Adermatoglifia

Non mi è chiaro quale sia precisamente il ruolo del fato, ma è inequivocabile che l’unicità delle nostre impronte digitali derivi sostanzialmente dal caso.

Anche due gemelli le hanno diverse, tutti noi siamo associati ad una particolare di esse (nel bene e nel male) e ce le portiamo con noi dalla nascita alla morte.

Sto parlando delle impronte digitali.

Quelli microscopiche creste di pelle che abbiamo sui polpastrelli e che trasferiscono su ogni cosa che tocchiamo un segno unico di riconoscimento. Anzi… pare possano dirci molto di più: la sudorazione della pelle, quello che mangiamo, le nostre abitudini di vita, i farmaci che assumiamo, etc. tutto viene rilasciato su quell’improntina che inevitabilmente depositiamo al solo contatto di una mano (… e che pare possa permanere fino a mezzo secolo indisturbata su una superficie!).

Bene, il impronte digitali sono parte di noi. A parte di coloro che sono affetti da adermatoglifia. Eh? Confesso: è esattamente con questa parola che oggi mi è partito il trip delle impronte digitali.

La adermatoglifia è in pratica una malformazione della pelle umana che si sostanzia nell’assenza di impronte digitali, sia sulle mani che sui piedi (si, dai, le impronte ce le abbiamo anche sui piedi… anche se le “usiamo” meno spesso…).

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Si tratta di una malattia genetica (rarissima, certamente… quattro famiglie in tutto identificate dal 2011 ad oggi!) che rende tutto “un po’ più difficile” per il mondo un cui viviamo. Senza voler pensare a scene di crimine (CSI andrebbe in crisi) dai passaporti allo sblocco di un nuovo telefono le impronte “ci servono”.

Adermatoglifia a parte, le impronte possiamo anche, forzatamente, perderle… o meglio attenuarle: chi fa un duro lavoro manuale oppure chi se le brucia con fiamme o acidi (onde evitare riconoscimenti incriminanti… ovviamente) rimane privo delle nostre piccole, uniche creste epidermiche.

Chiudo la divagazione con la menzione che in futuro potrebbero essere usati alcuni dei molteplici segni univoci che ci identificano: siamo già nell’era dell’utilizzo dell’iride e del DNA e ci stiamo avvicinando all’epoca in cui sarà sufficiente la nostra flora batterica intestinale a dirci chi siamo. Attenti anche a sputare… se avete qualcosa da nascondere!

WU

PS. Ve la immaginate l’analisi (si, richiederebbe strumenti che non sono propriamente alla portata di tutti…) che si potrebbe fare di ciascuno di noi solo dalla nostra tastiera o lo schermo del nostro telefono? Inquietante ed affascinante.

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #2

Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.

Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; I’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.

Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.

Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
Magari! diceva Magari!
Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.

S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita ” impossibile “, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi… c’erano gli oceani… Ie foreste…

E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. Belluca è semplicemente (più facile a dirsi che a farsi) evaso dalla realtà. Si è reso conto, per poco, certamente, il tempo del fischio di un treno, che esiste anche un altro mondo, oltre al suo (nostro?) fatto da routine, lavoro, famiglia, fretta e vacui impegni. Si, poi Belluca si scusa ed ha anche la sua “ora d’aria”, ma una volta provate certe emozioni non si dimenticano.

Per quest’anno, da parte mia, un augurio di Natale un po’ diverso: che il treno possa fischiare per ciascuno di noi.

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #1

Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
Frenesia, frenesia.
Encefalite.
Infiammazione della membrana.
Febbre cerebrale .
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
Morrà? Impazzirà?
Mah!
Morire, pare di no…
Ma che dice? che dice?
Sempre la stessa cosa. Farnetica…
Povero Belluca!

E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.

Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capo ufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.

Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosi per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.

Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo ufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna era venuto con più di mezz’ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.

