Octave Monjoin: siamo la nostra memoria

Era il primo febbraio del 1918. La WWI era ormai alle spalle (da pochissimo, in effetti). Alla stazione di Lyone scese dal treno un uomo. Evidentemente un reduce di guerra, assieme a tanti commilitoni. Disorientato, traumatizzato. Senza documenti, senza averi. E senza memoria.

All’uomo fu subito chiesto chi fosse, da dove venisse, dove andasse (neanche uno possa sapere tutte queste cose…). Vuoto; con una diagnosi di demenza precoce ed amnesia post-traumatica. L’uomo era evidentemente uno dei soldati traumatizzati dalla guerra (uno come tanti, tantissimi) rientrato in Francia neanche fosse guidato da un qualche automatico istinto.

Nessuno a reclamarlo, nessun nome da diffondere. Il misterioso militare fece un po’ la spola fra un ricovero ed un altro prima di “ricordarsi” il suo nome che, almeno secondo lui, suonava più o meno come Anthelme Mangin. Con questo nome e con una sua foto si iniziò finalmente a cercare una famiglia, un parente, un conoscente, qualcuno a cui quest’uomo potesse ricongiungersi.

OctaveMonjoin

La cosa sorprendete fu che in breve tempo, dopo la diffusione di questo nome e della sua foto oltre 300 famiglie (!) si fecero avanti reclamando “il loro caro Anthelme Mangin!”. La diffusione delle informazioni del primo dopoguerra non era il massimo ed un po’ tutti volevano riabbracciare qualche caro, se non altro per illudersi di non averlo perso in guerra. Mangin era il reduce di tutti, e di nessuno.

Fu trasferito dapprima a Rodez dove una famiglia sosteneva di aver ritrovato il loro figlio scomparso in guerra. Ma nessuno degli amici e parenti “di un tempo” riconobbero in fondo l’uomo e lui stesso continuava a non ricordare nulla. Uno sconosciuto fra sconosciuti (epopea dei tempi moderni, ma mi cheto).

La cosa passò sul livello di analisi biologiche che confermarono la non-parentela con la famiglia di Rodez. Nel 1934, dopo un ulteriore “round di ricerca” ed una scremature dei candidati più verosimili, Mangin fu accompagnato a Saint-Maur. Li Mangin camminò autonomamente dalla stazione fino alla casa della famiglia Monjoin, che effettivamente lo aveva “reclamato”. Non riconobbe gli abitanti della casa, ma notò il diverso aspetto del campanile della chiesa del villaggio (effettivamente modificato a seguito di un fulmine).

Le autorità riconobbero effettivamente nel misterioso soldato Octave Monjoin ma alcune lungaggini burocratiche nei confronti degli altri “pretendenti” non resero così agevole l’assegnazione del reduce alla famiglia Monjoin. Quando finalmente Octave fu affidato alle cure del padre e del fratello, nel 1938, entrambi erano ormai morti (senza troppi traumi per il povero Octave che non recuperò mai la memoria). Octave finì la sua vita nell’ospedale psichiatrico di Sainte-Anne a Parigi dove si spense nel 1942.

Ancor oggi le spoglie di quest’uomo giacciono sotto una pietra con su scritto Octave Monjoin, sperando che giustizia gli sia stata resa ed almeno il tempo abbia portato la pace a questo reduce.

WU

Zelota

Dall’evidente radice di zelo, zelante. A sua volta di origine greca dal significato di ammiratore, seguace. Con una accezione nella direzione di emulazione, fanatismo.
Lo zelota è colui che segue scrupolosamente (ed a tratti bovinamente) un precetto o un’istruzione. Un passo prima del fanatico radicale, un attimo dopo il fedele ed il praticante (non solo con accezioni religiose).

Il termine nasce all’inizio del I secolo d.c. per identificare i membri di una associazione politico-religiosa (binomio particolarmente interlacciato sin dalla notte dei tempi, evidentemente) costituita da elementi che seguivano la legge ebraica in maniera particolarmente zelante e che erano pronti a conseguire l’indipendenza della Giudea con ogni mezzo (i.e. armi alla mano).

Gli zeloti (quelli originali) erano i difensori dell’ortodossia ebraica, quelli che chiameremmo oggi integralisti. Gli “invasori” da combattere erano i romani. Una specie di terroristi-sovranisti ante litteram (tanto per il ciclo “corsi e ricorsi storici”) che partono da locali violenze (tipicamente nei ceti meno abbienti) per arrivare a vere e proprie rivolte.

