Una pausa dal mondo

A volte penso che vorrei prendermi una pausa.

Poi inizio a pensare: ma una pausa da cosa? Inizio quindi una lista semi-infinita di luoghi, persone, situazioni ed alla fine (siamo al delirio dei deliri, sia chiaro) mi dico: ma se ora qualcuno veramente mi stesse ascoltando e soddisfacesse il mio desiderio, sono sicuro che non ho dimenticato nulla? Non so quante altre occasioni del genere potrei avere, devo essere ben certo di non dimenticare nulla.

E così prendo la mia matita immaginaria (si, se state pensando che ce la dovrei avere nel cervello avete ragione) e cancello tutta la mia brava lista e riassumo in: vorrei prendermi una pausa dal mondo.

Così, tanto per essere sicuro di non dimenticare nulla. Corro come questo PBS (è un po’ che non ve lo proponevo, vero?) inseguito dal “suo” mondo (beh, forse troppo letterale nella striscia, ma rende l’idea del “mondo” che ciascuno vive).

PBS201119.png

Chissà poi che farei durante la tanto agognata pausa. Quando mi convinco che non verrà nessuna divinità ex-machina a fare il miracolo passo a farmi questa domanda. Qui mi calmo, perché effettivamente non ho una risposta (praticamente mando in loop il cervello finché il mondo stesso non mi salva con qualche distrazione).

Per una pausa dal mondo non saprei, ma una pausa dal tram tram quotidiano credo valga la pena sperarla (per ora) e prenderla (a tempo debito… sono stanco, non fermo) solamente quando si ha una passione. Quando si stacca per fare una cosa che ci piace, per quanto breve sia lo stacco o stancante l’attività quella si che è una pausa.

E no, con un cellulare (o equivalente) in mano non è mai una pausa…

WU

Lo sbiadimento periferico

Continuando con la serie illusioni ottiche (vulg. giochi per flipparsi la mente mentre si cerca di non pensare o si è coscienti che si dovrebbe pensare ad altro).

La nostra mente, e tutte le “periferiche” ad essa connesse funziona in un modo geniale e sopraffino e spesso e volentieri facciamo fatica noi stessi ad accorgercene.

Se fissiamo una scena, ad esempio, la mente è in grado di concentrarsi su ogni minimo dettaglio con dei micro movimenti dell’occhio che, fra una battuta di ciglia e l’altra, ci consentono di percepire l’ambiente circostante in ogni dettaglio. Ma la mente va oltre: i dettagli immutabili vengono “scannerizzati” sono una (o poche) volte. La mente non si concentra più di tanto sulle cose statiche preferendo focalizzare la propria attenzione sulla realtà in movimento.

Benissimo. Cosa succede se forziamo la mente a concentrarsi su una scena assolutamente statica? Beh… proviamo. L’immagine sotto è esattamente questa scena fissa, statica e (diciamoci la verità) neanche troppo entusiasmante.

TroxlerImg
Forzare ma mente significa, nel caso particolare, costringersi a guardare il puntino nero nel centro evitando di sbattere le palpebre. Nel giro di qualche secondo (beh, forse qualche decina si secondi) l’immagine inizierà a dissolversi e le tenui sfumature lasceranno posto ad un bel riquadro, uniformemente ed insipidamente… grigio. Provare per credere.

Era il 1804 quando Ignaz Paul Vital Troxler, medico e filoso svizzero (l’epoca in cui la commistione delle mansioni scientifiche ed umanistiche era un altro modo per aprire la propria mente), fece notare (peripheral fading) che fissare qualcosa con scarsa attenzione ed intensamente porta a far sparire, dalla nostra mente, l’immagine di ciò che stiamo guardando. Il cervello gestendo migliaia di stimoli contemporaneamente tende infatti a scartare immagini statiche ed insignificanti. Finché anche guardandole non le vediamo più.

