L’utilità dell’inutile #3

Mentre gli preparavano la cicuta, Socrate si esercitava sul flauto per imparare un’aria. E alla domanda “A cosa ti servirà?”, il filosofo impassibile risponde: “A sapere quest’aria prima di morire”.
[Il flauto di Socrate]

Una egregia spiegazione dell’essenza ultima del conoscere come vera antitesi della sciocca ossessione di essere utili.

Banalizzare, tuttavia, la voglia/gioia/necessità di conoscere semplicemente come “l’unica seria giustificazione” all’apprendere nuove cose -fosse anche in punto di morte- è tanto limitante quando l’asserire che vale la pensa sapere solo “le cose utili”.

Le “inutili eccezioni”, in questo caso, sono lodevoli; anzi, dovrebbero abbondare nella vita di ciascuno e per se stessi in prima battuta, per elevarsi, apparire meno limitati, per abbeverare le nostre menti fosse pure con “inutili idee” o “inutili nozioni”. Sono tutti piccoli passi nella direzione della crescita personale (da cui poi deriva, quasi gratuitamente, quella della collettività).

Ma -nonostante la consapevolezza che nessuna creazione letteraria o artistica sia legata a un fine- non c’è dubbio che, nell’inverno della coscienza che stiamo vivendo, ai saperi umanistici e alla ricerca scientifica libera da qualsiasi utilitarismo, a tutti quei lussi ritenuti inutili, spetti sempre più il compito di alimentare la speranza di trasformare la loro inutilità in un utilissimo strumento di opposizione alla barbarie del presente, in un immenso granaio dove preservare la memoria e quegli avvenimenti ingiustamente destinati all’oblio.

Esiste una profonda differenza fra teoria (intesa come parte disinteressata della scienza o delle materie umanistiche) e tecnica (la parte con un riscontro pratico, la parte applicativa, quella che potrebbe farci trovare lavoro). Credo che tale distinzione sia in qualche modo inconsciamente comprensibile da ciascuno di noi. Spesso non ci soffermiamo troppo sulle motivazioni che ci spingono ad apprendere questo o quello, ma quando lo facciamo tempo che la parte “teorica” sia quella che ha la peggio.

Non sono di quelli per i quali la superiorità e la bellezza non si devono mescolare con la triviale necessità quotidiana, non credo che vi siano “discipline di serie A e di serie B”, ma vedo una generale tendenza a dare precedenza (che spesso significa l’unica chance) a discipline legate al loro possibile utilizzo, tralasciando appunto gli aspetti “dell’inutile” (che come abbiamo già detto sono quelli che poi ci elevano, che ci legano all’arte, che ci fanno apprezzare la vita ed in ultima analisi evitano di degradarci a bestie… oltre che mettere in discussione il senso stesso della parola “utile”.

Sempre per il ciclo “l’utilità dell’inutile”: dopo qui, qui ed un po’ qui… ma ora mi placo.

WU

L’utilità dell’inutile #2

L’uomo moderno indaffarato, che non ha tempo, che è prigioniero della necessità, che non comprende come una cosa possa non essere utile; che non comprende neppure come, in realtà, proprio l’utile possa essere un peso inutile, opprimente. Se non si comprende l’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile, non si comprende l’arte, e un paese dove non si comprende l’arte è un paese di schiavi o di robots, un paese di persone infelici, di persone che non ridono né sorridono, un paese senza spirito; dove non c’è umorismo, non c’è il riso, c’è la collera e l’odio.

L’uomo moderno, che non ha più tempo per soffermarsi sulle cose inutili, è condannato a diventare una macchina senz’anima. Prigioniero della necessità, non è più in grado di capire che l’utile può trasformarsi in un “peso inutile, opprimente” e che se “non si comprende l’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile, non si comprende l’arte”. Così l’uomo che non comprende l’arte diventa uno schiavo o un robot, si trasforma in un essere sofferente, incapace di ridere e di gioire. E, nello stesso tempo, può essere facile preda di un “fanatismo delirante” (si pensi, negli ultimi decenni, ai fanatismi religiosi) o di “qualsiasi passione collettiva”.

