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Il funghetto della motivazione

Mi ero imbattuto già qualche tempo fa (qui, ma di certo se scavo anche altrove…) sul fatto che un po’ come mangiare, dormire, ed altre bestialità tipicamente umane abbiamo un quotidiano bisogno di motivazione.

Lo intendo come un misto fra avere una meta, un po’ di voglia di raggiungerla, un po’ di preparazione alla sconfitta ed un po’ di stanchezza (ovviamente insufficiente per una resa completa).

Cercando la mia motivazione quotidiana mi sono imbattuto in questo fantastico video qui.

A parte la genialità del cartello, del bimbo, dei genitori (?) e via dicendo è ipnotico notare come la mani battano sul funghetto (… icona che tanto ha segnato in ogni caso almeno una generazione). Sono tutti stanchi, sudati, sicuramente in debito di energia e (mi immagino) in uno di quei momenti in cui si chiedono “ma chi me lo ha fatto fare?!”.

Ecco un fulgido esempio di quello che intendo: sono stanco, mi vorrei fermare, ma poi vedo un po’ di soddisfazione in quella lontana meta, faccio qualche altro passo. Ehi, che fa li quel bimbo? Che c’è scritto? Ma dai! Sicuramente non può farmi male! Ecco, ora che ho partecipato “all’evento” ho anche questo sardonico sorrisetto. Penso meno alla stanchezza. Penso un po’ di più alla mia meta. Sai cosa: anche le gambe le sento meno stanche…

Funzionasse sempre…

WU

PS. … ed il tipo che “schifa” il cartello attorno al secondo 13? Devo desumere che ha motivazione a sufficienza senza bisogno di ulteriori aiuti? Arrogante? Timido? Menefreghista? Sicuramente mi pare l’unica figura “perdente” del video.

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Stupide critiche

Rieccoci (… caso mai ce ne fossimo dimenticati possiamo sempre ringraziare questo Dilbert qui) all’annoso problema di come far fronte ad una critica.

Dilber240718.png

Che poi, vediamo di capire bene cosa vuol dire critica. Realizzare di star sbagliando passa certamente dalla voce di altre, più o meno autorevoli, persone, ma è sostanzialmente una cosa che se non si auto-realizza è impossibile da consapevolizzare. Ecco allora che tutte le voci “dissonanti” che sentiamo sono etichettate come critiche.

Di cose stupide ne facciamo a bizzeffe, cambiare è fra il difficile e l’impossibile. Oltre al fatto che probabilmente una vita senza stupidaggini sarebbe alquanto monotona… ok, da qui a “everything we are doing is stupid” ce ne passa.

La naturale, normale, purtroppo umana reazione è: “non è vero!”. Non accettiamo (quasi?) mai le critiche di buon grado. Fossero anche le più costruttive l’approccio “diffidente” (tanto per essere polite) è intessuto nella natura umana.

E da qui la reazione del demonizzare chi ci sta criticando (che a sua volta ne avrà fatte di stupidaggini…) piuttosto che cambiare marchio alle nostre stupidaggini.

Si instaura così una lose-lose situation in cui i criticoni (ripeto, spesso a nessun titolo) non sono altro che persone delle quali non fidarsi, le cose che dicono non vanno ascoltate e si continua con i soliti vecchi errori.

Chiudere occhi ed orecchie sul prossimo ammettiamo pure sia umanamente sbagliato; da cui la virtù di coloro che sanno farsi ascoltare… anche criticando (e non sempre accondiscendendo).

WU

La corsa verso la felicità

“Sir, sta uscendo per la quotidiana corsa verso la felicità?”
“Esatto, Lloyd. Speriamo solo di non incontrare anche oggi le solite difficoltà”
“Difficoltà, sir?”
“Sì, Lloyd. E credimi, sembrano insuperabili. Vanno così veloce che me le trovo costantemente di fronte”
“Se mi permette, forse sbaglia la tecnica di sorpasso, sir”
“Cioè, Lloyd?”
“Le difficoltà non si superano mai in velocità, ma in resistenza, sir”
“Questione di grandi polmoni, Lloyd?”
“Credo più di profondi respiri, sir”

… ed intanto vorrei stressare la parola corsa. Che poi la felicità sia effettivamente il traguardo o semplicemente la benzina che ci serve per correre, direi che il titolo applica in ogni caso (… o sarebbe meglio “DI corsa verso la felicità”).

Che dobbiamo dirci (di nuovo?!), che ci saranno “le solite difficoltà”? Che ci sembrano sempre insuperabili? Che saremo li li per demordere (lusso di pochi) praticamente ogni giorno? Proviamo a vedere la cosa da un’altra prospettiva, e colgo questa citazione per farlo.

