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Il mondo come lo vorrei

Non moriremo più. L’ha scritto il giornale, vuoi che non sia vero? Pare che la scienza abbia finalmente risolto l’enigma è ci ha donato una (felicissima) vita eterna. Interessante, no? Beviamoci un caffè. I vecchi ubriaconi festeggiano nei bar sul lungomare, tu mi racconti dei tuoi problemi e di tua madre che da lassù ti giudica ancora come fosse qui. Io guardo un po’ tutto questo come uno sceneggiato televisivo.

Oggi mi sento sostanzialmente allineato a voi, e per questo quasi alienato, ma quando avevo vent’anni tutto era diverso. Mi sentivo diverso. Non sarei mai stato come voi… dicevo. Facciamo che do la colpa al vino, alla droga o a stronzate del genere. Sono sopravvissuto agli anni ottanta, novanta, duemila e duemiladieci; sono sopravvissuto a Cernobyl, ai Nirvana, Playmobil, Bin Laden e la Serie B

Una notizia, buona anche se falsa, fa il giro del mondo e riecheggia in ogni dove. E’ grazie ad internet, i social, i grandi grand, la new economy. Abbiamo fatto diventare realtà i nostri sogni, o ci illudiamo di averlo fatto. Il per sempre diventa reale e i bugiardi ringraziano.

Hai un minuto? Ti canterei il mondo come lo vorrei.

La mia giovane madre non lavora, l’ha sostituita un’amica. Anche mio padre è una donna, ma poco mi importa; in fondo ho altri nove fratelli e sette sorelle a cui badare o dai quali esser badato. E’ innamorata, mi chiama per dirmi che si è sposata. La democrazia è stata abolita, la libertà di stampa già da tanto. Tant’è che il mio amico scrittore, incrociati fogli e penne, mi chiama per andarci a bere un mojito, ma non è impazzito.

E poi il mondo è cambiato fin nelle sua ossa. A natale fa caldo e guardiamo le stelle. Suoniamo concerti fino a cent’anni. Compriamo case tutte in contanti (e non voglio dire come li ho racimolati, meglio togliermeli dai piedi). Fumo almeno tre pacchetti al giorno. Le mie ex mi invitano quando fanno l’amore. Mangio solo frittura e non verdura. Parlo più lingue di quelle che uso ed un fantastico cellulare che non mi serve a nulla.

Ed il tutto… senza rimpianti, senza rimpianti

Hai un minuto? Ti canterei il mondo come lo vorrei.

Bevo e mi sveglio tranquillamente

WU

PS. Balzati ora alle ribalte della cronaca (in fondo Sanremo è questo più che altro) sono un gruppo attivo su piazza da anni ed hanno prodotto pezzi, come quello qui liberamente storpiato, degni di essere ascoltati. Nel caso particolare correva l’anno 2018.

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I lupercalia

ricorrono oggi. Il 15 Febbraio era, infatti, il giorno dedicato agli antichi riti pagani in onore del dio della fertilità, Luperco. Come si confà ad un dio della fertilità, i festeggiamenti odierni erano sfrenati ed in netto contrasto con la morale cristiana. L’apice di tali baccanali si raggiungeva quando matrone romane, none per strada, subivano le frustrate di giovani, ovviamente altrettanto nudi (beh… ma anche spalmati di grasso e con maschere di fango…), che rappresentavano i seguaci del fauno Lupercolo.

Storicamente (ovvero, secondo la leggenda) i Lupercalia venivano celebrati proprio nella grotta Lupercale, sul Palatino, dove Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa. Il culmine dei Lupercalia era proprio oggi, ed il motivo (andando ancora più a ritroso nelle radici storiche della leggenda) era che era il culmine del periodo invernale quando lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili e minacciano le greggi.

Lupercalia.png

Tutto ciò non poteva andar giù alla cristianissima chiesa romanica. La festa andava arginata. E quale modo migliore per farlo se non che indire il giorno precedente una festa in qualche modo antitetica? Papa Gelasio I decise infatti di indire il 14 Febbraio la festa… degli innamorati. Si celebrava “l’amore puro” e non “l’impura fertilità”.

Caso volle che il 14 Febbraio era San Valentino (mi sono ben guardato ieri di scriverne qualcosa a riguardo, ma oggi…). Che questa sia la vera verità sull’origine della festa non vi sono, ovviamente, certezze. La stessa figura di San Valentino è abbastanza misteriosa… anzi, non si sa neanche di preciso a quale San Valentino si fa riferimento (ve ne sono almeno un paio ed a parte il fatto che morirono come martiri non si sa molto di loro).

