Intelligenza intuitiva

Oggi, onestamente, ho avuto un po’ di difficoltà ad astrarmi dalle mia quotidiana lotta per focalizzare la mia attenzione su qualcosa di totalmente inutile che fosse solo un po’ di allenamento ed alienamento per la mente. Mi sono reso conto che la difficoltà deriva (non so perché questa cosa mi abbia colpito solo oggi) dalla mole di informazioni, dati, notizie, etc. che processo. Ormai in gran parte (e forse come tutti) in maniera quasi automatica, incosciente e quindi sommaria.

Mi sono quindi ravveduto del fatto che (come tutti, ma ora la smetto di ripeterlo) spesso il primissimo filtro a tutto quello che mi passa davanti gli occhi e mi stuzzica la mente lo faccio in maniera istintiva, ad intuito. Aspetti della nostra mente che forse un tempo ci salvavano la vita mettendoci al riparo da qualche predatore e che oggi si sono con noi evoluti per salvarci la pelle, e la mente, dalla pletora di informazioni cui siamo esposti.

L’intuizione opera praticamente in maniera inconscia come meccanismo di sopravvivenza, oggi come un tempo (questo titolo lo leggo o no? questa news è affidabile? questo soggetto lo posso conoscere? etc.). Ravando un po’ in rete (fra siti che la mia intuizione ha classificato come para-affidabili, olistici, fancazzisti, click-biting, parolai, etc. etc.) ho scoperto che l’intuizione rientra nel concetto di intelligenza intuitiva la quale a sua volta si articola in quattro sottolivelli. Per come li ho capiti io:

  • Istinto animale – intelligenza istintiva di primo livello, quella che ci garantisce sicurezza e sopravvivenza. Tutti lo abbiamo intrinsecamente adottato, spesso inconsciamente. L’istinto come versione base dell’intuizione, quella che ci faceva scappare dai predatori e ci faceva “sentire” i pericoli senza averli per forza visti, ma semplicemente percepiti. E’ il livello più semplice dell’intuizione anche se non sempre sufficiente ad esprimerci al meglio e tanto meno elevarci.
  • Intelligenza emotiva – intelligenza istintiva di secondo livello, quella che ci garantisce capacità di comunicazione ed empatia (o almeno il tentativo di quest’ultima). E’ il livello di intuizione che ci mette in grado di relazionarsi con gli altri, che ci da coraggio, che ci fa andare oltre il mero istinto animale. L’intuizione che ci guida su cosa è appropriato dire o fare in certi contesti (si, a livello intuitivo prima che di educazione o condizionamenti sociali). E’ il livello della comunicazione non verbale (livello messo a dura prova dal contingente social distancing)
  • Potere visionario – intelligenza emotiva di terzo livello, più raffinata. La madre della capacità creative e visionarie, ed estremizzando anche delle nostre (e qui mi sono un po’ insospettito sulle mie “fonti”) eventuali capacità di percezione extrasensoriale o in generale altri eventi psichici (si sprecano…). Il livello della capacità straordinarie di fare o vedere le cose, di far scaturire idee nuove, di pensare in maniera trasversale.
  • Saggezza universale – intelligenza emotiva di quarto livello, quella che ci avvicina alla consapevolezza universale, all’unità del tutto (si, faccio un po’ di fatica…). Vi si accede spesso dopo profonda meditazione o pratiche dedicate (beh, si, da qualche parte si parla anche di esperienze pre-morte… anche se non so quanto siano classificabili come intuizioni…). Il livello più elevato di intuizione che ci permette di raggiungere il livello più profondo della realtà. Il livello che ci permette di poter realizzare i nostri obiettivi più intimi (che evidentemente abbiamo definito grazie ai livelli precedente… ed io sono ancora indietro) e soprattutto ci danno il potere di cambiare, ed in qualche modo “guarire” la nostra vita.

Sono fermo al primo livello con qualche capatina al secondo. Il terzo solo come frutto di impegno estremamente razionale (e quindi non intuitivo), mentre al quarto livello credo di accedere solo mediante la trama di qualche film 🙂 . Nonostante questo mi piace scavare in questi anfratti, al limite del razionale, al limite della fuffa, solo per cercare di spingermi un po’ più in la del mio “istinto animale”. Stasera medito; cioè, ci provo.

WU

Com’è l’acqua?

