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Progresso

Randall (ovviamente), qui.

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Quando si dice sparare con un cannone ad una zanzara, che è poi un po’ quello che facciamo quotidianamente con tutta la tecnologia che abbiamo in dotazione…

Del nostro computer useremo (un utente medio, ovviamente) un 20% delle capacità; forse arriviamo al 50% per il nostro smartphone e, secondo me, siamo ad una percentuale irrisoria dei nuovi smarthwatch.

Ma ad ogni modo ce l’abbiamo ed oggi anche se vogliamo memorizzare un contatto sul telefono abbiamo la possibilità di fare una foto ad un biglietto da visita. Non è uno scherzo e forse sorprende solo chi come me cerca ancora i tasti meccanici.

E riallacciarsi a tutto ciò che usiamo anche se potenzialmente superato (oltre ricorda naturalmente, questo cimitero). Ovviamente non è che ogni progresso automaticamente causa un superamento di ciò che si usava prima; a parte la polvere pirica anche se abbiamo armi nucleari, usiamo ancora auto con motore a scoppio anche se abbiamo i primi tentativi elettrici, usiamo ancora (poco a dire il vero) il fax anche se ormai abbiamo milioni di modi per comunicare, usiamo ancora gli emulatori dei videogiochi delle sale giochi anni 80… ma questa è un’altra storia (vuoi mettere che figata!).

Ad ogni modo, lo spunto di riflessione è: ma davvero abbiamo bisogno di tutto ciò che ci portiamo dietro o sarebbe meglio lasciare alcune cose (…”cmd” bye bye) come erano? Forse solo un po’ di nostalgia.

WU

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Il cimitero dei prodotti

Era il tempo di Netscape, Google reader, Messanger, e cose del genere.
Era il tempo in cui l’umanità iniziava a conoscere la potenza di internet.
Era il tempo in cui facevamo goffi tentativi che si sono poi evoluti e sono diventate le basi per gli strumenti che usiamo oggi e che a loro volta saranno un domani visti come pezzi di antiquariato e che avranno gettato le basi per ciò che verrà. Poetico. Malinconico.

Product Graveyard, oltre alla poesia, da a questi strumenti informatici vintage anche un posto in cui coltivare le loro memorie. Come una specie di camposanto informatico qui trovano posto vita, morte e miracoli, di strumenti che hanno fatto un po’ la storia di questi ultimi 20 anni.

Commemorating the most memorable products that have gone away“; con il bellissimo sottotitolo “And finding some alternatives along the way“. Non può mancare la possibilità, su un sito del genere di lasciare anche un piccolo contributo. Beh, un po’ macabro, se faccio il parallelo con il mondo fuori da questo schermo.

Orkut, MegaUplod, LimeWire e Adobe Flash Player (praticamente un morto che cammina, almeno fino al 2020) la ricordi del genere si affiancano a (tantissimi) strumenti che io personalmente non ho mai sentito (E dei quali non posso provare nostalgia). Proprio come le lapidi di un vero cimitero. “Featured Obituaries” è una specie di Hall of Fame degli strumenti che furono. “We have registered 1,057 deceased products and counting“.

Chissà quando vedremo gli strumenti che stiamo usando in questo momento (praticamente come chiedersi quando vedremo il nostro nome su un manifesto mortuario, continua il macabro parallelismo).

WU

Bio-server eco-sostenibili

Ora ci troviamo ai confini del circolo polare artico. Luleå, Svezia. Oltre foreste di conifere e qualche IKEA in giro si annoverano meno di 45000 abitanti. Penisola affacciata sul Golfo di Botnia. Ma c’è l’aeroporto. Operativo anche in invero (quello vero) grazie ad un sistema di rompighiaccio.

Voi che fareste qui? Passeggiate nella natura? Campagne fotografiche per aurore boreali? Una segheria? Vi nascondereste dal mondo? Oppure aprireste un data center?

Un enorme ed anonimo capannone grigio-bianco di 27000 m2 che si nasconde fra conifere e betulle in the middle of nowhere è il primo data center di Facebook fuori dagli stati uniti.

