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Dedica

Dedica profonda e stonata a tutti gli sballati, i fuori di testa, i fuori luogo, ai balordi e soprattutto a coloro a cui non piaccio. A cui non sono mai piaciuta o che non ho (chissà mai il perché?!) incontrato mai. Si, la dedico anche a loro.

Dedica profonda e falsamente sincera ai dimenticati, a chi non si riconosce nello specchio, a chi non si riconosce specchiandosi negli altri, a chi uno specchio non ce l’ha proprio, a chi lo verrebbe ed a chi no.

Dedica profonda e non per questo sentita a chi ha lavorato troppo, a chi troppo poco, a chi si ritrova perennemente solo e va quindi giù. Ha chi prova a risalire, a chi cerca la maniera, a chi non la trova e scende sempre più giù.

Dedica profonda e solitaria alla mia faccia di questa sera, alla faccia dei cattivi “che poi così cattivi non sono mai” (… e dai che qui è facile…). Cattivi che ti cercano una sola volta, cattivi che sanno quando il gioco finisce, cattivi che non si buttano per questo giù.

Dedica profonda e disperata a me, a come ero solo ieri, a come sarò domani, alle mie emozioni, al mio amore. Dedicato ai miei pensieri che si rincorrono non lasciandomi libera neanche di sapere cosa dedicare, e a chi.

WU

PS. Ovviamente libere (e come sempre discutibili) divagazioni sul tema:

Non è certo la prima volta che la sento, ma forse una delle prime (tanto per non dire la prima) che la ascolto veramente e spendo qualche minuto della mia stupida giornata a rincorrerne testo e significato. Notevole.

PPSS. Prendersi un po’ per i fondelli (“a questo schifo di canzone”!!) è praticamente l’apice dell’intelligenza umana. Sapersi non prendere (e non “non sapersi prendere”) troppo sul serio credo voglia dire saper dare il giusto peso alle cose, contestualizzare, pesare se stessi e , di riflesso, gli altri.

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Troncamento ed Elisione

Scusate se mi concedo questa divagazione puramente linguistica per (ri)attirare l’attenzione su una questione ciclica e ciclicamente dimenticata. Complici i touch o le testiere fisiche, il poco tempo (anche quando non necessario) che caratterizza l’epoca che viviamo, la necessità di semplificazione, l’ignoranza che impera, mi imbatto in ogni dove (compreso quando parlo/scrivo con me stesso) nell’incapacità di usare gli apostrofi.

Due cose preliminari. Gli apostrofi sono parte integrante della nostra lingua. Non possiamo scegliere se metterli o meno; sarebbe come saltare questa o qela letra (chiaro, no?!). Secondo punto, posso capire lo scrivere in velocità, l’errore di distrazione (il mio eterno tallone d’achille che tento di giustificare?) o la necessità di “risparmiare caratteri”, ma se la questione viene affrontata direttamente mi aspetto che almeno uno straccio di risposta il mio interlocutore lo abbia. Ovvero a domanda “ma qual è si scrive con o senza accento” vorrei/spererei/porca#**#*# che almeno la questione ce la fossimo posta (e magari di conseguenza posta anche a Mr. Google).

Ciò detto, esistono i troncamenti e le elisioni.

Troncamento è la soppressione della fine di una parola, che sia una consonante (raro), una vocale (spesso) o una sillaba (di solito). “Gran giorno” è il troncamento di “grande giorno”, “amor proprio” il troncamento di “amore proprio”, “bel tramonto” il troncamento di “bel tramonto” e via dicendo. I troncamento sono abbondanti nella nostra lingua, soprattutto con gli aggettivi e sono addirittura “obbligatori” (anche se questa parola mi fa sempre più sorridere, soprattutto in contesti linguistici) con gli aggettivi maschili “bello, buono, santo” se seguiti da un articolo tipo “il, un”.

Di regola il troncamento NON vuole l’apostrofo. Possiamo scrivercelo sotto la nostra password di Facebook!?

Poi esistono le elisioni (e fra l’altro l’etimo della parola latina ha il significato di ferita…) che sono la soppressione (la ferita) dell’ultima VOCALE di una parola se seguita da un’altra vocale. “lo amore” non si dice/scrive; “l’amore” suona meglio; idem per “lo amico”, “lo esercito”, e ce ne sono milioni. L’elisione è obbligatoria quando “lo” è seguito da una parla per vocale; facoltativa, ma molto frequente quando “la, una” sono seguiti da una parola per vocale” e facoltativa, ma molto rara quando “gli” sono seguiti da una parola per vocale “gl’indigeni”.