Che significa? aveva allora esclamato il capo ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. Ohé, Belluca!
Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. Il treno, signor Cavaliere.
Il treno? Che treno?
– Ha fischiato.
Ma che diavolo dici?
Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
Il treno?
Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio che quella sera doveva essere il malumore urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.

Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.

Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.

Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.

Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
“A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, I’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”. Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima.

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. … e che vuoi aggiungere? La pena del vivere? La rabbia folle nascosta da una coltre di grigiume tipico (un tempo solamente, oggi credo che “la malattia” sia molto più estesa) della piccolissima borghesia, magari impiegatizia? L’alienamento soppresso della quotidianità che prima o poi deve trovare sfogo (… ed è meglio che glielo diamo noi evitando gli eccessi delle esplosioni)? L’evento banale che scatena la ribellione alla realtà? Oppure, semplicemente e senza voler aggiungere troppo ad un brano che ho scoperto forse troppo tardi ed invito tutti a leggere almeno una volta: è la normale quotidianità la vera follia.

C’era una volta la Caveasphaera

Le uniche cose certe sono che è esistita e che ne abbiamo ritrovato dei fossili. Poi di cosa si tratti è una questione tutt’altro che chiusa.

Sono passati circa 19 anni dal primo ritrovamento di fossili di Caveasphaera, ma non ci è ancora chiaro con cosa abbiamo a che fare ed in particolare se abbiamo davanti una scoperta epocale oppure un qualunque abbaglio (parola forse mistificatoria per quei preziosissimi “esperimenti falliti” con cui si gettano le basi per le “grandi scoperte”).

Stiamo parlando di qualcosa che ad occhio nudo è praticamente un minuscolo granello di sabbia. Mezzo millimetro di diametro (ma che abbiamo avuto la bravura non calpestare, ma di identificare quantomeno come oggetto pieno di interesse) che solo osservato ai raggi X rivela la sua vera natura: un groviglio di migliaia e migliaia di cellule. Ah, la datazione lo colloca a circa 609 milioni di anni fa.

Il punto dolente è capire se abbiamo davanti il fossile di un animale o meno. Se confermato potrebbe essere il più antico fossile mai trovato, collocando la nascita degli animali ben prima di quella comunemente riconosciuta come “esplosione del cambriano” che è finora identificata come l’epoca in cui Madre Natura ha deciso di partorire gli animali (“solo” 30 milioni di anni fa…).

L’alternativa è che abbiamo davanti una banalissima e sporadica colonia di batteri. Il divario è enorme e con esso le nostre capacità di capire (riscrivere?) la nostra preistoria.

Quando per la prima volta la Caveasphaera fu osservata in dettaglio ai raggi X quello che si notò fu una specie di stadi evolutivi di un embrione animale. E da qui il sogno della scoperta…

Caveasphaera.png

The organism is notable due to the study of related embryonic fossils (measuring about a half-millimeter in diameter) which display different stages of its development: from early single-cell stages to later multicellular stages. Such fossil studies present the earliest evidence of an essential step in animal evolution – the ability to develop distinct tissue layers and organs

Ma quindi: la Caveasphaera è un animale? Beh, si, forse, o forse no… E quando si è effettivamente verificata la transizione da organismi unicellulari a pluricellulari? Beh, o 600 milioni di anni fa o qualche centinaio di milioni di anni dopo…

La risposta è in un granello di sabbia. Intrigante, indipendentemente dalla risposta (anche se ho come la sensazione che vorremmo chiamare quel granello papà, che lo sia o meno).

WU

Pugni dati, presi e ritirati

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Non tutto si può esprimere in parole, non tutte le parole esprimono ciò che proviamo. Certo c’è la comunicazione non verbale, le espressioni, i movimenti, quegli impercettibili gesti che fanno di noi quel che siamo (e danno a ciascuna situazione la propria piega). E poi ci sono i pugni.