Affascinante pensare, oltre la particolare location, anche il fatto che tutti i nostri/vostri dati personali che mettiamo a disposizione per milioni di persone risiedono fisicamente in strutture tipo questa. Sembrerebbe strano, ma li potremmo anche toccare (no, non come qui…).

Ad ogni modo il quartier generale della nostra privacy non ha bisogno di finestre, non ha bisogno di bagni (anche se assumo qualcuno ci sia), ma ha bisogno di tanta sorveglianza e tanta energia. Corridoi e corridoi di server continuamente raffreddati (altra cosa che ha determinato la scelta del posto), con tante lucine blu, con così tanti HD (in minima parte SSD) da far posto a quasi tutto lo scibile mondiale.

E (pare, dicono, non potrebbero dire altrimenti) che la privacy degli utenti venga tutelata anche per gli HD a fine vita che vengono letteralmente centrifugati e maciullati direttamente in loco onde evitare di lasciare scomode tracce in giro (come se distruggere un HD cancellasse il nostro modo di essere e le tracce lasciate in giro per la rete e/o la nostra predisposizione a farlo).

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La posizione, oltre che per il bel freschetto (da -20 a +20 gradi, praticamente un condizionatore naturale), è stata anche scelta per via dell’ingente disponibilità di energia pulita. Di energia ai vari server ne serve a palate e le varie centrali idroelettriche della zona ne offrono a costi ridotti e ad impatto ambientale sostenibile.

What happens to the warm air that comes out of the back of Facebook’s servers? It rises into a plenum above the data hall, and then into this chamber at the end of the “penthouse” level, where it will typically be vented to the outside through the row of fans at left. On cold days, the exhaust heat can be recirculated and mixed with outside air to adjust its temperature before entering the data hall.

Concedetemi un po’ di esagerazione definendolo un esempio di bio-ingegneria; come se il capannone stesso respirasse ed, ingenerale, interagisse con l’ambiente circostante.

Ok, ok diciamo che le condizioni teoriche per una istallazione del genere c’erano tutte, ma due punti attraggono la mia attenzione:

  • “Per fortuna già a Luleå erano presenti connessioni in fibra ottica, perché la Svezia aveva investito molto nel web veloce. E infatti ci siamo limitati a collegare il data center alle più vicine centraline”
  • Facebook si è inserita nella regione con un regime di tassazione agevolata del 50%.

Beh, diciamo che o ci vuole molta fortuna o molta lungimiranza oppure una certa coerenza di scelte/investimenti sul lungo termine per attrarre investimenti…

WU

PS. Ve ne sono altri due under costruction in Europa a Clonee (Irlanda) e ad Odense (Danimarca). E’ facile immaginare che i ragionamenti sottesi siano molto simili.

Il web a portata di mano

Questa è una di quelle iniziative un po’ al confine fra le cose che mi attirano e quelle che mi paiono troppo naif per essere attuali. Ad ogni modo c’è da ammettere che è un’idea forse non tanto nuova, ma decisamente ben realizzata.

Circa un anno fa, nella paesino di Civitacampomarano (dovete leggerlo almeno tre volte per saperlo pronunciare), Biancoshock (… street art milanese, si definisce) ha provato a portare il mondo virtuale in quello reale. Praticamente una sorta di processo inverso alla virtualizzazione di ogni cosa.

545 anime in provincia di Campobasso, Molise si sono trovati a dover utilizzare “dal vivo” alcuni dei mostri del web. Google, Facebook, Wetransfer, Ebay, Twitter, etc. etc. si sono fatti reali. La spesa non si fa all’alimentati, ma da Ebay; le notizie del paese non si affiggono nella bacheca della piazza, ma si Facebook; l’iconcina di Gmail troneggia sulle cassette postali; e via dicendo.

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Come dicevo, non mi pare una genialata (ah, la proposta è stata realizzata all’interno della prima edizione del Festival CVTà – Street Fest), ma pare che l’artista l’abbia davvero ben architettata. Ovviamente con la grande collaborazione, decisamente spontanea, degli abitanti (come è facile immaginare non proprio giovanissimi) del paesino. A questi deve esser sembrato un salto nel mondo del 20XX pur senza dover cambiare cabina telefonica o panchina.