In questo caso segnaliamo la ferita alla parola che perde l’ultima vocale con un bel APOSTROFO. E’ obbligatorio.

Che è chiaro me lo immagino, che siamo in grado di farlo nostro ed usare automaticamente questa regola anche e soprattutto nel linguaggio quotidiano (che è quello che fa sopravvivere una lingua molto più di polverosi libroni accademici) ne dubito.

WU

PS. Tanto per completare il quadretto parliamo un momento dell’eccezione delle eccezioni: po’.

Diciamolo subito: si scrive con l’apostrofo anche se è un troncamento. E’ l’eccezione, appunto. Vi sono poche eccezioni come questa; in particolare l’apostrofo nel troncamento è obbligatorio solo se si verificano contemporaneamente due condizioni: la parola troncata risulta comunque finire per vocale e la vocale finale non richiede il raddoppiamento con la parola che segue.

Per farla breve:po’ per poco e mo’ per modo e poi basta, almeno nella maggior parte delle fesserie che diciamo/scriviamo nella nostra vita.

Chief Digital Officer

Ne avevamo proprio bisogno… Un’altra figura C-level mediamente inutile, ma certamente recepita come fondamentale di cui sentivamo la mancanza. Pare che ce ne siano ancora pochi in giro, pare che non sia un bene e pare che sia una figura che si sta diffondendo (… leggi: c’è margine per entrare sul mercato, se è questo lo scopo indipendentemente dal risultato che si vuole ottenere…).

Stiamo parlando di una nuova “figura professionale” (scusatemi un po’ di reticente scetticismo derivante da una lunga gavetta) che si sta affermando come conseguenza del fatto che le imprese vogliono dimostrare di essere vive. Dimostrare di essere presenti sul mercato, dinamiche, di saper fare marketing, trasmettere messaggi e magari dettare tendenze.

un vero e proprio manager della governance digitale con competenze che spaziano tra vari ambiti come management dell’impresa sociale, consumer service, project management, ICT, e-commerce e comunicazione multi-canale. Il campo d’azione è vasto, ma il CDO è per definizione un professionista in grado di collaborare con tutte le unità di business di un’azienda, creando un sistema che innovi ciò che già esiste.

Stiamo parlando di un ruolo che dovrebbe guidare il cambiamento digitale, ovvero gestire il cambiamento stesso, dato che se non sei presente su qualche social o semplicemente in rete rischi di essere facilmente catalogato come statico o peggio ancora morto e sepolto.

Dovrebbe essere la figura che fa da ponte fra il mercato online e quello offline, quello che rafforza le sinergie fra i vari canali di vendita, che ottimizza la presenza dell’azienda e la sua pubblicità. (Poi se volete continuo ad impilare buzz words a caso…). Non a caso le aziende più interessate a questo profilo sono quelle che lavorano su modelli ibridi e omni-canale, abbinando l’e-commerce alle attività del negozio fisico.

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Ovviamente, neanche a dirlo, investire su queste figure è una scelta strategica delle aziende (che possono permetterselo e non che vorrebbero permetterselo…) che praticamente è come se stessero siglando un contratto con la loro evoluzione digitale. Di solito riportano al Chief Marketing Officer (e dai…) oppure direttamente al CEO (che tanto non ha di meglio a cui pensare).

Background richiesto? Responsabilità in progetti di e-commerce, di gestione in aziende digitali, di business on-line e cose del genere.

In Italia? Ovviamente non possiamo non accordarci questi trend così ghiotti. Le imprese medie e grandi si stanno già muovendo in questa direzione e la figura del CDO (che a sua volta è letta come l’evoluzione della -già fondamentale…- figura del CIO, Chief information officer) si sta diffondendo a macchia di leopardo. Ovvero non c’è un mercato ancora specifico ed anche l’esperienza richiesta è molto rara, per cui è possibile trovare sbocchi in questi ruoli anche con esperienze piuttosto limitate.

Beh, ora mi candido io; ho venduto un po’ di cosette su e-bay e trattato in lunghe nottate su AliBaBa, spero sia sufficiente.

