Tag: Lloyd

Priorità

“Impegni per la settimana, Lloyd?”
“Essere felice, sir”
“Parlavo del lavoro, Lloyd?”
“La felicità è un lavoro a tempo pieno, sir. Il resto sono passatempi retribuiti”
“Forse non mi sono spiegato, Lloyd…”
“O forse non si è ancora del tutto capito, sir”
“Rivediamo le priorità, Lloyd…”
“Con estremo piacere, sir”

Come fosse facile definire una priorità (grazie Lloyd) . E poi, che vuol dire priorità?!

Personale, aziendale, sociale, mentale, affettiva, tanto è difficile definirla in ogni caso. Priorità: ovvero prima una cosa e poi l’altra (mi pare abbastanza semplice e concisa come definizione). Ma quando definiamo completato un dato compito (termine da intendersi in senso lato)?

Si può sempre fare meglio… Facciamo un esempio: la priorità è la famiglia. Ma come decidi quando smettere di giocare con i bimbi? La priorità è la casa: ma ti fermi solo quando è tutto lucido ed immacolato?

E’ facile intendere che, a meno di mansioni banali e ripetitive (tipo quelle da mettere in un foglio excel 🙂 ), decidere quando passare da un compito ad un’altro è assolutamente arbitrario. Esattamente come il concetto di priorità… il che determina una “arbitrarietà al quadrato” che coincide, per quanto mi riguarda, con “prendere decisioni a caso”.

Ed aggiungo, quanti di noi sono in grado di mettere la felicità come priorità?! Ah, vi voglio vedere quando decidete di smettere per passare al prossimo grattacapo…

Facciamo che forse la felicità, più che una indefinibile e non-interrompibile priorità, dovrebbe essere una linea guida nelle mansioni quotidiane, prioritarie e non. Più facile a dirsi.

WU

PS. Il mio personalissimo ed opinabilissimo concetto di priorità: “last in, first out”.

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La nostra lotta quotidiana

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Questa per la serie “la vita è una lotta” o per quella “bisogna arrendesi all’evidenza”? Fatto sta che il conflitto, dalla mattina quando ci alziamo alla sera quandoci abbandoniamo a Morfeo, c’è. Ce lo creiamo noi stessi con la realtà che ci circonda e con le nostre aspettative.

Lo combattiamo (non tutti, fortunatamente, con baionetta ed elmetto) con i nostri gesti, le nostre azioni, i nostri contatti, il nostro lavoro, la nostra routine e via dicendo.

C’è chi si arrende prima, chi più tardi. Quasi nessuno molla a priori. Mollare, in qualunque senso questo termine lo vogliamo intendere, non è una sconfitta. Il “limitare le perdite” di questo Lloyd altro non è che accettare il punto in cui siamo arrivati.

In base all’interesse di una data situazione ai nostri occhi tale “resa” potrebbe non essere affatto facile e ci verrebbe molto più naturale continuare strenuamente a perseguire un’obiettivo palesamene irrealizzabile.

Non voglio (io?!) inneggiare alla resa (… ma neanche alla cieca speranza e lungi da me usare la parola “realismo”… praticamente oscillo a caso fra i vari estremismi) e confesso che sulle prime il Lloyd in questione mi ha quasi urtato, ma pensandoci con un po’ (quel po’ di cui sono capace) di razionalità in fondo ci sta dicendo: combatti finché puoi la tua lotta, la vittoria finale passa anche della resa in qualche battaglia.

WU

PS. E come non pensare (praticamente inevitabile) a:

“o forse non c’incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio
ognuno diverso
e ognuno in fondo perso
dentro i fatti suoi”

[Vita Spericolata, V. Rossi]

Di pungolature e di cavalcate

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Si, possiamo anche fare i conti, ma pungolare un po’ la vita è una di quelle (pochissime) cose che ti consentono di non piangerti addosso quando sei con te stesso a tirare le somme della vita.

Credo che a “cavalcare” si impari solo quando ci si provi e stare sul divano delle nostre certezze di certo non ci porterà a montare in sella.

Credo che, in base al livello “di pungolatura” ci voglia una buona dose di coraggio, irrazionalità, paura, frustrazione, e cose del genere per farlo deliberatamente.
Credo che farlo se non si ha altra scelta o si hanno le spalle coperte non sia sinonimo di “pungolatura”.

Credo che un vero amico, un familiare, chiunque ti voglia veramente bene dovrebbe farlo se ti vede “in difficoltà”, senza paura di metterti in ulteriore difficoltà dato che è il cambiamento che poi porta alla soddisfazione, se non altro per averci provato. Chiunque avalli il tuo/mio/nostro crogiolarsi nello status quo non può definirsi come un vero amico.

Credo che finire a terra faccia parte del gioco. Invoco “l’aiuto da casa” per spingermi a cadere; a rialzarmi ci posso pensare io, a decidere di cadere è molto più difficile.

WU

PS. Detto molto meglio qui da Lloyd

 

Scadenze

In questo rush di fine anno (partito con indegno anticipo) mi viene in mente questo Lloyd datato (come da tradizione).

“Lloyd, allora per l’appuntamento con le scadenze…”
“Sì, sir?”
“Io mi farei venire a prendere dal panico come al solito”
“Sir, le ricordo che tutte le volte il panico arriva sempre all’ultimo minuto”
“Dici che mi conviene partire prima con l’ansia da prestazione?”
“Buona scelta, sir”
“Ma non è che il panico poi si offende?”
“Non si preoccupi, sir. Sono sicuro farete l’ultimo tratto di viaggio insieme”
“Grazie del consiglio, Lloyd”
“Non c’è di che, sir”

Di scadenze sono (e siamo) oberato, non solo in chiusura d’anno. Molte sono scadenze perché ce le auto-imponiamo, molte perché non vediamo l’ora di togliercele d’avanti, altre ancora sono solo doveri o promesse, poche sono obiettivi ed ancor meno sono soddisfazioni.

Ciò nonostante con la scadenza ci dobbiamo convivere (e tanta invidia per chi può non essere a conoscenza di questa parola): dalla bolletta, all’appuntamento con il dentista.
Che l’ansia non aiuti non sarò certo il primo a dirlo e che una buona dose di organizzazione (quella sana, non usiamo parole tipo “management” per favore) sia pura utopia è altra cosa ben nota.

Un approccio “alla giornata” ha i suoi pro (soprattutto nel breve periodo), ma porta altri grattacapi. Fulgido esempio di come una via di mezzo gioverebbe ad evitare inutili panici ed inutili affanni. Arrivare in ritardo è un’altra lecita (e spesso non completamente deliberata) soluzione; personalmente mi da solo l’idea di spostare una scadenza, così da una te ne ritrovi due.

WU (fuori tempo massimo)

PS. Non è che se le chiamiamo deadline la pillola mi pare troppo addolcita…

Problemi di prospettiva

Dare la colpa a qualcosa, meglio se fuori dalla nostra giurisdizione, è lo strumento della natura umana per illudersi di mettersi al riparo dall’incertezza del futuro.

Le prospettive, ad esempio. E’ assolutamente certo (ne ho sproloquiato già a caso più e più volte, e.g. qui e qui) che le cose cambiano dal punto di vista dal quale si guardano. Cerchiamo di fare un passo ulteriore.

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Una prospettiva “dal basso”, come stando stesi su questo pavimento di Lloyd, certamente esalta la difficoltà delle cose; altro che montagne di impegni, stando sufficientemente bassi è come non veder mai la fine neanche di uno spillo. Una prospettiva “dall’alto”, d’altro canto, sembra schiacciare tutte le basi e le fondamenta su cui una certa soluzione (ottimisticamente intesa come la cima “della montagna”) si erge.

In fin dei conti in entrambi i casi non si percepisce la vera “altezza” del problema, ed in assenza di questa mal si valuta il piano di azione; indipendentemente “dall’ampiezza dell’orizzonte delle possibilità”.

Guardare il cielo, ad esempio, lo si può fare da diverse prospettive, dal prato all’aereo, ma solo guardando le nuvole in faccia si capisce quanto sono pesanti/leggere (… e foriere di pioggia).

Forse stare in piedi (spalle dritte solo per i più coraggiosi) è la prospettiva migliore. Difficile.

