I tre setacci

Vi racconto la storiella, poi vi dico il soggetto (anche se è forse più o meno facilmente deducibile). Il frangente che mi ha fatto venire in mente questa storia (lavorativo; un lungo, prolisso, inutile, scambio di mail con un escalation di frasi fra l’inutile, il falso ed il cattivo) ve lo risparmio.

Un giorno venne qualcuno a trovarlo, e gli disse:

“Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?”

“Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.”

“I tre setacci?”

“Certo. Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci.”

“Hai verificato se quello che mi dirai è vero?”

“No, ne ho solo sentito parlare.”

“Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?”

“Ah no! Al contrario.”

“Dunque, vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere.”

“Forse puoi ancora passare il test. È utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?”

“No, davvero.”

“Allora, se ciò che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile, io preferisco non saperlo. Consiglio anche a te di dimenticarlo”.

Il primo setaccio è la verità. Il secondo setaccio è la bontà. Il terzo setaccio è l’utilità.

Se ci ricordassimo di questi setacci (rigorosamente in questo ordine, dato che sono certo già al primo setaccio più della metà delle cose che diciamo, e ci diciamo, ogni giorni si fermerebbero) quando apriamo bocca, o quando ascoltiamo eviteremmo facilmente il proliferare di false notizie, bufale, immotivate voci, e via dicendo.

Ma eviteremmo anche riunioni, discorsi, lunghi ed infondati post/chat, etc. Eviteremmo il propagarsi dell’odio (mette qui un aggettivo a caso: razziale, religioso, etc.) e faremmo anche a meno di covare ed elaborare risposte ed idee (o ideologie?) che certamente non si scostano poi troppo dalla “notizia” di partenza.

Nulla di nuovo, ma un remind (mi) fa sempre piacere; se non altro per tacere una volta di più.

WU

PS. Il saggio in questione, ca va sans dire, è Socrate.

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Luoghi e Nonluoghi

Sono stato in vacanza (ed un bel chissene starebbe benissimo).

Non è mia intenzione tediarvi con il dove, ma dirvi proprio che sono stato da qualche parte. Mi spiego (ci provo). Sono stato qui e li, ho visto piazze, strade, viuzze, posti non particolarmente nuovi (per me), ma pure sempre diversi dal tram tram di tutti i giorni.

Ma la cosa che mi è rimasta più dentro di queste vacanze è proprio che sono stato in Luoghi e che ho accuratamente (neanche avessi voluto farlo apposta) evitato ogni possibile nonluogo.

E’ una fortuna, lo so, ma in fondo sono vacanze e ne è il mio ricordo più bello.

Durante queste vacanze non sono mai entrato in un supermercato, centro commerciale, aeroporto, stazione, etc. Non sono mai entrato in un negozio che fosse un franciasing, non ho mai mangiato in un ristorante che fosse una catena.

Ho praticamente vissuto al di fuori di quegli spazi “anantropici” (vi piace questa definizione?) privi di qualunque identità che però frequento nel resto dell’anno (e che in fondo, in alcuni, momenti, offrono anche una certa sicurezza: pensate di essere in un paese sconosciuto e di esservi immersi nella cultura locale; una capatina al McDonald prima di tornare a casa vi da comunque una certa tranquillità…).

Viviamo (e non lo dico certamente io) in una “submodernità” che confina i centri dei paesini, le botteghe, le piazze, ed in generale tutti i luoghi con un pesante retaggio storico a piccole curiosità da visitare ma non da vivere. Preferiamo posti “generici”, posti uguali in qualunque paese del mondo, posti con i quali non ci leghiamo più di tanto (anzi, non ci leghiamo affatto).

Non che aborra questi nonluoghi, sia chiaro, ma le vacanze fuori da essi (completamente fuori!) sono state effettivamente più belle per il fatto di aver vissuto i luoghi più che dei luoghi che ho vissuto.

Mi sono fermato ai caselli autostradali ed ai distributori di benzina, dolenti (ma più che tollerabili) eccezioni.

WU

Ciao, sono ET.

Sotto l’ombrellone (come se ci fossi stato) mi sono messo a fare questo sondaggio qui. Beh, ok, non è forse la prima cosa che vi verrebbe in mente di fare durante le vacanze, ma sono certo che dopo un po’ di sudoku vi dedichereste anche voi a questo (… tanto il livello è quello, no?).