WU

PS. Non voglio sostenere a priori che tali figure siano inutili (anche se l’impressione è molto forte; è tutta roba che un buon reparto di marketing è assolutamente in grado di fare), solo che ho la fortissima impressione che siano un aggiunta a ruoli che mancano. Non ho mai visto un revival della figura dell’idraulico (ad esempio), ma vedo spuntare questi innovativi profili professionali. Possono si beneficiare di una nuova cultura digitale, ma sono costi indiretti (e spesso improduttivi) per un’azienda che deve comunque puntare almeno in parallelo (se non prima!)con l’inclusione nel proprio organico di queste figure (che non sono certo a costo zero, anzi…) con l’incremento e la valorizzazione delle maestranze e capacità tecniche, troppo spesso mortificate a scapito di questi nuovo C-qualcosa.

PPSS. Stipendi medi fra i 50.000 e gli 80.000 euri annui e -immancabili- tanto di master dedicati. E’ veramente il nuovo business; è inutile continuare a fare gli idealisti…

Cotone fulminante

Mettiamo insieme cellulosa, acido nitrico ed acido solforico (ovviamente tutte cose abbiamo sotto mano in questo momento), quello che otteniamo è un composto esplosivo ben noto come trinitrocellulosa (nitrocellulosa ad alto contenuto di azoto).

Precursore della dinamite l’esplosivo è in giro del 1845 ed ha dato vita ad una pletora di derivati più o meno stabili e quindi di successo.

E’ un esplosivo in qualche modo controllabile e versatile ed il suo essere noto, fabbricabile, gestibile da lungo tempo negli usi più disparati (flash delle prime macchine fotografiche, propellente delle cartucce nelle armi da fuoco, trucchi di magia, etc.) ha anche consentito il sedimentarsi nella lingua (beh, non proprio quella di tutti i giorni) della contrazione delle due parole; cotone fulminante è quello che chiamiamo in gergo (??) fulmicotone.

Espressione decisamente dal sapore retrò, di non largo uso, di non facile contesto, ma ovviamente (IMHO) bellissima. Qualcosa al fulmicotone è qualcosa di brillante, velocissimo, esplosivo, impetuoso, dotato di grande potenza.

I soci del Gun Club, associazione americana di artiglieri con sede a Baltimora, annunciano di aver inventato un cannone capace di sparare un proiettile in grado di raggiungere la Luna. Il progetto prevede che il proiettile sia di forma sferica, costruito in alluminio, e che il dispositivo di lancio, un’enorme bocca in ghisa scavata nel terreno, utilizzi come detonatore il Fulmicotone (o Nitrocellulosa). Mentre i più illustri scienziati discutono la questione, da tutto il mondo piovono sottoscrizioni per finanziare l’impresa.
[Jules Verne, Dalla terra alla luna, 1865]

Affascinato; giusto il tempo di incantarmi in un’altra giornata al fulmicotone (ma, purtroppo, solo nel senso di oberata da impegni, non di brillante).

WU

Cecilia Mangini

Due compagni di vita: una fotocamera Zeiss Super Ikonta 6×6 ed il marito Lino Del Fra.

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Regista documentarista, fotografa e (scopriamo con tutta la calma del nostro secolo affrettato solo da internet e notizie social) anche una finissima intellettuale. Una delle prime donne che hanno raccontato la nostra Italia nel dopo guerra con una cinepresa. Ha subito la censura ed ha visto premi; ha vissuto profondamente il nostro paese nell’ultimo secolo ed ha visto e documentato storie, personaggio (fanta)politici della nostra storia contemporanea.

Ha lavorato con Pasolini per documentare periferie degradate e classi subalterne. Ha realizzato lungometraggi, cortometraggi, mostre fotografiche ed oggi la riscopriamo con interviste “alla vecchia nonnina”. Ha documentato il disagio sociale legato al boom economico e la vita delle classi operaie. Ha coperto i temi della sessualità, dell’aborto, dell’inquinamento, del capitalismo ed un po’ tutti gli aspetti che hanno caratterizzato l’Italia del secolo scorso.

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Oggi è colei che bacchetta (e può farlo a bun diritto) i politichelli (pentastellati in questo caso) di sbagliare congiuntivi e condizionali. Oggi è colei che può temporeggiare sul rispondere la propria opinione circa questo o quel politichello (renziani, in questo caso) per poi affondare con frasi tipo “quello che lui vuole si capisca di se stesso non è quello che lui è effettivamente” (notevole, cruda e verissima frase); “l’ambizione non riesce a nasconderla”… E non risparmi ne i piccoli borghesi “che sanno di non valere”, ne coloro che cavalcano quest’onda (leghisti, pour couse) e che “hanno bisogno di qualcuno che sia disprezzabile per sentirsi grandi”.

