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Blockchain paper review

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Fatemi sproloquiare nuovamente, sulla scia di questo XKCD, sull’impeto delle pubblicazioni “scientifiche” e sul publication bias.

Oltre gli evidenti paradossi al quale un sistema di peer-review delle pubblicazioni ci ha portato (che non ripeto per dignità e per mia salvaguardia mentale), oggi stiamo facendo un’ulteriore evoluzione.

Ovvero stiamo (tutti, sia ben chiaro) progressivamente riducendo l’attenzione che dedichiamo alle revisioni (per giocare a Zelda o andare al mare poco importa) tanto da arrivare a non avere prove sufficienti ne per accettare ne per rigettare un articolo. Detto in altri termini, non siamo in grado di approfondire più nulla, ma soltanto di passeggiare su cose che già sappiamo, prossime al nostro seminato, oppure chiedere ad Internet.

Oggi che viviamo nell’epoca delle cryptovalute e stiamo imparando ad esportare il concetto di blockchain ad altri campi, perché non proviamo ad abbandonare l’attuale sistema di revisione per appoggiarci ad un sistema pubblico, immodificabile e distribuito?

La butto li. Qualcosa tipo una serie di “nodi di review” nei quali diversi soggetti contribuiscono alla review in una specie di registro pubblico, in cui ogni contributo sia tracciabile e che non sia modificabile in base … alle occupazioni del weekend?

Sicuramente la cosa va declinata meglio, ma almeno potrebbe essere un’idea…

WU

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Jackson-patented shoes

 

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Questa rimane per me una delle scene più epiche del mondo dei videoclip. La scena (forse) che ha portato i videoclip al livello di piccoli film (si, forse sto esagerando, ma forse secondo solo a Thriller il videoclip di Smooth Criminal mi pare un vero e proprio corto).

Sicuramente la scena che ha condizionato molto del mio concetto di ballo (tutt’ora completamente assente e più prossimo a scoordinate convulsioni). In particolare la “mossetta” di tutto il gruppo che pende in avanti è veramente mitica.

Può piacervi o meno il soggetto e/o la canzone, ma non potete dire che non vi siete mai chiesti, almeno una volta, come diavolo hanno fatto a realizzarla.

Onestamente pensavo a qualche cavo nascosto o effetti speciali digitali (anche se parliamo forse di anni in cui tale opzione era fra il recondito e l’impossibile). Invece la scarpetta brevettata Jackson pare essere la risposta… almeno secondo questo utente reddit.

Praticamente un tacco rinforzato con attacco a baionetta che si incastra in un perno nel pavimento (che mi auguro esser retrattile) consentiva ai ballerini la mossetta pendente. La cosa interessante è comunque notare la naturalezza con cui i ballerini riescono ad incastrare il piede e pendere riprendendo subito dopo il normale svolgimento del video.

L’idea è geniale, ma la realizzazione e la scioltezza nell’applicazione lo è di più (… e per me denota anche l’innegabile estro del non-citato artista).

WU

PS. Godetevi il video completo… per più di 9 minuti (attorno al minuto 7.10 per la scena pendente)

Raddrizza-banane

Quando mi trovo dinanzi qualcuno che riesce a mettere un eternità per portare a termine i più semplici compiti e contestualmente frustare l’interlocutore per atteggiamento fintamente oberato e le risposte da “muro di gomma”; oppure davanti a richieste continue ed incalzanti anche di mansioni con dubbia priorità, sono solito esordire con “non stiamo mica raddrizzando le banane”.

A parte il plurale utilizzato per ammorbidire l’esternazione, il concetto di avere una banana dritta mi è sempre sembrato una di quelle cose contro natura, inutili ed inutilmente dispendiose qualora qualcuno le avesse volute fare.

Ma mi sono sempre “consolato” all’idea che nessuno avrebbe mai provato a farle. Ovviamente anche gli scenari più truci devono prender forma prima o poi… raddrizzatore di banane incluso.

Karl-Friedrich Lentze è un “artista congetturale” tedesco che fra le varie idee esotiche riesce a far parlare di se (ed è forse questo lo scopo del suo “lavoro”) in quanto propositore di uno splendido sistema di per raddrizzare le banane.

E come sappiamo benissimo quando si ha un’idea in mente, il giustificarla è solo questione di tempo ed inventiva.

This is the biggest thing since sliced bread – the straight banana. Depending on the degree of the curve, chunks will be cut out of the banana, which are then resealed using a biologically safe plaster.”

Il sigaro-banana sarebbe facilmente immagazzinabile, trasportabile e più comodamente maneggiabile ed ovviamente mangiabile. Il sistema geniale richiede di aprire la banana tagliarne le parti ricurve e ri-sigillare dunque il cilindrotto ottenuto. Le parti tagliate sarebbero perfette per macedonia in scatola ed il tutto potrebbe essere splendidamente automatizzato.