[L’utilità dell’inutile, N. Ordine]

Personalmente non sono certo ne di capire l’utilità dell’inutile (ne tanto meno l’arte… almeno non sempre), ma ancora una volta rileggere questi passi suona come una specie di monito. Monito per il mio spirito e non con l’ambizione di elevarlo, ma semplicemente di “diversificarlo”, di imparare a cogliere il bello (inutile? arte?), le piccole cose, evitare di diventare (ammesso che sia ancora in tempo, ma su questo sono ottimista) schiavo della società o robot.

Mi fa venire un fremito leggere con quanta eleganza e quanto breve sia il passo fra l’apprezzamento per l’arte ed il fanatismo delirante (oggigiorno più che mai dilagante) e con quanta incoscienza io in prima persona (prima ancora dei “governi”) si sorvol sull’apprezzamento dell’inutilità per lanciarsi nelle braccia della prigionia della necessità (qui gli esempi potrebbero essere tantissimi: dalle case che sembrano fortezze all’emigrazione per motivi “di base” – un lavoro modesto o una ossessione sociale-).

Il mio terrore più grande rimane comunque il fatto che tutti questi processi mentali a cui volenti o nolenti siamo soggetti passano quasi sempre sotto traccia e ci ritroviamo incapaci di ridere e gioire prima ancora di averne capito il perché.

WU

PS. Puntata due e mezzo: dopo qui e qui.

L’utilità dell’inutile #1

Il valore dell’uomo non sta nella verità che qualcuno possiede o presume di possedere, ma nella sincera fatica computa per raggiungerla. Perché le forze che sole aumentano la perfettibilità umana non sono accresciute dal possesso, ma dalla ricerca della verità.
Il possesso rende quieti, indolenti, superbi. Se Dio tenesse chiusa nella mano destra tutta la verità e nella sinistra il solo desiderio sempre vivo della verità e mi dicesse: scegli! Sia pure a rischio di sbagliare per sempre e in eterno mi inchinerei con umiltà sulla sua mano sinistra e direi: Padre, dammela! La verità assoluta è per te soltanto
[Lessing]

Detto così è un po’ estremo, ma rende l’idea.

Dal mio bassissimo punto di vista non siamo più (se lo siamo mai stati) in una società rigidamente divisa in padroni e servi. Non siamo nella rigida dicotomia: ricchi sfruttatori e poveri schiavi. ci siamo (in questo caso tristemente) evoluti. Siamo sulle sfumature. Il profitto, l’apparenza, il falso dio del possesso resta un po’ il “tiranno invisibile”, ma siamo ciascuno, nel suo piccolo, ricco e povero, sfruttatore e sfruttato e via dicendo.

L’unica cosa che mi pare sia rimasta è l’importanza limitata della cultura; della cultura in se, se non come per raggiungere l’apparenza dell’avere.

WU

PS. Questo per un ciclo un po’ polemico-idealista nel quale sono finito leggendo un paio di libri sul ruolo dell’inutilità e dell’arte (con culmine in “l’utilità dell’inutile” di N. Ordine). Non che creda che il mondo cambierà, non che creda che io stesso possa tornare a sposare in todo questi ideali, solo per cercare di darmi (darci?) una sferzata e guardare dall’altro (altrimenti non li vediamo) i binari sui quali a testa china quotidianamente camminiamo. Temo andrò avanti per qualche giorno…

PPSS. Che poi è quello che era in embrione qui.

 

Il rapporto aureo, sulla carta

Io sarò perverso, ma questo è veramente “nerd a bestia” (e non mi meraviglia che sia opera di Randall)!

XKCD240620

Sento, e ripeto, spesso che la “golden ratio” è ovunque, ma onestamente non avevo mai pensato alle dimensioni standard dei fogli. Ammetto, ed anche senza troppa vergogna, che è sempre stato uno di quegli standard che ho sempre capito poco sia nella genesi che nell’applicazione.

La cosa più banale (solo secondo me?) è misurare i lati di un foglio, ma evidentemente non è così per gli standard ISO 216. Il formato parte da un foglio A0 di 1mq, ma NON di lato 1 metro, bensì 841mm x 1189mm. Il motivo (o meglio la spiegazione) è che tutto lo standard si basa su un unico rapporto d’aspetto della radice quadrata di 2 (quindi un rapporto di circa 1:1.412) e poi procede semplicemente facendolo a metà, metà della metà, metà della metà della metà, e via dicendo.

