…
  • è chiaro che il ghiaccio non serve sull’Himalaya, ma nella vita reale difficilmente trattiamo con gli Sherpa. Un passo che trovo tutt’altro che banale è identificare le necessità dell’interlocutore (spesso non chiare neanche a lui)
  • troppo ottimismo non porta a fallimento sicuro? Una via di mezzo (fosse facile) credo sarebbe più calzante
  • ma davvero basta un si per “cancellare” tanti no?! Sono un po’ scettico, mi pare un approccio un po’ facilone, soprattutto se ci sono uscite mensili fisse da onorare…

In breve, di sicuro l’approccio mi alletta e mi offre dei solidi spunti di riflessione, ma diciamo che non credo che riuscirei a vendere ogni cosa seguendolo (ed, in fondo, anche non seguendolo ho il mio bel da fare).

WU

Sasso impellicciato

Che il confine fra genialità e follia sia molto sottile è cosa ben nota.

Che la stupidità umana sia un dato di fatto è cosa altrettanto acquisita.

Che il business, anche quello più assurdo, muova inaspettatamente le fila persino delle nostre volizioni è una inconscia, ma reale, verità.

Nonostante tutto rimango sempre a bocca aperta quando vedo esternazioni di questi tre assiomi. A maggior ragione quando sono racchiusi in un’unica manifestazione. Prendiamo un sasso. Voi quanto lo paghereste?

Ok, diciamo che ve lo metto in una bella poscettina di pelle. Quanto sareste disposti a pagare?

Ok, ok, diciamo che ve lo spedisco anche a casa e che lo raccolgo (certificato?) da qualche parte nell’area di Los Angeles. Ora quanto vorreste spendere?

No, mandarmi a qual paese non è la risposta. Bensì: 85.10 euri (o giù di li in base al cambio).

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Molto probabilmente qualche buontempone dell’area marketing della Nordstrom, con tanta ironia, un po’ di fantasia e possibilità decisionali ad un certo punto ha pensato di raccogliere un sassetto di circa 10×10 e fargli cucire una custodina di pelle attorno.

Lo devo dire? Successo travolgente, scorte esaurite. Ed effettivamente anche la presentazione del prodotto è sufficientemente accattivante da aiutare indecisi acquirenti

A paperweight? A conversation piece? A work of art? It’s up to you, but this smooth Los Angeles-area stone—wrapped in rich, vegetable-tanned American leather secured by sturdy contrast backstitching—is sure to draw attention wherever it rests. A traditional hardening process gives the leather a beautiful ombré effect. Like all Made Solid leather pieces, this one is cut, shaped, sewn and finished by hand in artist Peter Maxwell’s Los Angeles studio. Using vintage leatherworking tools and traditional saddle-stitching techniques, Maxwell aims to create beautiful designs that embody both simplicity and functionality, and that develop rich character and patina over time.

Stupidamente genialmente da dar fastidio (ed il fatto che anche io ne parli qui non fa altro che confermare la viralità della faccenda).

WU

PS. Un’ottima idea regalo…