Io non mi approccerei ad un sistema di tal sorta neanche per errore (Se non altro per non togliere l’aurea di inutilità nella locuzione del raddrizzamento di banane), ma evidentemente faccio eccezione.

L’artista ha infatti dichiarato di aver avuto numerosissimissime richieste per il sistema sigaro-banana e lo ha prontamente sottoposto all’ufficio brevetti di Berlino.

Dopo uova quadrate, meloni baby e mi fermo per pudore, mi mancava la banana cilindrica. Non si potranno neanche più raddrizzare le banane in pace.

WU

PS. Beh, poteva sempre proporre di rincollare i pezzi tagliati con colla edibile…

Pania

Molliccia, vischiosa, amalgama di vischio e bacche. I tutto cotto a puntino fino a fare una matassa vischiosa e tenace.

E la pania (ode alla mente dell’uomo geniale che ha iniziato ad industriarsi quando la natura gli ha messo dinanzi le prime sfide) non è una specie di colla vegetale inventata per diletto.

Opportunamente cosparsa su fuscelli o bastoncini, la pania realizza trappole perfette per piccoli volatili che, una volta posate le delicate zampette sull’appiccicosa rametto, hanno ben poca speranza di svolazzare ulteriormente.

Materia tenace, prodotta da bacche di vischio frutice, che nasce sopra i rami d’alcuni alberi, e per lo più sulle querce, e su’ peri, e su’ castagni, colla quale impiastrando verghe, o fuscelletti, si pigliano gli uccelli, che vi si posano sopra; e le verghe così impaniate si dicono Paniuzze

L’estensione alle vicende umane è d’obbligo (oltre che storicamente già sottolineata). La pania identifica per estensione anche quel tipo di attrazione amorosa che attrae così profondamente da legare indissolubilmente, quasi imprigionare, i due amanti.

Estendiamo ancora oltre; un rapporto così vischioso ha molti punti in comune con una trappola, con un raggiro. In un atteggiamento incantatore l’insidia è dietro l’angolo.

Chi mette il piè sull’amorosa pania, cerchi ritrarlo, e non ‘inveschi l’ale: ché non è in somma amor, se non insania, a giudizio de’ savi universale; e se ben come Orlando ognun non smania, suo furor mostra a qualch’altro segnale. E quale è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso? [L. Ariosto]

Schivando le panie della vita.

WU

Il Punto Omega

Siamo in continua evoluzione (almeno sulla carta, se poi vogliamo vederla come involuzione non avrei nulla da obiettare). Ci muoviamo, ad ogni modo, verso una direzione di crescente complessità, maturità tecnologica, scoperte scientifiche, invenzioni… anche coscienza ardirei.

Questo processo potrebbe non avere mai fine (ci destabilizza pensarla così), o potrebbe averla. Almeno secondo la teoria di Pierre Teilhard de Chardin; il punto di arrivo di questo processo, il punto supremo di complessità, l’apice della nostra crescente conoscenza (e, ci riprovo, coscienza) è il Punto Omega.

Ma c’è di più, secondo la teoria, il Punto Omega non è solo il punto di arrivo del processo evolutivo dell’intero universo, ma anche la causa della sue evoluzione. Come se fosse una sorta di attrattore che ci traina nella direzione della crescente complessità. Il Punto Omega è il punto massimo dell’evoluzione ed è, indipendentemente dall’universo stesso, anche il punto verso il quale l’universo si evolve.

Ora, se caliamo (come ha fatto d’altra parte anche il suo cristianissimo ideatore) il Punto Omega nell’ortodossia cristiana abbiamo una sua fortissima identificazione con il Logos (Dio da Dio”, “Luce da Luce”, “Dio vero da Dio vero” e “attraverso di Lui tutte le cose furono create”); i.e. Gesù Cristo… A tal proposito credo che il concetto della parola che si incarna sia uno dei temi che mi ha da sempre affascinato, ed al contempo fatto storcere il naso, della religione cristiana… se non altro fertile terreno di riflessioni notturne.

Il nostro punto di arrivo ha, tornando a noi, cinque attributi identificanti:

  • Esiste da sempre: non ha tempo, è fuori dal tempi, altrimenti come faremmo a spiegare l’evoluzione costante dell’universo verso livelli di crescente complessità?
  • E’ trascendente: il Punto esiste prima ed al di fuori del processo evolutivo; è il punto apicale di un processo del quale non fa parte.
  • E’ irreversibile: deve offrirci la possibilità di essere raggiunto (benché moooolto lontano), ma non quella di tornare indietro (e su questo avrei un po’ da ridire).
  • E’ autonomo: il Punto non può essere condizionato dallo spazio o dal tempo; esiste al di fuori dei vincoli della natura.
  • E’ personale: l’incremento della complessità dell’universo e della materia ci ha portati (e continua a portarci) verso livelli sempre più elevati di personalizzazione (e.g. vedi la natura umana); il Punto Omega potrebbe addirittura essere una persona, la super-personalizzazione della materia e degli individui.

