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Pareidolia

L’uomo ha una specie di tendenza innata a voler mettere ordine nel caos. Come se le cose disordinate non potessero esistere (… e non avete mai visto i miei cassetti) oppure fossero un errore della natura.

E’ una tendenza istintiva, sicuramente dettata da qualche meccanismo evolutivo (tipo il cacciatore che con la coda dell’occhio coglie pochi segni di una qualche figura ed automaticamente interpola i dati mancanti per figurarsi un grosso predatore da cui scappare… se non era così poco male, è di certo la soluzione più cautelativa).

Esempi classici ce ne sono a bizzeffe: costellazioni, volti umani (e la faccia di Marte?), la faccia delle Luna, le nuvole, gli animali, i test di Rorschach, le emoticons (parentesi e puntini potrebbero essere errori tipografici?) e, dulcis in fundo, fantasmi.

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Lo stesso fenomeno si manifesta, oltre che con la vista anche con l’udito. Quando pensiamo di aver sentito questo o quello (cioè mi volete dire che le canzoni dei Beatles sentite al contrario non vogliono dir nulla?!) ci troviamo spesso preda di questo fenomeno.

Preda di noi stessi. La Pareidolia (che è poi un caso particolare, non proprio patologico, di Apofenia) non fa altro che mettere a nudo le nostre paure ed il nostro bisogno di capire ogni aspetto della realtà, anche quando i dati in nostro possesso sono troppo lacunosi.

Un falso positivo del nostro meccanismo innato di ordine e regolarità.

WU

El Empleo

Quando vi sentite tipo zombie in un sogno che ogni gesto, azione, frase, persino (finta) volontà non sembra altro che una fotocopia di cose già viste e sentite in qualche giornata precedente (si, anche “vita precedente” va bene).

Quando l’esistenza sembra più che altro una monotona routine che ci chiude gli occhi sulla gente che ci circonda. Ci alieniamo, a volte per scelta, spesso per necessità.

Passiamo e viviamo accanto al nostro prossimo come se non ci fosse. Un grigiume da far impallidire una combo Orwell-Dick (o qualche fil post apocalittico a piacere).

Che poi la definizione di “normale” si debba applicare a queste situazioni mi fa più che altro paura. Qual’è il ruolo “normale” all’interno della società?

(Tristi) spunti di riflessioni dovuti (oltre all’odierno rientro a lavoro) a Santiago “Bou” Grasso, Argentino autore del video di cui sotto.

Nessuna parola, come si conviene

WU

PS. Si, arrivo sempre tardi… Il video lo scopro ora e scopro che è in giro dal 2008 e ricevuto già un certo numero di riconoscimenti (ovviamente ufficiali e di valore, non come il presente post).

Atmosfere

Sempre per il ricorrente tema che è “un fatto di clima e non di voglia” [cit., ma lo devo scrivere?] ciclicamente all’approcciarmi delle festività (soprattutto nei giorni più tranquilli lontano dal chiasso delle ricorrenze) mi arrovello su cosa rende alcuni giorni di festa e cosa li rende “soltanto” di ferie.

Mi interrogo su quel clima che ti avvolge la mattina, su quel clima che costruisci e che tenti di goderti. Mi interrogo, ed a volte dimentico di goderne.

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Atmosfere, non solo Natalizie, da costruire si, ma anche da saper apprezzare.

Non che mi servisse chi me lo ricorda, ma questo Lloyd mi spinge a fare un gesto per me inusitato (a maggior ragione nella ricerca del clima di festa): l’abbraccio.

WU

Errori ed insegnamenti

Non si fanno mai sbagli. Gli eventi che ci tiriamo addosso, per sgradevoli che siano, sono necessari al fine di apprendere quello che imparare dobbiamo.

[R. Bach, Un ponte sull’eternità]

Eppure ho l’impressione, quasi quotidiana, di sbagliare. Impressione che mi coglie più che altro quando non riesco a cucire la bocca e qualche pensiero sfugge incontrollato in ambienti nei quali mi maschero da scimmia sociale. Ci riesco spesso in effetti, ma è una di quelle cose che basta una volta per essere etichettato come irriverente/testone/sociopatico/quellocheviparetantopococambiaunaetichetta.

Ma cosa è che “imparare dobbiamo”? E’ una di quelle cose che anche quando ce l’hai sotto gli occhi non ti rendi conto di averla ed anche quando l’hai acquisita non ti rendi conto di essere arrivato.

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Meglio così infondo, ma non applicherò per questa posizione da segretario…

WU

PS. Sbagli o Errori?

Di lunedì

Oggi è lunedì. E’ un lunedì che prelude alla festa (no, non parlo, solo, dell’esito del quesito referendario; in base al monosillabo da voi scelto). E’ il lunedì di incipit della settimana, il giorno in cui le maniche si rimboccano. Il principio.

