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Osso di seppia

Vi racconto questa storia; conosciamo questo signore, nel senso di nobile di animo, anche se forse non lo da bene a vedere. Nato da una scatola di cartone, li in un cantuccio del marciapiede, pare che abbia mosso i primi passi alla stazione. Fra calci e qualche raggio di sole sole è arrivato alla mensa delle suore.

Vive di espedienti, vive di sotterfugi, vive per andare. La vita gli pulsa dentro.

Nel pomeriggio poi, figuriamoci, è stato visto a miracolare le vecchiette in cambio di vino e sigarette. Alla fine la sera, fra bibbia, concertone e lacrime, nella nebbia, ci ha salutato.

E’ partito per non tornare, per cercare il suo posto nel mondo. In quella città in fondo al mare in cui i diamanti non valgono nulla, la doccia è la conseguenza di sogni puliti e le donne sono li per soddisfare i desideri più maschi.

E’ li il suo posto è li che il nostro vagabondo, il nostro eroe-fannullone in cerca della sua dimensione crede, crede, di aver trovato una casa in cui poggiare il suo cappello.

Non era buono per la terra, ha vagato fra strade dritte ed insignificanti e miniere di carbone fino a prendere la strada del mare. Ecco il nostro pirata del nuovo millennio che, inseguito dai pirati della strada, ha nascosto il suo tesoro in un’isola pedonale. Una borsetta con la scritta Prada e un santino con due tette niente male era tutto quello che gli sembrava avere un valore.

Il moderno Ulisse ha sfidato mostri degli abissi nella metro ed è sopravvissuto alle mani dei teppisti neanche fossero sirene metropolitane. Quando si è fermato, la sera, gli è bastato chiudere gli occhi per capire che la sua strada poteva essere solo quella verso la città in fondo al mare.

Aspettaci, osso di seppia.

WU

PS. Ovviamente (forse) liberamente tratto da questo capolavoro. Da cantare rigorosamente stonato ed a squarciagola.

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Togliersi dai 55!

Qualche sera fa un amico ha utilizzato questa frase all’interno di un discorso.

così mi levo da tutti i 55!

Li per li ho fatto finta di nulla, ma poi sono andato rimuginando ed ho ovviamente chiesto aiuto al google-vate per capire se avevo in qualche modo i sensi alterati o avevo effettivamente sentito quel 55.

Intanto anche se ho provato a scavare un pochino non è affatto ovvio l’origine del modo di dire (che pare essere proprio di Livorno), mentre è più o meno consolidato il significato (… ed anche nel contesto in cui l’ho sentito io l’accezione era questa).

Togliersi dai casini; praticamente. Proferire il proprio disagio circa una situazione e quindi fare in modo di togliersi dai guai… o dai 55?!

Il modo di dire potrebbe (ripeto, vi sono pareri molto contrastanti… motivo per cui ometto link vari) celare anche un significato storico, con tanto di aneddoti che in questa molto particolare forma sono giunti fino a noi.

Siamo in una delle anguste carceri di Livorno (?). Le cellette dove venivano alloggiati i carcerati avevano, guarda un po’, una loro numerazione. indovinate un po’ la numero 55 per cosa era usata? Per gli interrogatori; che come è abbastanza facile immaginare si svolgevano non sempre in maniera pacata e tranquilla. Ovviamente parliamo di tempi in cui non c’era la presenza dell’avvocato e non si esitavano ad usare anche maniere forti per ottenere l’informazione desiderata.

Trovarsi quindi nella cella numero 55, era come dire trovarsi nei guai. Da cui, “… così ci si toglie da tutti i 55!” che voleva appunto dire che, superato anche quella prova, non ci sarebbero stati altri momenti peggiori.

WU

PS. E tanto per non dimenticare qualche banale divagazione numerologica di infimo livello.

Il 55 fra una serie di proprietà matematiche mediamente notevoli (semiprimo, parte della sequenza di Fibonacci, numero triangolare, numero congruente, etc.) ne presenta almeno un paio su cui vale la pena gigioneggiare:
– è la somma dei numeri interi da 1 a 10
– è la somma dei quadrati dei primi cinque numeri interi (1 + 4 + 9 + 16 + 25)

Beh… non ci stiamo sottraendo da un numero qualunque (e quale lo sarebbe?) …

Asfalta il nero!

Uno dei miei santi ed inamovibili principi per affrontare la mia quotidianità è che ognuno fa un po’ quello che vuole, ma, a meno che non intralci la mia libertà, sono libero di ignorarlo.

Il caso specifico fa sicuramente parte della classe delle cose che ignoro deliberatamente. Oltre che per motivi ideologici anche proprio per l’interesse (o il disinteresse) che mi ingenerano. Tuttavia, mi sono scoperto a ripensare alla faccenda e non mi sono ignorato (violando, su me stesso, il mio presupposto iniziale).