“Ci sono due giovani pesci che nuotano ed a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua? –
[D. F. Wallace, 2005]

Il succo è chiaro quanto triste: le realtà più ovvie, importanti e spesso presenti ovunque tutto intorno a noi sono le più difficili da capire, sono i tempi più spinosi da approfondire e spesso conduciamo una vita intera immersi (letteralmente) in esse senza rendercene neanche conto o, nel migliore dei casi, scalfendone solo la superficie.

Noi (ed io di certo) viviamo nella nostra acqua senza renderci non solo conto di “come essa sia” (dalla domanda del pesce anziano), ma senza neanche avere contezza della sua esistenza. Un po’ come il feto che vive nel suo liquido amniotico, il suo tutto.

Ora, il modo per declinare il significato di questa “acqua” è abbastanza soggettivo (e credo dipenda anche dalle stagioni della vita di ciascuno), certo è che ci sono alcuni valori che dati troppo per scontati finiscono per passare sottotraccia facendoci perdere proprio la possibilità di comprendere il contesto in cui ci muoviamo. Libertà, giustizia, democrazia, uguaglianza, solidarietà, etc. sono parole che scrivo con l’impressione di star ribadendo dei cliché o di dar “fiato” a scheletri vuoti di significato, pura retorica. Ci stiamo dimenticando quale sia la nostra acqua (… e nel dubbio ce l’avveleniamo anche).

Mi sento un po’ “annegato” in schemi vacui in cui l’apparenza (evidentemente eretta ad un certo punto alla stregua di un valore) sta cercando di prendere il posto dell’acqua e “vecchi valori” sono massi da spostare, problemi da risolvere (quantomeno per mettersi la coscienza a posto) o parole vuote e non concetti da approfondire. Sto diventando sempre più cieco ed imprigionato (questa la vera prigionia, non tutte le moine che abbiamo fatto per questo lockdown…) nelle mie quattro idee, scarne e discutibili, da far fatica a rendermi conto della realtà che mi circonda e, soprattutto, quella che lasceremo ai nostri posteri.

Aspetto il mio prossimo incontro con qualche anziano (e non per forza anagraficamente) pesce che mi faccia un po’ rinsavire.

WU

PS. Usare la domanda “Com’è l’acqua?” come mantra per cercare di far cadere qualche preconcetto o abitudine – qualora abbia la prontezza di accorgermene – mi pare un primo passo

The dirty bomb: a base di cobalto

In periodo di pandemia mi sono un po’ allungato nelle varie “invenzioni” per estinguerci in maniera autonoma (probabilmente facendo un grosso piacere a Madre Natura). Ovviamente su un tema del genere ci si perde e (solo dopo aver bazzicato siti che cercavano di installarmi la qualunque sul pc -e non escludo ci siano riusciti-) sono riapprodato su Wiki sulla voce della Bomba G.

La “macchina del giudizio universale” (che paroloni… sono certo che qualche Dottor Stranamore potrebbe sentirsi offeso…) è sostanzialmente una bomba H con un bella aggiuntina di… Cobalto. L’idea data il 1950 -periodo particolarmente florido per gli armamenti nucleari sulla scia della WWII…- e fu teorizzata dal fisico Leo Szilard più che altro per evidenziare il rischio che già all’epoca l’umanità stava correndo.

L’arma sarebbe dunque costruita come una “normale bomba H” in cui la fissione dell’uranio innesca la fusione nucleare di nuclei leggeri con massiccia emissione di neutroni (una reazione a catena di fusione nucleare). Tali neutroni veloci, prodotti dalla fusione termonucleare, sono poi utilizzati per modificare il cobalto metallico (cobalto-59) di cui è fatto il guscio esterno della bomba viene eccitato al suo isotopo radioattivo (cobalto-60). L’idea è evidentemente quella di massimizzare la ricaduta radioattiva dell’ordigno che disperde -nel cosiddetto “fallout” dell’esplosione- sia isotopi radioattivi di uranio che di cobalto. Questi ultimi, con un tempo di dimezzamento di 5.27 anni, decadono in nichel attraverso l’emissione di raggi gamma.

Quindi oltre l’impatto “immediato” identico a quello di una bomba H vi sono anche effetti di lungo periodo tipici di armi atomiche includendo quindi ricadute radioattive nel fall’out che la rendono una “bomba sporca”, contaminante. Come dire: dalla Bomba H alla Bomba G… 🙂 .

