Le merendine, quelle paralizzanti

Non so se avete avuto modo di seguire questa “cosa” (allora: non posso chiamarla notizia per ovvi motivi e non posso iniziare il posto definendola bufala o fakenews sia per non bruciarmi l’effetto sorpresa sia per non darvi l’impressione di partire prevenuto… anche se in questo caso, confesso, lo sono parecchio).

Se la risposta è si, mi spiace per voi (ed in parte per me che ne sono venuto comunque a conoscenza e mi ha colpito l’espansione anche se non sono propriamente un fruitore dei canali social…). Se la risposta è no, suggerisco di non leggere il post.

Ad ogni modo si parla di un video che ha fatto parecchio clamore dato che “smaschera” addirittura delle merendine in grado di paralizzarci! Sono merendine Luppo, di origine turca, imbottite di pilloline bianche paralizzanti! Attenti! Non mangiatele! La cosa è ovviamente vera dato che è documentata in questo video (ah, beh… allora…).

Praticamente all’interno delle merendine Luppo in questione si devono delle pastiglie bianche che dovrebbero paralizzarci. Io che sono un utente normale della rete e non un cacciatore di bufale vedo così tante assurdità in questa storia ed in questo video che non mi sfiora neanche l’idea di crederci.

Allora, ammettiamo che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci. Con tutte le possibili soluzioni (polvere? sciroppo?) proprio delle macroscopiche (e facilmente individuabili) pillole bianche dovevano mettere? Non è che si può trattare del ripieno stesso delle merendine (cocco, mi pare)? Ipotesi molto meno affascinante, ma onestamente più realistica.

Non mi è chiaro su quali basi si affermi che le pasticche (ammesso che siano tali) dovrebbero paralizzarci e soprattutto che prove si portano a supporto. Scusate, sarò vecchio, la storia del metodo scientifico è roba del passato… Ah, ma poi è una paralisi temporanea? Perenne? Totale? Boh, mi pare proprio una cosa detta a caso; potevano anche dire che le pasticche ci trasformavano in zombi, per me era ugualmente (in)credibile.

Poi il video in se mi pare fatto per non essere creduto: non è datato, non si vedono volti, si prende una merendina e se ne scarta un’altra, non è chiaro se le merendine stesse sono scadute, etc… Insomma, una “prova” che puzza di fasullo a chilometri di distanza.

Siamo partiti dall’ipotesi che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci (o qualcosa del genere), ok, ma… perché? La Luffo (in realtà la Solen, azienda turca che ne detiene il marchio) ha deciso di paralizzare gente a caso in giro per il mondo? Certo! Oppure è uno specifico lotto quello paralizzante? Ah, strano che non vi siano segnalazioni ufficiali a riguardo (abbiamo un Ministero della Salute che segnala proprio anomalie alimentari)… forse sono stati tutti paralizzati e non possono segnalarlo.

L’unica cosa che mi viene in mente è proprio la nazionalità delle merendine. In questo periodo in cui la Turchia di Erdogan si muove su precari equilibri internazionali e non disdegna azioni armate (ovviamente ben supportate dagli “stati amici”) contro Siria e Kurdistan, una “notizia” del genere è un modo per screditare un po’ il paese (la voce del video è araba!).

Questa interpretazione mi pare abbia avuto diverse declinazioni, ma di fondo è quella di considerare il fake-video una sorta di tassello per una diffamazione generalizzata ai danni del paese (che, concordo, non sta propriamente mantenendo un comportamento etico in questo periodo, ma non credo che video del genere siano in alcun modo utili, anzi…).

E si, mangerei certamente una merendina Luppo (se la trovassi in commercio, non mi pare di averle mai viste in Italia). E si, in questo periodo boicotterei la Turchia (se di questo si tratta!) ma su piani molto più concreti (economici) se solo avessi il potere di farlo che gli stati centrali hanno. E no, non condividerei un video a caso, soprattutto di questa specie, sui canali social.

