Tag: Lloyd

Attraverso le difficoltà

“Mi sembra di non andare da nessuna parte, Lloyd”

“Questo perché sta girando intorno ai problemi, sir”

“E come si spezza questo circolo, Lloyd?”

“Andando dritti per la propria strada, sir”

“Bisognerebbe riconoscere qual è…”

“Sir, ci son molte strade che si allontanano dalle difficoltà, ma solo una che le attraversa”

“Ed è la strada giusta?”

“Direi più la retta via, sir”

Come non prendere spunto da questo Lloyd…

Potrei approcciare il problema dal punto di vista della “incerta” situazione politica (anche se più che tale mi pare certissimo il fatto che giriamo attorno al problema di una fallace legge elettorale… fin troppo facile).

Potrei parlare della società che abbiamo (si, anche io e te, caro lettore) costruito che porta i giovani a fare quanto di peggio possa esistere, soprattutto per chi è nel pieno delle proprie forse per seminare: aver paura del futuro.

Potrei continuare con questi esempi che mi deprimono sempre di più, oppure potrei effettivamente essere uno dei precursori della via che “attraversa le difficoltà”. Più facile a dirsi che a farsi, più utile, incisivo, di impatto e di larga portata, a farsi.

Ora, ammesso che io (noi, tu, chi vi pare) siamo in grado di perseguire LA strada che attraversa le difficoltà (i.e. affronta il problema invece che girarci attorno) come possiamo fare a farci seguire? A camminare non sentendoci soli? A gettare le basi per non fare azioni dimostrative che muoiano nel nulla, ma per contribuire ad una forma mentis che ci migliori un po’ tutti?

Non ho LA risposta, ma sono certo che questa è LA domanda a cui rispondere per affrontare i problemi invece che far finta che non esistano, i.e. girarci attorno senza andare da nessuna parte. Una possibile risposta, senza nessuna pretesa che sia quella giusta/unica/definitiva, è che per affrontare i problemi serva umiltà (si, a volte si DEVE accettare di dover cambiare idea… altrimenti ogni confronto è solo uno scontro) e sacrificio (qui ci potete leggere lavoro, notti insonni, sbagli, cadute, e bla bla bla, ma la verità è che chi è disposto a sudare è ormai merce rara…). E queste cose vanno fatte, non chieste.

WU (a capo chino)

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Partiamo partiamo, non vedi che siamo…

In realtà mi torna alla mente anche “non sarà un’avventura…” (ed un’altra sfilza di confusi pensieri che vi risparmi per pudore), ma ad ogni modo il concetto espresso qui da Lloyd è innegabilmente un leitmotiv della nostra esistenza: viviamo con un’eterna propensione ed una eterna paura nei confronti delle avventure.

“Lloyd, mi sono imbarcato in una nuova avventura”
“Noto, sir”
“Potrei finire in un mare di guai…”
“Probabile, sir”
“Ma allora perché non mi hai fermato?”
“Perché i buoni marinai sanno affrontare le tempeste, ma i grandi comandanti non le temono, sir”
“E noi cosa siamo, Lloyd?”
“In viaggio, sir. In viaggio…”

Il nostro rapporto con l’incognito è tanto peggiore quanto più vaste sono le nostre esperienze e tanto più effimero quanto più paura di sbagliare abbiamo.

Non abbiamo una rotta tracciata; questo è un dato di fatto. Si sta facendo un po’ di tutto per darci un’impresisone diversa: dalla politica, alle necessità etero-indotte, alle paure auto-prodotte e via dicendo, ma, signori e signori: noi possiao sbagliare. E se non usciamo di strada non sbagliamo, non impariamo, non andoamo avanti.

Alla De Gregori siamo bufali e non locomotive e come tali possiamo “sbandare di lato e cadere…”. C’è chi lo trova affascinante, chi totipotente, chi pauroso, chi inutile, diciamo che poco importa: è così. Piuttosto, la strade segnata è quella di dover salpare.

Ah, “il mare di guai” è uno dei pochi modi per rimboccarci le maniche e trovare soluzioni che una comoda e serena routine non richiede; anche in questo il nostro cervello, degno pigro muscolo della nostra carne mortale, richiede un costante allenamento per non ridursi ad una amorfa poltiglia. Tanto per completare il quadro…

In viaggio, Lloyd, in viaggio.