Questo e questo Peanuts mi fanno sorridere per la loro semplicità (infantilità mi pare sminuire) e schiettezza. Confesso che mi urtano anche un pochino costatando (da vecchio?) che non posso mettere (facilmente?!) in pratica l’approccio suggerito.

Ne quello di darlo un bel pugno (orientativamente sono un non-violento), ne quello di ritirarlo (orientativamente sono troppo razionale), ne tanto melo quello di farlo ritirare a qualcuno (troppo indurito in una qualche corazza, credo). Certamente si può trasportare la situazione e l’esternazione su un piano figurato, ma si perde tanto del fascino (e dell’utilità!) di questo genere di emozioni.

Si, perché credo che quello che stiamo descrivendo qui è proprio L’Emozione, il non riuscire a frenarla, il non provare a mascherare con la calma e le parole uno scatto d’ira. Dignitoso di esistere come un sorriso spontaneo che ferisce eventualmente esattamente come la sua controparte.

Linus ritorna da Lucy il giorno dopo, sa che lo scatto è uno scatto e come tale lo tollera (ancora?!) senza costruirci attorno più di tanti castelli ne conservando strascichi che portano ad irretirsi su questa o quella posizione o pregiudizio (ora sostituite a Linus e Lucy due razze a caso e ripetete l’esercizio…).

E’ la stessa Lucy che ritira il pugno (ah, magari si potesse veramente fare… anche figurativamente), la stessa persona che lo ha scagliato che non cerca giustificazioni, costrutti, ulteriori liti o sfoghi, non cerca di tergiversare, di scusarsi e neanche di continuare a sostenere la sua posizione. Ritira il pugno, in silenzio, da parte di entrambi.

Nessuno è perfetto, tutti perfettibili (bella scoperta…). L’ira va domata, certo, ma a volte da qualche parte, in un angolino (magari non in faccia a nessuno) deve trovare il proprio sfogo. Ne va della nostra fanciullezza e della nostra umanità.

WU

Ikigai: il motivo per alzarsi al mattino

sono un profondo sostenitore del fatto che la filosofia aiuti a vivere. Non importa quale essa sia nello specifico è una di quelle cose (forse LA cosa) più personali in assoluto. Credere, confidare, illudersi, usate il termine che preferite in qualcosa è quello che ci fa scendere dal letto il mattino senza pentimenti o magoni.

Per i giapponesi la filosofia maestra per affrontare il day-by-day è lo Ikigai: la soluzione a tutti i problemi della vita e ragione per andare avanti. Detto così sembrerebbe la panacea di tutti i mali, ma come sempre succede in questi casi (oltre a capire un po’ meglio di cosa si tratta) è sicuramente il caso di capire come la filosofia in questione si possa applicare al singolo (cosa tutt’altro che facile).

Ikigai: lo stress diminuisce e la vita migliora (e daje con queste dichiarazioni…). Sostanzialmente la filosofia in questione è un costrutto che parte da quattro ipotesi basilari:

  • quello che amiamo
  • quello che gli altri amano di noi
  • quello che sappiamo fare
  • quello che possiamo fare (magari per il mondo)

Trovare un buon equilibrio fra questi quattro aspetti significa aver trovato il nostro, personalissimo Ikigai.

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Come fare coltivare il nostro Ikigai? Beh, più facile a dirsi che a farsi, anche se ci sono alcune cose che certamente aiutano: avere delle passioni, coltivarle; avere un impegno quotidiano (lavoro?), possibilmente redditizio; avere delle capacità tecniche/pratiche/manuali/mentali, riconosciute. In pratica, partendo dai quattro pilastri di cui sopra, le quattro strade (da percorrere tutte assieme) per raggiungere lo Ikigai sono:

  • Passione
  • Missione
  • Professione
  • Vocazione

Certamente non è come una ricetta di cucina che ci dice cosa dobbiamo mescolare ed in che dosi per scendere motivati dal letto, ma è un ottimo spunto per pensare (al mattino o durante il giorno) se una data azione/comportamento è effettivamente funzionale alla nostra soddisfazione oppure predilige uno specifico pilastro.

