Tag: Lloyd

Bugie da odorare

“Lloyd, come si riconosce un bugiardo?”
“Stando attenti a quello che lo circonda, sir”
“In che senso, Lloyd?”
“Attorno ai venditori di fumo, c’è sempre puzza di bruciato, sir”
“Bisogna avere naso, Lloyd”
“Basta non passare la vita a turarselo, sir”
“Una vera boccata d’ossigeno, Lloyd”
“Buona settimana, sir”

Ci sono quelle a fin di bene, le omissioni, quelle fatte di proposito, quelle che sono (finte? parziali?) dimenticanze; ci sono quelle innocenti, quelle enormi, quelle fatte di proposito, quelle riservate a confessioni e quelle rivolte a tutti; ci sono quelle che confidano nelle sabbie del tempo, quelle che aspettano vendetta, quelle che pensiamo esserlo e quelle che lo sono e non ce ne accorgiamo. E di sicuro milioni di altri tipi.

Fatto sta che le bugie sono fra noi, quotidianamente. Da quelle piccole a quelle enormi. Quelle dei media, quelle mascherate da un banale “non ricordo”. I bugiardi, i loro portatori sani, siamo noi, un po’ tutti. Ed è una invenzione tutta umana e (forse) inconscia: un bambino inizia a dire piccole bugie anche senza essere mai entrato in contatto con esse (… o meglio, senza sapere di averlo fatto, dato che volenti o nolenti i genitori fanno parte del club…).

Non sono certo il santo che vuole scagliare la prima pietra. Non sto giudicando e non mi interessano i risvolti morali della faccenda (dato che ogni uomo li affronta a modo suo ed in fondo addormentarsi in pace con se stessi la sera è un lusso che ogni uomo potrebbe concedersi), quanto al fatto che bisogna avere sempre orecchie (e naso, come ci ricorda questo Lloyd) per riconoscerle.

Spesso, molto spesso, soprassediamo se percepiamo che l’interlocutore ci sta nascondendo (non per forza mentendo con malignità) qualcosa. Spesso facciamo bene (non vorremmo mica risolvere tutti i problemi del mondo, o no?); spesso non vi prestiamo sufficiente tempo o attenzione. Ma quel che sia la nostra reazione credo che la palestra per odorare la bugia debba essere quotidiana e costante. E’ forse una di quelle cose su cui lavorare sulle “nuove generazioni”, non mentirgli dicendo che il mondo è bellissimo e tutti sono sinceri (ma chi lo dice più? Neanche le nuove interpretazioni delle letture dei potei romantici…), quanto educarli a riconoscere il “grado di sincerità” dell’interlocutore. E da questo la fiducia nell’altro ed in se stessi.

Ci troviamo, quindi, nella spiacevole situazione (a tratti paradossale) in cui per imparare a riconoscere una bugia dobbiamo avere a che fare con un mentitore (beh, non ditemi che a priori non preferireste parlare con Sincero de’ Sinceri…). Non è il demonio a patto che noi siamo in grado di riconoscerne i limiti. Mi rendo conto che è più facile a dirsi che a farsi, ma è inevitabile. Almeno proviamoci: mentendoci nel piccolo e lasciando un po’ trasparire quando lo facciamo… proprio come ci hanno insegnato il fuco accendendolo, facendoci odorare il fumo e facendoci bruciacchiare i polpastrelli. Una inevitabile palestra di vita.

WU

Annunci

Dare consiglio

“Perché gli amici ti chiedono un consiglio se poi fanno quello che vogliono, Lloyd?”
“Quando scende la notte nella mente, non serve qualcuno che ci illumini ma qualcuno che attenda l’alba con noi, sir”
“Un buon amico non porta la sua luce, Lloyd?”
“Un buon amico non ha paura del nostro buio, sir”
“Grazie, Lloyd”
“Prego, sir”

Questo Lloyd anche a distanza di settimane, era li, sopito nelle pieghe della mia memoria, ed al momento giusto ha battuto i piedi fer farsi sentire.

Oggi mi sono trovato a più riprese, ed effettivamente abbastanza stanamene, a dare consiglio, vedendo puntualmente il diretto interessato agire diversamente. Essendo consigli (e, ad essere proprio sincero, anche su situazioni solo parzialmente di mio interesse) non mi aspettavo certo di vedere “eseguito” il mio suggerimento. Anzi, continuo a pensare che o si è veramente indecisi fra due/tre/poche alternative oppure chiedere consiglio funziona solo per confermare quello che si ha già in mente o che si vorrebbe fare. Una sorta di nulla osta.

Non che sia un male, intendiamoci. Chiedere consiglio è anche un modo per confessarsi, per parlare, aprirsi, vedere il punto di vista di un altro, etc. etc. Anzi, il consiglio è proprio questo, non di certo il vate che ti dice cosa fare avendo letto nel futuro ogni possibile implicazione. Motivo per cui odio la classica frase “… ma alla fine la scelta è tua.” … neanche non lo sapessi; o meglio ancora, proprio perché è mia ti chiedo un consiglio e non di scegliere per me.

