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The Creative Process

E’ stato un finesettimana creativo, direi. Benché non abbia creato nulla “di tangibile”, posso dire di aver avuto molte idee. Come dire, potevo essere papa, non sono neanche sacerdote… quelle cose che rimangono nella sfera delle possibilità, ma che ho (abbiamo)accarezzato a lungo nella mente.

Ad ogni modo, la (naturale?) conclusione del mio weekend, liberamente auto definito come creativo, è stata: chissà come si può articolare un processo creativo?

Gooooogle ovviamente ti da risposte a iosa, soprattutto per chi non sa cosa cerca di preciso. Ad ogni modo di idee ne da, ed in alcune mi ci rispecchio alla grande.

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Mi riferisco in particolar modo alla gestione del tempo nel processo creativo… Credo di essere in piena fase “fuck off” o “Random internet surfing”, che potrebbero durare molto a lungo (chissà se il processo creativo prevede una durata massima prima che l’interesse per l’idea sfumi). In realtà credo che sia proprio in queste fasi in cui apparentemente la mente si concentra su altro che si delineano i contorni dell’idea e della sua implementazione… se solo non fosse così difficile poi metterle nero su bianco.

Altro aspetto che Goooogle mi offre come spunto di riflessione è quello degli step del processo creativo. Dire che ci sono alti e bassi è riduttivo. Dire che la “sconfitta” di un progetto che non vede mai la luce non è demotivante per la prossima idea è quasi ovvio. Dire che il processo vive in una sorta di corsi è ricorsi è… umano.

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Non ho aggiunto nulla alla mia (ed alla vostra) creatività, ma ho coccolato un po’ di più una serie di idee vaghe che mi passeggeranno fra i neuroni ancora per un po’. Una prima soddisfazione del processo creativo (che è insita nel processo indipendentemente dalla sua eventuale conclusione), quasi un sentirsi proprietari di un bene effimero e più che personale: un’idea.

WU

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Statistiche

e ci volevo aggiungere “inutili” nel titolo. Mi sono astenuto, ma lo penso.

Inutili, evidentemente non per chi le fa (e per il compenso che riceve) ne per chi da la risposta di rito o di cortesia, ma inutili per chi le legge in prima battuta, ed a seguire per chi spera di leggerci aruspici per il futuro.

Ad ogni modo, queste fantastiche statistiche abbondano, e se ce le hai sotto mano sue ragionamenti a caso ce li puoi fare (il cui valore è evidentemente proporzionale all’inutilità della statistica stessa).

Italia, un po’ tutti, 1309 persone da 15 anni in su, pretese di letture generazionali.

  • A che età una persona è vecchia?
    Ma che ca##*#* di domanda è. Io personalmente a 355.4 anni. Oppure in base alla media degli anni bisestili vissuti moltiplicati per il tempo perso. No, non ce la faccio a prendere queste domande seriamente. Ad ogni modo, secondo la statistica, a 76 anni. Ah, stranamente, chi è già abbastanza vicino a tale età (campione con età maggiore di 72 anni) ha sparato un bel 80…

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  • lei in che misura direbbe di sentirsi solo?
    La risposta va data in unità di misura di peso, lunghezza o tempo? Sono troppo ingegnere? E va bene, allora diamola in percentuale. Ah, beh, allora… Il numero magico in questo caso è 30%. Anche qui, stranamente, chi vive una fase della vita in cui è potenzialmente autosufficiente e con una potenziale famiglia (o assimilabili) avviata dichiara un bel 18% (vuol dire poco soli, no?!), mentre i “millenials” sparano un altissimo 39%. Mi serviva la statistica.

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  • Quanta fiducia prova nei confronti del futuro? E di internet? E nell’Europa? E nella globalizzazione?
    Mia nonna mi avrebbe chiesto di includere anche il Festivàl nel sondaggio. Annovero fra i punti notevoli:

    • se hai più di 72 anni hai meno fiducia nel futuro (un misero 27%), inaspettato
    • se sei un millenials o sei un fruitore accanito di google (dalla rete) la tua fiducia in internet è nettamente maggiore la media. Chissà come mai… Forse perché internet ti ha dato l’opportunità di partecipare a questo sondaggio?
    • la fiducia nell’Europa di tutti coloro che sono in età lavorativa (i.e. si sbattono) è bassissima, fortunatamente la media pesata tiene conto di ciò…
    • ha fiducia nella globalizzazione solo chi la legge come parola su un monitor. Ciò alza, ingiustamente, la media del relativo sondaggio.

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“le passioni tiepide”, bah… le passioni hanno il calore e la forza che ciascuno gli da, non quello che gli attribuiscono valori medi e dispersioni: “stato ponderato in base alle variabili socio-demografiche (margine di errore 2.7 %)“… no comment.