La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice. [A. Merini]

Ora, non che dobbiamo essere felici solo o soprattutto per far ripicca alle persone, ma di certo abbiamo in questa ottica un’ulteriore molla per non mollare ( 🙂 ). E poi mi affascina tantissimo pensare alla felicità come strumento di vendetta; incrementa istantaneamente la mia “resistenza”.

Ed aggiungo anche, se non altro (… e ci sarebbe davvero tanto altro…), che dimostrarsi felici è il primo passo per esserlo veramente. Iniziamo a sorriderci, la felicità arriverà (immancabilmente dopo “profondi respiri”).

WU

PS. Da questo Lloyd.

Strategia aziendale

Dilbert030718

… e già, perché noi siamo sempre i più furbi. Abbiamo una mente oltre la media (ovviamente senza bisogno di dover studiare o arrovellarci più di tanto) e le idee che ci vengono in mente sono innovative e ci garantiscono un successo che gli altri se lo sognano!

Non ho mai sentito una di quelle dichiarazioni da top manager che dicessero qualcosa che non fosse ribadire l’ovvio. Vogliamo parlare delle mission e/o delle vision aziendali? In realtà ero partito dal fare un brevissimo sondaggio di quelle che trovavo più o meno in rete quando mi è rimbalzato in mente questo Dilbert di ieri.

Se un’idea mi è venuta in mente è geniale è un presupposto che (soprattutto, ma non solo) ai livelli apicali di un’azienda non dovrebbe essere applicabile.

Si, sto facendo un po’ di tutta l’erba un fascio; di certo ci sono anche dirigenti illuminati e con menti fuori dal comune, ma nella gran parte dei casi (100% ahimè nella mia piccola esperienza) si tratta solo di pronunciare buzz words tanto per tenere alta l’attenzione dei propri collaboratori.

Ho seri dubbi che la cosa funzioni.

Ovviamente la cosa è estendibile anche a contesti non lavorativi (e dai… non mi fate esagerare…). L’unica cosa che credo possa in qualche modo aiutare (o almeno essere affiancata) a quelle che crediamo intuizioni geniali ed uniche è una solida base di studio/ricerca/documentazione. Se quanto meno sapessimo bene ciò che gli altri pensano e/o fanno l’idea geniale verrebbe se non altro per differenza. Come dire se riesco ad imparare dagli errori, miei e di altri, sarebbe già una strategia vincente.

WU

PS. @ 04.07.18

Ma facciamo un esercizio su una “vera” mission aziendale… senza fare nomi.

Obiettivo principale del consorzio è promuovere l’innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese del comparto di riferimento.

E, debitamente parafrasato come mi farebbe quasi piacere leggerlo, se non altro per vedere qualcosa di diverso… tanto non significa nulla in ogni caso:

Obiettivo principale del consorzio è rallentare, se non bloccare, l’innovazione ed evitare lo sviluppo delle piccole e medie imprese in un qualunque comparto di riferimento.

Parole a caso… ma almeno nel secondo caso ti strappa un sorriso.

25 luoghi

Ci muoviamo, viaggiamo, cambiamo ambienti, frequentazioni, ritmi durante il corso della nostra vita. Oggi viviamo in un mondo iperconnesso, dove spostarsi è molto più facile che in passato; il giro del mondo lo possiamo fare in molto meno di 80 giorni. Eppure in un mondo ove viaggiare non è un limite, i limiti ce li mettiamo da noi comunque (ed in questo, non solo in questo ambito, siamo maestri).

Allora, analizzando circa 40.000 tracce mobili raccolte da un vasto pool di persone nel corso di anni abbiamo visto quando e più o meno dove ci piace essere. E’ uno studio che ambisce ad indagare la mobilità umana globale e nel corso dell’intera esistenza. E’ ambizione pura, e pertanto rispondere con un numero lo rende ancora più affascinante.

25 luoghi; ecco la risposta. Indipendentemente dal momento della nostra vita, dalle nostre abitudini, dalla nostra origine, in questa epoca noi visitiamo regolarmente 25 luoghi. Ecco tutto.

We reveal that mobility patterns evolve significantly yet smoothly, and that the number of familiar locations an individual visits at any point is a conserved quantity with a typical size of ~25.

Lo studio ha dapprima analizzato le tracce mobili di 1000 studenti ed ha trovato “il numero magico”. Lo stupore è aumentato a dismisura quando il numero si è ripresentato anche su un campione ancora più vasto di 40.000 tracce mobili. Sempre 25 i luoghi visitati regolarmente da queste persone in un generico momento della loro (nostra) vita.

Una costante, una quantità che si conserva lungo la nostra esistenza.