La consacrazione del 14 Febbraio come festa degli innamorati deriva (pare, pare, pare) dallo scrittore Geoffrey Chaucer che verso la fine del ‘300 scrisse The Parliament of Fowls (Il Parlamento degli Uccelli) un poema che associa Cupido a San Valentino, in onore delle nozze tra Riccardo II e Anna di Boemia.

Da allora la festa ha preso “sempre più piede”, qualunque cosa significhi, fino ad assumere l’aspetto “economico” dei nostri giorni. Il giorno successivo, ovvero oggi, non è più ricordato come il giorno “dell’amore sfrenato”, ma sta prendendo piede come “San Faustino” (non voglio neanche indagare se San Faustino sia in qualche modo legato a tutto questo…); altra operazione commerciale per tutti coloro che sono scapati a ieri.

Intendiamoci, non sono contro ne San Valentino ne San Faustino. Non sono festività che festeggio con grande trasporto, ma riconosco il bisogno di qualche ricorrenza per svegliare un po’ gli animi. Mi affascina sicuramente di più la genesi e l’evoluzione di questi fenomeni sociali, troppo spesso velocemente dimenticata in favore degli aspetti più commerciali delle ricorrenze.

Auguri, in ogni caso, per ieri e per oggi.

WU

Se potrei lo farei

NO. E’ SBAGLIATO. E lo ancor di più un fantozziano “Se potrebbi lo facessi” 🙂

Il Se vuole il congiuntivo. Questa è una specie di regola generale che spesso e volentieri ignoriamo. Ora, però, mi lancio (rigorosamente senza alcuna solida base grammaticale o linguistica) in una piccolissima dissertazione filologica riguardo questo errore… e, magia delle magie, quando NON è un errore mettere il condizionale dopo il se.

Allora, il periodo ipotetico (del II tipo, credo) richiedere grammaticalmente il se seguito dal congiuntivo (leggete: è obbligatorio!). Croce di molti studenti e non solo (anzi, spesso sono i più “insospettabili” a fallare nella locuzione… ed io non faccio eccezione, e ma d’altra parte non sono in alcun modo insospettabile… 🙂 ).

In realtà vi è un’altra possibilità: il SE NON IPOTETICO. In questo caso, ça va sans dire, si usa il CONDIZIONALE. Nel caso in cui la particella se introduca una proposizione dubitativa oppure un’interrogativa diretta è necessario usare il se con il condizionale. Detto così sembra abbastanza complicato, ma è molto più concreto di quanto pensiate… e sono certo, per non sbagliare, mettereste un bel congiuntivo e chissene. Così, tanto per non sbagliare…

chissà se lo farebbe?” oppure: “Domandagli se accetterebbe o no“, “Vedi se potrebbe andare“, “Non so se sarei capace di mentire…“. Frasi che abbiamo sicuramente pronunciato, certamente senza analizzarle troppo grammaticalmente, che richiedono (si, NON è una possibilità) il se seguito dal condizionale. In altre parole frasi tipo “Chissà se lo facesse” o “Domandagli se accettasse” SONO SBAGLIATE.

Ora non facciamo che usiamo questa come una scusa per la nostra ignoranza. Il SE+condizionale si usa in alcuni casi ben specifici, non tutte le volte che ci accorgiamo di uno strafalcione (tipo un bel periodo ipotetico che richiede se + congiuntivo…); in questi casi una tempestiva correzione, che però -ahimè- presuppone una seppur blanda conoscenza dell’ITAGLIANO, è la migliore soluzione.

WU

PS. Si dice, evediamoseloimpariamo, “Se potessi lo farei” !

Accipicchia!

Diciamo che come esclamazione l’abbiamo sentita a profusione… usata, forse, un po’ meno. Personalmente a meno di non pensare ad un lessico da bambini o a qualche esclamazione stile presa-per-i-fondelli non è che me ne vado in giro ad esclamare la mia sorpresa con un bel (perché effettivamente sarebbe bello…) Accipicchia!

Mannaggia! (che io non usi quotidianamente Accipicchia! 🙂 ).

E’ una esclamazione (e fin qui…) che esprime si stupore, ma anche rabbia, collera, contrarietà ed un po’ ogni emozione che ci coglie impreparati. Caspita! Spesso è anche declinata in forma di imprecazione… che d’altra parte non è che un modo per esprimere il fatto di esserci fatti trovare impreparati. Accidenti!

Accidentaccio! (forse ancora più raro, dal suono che non mi piace particolarmente e che suona, se Accipicchia non fosse sufficiente, ancora più di presa-per-i-fondelli)

E’ tecnicamente una interiezione (una parola che si pone tra altre per esprimere da sola un improvviso e vivace sentimento dell’animo) ed una parola parafonica (che ci ricordano come suono altre parole).