E’ apparsa (e, pare prontamente rimossa) sull’App Store (che già di per se non frequento) una app “fantastica” e tutta “made in Italy”. Ora la descrivo brevemente, ma già il nome, Ruspadania, mi avrebbe fatto stare attentamente alla larga dall’applicazione.

Ruspadania.png

Trattasi di un giochino stile anni 80 in cui si è alla guida di una ruspa (scelta evidentemente non casuale) che ha lo scopo di schiacciare quanti più migranti (identificati proprio come tali) possibile. Alla guida del mezzo si devono smaciullare i NNeri personaggini che si palesano dinanzi.

Di per se è un giochino un po’ splatter forse, ma non dissimile dai tanti con cui sono cresciuto in salagiochi (ve lo ricordate Carmageddon?)… se non fosse per il contesto. Ruspe e neri, sullo sfondo della “italianità” della pianura padana. Non voglio fare il buonista, ma anche se si volessero sottolineare le storture della nostra società oppure si volesse ironizzare sulle recenti scelte politiche nazionali, proprio un giochino sadico si doveva fare?

Ah, i due programmatori, dopo che l’App è stata rimossa dallo store, si sono “giustificati” dicendo che era solo un modo per fare pratica con il linguaggio di programmazione… Non credo che si sentano (ne loro, ne noi) più sicuri dopo che qualcuno ha fatto pratica con il giochino; posso solo sperare che almeno loro abbiano così esorcizzato la loro paura del NNero.

Mi lascia, oltre che parecchi dubbi sull’etica di chi mi circonda (si, posso tranquillizzarmi assegnando un intendo goliardico al giochino…), anche parecchio amaro in bocca. Non si può certo fare buonismo a fondo perduto (atavico errore), non sono altresì uno che vuole chiudere i porti e non mi va di accomunare il NNero brutto e cattivo con l’immigrante regolare o il rifugiato di guerra. Non so come risolvere il problema (almeno io lo dico senza dover per forza prendermela con ONG o politiche Europee), ma di certo so che non ci farei un sadico giochino a riguardo.

Meglio smaciullare vecchiette e dinosauri con macchina e mazze da baseball invece di dovermi immedesimare in “ruspanti” anti-migranti che difendono il loro discutibile eden.

WU

PS. Ovviamente ce la siamo presa con gli stringenti controlli di sicurezza dell’App Store che sono stati raggirati dalla app. Si, potevano fare meglio e se volete li rendiamo ancora più stringenti (lo sono già abbastanza anche se con debite lacune – e.g. giochini di poker -), ma un filtro alla stupidità umana no?

Dedica

Dedica profonda e stonata a tutti gli sballati, i fuori di testa, i fuori luogo, ai balordi e soprattutto a coloro a cui non piaccio. A cui non sono mai piaciuta o che non ho (chissà mai il perché?!) incontrato mai. Si, la dedico anche a loro.

Dedica profonda e falsamente sincera ai dimenticati, a chi non si riconosce nello specchio, a chi non si riconosce specchiandosi negli altri, a chi uno specchio non ce l’ha proprio, a chi lo verrebbe ed a chi no.

Dedica profonda e non per questo sentita a chi ha lavorato troppo, a chi troppo poco, a chi si ritrova perennemente solo e va quindi giù. Ha chi prova a risalire, a chi cerca la maniera, a chi non la trova e scende sempre più giù.

Dedica profonda e solitaria alla mia faccia di questa sera, alla faccia dei cattivi “che poi così cattivi non sono mai” (… e dai che qui è facile…). Cattivi che ti cercano una sola volta, cattivi che sanno quando il gioco finisce, cattivi che non si buttano per questo giù.

Dedica profonda e disperata a me, a come ero solo ieri, a come sarò domani, alle mie emozioni, al mio amore. Dedicato ai miei pensieri che si rincorrono non lasciandomi libera neanche di sapere cosa dedicare, e a chi.

WU

PS. Ovviamente libere (e come sempre discutibili) divagazioni sul tema:

Non è certo la prima volta che la sento, ma forse una delle prime (tanto per non dire la prima) che la ascolto veramente e spendo qualche minuto della mia stupida giornata a rincorrerne testo e significato. Notevole.

PPSS. Prendersi un po’ per i fondelli (“a questo schifo di canzone”!!) è praticamente l’apice dell’intelligenza umana. Sapersi non prendere (e non “non sapersi prendere”) troppo sul serio credo voglia dire saper dare il giusto peso alle cose, contestualizzare, pesare se stessi e , di riflesso, gli altri.