Tranquilli, pare che ad oggi non vi siano tracce -certe, ma di rumors e rumors…- di ordigni del genere nell’armamento nucleare di nessun paese. Certo, magra consolazione: delle giuste dimensioni basterebbe un singolo ordigno del genere per fare piazza pulita “della Vita sulla terra”. Oltre al fatto che “classiche testate termonucleari”, forse meno macchinose ma ugualmente catastrofiche, abbondano sulla faccia della Terra.

WU

PS. @05.05.20 (bella data, numerologicamente parlando!): mi rendo conto ora che questa canzone qua ci sta benissimo.

Ma dove vanno le mascherine…

Ora, mi rendo perfettamente conto che è un problemino all’interno di un problemone, ma è uno di quegli aspetti che se gestito per tempo non lascia traccia alternativamente nel prossimo decennio (se va bene) saremo ancora qui a leccarci le ferite.

L’emergenza sanitaria globale ha ovviamente causato una impennata nel consumo di alcuni beni, come le ben note ed in questo periodo mai sufficienti mascherine. Non passa giorno senza che vediamo qualcuno che fino a poco tempo fa ci immaginavamo “normale” indossare una di queste (e se si fa solo un selfie in fondo poco male…).

Ora la domanda (in realtà abbastanza ovvia e banale) è: ma le smaltiamo propriamente? Considerando, soprattutto che sono -almeno in teoria- usa e getta il loro smaltimento improprio è una concreta minaccia all’ecosistema marino che si protrarrà ben oltre l’emergenza Covid-19 che ne ha generato l’impennata di utilizzo.

Come se non bastasse la mole di rifiuti plastici che si riversa nei nostri mari annualmente (si, con buona pace di Greta, è ancora così) l’emergenza covid-19 sta richiedendo la produzione e lo smaltimento di questi oggetti ad un ritmo che finora non eravamo abituati a considerare. Vengono spesso accumulate e smaltite “alla buona” (leggi anche non differenziate, gettate in ogni dove, etc.) ed alla fine, come un po’ tutto, finiscono per arrivare nei nostri mari.

Il problema è già attuale. OceansAsia, un team di ricerca che sta conducendo dei progetti per mappare l’inquinamento degli oceani, si è imbattuta sulle spiagge dell’isola di Soko (un posticino che dovrebbe essere ameno ed intonso, al largo della costa sud occidentale di Hong Kong) in una specie di deposito non autorizzato di mascherine respiratorie usate. Un centinaio (per ora) che si sono dimostrate accumularsi al ritmo di circa una trentina a settimana (su una evidentemente sfortunata spiaggia). Ed il dato forse ancora più allarmante è che dato che l’emergenza è ancora in atto e se vogliamo in Cina è “fresca fresca” queste mascherine sono in acqua da poco tempo ed il loro accumulo a questa velocità desta ancor più preoccupazioni.

Mascherine_OceansAsia

Ripeto, capisco che in questo momento è (forse) l’ultimo dei nostri problemi; d’altra parte se continuiamo con la filosofia “siamo in guerra” non ci curavamo di certo dell’inquinamento dei nostri armamenti, di affondare sommergibili oppure di abbattere aerei che giacciono ancora sui fondali marini… ma almeno a livello di civilizzazione e sensibilizzazione qualche passo avanti lo abbiamo fatto o no? Se consideriamo che queste mascherine sono in parte tessuto ed in parte polipropilene il loro destino (se non facciamo un po’ di attenzione ora) è quello di trasformarsi da plastiche in micro-plastiche ed andare ad aumentare la massa di roba che è ormai parte del ciclo di vita dei nostri oceani e dei loro abitanti (oltre che, cosa che i interessa meno, anche di chi se ne ciba).

WU

La vita è come una scatola di cioccolatini

… e la citazione sarebbe fin troppo semplice… anche se, sulla sua falsa riga, in questo periodo storico mi vengono in mente citazioni simili ma molto meno eleganti (ve la ricordate “la vita è come la scaletta del pollaio…”?).