WU

Quattrocchi

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Prendo spunto da questo notevole Lloyd (rigorosamente non odierno) per ringraziare alcune categorie di persone che abbondano e con i quali (ahimè) è facile doversi confrontare. Facile nel senso di frequente e non certo di semplice, dato che ci vuole una buona dose di una dote tanto rata quanto preziosa: la pazienza.

Un grazie speciale ai “lo faccio meglio io”, “hai sbagliato qui, qui e qui”, ai tuttologi, agli internet-ologi, ai “so tutto io”, ai “l’avevo detto/fatto io…” ed ai loro abbondanti figli e parenti.

Fortunatamente di solito tali figure sono molto poco operative e tipicamente “di coordinamento” (…no, dai, non istigatemi). Di solito queste persone vivono sulla scia dei successi degli altri e cambiano mangiatoia in caso di insuccessi. Il che rende, tipicamente, tali persone meteore (non per questo meno dannose, anzi…) nella vita di chi fa, di chi si rimbocca le maniche, di chi prova e sbaglia.

Un detto dialettale delle mie parti recita: “chi non fa un servizio non farà neanche un cattivo servizio”. Per molti è meglio così, dobbiamo (collocandomi nell’altra categoria almeno nelle volizioni, spero nei fatti e chiedendo scusa in anticipo per quando la mia bussola si confonde) solo sopportare.

Infondo queste persone sono davvero da ringraziare più che altro per il fatto che il solo essere (sentirmi?) diverso mi da un po’ di amor proprio.

Ve lo ricordate il puffo Quattrocchi? Ed i suoi voli che gli facevano fare?

WU

Priorità

“Impegni per la settimana, Lloyd?”
“Essere felice, sir”
“Parlavo del lavoro, Lloyd?”
“La felicità è un lavoro a tempo pieno, sir. Il resto sono passatempi retribuiti”
“Forse non mi sono spiegato, Lloyd…”
“O forse non si è ancora del tutto capito, sir”
“Rivediamo le priorità, Lloyd…”
“Con estremo piacere, sir”

Come fosse facile definire una priorità (grazie Lloyd) . E poi, che vuol dire priorità?!

Personale, aziendale, sociale, mentale, affettiva, tanto è difficile definirla in ogni caso. Priorità: ovvero prima una cosa e poi l’altra (mi pare abbastanza semplice e concisa come definizione). Ma quando definiamo completato un dato compito (termine da intendersi in senso lato)?

Si può sempre fare meglio… Facciamo un esempio: la priorità è la famiglia. Ma come decidi quando smettere di giocare con i bimbi? La priorità è la casa: ma ti fermi solo quando è tutto lucido ed immacolato?

E’ facile intendere che, a meno di mansioni banali e ripetitive (tipo quelle da mettere in un foglio excel 🙂 ), decidere quando passare da un compito ad un’altro è assolutamente arbitrario. Esattamente come il concetto di priorità… il che determina una “arbitrarietà al quadrato” che coincide, per quanto mi riguarda, con “prendere decisioni a caso”.

Ed aggiungo, quanti di noi sono in grado di mettere la felicità come priorità?! Ah, vi voglio vedere quando decidete di smettere per passare al prossimo grattacapo…

Facciamo che forse la felicità, più che una indefinibile e non-interrompibile priorità, dovrebbe essere una linea guida nelle mansioni quotidiane, prioritarie e non. Più facile a dirsi.

WU

PS. Il mio personalissimo ed opinabilissimo concetto di priorità: “last in, first out”.

La nostra lotta quotidiana

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Questa per la serie “la vita è una lotta” o per quella “bisogna arrendesi all’evidenza”? Fatto sta che il conflitto, dalla mattina quando ci alziamo alla sera quandoci abbandoniamo a Morfeo, c’è. Ce lo creiamo noi stessi con la realtà che ci circonda e con le nostre aspettative.

Lo combattiamo (non tutti, fortunatamente, con baionetta ed elmetto) con i nostri gesti, le nostre azioni, i nostri contatti, il nostro lavoro, la nostra routine e via dicendo.

C’è chi si arrende prima, chi più tardi. Quasi nessuno molla a priori. Mollare, in qualunque senso questo termine lo vogliamo intendere, non è una sconfitta. Il “limitare le perdite” di questo Lloyd altro non è che accettare il punto in cui siamo arrivati.

In base all’interesse di una data situazione ai nostri occhi tale “resa” potrebbe non essere affatto facile e ci verrebbe molto più naturale continuare strenuamente a perseguire un’obiettivo palesamene irrealizzabile.

Non voglio (io?!) inneggiare alla resa (… ma neanche alla cieca speranza e lungi da me usare la parola “realismo”… praticamente oscillo a caso fra i vari estremismi) e confesso che sulle prime il Lloyd in questione mi ha quasi urtato, ma pensandoci con un po’ (quel po’ di cui sono capace) di razionalità in fondo ci sta dicendo: combatti finché puoi la tua lotta, la vittoria finale passa anche della resa in qualche battaglia.

WU

PS. E come non pensare (praticamente inevitabile) a:

“o forse non c’incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio
ognuno diverso
e ognuno in fondo perso
dentro i fatti suoi”

[Vita Spericolata, V. Rossi]

Di pungolature e di cavalcate

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Si, possiamo anche fare i conti, ma pungolare un po’ la vita è una di quelle (pochissime) cose che ti consentono di non piangerti addosso quando sei con te stesso a tirare le somme della vita.

Credo che a “cavalcare” si impari solo quando ci si provi e stare sul divano delle nostre certezze di certo non ci porterà a montare in sella.

Credo che, in base al livello “di pungolatura” ci voglia una buona dose di coraggio, irrazionalità, paura, frustrazione, e cose del genere per farlo deliberatamente.
Credo che farlo se non si ha altra scelta o si hanno le spalle coperte non sia sinonimo di “pungolatura”.

Credo che un vero amico, un familiare, chiunque ti voglia veramente bene dovrebbe farlo se ti vede “in difficoltà”, senza paura di metterti in ulteriore difficoltà dato che è il cambiamento che poi porta alla soddisfazione, se non altro per averci provato. Chiunque avalli il tuo/mio/nostro crogiolarsi nello status quo non può definirsi come un vero amico.

Credo che finire a terra faccia parte del gioco. Invoco “l’aiuto da casa” per spingermi a cadere; a rialzarmi ci posso pensare io, a decidere di cadere è molto più difficile.

WU

PS. Detto molto meglio qui da Lloyd

 

Scadenze

In questo rush di fine anno (partito con indegno anticipo) mi viene in mente questo Lloyd datato (come da tradizione).

“Lloyd, allora per l’appuntamento con le scadenze…”
“Sì, sir?”
“Io mi farei venire a prendere dal panico come al solito”
“Sir, le ricordo che tutte le volte il panico arriva sempre all’ultimo minuto”
“Dici che mi conviene partire prima con l’ansia da prestazione?”
“Buona scelta, sir”
“Ma non è che il panico poi si offende?”
“Non si preoccupi, sir. Sono sicuro farete l’ultimo tratto di viaggio insieme”
“Grazie del consiglio, Lloyd”
“Non c’è di che, sir”

Di scadenze sono (e siamo) oberato, non solo in chiusura d’anno. Molte sono scadenze perché ce le auto-imponiamo, molte perché non vediamo l’ora di togliercele d’avanti, altre ancora sono solo doveri o promesse, poche sono obiettivi ed ancor meno sono soddisfazioni.

Ciò nonostante con la scadenza ci dobbiamo convivere (e tanta invidia per chi può non essere a conoscenza di questa parola): dalla bolletta, all’appuntamento con il dentista.
Che l’ansia non aiuti non sarò certo il primo a dirlo e che una buona dose di organizzazione (quella sana, non usiamo parole tipo “management” per favore) sia pura utopia è altra cosa ben nota.

Un approccio “alla giornata” ha i suoi pro (soprattutto nel breve periodo), ma porta altri grattacapi. Fulgido esempio di come una via di mezzo gioverebbe ad evitare inutili panici ed inutili affanni. Arrivare in ritardo è un’altra lecita (e spesso non completamente deliberata) soluzione; personalmente mi da solo l’idea di spostare una scadenza, così da una te ne ritrovi due.

WU (fuori tempo massimo)

PS. Non è che se le chiamiamo deadline la pillola mi pare troppo addolcita…