Sappiamo tutti di cosa si occupa il progetto SETI (in due righe, il progetto che scandaglia un po’ tutto l’universo alla ricerca di un segnale etichettabile come alieno

On a blueish rocky planet orbiting a star in a galaxy they call the “Milky Way”, an intelligent carbon-based species communicates by means of radio waves.
Any moment, they could receive a signal from their counterparts living in a distant corner of the vast Universe or a place in their vicinity. Likewise, their signals, leaking into outer space, could be discovered.
This species is us…
We don’t know whether this is ever going to happen, but what are we going to do if it does? Do we want this to happen, and how do we influence whether it does?
What would it tell about our existence?
What does it mean to be human?

La domanda che il sondaggio vuole affrontare è: ma se gli alieni ci contattassero come dovremmo reagire? Una cosa tipo colossal americano in cui un team ristretto di scienzo-politici gestisce la cosa alla faccia di una ignara umanità? Scatenare isterie di massa rilevando la notizia a tutti? Un eroe solitario che si immola per “salvarci” (ammesso che sia da i nostri extra-visitatori che debba salvarci)? Oppure potremmo semplicemente non rispondere? Far finta che non ci sia nessuno qui sulla terra (ma ve lo immaginate se loro facessero lo stesso? SETI non ha nessuna chances…)?

In teoria proprio il SETI ha una bozza di procedura per eventi di questo tipo (… e sarei proprio curioso di sapere se nell’eventualità di un contatto del genere sarebbe seguita…); dopo un primo riesame del segnale per essere certi non sia di natura terrestre sarebbero allertati diversi centri di ricerca sparsi nel mondo per un cross-check. Se anche loro hanno rilevato il segnale in maniera indipendente si passerebbe alla procedura di primo contatto. Il Central Bureau for Astronomical Telegrams dell’Unione Astronomica Internazionale ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite sarebbero i primi ad essere informati e sarebbero loro a decidere some e quando (non se, pare) dare la notizia al mondo intero. Nessuno, secondo procedura, dovrebbe rispondere al segnale prima che l’umanità (non mi è chiaro in che forma/veste) non abbia deciso in modo corale cosa e se rispondere.

Ad ogni modo direi che, anche ad un occhio inesperto, non si può mettere una decisione di tale portata solo nelle mani di pochissimi individui, per quanto eccelsi questi possano essere (sono certo anche loro avrebbero delle cose di cui ci vergogniamo, come umanità, e che vorrebbero omettere). Per non dire che chiunque riceva un segnale di potenziale natura aliena (scienziati del progetto SETI compresi) non esiterebbe a divulgare la notizia: in fondo stiamo parlando di una svolta epocale per l’umanità intera! Ah, non dimentichiamoci l’ampia classe dei complottisti che gongolerebbe neanche fosse natale per un bambino…

La mia posizione nel rispondere al sondaggio è stata più o meno: che ciascuno dica la sua, direttamente ai nostri extra visitatori. Evitiamo figure intermedie, filtri e censure. Inondiamoli di informazioni. Facciamogli subito vedere in che casino si stanno ficcando e facciamo subito capire che se non altro (assumo che non siamo noi la tecnologia più all’avanguardia altrimenti saremmo stati noi ad andare a trovare loro) abbiamo dalla nostra la pluralità di pensiero.

Potere al popolo! 😀 … almeno in questo.

WU

Feriae Augusti

Il giorno della gita fuori porta, del mare/montagna, del pranzo a sacco. Il giorno scacciapensieri, il giorno della catarsi, il giorno dell’ozio. Oggigiorno.

Nella Roma imperiale, Augusto (a cui, non a caso, è dedicato il mese di Agosto) si riposava a corte e celebrava la fine dei lavori agricoli e nei campi in generale. Il riposo di Augusto, istituito dall’imperatore nel 18 secolo a.c., si aggiungeva ad altre feste (pagane, neanche a dirsi) già pre-esistenti e dedicate al dio della terra e della natura (bisognava pur ingraziarsi qualcuno in vista dell’imminente autunno-inverno…). Era il momento del riposo (non dell’ozio). Un tempo.

Il ferragosto ha comunque mantenuto una caratteristica chiave nel tempo, quella di essere un po’ il giorno cardine del periodo di pausa dal lavoro. Ha sempre avuto un ruolo un po’ da collante per garantire un numero sufficiente di giorni consecutivi in cui staccare mente e braccia dal lavoro. Il giorno che teneva assieme gli Augustali, il periodo di riposo dalle fatiche estive.