Di solito ci rifugiamo in frasi tipo “la vita ci riserva molte sorprese” quando le cose non vanno benissimo, mentre difficilmente le chiamiamo “sorprese” quando sentiamo di avere il vento in poppa… come se poi alla vita gliene fregasse qualcosa di come ci sentiamo noi…

E poi il concetto di ricevere una sorpresa lo etichettiamo come un qualcosa che ci fa “la vita” e non come un nostro modo di percepire una situazione che per caso, per destino, per conseguenza delle nostre azioni ci si palesa davanti. Sorprendere, come termine, non ha per forza una accezione positiva, certo, ma ha una accezione di stupore, meraviglia: non sono certo che il fatto che noi non siamo pronti a qualcosa sia inteso dalla vita come il “farci una sorpresa”.

Ah, fatemi anche dire che quando poi scopriamo il contenuto del cioccolatino, anche quando piacevole, non sempre siamo sufficientemente riconoscenti alla vita nell’esprimere la nostra riconoscenza. Un grazie per questa scatola di cioccolatini non l’ho mai sentito (certo, una preghiera -e non tanto spesso di ringraziamento- la facciamo, ma tipicamente non quando la vita ci fa una “sorpresa”).

Il tutto ingenerato da questo PBS che almeno rispetto ai miei sproloqui un sorriso lo strappa. Io mi limito al mio mischione di pochi concetti e ben confusi.

PBS25032020
WU

Di pandemia in pandemia

Sempre sulla scia “pandemia si, ma non troppo”, ho visto oggi questa “simpatica” infografica che mette un po’ in serie ed in scala le varie pandemie della storia (che scopro essere ufficialmente 20 anche se qualcosa mi dice che ve ne sono parecchie altre che sono passate sotto traccia).

Pandemie

Spiccano, ovviamente:

  • La morte nera (e non quella di Star Wars): originatasi nei ratti e poi passata agli uomini a mezzo di pulci infette (coadiuvate da un periodo con condizioni igienico-sanitarie discutibili). Ha fatto fuori mezza europa e ci sono voluti qualcosa come 200 anni al Vecchio Continente per riprendersi… medaglia nera per numero di morti.
  • Vaiolo (smallpox): si stima abbia ucciso il 90% dei nativi americani oltre a far fuori circa 400.000 persone all’anno! La spinta definitiva a creare il primo vaccino fu proprio per combattere il vaiolo. La prima (ed in scarsissima compagnia) malattia eradicata nella storia dell’umanità.
  • Influenza spagnola e peste di Giustiniano: hanno fatto fuori, in epoche ben diverse, fino a 50 milioni di persone (e per la cronaca si tratta dello stesso ceppo batterico che causò secoli dopo la peste in Europa). Ovviamente nel caso della peste di Giustiniano i dati sono parecchio confusi e contrastanti, ma fu di certo un evento che segnò il crollo dei simboli dell’impero bizantino sancendo il passaggio dall’antichità al Medioevo. La Spagnola, invece, fu una pandemia con un tasso altissimo di mortalità. L’origine non è chiara (di certo non nacque in Spagna…) e fu scatenata dal virus N1H1, lo stesso della Suina…
  • HIV/ADS: che dire, uno degli spauracchi degli anni ’80; ancora non debellata (se mai lo sarà) ed una infezione virale che da parecchi grattacapi a medici e ricercatori (retovirus particolarmente aggressivo e benché vi sono diversi vaccini candidati una vera cura alla malattia non è ancora stata trovata). Originatasi molto probabilmente, nelle sue due varianti, dagli scimpanzé ha ben nota trasmissione sessuale o ematica.
  • Covid-19: on-going, certo, ma ancora un novellino a confronto (ed egoisticamente spero davvero lo rimanga “a vita”).

Altro dato interessante nella caratterizzazione di fenomeni pandemici è il cosiddetto R0 (ho sentito milioni di esperiti-virologi-improvvisati-con-lettura-sommaria-su-Google in questi giorni ripeterlo e fingendo di padroneggiarlo) che è sostanzialmente un coefficiente del modello di propagazione dell’infezione (modelli quasi tutti basati su andamenti esponenziali o logistici) che ci dice quante persone in media potrebbero essere infettate da un singolo soggetto infetto. Se minore di 1, l’epidemia tende velocemente a regredire, se pari ad 1 può succedere un po’ di tutto, maggiore di uno indica che bisogna mettere in pratica metodi contenitivi per evitare il dilagare dell’infezione.