Ma quindi, che lo scopo (almeno su scale così ridotte) sia solo quello di avere una percezione del mondo “virtuale” che ci circonda? Le stesse funzioni che oggi cerchiamo quando ci connettiamo le possiamo trovare comodamente sotto casa (e forse ce le avevamo già), ma se hanno nomi più anonimi ci attirano meno?

In fondo si vive benissimo anche pensando che Google è una bella tavolata piena di gente. Su scale più grandi, ed è forse questo il vero balzo che da al mondo virtuale un respiro globale ed attuale, il progetto dubito avrebbe potuto esser realizzato. Sono i rapporti umani (si, proprio quelli che a volte ci fanno tanta paura) che hanno permesso l’esito positivo dell’esperimento.

Su una scala paesana, ovviamente tutto ciò che può essere offerto è limitato; su scala mondiale… molto meno. Ma ne abbiamo veramente bisogno (se dobbiamo chattare con quello che vive nella casa accanto forse il Web 0.0 è più che sufficiente, più che efficiente e più che soddisfacente)?

WU

PS. Chissà questo blog come sarebbe rappresentato…

Fidget spinner, e pure virtuale

Avete presente cosa sia un fidget spinner? No?! Una cosa assolutamente fondamentale, immancabile, un must, una… cazzata incredibile di cui non potete fare a meno.

Praticamente si tratta di una specie di trottola per dita composta (ovviamente ne esistono forme e dimensioni a piacere) da un cuscinetto centrale da tenere fra due dita e tre (quattro, otto, millemila?) estremità da far roteare.

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Non mi dovete e non vi dovete chiedere a cosa serva.

L’unica cosa che vi posso dire è che è ampiamente usato anche nelle aule di scuola (con buona pace dei docenti e protagonista di news tipo questa) e che trova le sue origini in un qualche gadget sviluppato per gli studenti con problemi di ansia, autismo, concentrazione e simili.

Nell’epoca dei bisogni eteroindotti pompati dal web, ecco che ce lo ritroviamo un po’ in ogni dove, commercializzato come fosse un anestetico.

SI tratta di una di quelle cavolate da tenere in mano come antristress che con un costo praticamente ridicolo ci spingono a dire “ma si, tanto…”. Da circa 2 euri in su su Amazon

Ad ogni modo, se già questo vi pare una semi-follia, aspettate di vedere il resto.

Eh, si perché l’ulteriore limite a cui si può spingere e ci può spingere il web è proprio ad abbandonare la necessità dell’oggetto fisico per portare il tutto su un piano più… virtuale.
Cliccate su ffffidget.com. Vi prego. E fatevi passare tutto lo stress che avete!

The simple website lets you spin the virtual toy with your mouse or a touch screen, eliciting a rainbow of colors that change depending on the speed of your spin

Mi affascina un sacco assai notare come l’oggetto, di per se banale, che aveva come praticamente unico senso proprio quello di esistere per essere tenuto in mano e “raccogliere” il nostro stress, perde anche questo suo connotato per diventare un clic sullo stesso mouse che è spesso proprio la causa del nostro stress.

WU

Donggaozhuang

… e torniamo a parlare delle magie dell’e-commerce.

Il titolo del post è una semi-sconosciuta, semi-isolata, semi-spopolata e semi-povera cittadina cinese nella provincia di Hebei, a circa 3.5 ore di viaggio da Xingtai. Tutti attributi di certo validi almeno fino a poco tempo fa. 2000 anime in cerca di un modo per arrivare a fine mese.

Ad un certo punto, forse in preda alla mania le-provo-tutte-tanto-che-ho-da-perdere, un abitante del villaggio (pare non sia dato saperne il nome…) ha deciso di aprire un negozio virtuale per vendere il filo che auto-produceva sulla più grande piattaforma di e-commerce cinese: Taobao (ovviamente di proprietà del Alibaba Group…).

