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Coffephone

Frase tipica di pigri e faceti discorsi da bar, spesso riferita all’ultimo gioiellino tecnologico che ci troviamo fra le mani è: “Ma per quanto costa ti fa pure il caffè?”.

Non l’ho mai capita fino in fondo, anche considerando che in fondo un caffè ci costa un euro; l’ultimo smartphone almeno centinaia… Per prendere 100 caffè ci metto mesi.

Comunque la frase, oltre ad essere tutt’altro che spiritosa, tutt’altro che originale, ora è anche tutt’altro che veritiera. Siamo, infatti, di fronte all’ultimissimissimo ritrovato tecnologico: la cover per cellulari che ti fa ANCHE il caffè. E ne avevamo tutti bisogno.

Mokase si impone per la peculiarità e per essere la prima al mondo (… ed il solo pensare che ne potrebbero seguire altre mi fa venire i brividi) a farlo.

Sebbene esistano in giro per il mondo altre cover polifunzionali, questa attualmente è l’unica che permette di erogare una bevanda tra le più consumate sul pianeta… il caffè!

Praticamente, inseriti nella cover si trova un piccolo serbatoio di acqua ed un filtrino con il quantitativo per una piccola tazzina di caffè. Basta, con l’immancabile app in dotazione, dare il via e la magica cover scalda l’acqua nel serbatoio che fruisce attraverso il filtro di caffè fino ad un buchino posto in un angolo.

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Immancabile il “design ricercato” (qualunque cosa significhi), i vari aromi della bevanda, l’eccezionale isolamento termico fra la cover ed il cel (non vorrete mica friggere il vostro smartphone del cuore per un caffè?!) e la tazzina integrata. C’è veramente tutto per prendersi un caffè… sull’autobus. Rilassante.

Ovviamente è un’idea tutta italiana. Perché ovviamente? Beh, ditemi quali altri paesi europei si accontenterebbero di appena 25 ml (meno di un espresso) di caffè…

WU

PS. E comunque per soli 25 euro potrebbe anche valer la pena di togliersi lo sfizio 😀

Sangue di pappagallo

Questo per la serie: alla faccia di chi dice che scienza ed arte (no, “scienza e fede” è un’altro capitolo) non possono andare d’accordo. A volte anche le cose noiose (e “difficili”, ma solo per i profani) possono nascondere un aspetto artistico, o quanto meno potenzialmente bello.

Personalmente credo molto in questa bellezza intrinseca della scienza (abbracciando con questa parola un po’ tutto: costruzioni, esperimenti, simulazioni numeriche, animali, e via dicendo).

Beh, ogni anno la competizione Wellcome Image Awards celebra la migliore foto scientifica. Qui trovate una bella carrellata dei finalisti e sotto quella che io inutilmente eleggo come la foto vincitriceper me 🙂

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Blood vessels of the African grey parrot, by Scott Birch and Scott Echols.

This image shows a 3D reconstruction of an African grey parrot, post euthanasia. The 3D model details the highly intricate system of blood vessels in the head and neck of the bird and was made possible through the use of a new research contrast agent called BriteVu (invented by Scott Echols). This contrast agent allows researchers to study a subject’s vascular system in incredible detail, right down to the capillary level.

Ah, al vincitore, quello vero che sarà eletto il 15.03, spettano ben 5000 sterline. Ed in più le immagini di tutti i finalisti faranno il giro del mondo in un’esibizione che non toccherà musei bensì università ed accademie. Un modo come un’altro per farci piacere un po’ di più lo studio (i.e. la “sofferenza” che c’è dietro queste immagini). Soddisfazioni su più fronti.

WU

Mars 2117 Project

We live in the epoch of astonishing declarations. The scope of many (and many and many) big players is to create noise, with magnificent declaration, usually with the final aim of moving the people and market. If you say “I’ll make each car an electric car”, for instance, someone (and if you are smart enough yourself) will start producing batteries… In the end, also if you do not make a single electric car, the battery factories have already got their profit. Just to take a purely imaginary example…

Well, coming back to our Mars 2017 project, it seems to me exactly this case. The idea of creating a Mars colony is not new and a lot of investors SAY that this is their final aim … besides being a backup solution for the whole mankind. In any case, the last player in this Mars race are the United Arab Emirates, UAE (I would skip the actual authors of these declarations, to avoid such a long names, but in the end they have very few people deciding everything, so it is not difficult to identify who is talking).