I nostri sensi, più in generale, si abituano a sensazioni persistenti nel tempo (da cui: l’omo è quella bestia che si abitua, no?!); non ci accorgiamo del peso dei nostri vestiti, degli occhiali che abbiamo in volto oppure del profumo che ci siamo messi la mattina. Ci abituiamo, ed i sensi prima di noi. Il cervello risparmia risorse sorvolando sulle cose meno interessanti e concentrandosi sugli stimoli più salienti.

Non preoccupiamoci, è difficile che ci metteremo mai, nella vita reale, a fissare una immagine tenua e sfocata con sguardo perso e fisso. I micromovimenti dell’occhio ed il trambusto della quotidianità almeno in questo ci aiutano. Un buon modo, tuttavia, per sondare meccanismi di noi stessi a cui siamo inconsciamente abituati dalla nascita.

WU

PS. Funziona (stranamente) anche con me. Se avete qualche “problema” cambiare angolazione o la luminosità dello schermo dovrebbe risolvere…

RGB 255,188,144

Secondo voi che colore è? Basta andare su un programma di disegno (o al limite anche su Office…) per scoprirlo. Stiamo parlando di una specie di beigino smorto tendente al salmone che vedrei bene come colore per una casa in un porticciolo in riva al mare.

Ora vediamo l’immagine sotto. La domanda “di rito” è di che colore sono le sfere? Beh, piuttosto semplice (e quindi piuttosto sbagliato, altrimenti di che stiamo parlando?): rosse, verdi, viola (o forse blu?).

SfereIllusione

Come “prevedibile” le sfere sono tutte dello stesso RGB 255, 188, 144 e sono poi le linee orizzontali a darci l’illusione che siano di colori diversi. In particolare ogni sfera ci appare del colore delle linee che gli passano sopra, le altre tonalità fanno da sfondo (per confonderci un po’ meglio…).

E’ l’ennesima illusione ottica del genere (credo solo la più recente in ordine temporale, ma in questo Google è certamente più affidabile di me) che si basa sul fatto che noi non percepiamo “colori assoluti”, ma li paragoniamo con l’ambiente circostante (avete mai provato a guardare una foto e giudicare i bianchi salvo poi accorgervi che erano tonalità gialline se messe accanto a qualcosa di veramente bianco?).

Così, passatempo da ombrellone (sotto il quale non sono).

WU

PS. Per i più scettici potete semplicemente usare MS Paint: strumento “preleva colore” su ciascuna sfera e tracciate delle linee accanto al disegno. Magia delle magie… tutte del solito RGB 255, 188, 144.

Triply Ambiguous Object

Due dimensioni? Tre dimensioni? Dove è l’alto? Dove il basso? Già e facile restare ingannati dalla propria vista dinanzi ad un qualche oggetto ambiguo; ancora più facile dinanzi un oggetto ambiguo ed il suo riflesso; figuriamoci se mettiamo due specchi e vediamo tre “versioni” di una ambiguità.

Decisamente geniale, comunque, il concepire un oggetto che dia impressioni diverse in base alla direzione dal quale lo si guarda.

Ora mi dovete dire se siete in grado di concepire un oggetto bidimensionale che, appoggiato su una superficie piana, possa sembrare tridimensionale. Io, ovviamente, no, ma tutto sommato fin qui non è impossibile. Facciamo un passo oltre; in base al punto di vista da dove lo si osserva l’oggetto deve sembrare differente… e già qui le cose si complicano. Anzi; dati tre punti di vista diversi dobbiamo avere l’illusione di avere davanti tre oggetti diversi. Mi arrendo e mi godo questa illusione.

In generale la percezione della terza dimensione può essere data con un gioco di luci ed ombre e l’inversione di alcune simmetrie può ingenerare l’illusione di avere davanti oggetti diversi guardando un oggetto e la sua immagine riflessa allo specchio. Ma la percezione di tre oggetti diversi tridimensionali, partendo da un singolo oggetto planare richiede effettivamente un po’ di studio (… e mi immagino qualche tentativo) in più.

This class of objects have three different interpretations. There are many ambiguous figures and objects such as the Necker cube, the Schroeder staircase, crater illusion and the Rubin’s base, but they give only two interpretations. We can construct the triply ambiguous objects systematically by drawing a picture of a rectangular surface without occlusion and by inserting small objects such as poles with flags to designate the direction of the gravity.