E’ il lunedì (ho sempre pensato che un buon dosaggio di articoli determinativi ed indeterminativi cambi radicalmente il senso di una frase) che dovrebbe aprirsi con voglia di combattere per soddisfazioni e per risultati.

E’, invece, un lunedì.

E quindi mi scaturisce una strana domanda: ma allora è una questione di giorno della settimana o di quotidianità nella ricerca della soddisfazione?

Ovviamente propendo per la seconda e mi affido (chicca datata qualche giorno fa ma che solo oggi trovo assolutamente calzante al mio delirate) al buon maggiordomo (qui):

“Lloyd, ma dov’è tutta la serenità? Le soddisfazioni?”
“Credo siano state divorate dall’ansia, sir
”Ma si è mangiata tutto, Lloyd!”
“È nella sua natura, sir. L’ansia cresce nutrendosi di paure e vive divorando certezze”
“Vorrei sapere chi è che l’ha fatta entrare nella quotidianità…”
“Temo sia stato lei, sir”
“Io? Ma come è possibile?”
“A volte capita che si confonda un buon animale da compagnia con una brutta bestia da solitudine”
“Lloyd, da oggi l’ansia rimane fuori dalla porta”
“Faremo il possibile, sir”

Assumendo che la mia porta non è ben sigillata da lasciare fuori ciò che vorrei (e dentro ciò che dovrei), continuo a lottare per saper riconoscere gli animali (in senso lato) di cui circondarmi.

Buon lunedì a tutti… “faremo il possibile, sir”.

WU

PS. Più che di ansia, io parlerei di inquietudine che si nutre di rassegnazione e sconforto. Ma questa parola mi genera un moto interiore decisamente più positivo e proattivo. Parto dal fondo, ma lavoro sulla mia autoconvinzione.

Scienza e coscienza

[…] parafrasando San Tommaso, “ho toccato con mano e posso credere”, ovvero la mia esperienza diretta nell’applicare le strategie e gli stratagemmi della persuasione, cercando di rendere chiaro che “il segreto è che non ci sono segreti”, ma solo capacità di conquistare e mantenere con un esercizio senza tregua delle componenti tecniche dell’arte.

Ognuno di noi, con le parole di Aristotele, “è ciò che fa ripetutamente”. Dal mio punto di vista si può, consapevoli dei limiti a cui siamo costretti, trattare con “scienza e coscienza” solo di questo. A questo riguardo dovremo tenere sempre a mente l’illuminante riflessione di Ugo Bernasconi: “L’oscuro che ci avvolge non è dissipabile. Pure i lumi dell’intelligenza ci rischiarano tratto tratto, quel tanto di strada che ci permette di procedere. Così la macchina fende la notte precipitandosi di continuo nel breve raggio che proietta da sé”.

[La nobile arte della Persuasione, G. Nardone]

Sapete cosa mi ha colpito? “Il segreto è che non ci sono segreti”. E’ l’unica via. Solo il costante esercizio ed allenamento ci mettono al passo (o addirittura davanti) con gli altri. Il buio non è dissipabile, abbiamo speranza solo di rischiarare quel tanto di strada per procedere. Tutt’altro dall’essere una visione pessimistica della vita mi pare la molla migliore per non andare a sbattere.

WU

PS. Spero che i posteri saranno clementi nel giudicarmi da ciò che faccio ripetutamente.

 

Tanto tanto lavoro

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In questo adirpocomitico XKCD di qualche giorno fa vedo (attraverso gli occhiali della mia ragione distorti da questa routine) il sunto del moderno (parola che racchiude almeno gli ultimi due decenni) mondo del lavoro.

E’ davvero cosi! Ore ed ore di riunioni, discussioni, ed amenità di tal sorta per prendere “decisioni” spesso marginali o, meglio per non prenderle ed additare i (ir)responsabili.

Ora, senza voler fare il solito catastrofista, il punto è che tutta questa forza lavoro, tutte queste ore (tutto questo manpower se volete usare una parola roboante che fa gongolare i Manager) potrebbe essere speso per fini molto più proficui…

Non che tutto ciò che ci circonda non sia il frutto di sapiente lavoro di cesello modellato sulle richieste del cliente (spesso fraintese), sulle modifiche degli stili di vita (spesso indotti), reperibilità delle materie prime (spesso prescindenti la nostra volontà) e via dicendo, solo che ho spesso l’impressione, più come dipendente che come fruitore, che molto dell’effort (parola che fa il paio con manpower) serva solo a saziare l’ego di rampanti animi carrieristi (che nei casi peggiori della sindrome manifestano anche derive di megalomania e controllismo).

Meno male che XKCD mi fa riflettere sulle stesse cose senza fare il pesantone come me.

WU