I festeggiamenti, ovviamente, si svolgevano a base di giostre di cavalli, corse di animali da tiro e battute di caccia (un tempo, ma molto è rimasto ancor oggi: il palio, rievocazioni storiche sparse, fuochi artificiali e roba simile…).

Ah, questa è la festa, ma il giorno non è stato sempre il 15 di Agosto. In origine le “ferie di Augusto” erano il primo del mese, ma nei secoli, e sotto l’indubbia pressione della chiesa cattolica, la festività è stata spostata al quindici del mese per farla coincidere con la festa, cristiana, dell’assunzione di Maria.

Mi ricorda un po’ una specie di “festa del dopolavoro” e quasi tutti i miei ricordi giovanili di questo giorno sono legati al pic-nic nel bosco con tutta l’immancabile logistica: sveglie antidiluviane per accaparrarsi il tavolo migliore (vhe immancabilmente poi rilevava qualche pecca: troppo assolato, lontano dall’acqua, affumicato, etc.), cocomeri enormi da far entrare in sempre-troppo-strette fontane già affollate da quintali di anguria (con la naturale conseguenza di urgenti ed abbondanti urinate), ore ed ore di code in macchina, barbecue mai troppo riusciti e, soprattutto, tante risate.

WU (just back)

PS. In giusto e voluto ritardo, per celebrare la ricorrenza ormai passata senza tediarvi dal meritato riposo :).

Le mucche, il latte, il foraggio

Due bovari avevano ereditato due pascoli adiacenti. Il primo lo recintò, andò a comprare una magnifica vacca olandese; ve la rinchiuse e si sdraiò sull’erba, aspettando ogni giorno il momento di mungerla. Il secondo invece dissodò il terreno, scavò un pozzo; seminò l’erba e irrigò, finché il suo pascolo somigliò a un campo di calcio. Allora, con i pochi soldi rimastigli, comperò due magre vacchette. Da principio la vacca olandese produceva 50 litri di latte al giorno, mentre le due vacchette meno della metà. Ma, in seguito, il pascolo del primo bovaro si inaridì; la sua vacca iniziò a deperire e a produrre meno latte. Le vacchette del vicino, invece, prosperavano e arrivarono a produrre più di 60 litri di latte al giorno. Il primo bovaro propose al vicino di scambiarsi gli animali. Quello acconsentì; ma, dopo poco tempo, la situazione tornò uguale. Infatti le due vacchette si smagrirono e divennero improduttive; invece la frisona, sempre più florida, vinse addirittura un premio internazionale. A quel punto il primo bovaro vendette per pochi soldi pascolo e bestie al vicino e se ne andò in città, in cerca di fortuna. L’altro, invece, prosperò con i suoi animali per molti anni.

Questa storiella (non chiedetemi citazioni, credo si tratti di saggezza popolare olandese…) si offre a molteplici “morali”, molte scontate, qualcuna banale, tutte parimenti vere (e, IMHO, piuttosto tristi):

  • nessuna vacca è in grado di farci neanche una goccia di latte senza foraggio. Hai voglia tu a prendere le mucche migliori, hai voglia a fargli le coccole, dirgli le parole dolci o fargli sentire musica da camera: per fare il latte (risultato) ci vuole in foraggio (investimento? lavoro?).
  • non saremo mai in grado di distinguere una vacca produttiva da una improduttiva fintantoché queste non mangiano dallo stesso pascolo. In altri termini, per fare un paragone fra il rendimento di soggetti diversi è necessario che le condizioni di partenza siano le stesse (è facile fare più latte se abbiamo più latte se abbiamo più erba a disposizione, anche se valiamo poco).
  • non facciamo i bovari ignoranti: se guardiamo solo alla quantità di latte prodotto facilmente ci troveremo a scartare le vacche migliori! La valutazione di un soggetto è ANCHE il risultato, ovviamente. L’efficienza come unità di misura della meritocrazia è molto rischiosa.

Il foraggio può essere a vostra scelta un investimento, un rischio, dei fondi, la fiducia, ma anche la collaborazione, il supporto e via dicendo.

Il latte può essere un buon voto a scuola, i risultati di una ricerca scientifica, l’acquisizione di un buon contratto, un qualunque risultato atteso (e sudato), il livello di sicurezza di una città e via dicendo.