WU

Spam: dalla carne alla pubblicità

Correva l’anno 1970. Il 15 del mese di Dicembre andò in onda uno sketch comico del Monty Python’s Flying Circus. Lo sketch era ambientato in una specie di bettola frequentata da vikinghi, a due avventori dell’ultimo minuto la suadente cameriera inizia ad elencare le pietanze ancora disponibili intercalando in modo ripetitivo ed incalzante una pietanza. Alla riluttanza degli avventori nei confronti di questa pietanza fa eco il coro crescente dei vikinghi che stanno già pasteggiando e le formidabili accoppiate proposte dalla cameriera: uova e Spam, salsicce e Spam, Spam, uova e Spam, Spam Spam, pancetta e Spam. Ah, è spam anche quello che abbonda anche nei titoli di coda!

Beh, l’ho detto, la parola magggica è… Spam. E non nell’accezione che noi tutti conosciamo oggi, ma in quella sia originale. La Hormel Foods Corp. aveva fra i suoi prodotti una scatoletta di prosciutto speziato, spiced ham, che contratto suona proprio come… spam.

Poi arrivò la WWII, e fra la scarsità di cibo in Inghilterra spiccava l’onnipresenza dello spam come pietanza principe. La congiuntura storica, la comicità dei Monty Python ed un po’ i casi della vita hanno poi trasformato spam dall’essere carne in scatola all’essere… spam. Oggi possiamo anche non sapere l’origine del termine, ma di certo abbiamo conosciuto lo spam, almeno una volta (solo??) nella vita.

Sempre provando a guardare il lato storico di questo fenomeno (beh… se non altro del termine) pare che il primo messaggio commerciale indesiderato dati Si ritiene (non mi fate domande o devo fare spam…) che il primo spam via email della storia sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC. Lo scopo era ovviamente pubblicitario, il risultato (Credo) sia stato il primo uso massiccio del tasto CANC.

Io, personalmente, non ho mai assaggiato un solo pezzo di spam, ma passo buona parte del mio “essere on line” a discernere (ormai quasi inconsciamente) lo spam dalle informazioni da processare/ritenere. E non parlo solo di quello che immancabile arriva via mail, ma anche dello spamming (anche il verbo!) di informazioni, mediamente inutili a cui siamo sottoposti. Se chi le mette in giro lo fa con lo scopo di “spammare” (ancora!!), credo ci riesca, il mio dubbio è che lo si faccia spesso credendo di fare cosa buona, di condividere informazioni utili, senza rendersi conto di produrre solo ulteriore, inutile, deleterio… spam.

Lo spam (inteso come quello pubblicitario che, ricordo, è un reato!) si basa molto sull’ingenuità della gente, spesso anche a scopo fraudolento, ma credo che il fenomeno si sia evoluto portando a “spammare inconsapevolmente” informazioni che non meriterebbero (in un’altra epoca storica, evidentemente) neanche uno sguardo. Io lo vivo come spam, spero non sia un altro aspetto della incapacità umana. Sono certo che tutti conveniamo che è (era) meglio la carne in scatola.

WU

Pigeon Ranking

… esisteva il PageRank di Google, perché fermarci? Per di più quando la cosa parte da uno scherzo (ebbene si, un pesce d’Aprile…), si trova sotto i nostri occhi tutti i giorni e motiva un bel team di ricerca che fa le cose che gli piacciono e viene anche pagato per farlo?

“When a search query is submitted to Google, it is routed to a data coop where monitors flash result pages at blazing speeds,” the copy said. “When a relevant result is observed by one of the pigeons in the cluster, it strikes a rubber-coated steel bar with its beak, which assigns the page a PigeonRank value of one. For each peck, the PigeonRank increases. Those pages receiving the most pecks, are returned at the top of the user’s results page with the other results displayed in pecking order.”

Correva il primo Aprile 2002 quando Google in una comunicazione “ufficiale” rivelò l’algoritmo alla base del proprio, super-segreto, da tanti emulato, sistema di indicizzazione delle pagine web. Il PageRank non era frutto, si disse, di Intelligenza Artificiale, bensì di Intelligenza Animale (il fatto che l’acronimo sarebbe lo stesso nei due casi quasi mi fa rabbrividire…). In particolare il sistema di ranking era affidato all’innata capacità di identificare la differenza di immagini e nel riconoscere pagine con contenuti più informativi del… piccione domestico. Le pagine con il maggior numero di beccate erano quelle che finivano ai primi posti nei criteri di ricerca, semplice no!?

