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La corsa verso la felicità

“Sir, sta uscendo per la quotidiana corsa verso la felicità?”
“Esatto, Lloyd. Speriamo solo di non incontrare anche oggi le solite difficoltà”
“Difficoltà, sir?”
“Sì, Lloyd. E credimi, sembrano insuperabili. Vanno così veloce che me le trovo costantemente di fronte”
“Se mi permette, forse sbaglia la tecnica di sorpasso, sir”
“Cioè, Lloyd?”
“Le difficoltà non si superano mai in velocità, ma in resistenza, sir”
“Questione di grandi polmoni, Lloyd?”
“Credo più di profondi respiri, sir”

… ed intanto vorrei stressare la parola corsa. Che poi la felicità sia effettivamente il traguardo o semplicemente la benzina che ci serve per correre, direi che il titolo applica in ogni caso (… o sarebbe meglio “DI corsa verso la felicità”).

Che dobbiamo dirci (di nuovo?!), che ci saranno “le solite difficoltà”? Che ci sembrano sempre insuperabili? Che saremo li li per demordere (lusso di pochi) praticamente ogni giorno? Proviamo a vedere la cosa da un’altra prospettiva, e colgo questa citazione per farlo.

La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice. [A. Merini]

Ora, non che dobbiamo essere felici solo o soprattutto per far ripicca alle persone, ma di certo abbiamo in questa ottica un’ulteriore molla per non mollare ( 🙂 ). E poi mi affascina tantissimo pensare alla felicità come strumento di vendetta; incrementa istantaneamente la mia “resistenza”.

Ed aggiungo anche, se non altro (… e ci sarebbe davvero tanto altro…), che dimostrarsi felici è il primo passo per esserlo veramente. Iniziamo a sorriderci, la felicità arriverà (immancabilmente dopo “profondi respiri”).

WU

PS. Da questo Lloyd.

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Tristezza e malinconia

“Lloyd, non so perché ma ogni tanto mi sento triste”
“Questo perché sta confondendo tristezza e malinconia, sir”
“A me paiono identiche…”
“Anche al tramonto e all’alba il sole è alla stessa altezza, sir”
“E infatti le ombre sono uguali, Lloyd”
“Ma non lo è la luce che dopo arriverà, sir”
“Illuminante, Lloyd”
“Buona settimana, sir”

Facciamo troppa confusione. Troppo spesso. Sia nel senso che facciamo troppo baccano ed andiamo troppo di corsa per fermarci a leggere ed intendere le nostre emozioni, sia nel senso che al primo barlume di malinconia tendiamo ad etichettarlo come tristezza e “curarci”…

Non possiamo essere tristi, è un male! Mah… spesso si, spesso no. La tristezza è l’ombra che esalta la luce, la sfumatura che da i colori, e potrei sbrodolare a raffica. La malinconia, poi… non ne parliamo. Uno stato d’animo malinconico ci etichetta subito come non grati alla vita, ci mette in una posizione di poco rispetto nei confronti delle nostre fortune e darebbe ragione alla sorte se volesse punirci.

Perché (IMHO) malinconia non è sinonimo di lamentela e tristezza non è sinonimo di resa.

A volte un bel acquazzone estivo pulisce l’aria; a volte una bella tranche di malinconia ci fa riflettere un po. In fondo è un modo per crearci dei “piccoli” (sperabilmente) grattacapi che quanto meno rallentano il nostro corri corri e ci permettono di prendere coscienza della nostre emozioni.

Compresa la differenza fra tristezza e malinconia… che è poi in fondo soggettiva più che oggettiva.

WU

PS. Qui da Lloyd

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Tempeste

Quando si dice che partiamo, o che il viaggio è il senso della vita, o che siamo in balia delle onde del destino, o che viaggiamo per non morire, il viaggio della vita, e tutte le frasi fatte che hanno a che fare con il mare, il viaggio, la vita e l’avventura.

Lloyd, qui, da la sua interpretazione. Notevole.

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Se non altro per il fatto che il mare di guai nel quale ci avventuriamo pare essere (ed in realtà vivendo impariamo presto che lo è effettivamente) inevitabile. Possiamo far finta di non vederle, ma le tempeste ti vengono a cercare e temerle non le fa certo placare.