Lo vedo come un breviario per avere un obiettivo e conseguentemente stare meglio.

WU

PS. Mi torna in mente questa citazione (non sono riuscito a ripescarne la fonte) che faceva, più o meno, così:

The secret to happiness is freedom. The secret to freedom is courage. The secret of courage is the pursuit of happiness. Repeat.

Una vacanza allunga la vita

… ma solo se dura almeno un numero magico di giorni. Un weekend non basta, una serata fuori è un palliativo, una vita in vacanza un sogno.

Esiste, infatti, uno “studio” che definisce il limite minimo di giorni di ferie da prendere se vogliamo… allungarci la vita. Per quanto penso sempre che mettendo insieme capra e cavoli si può dimostrare la qualunque ed il suo contrario, in questo caso devo convenire che non può certamente uno stile di vita sano, il mangiar bene, il togliersi qualche sfizio sopperire ad una vita tutta lavoro e niente svago. Che poi esista una durata minima di questo svago, univa ed universale e che per di più di regala lunghi e prosperosi anni… beh, per questo ci sono gli “studi”.

Come sempre questo genere di “ricerche” parte da basi statistiche (e devo dire non esigue nel caso in particolare): la ricerca si basa su dati dell’Helsinki Businessmen Study del 1974-75 e prende in considerazione 1.222 dirigenti, tutti uomini, di circa mezza età (alla data dei fatti) e nati fra il 1919 ed il 1934.

I partecipanti furono scelti in quanto aventi almeno un fattore di rischio per malattie cardiovascolari (e.g. fumo, ipertensione, colesterolo alto, trigliceridi alti, etc.) e divisi durante lo studio grossomodo a metà fra un gruppo di controllo ed uno di intervento. Quello di intervento è stato invitato a svolgere attività fisica, seguire una dieta sana, raggiungere un peso ideale, smettere di fumare, e cose “che fanno bene” di ogni sorta.

Il tutto per cinque anni. Il rischio di malattie cardiovascolari nel gruppo di intervento si era ridotto del 46%! Ovvio, non male. Ma… C’è sempre un ma e questa volta è stato colto. A distanza di quindici anni i ricercatori si sono presi la briga di andare a vedere il tasso di mortalità nei due gruppi: nel 1989, c’erano stati più morti nel gruppo di intervento che in quello di controllo.

E già questo lasciava presagire che oltre “lo stile di vita sano” doveva esserci qualche altro fattore. I dati sono stati raccolti fino al 2014 ed i “nuovi ricercatori” hanno esteso l’analisi della mortalità per un lasso di tempo di 40 anni ed hanno esaminato i dati sulla vita dei dirigenti precedentemente non segnalati. Incluse… le ferie.

La “scoperta” è stata che fino al 2004 il tasso di mortalità nel gruppo di intervento era sempre più alto di quello di controllo; fra il 20014 ed il 2014, invece i due tassi di mortalità erano praticamente allineati. Dalla correlazione dei decessi con le ferie (…) si è evidenziato che ferie più brevi erano sempre associate alle morti in eccesso nel gruppo di intervento. Gli uomini, manger, di mezza età che prendevano tre settimane o meno di ferie l’anno erano quelli che avevano ben il 37% in più di probabilità di morire tra il 1974 e il 2004, anche se seguivano uno “stile di vita sano”.

Praticamente la statistica conferma che… abbiamo bisogno di riposarci. I soggetti che trascorrevano ferie più brevi lavoravano di più e dormivano meno e peggio. Di contro “l’aria di vacanza” per almeno tre settimane l’anno aiutava il corpo (e l’animo, e la mete) a recuperare. Addirittura nel lungo periodo l’effetto di questo fattore ha annullato completamente l’intervento di “uno stile di vita sano” (anzi, si è arrivati ad ipotizzare che l’intervento stesso potesse aver avuto un effetto psicologico negativo alla vita di questi soggetti aggiungendo ulteriore stress).