Le vacche siamo noi.

I bovari no.

WU

Spaceboy

Ok, oggi non potevo parlare di una cosa diversa dall’anniversario dello sbarco sulla Luna. Non potevo proprio farlo. Ho però cercato di evitare didascaliche descrizioni di quel giorno, ricordi (che non ho, come non ce li ha la metà di quelli che scrivono qualcosa a riguardo) oppure propositi. Mi sono però imbattuto nella notizia sulla quale divago che è un po’ triste (da un po’ quell’aria di saudade alla ricorrenza), ma magari mette un po’ i riflettori su tutti i sacrifici, gli incidenti (e non parlo di quello recente del Vega) e dello zampino che il destino ha messo e sta mettendo nella nostra esplorazione (no, di conquista non credo sia ancora il caso di parlare) dello spazio.

Mandla Maseko, trent’anni, africano di origine; Nato e cresciuto alle porte di Pretoria, nell’epoca in cui i bianchi avevano appena finito (o dicevano di averlo fatto) di segregare i neGri.

Era stato scelto assieme ad altri 23 colleghi (nessun altro africano, va detto) fra oltre un milione di aspiranti astronauti. Si era candidato facendosi scattare una foto “in volo”, ovvero saltando da un muretto di un paio di metri; il salto che aveva sancito l’inizio della sua carriera (beh, diciamo formazione va…) e l’inizio della realizzazione dei suoi sogni.

Aveva iniziato la sua formazione nel 2013 ed il lancio della sua missione, sulla navetta Lynx, era previsto per il 2015. Il destino della Lynx non fu fra i più felici: dapprima il lancio fu ritardato per problemi tecnici a data da destinarsi e poi, nel 2017 la XCor Aerospace, responsabile della Lynx, falli.

Il sogno di Mandla si allontanava un pochino, ma il ragazzo non aveva nessuna intenzione di arrendersi. Si teneva allenato, si addestrava privatamente come pilota, era entrato nell’esercito e comunque faceva parte della “riserva di astronauti” da cui la Nasa poteva attingere. Insomma, il suo biglietto per lo spazio se lo sentiva, a buon diritto, in tasca.

Mandla.png

Era innamorato della sua carriera, era innamorato della sua bandiera. “voglio che i bambini sappiano che se ce l’ho fatta io, tutto è possibile” era La sua frase (ah, si guadagnava da vivere facendo sessioni motivazioni in giro per il Sud Africa…). Lui che era la cosa più vicina a portare l’Africa nello spazio; l’ “afronauta” di riferimento che sono certo ispirerà le prossime generazioni.

Mandla è morto il 6 Luglio 2019 in un incidente motociclistico. Aveva 30 anni.

WU

PS. Mi chiedo un paio (ok, sono tre) di cose. Ma il destino (o la divinità che preferite) vuole così darci una lezione o ha semplicemente colpito a caso (di certo non è il primo che muor ein un incidente di moto, ma è uno a caso o è stato in qualche modo “selezionato” anche in questo caso)? Mandla avrebbe fatto la storia (inteso come “far parlare di se” ed “ispirare giovani virgulti”) di più volando nello spazio o andandosene così? Che cosa ci colpisce di più il fatto che  un ragazzo stava per realizzare il suo sogno oppure il fatto che questo ragazzo venisse da un posto nel quale le massime ambizioni di un ragazzo potevano essere fare il poliziotto o il dottore?

Le risposte non ce le ho, ma un po’ l’amaro in bocca questa storia me lo lascia, anche nell’anniversario odierno.

Mio caro pangolino

Ecco a voi un piccolo, dolce, squamoso… pangolino. Sulla scia dell’ennesima notizia di questi giorni circa il bestio di turno minacciato dall’uomo mi sono imbattuto in questo simpatico animaletto. Già il nome lo rende abbastanza simpatico, ma anche guardandolo “in faccia” l’impressione (mia) perdura.

Pangolino.png

Una specie di incrocio fra un armadillo ed un formichiere, il pangolino è l’unico mammifero vivente coperto da scaglie. Una vera e propria corazza degna di un dinosauro: scaglie belle grosse sul dorso che vanno via via assottigliandosi per arti e muso per consentire la mobilità necessaria senza precludere la protezione (beh, l’uomo fa ovviamente eccezione).