Ovviamente (ovviamente) la cosa era un pesce d’Aprile ben architettato, ma anche quando si seppe la verità la cosa non morì li. Esperimenti sulle capacità di identificare e distinguere immagini da parte dei piccioni risalgono ai primi del novecento e, già all’epoca i risultati non erano affatto malvagi…

Partendo dallo scherzo per quasi un decennio un team di ricerca ha veramente provato a studiare più in dettaglio le capacità di condizionamento del Columba livia. Le abilità cognitive e visive dei piccioni sono state testate presso l’Università della California Davis nel campo della medicina diagnostica.

Quattro esemplari, in particolare, sono stati addestrati a distinguere fra le immagini di tumori al seno quelle benigne da quelle di tumori maligni. I piccioni dovevano beccare due pulsanti di differente colore in base al tipo di tumore. La ricompensa, nel caso di identificazione corretta, era ovviamente un po’ di cibo.

PigeonRank.png

Beh, già nel giro di un paio di settimane i piccioni categorizzavano correttamente l85-90% delle immagini. E c’è anche di più: sottoposti al test con un differente set di immagini tumorali (non legati al seno) gli uccelli si sono dimostrati in grado di generalizzare quanto appreso arrivando a catalogare correttamente circa 80% dei tumori.

[…] The birds proved to have a remarkable ability to distinguish benign from malignant human breast histopathology after training with differential food reinforcement; even more importantly, the pigeons were able to generalize what they had learned when confronted with novel image sets. The birds’ histological accuracy, like that of humans, was modestly affected by the presence or absence of color as well as by degrees of image compression, but these impacts could be ameliorated with further training. Turning to radiology, the birds proved to be similarly capable of detecting cancer-relevant microcalcifications on mammogram images […]

Si è quindi passati a studiare “l’effetto gruppo”, ovvero capire se ad un maggior numero di beccate di un dato bottone corrispondesse effettivamente una maggiore affidabilità nella catalogazione. La risposta è stata ancora una volta affermativa: la “saggezza dello stormo” nella catalogazione era mediamente superiore a quella dei singoli pennuti arrivando a sfiorare il 93% di accuratezza.

Se non altro è stata la conferma che la regola della “saggezza delle folle” applica benissimo anche agli stormi: ovvero quando una massa di individui (o piccioni) inesperti è capace di fornire comunque una risposta adeguata a un problema (ah, e questa teoria è effettivamente una delle componenti alla base dell’intelligenza artificiale del PageRank di Google che tende a dare più importanza alle pagine “linkate” da più fonti esterne…).

WU

PS. Google Pigeon è un’altra cosa ancora (vera)…

In memoria di Clippy

Ma voi ve lo ricordate Clippy? Secondo me chiunque abbia usato a maneggiare un sistema Windows negli anni ’90 ne deve avere un pur vago ricordo (e non per forza positivo)… prima dell’arrivo di XP, ovviamente.

Sto parlando di quella (e qui potete metterci un “antipatica” o un “simpatica” a piacere) graffetta con gli occhioni che voleva essere il nostro primo assistente virtuale dandoci consigli e suggerimenti su come usare Office 97.

Ci diceva scorciatoie, ci chiedeva se volevamo cercare qualcosa, e ci seguiva (o inseguiva) un po’ ovunque… palesandosi spesso con un pessimo tempismo.

Clippy.png

Clippy fa ormai parte di qualche nostalgico ricordo, ma non è stato che una sorta di antesignano “help” o, meglio ancora un assistente virtuale ante litteram. Personalmente lo trovavo abbastanza fastidioso (e bruttino). Non mi ha mai dato un consiglio degno di nota e quasi quasi mi dispiaceva scrivergli di andarsene (… neanche fosse HAL…).

Dopo Office ’97, Clippy fu comunque riprogrammato in XP, anche se non abilitato di default. Per i più nostalgici vi erano alcuni escamotage da utilizzare per vedere la graffettina in giro per lo schermo. Con Office 2007, invece, alla veneranda età di 10 anni, Clippy fu assassinato. Il codice sorgente fu completamente rimosso dal programma Windows. R.I.P.

A decretare la sua morte, ad ogni modo, non fu l’opinione positiva o negativa che di essa avevano gli utenti (cosa che non mi pare Windows abbia mai tenuto troppo in considerazione), bensì: “Office XP is so easy to use that Clippy is no longer necessary, or useful. With new features like smart tags and Task Panes, Office XP enables people to get more out of the product than ever before. These new simplicity and ease-of-use improvements really make Clippy obsolete.”

Non escludo una possibile resurrezione, ma probabilmente una sorta di reincarnazione in Cortana vi è stata (se non altro per il nervosismo che mi provocano i due “assistenti”).

… ora non è che la scomparsa di Clippy sia storia recente e non è che me ne addolori neanche particolarmente, semplicemente stamane ho trovato una graffetta sulla mia scrivania e mi è “popuppato” in mente, stile la buon anima di Clippy…

WU

PS. E Microsoft Bob ve lo ricordate?

PPSS. Mi viene in mente questo

Polsi iper-f(l)essi

Sarà pure tutto normale al giorno d’oggi, sarò io che sono “vecchio”, sarà quello che vi pare, ma a me la stupidità umana affascina almeno tanto quanto il genio.

People are taking so many selfies, they’re getting “Selfie Wrist.”

Potete chiamarlo “segno dei nostri tempi” se volete. Alternativamente possiamo dire che si è ufficializzata una nuova patologia: il polso da selfie… in fondo sto semplicemente assistendo all’evoluzione del”gomito del tennista” ma non lo capirò prima di qualche lustro.

Praticamente pare che un medico di Los Angeles abbia lanciato “l’allarme” sulle conseguenze dell’uso (vorrei qui scrivere incorretto, ma non ne sono più tanto sicuro) del cellulare. A tale medico capitano sempre più spesso “pazienti” che lamentano dolori articolari oppure formicolii causati dall’uso prolungato e ripetuto dello smartphone per farsi i selfie.

Harrison said the problem begins when patients constantly hyper-flex their wrist inwards in a rush to capture that perfect angle.

La causa medica, se volete, esiste; una innaturale iper-flessione dei polsi durante i selfie che se ripetuta eccessivamente può effettivamente mettere alla prova un’articolazione che l’evoluzione non ha ancora adattato alle nostre nuove abitudini. Una sorta di tunnel carpale dei nostri tempi in cui il nervo che passa per il polso si infiamma per le strane posizioni che è costretto ad assumere.

La “cura” è insegnare la postura corretta ai “pazienti” e prescrivergli una serie di esercizi (…to do for just minutes a day. He slowly rotates his wrists and says, “Just around the world for a set of 20 and then back around the world for another set of 20.”)… tutta gente per cui “a successful selfie can raise their profile and income“. Mah.

Di geniale mi pare ci sia soprattutto il medico che ha “identificato” il “problema” e “proposto” (leggi venduto) la “cura”. Ineccepibile sfruttamento utilitaristico delle opportunità presentatesi e colte.

Non sono contro gli autoscatti (si, autoscatti) in generale, sono sempre contro ogni forma di abuso e di “legittimazione” di tali abusi. Il timore che gli smartphone sia una delle poche cose smart ancora in circolazione mi assale.

WU

Shitexpress

Vi ricordate questa storia che la merda potrebbe valere ora (nel senso proprio letterale dei termini)?

Benissimo, ora scopro (in realtà un caldo suggerimento…) che anche la materia prima potrebbe essere reperita in maniera decisamente originale… anche se sono certo non è questo lo scopo primo del servizio in questione.

Shitexpress (startup, devo dirlo?) si propone di essere un corriere espresso di escrementi. Avete presente quelle persone che vi stanno proprio sullo stomaco (per essere eleganti), ma non avete voglia, modo o non siete nella posizione per esplicitare il vostro disappunto? Benissimo, con Shitexpress è tutto risolto.

Basta scegliere il destinatario (che sono certo merita la sorpresa), decidere che genere di feci recapitargli (animali diversi, consistenze ed aromi diversi… ad ognuno il suo… chissà quale tipo di feci farebbe per me?) ed il tipo di incartamento (anonimo? nominativo? elegante?); il resto vien da se.

Shitexpress.png

Non sono certo che sia un business particolarmente remunerativo, ma d’altra parte a parte un po’ di impacchettamento e qualche costo di spedizione non credo che reperire la materia prima sia un problema e men che meno che sia costoso. In fondo in questo caso direi che è l’idea che vince, indipendentemente dal guadagno che essa porta. Anche se nel 2014 (info più recenti non abbondano e la cosa non depone certo a favore della fiorente startup..) Shitexpress ha guadagnato più di 10.000 dollari in soli 30 giorni!

Il costo non è proibitivo (ed accettano Bitcoin! … il che li rende, forse, il servizio più di punta nel ramo “consegna cacca” fra i vari competitors che si trovano in rete), ma a mio modesto parere manca una parte fondamentale, qualche sistema per vedere (o meglio immortalare) l’espressione sul volto del destinatario. Impagabile.

Ah, per il discorso di estrarne metalli preziosi, c’è solo il piccolo problema che le feci umane non sembrano fare parte del portafoglio di offerta, ma magari una richiesta esplicita…

Non so se sia un business, ripeto, ma è di certo un “marketing experiment”.

WU

PS. Mi chiedo come venga dichiarato in dogana un pacco del genere…

Trovata base aliena!

Ecco dove si nascondeva! Quasi in bella vista! Meno male che all’attento occhio di Google Earth nulla sfugge, neanche fosse Mordor!

Fermo restando che ognuno fa quello che vuole, almeno finché non da fastidio agli altri, ci sono cose che capisco, altre che vorrei capire, alcune di cui non mi interessa un granché e cose che apprezzo solo per dedizione ed inventiva.

I complottisti, come una sorta di tribù (assolutamente non in via di estinzione), sono tra noi. Dobbiamo credere in qualcosa, che sia un alieno o la religione. Alcuni credono negli UFO ed un sottoinsieme di loro crede che gli alieni vivano nascosti fra noi (ovviamente con l’ausilio di organizzazione governative, e come senno?).

Internet (e youtube in particolare) hanno poi fornito lo strumento necessario alla proliferazione degli adepti della tribù e c’è gente che si è addirittura specializzata nel pubblicare video di UFO. Questo discorso ci porterebbe lontano, ma (tagliando un bel po’ di parentesi che mi verrebbero in mente) ho notato questa sensazione scoperta.

A due passi dall’area 51 (è già il posto…) abbiamo trovato (!!!) un hangar super-segreto utilizzato dagli extraterrestri. Complice Google Earth, ed evidentemente un sacco di tempo libero (sia da parte dello “scopritore” che da parte degli “interessati” alla questione dato che il video della scoperta ha totalizzato più di 600.000 visualizzazioni…) e tanta immaginazione, qualcuno ha notato nel deserto del Nevada delle curiose insenature. Ed ovviamente come non pensare agli alieni!?

HangarAlieni.png

Il fatto che dell’hangar non vi siano molte indicazioni, che sia per lo più interrato e che, soprattutto, richiami da vicino le illustrazioni che abbiamo in mente di come dovrebbe essere una base aliena hanno subito fatto gridare alla sensazionale scoperta. Ovviamente una mega-struttura del genere non potrebbe esistere senza il beneplacito del governo e quindi è inevitabile arrivare alla conclusione che gli alieni esistono, sono fra noi e che i poteri forti vogliono tenere all’oscuro le masse!

Un’altra ipotesi, molto meno misteriosa, più terrena, meno sensazionalistica sarebbe quella che è stata “scoperta”… una miniera. Una delle tante del deserto del Nevada. Purtroppo detto così la cosa non fa notizia, gli ufologi non sarebbero alle ribalte della cronaca e di certo il video non avrebbe tutte quelle visualizzazioni (i.e. pubblicità). Ah, dimenticavo, ovviamente tali notizie vanno diffuse ben prima di andare a verificare di persona. La sorpresa potrebbe essere troppa… in un caso e nell’altro.

WU (un rettiliano qualunque)

AAA, Cartomante cercasi

Quando stacco il cervello mi metto a vedere le offerte di lavoro. Quando vedo le offerte di lavoro utilizzo due criteri basilari: il minor numero (spesso zero) di filtri possibili, il maggior numero (spesso fino al crash del browser) di schede pagine web aperte in parallelo per paragone… salvo il fatto che poi mi perdo e faccio confusione, ma tanto lo faccio comunque a cervello spento per cui non è un gran problema.

In uno di questi (memorabili) momenti e seguendo queste due regolette mi sono imbattuto in una vera e propria chicca. L’annuncio è pubblico per cui credo che riportarlo qui possa fare solo piacere al suo “ideatore” dato che contribuisco alla sua diffusione; l’unica cosa che non riporto è il cellulare da contattare, ma sono certo che voi, interessatissimi a questa opportunità, non faticherete troppo a trovarlo in rete.