Oggi si parla di “gestione dello stress”, si parla di programmi di relax, ma un bel periodo di ferie è evidentemente sufficiente… e non per vivere cento anni, ma semplicemente per apprezzare tutto il testo che il tram-tram quotidiano ci nasconde. A me basterebbe.

WU

Il pescatore

viene fuori ogni giorno alle 7.30 del mattino
con 3 panini al burro d’arachidi,
e c’è una lattina di birra
che mette a bagno nel secchio delle esche.
pesca per ore con una cannuccia per trote
a tre quarti dalla banchina, lungo il molo.
ha 75 anni e il sole non lo abbronza,
e per quanto faccia caldo
non si toglie mai la giubba verde e marrone.
prende stelle marine, squalotti e maccarelli;
ne prende a dozzine,
non parla con nessuno.
a una certa ora del giorno
beve la sua latta di birra.
alle 6 del pomeriggio raccatta la sua roba e il suo bottino
cammina lungo il molo
attraversa le strade
entra in un appartamentino di Santa Monica
va in camera da letto e apre il giornale della sera
mentre sua moglie getta le stelle marine, gli squali e i maccarelli
nella pattumiera
si accende la pipa
e aspetta la cena

[C. Bukowski, Burning in Water, Drowning in Flame Poems, 1972]

WU

PS. Mi sento un po’ anche io pescatore (e non credo di essere il solo…). Guardare fino nel dettaglio l'(in)utile di ciò che facciamo a volte fa male, ma a volte ci fa anche realizzare che il nostro ruolo è nell’azione in se più che nel risultato.

Questa poesia mi rattrista in prima battuta, poi andando un po’ ad astrarre e guardare con quanta obiettività posso la mia vita da pescatore in fondo mi da una piccola rassicurazione. La pipa, la cena, i pesci, la lattina: ecco la vita del pescatore, la pattumiera diventa un dettaglio (che magari lui può anche non vedere). Non influisce sulle sue abitudini, sui suoi ritmi, sulle sue soddisfazioni di tornare a casa con squalotti e maccarelli e neanche (soprattutto!) sulla sua determinazione a fare esattamente la stessa cosa il mattino dopo.

Alienante immaginarlo in maniera esattamente ciclica, rattristante considerare la fine del suo operato, tranquillizzante sapere che lo scopo della vita di questo pescatore è avulso dalla fine sei suoi pesci ed entusiasmante sapere che le sue (nostre?) soddisfazioni sono esattamente nel suo operato.

L’ingegnere, la sonda e la vita

Questa è una storia che sento ciclicamente da anni, o forse decenni. Non so, onestamente, bene da che parte schierarmi, ma sono convinto che se invece di titoli sensazionalistici e notizie parziali si specificasse che potremmo al più parlare di qualche invisibile microbo marziano e non di forme intelligenti (e mimetiche) la cosa farebbe molto meno clamore.

Per passi.

Siamo stati (beh, sonde e rover, chiaramente) su Marte forse più volte di quante non siamo stati nella fossa delle Marianne (non ne sono certissimo, mi è venuta di getto) ed è chiaro che in passato ha ospitato acqua liquida. E’ chiaro che contiene ghiaccio qua e la. Ed è chiaro che dal suo suolo viene rilasciato metano.

Il metano è uno di quegli indicatori della vita. Una forma biologica vivente (magari microbica) metabolizzando rilascia metano. Non è chiaro (o quanto meno sufficientemente confermato) nessun processo geologico che rilasci metano.

Nonostante questo, nessuno “di rilievo” (ovvero che non sia un cazzaro o un complottista conclamato) ha mai confermato o si è sbilanciato a sostenere seriamente l’esistenza della vita su Marte.