Allora, ricapitoliamo: squamosi, piccolini (fra i 30 ed i 100 cm), territoriali, si cibano soprattutto di formiche, solitari, dalle abitudini per lo più notturne, (dell’ordine dei Folidoti, di cui sono anche gli unici rappresentati, se volete saperlo), circa otto specie, diffuso dell’Asia meridionale al Sud Est e dell’Africa subsahariana.

Fra gli animali meno pericolosi al mondo e (poveri loro) oggetti di tanto tanto tanto interesse da parte del predatore uomo. Le sue squame sono usate nella medicina tradizionale cinese e vietnamita (fonti di poteri taumaturgici e magici), la sua carne è ottima (soprattutto se servita in zuppa… pare). Ah, e poi come non mettere a rischio la specie aggiungendo il piacere di adottare un pangolino come animale domestico? Un bel pet-pangolino (da catturare, allevare in cattività, se sopravvive, abbandonare all’uopo e comunque sottrarre al suo ambiente naturale)! Il Pangolin Specialist Group vorrebbe proprio preservare questi animali, anche se le stime di esemplari catturati ed uccisi (1.000.000 !) non è certo confortante… uno stato di conservazione della specie tra vulnerabile e fortemente a rischio di estinzione completa lo scenario.

WU

PS. E due parole sul nome? Da “pang-goling” o “peng-goling” o “peng-gulung“: colui che si arrotola. Soprannominato anche carciofo a quattro zampe, il nome rende subito merito alla strategia difensiva del pangolino: mi arrotolo e lascio che il predatore non veda altro che le mie squame. Non funzione, evidentemente, con l’uomo.

Motivazione Motivazionale

Oggi mettiamola sul piano motivazionale… nel senso di dubbi “consigli” motivazionali (che, lungi dal me dare, sia chiaro!). Di certo non è la prima volta che uso questo blog per questo scopo (e non mi sono messo a spulciare nei vecchi post per verificarlo).

Lo spunto sarà stata la primavera, sarà stata quest’altra settimana che volge al termine, sarà stata la stanchezza, la mia indisposizione o qualche solito delirio, ma è molto più probabile che sia stato questo Dilbert (in realtà è una storia che va avanti da qualche striscia, ne metto tre nell’immagine) ad aprirmi gli occhi, oggi (bhe diciamo che me lo ha riportato alla mente).

Dilbert31052019.png

La verità è che spesso questi slogan (e peggio ancora, corsi!) motivazionali non hanno assolutamente nessun effetto se non quello contrario di demotivare. Il punto è che (mi) sembrano cose affettate, fatte perché scritte in qualche manuale (o peggio, per pagare profumatamente qualche consulente super-esperto), fatte per corroborare l’ego o il senso del dovere di chi le “elargisce”.

Sarò io, ma slogan/riunioni/massime/lezioni motivazionali NON mi lasciano indifferente, mi indispongono proprio. Non che mi senta superiore è che mi pare una di quelle cose che se instradata, se inculcata, se forzata perde istantaneamente tutto il suo valore.

Una delle poche frasi che rileggo di tanto in tanto quando “cerco motivazione” è quella che cito sotto (e, confesso, non sempre funziona allo scopo, ma è in fondo una frase che mi piace molto… e questo mi basta e forse conta più di tante pretese motivazionali…).

“Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”
[Mark Twain]

Aggiungo anche che la motivazione non è qualcosa che va “cercata”, o meglio la si può anche cercare, ma se non apriamo la mente non la troveremo mai e la ricerca della stessa non mi pare aiuti ad aprirla… ed a me personalmente la prossima “sessione motivazionale” me la chiude definitivamente.

WU

Scatti assassini

Qui la sfida è rimanere obiettivi evitando di costellare tutto il post di parolacce e bestemmie :). Ah, il titolo è impostato dando la colpa agli scatti (selfie) per deviare, volutamente, il focus dai diretti interessati; segno che cerco di essere un po’ obiettivo o no?

