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Roba da grandi

Ci sono cose che tipicamente associamo alle capacità di un adulto e cose che invece pensiamo (o vogliamo pensare) possa fare solo un bambino. Tipo… fondare una banca.
Anzi, in questo caso direi che è roba da solo qualche adulto e da nessun bambino ed, ovviamente, mi sbaglierei.

Ci sono bimbi che vogliono fare i piloti, gli astronauti, le ballerine e via dicendo. Non ho mai sentito nessuno dire che volesse fare il banchiere. Jose Adolfo Quisocala Condori è un ragazzino di 13 anni che da circa 6 anni è il fondatore di una banca.

A circa 7 anni, infatti, il piccolo ha notato come i sui coetanei “scialacquavano” i loro averi. Contemporaneamente il piccolo (evidentemente un ottimo osservatore) ha constatato come “gli adulti” riservavano i loro soldi per “acquisti più importanti” (qualunque cosa significhi) e magari, con qualche “strumento finanziario” (e sarei proprio curioso di sapere come un bimbo di 6 anni percepisca e definisca uno strumento finanziario) riuscivano anche a portare a casa qualche soldino in più (beh… un tempo, forse…).

Al piccolo non è rimasto che mettersi in gioco (dote decisamente più spiccata nei bambini rispetto agli adulti) ed !aiutare” i suoi coetanei con una cassa di risparmio.

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Ovviamente NON ha subito ricevuto il supporto “dei grandi” (beh, di qualcuno, ammettiamolo, si), anzi… come poteva un bambino di 7 anni fondare e gestire una banca? Jose, dal canto suo, era sicuro di essere su una buona strada (vogliamo dire che aveva un sogno?) e ciò gli bastava. Così, nel 2012, in Perù (nella sua città natale, direi che vive ancora a casa con i genitori), Jose aprì il “Banco Cooperativo del Estudiante Bartselana” (Banca Cooperativa degli Studenti Bartselana).

Somos el Primer Banco Cooperativo para los niños, las niñas, los jóvenes y las mujeres, en donde formamos “Cultura Financiera” en nuestra Escuela de Educación Financiera y Emprendimiento; nuestro fin es erradicar la “pobreza”, a través de la cultura del “ahorro y el emprendimiento”; logrando el acceso al sistema financiero, (inclusión financiera), con el fin de solucionar los problemas financieros que conllevan a los problemas sociales de nuestra comunidad. Hacemos del “residuo sólido” nuestra principal moneda para todas las operaciones financieras en nuestros productos financieros, (ahorro, créditos, inversión de capital, micro seguros), logrando así el acceso universal al sistema financiero de quienes hoy son excluidos en la banca actual.Las mujeres reciben nuestro curso “gratuito” en la formulación de un “Plan de Negocio”, que les permita iniciar un negocio o mejorar el actual negocio; logrando así la independencia económica y la mejora de la calidad de vida de su familia.

L’idea alla base era piuttosto semplice: ciascun bambino potevano diventare cliente trasformando almeno 5 kg di rifiuti riciclabili e depositando almeno un ulteriore kilo di rifiuti ogni mese; il tutto solo per rimanere membri della banca. I piccoli clienti, inoltre, dovevano inoltre fissare un obiettivo di risparmio e potevano prelevare il loro denaro solo al raggiungimento di tale obiettivo. Ah, i piccoli erano (e sono) gli unici beneficiari di tali conti; gli adulti devono starne lontani, altrimenti la motivazione per i piccoli non sarebbe sufficiente, no?!

Il passo successivo è stato quello di raggiungere un accordo con le aziende locali di riciclo (che ovviamente per venire in contro ai deliri del piccolo hanno accettato di pagare un prezzo al kilo leggermente più altro di quello che pagano di solito) così che i soldini dei piccoli risparmiatori (ed i rifiuti da loro portati) potessero fruttare qualcosina… che finiva direttamente sui loro conti.

Nel giro di circa un anno “Banco Cooperativo del Estudiante Bartselana” ha raccolto tonnellate di materiale riciclabile ed ha generato risparmi per tutti i 200 bambini nella scuola di Jose (con grande stupore delle varie maestre che non avevano dato chances al piccolo e con grande piacere del preside che invece lo aveva appoggiato).