R0

Palma d’oro al morbillo, seguito da vaiolo e rosolia (e fin qui, contiamo una malattia debellata e per le altre due un vaccino consolidato). Anche fuori dal podio abbiamo parotite, SARS, Covid-19 (anche se di questo specifico numero non è che siamo ancora sicurissimi…), Ebola (con un tristissimo 2.0…), Influenza (ceppo che annualmente si diffonde praticamente in tutto il mondo, fortunatamente non particolarmente mortale, ma decisamente un ottimo candidato pandemico) e MERS (la meno infettiva fra queste che ha mietuto “solo” 850 morti dalla sua comparsa).

The more civilized humans became – with larger cities, more exotic trade routes, and increased contact with different populations of people, animals, and ecosystems – the more likely pandemics would occur.

Non voglio fare il pessimista, ma non sarà di certo l’ultima.

WU

Yggdrasill, il frassino cosmico

«So che un frassino s’erge
Yggdrasill lo chiamano,
alto tronco lambito
d’acqua bianca di argilla.
Di là vengono le rugiade
che piovono nelle valli.
Sempre s’erge verde
su Urðarbrunnr.»
[(Edda poetica – Völuspá – Profezia della Veggente)]

Óðinn, mentre era alla ricerca della sapienza superiore, incappò in un albero, un frassino, pare. E vi rimase appeso per nove giorni e nove notti consecutive, sacrificando così “sé stesso a sé stesso”. Il frassino (secondo altri un tasso o una quercia) era l’albero cosmico che sorregge con i suoi rami, appunto, i nove mondi. Fra questi vi è quello degli Elfi, dei Giganti, dei Vani, del Gelo, del Fuoco, dei Nani, dei Morti, degli Asi ed, immancabile, quello degli Uomini.

Yggdrasill

Il frassino è immenso, sorregge nove mondi, affonda le sue tre radici sulla terra (e ciascuna si abbevera da una fonte diversa), sprofonda fin negli inferi e sostiene l’intera volta celeste. L’albero è anche il luogo di ritrovo dell’assemblea quotidiana degli Dèi che vi giungono cavalcando l’arcobaleno.

L’albero cosmico ospita (come ogni buon albero che si rispetti) anche animali. Sulle sue radici alberga il serpente del nero abisso, che morde e consuma le radici dell’albero (e credo stia facendo un egregio lavoro in questo periodo…). Il serpente è anche aiutato da suoi simili e la fine del mondo (Ragnarok) è per questo vicina: le radici del frassino sono marce e malate.

Più in alto l’albero ospita una capra ed un cervo. Dalle mammelle della prima scorre senza fine Met (l’idromele… neanche a dirlo, bevanda sacra agli Dèi), mentre dalle corna del cervo zampilla l’acqua che alimenta tutti i fiumi del mondo (che dipartono da una “sorgente universale”, Hvergelmir, che è anche una delle sorgenti alla quale si abbeverano le radici dell’albero stesso). Il cervo non è solo, quattro suoi simili, più in alto fra le fronde balzano fra i rami dell’albero cosmico e ne brucano le foglie.

In cima al frassino troviamo un aquila con un falco posato fra i suoi occhi che passa il suo tempo ad ingiuriarsi con il nero serpente. Il portatore di questi scambi “bestiali” è il velocissimo scoiattolo che percorre incessantemente il tronco dell’albero facendo da messaggero delle offese fra i due animali. Poco lontano dall’aquila (sboccata) vi è un gallo dorato; il gallo che ha il compito di annunciare al mondo il Ragnarǫk, la fine del mondo (e che si sta schiarendo la voce con le prove ufficiali 🙂 ).

L’albero è fonte di vita, di sapere ed è fonte del destino: la sorte di uomini e dei è indissolubilmente legata a questo albero. Il suo marcire determina la nostra e la loro fine; l’incrinarsi de nostro ramo solo la nostra.

Trovando rifugio in questa leggenda norrena mi pare che qualcosa stia effettivamente mettendo a rischio la tenuta dell’albero; il frassino inizia a scuotere i suoi rami.

WU

PS. La rete è piena di riferimenti e descrizioni (oltre che di spunti per tatuaggi veramente carini) certamente migliori di questa dello Yggdrasill, per cui evito di includere link a caso…

La mission aziendale

Consentitemi questo sfogo.