L’illusione in oggetto non è scelta a caso, ma, ideata della Meiji University in Giappone, è niente-popo’-di-meno che il vincitore del Best Illusion of the Year Contest. 3000 dollaroni suonanti al primo classificato, vale ben farsi spremere un po’ le meningi.

TriplyAmbiguousObjects

WU

PS. Qui una guida su come costruire questi oggetti e sotto un po’ di possibili esempi. Almeno cercando di copiare le immaginette varrebbe la pena provarci.

PPSS. Mi sto trattenendo da derive antropologiche ponendo domande tipo: come apparirebbe un essere umano triplamente ambiguo? Sono io multi-ambiguo? E voi? Serve uno o più specchi e qualche bandierina per vederlo? … lasciamo stare.

Paperoconiglio cercasi

BASTA! Sono giorni che l’immagine sotto è tornata in auge un po ovunque in rete. E tanto per essere da meno nel contribuire al “noise della rete” mi ci metto anche io.

duckrabbit.png

L’immagine ha comunque la veneranda età di 100 anni, ma è una di quelle cose che ritornano ciclicamente di moda (di certo perché è decisamente ben fatta e Google ce ne presenta decine di varianti più o meno “moderne”).

J. Jastrow la introdusse (duck-rabbit illusion) con lo scopo di spiegare i processi cognitivi mentali. Ora alla stessa immagine si danno tante caratteristiche tra cui quella di rivelare la nostra personalità. Le due cose sono ben diverse.

In particolare le nostre percezioni sensoriali dipendono da moltissimi fattori (primo fra tutti il contesto in cui siamo inseriti) ed il nostro stesso modo di essere non è costante nel tempo. Che l’immagine possa sembrare un anatra o un coniglio può dipendere dal fatto che ho giocato vicino allo stagno o che sono in un periodo di depressione. E mi volete dire che ora sapere la mia personalità?

Da una fotografia delle mie percezioni in un momento deduciamo che sono uno psicopatico? Ottimo. E se invece stessimo parlando del fatto che il nostro modo di vedere il mondo è condizionato dalla nostra mente? Ora si che mi trovate più d’accordo.

Come avrò già detto in più occasioni, che un anatra o un coniglio vi (e mi) dicano come sono fatto dentro è come dire che basta leggere le viscere degli animali per sapere come andrà la caccia. Con tanto di rispetto per gli sciamani. Come spesso accade (Ed in fondo ci piace così) sono gli strumenti che noi stessi creiamo ad essere così potenti che poi non sappiamo farne buon uso. In questo caso: generalizziamo per attrarre la massa.

Tanto per la cronaca: io ci ho visto a lungo un anatra (come credo il 99% delle persone, da quanto si legge in rete), ma dalla prima volta che ho visto un coniglio non riesco più a non vedere il roditore prima del volatile. Ah, quindi scopro che non sono creativo.
Buono a sapersi.

WU

PS. E tanto per completezza il signor Jastrow non era proprio un neofita delle illusioni ottiche. Porta il suo nome, infatti, anche la tipica illusione secondo cui due figure geometriche identiche appaiono di dimensioni diverse in base a come sono disposte.
La classica Illusione di Jastrow è riportata sotto a sinistra nella versione “illusoria” ed a destra nella veste “vera” in cui si vede la perfetta uguaglianza delle due figure.

illJastrow.png

No, non ho taroccato l’immagine con Paint, è che mentre a sinistra il bordo sinistro delle due figure è disposto in maniera da essere l’uno il prolungamento dell’altro, a destra le figure sono messe sulla stessa vertical. E’ questo che crea l’illusione.

PPSS. E non dimentichiamoci che: “The duck-rabbit figure is best known in philosophical circles as an illustration of aspect perception or interpretive “seeing as” and is utilized by Ludwig Wittgenstein (1889-1951) in his influential Philosophical Investigations (1953)”.