People are constantly balancing their curiosity and laziness. We want to explore new places but also want to exploit old ones that we like. Think of a restaurant or a gym. In doing so we adopt and abandon places all the time. We found that this dynamics yields an unexpected result: We visit a constant, fixed number of places […]

Ovviamente i luoghi non sono sempre gli stessi, ma se ne aggiungono tanti quanti se ne rimuovono; come dire da piccoli facciamo il parco, da adolescenti il pub, poi il centro commerciale, quello-che-vi-pare, il cantiere (ode agli anziani a mani dietro la schiena dietro le verdi reti), e via dicendo. Ma il totale dei luoghi in cui ci muoviamo è mediamente sempre 25.

Un numero fisso e costante che rappresenta il nostro (s)bilanciamento fra le nostre sicurezze e la nostra curiosità.

Non dipende dal tempo, dall’età o dalla città/nazione/continente in cui ci muoviamo; dipende dai vincoli che ci portiamo inconsciamente dentro

… e forse anche dal numero massimo di iterazioni sociali che siamo in grado di intrattenere.

Our research established a first formal connection between the study of human mobility and human social cognition. Clarifying this link will help us design better public spaces as well as better transportation systems. And ultimately facilitate the creation of more sustainable and healthy urban environment for all of us.

WU

Life

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Mi è caduto l’occhio su questo “quadro” mentre ero in tutt’altre faccende affaccendato.

Lo sapete meglio di me; quando la mente è assorta in qualcosa (per quanto stupido possiamo considerare l’oggetto del cruccio a distanza anche solo di qualche ora) l’attenzione e l’interesse da dedicare a scorci inaspettati è tra in basso ed il nullo. Quindi la prima cosa che mi ha colpito del mio esser rimasto colpito è proprio il fatto che il “quadro” mi ha colpito (si, mi sono divertito a “colpire”).

Più che un “quadro” l’immagine ritrae una tela appesa in un cantuccio in un negozio che non vende quadri ne oggetti d’arte, che non ha nessuna attinenza con tutto ciò che lo circonda, che non spicca per colori o tonalità, che non è una gigantografia e non era sotto la luce di alcun riflettore.

Eppure il quadro ha subito causato una deformazione semi permanente (beh… ora non esageriamo) dell’angolo destro della mia bocca, che piegatosi verso l’altro mi ha fatto capire solo dopo diversi passi che la mia attenzione era caduta su qualcosa che forse razionalmente non avevo neanche focalizzato e che quel qualcosa mi era anche piaciuto.

Forse per la tranquillità che l’immagine comunica, per il senso dato alla parola vita, per il sottotitolo o forse per nessuna di queste cose ed ancora lo devo capire, ma questo “quadro” mi piace.

Due parole sul sottotitolo: è bello racchiudere in poche parole che nella vita avrai molti viaggi da dover fare/affrontare (e già questo mi mette di buon umore), ma nessuno grande come la vita stessa.

E l’immagine? Un candido bimbo che gioca con una rosso-vigore barca a vela su uno sfondo indefinito spiaggia-cielo-mare? Non so se è “d’autore”, ma è sicuramente calzante per passare l’idea del più grande viaggio che ci aspetta.

Buon viaggio (e sono certo di averlo già scritto here, here and there, ma sicuramente anche altrove, a iosa).

WU

PS. E come colonna sonora ci sta “a fagiuolo”

Tempeste

Quando si dice che partiamo, o che il viaggio è il senso della vita, o che siamo in balia delle onde del destino, o che viaggiamo per non morire, il viaggio della vita, e tutte le frasi fatte che hanno a che fare con il mare, il viaggio, la vita e l’avventura.

Lloyd, qui, da la sua interpretazione. Notevole.

Lloyd120618.png

Se non altro per il fatto che il mare di guai nel quale ci avventuriamo pare essere (ed in realtà vivendo impariamo presto che lo è effettivamente) inevitabile. Possiamo far finta di non vederle, ma le tempeste ti vengono a cercare e temerle non le fa certo placare.

Certo, lo scopo è uscirne rafforzati… beh, diciamo almeno uscirne indenni. Ma il punto è che non dobbiamo (e per me sostanzialmente perché non possiamo) chiuderci nel nostro porto ad aspettare che passi la tempesta.

Indipendentemente se siamo più o meno propensi ad una nuova avventura, se abbiamo voglia di scoprire cosa c’è oltre le nostre Colonne d’Ercole, se possiamo permetterci il lusso (si, immagino c’è chi possa permetterselo) di rimanere attraccati, temere le tempeste è inutile.

Ed è una cosa ben diversa dal “non bisogna temere le tempeste”; la paura è una sensazione inconscia, l’utilità è tristemente razionale.

Auguri a tutti i viaggiatori (e viaggianti)

WU

PS. E fatemi sproloquiare ancora un po’ con un latinismo a chiosa: Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt.