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Scarnificare

Essenziale, nudo, senza ornamenti.

Portare le cose, la realtà, i concetti, i rapporti all’osso, privarli di tutti gli impedimenti che ne possano far capire il reale spessore (o la sua assenza). Togliergli di torno tutte quelle carni di troppo che li rendono incomprensibili o che comunque mascherano il vero significato della nostra esistenza.

Scarnificare; provare delle carni, spolpare, lacerare le carni, scoprire le ossa. Dal latino dilaniare, a sua volta derivazione di “carnefice”. Eppure l’atto dello scarnificare non è (sempre; omettendo quei casi in cui il contesto del termine è letterale o sottende una magrezza di contenuti… divagazioni perverse) un male, non è sempre una carneficina; anzi, è molto più spesso di quel che si pensi (o delle remore che ci facciamo più o meno inconsciamente) un vero atto d’amore (oltre che, ovviamente, di coraggio).

Il rivelare il cuore nascosto delle cose senza aver paura di scoprire e scoprirci.
Addobbi ed ornamenti sono si belli ed importanti, ma solo se le ossa che ci sono sotto sono solide e degne di essere abbellite, se viceversa travestiamo il marcio (o se il marcio è così ben travestito che i nostri occhi non lo riconoscono) allora il vero amore è togliere tutta la carne per cercare, capire, trovare, vedere, ammettere e cercare di risolvere il problema.

Leggo queste dodici lettere come un specchio meccanico, concreto, raggiungibile, che in qualche modo mi dice cosa devo fare, delle (per me ormai vuote) parole: “mettere a nudo la verità”.

Inutile sottolineare il fatto che, avuto il coraggio, scarnificare la nostra quotidianità sia difficile ed estenuante. Concetto detto molto meglio in questa quote.

Si stancava presto di quelle tensioni della volontà, e restava lì spossato, come se lo scarnificare ogni concetto per ridurlo a pura essenza lo lasciasse in balia d’ombre dissolte ed impalpabili
[Il barone rampante, Italo Calvino]

L’essenza (nascosta, ben nascosta) delle cose

WU

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Profezia che si autoadempie

Un mercoledì mattina del 1932, Cartwright Millingville va a lavorare. Il suo posto è alla Last National Bank e il suo ufficio è quello di presidente. Egli osserva che gli sportelli delle casse sono particolarmente affollati per essere di mercoledì; tutte quelle persone che fanno dei depositi sono inconsuete in un giorno della settimana che è lontano da quello in cui si riceve lo stipendio. Millingville spera in cuor suo che tutta quella gente non sia stata licenziata e incomincia il suo compito quotidiano di presidente. La Last National Bank è un istituto solido e garantito. Tutti lo sanno, dal presidente della banca agli azionisti, a noi. Ma quelle persone che fanno la coda davanti agli sportelli delle casse non lo sanno; anzi, credono che la banca stia fallendo, e che se essi non ritirano al più presto i loro depositi, non rimarrà loro più nulla; e così fanno la fila, aspettando di ritirare i loro risparmi. Fintanto che l’hanno solo creduto e che non hanno agito in conseguenza, hanno avuto torto, ma dal momento che vi hanno creduto e hanno agito in conseguenza, hanno conosciuto una verità ignota a Cartwright Millingville, agli azionisti, a noi. Essi conoscono quella realtà perché l’hanno provocata. La loro aspettativa, la loro profezia si è avverata; la banca è fallita.

Fulgido esempio (ovviamente non mio) di una “profezia che si autoavvera“.

E’ una di quelle previsioni che si auto avverano per il sol fatto di essere state espresse. Se ci pensate è una cosa molto più comune di quel che sembra (soprattutto se sostituiamo “situazione” con “profezia”), e che poi è un po’ all’origine delle varie superstizioni di “portarsi jella da soli” o “darsi la zappa sui piedi”. Si tratta di una di quelle situazioni “circolari” nelle quali una predizione genera una situazione che a sua volta realizza la predizione.

Di esempi se ne trovano a bizzeffe nella vita di tutti i giorni, dai mercati finanziari al campo sociologico, dalla politica alla psicologia (d’altra parte l’auto-convincimento è una profezia che si autoavvera, no?!).

Ed è anche terreno molto fertile per trami cinematografiche e fantascientifiche: da Star Wars, Minotiry Report, Kung Fu Panda, Terminator e bla bla bla.

La cosa che mi affascina è che lo facciamo spesso e volentieri del tutto inconsciamente, sia nel bene, sia nel male. Poi la mente umana deve in qualche modo cautelarsi ed auto-giustificarsi per cui parliamo di destino, fato, predeterminazione e cose del genere, ma mai di “colpa” o anche solo “ruolo” nostro.

Ah, la cosa non mi pare un buon alibi per non fare, piuttosto una chiave di lettura del nostro ruolo nella (nostra) storia, nella quale determiniamo (ripeto, spesso involontariamente) il nostro futuro senza per forza dover fare viaggi nel nostro passato.

Diciamo che rendiamo reali le conseguenze delle nostre azioni.

WU

PS. Mi viene subito alla mente

ok@+6&kPsN&>!?^% – La password perfetta?!

Vi sfido a trovarne di sempre più complicate (ovviamente quella nel titolo è puro massacro casuale da tastiera), come se non bastasse la sfida che vi lanciano i vari siti di sottoscrizione con i vari vincoli che ci mettono:

  • almeno 8 caratteri
  • almeno maiuscole e minuscole
  • almeno 1 carattere numerico
  • almeno un carattere speciale
  • almeno me la riuscissi a ricordare…

Il punto, infatti, non è tanto creare password complesse a caso, ma ricordarsele senza dover fare ad ogni accesso la procedura di recupero password (che è in molti casi il io personale metodo di accesso che trovo più veloce ed efficiente che lambiccarmi il cervello cercando di ricordare l’alternanza di caratteri a caso che posso aver inventato).

Ovviamente la password sono tanto più sicure ed in-decodificabili quanto più complesse, lunghe, alfanumeriche ed immemorabili sono.

Password.png

Ad ogni modo un metodo (che meno male che me lo ha confermato questa ricerca altrimenti non avrei davvero saputo a che santo votarmi…) per ricordare password anche mediamente complesse esiste. Anche se devo ammettere che l’articolo è assolutamente ben fatto e piacevole da leggere, anche per chi parte con ampi pregiudizi a riguardo.

As of 2011, available commercial products claim the ability to test up to 2,800,000,000 passwords a second on a standard desktop computer using a highend graphics processor. If this is correct, a 44-bit password would take one hour to crack, while a 60-bit password would take 11.3 years

4 parole a caso sono mediamente sufficienti per rendere una password virtualmente indecifrabile da hacher, computer o intelligenze artificiali in un tempo ragionevole. E come faccio a memorizzare quatto parole a caso che forse fr loro non centrano assolutamente nulla? Semplicissimo (e vecchio come il mondo): mi creo una bella filastrocca mnemonica, una piccola poesia, due versi in rima, un mantra ripetitivo o quello che vi pare.

Ovviamente alla ricerca fa seguito un bel web-based tool che genera versetti a caso (rigorosamente senza senso, altrimenti la nostra memoria non funziona!) per aiutare anche le menti più pigre.

Mi vengono in mente due considerazioni, relativamente banali:

  • – chi mi garantisce che il tool stesso non si conservi una copia del versetto e provi la risultante password a caso (o la usi come base di partenza) negli account degli utenti che hanno utilizzato il tool stesso?
  • anche ammesso che mi inventi un poemetto fighissimo in cui troneggia l’assenza di senso compiuto, come diavolo faccio a convincere i vari siti di sottoscrizione che la mi password è abbastanza sicura anche senza mettere, numeri, maiuscole, caratteri speciali etc, che rendono di certo la filastrocca non sufficiente alla memorizzazione della password?

Fantasmagoriche (e per questo facili da memorizzare) filastrocche sonno dietro l’angolo nascondendo in realtà stringhe di 60 bit assolutamente indecifrabili. :

  • Fox news networks are seeking views from downtown streets.
  • Diversity inside replied, Soprano finally reside.
  • Sophisticated potentates misrepresenting Emirates.
  • The shirley emmy plebiscite complaint suppressed unlike invite

Diciamo che considero a priori alcune password da associare a cose per le quali richiedo questo livello di sicurezza (molto poche a dir la verità) mentre per tante, tantissime altre mi basta una stupida password per soddisfare i vari vincoli dati (per poi affidarmi al sistema di recupero password 🙂 ).

WU

Detto, ovviamente benissimo in questo Randall

XKCD_password.png

Partiamo partiamo, non vedi che siamo…

In realtà mi torna alla mente anche “non sarà un’avventura…” (ed un’altra sfilza di confusi pensieri che vi risparmi per pudore), ma ad ogni modo il concetto espresso qui da Lloyd è innegabilmente un leitmotiv della nostra esistenza: viviamo con un’eterna propensione ed una eterna paura nei confronti delle avventure.

“Lloyd, mi sono imbarcato in una nuova avventura”
“Noto, sir”
“Potrei finire in un mare di guai…”
“Probabile, sir”
“Ma allora perché non mi hai fermato?”
“Perché i buoni marinai sanno affrontare le tempeste, ma i grandi comandanti non le temono, sir”
“E noi cosa siamo, Lloyd?”
“In viaggio, sir. In viaggio…”

Il nostro rapporto con l’incognito è tanto peggiore quanto più vaste sono le nostre esperienze e tanto più effimero quanto più paura di sbagliare abbiamo.

Non abbiamo una rotta tracciata; questo è un dato di fatto. Si sta facendo un po’ di tutto per darci un’impresisone diversa: dalla politica, alle necessità etero-indotte, alle paure auto-prodotte e via dicendo, ma, signori e signori: noi possiao sbagliare. E se non usciamo di strada non sbagliamo, non impariamo, non andoamo avanti.

Alla De Gregori siamo bufali e non locomotive e come tali possiamo “sbandare di lato e cadere…”. C’è chi lo trova affascinante, chi totipotente, chi pauroso, chi inutile, diciamo che poco importa: è così. Piuttosto, la strade segnata è quella di dover salpare.

Ah, “il mare di guai” è uno dei pochi modi per rimboccarci le maniche e trovare soluzioni che una comoda e serena routine non richiede; anche in questo il nostro cervello, degno pigro muscolo della nostra carne mortale, richiede un costante allenamento per non ridursi ad una amorfa poltiglia. Tanto per completare il quadro…

In viaggio, Lloyd, in viaggio.

WU

Effetto Flynn

Pare, anche se non me ne accorgo affatto, che stiamo diventando sempre più intelligenti.
E non lo dico (me ne guardo bene) perché l’ho rilevato personalmente (anzi…), ma perché pare che sia un vero e proprio effetto interculturale mondiale, l’effetto Flynn.

Il nostro QI sta aumentando ed è un trend che è stato rilevato in vari paesi, in maniera progressiva, di circa 3 punti per decennio. La “scoperta” (ad opera di J.R. Flynn professore di studi politici neozelandese) data all’incirca gli anni ’80 del 1900; gli USA hanno “guadagnato” 13 preziosi punti dal 1938 al 1984.

Migliore alimentazione (mens sana in corpore sano), migliore scolarizzazione, migliore sanità, migliore ambiente sociale, migliore ambiente culturale, migliore familiarità con strumenti tecnologici, e cose del genere sono sicuramente alla base di questa nostra progressiva “intelligenza”.

Ma ovviamente rimaniamo nel campo dello speculativo, rimaniamo con in mano una serie di dati che possono far gridare al “fenomeno” se letti in un certo modo (tanto il fatto che in base allo scopo della ricerca i dati, soprattutto quelli raccolti da vasti campioni sperimentali, possano essere utilizzati alla bisogna è cosa ben nota), ma che comunque non ci forniscono una prova scientifica dell’ “effetto”. Anzi, si è addirittura rivelata una inversione di questa tendenza all’intelligenza nei paesi più sviluppati (che mostrano ira valori medi del QI uguali, se non inferiori, a quelli di molti anni fa), mentre la tendenza continua imperterrita nei paesi in via di sviluppo dove il QI medio è ancora basso.

FlynnEffect.png

Che il troppo stroppi? Che il benessere abbia come conseguenza un peggioramento del nostro livello intellettivo? Che l’iperconessione dei paesi più sviluppati abbia effetti negativi misurabili anche da questo? Lasciamo per il momento perdere la coerenze e la completezza dei dati sperimentali raccolti e la loro valutazione…

Mi pare di aver letto di recente (e se mi volete correggere nella paternità della citazione, sono abbastanza confidente che non lo farete nel senso della frase) che S. Hawking ha “candidamente” affermato qualcosa del tipo

” chi si basa/vanta del suo QI è un perdente in partenza”

Assolutamente d’accordo

WU (dal QI inenarrabilmente basso)

PS. Ovviamente l’ “effetto” non fa il paio con nessun amento/miglioramento di nessun altro test di materie scolastiche che non dimostrano un effettimo aumento di intelligenza delle nuove generazione rispetto alle vecchie.

Forse la corretta lettura di tale “fenomeno” è solo che fattori ambientali possano influenzare il QI medio di una popolazione.

Dis-uguali

Le masse saranno sempre al di sotto della media.

La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci.

Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo ed il delinquente di correggersi.

Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento.

L’adorazione delle apparenze si paga.

[Henri-Frédéric Amiel, Frammenti di diario intimo, 1871]

WU

PS. Per il ciclo “profezie distopiche non difficili da realizzarsi”, anzi, per molti aspetti le stiamo già vivendo. Si, si può calare il concetto nella sfera della politica (fin troppo facile in questi giorni), del femminicidio, dei finti percorsi di carriera, degli scolari irrispettosi dei docenti, del tranto/troppo arrivismo lavorativo, della ormai consolidata assenza di gavetta e dell’ignoranza nel senso più lato del termine; ma la verità è che non abbiamo davvero più rispetto per la dis-uguaglianza.

Essere diversi non è un male (senza che ciò sfoci nel classismo), è la fonte da cui possiamo imparare e crescere. No, forse non sempre siamo tutti uguali. Ricordiamocene.

PPSS. Ed è agghiacciante il fatto che il trafiletto sopra dati 1871!

Fascicolo arcuato

Quando si dice che ci sono problemi di comunicazione. Anzi, di interazione.

Ma secondo voi il fatto che chi abbiamo di fronte può pensarla diversamente da noi, o semplicemente può pensare, è una cosa naturale o no?

Fin’ora sono stato sempre intrinsecamente ed un po’ rassegnatamente convinto che fosse una di quelle doti innate dell’essere umano. Pare invece (e non nascondo un filo di soddisfazione) che la cosa non sia proprio così automatica…

Fino a circa tre anni, infatti, i bambino non si immaginano neanche che gli essere viventi (ovviamente non sono quelli umani) che hanno davanti possono pensarla in maniera diversa da loro, ne si immaginano che possono proprio avere qualche facoltà intellettiva; anzi, non sanno neanche che significa pensare. Ed è un bene.

A quattro anni, improvvisamente, il dramma ( 🙂 ). Il così detto “fascicolo arcuato” si sviluppa ed i bambini cambiano il loro (bel) modo di vedere il mondo: si trovano davanti altri essere pensanti; loro stessi sono in grado di pensare.

Il fascicolo arcuato è una specie di ponte che connette due regioni del cervello. Da una parte una regione posteriore del lobo temporale nella quale prende vita il pensiero sugli altri (l’Area di Wernicke, coinvolta anche nella comprensione del linguaggio), dall’altra una regione del lobo frontale nella quale prendono vita i concetti astratti (l’Area di Broca, coinvolta anche nell’elaborazione del linguaggio) . Quando le due regioni vengono “cortocircuitate” ci accorgiamo di cosa sia il “pensare” e del fatto che anche gli altri sono in grado di farlo.

Praticamente iniziamo ad immaginare i pensieri altrui. E di solito non ne siamo particolarmente entusiasti.

WU