Allora, il Rapporto Italia 2019 dell’Eurispes ci informa che ben 259 persone sono rimaste vittima, fra il 2011 ed il 2017 di selfie estremi, nel mondo (ah, beh, meno male…). Se ho difficoltà con la prima parola figuriamoci con il binomio…

Scendendo più in dettaglio scopriamo che, la prima causa di morte (in questo contesto, sia chiaro…) sono agli annegamenti. Un autoscatto a tema acquatico è merce molto rara, evidentemente. Al secondo gradino del podio troviamo “incidenti” legati a mezzi di trasporto, è chiaro che farsi una foto davanti al treno che sta arrivando può essere un po’ pericoloso, ma solo un po…

Al terzo posto, con un indiscusse 48 vittime, troviamo il fuoco (beh, d’altra parte si sa che acqua, macchine e fuco sono pericolosi, eh si… anche in foto) pari merito con le cadute dai palazzi/muri/scogliere/etc. Il brivido di un autoscatto con il nulla sotto e tutt’attorno è costato la vita (si, la vita!) ad altre 48 persone.

Scariche elettriche hanno mietuto circa 16 vittime (anche se non mi è molto chiaro cosa sia un selfie legato ad una folgorazione, ma è evidentemente un limite della mia immaginazione)

Circa una decina sono rimasti vittima di aggressioni da parte di animali feroci, che evidentemente stavano bene nell’inquadratura della foto solo secondo gli occhi (ormai chiusi) del fotografo, ma che non erano sostanzialmente d’accordo ad essere immortalati.

Il rapporto ci indica, inoltre, la fascia di età più decimata dai selfie estremi (lo ripeto per capacitarmi) che è quella compresa fra i 20 ed i 26 anni (109 vittime) seguita dalla fascia 10-19 anni (76 vittime) e quindi dalla fascia 30-39 anni (20 vittime) e quindi dalla fascia 40-69 anni (9 vittime). Beh, almeno direi che la propensione al rischio (ripeto, lo chiamo rischio anche se mi è chiaro che su un piatto della bilancia ci sia la vita -!- non mi è chiaro -e forse non voglio saperlo- cosa ci sia sull’altra) si conferma scemare con l’età.

Ogni commento sarebbe inutile.

WU

PS. Se proprio morite (fotograficamente) dalla curiosità, geograficamente è l’India quella messa peggio (sono arrivati ad indire no-selfie zone nella metropolitana…).

La baia, il battello e la foresta

Homebush Bay a Sydney (si, dove abbiamo speso soldi e coltivato speranze con lo stadio delle olimpiadi del 2000), è una baia immersa nella natura in cui l’uomo non si è potuto esimere dal lasciare la sua impronta. La baia è infatti diventata una sorta di cimitero di scafi di navi catturate ad abbandonate durante la seconda guerra mondiale (rifiuti tossici, versamenti, inquinamento, etc etc, lo devo sottolineare?) ormai in disuso abbandonate al loro destino ed agli agenti atmosferici. Fin qui sembra quasi che non vi sia nulla di strano, se non fosse che la vendetta migliore della natura è l’ironia.

La SS Ayrfield era un battello a vapore di quasi 80 metri e 1140 tonnellate, costruito nel 1911 a Newcastle. L’imbarcazione era in origine impiegata per il trasporto del carbone fra Newcastle e Sydney fino alla seconda guerra mondiale quando fu adoperata per trasportare i rifornimenti alle truppe americane nell’Oceano Pacifico. Nel 1972 fu portata nella baia (già destinata a far marcire gli altri relitti) per essere smantellata; le operazioni di demolizione evidentemente non furono mai concluse e lo scafo fu lasciato semplicemente li.

Nel suo scafo arrugginito, nell’ultimo secolo, una lussureggiante foresta di mangrovie ha deciso di regalarci un insolito (ed un po’ spettrale) spettacolo. Come una sorta di “il mondo dopo l’uomo”, si vede ora la rivincita della natura che si è appropriata dei resti della nave creando un nuovo ecosistema di quella che è, tecnicamente, una foresta galleggiante.

FloatingForest.png

Oggi facciamo (finta ?) di aver dimenticato il disastro ecologico (e ci consoliamo un po’ vedendo che in qualche modo Madre Natura, che si è comunque ripresa il possesso dei nostri abbandoni, se la cava sempre) e vediamo la foresta galleggiante come una meta turistica. La verità, IMHO, è che abbiamo una memoria troppo corta, specialmente per le cose che vogliamo dimenticare ed anche quando abbiamo dinanzi emblemi che dovrebbero farcele ricordare riusciamo comunque ad consolarci tuffandoci nel bello che ci circonda.

Abbiamo messo insieme (beh, diciamo in relazione, una baia, un battello ed una foresta in quella che però non mi sembra esattamente una fiaba alla Esopo…

WU