Certo, lo scopo è uscirne rafforzati… beh, diciamo almeno uscirne indenni. Ma il punto è che non dobbiamo (e per me sostanzialmente perché non possiamo) chiuderci nel nostro porto ad aspettare che passi la tempesta.

Indipendentemente se siamo più o meno propensi ad una nuova avventura, se abbiamo voglia di scoprire cosa c’è oltre le nostre Colonne d’Ercole, se possiamo permetterci il lusso (si, immagino c’è chi possa permetterselo) di rimanere attraccati, temere le tempeste è inutile.

Ed è una cosa ben diversa dal “non bisogna temere le tempeste”; la paura è una sensazione inconscia, l’utilità è tristemente razionale.

Auguri a tutti i viaggiatori (e viaggianti)

WU

PS. E fatemi sproloquiare ancora un po’ con un latinismo a chiosa: Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt.

Attraverso le difficoltà

“Mi sembra di non andare da nessuna parte, Lloyd”

“Questo perché sta girando intorno ai problemi, sir”

“E come si spezza questo circolo, Lloyd?”

“Andando dritti per la propria strada, sir”

“Bisognerebbe riconoscere qual è…”

“Sir, ci son molte strade che si allontanano dalle difficoltà, ma solo una che le attraversa”

“Ed è la strada giusta?”

“Direi più la retta via, sir”

Come non prendere spunto da questo Lloyd…

Potrei approcciare il problema dal punto di vista della “incerta” situazione politica (anche se più che tale mi pare certissimo il fatto che giriamo attorno al problema di una fallace legge elettorale… fin troppo facile).

Potrei parlare della società che abbiamo (si, anche io e te, caro lettore) costruito che porta i giovani a fare quanto di peggio possa esistere, soprattutto per chi è nel pieno delle proprie forse per seminare: aver paura del futuro.

Potrei continuare con questi esempi che mi deprimono sempre di più, oppure potrei effettivamente essere uno dei precursori della via che “attraversa le difficoltà”. Più facile a dirsi che a farsi, più utile, incisivo, di impatto e di larga portata, a farsi.

Ora, ammesso che io (noi, tu, chi vi pare) siamo in grado di perseguire LA strada che attraversa le difficoltà (i.e. affronta il problema invece che girarci attorno) come possiamo fare a farci seguire? A camminare non sentendoci soli? A gettare le basi per non fare azioni dimostrative che muoiano nel nulla, ma per contribuire ad una forma mentis che ci migliori un po’ tutti?

Non ho LA risposta, ma sono certo che questa è LA domanda a cui rispondere per affrontare i problemi invece che far finta che non esistano, i.e. girarci attorno senza andare da nessuna parte. Una possibile risposta, senza nessuna pretesa che sia quella giusta/unica/definitiva, è che per affrontare i problemi serva umiltà (si, a volte si DEVE accettare di dover cambiare idea… altrimenti ogni confronto è solo uno scontro) e sacrificio (qui ci potete leggere lavoro, notti insonni, sbagli, cadute, e bla bla bla, ma la verità è che chi è disposto a sudare è ormai merce rara…). E queste cose vanno fatte, non chieste.

WU (a capo chino)

Partiamo partiamo, non vedi che siamo…

In realtà mi torna alla mente anche “non sarà un’avventura…” (ed un’altra sfilza di confusi pensieri che vi risparmi per pudore), ma ad ogni modo il concetto espresso qui da Lloyd è innegabilmente un leitmotiv della nostra esistenza: viviamo con un’eterna propensione ed una eterna paura nei confronti delle avventure.

“Lloyd, mi sono imbarcato in una nuova avventura”
“Noto, sir”
“Potrei finire in un mare di guai…”
“Probabile, sir”
“Ma allora perché non mi hai fermato?”
“Perché i buoni marinai sanno affrontare le tempeste, ma i grandi comandanti non le temono, sir”
“E noi cosa siamo, Lloyd?”
“In viaggio, sir. In viaggio…”

Il nostro rapporto con l’incognito è tanto peggiore quanto più vaste sono le nostre esperienze e tanto più effimero quanto più paura di sbagliare abbiamo.

Non abbiamo una rotta tracciata; questo è un dato di fatto. Si sta facendo un po’ di tutto per darci un’impresisone diversa: dalla politica, alle necessità etero-indotte, alle paure auto-prodotte e via dicendo, ma, signori e signori: noi possiao sbagliare. E se non usciamo di strada non sbagliamo, non impariamo, non andoamo avanti.