Se esiste, ed in fondo mi piace crederci, mi pare siamo ancora molto lontani (e ciò potrebbe anche essere un bene). Ho qualche dubbio sulla teoria, soprattutto sul concetto di irreversibilità del processo evolutivo e sul fatto che l’aumento di complessità e consapevolezza (rieccoci…) equivalga ad una unificazione dell’universo piuttosto che ad una eliminazione dell’individualità (sicuramente un “retaggio” molto cristiano).

WU

La macchina per firmare

Io replicavo le firme dei miei genitori a manina sul diario per giustificare assenza che non erano proprio lecite… diciamo cosi (io?! nooo, non l’ho mai fatto e mai detto! 🙂 ).

Anche in questo i tempi sono cambiati (o forse no). Ad ogni modo diciamo che oggi (a patto da avere un bel gruzzolo da parte, motivo per cui la sQuola potresti anche pensare che non ti serva, per cui troverai sicuramente applicazioni migliori per il congegno) esiste un’alternativa.

Si tratta di un congegno tanto geniale quanto complicato per poter replicare alla perfezione, un numero illimitato di firme una firma. Esatto. Esiste davvero. Ovviamente non è una scatola magica, ma un congegno meccanico “da orologiaio”… ed infatti è stato proprio un orologiaio a progettarla e realizzarla.

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Una cosa va subito detta: una macchina uguale una firma. Ogni macchina è progettata specificatamente per replicare una firma specifica. Ed ovviamente un oggetto del genere va difeso con accortezza; non è un caso che sia attivabile solo con un codice segreto.
viviamo nell’era del digitale e “clonare” una firma digitale è diventato più o meno semplice; si va dalla semplice immagine all’ID digitale certificata, ma tutto sommato un buon spippolone ci firmare quello che vogliamo. Non è un bene, è una costatazione. Spesso le firme sono messe li tanto per metterle e spesso, invece, le mettiamo con criterio e con (in)soddisfazione.

Farle manualmente è ovviamente un’altra cosa (anche se di certo merce più rara nella quotidianità dei mortali), oltre al fatto che si “esigono” anche in contesti diversi (l’aggeggio in questione potrebbe firmare assegni a ripetizione per conto nostro… ammesso di avere bisogno e disponibilità).

Tornando comunque all’aggeggio: è piccola, portatile, elegante e ci si può “montare” la nostra penna (certamente una BIC da tabaccheria…) preferita. 585 pezzi da orologio che con ingranaggi e molle muovono un braccio retrattile che “danza” per conto nostro sul foglio.

Dulcis in fundo: 365.000 dollaroni… ne deve valere proprio la pen(n)a…

WU

PS. Certo che per tantissimi aspetti il progetto dell’uomo è veramente eccezionale… me ne convinco sempre di più (qualora ce ne fosse bisogno) e lo noto soprattutto quando vedo la complessità e la difficoltà nel realizzare questo genere di invenzioni che fanno con fatica e parzialmente ciò che noi impariamo a fare a 5 anni.

I Transformers sono fra noi

E non parlo di robottoni da catena di montaggio che cambiano configurazione all’uopo, ma dei Transformers… quelli veri.

Il mio sogno (beh, uno dei). Sicuramente come quello di molti altri bambini. E che bello avere ancora dei sogni anche quando non si è più bambini (anagraficamente quando si finisce di esserlo?).

Ad ancor più bello l’aver lavorato, ideato, pensato, costruito per vedere questo sogno, per quanto futile realizzato. Per vedere qualcun altro con la bocca aperta ammirare (… e questa è già la prima soddisfazione di chiunque voglia e riesca a condividere un sogno) come un robottone da cartone animato potesse prendere forma e sostanza. Come una sogno infantile potesse prendere corpo in motori e lamiere e potesse addirittura mimare (seppur in maniera abbastanza goffa… diciamolo) le stesse animazioni.

3.7 metri di altezza in versione robot. 100 km/h in versione auto sportiva. Il tutto perfettamente funzionante/trasformabile e motorizzato (almeno nella versione bolide da corsa… anche se non ancora provato ufficialmente in questa modalità). Gli stessi motori elettrici utilizzati per la trasformazione sono usati per spingere l’auto, per ora provata ufficiosamente solo con i due inventori a bordo (… che sai come si gongolano…).

Ed ovviamente se hai fatto tanto non ti basta stare li a guardare. Il robot è in grado di ospitare, nelle due configurazioni ben due persone a bordo. Non male, anzi… fighissimo!

Per la cronaca, il Transformers non è un essere pensante (ancora) come vorremmo e deve ubbidire ad un convenzionale telecomando. … e dove se non che in Giappone (ad opera della Brave Robotics, Astratec e Sansei)! Ora aspetto di vedere i Pacific Rim in versione semovente e, se proprio posso sognare, scale 1:1.

Ok, ok, non serve a nulla, ma vuoi mettere come motiverebbe generazioni e generazioni di futuri ingegni e, soprattutto, sognatori?

WU (bambino)