Sempre secondo lo standard ISO vi sono sia i formati “A” che quelli “B”. L’area dei fogli di questa serie è ottenuta come media geometrica dei fogli della serie A (per fare le cose semplici). B1, ad esempio, si trova fra l’A0 e l’A 1ed ha un’area di 0,71 m² (√0.5). B0 è lungo 1 m e poi si procede ancora con metà, metà della metà, etc. Serie molto usata negli uffici e comunicazioni formali. Se poi volete continuare… esiste anche la serie C, D ed E.

Ah, e questo è solo lo standard ISO, quello più utilizzato certo, ma non l’unico.

Ora l’analisi di Randall si limita alla serie A, ma sono certo che se scaviamo un po’ va benissimo anche per le altre serie. La cosa che mi consola è che forse mediante un approccio “golden ratio” (la fantastica spirale) riuscirò finalmente a capire anche lo standard ISO 216. Se strappo un foglio di carta non so ora se faccio un torto alla ISO o al rapporto aureo.

WU

Trash & Expensive… bunker

E’ chiaro che quest’anno non è stato uno dei migliori della storia (almeno fin’ora). E’ chiaro che iniziamo a prendere sempre più coscienza delle nostre paure. E’ chiaro, altresì, che al peggio non c’è mai fine.

Mi ha colpito questa notizia di questi giorni per una “villa” in vendita a Las Vegas.

Se siete sopravvissuti al COVID-19, se siete sulla soglia di una crisi di nervi perché vi aspettate una ecatombe nucleare, un’invasione di zombie, o semplicemente il ritorno della “nuova edizione” del COVID… è chiaro che quello che state cercando è un fantastico, lussuoso, tecnologico… bunker sotterraneo. Certo, se avete 18 milioni di dollaroni da spendere (… quando si dice che la sicurezza non ha prezzo)!

La “villa” in questione risale al 1978 ed è circondata da quasi mezzo ettaro di terreno, ma il vero “tesoro” (certamente per quello che costa…) si trova sotto il pavimento. Il bunker di sicurezza della villa misura la bellezza di quasi 1.400 metri quadri (casa mia, tutta fuori terra, non è neanche un decimo…)!

IL lussuosissimo, costosissimo (ed IMHO osceno, degno di “Qualunquemente” di Albanese) bunker sotterraneo che comprende, senza badare a spese, una casetta centrale ed un “giardino” tutto attorno che include (ovviamente): piscina, fontana, barbecue ed alberi -rigorosamente finti-. Il tutto circondato da solide mura di cemento, tristemente dipinte credo per alleviare la mancanza di un vero panorama, e soprattutto senza un filo di luce di sole o di aria.

BunkerLusso

Per cercare di ricreare “l’atmosfera dell’aria aperta” il bunker ha un sistema di illuminazione artificiale che regola la luminosità in base all’ora del giorno. Un sistema di aria condizionata con filtri qui e li (sai com’è, se vivi in in bunker dovrai pur respirare, ma devi stare attento a non farti intossicare dalla “malata superficie”, stile “Esercito delle 12 scimmie”).

Insomma, la casa del giorno del giudizio per grandi magnati. Spaziosa, tecnologica, ma anche posticcia, finta e che cerca in tutti i modi di camuffare la sua vera natura di “tana” nel momento del bisogno… che si spera non duri abbastanza da “godersi” tutti i lussi di questa “villa”. Un tristemente kitsch specchio dei nostri tempi (e non è un set di un qualche film apocalittico).

Molto strano che la casa sia in vendita, vero? E lo è da gennaio 2019! Chissà se è solo per i 18 milioni di dollari… Mi chiedo cosa abbia spinto il precedente proprietario a costruirla e poi a venderla. Me lo chiedo, ma non sono veramente certo di volerlo sapere.

Se è questo che mi aspetta (sia in generale sia considerando che non ho 18 milioni e se li avessi non li spenderei cosi…) allora spero veramente che i Maya abbiano solo sbagliato di qualche anno.

WU

PS. Poi personalmente trovo anche l’arredamento interno un po’ vecchiotto e tanto pacchiano… anche se è forse il male minore. Non so se mi trovo più triste l’idea o kitsch la realizzazione. Mi verrebbe da dire: meno male che è nascosto (e costoso).

Il vagone COVID-19

Questo lo metterei nella sezione “cazzate che sono cazzate anche ad un miglio di distanza senza bisogno di investigare oltre”…. eppure (o forse proprio per questo) hanno una enorme diffusione.