Gilbert Levin fa eccezione. Gilbert è uno ingegnere (di professione) che ha collaborato a diversi degli esperimenti che furono messi a bordo delle Viking (sonde degli anni settanta progettate, lanciate ed operate per le prime esplorazioni del pianeta rosso). Levin sostanzia, tecnicamente, il suo asserto.

Le Viking ospitavano a bordo un Molecular Analysis Experiment che serviva per rilevare il rilascio di anidride carbonica “marcata” da un processo biologico. Tutti i microorganismi terrestri che metabolizzano sostanze organiche, liberano anidride carbonica; almeno qui sulla terra. L’esperimento consisteva sostanzialmente nel prendere un campione di terreno (marziano, ovviamente), spruzzarlo con acqua e nutrienti radioattivi. Se fossero stati presenti dei microorganismi questi avrebbero rilasciato anidride carbonica radioattiva che sarebbe quindi stata rilevata dal Molecular Analysis Experiment.

L’esperimento non rilevò nessuna molecola. Ma continuava a misurare emissioni di metano; rimaste sostanzialmente inspiegabili nonostante diverse proposte.

Levin ha una sua spiegazione. Non si sono trovate tracce di composti organici perché il sistema di rilevazione di allora non era così evoluto, almeno non abbastanza per trovare le flebili tracce di microorganismi marziani. Ragionevole e probabile, quanto meno. Ed aggiunge anche lo stesso esperimento, con lo stesso analizzatore, fu provato a terra (e mi chiedo, ma solo dopo la prova su Marte?) ed anche in questo caso l’anidride prodotta dai microbi terresti (che beh, direi siamo certi esserci…) non fu rilevata.

Levin è un tecnico, non uno scienziato. Per questo, dice (e qui onestamente ci vedo un po’ di vittimismo e mania di protagonismo), le sue tesi non sono considerate abbastanza seriamente. Ma c’è anche da dire che nonostante tutte le volte che siamo andati su Marte negli ultimi quaranta anni, dai tempi delle Viking, non è mai stato più mandato uno strumento che rilevasse traccie di anidride carbonica.

Le cose, in teoria, dovrebbero chiarirsi, con il lancio, previsto il prossimo anno del rover Rosalind Franklin dell’agenzia spaziale europea. Chissà perchè mi aspetto sia l’inizio di una nuova fanta-storia-extraterrestre.

WU

Il fuoco che illumina

“Cosa si fa quando c’è qualcosa che continua a bruciarti dentro dannatamente, Lloyd?”
“Si chiama il giardiniere, sir”
“Che c’entra il giardiniere, Lloyd?”
“Solitamente, sir, ciò che brucia sono i rami secchi”
“Una potatura non spegne il fuoco, Lloyd”
“Ma può trasformare un incendio in un falò per la notte, sir”
“Ciò che brucia non sempre scalda, Lloyd”
“Ma ciò che brucia spesso illumina, sir”

Avrei bisogno, in questo periodo più del solito, di fare una bella potatura. Di far respirare il tronco e di tagliar via tutti quei fronzoli che sono ormai foglie e rami secchi (o comunque non più verdeggianti come un tempo).

Questo Lloyd è saggio e trasmette una luce (è il caso di dirlo) di speranza. La verità però è che decidere di tagliare e cosa tagliare è un momento sempre difficile. Forse in questo l’aiuto di un giardiniere esterno, ignaro, obiettivo aiuterebbe. Trovare soggetti del genere, e per di più disposti ad aiutarci potando i nostri rami, non è cosa semplice.

Ah, beh, il rischio che tagliamo anche polloni o rami verdi c’è, così come quello di bruciarli definitivamente nel fascio. Personalmente è un rischio che sono disposto a correre solo perché lo percepisco come secondario rispetto al rischio di non trovare il coraggio e la forza di tagliare alcunché.

WU

PS. Oggi sono tornato a bazzicare con Lloyd; è un po’ che latitavo (e credo di non essere stato il solo). Sagace come sempre, anzi, dopo un periodo di calo anche in ripresa (IMHO).