E’ praticamente una specie di sostituto che ha preso piede nel gergo comune per sostituire espressioni scurrili. Invece di sporcarci la lingua con parole volgari ricorriamo agli “acci…”. La cosa vale per (i comunissimi…) Accidempoli!, Acciderba!, Accipicchia! e la stessa forma tronca acci… Tutte nate dall’interiezione accidenti, ellissi di frasi tipo “ti vengano degli accidenti” e simili.

Modeste notarelle su un termine che sentito milioni di volte oggi ha evidentemente colto un qualche neurone di passaggio “meritando” (e non so se sia un bene) un post in questo blog. Avete mai fatto caso a chi lo dice? Quante vole lo si dice? E se voi stessi vi accorgete che qualcuno lo sta dicendo? Io, ovviamente, no…

Quando si affacciò in cima al muro lo Spaventapasseri disse: – Accipicchia! – Muoviti – esclamò Dorothy. Cosi lo Spaventapasseri sali ancora e si mise a sedere in cima al muro, poi anche Dorothy si affacciò e gridò: – Accipicchia! – proprio come lo Spaventapasseri.  Subito dopo arrivò Toto e immediatamente si mise ad abbaiare, ma Dorothy lo fece tacere. Il Leone fu il successivo ad arrivare in cima alla scala, e per ultimo arrivò il Boscaiolo di Latta; e anche loro esclamarono: – Accipicchia! – appena affaccaiti in cima al muro. Quando furono tutti seduti in fila lungo il bordo del muro, guardarono sotto e videro uno strano spettacolo.

[The Wonderful Wizard of Oz, L. F. Baum, 1900].

WU

PS. Non sono riuscito a trovare nessuna traduzione inglese migliore di “WoW” che però mi lascia profondamente insoddisfatto.

La disperazione silenziosa del sogno

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Mi sono imbattuto in questa “scultura”. Più che altro è una specie di obelisco in una piazza relativamente centrale del suo paese, ma non propriamente ben illuminata.

Vuoi per la scarsa luce, per il carattere o (molto probabilmente) per la mia dis-attenzione mi sono effettivamente accorto della frase e l’ho “processata” mentalmente solo dopo parecchi passi dalla colonna. Sono quindi ritornato sui miei passi per cercare di immortalarla.

Mi piace soprattutto il senso di costrizione ingenerato da un dono e l’urlo silenzioso che trasmettette (si, credo sia questo).

Sulla parte sinistra della colonna si intuisce anche a chi la scultura è intitolata (e facilmente si risale alla cittadina, direi). Sulle altre facce della colonna, invece, la citazione continua:

Nato con la disperazione silenziosa del sogno nulla avrebbe avuto potenza di liberarlo né avversità di uomini né favore di eventi né implacabilità di fato. La morte dandogli fama lo guarì dal quel delizioso morbo dell’anima

Mi rendo conto che è un po’ dark, ma colgo una intrinseca bellezza in queste parole e tutto mi ingenerano fuorché resa dinanzi al fato. La guarigione della morte mi pare quasi solo un orpello aggiuntivo che, pur guarendo il “morbo dell’anima”, di certo non sconfigge la “disperazione silenziosa del sogno”.

E’ un po’ come nascere “con una marcia in più” (chissà che vuol dire): chi ce l’ha non la perde, ne con favore ne con sfavore del fato. La natura stessa dell’uomo, una delle cose più ineluttabili, non trovando altro modo di toglierci il dono del sogno può solo portarci via la vita.

WU

PS. La foto, con blande pretese artistiche, non è un granché. Lo ammetto.

AAA, Cartomante cercasi

Quando stacco il cervello mi metto a vedere le offerte di lavoro. Quando vedo le offerte di lavoro utilizzo due criteri basilari: il minor numero (spesso zero) di filtri possibili, il maggior numero (spesso fino al crash del browser) di schede pagine web aperte in parallelo per paragone… salvo il fatto che poi mi perdo e faccio confusione, ma tanto lo faccio comunque a cervello spento per cui non è un gran problema.

In uno di questi (memorabili) momenti e seguendo queste due regolette mi sono imbattuto in una vera e propria chicca. L’annuncio è pubblico per cui credo che riportarlo qui possa fare solo piacere al suo “ideatore” dato che contribuisco alla sua diffusione; l’unica cosa che non riporto è il cellulare da contattare, ma sono certo che voi, interessatissimi a questa opportunità, non faticherete troppo a trovarlo in rete.

Accorrete numerosi!

Serio studio di cartomanzia ricerca operatori telefonici nel settore della cartomanzia, con esperienza, con possibilità di lavorare anche dal proprio domicilio.
Si richiede:
spiccate doti comunicative e flessibilità a lavorare su turni.
Si offre:
CONTRATTO NAZIONALE DI LAVORO o P.IVA. Ottime opportunità di guadagno.