Pare che in questo periodo di “pandemia” (che è solo il problema nel problema nel senso che “fake” di questo genere sarebbero comparse comunque) sia iniziata a circolare sui social (ed evidentemente non solo dato che come vi dicevo ieri me ne sto abbastanza lontano) la foto sotto.

TrenoCOVID-19

Ora, prima di iniziare a fare ipotesi su cosa possa essere (o più realisticamente come possa esser stata prodotta) volevo far notare i seguenti punti che la rendono, per me, una cazzata ancor prima di approfondimenti:

  • parliamo un attimo dell’approccio: i poteri forti, il gruppo Bilderberg, i terroristi, i cinesi-comunisti vogliono infettarci tutti con una nuova arma biologica (il COVID-19 in questo caso) e lo trasportano a paccate su un treno che percorre mezza America, alla luce del giorno e con tanto di scritta sul vagone? Una strategia degna di Topo Gigio!
  • cosa dovrebbe contenere il vagone? Gente infetta? Malati moribondi? Fialette di virus in polvere? Non è che il COVID-19 è un pezzo di legno che lo carichi su un treno merci e via; potrebbe esser trasportato in una qualche soluzione, certo, ma non mi pare proprio il genere di vagone adatto a “trasporto medicinali”.

Se poi approfondiamo oltre, se ce ne fosse bisogno, leggo che l’Associazione delle ferrovie americane prevede una codifica dei vagoni con solo due o quattro lettere seguite da un numero per un numero massimo di sei cifre. Il fanta-treno COVID-19 non rientra quindi in alcuna categoria ammessa con le normative attuali (ma dato che si parala di spostamenti militari super segretissimi le normative si aggirano, no?).

Non mi impelagherò a disquisire su cosa passa per la testa delle persone nel mettere in giro queste “news” (magari lo spirito può essere anche una semplice burloneria, ma dovrebbe esser ormai chiaro che il clamore, l’impatto, la suggestione che si ottiene dalla diffusione di queste cazzate va ben oltre) mentre mi pare abbastanza semplice modificare una foto, oggi, con Photoshop o simili.

Anzi, a me che non sono un perfezionista, mi pare anche di vedere una scritta verticale su un vagone che ha invece una forma vagamente cilindrica. La photoshoppata mi pare fatta anche grossolanamente e non meriterebbe, sicuramente, neanche questo post (che è in fondo dedicato alla stupidità ed alla credulità delle persone… la quale temo, ahimè, nasconda una profonda fragilità condita con punte di mancanza di approfondimenti e riflessioni critiche personali).

WU

Il pescatore

viene fuori ogni giorno alle 7.30 del mattino
con 3 panini al burro d’arachidi,
e c’è una lattina di birra
che mette a bagno nel secchio delle esche.
pesca per ore con una cannuccia per trote
a tre quarti dalla banchina, lungo il molo.
ha 75 anni e il sole non lo abbronza,
e per quanto faccia caldo
non si toglie mai la giubba verde e marrone.
prende stelle marine, squalotti e maccarelli;
ne prende a dozzine,
non parla con nessuno.
a una certa ora del giorno
beve la sua latta di birra.
alle 6 del pomeriggio raccatta la sua roba e il suo bottino
cammina lungo il molo
attraversa le strade
entra in un appartamentino di Santa Monica
va in camera da letto e apre il giornale della sera
mentre sua moglie getta le stelle marine, gli squali e i maccarelli
nella pattumiera
si accende la pipa
e aspetta la cena

[C. Bukowski, Burning in Water, Drowning in Flame Poems, 1972]

WU

PS. Mi sento un po’ anche io pescatore (e non credo di essere il solo…). Guardare fino nel dettaglio l'(in)utile di ciò che facciamo a volte fa male, ma a volte ci fa anche realizzare che il nostro ruolo è nell’azione in se più che nel risultato.

Questa poesia mi rattrista in prima battuta, poi andando un po’ ad astrarre e guardare con quanta obiettività posso la mia vita da pescatore in fondo mi da una piccola rassicurazione. La pipa, la cena, i pesci, la lattina: ecco la vita del pescatore, la pattumiera diventa un dettaglio (che magari lui può anche non vedere). Non influisce sulle sue abitudini, sui suoi ritmi, sulle sue soddisfazioni di tornare a casa con squalotti e maccarelli e neanche (soprattutto!) sulla sua determinazione a fare esattamente la stessa cosa il mattino dopo.