Non sono, non voglio essere, e non so di preciso cosa significhi, un manager. Ma so una cosa che tutti i “manager” sanno: che la motivazione dei “collaboratori” va alimentata… con lo scopo di migliorare la resa, la produzione ed il loro tornaconto personale (soprattutto).

La motivazione è una di quelle cose che per sua natura è destinata a diminuire, ad affievolirsi. Agli inizi di una nuovo impegno, lavoro, ruolo o mansione ci sembra di poter fare la differenza, di appartenere ad una realtà grande e solida, ben organizzata e di cui condividiamo “la mission”. Man mano che le cose procedono (d’altra parte si sa, il diavolo è nei dettagli) ci accorgiamo che è un po’ tutto assai diverso da quello che pensavamo, da come ce lo immaginavamo. Gli stessi ambienti, persone, situazioni cambiano volto man mano che procediamo con il nostro lavoro. Ed i manager (o i capi, se preferite) risultano puntualmente manchevoli, inadatti. Incompetenti.

Le aziende cercano di aumentare il senso di appartenenza dei propri dipendenti parlando di grandi valori, di solidità, parlando della loro mission (si, poi c’è anche la vision, ma ne è in fondo una stretta parente). Uno scopo comune che vorrebbe chiamare tutti i dipendenti a lavorare per uno scopo comune, per obiettivi di tutti, scelte condivise.

Se in principio potrebbe essere anche così, mi pare purtroppo che l’unico vero scopo sia quello di date l’impressione di star facendo parte di un gruppo al quale i “manger” vorrebbero noi desiderassimo di appartenere. A chi comanda gli piacerebbe vedere un gregge mosso dagli stessi valori (dà meno fastidio) e che si senta parte di qualcosa (la loro cosa).

Siamo innatamente desiderosi di essere parte di una organizzazione (dalla fede religiosa a quella calcistica) ed a livello aziendale questa cosa temo (diciamo che sulla mia pelle ho la netta impressione che sia così) possa essere facilmente sfruttata per nascondere il vero motivo per cui siamo li: guadagnarci la giornata, e soprattutto, per i “manager” rimpinguare le loro tasche.

La mission (i reward, le newsletter, gli accomplishment etc. -ma rigorosamente con inglesismi, mi raccomando-) mi pare un po’ un’opera di convincimento in cui la cosa importante è farci sentire parte di un gruppo facendo passare in secondo piano gli stipendi (che fra l’altro in questo modo possono facilmente esser tenuti al minimo… non è certo questa la cosa importante…).

La mission nasce forse con i migliori presupposti, ma mi pare serva solo come vestito per nascondere il bieco profitto di pochi facendoci sentire importanti. D’altra parte non prendiamoci in giro, le aziende non vivono di valori, vivono di fatturato. Gli serviamo “committati” ed in forma, ma è soprattutto la nostra forza lavoro che serve.

Non voglio arrivare a fare di tutta l’erba un fascio (anche se…) e neanche scrivere il manifesto dei nuovi sfruttati, ma il traguardo personale e quello aziendale non sono e non potranno mai essere la stessa cosa (… a meno di non esserne il “manager” o il proprietario, certo). E’ giusto dedicare il massimo sforzo nel lavoro, certo, ma non fateci credere che siano i nostri obiettivi ad essere raggiunti (e quanto mi girano le scatole quando iniziamo a parlare di obiettivi singoli, obiettivi di team, obiettivi cancello, incentivi legati ad obiettivi che non condivido e che non voglio neanche sapere, etc…)

Mettiamo un punto (o almeno un freno) a questo bluff: che il lavoratore persegua il suo scopo, l’azienda il suo e finché i due procedono in parallelo ci sarà un guadagno per entrambi. non siamo condannati a far parte di una macchina che non capiamo ed a volte non conosciamo neanche solo perché ce lo fanno sentire come un nostro ruolo. State certi (beh, quanto meno io lo sono) a loro basta cambiare la mission aziendale per lasciarci a piedi.

WU (in polemica)

cocciuto? ostinato? testardo? caparbio?

Vi siete mai accorti di quante sfumature ci sono attorno ai termini cocciuto-ostinato-testardo-caparbio? E quanti modi di dire abbiamo poi creato noi: testardo come un mulo, testa dura, testone, etc.

Facciamo una piccola analisi della differenza fra questi quattro termini prima di abbandonarci a quello che mi ha effettivamente colpito: la traduzione di una di queste parole in inglese ha una pletora di possibilità ancora più ampia che in italiano.