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Their declaration is enough easy:

Human ambitions have no limits, and whoever looks into the scientific breakthroughs in the current century believes that human abilities can realize the most important human dream. The new project is a seed that we plant today, and we expect future generations to reap the benefits, driven by its passion to learn to unveil a new knowledge. The landing of people on other planets has been a longtime dream for humans. Our aim is that the UAE will spearhead international efforts to make this dream a reality.

And the country’s vision is enough easy as well: putting 600000 humans on the Red Planet by the next century. Ah, of course this follows the hills of the recent country space success: Nayif-1 is the first UAE nanosatellite, launched on February the 15th. It is like saying that with this blog I have enough experience to win the literature Nobel prize.

But in any case the import aspect is to push people and market in this direction besides the actual realization of the plan. It can not be discussed that UAE is now a big player in the space race, but probably the whole plan is a bit, just a bit, challenging (including the part of the Mars human city built by robots).

The Mars 2117 Project is a long term project, where our first objective is to develop our educational system so our sons will be able to lead scientific research across the various sectors. The UAE became part of a global scientific drive to explore space, and we hope to serve humanity through this project.

Reasonably the first goal of the project is to develop skills and capacities of the country space program (including the draft five-year plan to prepare the next generation of UAE scientists who will then work on the space mission). This sounds much more feasible and reasonable, denoting the willingness of investing and a long term strategic plant wich probably goes beyond the Mars 2117 project.

And now, at least, you know how the oil money will be used; I feel myself one of the contributors of this dream.

WU

How to sell anything (?)

Da un certo punto di vista credo che siamo un po’ tutti obbligati a farci venire l’animo del venditore. C’è chi è più portato e chi meno, c’è chi è più bravo e chi meno (io, personalmente sono “e chi meno”), ma ad ogni modo non abbiamo poi tanta scelta.
Per aspetti diversi ed in contesti diversi dobbiamo vendere e venderci.

Il cappello per giustificare questa infografica in cui sono inciampato (beh, che dire, uno dei propositi del nuovo anno è quello di essere più lavorativamente-social).

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Fermo restando che vorrei pormi nell’ottica di chi ha da imparare (per necessità più che per volontà), passiamo alle domande:

  • come diavolo faccio a convincere qualcuno a fidarsi di me? Mi pare il passo più difficile (e non a caso è correttamente indicato come il primo); soprattutto se devo lasciare il 90% del tempo di discussione all’interlocutore…
  • è chiaro che il ghiaccio non serve sull’Himalaya, ma nella vita reale difficilmente trattiamo con gli Sherpa. Un passo che trovo tutt’altro che banale è identificare le necessità dell’interlocutore (spesso non chiare neanche a lui)
  • troppo ottimismo non porta a fallimento sicuro? Una via di mezzo (fosse facile) credo sarebbe più calzante
  • ma davvero basta un si per “cancellare” tanti no?! Sono un po’ scettico, mi pare un approccio un po’ facilone, soprattutto se ci sono uscite mensili fisse da onorare…

In breve, di sicuro l’approccio mi alletta e mi offre dei solidi spunti di riflessione, ma diciamo che non credo che riuscirei a vendere ogni cosa seguendolo (ed, in fondo, anche non seguendolo ho il mio bel da fare).

WU

Sasso impellicciato

Che il confine fra genialità e follia sia molto sottile è cosa ben nota.

Che la stupidità umana sia un dato di fatto è cosa altrettanto acquisita.

Che il business, anche quello più assurdo, muova inaspettatamente le fila persino delle nostre volizioni è una inconscia, ma reale, verità.

Nonostante tutto rimango sempre a bocca aperta quando vedo esternazioni di questi tre assiomi. A maggior ragione quando sono racchiusi in un’unica manifestazione. Prendiamo un sasso. Voi quanto lo paghereste?

Ok, diciamo che ve lo metto in una bella poscettina di pelle. Quanto sareste disposti a pagare?

Ok, ok, diciamo che ve lo spedisco anche a casa e che lo raccolgo (certificato?) da qualche parte nell’area di Los Angeles. Ora quanto vorreste spendere?

No, mandarmi a qual paese non è la risposta. Bensì: 85.10 euri (o giù di li in base al cambio).