Oggi i clienti della banca (e mi guardo bene dallo scriverlo fra virgolette) sono più di 2000 fra i 10 ed i 18 anni; immagino che questa sia l’età limite per perdere lo status di membri della banca dei piccoli. In questi 6 anni vi sono stati alcuni interessamenti al progetto da parte di “banche dei grandi”, ma Jose ha sempre preferito andare avanti indipendentemente e pare non abbia alcun problema a trattare con i dirigenti di queste grandi istituzioni… ha proprio la stoffa del capo, evidentemente.

Un paio di considerazioni, a caso. La conoscenza degli strumenti finanziari, magari dalla tenera gioventù, è sicuramente qualcosa di fondamentale per instillare la cultura del risparmio nelle nuove generazioni. Molti dei problemi finanziari (ovviamente anche su scala globale) derivano certamente comprensione ridotta anche degli strumenti finanziari più semplici e dei meccanismi economici di base. Non sottovaluterei l’impatto ecologico del progetto, in una terra flagellata cone il Perù che è stato l’ennesimo pezzetto del puzzle messo insieme da Jose.

Ok, ok questo è un caso un po’ estremo (anche se una bellissima storia, piuttosto rara ai giorni nostri), ma rimane il fatto che chi ha talento ce l’ha dalla nascita e tutte le briglie sociali che cerchiamo di mettere servono solo a selezionare i talenti migliori. Qualche dubbio sul fatto che tale strettissima cernita sia effettivamente quello che vorremo fare ce l’ho.

WU

PS. Gli spunti di riflessione che una storia del genere offre sono veramente abbondanti (dalla voglia dei grandi di mettere le mani sulle cose dei piccoli sono quando vedono “business” per loro, dalla voglia di portare avanti un progetto e dal supporto che deve aver ricevuto nei momenti difficili; ma il CDA -ammesso che serva veramente- è composto solo da under 18?; se lasciassimo ad un bambino il nostro ministero delle finanze? etc. etc. etc.). Fosse pure tutto inventato o tutto destinato a finire quanto meno una ventata di ottimismo l’ha portata.

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Sky Canvas

C’era un tempo (a dir la verità neanche troppo lontano) in cui si stava per ore con il naso all’insù nelle tiepide notti primaverili aspettando di vedere qualche stella cadente. E la magia era data dall’attesa e dalla sorpresa di vedere qualche scia luminosa più che dalla visione in se. C’era un tempo in cui le stelle cadenti si aspettavano e non era affatto detto che l’attesa sarebbe stata ripagata, tanto è vero che un desiderio da esprimere ci stava tutto.

Ma oggi viviamo nel mondo che non ha tempo, oggi siamo quelli che non possono perdere un minuto, che non possono aspettare senza neanche la certezza che l’attesa valga il risultato (beh… neanche ci fosse da fare la fila per il nuovo iPhone…). Oggi siamo quelli che le cose le vogliono, non le sperano. E le stelle cadenti non possono fare eccezione.

Sto blaterando del progetto Sky Canvas che nasce dall’azienda giapponese Astro Live Experience: il primo satellite in grado di lanciare stelle cadenti artificiali. Il satellite è già in orbita, lanciato lo scorso 17 gennaio, ed i primi test “di rilascio” sono in corso, ma il vero spettacolo è riservato per il 2020 sopra i cieli di Hiroshima per celebrare i 75 anni dall’esplosione della bomba atomica (… e poi da li tutta discesa…).

We aim to produce artificial shooting stars by projecting particles, made out of special materials, from orbiting micro-satellites. When the particles re-enter the earth’s atmosphere, they burn through a process known as plasma emission, creating the appearance of shooting stars on the ground. The particles burn with a sufficient brightness to be visible by people in an area up to 200km in diameter.

L’idea alla base di Sky Canvas è proprio quella di rendere le stelle “cadenti su richiesta”. Praticamente il satellite contiene un centinaio di oggetti che creano uno sciame meteorico su richiesta. Non è ancora chiaro di cosa siano fatti i bolidi che rientrano (… proprio nel senso che l’azienda non lo ha ancora dichiarato), ma di certo hanno la caratteristica di rendere più lento e più luminoso il rientro con conseguenti scie… il più mozzafiato possibile.

Da un punto di vista tecnico i calcoli necessari a prevedere un rientro in una data zona ed in un dato momento non sono semplicissimi e l’azienda dovrà comandare al satellite il rilascio sufficientemente in anticipo anche in base al momento della richiesta (attività solare, rotazione della terra, velocità orbitale etc sono alcune delle variabile sicuramente da considerare).

Ora la domanda nasce quasi spontanea: ma ne sentivamo davvero il bisogno? A parte i problemi tecnici che avere altri satelliti e stelle cadenti on-demand pone (tipo la possibilità di colpire altri satelliti attivi durante il rientro dei bolidi e quindi andare ad alimentare la pletora di detriti spaziali che già abbiamo sopra la testa), l’idea è puro diletto nel senso che non da alcun valore scientifico/commerciale (… forse per Astro Live Experience) al lancio di questi satelliti. Anzi, mi correggo, forse è proprio questo il plus del progetto: smetterla di vedere lo spazio come una nicchia di pochi e portare le bellezze di ciò che sappiamo fare sotto gli occhi di tutti.

Confesso di non avere una chiara posizione a riguardo; qualche dubbio sull’utilità (e sul business che ne può derivare) mi rimane, ma d’altra parte il fatto di iniziare a farsi “pubblicità spaziale” è forse l’unica cosa (ricordo che il turismo spaziale lo diamo ormai come dato di fatto…) che ci mancava.

L’ultima frontiera dell’intrattenimento.

Sky Canvas, the world’s first artificial shooting star project, aims to bring people all over the world together to witness an unprecedented, collective experience

WU

PS. … a proposito del business model (e di quanto io mi sbagli in queste cose):

The company is already being contacted by event operators and city promoters interested in buying meteor showers, which brings up the question of pricing. ALE has so far raised ¥700 million from angel investors and counts Japan Airlines and convenience store chain FamilyMart as official sponsors. Still, the project is reportedly costing something in the neighborhood of ¥2 billion to realize.

The Golden Circle

Girovagando in rete (si, per cercare una motivazione quotidiana) mi sono re-imbattuto in questo “cerchio aureo”. Non nel senso che ha la dote di rendere d’oro le nostre giornate, ma che effettivamente ci dice (graficamente che è sempre meglio) una regoletta abbastanza fondamentale per affrontarle.

L’approccio a “cerchi concentrici”, inoltre, è facilmente generalizzabile anche a contesti lavorativi-politici-dirigenziali. Sono abbastanza certo che il risultato sarebbe lo stesso: why rimane la domanda più difficile a cui rispondere (da cui un sottile invito anche a non farse proprio) e spesso la risposta non è neanche di interesse.

goldencircle

La lettura dei cerchi potrebbe essere:

  • nel marasma di cose che non capiamo, ve ne sono alcune (poche, ma decisamente un sottoinsieme) che proviamo a comprendere. Proviamo nel senso che la prima domanda che ci facciamo è: di che si parla? Cosa faccio?
  • ammesso che sappiamo rispondere a questa domanda, l’ovvio passo successivo è chiedersi come farlo. Come faccio a fare questo o quello? Oppure come ha fatto tizio a farlo? Nel mio piccolo rimane forse la domanda più importante per imparare dall’esperienza.
  • viene poi l’ultimo passo, IMHO il più difficile e spesso il più inutile: perché? Se ci mettiamo a chiederci il perché delle cose, nove volte su dieci siamo spacciati. Perdiamo tempo, mettiamo insieme risposte che non riflettono oggettività ma piuttosto le nostre percezioni del momento e, soprattutto, “why is not about making money” (che nel caso delle nostre vite personali potrebbe essere generalizzato a “why is not about making motivation/progresses”).

Ora, devo ammettere, questa mia lettura dei cerchi è un po’ uno stupro del messaggio originale che invece vorrebbe proprio partire dal why? e metterlo alla base delle successive azioni. Probabilmente i grandi leader fanno proprio così (ammesso che si chiedano cose del genere).

Mettere al centro dell’azione il perché? attiva aree del cervello responsabili del comportamento. In questo modo noi stessi riusciamo a capire meglio le nostre azioni concrete ed anche un eventuale messaggio a terzi viene immediatamente legato ad un comportamento concreto e razionale, quindi trasformato in qualcosa di tangibile e diretto.

It got me thinking: what is my core/ purpose/ belief? Why does my organisation exist? Why do I get out of bed in the morning? Why should anyone care?

A parte che possiamo essere d’accordo o meno con questo Simon Sinek Golden Circle, credo sia facile ammettere che serve una specie di gerarchia nelle domande che dobbiamo porci per fare (o non fare) le cose. Spesso (ed auspicabilmente, almeno per me) queste domande seguono l’inizio di un mio certo interesse/lavoro ed è l’inconscia intersezione fra il dubbio di fare e non fare che mi avvicina al what? Poi da li… tutta discesa, e speranza di fermarmi prima del why? altrimenti abbandono quasi matematicamente la mansione.

In altre parole: sto personalmente ben lontano dalla ricerca del perchè delle cose.

WU

PS. In rete trovate decine di siti semi-seri (ho sempre un po’ di scetticismo quando qualcuno mi vuole insegnare trucchi comportamentali…) sulla comunicazione ed il TED speech di Sinek merita effettivamente di essere visto (… sicuramente più del “famoso” -!!!- uovo di Instagram”…).

Scatti fumosi

La creatività è un impulso. Quando parte… parte e non la puoi fermare. Un po’ come un’esplosione. Ovviamente non è garantito il risultato, ma di certo è garantito il rush e l’impeto che si porta con se. L’energia che ci trasmette il risultato è solo un’ombra dell’energia del processo creativo.

La creatività, e l’arte in generale, inoltre, hanno uno speciale fascino se sono effimeri. Guardare una cosa bella, è un po’ come mangiare: una volta che ce ne siamo “cibati” non esiste più nella sua forma originaria, ma noi siamo in qualche modo interiormente più ricchi (… anche di calorie).

Queste che sembrano un po’ frasi fatte sono egregiamente incarnate dal progetto “The Blossom Project” del duo di fotografi Isabelle Chapuis e Alexis Pichot. L’idea è tanto semplice quanto geniale e, IMHO, in grado di comunicare con estrema nitidezza l’esplosività e la caducità della creatività umana. Andare in giro per il mondo, in luoghi suggestivi, desolati e remoti per far esplodere nuvole di gas dai colori vividi.

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Tali “opere d’arte” esistono giusto il tempo che il vento non le disperda, sono spesso osservate solo dai fotografi stessi (che le devono pur documentare fotograficamente per dare un senso alle loro opere ed ala loro lavoro) e non sono, una volta innescate, controllabili.

Un’arte caduca ed esplosiva. Opere d’arte solo iniziate dall’uomo e fatte evolvere dalla natura che fa anche da cornice suggestiva e contrappone la sua calma/stasi allo scoppio d’arte. In scenari poi post-industriali le opere rendono ancora meglio; sia per la contrapposizione fra i colori vividi delle nubi e quelli smorti dello scenario sia per l’antitesi fra l’energia che comunicano e l’ormai statico contesto.

Davvero ben pensato.

WU

Carne in provetta

Di sicuro un nome più accattivante è determinante. Mangereste mai qualcosa che si chiama “carne sintetica” o “carne da laboratorio”? Diciamo che se fosse qualcosa tipo “supperfood3.0” di certo avrebbe più chances. Ma poi (e faccio un po’ l’avvocato del diavolo) ha senso usare la parola “carne”? Sminuisce un po’ quella originale con tanto di mucco dietro?

Ok, con calma. Stiamo effettivamente parlando (cioè, io sto effettivamente blaterando) della strada che deve ancora percorrere il risultato di colture cellulari cresciute in laboratorio per arrivare sulle nostre tavole come alternativa alla carne animale.

Indipendentemente se in questo momento state facendo una smorfia di disgusto o uno slurp di apprezzamento, le autorità regolatorie statunitensi dell’agricoltura e della diffusione degli alimenti (USDA e FDA) hanno di fatto dato il nulla osta alla commercializzazione di questo “alimento”.

La produzione di questa “carne” ha ora un iter ben definito ed entrambe le agenzie lo supervisioneranno e controlleranno al fine di ottenere sinte-carni certificate sulle nostre tavole. In particolare l’Fda si occuperà della raccolta e della conservazione delle cellule, quindi della loro crescita e della differenziazione. L’USDA avverrà invece durante la fase di raccolta delle cellule e si occuperà di produrre effettivamente l’alimento ed etichettarlo. La cosa positiva (che vedo io) è che stiamo parlando di agenzie già in essere e di regolamentazioni già esistenti e non di dover metter su legislazioni dedicate ex-novo (… il che fa perdere però un po’ di esoticità al fanta-alimento).

Le cellule coltivate in vitro sono sostanzialmente cellule muscolari animali (… e ne servono veramente tante…), possibilmente con una buona percentuale di cellule grasse tanto per dare alla pseudo-carne un sapore più “tradizionale”.