Allora, per come la vedo io (ma un rapido giro su Goooogle pare darmi ragione anche se in questo caso non è facile orientarsi fra le varie fonti e molte mi paiono anche in contraddizione fra loro…) le sfumature potrebbero essere queste.

Il cocciuto è colui che si ostina nell’agire/pensare a modo suo senza curarsi di cosa gli viene detto. Il testardo si rifiuta addirittura di ascoltare il parere altrui, non si lascia convincere, è profondamente convito della bontà delle proprie idee. Il caparbio è un determinato, chi persegue un obiettivo con tutte le sue forse e non si fa facilmente mettere i piedi in testa. L’ostinato è un fissato, chi, anche quando realizza delle manchevolezze/pericoli nei suoi comportamenti/parole ritorna a compierle/dirle come se il suo scopo fosse quello indipendentemente dal risultato.

Ma gli inglesi, in questo, ci battono alla grande:

  • stubbon -> il cocciuto, la versione base.
  • bloody-minded -> tecnicamente è un “irragionevole testardo”, e non saprei perché il termine indichi anche sanguinario (mi viene in mente che storicamente chi ha commesso i più sanguinari massacri deve esser stato un bel po’ testardo, ma mi pare un volo pindarico eccessivo…).
  • obdurate -> più che altro caparbio, ostinato; quasi inflessibile, duro (effettivamente una sfumatura di secondo livello che sarei curioso di chiedere ad un madre lingua inglese).
  • stout -> versione informale che mi sembra più che altro una estensione del termine che applicato ad una persona (per la birra la faccenda è diversa 🙂 ) vuol dire tozzo, tarchiato, ma anche intrepido, valoroso, coraggioso… per esser tale un po’ di caparbietà ci deve pur essere…
  • bullheaded -> beh, questo è facile: dalla testa dura. Esattamente come da noi chi ha la testa dura è testardo. Ora se è testardo o cocciuto o ostinato o caparbio non è chiarissimo semplicemente dalla durezza della testa, ma di certo aver la testa dura (se non troppo dura) è una dote, quantomeno per resistere ai colpi.
  • balky -> è il testardo irrigidito, quello difficile da smuovere dalle proprie convinzioni (lo tradurrei personalmente più come ostinato). Colui che è così fissato sulle proprie posizioni da essere praticamente inamovibile (ah… quanti ne conosco! Ah… quante vole lo sono stato io stesso!). Interessantissimo il fatto che la parola inglese venga anche (anzi, principalmente) tradotta in italiano con “ottimista”…
  • bullish -> mi pare più che altro si applichi a chi fa il sostenuto partendo dalle proprie convinzioni. Un cocciuto che oltre a non ascoltare consigli e suggerimenti si colloca anche nella posizione “dall’altro in basso”.
  • cussed -> usiamo il termine per “maledetto” (potrebbe essere “maledetto testardo”); si applica specialmente a testardi polemici, quelli che argomentano in maniera eccessiva (… personalmente quelli che per sfinimento pretendono di aver ragione… forse li chiamerei più maledetti che testardi…).
  • hard-headed -> leggermente diverso dal bullheaded; il capoccione “dalla testa indurita” è colui che ha già passato lo stadio della cocciutaggine per avvicinarsi a quello della testardaggine (neanche fosse un’escalation…). Colui che ormai si continua a rifiutare di ascoltare il suggerimento altrui anche quando è evidente che le cose non sono andate (o stanno andando) per il verso desiderato; si ormai la testa si è eccessivamente indurita da non esser più utilizzabile.
  • mule -> ed ecco il nostro mulo (bardotto 🙂 ). Testardo come un mulo è una di quelle espressioni che quanto la sento mi spingono istintivamente a figurarmi il soggetto con orecchie lunghe e muso da asino il che mi distrae e mi fa più sorridere che capire effettivamente la testardaggine del mulo (animale che, a quanto ne so, ama seguire il proprio percorso e si muove solo quando effettivamente lo decide… non ho evidenze sperimentali, ma se confermato questo comportamento mai modo di dire fu più calzante…).
  • obstinate -> il nostro ostinato, caparbio. C’è una sottile differenza fra testardo ed ostinato (immagino anche in inglese). Mentre il primo mi da l’idea di essere una specie di fissato che non ascolta neanche i consigli di chi lo circonda il seconda mi ha l’idea di una persona determinata, molto risoluta. Il confine è flebile: l’ostinazione estrema è effettivamente cocciutaggine.
  • pig-headed -> versione più colloquiale (anche perché significa letteralmente “testa di maiale”… neanche i maiali fossero testardi…).
  • stiff-necked -> dal collo rigido: “proud and unwilling to do what other people want”. Evidentemente per esser cocciuti la testa dura deve esser sorretta da un rigido collo. In italiano non trovo equivalenti, ma l’idea di associare la testardaggine a qualcosa che non sia la testa non mi spiace affatto.
  • tough nut to crack -> questo è il più bello: una noce dura da aprire (quasi poetico considerando che si parla di testoni…). Vuol si dire testardo/cocciuto, ma anche “gatta da pelare”. Una noce dura da aprire, una gatta difficile da pelare, una situazione che mette alla prova tutta la nostra testardaggine… non che ci voglia poi molto a farla uscire alla luce.
  • dogged -> ero indeciso se metterlo o meno. Mi sa che rende più che altro il nostro tenace, colui che non si arrende. Un po’ meno di caparbio è uno che prova, prova e riprova, ma è ad un certo punto cosciente di dove doversi fermare (oltre ad essere il terzo animale che chiamiamo in causa per spiegare la testa dura di noi umani).