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Molto probabilmente qualche buontempone dell’area marketing della Nordstrom, con tanta ironia, un po’ di fantasia e possibilità decisionali ad un certo punto ha pensato di raccogliere un sassetto di circa 10×10 e fargli cucire una custodina di pelle attorno.

Lo devo dire? Successo travolgente, scorte esaurite. Ed effettivamente anche la presentazione del prodotto è sufficientemente accattivante da aiutare indecisi acquirenti

A paperweight? A conversation piece? A work of art? It’s up to you, but this smooth Los Angeles-area stone—wrapped in rich, vegetable-tanned American leather secured by sturdy contrast backstitching—is sure to draw attention wherever it rests. A traditional hardening process gives the leather a beautiful ombré effect. Like all Made Solid leather pieces, this one is cut, shaped, sewn and finished by hand in artist Peter Maxwell’s Los Angeles studio. Using vintage leatherworking tools and traditional saddle-stitching techniques, Maxwell aims to create beautiful designs that embody both simplicity and functionality, and that develop rich character and patina over time.

Stupidamente genialmente da dar fastidio (ed il fatto che anche io ne parli qui non fa altro che confermare la viralità della faccenda).

WU

PS. Un’ottima idea regalo…

Cina Champagne

Champagne, marcato LVMH Moët Hennessy-Louis Vuitton. “Roba da ricchi”, di quelle cose che si associano intrinsecamente ad un tenore di vita alto e godurioso. Associato, nell’immaginario collettivo destinato a rapido perimento, a scenari lontani dai sobborghi cinesi.

“Méthode Traditionnelle”. Made in China. Eh?!

Ebbene si, pare che leggendo poi indettagli l’etichetta di scopra che

This sparkling wine is made by Domaine Chandon (Ningxia) Moët Hennessy, a partnership between the winemaker and the local government of Ningxia, a small region in north central China.

Ovviamente è (tutto) una conseguenza del business. Anche i metodi tradizionali hanno bisogno di fondi ed i fondi si reperiscono dove la domanda è maggiore (i.e. si riesce a vendere).

Il mercato cinese dello spumante/prosecco/champagne vale 22.3 miliardi di dollaroni. Ovvero un numero sufficiente a “modulare” i metodi tradizionali sugli apprezzamenti locali e poi farli piacere anche ai “mercati tradizionali”.

We are innovating for consumers who don’t like the traditional taste of Chandon

Mettiamola così. Anche se eredito decine di anni di storia su come vinificare, ma riesco a vendere dove piace una certa sfumatura si acido fruttato (mettete pure la parola simbolo del vostro sommelier preferito) allora è meglio che faccio tutta la mia produzione su queste note e poi cerco di promuovere/forzare il prodotto sui mercati che hanno di certo il nome, meno il soldo.

People would often add Coca-Cola “to make it drinkable,” she says. Now younger, affluent consumers willing to try different varieties of wine are buying it.

Ma porca **##*#**. Con buona pace del metodo tradizionale e della storia che crediamo di bere. Sconvolgente, ma non non sorprendente più di tanto.

WU

Dai che è Natale!

Sapete quella storia secondo cui i nostri interessi ed i nostri bisogni sono guidati da pure e becere azioni di marketing?

Ne parlo, come mi si confà, a bassissimo livello. No, no, non mi riferisco al fatto che abbiamo tutti uno smartphone solo perché “qualcuno” è riuscito a produrre (con indubbia lungimiranza) il primo. Non mi riferisco a bisogni etero-indotti dei quali i nostri nonni non sentivano alcuna necessità (Ehm… social media?).

Mi riferisco al solito ritornello da bar (ottimamente usato anche per rompere il ghiaccio di situazioni non esplosive) secondo cui la sequenza festiva è ininterrotta. Dopo pasqua viene l’estate, dopo l’estate viene Halloween, dopo Halloween viene Natale, dopo Natale viene Carnevale ed il ciclo si ripete (e non me ne vogliate se ho saltato quella che per voi è LA festa dell’anno).

Non avete ancora trovato addobbi natalizi nei negozi? Eh, eh, una volta tanto ho fatto prima! Ma Sally, addirittura prima di me

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… rushing the season… E-greetings a tutti! 😀

WU

PS. Certo, anche il Giorno della Marmotta sarebbe da festeggiare, ma se diamo a questa festa, come a tutte, troppa dignità finiamo che ci troviamo anche la bottega sotto casa con originali involtini del povero mammifero dormiente… Macabro, ma potenzialmente veritiero.