Troncamento ed Elisione

Scusate se mi concedo questa divagazione puramente linguistica per (ri)attirare l’attenzione su una questione ciclica e ciclicamente dimenticata. Complici i touch o le testiere fisiche, il poco tempo (anche quando non necessario) che caratterizza l’epoca che viviamo, la necessità di semplificazione, l’ignoranza che impera, mi imbatto in ogni dove (compreso quando parlo/scrivo con me stesso) nell’incapacità di usare gli apostrofi.

Due cose preliminari. Gli apostrofi sono parte integrante della nostra lingua. Non possiamo scegliere se metterli o meno; sarebbe come saltare questa o qela letra (chiaro, no?!). Secondo punto, posso capire lo scrivere in velocità, l’errore di distrazione (il mio eterno tallone d’achille che tento di giustificare?) o la necessità di “risparmiare caratteri”, ma se la questione viene affrontata direttamente mi aspetto che almeno uno straccio di risposta il mio interlocutore lo abbia. Ovvero a domanda “ma qual è si scrive con o senza accento” vorrei/spererei/porca#**#*# che almeno la questione ce la fossimo posta (e magari di conseguenza posta anche a Mr. Google).

Ciò detto, esistono i troncamenti e le elisioni.

Troncamento è la soppressione della fine di una parola, che sia una consonante (raro), una vocale (spesso) o una sillaba (di solito). “Gran giorno” è il troncamento di “grande giorno”, “amor proprio” il troncamento di “amore proprio”, “bel tramonto” il troncamento di “bel tramonto” e via dicendo. I troncamento sono abbondanti nella nostra lingua, soprattutto con gli aggettivi e sono addirittura “obbligatori” (anche se questa parola mi fa sempre più sorridere, soprattutto in contesti linguistici) con gli aggettivi maschili “bello, buono, santo” se seguiti da un articolo tipo “il, un”.

Di regola il troncamento NON vuole l’apostrofo. Possiamo scrivercelo sotto la nostra password di Facebook!?

Poi esistono le elisioni (e fra l’altro l’etimo della parola latina ha il significato di ferita…) che sono la soppressione (la ferita) dell’ultima VOCALE di una parola se seguita da un’altra vocale. “lo amore” non si dice/scrive; “l’amore” suona meglio; idem per “lo amico”, “lo esercito”, e ce ne sono milioni. L’elisione è obbligatoria quando “lo” è seguito da una parla per vocale; facoltativa, ma molto frequente quando “la, una” sono seguiti da una parola per vocale” e facoltativa, ma molto rara quando “gli” sono seguiti da una parola per vocale “gl’indigeni”.

In questo caso segnaliamo la ferita alla parola che perde l’ultima vocale con un bel APOSTROFO. E’ obbligatorio.

Che è chiaro me lo immagino, che siamo in grado di farlo nostro ed usare automaticamente questa regola anche e soprattutto nel linguaggio quotidiano (che è quello che fa sopravvivere una lingua molto più di polverosi libroni accademici) ne dubito.

WU

PS. Tanto per completare il quadretto parliamo un momento dell’eccezione delle eccezioni: po’.

Diciamolo subito: si scrive con l’apostrofo anche se è un troncamento. E’ l’eccezione, appunto. Vi sono poche eccezioni come questa; in particolare l’apostrofo nel troncamento è obbligatorio solo se si verificano contemporaneamente due condizioni: la parola troncata risulta comunque finire per vocale e la vocale finale non richiede il raddoppiamento con la parola che segue.

Per farla breve:po’ per poco e mo’ per modo e poi basta, almeno nella maggior parte delle fesserie che diciamo/scriviamo nella nostra vita.

Chief Digital Officer

Ne avevamo proprio bisogno… Un’altra figura C-level mediamente inutile, ma certamente recepita come fondamentale di cui sentivamo la mancanza. Pare che ce ne siano ancora pochi in giro, pare che non sia un bene e pare che sia una figura che si sta diffondendo (… leggi: c’è margine per entrare sul mercato, se è questo lo scopo indipendentemente dal risultato che si vuole ottenere…).

Stiamo parlando di una nuova “figura professionale” (scusatemi un po’ di reticente scetticismo derivante da una lunga gavetta) che si sta affermando come conseguenza del fatto che le imprese vogliono dimostrare di essere vive. Dimostrare di essere presenti sul mercato, dinamiche, di saper fare marketing, trasmettere messaggi e magari dettare tendenze.

un vero e proprio manager della governance digitale con competenze che spaziano tra vari ambiti come management dell’impresa sociale, consumer service, project management, ICT, e-commerce e comunicazione multi-canale. Il campo d’azione è vasto, ma il CDO è per definizione un professionista in grado di collaborare con tutte le unità di business di un’azienda, creando un sistema che innovi ciò che già esiste.