Successo insperato e repentino! In tre mesi ha guadagnato circa 10 volte il normale salario di un abitante della cittadina (ok, ok, parliamo comunque di qualche migliaia di dollari, ma paragonate ad un posto dove il costo della vita è poche decine di dollari, è una piccola fortuna…).

La magia, ovviamente, non è passata inosservata ed anche gli anziani del villaggio hanno avvicinato il giovane magnate sperando di carpire i segreti del suo successo. La cosa pian piano si è diffusa ed i negozi virtuali sono proliferati. In pratica è uno dei più grandi centri per acquistare filo (si, comprano la lana e vi vendono il filo!) on line.

Circa 400 negozi virtuali che vendono fili di lana online nella stessa cittadina! Molti di loro sono praticamente milionari, ed un po’ per tutti la qualità della vita è aumentata significativamente.

Ora la cosa di per se sembra anche una bella storia, ma quando sento che gli abitanti hanno venduto i loro terreni agricoli per dedicarsi al nuovo business un po’ raffreddo il mio entusiasmo. Non sono un fautore della fortuna facile e con rapide ascese mi aspetto rapide discese, in fondo tenere un piede nella vecchia, stancante, robusta ed affidabile agricoltura può essere un ottimo ombrello contro i venti della new economy (almeno per chi aveva già questa possibilità!).

Auguri

WU

E-commerce

Il concetto è in fondo abbastanza semplice, e credo che sia proprio in questa sua (apparente?) semplicità il suo punto di forza. Ovvero, se per vendere “via internet” devo aver dietro tutto un carrozzone burocratico-amministrativo paragonabile (il 10% più economico non mi pare un grande vantaggio) a quello della vendita al banco, allora tanto vale aprire un bel punto vendita dove almeno la merce la si tocca con mano…

Ciò detto, Il Sole 24 Ore ci illumina sul fatto che l’e-commerce

Quest’anno dovrebbe riuscire a mettere a segno una crescita intorno al 20%, raggiungendo i 23,4 miliardi di valore. Se questa previsione verrà rispettata, sarà il miglior incremento dal 2010, sfiorando di poco il raddoppio rispetto ai 12,6 miliardi del 2013.

Mica male! Ci si vede facilmente una qualunque possibilità di business (da chi fa siti web ai corrieri) e tutto sommato è un modo per creare valore.

La cosa che mi lascia un po’ dubbioso è il fatto che

L’e-commerce è per sua natura una scelta strategica, quindi parte dalla definizione di una strategia di business. Un errore molto diffuso è credere invece che il termine ‘e-commerce’ significhi ‘sito di e-commerce’: in realtà, quando si parla di ‘e-commerce’ si dovrebbe estendere il significato a ‘progetto di ecommerce’ e includere, sotto questo cappello, una varietà di attività coordinate che vedono nel sito web vero e proprio la sola declinazione finale

Cioè, capisco male o stiamo parlando di una struttura di gestione dell’e-commerce? Siamo sulla via dei far perdere anche a questo potentissimo strumento la sua snellezza fino a rendelo un pachiderma “convenzionale”?

Lo sviluppo di un e-commerce richiede uno studio strategico molto attento che parte dalla stesura di un progetto di business che coinvolge tutte le variabili di marketing: analisi di mercato e della concorrenza, pricing, immagine, pubblicità, target. Il sito ecommerce finale sarà quindi la risultante di una serie di decisioni strategiche, coordinate e integrate in una piattaforma evoluta e facile da utilizzare.

No, no, vi prego no. Di certo il sito di e-commerce è solo il risultato finale del modello di business, ma per favore lasciamolo evolvere naturalmente, così come è arrivato fin qui, senza imbrigliarlo in metodologie, sistemi, procedure solo per riempirci la bossa di sistema/progetto di e-commerce. Ah, già anche per far emergere realtà di digital marketing ed web communication…

WU

PS. Compre spesso on line. Qualche sbavatura, certo, ma in fondo conviene un po’ a tutti accettare un po’ di rischio per mantenere questo canale leggero, veloce ed economico. Se cerco la massima resa o affidabilità (e la cosa, ovviamente, dipende dal bene in questione) utilizzo facilmente canali più convenzionali… sono li appositamente.