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Ora che “la carta è a posto” ci aspettiamo di poter masticare (non voglio sbilanciarmi sul sapore per questo cerco di non usare il verbo assaporare) la “carne” già nel 2020. Il primo hamburger sintetico risale in effetti al 2013 quando un il primo pezzo di carne sintetica fu “degustano” da palato umano come risultato di due anni di lavoro (tralasciando il costo di 325.000$ per circa un etto, ma d’altra parte volete essere i primi o no?!).

Da allora start-up più o meno serie e titolate (fra cui la olandese Mosa Meat, fondata dallo stesso Post… il ricercatore che servì il primo incriminato hamburger) si sono messe al lavoro sul prodotto subodorando quello che condivido essere un vero business. Ora pare (PARE) che siamo attorno a 700 €/kg per la carne-coltivata; altino per tutte le bocche, ma decisamente un grande passo avanti verso la commercializzazione al dettaglio.

Secondo la coldiretti e la Cia-Agricoltori in Italia il “prodotto” non è propriamente ben visto e secondo i loro “sondaggi” (lasciatemi il beneficio del dubbio) circa il 75% di noi non sarebbero disposti, indipendentemente dal prezzo, ad acquistare la carne-elaborata.

Io personalmente non avverto (in questo caso meno che mai) problemi di natura etica nell’adozione di questo tipo di carne; qualche dubbio su eventuali ripercussioni sulla salute (specialmente a lungo termine) ce lo avrei, ma se fossi mai stato intervistato circa l’adozione sul mercato di questa new-entry di certo non mi sarei dichiarato contrario.

Pensiamo in fondo di poter sostenere l’allevamento e la macellazione, indipendentemente dalla crescita della popolazione umana (senza voler toccare il tasto di chi già oggi non può avere una fettina di carne)? No, per il momento l’opzione “tutti vegetariani” non è per me la soluzione (ammesso che sia veramente un’alimentazione sostenibile).

WU

Il tizio che legge il telegiornale

Con l’evoluzione della tecnologia ci sono molti lavori che praticamente non esistono più. Non mi metterò a fare la lista, ma è abbastanza ovvio che progredendo con lo sviluppo tecnologico ci possiamo sollevare sempre più di mansioni routinarie, poco appaganti o che comunque afferiscono ad un mercato/società che non è più attuale.

Di per se questo potrebbe essere un bene… a parte l’evidente perdita di alcune professionalità (cosa che, temo, si verificherebbe comunque data la pulsione delle nostre e delle nuove generazioni a riprendere vecchie maestranze) e la perdita di posti di lavoro in uno specifico settore (che, sperabilmente, dovrebbero essere recuperati altrove, soprattutto considerando l’espansione del benessere e del mercato che consegue l’introduzione di nuove tecnologie nella filiera produttiva).

Ok, ok, sto parlando stile “libro stampato” o “formazione aziendale” rimanendo di proposito vago. Date pure libero sfogo alla vostra fantasia pensando a ciò che sapevamo fare (beh… magari non noi come singoli individui) e non sappiamo più fare oppure a tutti i lavori “uccisi” dalla tecnologia.

Immagino/credo/sfido che nella vostra lista non abbiate annoverato il “tizio che legge il telegiornale”.

Attenzione attenzione, consentitemi una precisazione. Tali figure, benché anche oggi con formazione (spesso, spero) giornalistica li identifico di proposito con un termine diverso da giornalista. Sono dell’idea che la diffusione di internet e dei social abbia già condannato la professione del giornalista, ma non immaginavo quella del “tizio che legge il telegiornale”. Che bisogno abbiamo di un giornalista/inviato che ci faccia da filtro alla notizia del giorno se basta un tweet oppure un video amatoriale a testimoniare l’episodio? Perché dovremmo aver la necessità di un layer intermedio fra l’evento e la popolazione per informare tutti? Un po’ come il ruolo delle banche nella gestione delle cryptovalute, IMHO il giornalista è una di quelle figure che potrebbe non aver grande futuro… almeno per come la intendiamo ancor oggi (magari, anzi certamente, servirebbe qualcuno che verifica le fonti oppure colleziona punti di vista diversi, ma lasciatemelo dire, oggi mi paiono più attività da “cronista d’assalto” “approfondimento” “tribune di qualche forma” piuttosto che da giornale).