Accorrete numerosi!

Serio studio di cartomanzia ricerca operatori telefonici nel settore della cartomanzia, con esperienza, con possibilità di lavorare anche dal proprio domicilio.
Si richiede:
spiccate doti comunicative e flessibilità a lavorare su turni.
Si offre:
CONTRATTO NAZIONALE DI LAVORO o P.IVA. Ottime opportunità di guadagno.

Le “ottime opportunità di guadagno” sono quantificate in un compenso promesso che va dai 1000 ai 2000 euro (mica male!). La “posizione” (ahimè) è a tempo determinato e si richiede la disponibilità su turni… ma non si può avere mica tutto nella vita!

Mi affascinano parecchie cose della posizione, a parte evidentemente l’oggetto stesso dell’offerta.

Si richiede esperienza, ma non si fa cenno a che tipo di esperienza. Non so se si aspettano che rispondano “cartomanti professionisti” che evidentemente se sono diventati “professionisti” (e sarei anche curiosi di vederei i CV che perverranno…) non hanno bisogno di “arrotondare”.

Non si offrono corsi di formazione, ma d’altra parte non si richiede (oltre “spiccate doti comunicative”) nulla di inerente alla cartomanzia. Almeno una blanda conoscenza dei tarocchi? Saper giocare a carte? Tirare i dadi? Evidentemente non serve.

Non mi è chiaro a qual “contratto nazionale di lavoro” di faccia riferimento… ma è di certo una mia ignoranza dato che non so come sono inquadrati i cartomanti.

Non mi candiderò, ma solo perché mi vergognerei a sostenere il colloquio (anche se evidentemente devo far cadere qualche altro paletto se voglio muovermi propriamente nell’attuale mondo del lavoro…).

WU

Il tizio che legge il telegiornale

Con l’evoluzione della tecnologia ci sono molti lavori che praticamente non esistono più. Non mi metterò a fare la lista, ma è abbastanza ovvio che progredendo con lo sviluppo tecnologico ci possiamo sollevare sempre più di mansioni routinarie, poco appaganti o che comunque afferiscono ad un mercato/società che non è più attuale.

Di per se questo potrebbe essere un bene… a parte l’evidente perdita di alcune professionalità (cosa che, temo, si verificherebbe comunque data la pulsione delle nostre e delle nuove generazioni a riprendere vecchie maestranze) e la perdita di posti di lavoro in uno specifico settore (che, sperabilmente, dovrebbero essere recuperati altrove, soprattutto considerando l’espansione del benessere e del mercato che consegue l’introduzione di nuove tecnologie nella filiera produttiva).

Ok, ok, sto parlando stile “libro stampato” o “formazione aziendale” rimanendo di proposito vago. Date pure libero sfogo alla vostra fantasia pensando a ciò che sapevamo fare (beh… magari non noi come singoli individui) e non sappiamo più fare oppure a tutti i lavori “uccisi” dalla tecnologia.

Immagino/credo/sfido che nella vostra lista non abbiate annoverato il “tizio che legge il telegiornale”.

Attenzione attenzione, consentitemi una precisazione. Tali figure, benché anche oggi con formazione (spesso, spero) giornalistica li identifico di proposito con un termine diverso da giornalista. Sono dell’idea che la diffusione di internet e dei social abbia già condannato la professione del giornalista, ma non immaginavo quella del “tizio che legge il telegiornale”. Che bisogno abbiamo di un giornalista/inviato che ci faccia da filtro alla notizia del giorno se basta un tweet oppure un video amatoriale a testimoniare l’episodio? Perché dovremmo aver la necessità di un layer intermedio fra l’evento e la popolazione per informare tutti? Un po’ come il ruolo delle banche nella gestione delle cryptovalute, IMHO il giornalista è una di quelle figure che potrebbe non aver grande futuro… almeno per come la intendiamo ancor oggi (magari, anzi certamente, servirebbe qualcuno che verifica le fonti oppure colleziona punti di vista diversi, ma lasciatemelo dire, oggi mi paiono più attività da “cronista d’assalto” “approfondimento” “tribune di qualche forma” piuttosto che da giornale).