Alla De Gregori siamo bufali e non locomotive e come tali possiamo “sbandare di lato e cadere…”. C’è chi lo trova affascinante, chi totipotente, chi pauroso, chi inutile, diciamo che poco importa: è così. Piuttosto, la strade segnata è quella di dover salpare.

Ah, “il mare di guai” è uno dei pochi modi per rimboccarci le maniche e trovare soluzioni che una comoda e serena routine non richiede; anche in questo il nostro cervello, degno pigro muscolo della nostra carne mortale, richiede un costante allenamento per non ridursi ad una amorfa poltiglia. Tanto per completare il quadro…

In viaggio, Lloyd, in viaggio.

WU

Quattrocchi

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Prendo spunto da questo notevole Lloyd (rigorosamente non odierno) per ringraziare alcune categorie di persone che abbondano e con i quali (ahimè) è facile doversi confrontare. Facile nel senso di frequente e non certo di semplice, dato che ci vuole una buona dose di una dote tanto rata quanto preziosa: la pazienza.

Un grazie speciale ai “lo faccio meglio io”, “hai sbagliato qui, qui e qui”, ai tuttologi, agli internet-ologi, ai “so tutto io”, ai “l’avevo detto/fatto io…” ed ai loro abbondanti figli e parenti.

Fortunatamente di solito tali figure sono molto poco operative e tipicamente “di coordinamento” (…no, dai, non istigatemi). Di solito queste persone vivono sulla scia dei successi degli altri e cambiano mangiatoia in caso di insuccessi. Il che rende, tipicamente, tali persone meteore (non per questo meno dannose, anzi…) nella vita di chi fa, di chi si rimbocca le maniche, di chi prova e sbaglia.

Un detto dialettale delle mie parti recita: “chi non fa un servizio non farà neanche un cattivo servizio”. Per molti è meglio così, dobbiamo (collocandomi nell’altra categoria almeno nelle volizioni, spero nei fatti e chiedendo scusa in anticipo per quando la mia bussola si confonde) solo sopportare.

Infondo queste persone sono davvero da ringraziare più che altro per il fatto che il solo essere (sentirmi?) diverso mi da un po’ di amor proprio.

Ve lo ricordate il puffo Quattrocchi? Ed i suoi voli che gli facevano fare?

WU

Priorità

“Impegni per la settimana, Lloyd?”
“Essere felice, sir”
“Parlavo del lavoro, Lloyd?”
“La felicità è un lavoro a tempo pieno, sir. Il resto sono passatempi retribuiti”
“Forse non mi sono spiegato, Lloyd…”
“O forse non si è ancora del tutto capito, sir”
“Rivediamo le priorità, Lloyd…”
“Con estremo piacere, sir”

Come fosse facile definire una priorità (grazie Lloyd) . E poi, che vuol dire priorità?!

Personale, aziendale, sociale, mentale, affettiva, tanto è difficile definirla in ogni caso. Priorità: ovvero prima una cosa e poi l’altra (mi pare abbastanza semplice e concisa come definizione). Ma quando definiamo completato un dato compito (termine da intendersi in senso lato)?

Si può sempre fare meglio… Facciamo un esempio: la priorità è la famiglia. Ma come decidi quando smettere di giocare con i bimbi? La priorità è la casa: ma ti fermi solo quando è tutto lucido ed immacolato?

E’ facile intendere che, a meno di mansioni banali e ripetitive (tipo quelle da mettere in un foglio excel 🙂 ), decidere quando passare da un compito ad un’altro è assolutamente arbitrario. Esattamente come il concetto di priorità… il che determina una “arbitrarietà al quadrato” che coincide, per quanto mi riguarda, con “prendere decisioni a caso”.

Ed aggiungo, quanti di noi sono in grado di mettere la felicità come priorità?! Ah, vi voglio vedere quando decidete di smettere per passare al prossimo grattacapo…

Facciamo che forse la felicità, più che una indefinibile e non-interrompibile priorità, dovrebbe essere una linea guida nelle mansioni quotidiane, prioritarie e non. Più facile a dirsi.

WU

PS. Il mio personalissimo ed opinabilissimo concetto di priorità: “last in, first out”.