Ad ogni modo, polemica e divagazioni a parte, il “tizio che legge il telegiornale” credevo volessimo tenercelo… ma evidentemente non la pensa così Xinhua… e la cosa ha anche molta più rilevanza delle opinioni del sottoscritto.

Move over, humans. Other humans need to hear the news, and they’ll be damned if they let that information be relayed by like-minded mortal beings. Chinese State media network Xinhua is ready to tackle that problem, with their very first English-speaking “AI news anchor”, a glorified computer program who looks forward to “bringing you the brand new news experiences.”

L’agenzia televisiva, infatti, preferirebbe dei “tizi che leggono il telegiornale” che non sbaglino mai, che lavorino 24 ore al giorno, che non diano segni di stanchezza e, perché no, più economici (oltre che magari non vogliono un sindacato, non si ammalino, non facciano trapelare informazioni personali, etc. etc.).

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I colleghi virtuali sono disegnati seguendo le sembianze di colleghi reali (anche per minimizzare “i turbamenti” del pubblico, immagino) e sfruttando tutti i recenti sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’idea non è quella di creare un robot, ma un collega virtuale (rabbrividisco).

Anzi, la Xinhua è già oltre; i “tizi virtuali che leggono il telegiornale” sono di fatto diventati parte del corpo redazionale dato che stendono autonomamente (immagino/spero che poi vengano riviste da carne e cervello) notizie semplici, come ad esempio l’andamento dei mercati azionari.

Il progresso deve andare avanti (e vabbè), scenari distopici ne possiamo immaginare a iosa, ma mi chiedo: con tutte le cose che potevamo evitare di fare noi proprio da qui vogliamo partire? Le altre le abbiamo già fatte? Non mi risulta che esista un robottino ad AI che sia in gradi di raccogliere i pomodori magari riconoscendo quelli maturi da quelli non.

WU

PS. Se volete deliziarvi con la prima apparizione pubblica del “news anchor”…

Please Hold on

La nostra dipendenza da smartphone è ormai cosa conclamata… anche se devo ammettere anche per me rimane abbastanza oscuro cosa ci facciamo di preciso. A volte ho addirittura l’impressione che gente fissi lo schermo nero o la schermata delle app…

Ad ogni modo c’è chi è riuscito ad avere un’intuizione: cosa succederebbe se il premio fosse nel non utilizzo? Mi spiego; possiamo immaginare un sistema di ricompense (…ovviamente rigorosamente associato ad una app da installare sul telefono) che ci premia quando lasciamo in pace il nostro smartphone?

Ed è proprio quello che si sono inventati un gruppo di studenti norvegesi con Hold… attendere, in fondo. Praticamente un premio se ci tratteniamo dal compulsare i nostri social, profili, contatti, giochini ed ogni cosa mediamente te inutile che facciamo con il telefono decine (solo ?) di volte all’ora.

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Praticamente l’idea è istallarsi la app e poi continuare ad usare il telefono come di consueto. Nessuna “punizione” e/o variazione per chi usa lo smartphone con la solita foga, ma se l’utente è in grado di trattenersi per venti minuti di fila inizia ad accumulare punti fino a poi poter “incassare” un premio (biglietti di qualche forma).

L’idea sta avendo effettivamente un discreto successo, e vale la pena dire che il campione di utilizzo non è costituito da vecchietti totalmente avulsi dal mondo della tecnologia – che d’altra parte non vedo perché dovrebbero istallarsi l’app – ma da giovani e studenti, quindi direi soggetti nel pieno della smania da smartphone (o no?).

Ora, regolamenti a parte (…in Italia stiamo insistendo nel volerli tollerare nelle scuole indipendentemente dalle varie circolari che si aggirano), la verità -IMHO- è che il progresso tecnologico esiste e va in qualche modo integrato nella nostra vita quotidiana più che demonizzato. Anzi, proprio i divieti sono fonte di rigetto e ribellione. L’idea di Hold è un modo come un altro per far leva sul nostro “istinto al gioco”, per sfidarci e magari prendere di conseguenza l’abitudine di usare lo smartphone in maniera più ponderata. Non dico solo in caso di necessità, ma neanche a sproposito quando abbiamo possibilità di fare cose “nella vita reale” e parlare con gente che passeggia accanto a noi. “In medio stat virtus” e qualche premio ogni venti minuti ci può aiutare a trovare il medio… e la virtus.

WU