Alienante immaginarlo in maniera esattamente ciclica, rattristante considerare la fine del suo operato, tranquillizzante sapere che lo scopo della vita di questo pescatore è avulso dalla fine sei suoi pesci ed entusiasmante sapere che le sue (nostre?) soddisfazioni sono esattamente nel suo operato.

I solutionist sono fra noi

Nell’epoca delle professioni inutili, delle mansioni che si auto-alimentano dei ruoli che solo capire che fanno ci metti più tempi di quello che serve a loro per farlo (dove il verbo FARE è usato in modo improprio…) questo Dilbert svetta alla grande.

Dilbert281019.png

Mi va venire in mente i famosi “spingitori di spingitori di cavalli” e solo un soggetto che spinge gli spingitori degli spingitori può capirne l’inutilità. Un caso in cui apprezzo molto l’obiettività di Wally (chissà se il destino dei tipi troppo arguti sia quello di ritrovarsi ad essere inutili… oppure è solo un paravento per continuare ad essere considerati arguti).

Poi mi colpisce la presenza stessa di un soggetto del genere all’interno di un’azienda. Qualcuno deve pure averlo fatto entrare, qualcuno deve aver pensato fosse necessario (o addirittura che potesse portare un valore aggiunto), qualcuno deve averlo scelto e, dulcis in fundo, qualcuno deve averlo anche pagato.

Perché non sono neanche capace di dire che sono un Business Agility Influencer and Solutionist? Perché, perché!

WU

PS. Chissà se dopo il corso di laurea per influencer (si, avete letto bene e so che lo sapevate già per cui mi sono astenuto dallo sproloquiarne anche in questo blog) ci sarà anche quello per solutionist.

Il tecnorosario

Una crasi, quella di tecnologia e religione, quanto meno inusuale. Ma comunque, nell’epoca delle app e dei tecno-gadget (spessissimo inutili) anche la religione non poteva rimanerne fuori.

Basta fare un lento e sacro segno della croce con la dovuta flemmatica gestualità affinché un aggeggio al vostro polso parli con una app nel vostro cellulare e vi consenta di dire un bel rosario (che evidentemente non potevate dire altrimenti).

Praticamente stiamo parlando di un tecnorosario a forma di braccialetto che si attiva facendo il segno della croce da sincronizzare con una immancabile app da installare nel nostro telefono. Una volta seguita “la procedura di accezione” si accede (pare, parlo senza avere ne il santo bracciale ne l’app) ad una audio guida ed una serie di immagini sacre che ci aiuteranno a concentrarci nella recitazione di un rosario (si, quello che un tempo le nostre nonne facevano con una collanina).

Il gadget è comunque un oggetto che conserva in qualche modo le linee di un rosario classico. E’ infatti realizzato con dieci grani di ematite ed agata. La classica croce è sostituita da una croce intelligente che memorizza tutti i dati trasmettendoli all’applicazione. Immancabile un log dei rosai pregati, tempo medio, etc. Anzi, si può anche scegliere fra rosari classici, contemplativi o addirittura tematici (e mi immagino…).

Tecnorosario.png

Mettiamola così: lo scopo dichiarato dall’applicazione e dal gadget è quello di pregare per la pace nel mondo, se l’utilizzo di una tecnologia per quanto fuori luogo e sovradimensionata per l’utilizzo particolare, può servire ad avvicinare la gente a questo scopo allora vuol dire che il gadget funziona (e che siamo una massa di tecno-dipendenti, ma questa è un’altra storia…).

Sono certo (?!) che il gadget è pensato per i più giovani e che non troverà terreno fertile presso i “rosariatori incalliti”. Se poi non sia al limite dell’abuso di pratiche divine non sarò certo io a dirlo (… ma mi pare onestamente un po’ sulla scia di questo… volendo leggere in questo genere di cose delle impronte di una transizione 2.0 anche della religione per raggiungere un po’ le “periferie” della pletora di credenti).

Ah, ultimo, ma non ultimo, il costo del sacro gadget si aggira attorno ai 100€ (che non mi pare poco per un rosario, ma confesso di non essere un esperto). Non credo che il clero prenda una percentuale.

WU