Inizio a pensare che è il termine stesso di “consiglio” un po’ fuorviante per chi li chiedere e, soprattutto, per chi li da. Sapere ascoltare e stimolare l’altro a parlare ed aprirsi è forse il consiglio più utile. In due parole (in una non ci sono riuscito senza il rischio -la certezza- di essere frainteso) il miglior consiglio è un “proattivo silenzio”.

Diamoli e chiediamoli; attendere l’alba in compagnia è molto utile.

WU

All’aria

Lloyd260918.png

Tanto parto dall’idea che almeno una volta a chiunque di noi è venuta voglia di buttare tutto all’aria. Personalmente almeno una volta al giorno, indipendentemente se ho le scatole propriamente montate o di traverso.

Diciamo che l’idea di dover ricominciare mi disturba, ma anche vedere le cose statiche, definite non mi entusiasma proprio. La totipotenza che si ha quando si inizia qualcosa si perde abbastanza velocemente una volta che le situazioni prendono una qualsivoglia piega.

Non credo sia un male di per se (… che poi è un po’ come prendere la nostra strada nella vita), ma diciamo che è facile che non appaghi. E’ facile che qualunque cosa siamo diventati, magari ciclicamente, ci disturbi.

Sfasciare tutto non è facile e ci vuole coraggio, oppure incoscienza. Fatto sta che se ci si mette in difficoltà difficilmente ci cimentiamo nelle soluzioni. Ora, vediamo di non esagerare: non sto suggerendo a nessuno (e sto cercando di fermare me stesso a mia volta) di mandare a donninne la propria vita solo per vedere che effetto fa ricominciare (… salvo poi essere nuovamente delusi dalla prossima destinazione che raggiungiamo), ma direi che è almeno un invito a coltivare un po’ di possibilità diverse e collaterali, per quanto sia difficile, anche quando la strada sembra irrimediabilmente segnata.

Mettiamola così: possiamo cercare di modificare una qualunque situazione senza dover aprire la finestra e buttare tutto giù. Ripeto il “possiamo cercare”, non credo che la soluzione sia facile da trovare ne ovvia da ottenere; credo costi molto più sacrificio una modifica che un nuovo inizio. Ci da qualche certezza in più (che vuol dire anche meno stimoli allo sforzo ed al sacrificio), ma ci tarpa tanto anche le ali.

Non so bene da dove incominciare, ma aprire la finestra e selezionare cosa buttare giù è una possibile strada (intermedia, come da classico italiano) per identificare sentieri pieni di possibilità scostandoci dalla strada maestra senza doverla completamente cancellare. E poi chissà, da cosa nasce cosa…

WU

PS. Da questo egregio Lloyd che guardo sul mio desktop almeno da un paio di settimane.

La corsa verso la felicità

“Sir, sta uscendo per la quotidiana corsa verso la felicità?”
“Esatto, Lloyd. Speriamo solo di non incontrare anche oggi le solite difficoltà”
“Difficoltà, sir?”
“Sì, Lloyd. E credimi, sembrano insuperabili. Vanno così veloce che me le trovo costantemente di fronte”
“Se mi permette, forse sbaglia la tecnica di sorpasso, sir”
“Cioè, Lloyd?”
“Le difficoltà non si superano mai in velocità, ma in resistenza, sir”
“Questione di grandi polmoni, Lloyd?”
“Credo più di profondi respiri, sir”

… ed intanto vorrei stressare la parola corsa. Che poi la felicità sia effettivamente il traguardo o semplicemente la benzina che ci serve per correre, direi che il titolo applica in ogni caso (… o sarebbe meglio “DI corsa verso la felicità”).

Che dobbiamo dirci (di nuovo?!), che ci saranno “le solite difficoltà”? Che ci sembrano sempre insuperabili? Che saremo li li per demordere (lusso di pochi) praticamente ogni giorno? Proviamo a vedere la cosa da un’altra prospettiva, e colgo questa citazione per farlo.

La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice. [A. Merini]

Ora, non che dobbiamo essere felici solo o soprattutto per far ripicca alle persone, ma di certo abbiamo in questa ottica un’ulteriore molla per non mollare ( 🙂 ). E poi mi affascina tantissimo pensare alla felicità come strumento di vendetta; incrementa istantaneamente la mia “resistenza”.

Ed aggiungo anche, se non altro (… e ci sarebbe davvero tanto altro…), che dimostrarsi felici è il primo passo per esserlo veramente. Iniziamo a sorriderci, la felicità arriverà (immancabilmente dopo “profondi respiri”).

WU

PS. Da questo Lloyd.

