Il pescatore

viene fuori ogni giorno alle 7.30 del mattino
con 3 panini al burro d’arachidi,
e c’è una lattina di birra
che mette a bagno nel secchio delle esche.
pesca per ore con una cannuccia per trote
a tre quarti dalla banchina, lungo il molo.
ha 75 anni e il sole non lo abbronza,
e per quanto faccia caldo
non si toglie mai la giubba verde e marrone.
prende stelle marine, squalotti e maccarelli;
ne prende a dozzine,
non parla con nessuno.
a una certa ora del giorno
beve la sua latta di birra.
alle 6 del pomeriggio raccatta la sua roba e il suo bottino
cammina lungo il molo
attraversa le strade
entra in un appartamentino di Santa Monica
va in camera da letto e apre il giornale della sera
mentre sua moglie getta le stelle marine, gli squali e i maccarelli
nella pattumiera
si accende la pipa
e aspetta la cena

[C. Bukowski, Burning in Water, Drowning in Flame Poems, 1972]

WU

PS. Mi sento un po’ anche io pescatore (e non credo di essere il solo…). Guardare fino nel dettaglio l'(in)utile di ciò che facciamo a volte fa male, ma a volte ci fa anche realizzare che il nostro ruolo è nell’azione in se più che nel risultato.

Questa poesia mi rattrista in prima battuta, poi andando un po’ ad astrarre e guardare con quanta obiettività posso la mia vita da pescatore in fondo mi da una piccola rassicurazione. La pipa, la cena, i pesci, la lattina: ecco la vita del pescatore, la pattumiera diventa un dettaglio (che magari lui può anche non vedere). Non influisce sulle sue abitudini, sui suoi ritmi, sulle sue soddisfazioni di tornare a casa con squalotti e maccarelli e neanche (soprattutto!) sulla sua determinazione a fare esattamente la stessa cosa il mattino dopo.

Alienante immaginarlo in maniera esattamente ciclica, rattristante considerare la fine del suo operato, tranquillizzante sapere che lo scopo della vita di questo pescatore è avulso dalla fine sei suoi pesci ed entusiasmante sapere che le sue (nostre?) soddisfazioni sono esattamente nel suo operato.

I solutionist sono fra noi

Nell’epoca delle professioni inutili, delle mansioni che si auto-alimentano dei ruoli che solo capire che fanno ci metti più tempi di quello che serve a loro per farlo (dove il verbo FARE è usato in modo improprio…) questo Dilbert svetta alla grande.

Dilbert281019.png

Mi va venire in mente i famosi “spingitori di spingitori di cavalli” e solo un soggetto che spinge gli spingitori degli spingitori può capirne l’inutilità. Un caso in cui apprezzo molto l’obiettività di Wally (chissà se il destino dei tipi troppo arguti sia quello di ritrovarsi ad essere inutili… oppure è solo un paravento per continuare ad essere considerati arguti).

Poi mi colpisce la presenza stessa di un soggetto del genere all’interno di un’azienda. Qualcuno deve pure averlo fatto entrare, qualcuno deve aver pensato fosse necessario (o addirittura che potesse portare un valore aggiunto), qualcuno deve averlo scelto e, dulcis in fundo, qualcuno deve averlo anche pagato.

Perché non sono neanche capace di dire che sono un Business Agility Influencer and Solutionist? Perché, perché!

WU

PS. Chissà se dopo il corso di laurea per influencer (si, avete letto bene e so che lo sapevate già per cui mi sono astenuto dallo sproloquiarne anche in questo blog) ci sarà anche quello per solutionist.

Il tecnorosario

Una crasi, quella di tecnologia e religione, quanto meno inusuale. Ma comunque, nell’epoca delle app e dei tecno-gadget (spessissimo inutili) anche la religione non poteva rimanerne fuori.

Basta fare un lento e sacro segno della croce con la dovuta flemmatica gestualità affinché un aggeggio al vostro polso parli con una app nel vostro cellulare e vi consenta di dire un bel rosario (che evidentemente non potevate dire altrimenti).

Praticamente stiamo parlando di un tecnorosario a forma di braccialetto che si attiva facendo il segno della croce da sincronizzare con una immancabile app da installare nel nostro telefono. Una volta seguita “la procedura di accezione” si accede (pare, parlo senza avere ne il santo bracciale ne l’app) ad una audio guida ed una serie di immagini sacre che ci aiuteranno a concentrarci nella recitazione di un rosario (si, quello che un tempo le nostre nonne facevano con una collanina).

Il gadget è comunque un oggetto che conserva in qualche modo le linee di un rosario classico. E’ infatti realizzato con dieci grani di ematite ed agata. La classica croce è sostituita da una croce intelligente che memorizza tutti i dati trasmettendoli all’applicazione. Immancabile un log dei rosai pregati, tempo medio, etc. Anzi, si può anche scegliere fra rosari classici, contemplativi o addirittura tematici (e mi immagino…).

Tecnorosario.png

Mettiamola così: lo scopo dichiarato dall’applicazione e dal gadget è quello di pregare per la pace nel mondo, se l’utilizzo di una tecnologia per quanto fuori luogo e sovradimensionata per l’utilizzo particolare, può servire ad avvicinare la gente a questo scopo allora vuol dire che il gadget funziona (e che siamo una massa di tecno-dipendenti, ma questa è un’altra storia…).

Sono certo (?!) che il gadget è pensato per i più giovani e che non troverà terreno fertile presso i “rosariatori incalliti”. Se poi non sia al limite dell’abuso di pratiche divine non sarò certo io a dirlo (… ma mi pare onestamente un po’ sulla scia di questo… volendo leggere in questo genere di cose delle impronte di una transizione 2.0 anche della religione per raggiungere un po’ le “periferie” della pletora di credenti).

Ah, ultimo, ma non ultimo, il costo del sacro gadget si aggira attorno ai 100€ (che non mi pare poco per un rosario, ma confesso di non essere un esperto). Non credo che il clero prenda una percentuale.

WU