Ci taccia tutti di essere confusi, di mancare di obiettivo e mancare di guide.
Ho purtroppo l’impressione che la consideriamo (lei, come tante/i come lei) solo una simpatica vecchietta ancora lucida con un po’ di memoria/e storica/che del nostro paese e nulla di più. Personalmente vedo molto più un leader in lei ora che in tanti che si arrogano di esserlo.

Vorrei essere guidato anche da questa gente, che non ne ha, ad assoluta ragione, alcuna voglia. Affianchiamo ai giovani rampanti ed innovativi che cavalcano la nostra indecisione qualcuno che sia un leader e si ricordi da dove veniamo? Per non ripetere gli stessi errori, se volete, o per continuare sulla strade, se preferite, o infine, semplicemente per non cadere.

WU

E sogno a nord del tempio di Kansua

Solo in mezzo alla gente.

Guardi, vedi, osservi, ma non tocchi nulla, non vuoi toccare nulla. Ti senti strano, invisibile, trasparente ed in fondo vuoi esserlo. Vuoi non essere notato, vuoi muoverti nel tuo sogno, rimanere poco importante.

Resti fermo, la sabbia scende, ti sembra tutto lento, tutto ovattato, hai dei movimenti a rilento come immerso nell’acqua. Ma l’acqua è chiara e si fece nitidamente il fondo.
Sei solo, ti senti solo, ma in fondo non vuoi esserlo. Non vuoi sentirtici, mai.

E sogno.

Gli sei sempre più vicino, segui il tuo istinto che ti fa avvicinare a loro. Sagome dolci lungo il cammino, muri, bandiere, qualche rumore in lontananza, ma tu continui a camminare guidato dal suo senso.

Lei, intanto, china un po’ il capo per colpire tutti coloro che incontra per strada e che sono sbalorditi dallo stupore. Lo stupore di vederla li, di vederla camminare, di vederla riflettersi chiara in una tazza scusa ed in una stanza ancora più scura.

No, non vuoi esser solo mai.

Non lo sei.

WU

PS. Farneticazioni a caso su un testo colossale e su una solitudine dolorosamente tangibile nelle melodie del brano (legata d’altra parte ad un triste aspetto della vita privata dell’autore). Con tanto di scuse in anticipo per la commissione di parole prese in prestito, pensieri e divagazioni personali.

Ne quid nimis

La secca legge dell’arte è questa: ‘Ne quid nimis’, niente più del necessario. Tutto ciò che è superfluo, tutto quello che possiamo sopprimere senza che la sostanza ne risenta, è contrario all’esistenza della bellezza. [José Ortega Y Gasset]

In questa lunga-lunghissima settimana di preparazione al giorno X delle elezioni politiche italiane, io, che non sono un politofago ed un talk-show compulsivo, ne ho sentite di cotte e di crude. E’ proprio il caso di dirlo.

Ho sentito parlare a sproloquio, promettere con la coscienza di mentire (e magari con la speranza di non essere scoperti) e promettere convinti di poter realizzare almeno una parte delle parole che areavano bocche di questa o quella fazione.

Ho visto facce giovani e vecchi tromboni; ripescati, volta-bandiera, fedelissimi (pochi). Ho visto correnti, fazioni, coalizioni, grandi coalizioni e iper-mega-inciuci (e come odio questa parola).

Una cosa non ho visto e men che meno sentito: il minimo. Non ho sentito frasi brevi e concise, magari non pronunciate a voce alta per imporre la propria idea sull’interlocutore o per ergersi a trainatore di folle. Non ho sentito concetti chiari e concisi. Non ho sentito programmi elettorali con pochi e chiari punti. Non ho sentito il necessario, ma tutto il soverchio.

Sono, come l’Italiano medio, un disilluso della politica, ma il semplice fatto che ne parlo tradisce questa corazza che mi vorrei mettere addosso. Sono ancora qui, con un voto (che non vorrei arrendermi a lasciare nel purgatorio dei voti inespressi) in bilico, cercando il necessario fra montagne di chiacchiere.

Parafrasando Bobbio, “Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia” (per me una frase che dovremmo tutti stamparci a chiare lettere ed inquadrettarci sul comodino), direi che “Nulla uccide di più la politica che l’eccesso di politica”. E senza “rischia”.

E’ solo una conferma che la politica non è un’arte.

WU

PS- E non parlerò, giurin-giuretto, più di politica per queste elezioni, indipendentemente dall’esito post-elettorale.