Stiamo parlando di un ruolo che dovrebbe guidare il cambiamento digitale, ovvero gestire il cambiamento stesso, dato che se non sei presente su qualche social o semplicemente in rete rischi di essere facilmente catalogato come statico o peggio ancora morto e sepolto.

Dovrebbe essere la figura che fa da ponte fra il mercato online e quello offline, quello che rafforza le sinergie fra i vari canali di vendita, che ottimizza la presenza dell’azienda e la sua pubblicità. (Poi se volete continuo ad impilare buzz words a caso…). Non a caso le aziende più interessate a questo profilo sono quelle che lavorano su modelli ibridi e omni-canale, abbinando l’e-commerce alle attività del negozio fisico.

CDO.png

Ovviamente, neanche a dirlo, investire su queste figure è una scelta strategica delle aziende (che possono permetterselo e non che vorrebbero permetterselo…) che praticamente è come se stessero siglando un contratto con la loro evoluzione digitale. Di solito riportano al Chief Marketing Officer (e dai…) oppure direttamente al CEO (che tanto non ha di meglio a cui pensare).

Background richiesto? Responsabilità in progetti di e-commerce, di gestione in aziende digitali, di business on-line e cose del genere.

In Italia? Ovviamente non possiamo non accordarci questi trend così ghiotti. Le imprese medie e grandi si stanno già muovendo in questa direzione e la figura del CDO (che a sua volta è letta come l’evoluzione della -già fondamentale…- figura del CIO, Chief information officer) si sta diffondendo a macchia di leopardo. Ovvero non c’è un mercato ancora specifico ed anche l’esperienza richiesta è molto rara, per cui è possibile trovare sbocchi in questi ruoli anche con esperienze piuttosto limitate.

Beh, ora mi candido io; ho venduto un po’ di cosette su e-bay e trattato in lunghe nottate su AliBaBa, spero sia sufficiente.

WU

PS. Non voglio sostenere a priori che tali figure siano inutili (anche se l’impressione è molto forte; è tutta roba che un buon reparto di marketing è assolutamente in grado di fare), solo che ho la fortissima impressione che siano un aggiunta a ruoli che mancano. Non ho mai visto un revival della figura dell’idraulico (ad esempio), ma vedo spuntare questi innovativi profili professionali. Possono si beneficiare di una nuova cultura digitale, ma sono costi indiretti (e spesso improduttivi) per un’azienda che deve comunque puntare almeno in parallelo (se non prima!)con l’inclusione nel proprio organico di queste figure (che non sono certo a costo zero, anzi…) con l’incremento e la valorizzazione delle maestranze e capacità tecniche, troppo spesso mortificate a scapito di questi nuovo C-qualcosa.

PPSS. Stipendi medi fra i 50.000 e gli 80.000 euri annui e -immancabili- tanto di master dedicati. E’ veramente il nuovo business; è inutile continuare a fare gli idealisti…

Cotone fulminante

Mettiamo insieme cellulosa, acido nitrico ed acido solforico (ovviamente tutte cose abbiamo sotto mano in questo momento), quello che otteniamo è un composto esplosivo ben noto come trinitrocellulosa (nitrocellulosa ad alto contenuto di azoto).

Precursore della dinamite l’esplosivo è in giro del 1845 ed ha dato vita ad una pletora di derivati più o meno stabili e quindi di successo.

E’ un esplosivo in qualche modo controllabile e versatile ed il suo essere noto, fabbricabile, gestibile da lungo tempo negli usi più disparati (flash delle prime macchine fotografiche, propellente delle cartucce nelle armi da fuoco, trucchi di magia, etc.) ha anche consentito il sedimentarsi nella lingua (beh, non proprio quella di tutti i giorni) della contrazione delle due parole; cotone fulminante è quello che chiamiamo in gergo (??) fulmicotone.

Espressione decisamente dal sapore retrò, di non largo uso, di non facile contesto, ma ovviamente (IMHO) bellissima. Qualcosa al fulmicotone è qualcosa di brillante, velocissimo, esplosivo, impetuoso, dotato di grande potenza.

I soci del Gun Club, associazione americana di artiglieri con sede a Baltimora, annunciano di aver inventato un cannone capace di sparare un proiettile in grado di raggiungere la Luna. Il progetto prevede che il proiettile sia di forma sferica, costruito in alluminio, e che il dispositivo di lancio, un’enorme bocca in ghisa scavata nel terreno, utilizzi come detonatore il Fulmicotone (o Nitrocellulosa). Mentre i più illustri scienziati discutono la questione, da tutto il mondo piovono sottoscrizioni per finanziare l’impresa.
[Jules Verne, Dalla terra alla luna, 1865]

Affascinato; giusto il tempo di incantarmi in un’altra giornata al fulmicotone (ma, purtroppo, solo nel senso di oberata da impegni, non di brillante).

WU