WU

PS. Posso dire tranquillamente che dopo tutto questo sproloquio continuerò a tradurre in inglese testardo esattamente come cocciuto con stubbon.

PPSS. Metterei ostinatamente questa qua come colonna sonora di questo arzigogolo linguistico.

Adermatoglifia

Non mi è chiaro quale sia precisamente il ruolo del fato, ma è inequivocabile che l’unicità delle nostre impronte digitali derivi sostanzialmente dal caso.

Anche due gemelli le hanno diverse, tutti noi siamo associati ad una particolare di esse (nel bene e nel male) e ce le portiamo con noi dalla nascita alla morte.

Sto parlando delle impronte digitali.

Quelli microscopiche creste di pelle che abbiamo sui polpastrelli e che trasferiscono su ogni cosa che tocchiamo un segno unico di riconoscimento. Anzi… pare possano dirci molto di più: la sudorazione della pelle, quello che mangiamo, le nostre abitudini di vita, i farmaci che assumiamo, etc. tutto viene rilasciato su quell’improntina che inevitabilmente depositiamo al solo contatto di una mano (… e che pare possa permanere fino a mezzo secolo indisturbata su una superficie!).

Bene, il impronte digitali sono parte di noi. A parte di coloro che sono affetti da adermatoglifia. Eh? Confesso: è esattamente con questa parola che oggi mi è partito il trip delle impronte digitali.

La adermatoglifia è in pratica una malformazione della pelle umana che si sostanzia nell’assenza di impronte digitali, sia sulle mani che sui piedi (si, dai, le impronte ce le abbiamo anche sui piedi… anche se le “usiamo” meno spesso…).

adermatoglifia.png

Si tratta di una malattia genetica (rarissima, certamente… quattro famiglie in tutto identificate dal 2011 ad oggi!) che rende tutto “un po’ più difficile” per il mondo un cui viviamo. Senza voler pensare a scene di crimine (CSI andrebbe in crisi) dai passaporti allo sblocco di un nuovo telefono le impronte “ci servono”.

Adermatoglifia a parte, le impronte possiamo anche, forzatamente, perderle… o meglio attenuarle: chi fa un duro lavoro manuale oppure chi se le brucia con fiamme o acidi (onde evitare riconoscimenti incriminanti… ovviamente) rimane privo delle nostre piccole, uniche creste epidermiche.

Chiudo la divagazione con la menzione che in futuro potrebbero essere usati alcuni dei molteplici segni univoci che ci identificano: siamo già nell’era dell’utilizzo dell’iride e del DNA e ci stiamo avvicinando all’epoca in cui sarà sufficiente la nostra flora batterica intestinale a dirci chi siamo. Attenti anche a sputare… se avete qualcosa da nascondere!

WU

PS. Ve la immaginate l’analisi (si, richiederebbe strumenti che non sono propriamente alla portata di tutti…) che si potrebbe fare di ciascuno di noi solo dalla nostra tastiera o lo schermo del nostro telefono? Inquietante ed affascinante.