WU

Come scegliere un film

E’ un po’ che mancavo da Truth Facts, ed è stato effettivamente difficile scegliere su cosa concentrare la mia (poca) attenzione. Gli spunti di riflessione, e di profondi sorrisi (dell’anima, mi raccomando) sono tanti. Questo mi è piaciuto particolarmente.

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Prima (… e come mi sento vecchio…) si entrava in un Blockbuster, si faceva un giro fra gli scaffali, e si sceglieva il film con la copertina che più ci attraeva. Banale ed efficiente e poi dava anche un senso a ciò che ci portavamo a casa. Un po’ come tenere in mano un libro ed un e-book.

Oggi si spippola su questo o quel sito, si paragona, si controllano opinioni di gente sconosciuta, si scarica per il piacere di scaricare ancora prima che di guardare (welcome, millenals). Abbiamo tera e tera di film (tanto per rimanere generico) che forse non guarderemo mai fino in fondo… 10 min, tanto per avere un idea, assolutamente in linea con l’approccio mordi e fuggi che contraddistingue i nostri tempi.

Non sono contro il progresso, certo un po’ mi spiace per “le sofferenza del mondo reale”, ma soprattutto in questo caso credo che l’esito fosse abbastanza inevitabile ed in fondo è uno dei rami in cui questa “digitalizzazione” ha più senso. Sono onestamente più preoccupato di quando dovrò scegliere con questo criterio la melanzana da mangiare…

Solo una domanda: ma oggi le “copertine” servono ancora?

WU

PS. E che tristezza entrare oggi in un negozio di noleggio film. Sembrano usciti da un’altra epoca. Sembrano dei dinosauri che sopravvivono cibandosi dei propri resti. Diciamo che la cosa si percepisce a partire dalle facce dietro al bancone.

Captcha evolution

Qui altra particolare chicca di XKCD.

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Reduce da una serie di sottoscrizioni a siti dubbi/inutili e gratuiti ho dovuto indovinare captcha illeggibili, immagini ambigue, segnali/macchine/edifici e chi più ne ha più ne metta. E sto parlando di sitarelli di e-commerce, non della registrazione al sito del Pentagono.

Le immagini, in particolare, mi destano particolare urticaria. A volte è solo un angolino di una macchina, a volte è un decimo di un segnale in un’altro blocchetto, insomma mi sembra più un test per la vista (ed in alcuni casi anche per mia modesta intelligenza) che un sistema di sicurezza.

L’idea che serva veramente a qualche forma di AI piuttosto che a riconoscere che io non sono un robot (si, NON SONO UN ROBOT) non è poi così remota.

Se potessi esprimere un desiderio a riguardo vorrei che vi fossero software abbastanza intelligenti (ed onestamente non mi pare poi così difficile) da poter dribblare questi inutili sistemi di sicurezza.

Mi paiono complicati e noiosi e non veramente “sicuri”; accetterei l’analisi del DNA per accedere al mio home-banking, ma non questi indovinelli per iscrivermi ad una mailing list…

WU

Progresso

Randall (ovviamente), qui.

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Quando si dice sparare con un cannone ad una zanzara, che è poi un po’ quello che facciamo quotidianamente con tutta la tecnologia che abbiamo in dotazione…

Del nostro computer useremo (un utente medio, ovviamente) un 20% delle capacità; forse arriviamo al 50% per il nostro smartphone e, secondo me, siamo ad una percentuale irrisoria dei nuovi smarthwatch.

Ma ad ogni modo ce l’abbiamo ed oggi anche se vogliamo memorizzare un contatto sul telefono abbiamo la possibilità di fare una foto ad un biglietto da visita. Non è uno scherzo e forse sorprende solo chi come me cerca ancora i tasti meccanici.

E riallacciarsi a tutto ciò che usiamo anche se potenzialmente superato (oltre ricorda naturalmente, questo cimitero). Ovviamente non è che ogni progresso automaticamente causa un superamento di ciò che si usava prima; a parte la polvere pirica anche se abbiamo armi nucleari, usiamo ancora auto con motore a scoppio anche se abbiamo i primi tentativi elettrici, usiamo ancora (poco a dire il vero) il fax anche se ormai abbiamo milioni di modi per comunicare, usiamo ancora gli emulatori dei videogiochi delle sale giochi anni 80… ma questa è un’altra storia (vuoi mettere che figata!).

Ad ogni modo, lo spunto di riflessione è: ma davvero abbiamo bisogno di tutto ciò che ci portiamo dietro o sarebbe meglio lasciare alcune cose (…”cmd” bye bye) come erano? Forse solo un po’ di nostalgia.

WU

Il cimitero dei prodotti

Era il tempo di Netscape, Google reader, Messanger, e cose del genere.
Era il tempo in cui l’umanità iniziava a conoscere la potenza di internet.
Era il tempo in cui facevamo goffi tentativi che si sono poi evoluti e sono diventate le basi per gli strumenti che usiamo oggi e che a loro volta saranno un domani visti come pezzi di antiquariato e che avranno gettato le basi per ciò che verrà. Poetico. Malinconico.