WU

PS. “Guarda le cose da un’altra prospettiva”, “Cerca di cambiare prospettiva”, “Allarga le tue prospettive”, etc. etc. Tutto giustissimo, tutte parole. Non mi spiacerebbe alzarmi dal pavimento in cui Lloyd mi relega per dare una profondità alle cose e per cogliere gli aspetti nascosti delle situazioni. Provarci, in questo caso, è una magra consolazione che non da alcun risultato.

Il mio autunno

Oggi tutto d’un tratto mi sono accorto che siamo in autunno.

Non lo avevo ancora realizzato (complice anche un clima più che altro primaverile…). Ad ogni modo, siamo in autunno, è un po’ una di quelle cose che ti colpiscono all’improvviso, il tempo di uno sguardo fuori, per poi tornare a nascondersi fra la routine di tutti i giorni.

Mi accorgo ora che i parchi sono pieni di foglie, mi accorgo ora che nelle vie del centro si vedono già le caldarroste e mi accorgo ora che vicino alle radici dei grandi alberi ci sono una pletora di funghi.

Non che sia una stagione che mi piaccia particolarmente, ma vedere le foglie che cadono fa sempre un certo effetto. Chissà che ci aspettiamo d’avvero, chissà se ci trasmette tristezza per la sua ineluttabilità o per il fatto che ci richiama la nostra caducità. Ingialliscono, cadono e, come ci sottolinea qui Snoopy, non ci salutano. Procedono, gialle ed indifferenti, verso il loro destino.

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Ma la cosa su cui forse prima non mi ero soffermato, e qui elegantemente Lloyd ci fa notare è come cambi la prospettiva a vederle cadere “dall’alto”. Nei panni di un albero, che è stato già privato (beh, diciamo che è in procinto di esserlo) del suo caldo sole estivo, il modo migliore per aspettare i nuovi germogli è lasciare libere le stanche foglie.

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Ma tutta questa saggezza è intrinseca nella natura o in noi che vogliamo leggerla in essa? E poi il fatto che vogliamo vedere in una foglia che cade il sole che tornerà non è che solo un modo per consolarci di quanto stiamo/abbiamo perso? Non bruciamo le tappe, gustiamoci, per quanto difficile, anche il momento stesso della caducità.

WU

PS. Ed a corredo di questo vigoroso autunno, un altro paio di scatti che ho rubato per caso nel momento in cui ho realizzato che … siamo in autunno. E c’era davvero scritto da tutte le parti!

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Polemiche

… ed io ne sono, in fondo (ma poi neanche troppo in fondo), un grande fautore. Non perché mi piacciono, perché mi viene praticamente naturale. Molto più facile essere polemico che obiettivo; molto più facile essere accomodante che polemico.
Ad ogni modo la visione di Lloyd (qui) è come sempre illuminante:

“Ho trovato questo strano oggetto sul fondo dell’animo. Sai cos’è, Lloyd?”
“Sembrerebbe una polemica, sir”
“Una polemica?”
“Esatto, sir. Funziona infiammando uno straccio di argomentazione imbevuto in un po’ di spirito di osservazione”
“Interessante. Ma non mi hai detto a che serve”
“Serve a far luce quanto basta a mettere in mostra chi la accende, sir”
“Insomma è una lampada, Lloyd…“
“Poco illuminante e quasi sempre senza genio, sir”
“Penso che ne potremmo fare a meno, Lloyd”
“Penso anche io, sir. Penso anche io”

Mi piace pensare che in fondo argomentazione ed osservazione della realtà ne sono alla base. E’ come dire che anche dalle migliori intenzioni può nascere una polemica, ovvero che viene quasi naturale rapportandosi con la vita.

Spegnerla sarebbe l’ideale, affievolirla più realistico. Che ci sia il genio o meno (… e vorrei vedere in quale lampada che possiamo accendere ogni giorno lo possiamo trovare…) e che la luce ci scaldi o ci infastidisca, credo che per quanto difficile possa essere una polemica da fare e/o da ricevere rimanga comunque uno degli spunti di cambiamento che ci toccano più nell’intimo.

Altro paradosso della natura umana.

WU

PS. E segnalo questo altrettanto lodevole commento al pezzo di cui sopra:

E se inserita in una bottiglia di discorsi incendiari può creare molti più danni di quanto si creda. Grazie Lloyd e Sir!