Le “ottime opportunità di guadagno” sono quantificate in un compenso promesso che va dai 1000 ai 2000 euro (mica male!). La “posizione” (ahimè) è a tempo determinato e si richiede la disponibilità su turni… ma non si può avere mica tutto nella vita!

Mi affascinano parecchie cose della posizione, a parte evidentemente l’oggetto stesso dell’offerta.

Si richiede esperienza, ma non si fa cenno a che tipo di esperienza. Non so se si aspettano che rispondano “cartomanti professionisti” che evidentemente se sono diventati “professionisti” (e sarei anche curiosi di vederei i CV che perverranno…) non hanno bisogno di “arrotondare”.

Non si offrono corsi di formazione, ma d’altra parte non si richiede (oltre “spiccate doti comunicative”) nulla di inerente alla cartomanzia. Almeno una blanda conoscenza dei tarocchi? Saper giocare a carte? Tirare i dadi? Evidentemente non serve.

Non mi è chiaro a qual “contratto nazionale di lavoro” di faccia riferimento… ma è di certo una mia ignoranza dato che non so come sono inquadrati i cartomanti.

Non mi candiderò, ma solo perché mi vergognerei a sostenere il colloquio (anche se evidentemente devo far cadere qualche altro paletto se voglio muovermi propriamente nell’attuale mondo del lavoro…).

WU

Ottocento finzioni

Fuori moda, fuori tempo, fuori luogo. In un’epoca in cui l’odore è quello dei motori della rivoluzione industriale. I valori sono quelli della (bassa?) borghesia, le aspirazioni quelle della nobiltà.

Perché, perché c’è gente che non apprezza il capitalismo in quest’epoca di rivoluzione. Perché la gente non vuole ricchezza e nobiltà. Ma che tempi sono questi?! Che qualcuno mi canti astio e malcontento di chi si oppone a tutto questo. Eppure è proprio questo motore maleodorante della rivoluzione industriale che ci porta avanti tutti (anzi… quasi tutti quanti; i cantanti sono contestatori quasi per definizione) fra soldi e cielo blu.

Ed anche tu, figlia mia. Merce di scambio per la mia ricchezza e la mia affermazione sociale. Sei quasi matura, neanche fossi uno degli ortaggi del io orto. Ed io non vedo l’ora di utilizzarti, scambiarti.

Tu invece, figlio mio: sei il maschio. Bello, aitante, forte, benestante ed abile sia negli affari che con le donne… anche se dovessero esser stuprate in corsa so che ne sei all’altezza. Che questo sia vero o meno non mi importa; deve essere cosi; altrimenti come faccio io ad essere considerato nobile?

Moglie, moglie mia. Tu devi essere l’emblema della nostra aspirazione nobiliare. Come tale devi riempirti di fronzoli ed anticaglie (niccoli anche di cattivo gusto purché abbondanti). Devi dar sfogo alle tue voglie per dimostrare il tuo benessere. Compra pure le tue sciccherie inutili. 1500 scatole luccicanti e piene di nulla ti sono sufficienti? Ostentiamo vacua opulenza. Ecco tutto.

E vendiamoci, appariamo. Siamo tutti, compresi i nostri corpi, poco più che merci di scambio. Meraviglie da barattare per l’ascesa sociale in quest’epoca di rivoluzioni meccaniche. Fra valvole e pistoni mettiamo sul banco anche i nostri fegati e polmoni; figlie da sposar e tutte le cazzate che vi possano venir in mente (… le triglie del mar non fanno eccezione).

Come è stato possibile, figlio mio, che ti sia toccata una fine così ingloriosa? Dove ho sbagliato, se ho sbagliato? Quale intruglio ti ha gettato nel Naviglio? Che morte di bassa qualità, da coniglio. Come faccio a coprire questo neo? Non mi importa di te, ma del fatto che questa fine rovini la mia immagine; mi importa dell’onta che getti sulla nostra famiglia. Mi hai ferito per questo… eppure ti trattavo come un figlio.

Domani andrà meglio. Mangeremo e faremo vedere che abbiamo cibo in abbondanza. Anche la morte di un figlio si supererà fra cazzate varie, un bel matrimonio, un pasto abbondante. Non credo ci siano differenza di valori fra il dover superare una digestione impegnativa e la morte di un figlio. Almeno non per noi (aspiranti) nobili.

Tutta una vita di finzioni in una borghesia non nobile che è ormai anestetizzata dalla mancanza di valori morali ed abbocca ad ogni triglia che nuota fra contanti, valvole, pistoni, fegati e polmoni.

WU

PS. Ritratto impietoso egregiamente vestito a festa.