Product Graveyard, oltre alla poesia, da a questi strumenti informatici vintage anche un posto in cui coltivare le loro memorie. Come una specie di camposanto informatico qui trovano posto vita, morte e miracoli, di strumenti che hanno fatto un po’ la storia di questi ultimi 20 anni.

Commemorating the most memorable products that have gone away“; con il bellissimo sottotitolo “And finding some alternatives along the way“. Non può mancare la possibilità, su un sito del genere di lasciare anche un piccolo contributo. Beh, un po’ macabro, se faccio il parallelo con il mondo fuori da questo schermo.

Orkut, MegaUplod, LimeWire e Adobe Flash Player (praticamente un morto che cammina, almeno fino al 2020) la ricordi del genere si affiancano a (tantissimi) strumenti che io personalmente non ho mai sentito (E dei quali non posso provare nostalgia). Proprio come le lapidi di un vero cimitero. “Featured Obituaries” è una specie di Hall of Fame degli strumenti che furono. “We have registered 1,057 deceased products and counting“.

Chissà quando vedremo gli strumenti che stiamo usando in questo momento (praticamente come chiedersi quando vedremo il nostro nome su un manifesto mortuario, continua il macabro parallelismo).

WU

Bio-server eco-sostenibili

Ora ci troviamo ai confini del circolo polare artico. Luleå, Svezia. Oltre foreste di conifere e qualche IKEA in giro si annoverano meno di 45000 abitanti. Penisola affacciata sul Golfo di Botnia. Ma c’è l’aeroporto. Operativo anche in invero (quello vero) grazie ad un sistema di rompighiaccio.

Voi che fareste qui? Passeggiate nella natura? Campagne fotografiche per aurore boreali? Una segheria? Vi nascondereste dal mondo? Oppure aprireste un data center?

Un enorme ed anonimo capannone grigio-bianco di 27000 m2 che si nasconde fra conifere e betulle in the middle of nowhere è il primo data center di Facebook fuori dagli stati uniti.

Affascinante pensare, oltre la particolare location, anche il fatto che tutti i nostri/vostri dati personali che mettiamo a disposizione per milioni di persone risiedono fisicamente in strutture tipo questa. Sembrerebbe strano, ma li potremmo anche toccare (no, non come qui…).

Ad ogni modo il quartier generale della nostra privacy non ha bisogno di finestre, non ha bisogno di bagni (anche se assumo qualcuno ci sia), ma ha bisogno di tanta sorveglianza e tanta energia. Corridoi e corridoi di server continuamente raffreddati (altra cosa che ha determinato la scelta del posto), con tante lucine blu, con così tanti HD (in minima parte SSD) da far posto a quasi tutto lo scibile mondiale.

E (pare, dicono, non potrebbero dire altrimenti) che la privacy degli utenti venga tutelata anche per gli HD a fine vita che vengono letteralmente centrifugati e maciullati direttamente in loco onde evitare di lasciare scomode tracce in giro (come se distruggere un HD cancellasse il nostro modo di essere e le tracce lasciate in giro per la rete e/o la nostra predisposizione a farlo).

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La posizione, oltre che per il bel freschetto (da -20 a +20 gradi, praticamente un condizionatore naturale), è stata anche scelta per via dell’ingente disponibilità di energia pulita. Di energia ai vari server ne serve a palate e le varie centrali idroelettriche della zona ne offrono a costi ridotti e ad impatto ambientale sostenibile.

What happens to the warm air that comes out of the back of Facebook’s servers? It rises into a plenum above the data hall, and then into this chamber at the end of the “penthouse” level, where it will typically be vented to the outside through the row of fans at left. On cold days, the exhaust heat can be recirculated and mixed with outside air to adjust its temperature before entering the data hall.

Concedetemi un po’ di esagerazione definendolo un esempio di bio-ingegneria; come se il capannone stesso respirasse ed, ingenerale, interagisse con l’ambiente circostante.

Ok, ok diciamo che le condizioni teoriche per una istallazione del genere c’erano tutte, ma due punti attraggono la mia attenzione:

  • “Per fortuna già a Luleå erano presenti connessioni in fibra ottica, perché la Svezia aveva investito molto nel web veloce. E infatti ci siamo limitati a collegare il data center alle più vicine centraline”
  • Facebook si è inserita nella regione con un regime di tassazione agevolata del 50%.

Beh, diciamo che o ci vuole molta fortuna o molta lungimiranza oppure una certa coerenza di scelte/investimenti sul lungo termine per attrarre investimenti…

WU

PS. Ve ne sono altri due under costruction in Europa a Clonee (Irlanda) e ad Odense (Danimarca). E’ facile immaginare che i ragionamenti sottesi siano molto simili.