Ad ogni modo, polemica e divagazioni a parte, il “tizio che legge il telegiornale” credevo volessimo tenercelo… ma evidentemente non la pensa così Xinhua… e la cosa ha anche molta più rilevanza delle opinioni del sottoscritto.

Move over, humans. Other humans need to hear the news, and they’ll be damned if they let that information be relayed by like-minded mortal beings. Chinese State media network Xinhua is ready to tackle that problem, with their very first English-speaking “AI news anchor”, a glorified computer program who looks forward to “bringing you the brand new news experiences.”

L’agenzia televisiva, infatti, preferirebbe dei “tizi che leggono il telegiornale” che non sbaglino mai, che lavorino 24 ore al giorno, che non diano segni di stanchezza e, perché no, più economici (oltre che magari non vogliono un sindacato, non si ammalino, non facciano trapelare informazioni personali, etc. etc.).

Xinhua.png

I colleghi virtuali sono disegnati seguendo le sembianze di colleghi reali (anche per minimizzare “i turbamenti” del pubblico, immagino) e sfruttando tutti i recenti sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’idea non è quella di creare un robot, ma un collega virtuale (rabbrividisco).

Anzi, la Xinhua è già oltre; i “tizi virtuali che leggono il telegiornale” sono di fatto diventati parte del corpo redazionale dato che stendono autonomamente (immagino/spero che poi vengano riviste da carne e cervello) notizie semplici, come ad esempio l’andamento dei mercati azionari.

Il progresso deve andare avanti (e vabbè), scenari distopici ne possiamo immaginare a iosa, ma mi chiedo: con tutte le cose che potevamo evitare di fare noi proprio da qui vogliamo partire? Le altre le abbiamo già fatte? Non mi risulta che esista un robottino ad AI che sia in gradi di raccogliere i pomodori magari riconoscendo quelli maturi da quelli non.

WU

PS. Se volete deliziarvi con la prima apparizione pubblica del “news anchor”…

Please Hold on

La nostra dipendenza da smartphone è ormai cosa conclamata… anche se devo ammettere anche per me rimane abbastanza oscuro cosa ci facciamo di preciso. A volte ho addirittura l’impressione che gente fissi lo schermo nero o la schermata delle app…

Ad ogni modo c’è chi è riuscito ad avere un’intuizione: cosa succederebbe se il premio fosse nel non utilizzo? Mi spiego; possiamo immaginare un sistema di ricompense (…ovviamente rigorosamente associato ad una app da installare sul telefono) che ci premia quando lasciamo in pace il nostro smartphone?

Ed è proprio quello che si sono inventati un gruppo di studenti norvegesi con Hold… attendere, in fondo. Praticamente un premio se ci tratteniamo dal compulsare i nostri social, profili, contatti, giochini ed ogni cosa mediamente te inutile che facciamo con il telefono decine (solo ?) di volte all’ora.

Hold.png

Praticamente l’idea è istallarsi la app e poi continuare ad usare il telefono come di consueto. Nessuna “punizione” e/o variazione per chi usa lo smartphone con la solita foga, ma se l’utente è in grado di trattenersi per venti minuti di fila inizia ad accumulare punti fino a poi poter “incassare” un premio (biglietti di qualche forma).

L’idea sta avendo effettivamente un discreto successo, e vale la pena dire che il campione di utilizzo non è costituito da vecchietti totalmente avulsi dal mondo della tecnologia – che d’altra parte non vedo perché dovrebbero istallarsi l’app – ma da giovani e studenti, quindi direi soggetti nel pieno della smania da smartphone (o no?).

Ora, regolamenti a parte (…in Italia stiamo insistendo nel volerli tollerare nelle scuole indipendentemente dalle varie circolari che si aggirano), la verità -IMHO- è che il progresso tecnologico esiste e va in qualche modo integrato nella nostra vita quotidiana più che demonizzato. Anzi, proprio i divieti sono fonte di rigetto e ribellione. L’idea di Hold è un modo come un altro per far leva sul nostro “istinto al gioco”, per sfidarci e magari prendere di conseguenza l’abitudine di usare lo smartphone in maniera più ponderata. Non dico solo in caso di necessità, ma neanche a sproposito quando abbiamo possibilità di fare cose “nella vita reale” e parlare con gente che passeggia accanto a noi. “In medio stat virtus” e qualche premio ogni venti minuti ci può aiutare a trovare il medio… e la virtus.

WU