Tristezza e malinconia

“Lloyd, non so perché ma ogni tanto mi sento triste”
“Questo perché sta confondendo tristezza e malinconia, sir”
“A me paiono identiche…”
“Anche al tramonto e all’alba il sole è alla stessa altezza, sir”
“E infatti le ombre sono uguali, Lloyd”
“Ma non lo è la luce che dopo arriverà, sir”
“Illuminante, Lloyd”
“Buona settimana, sir”

Facciamo troppa confusione. Troppo spesso. Sia nel senso che facciamo troppo baccano ed andiamo troppo di corsa per fermarci a leggere ed intendere le nostre emozioni, sia nel senso che al primo barlume di malinconia tendiamo ad etichettarlo come tristezza e “curarci”…

Non possiamo essere tristi, è un male! Mah… spesso si, spesso no. La tristezza è l’ombra che esalta la luce, la sfumatura che da i colori, e potrei sbrodolare a raffica. La malinconia, poi… non ne parliamo. Uno stato d’animo malinconico ci etichetta subito come non grati alla vita, ci mette in una posizione di poco rispetto nei confronti delle nostre fortune e darebbe ragione alla sorte se volesse punirci.

Perché (IMHO) malinconia non è sinonimo di lamentela e tristezza non è sinonimo di resa.

A volte un bel acquazzone estivo pulisce l’aria; a volte una bella tranche di malinconia ci fa riflettere un po. In fondo è un modo per crearci dei “piccoli” (sperabilmente) grattacapi che quanto meno rallentano il nostro corri corri e ci permettono di prendere coscienza della nostre emozioni.

Compresa la differenza fra tristezza e malinconia… che è poi in fondo soggettiva più che oggettiva.

WU

PS. Qui da Lloyd

Lloyd250618.png

 

Tempeste

Quando si dice che partiamo, o che il viaggio è il senso della vita, o che siamo in balia delle onde del destino, o che viaggiamo per non morire, il viaggio della vita, e tutte le frasi fatte che hanno a che fare con il mare, il viaggio, la vita e l’avventura.

Lloyd, qui, da la sua interpretazione. Notevole.

Lloyd120618.png

Se non altro per il fatto che il mare di guai nel quale ci avventuriamo pare essere (ed in realtà vivendo impariamo presto che lo è effettivamente) inevitabile. Possiamo far finta di non vederle, ma le tempeste ti vengono a cercare e temerle non le fa certo placare.

Certo, lo scopo è uscirne rafforzati… beh, diciamo almeno uscirne indenni. Ma il punto è che non dobbiamo (e per me sostanzialmente perché non possiamo) chiuderci nel nostro porto ad aspettare che passi la tempesta.

Indipendentemente se siamo più o meno propensi ad una nuova avventura, se abbiamo voglia di scoprire cosa c’è oltre le nostre Colonne d’Ercole, se possiamo permetterci il lusso (si, immagino c’è chi possa permetterselo) di rimanere attraccati, temere le tempeste è inutile.

Ed è una cosa ben diversa dal “non bisogna temere le tempeste”; la paura è una sensazione inconscia, l’utilità è tristemente razionale.

Auguri a tutti i viaggiatori (e viaggianti)

WU

PS. E fatemi sproloquiare ancora un po’ con un latinismo a chiosa: Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt.

Attraverso le difficoltà

“Mi sembra di non andare da nessuna parte, Lloyd”

“Questo perché sta girando intorno ai problemi, sir”

“E come si spezza questo circolo, Lloyd?”

“Andando dritti per la propria strada, sir”

“Bisognerebbe riconoscere qual è…”

“Sir, ci son molte strade che si allontanano dalle difficoltà, ma solo una che le attraversa”

“Ed è la strada giusta?”

“Direi più la retta via, sir”

Come non prendere spunto da questo Lloyd…

Potrei approcciare il problema dal punto di vista della “incerta” situazione politica (anche se più che tale mi pare certissimo il fatto che giriamo attorno al problema di una fallace legge elettorale… fin troppo facile).

Potrei parlare della società che abbiamo (si, anche io e te, caro lettore) costruito che porta i giovani a fare quanto di peggio possa esistere, soprattutto per chi è nel pieno delle proprie forse per seminare: aver paura del futuro.

Potrei continuare con questi esempi che mi deprimono sempre di più, oppure potrei effettivamente essere uno dei precursori della via che “attraversa le difficoltà”. Più facile a dirsi che a farsi, più utile, incisivo, di impatto e di larga portata, a farsi.

Ora, ammesso che io (noi, tu, chi vi pare) siamo in grado di perseguire LA strada che attraversa le difficoltà (i.e. affronta il problema invece che girarci attorno) come possiamo fare a farci seguire? A camminare non sentendoci soli? A gettare le basi per non fare azioni dimostrative che muoiano nel nulla, ma per contribuire ad una forma mentis che ci migliori un po’ tutti?

Non ho LA risposta, ma sono certo che questa è LA domanda a cui rispondere per affrontare i problemi invece che far finta che non esistano, i.e. girarci attorno senza andare da nessuna parte. Una possibile risposta, senza nessuna pretesa che sia quella giusta/unica/definitiva, è che per affrontare i problemi serva umiltà (si, a volte si DEVE accettare di dover cambiare idea… altrimenti ogni confronto è solo uno scontro) e sacrificio (qui ci potete leggere lavoro, notti insonni, sbagli, cadute, e bla bla bla, ma la verità è che chi è disposto a sudare è ormai merce rara…). E queste cose vanno fatte, non chieste.

WU (a capo chino)