Oggi gli zeloti mi pare si mascherino bene, ma non siano meno presenti. Mi pare si camuffino, neghino, dissimulino (non vedremo uno zelota sulla croce, al più lo vedremo suicida dopo questo o quel massacro), ma abbiano sempre un invasore da combattere (“neGro, eBBreo, Comunista!”) concentrandosi più sui “maneschi” mezzi che sulle motivazioni che li spingono al gesto. Diciamo che li vedo un po’ come una sorta di automi che imparato un dettame lo portano avanti staccando il cervello.

L’unico (beh, forse il principale) dubbio che mi resta è come si identifica il limite fra zelante e zelota. Come si capisce quando si è fatto il passaggio? Come si diventa uno zelota in qualcosa? è colpa di un leader errato? di convinzioni superficiali? di fanatismo che nasconde povertà di idee?

WU

PS. La bibbia è piena di richiami a Zeloti (Giuda Iscariota, Simone il Carnaneo, Simone detto Pietro, etc.), anche se il termine in se compare solo due volte.

Il 24mo ciclo che volge alla fine

Che questo 2020 avrebbe avuto qualcosa di strano era scritto nelle stelle. Letteralmente. Almeno nella nostra, di stella.

Da inizio anno, infatti, il ostro Sole si trova in un periodo di minimo solare, ma un minimo veramente basso… almeno a giudicare (per quel che abbiamo capito) dal numero di macchie solari su esso presenti.

Che il Sole fosse (o si avvicinasse) ad un periodo di minimo lo sapevamo da anni. Nel 2016 il Sole ha passato 32 giorni senza macchie, nel 2017 i giorni “puliti” (neanche fosse un tossico sulla via di guarigione…) sono stati 104 passati poi a 221 nel 2018 e 281 nel 2019. Anni quindi di particolare calma, come si confà ad un periodo di minimo solare in cui l’attività del sole, misurata anche dalle zone turbolente sulla sua superficie, si è andata man mano abbassando.

Durante un ciclo solare il campo magnetico della nostra stella inverte polarità in prossimità del massimo di ciascun ciclo (il ciclo solare magnetico che ha una durata di circa 22 anni), mentre la polarità delle macchie solari cambia da un ciclo ad successivo (quindi come il ciclo solare, con durata di 11 anni).

Ora, nel 2020, siamo già a 90 giorni di assenza di macchie solari in soli 120 giorni (4 mesi). Una specie di record di calma. Il 24mo ciclo solare (già di per se decisamente più debole della media dei cicli solari… paragonabile al “ciclo 6” del 1800) è effettivamente terminato ed il prossimo è in procinto di iniziare.

SolarCycle25

La durata di questa “calma assoluta” sarà evidentemente uno dei metri di paragone della regolarità di questa transizione, ma fatto stà che un periodo prolungato di assenza di macchie così lungo è già per se un evento abbastanza raro. Ci si aspetta che questo “minimo assoluto” continuerà almeno fino a Settembre di quest’anno (anche se qualche piccola macchiolina ce la aspettiamo…) per poi iniziare gradualmente a ricrescere e raggiungere il nuovo picco fra 2023 e 2026.

Ora, uno dei motivi dell’interesse per il numero di macchie solari è certamente scientifico, ma anche molto pratico. Sappiamo bene che l’attività della nostra stella condiziona il nostro modo di vivere (e basterebbe una “eruzione solare” per spegnere gran parte dei nostri sistemi di telecomunicazioni per un bel po…). Tanto per fare un po’ di allarmismo, fra il 1645 ed il 1715 l’attività solare fu molto scarsa (verrebbe da dire simile a quella che stiamo vedendo ora…), con un numero bassissimo di macchie solari (30 macchie osservate in 50 anni rispetto ad una media di 40.000-50.000!). Il periodo prende il nome del “minimo di Maunder” che coincise con un brusco abbassamento della temperatura in tutto il globo, la così detta Piccola Era Glaciale. Pare, inoltre, che durante tale periodo il Sole si espanse un pochino rallentando la sua velocità di rotazione temperatura.

I reali collegamenti causa-effetto fra il numero di macchie solari ed il clima è ancora terreno di ricerca, ma se il Sole continua ad essere così pacifico ancora a lungo qualcosa (qualcos’altro) dobbiamo spettarcelo di certo.

WU

PS. E’ che mi sento ancora un po’ scioccato dai grafici Covid-19 per essere pronto a leggere nuovi picchi, abbassamenti e cicli…

Salineras de Maras: la valle cristallizzata

Il grande impero Incas deve le sue origini a quattro fra fratelli e sorelle nati in una caverna dal dio Wiracocha. Ayar Cachi, uno dei quattro, lanciò un sasso contro una montagna dando origine ad un burrone. Gli altri tre, timorosi della sua forza e del suo potere, lo imprigionarono nella caverna ove era nato condannandolo all’oblio per sempre. Le sue lacrime sgorgano ancor oggi dalle viscere della terra. Beh, questo almeno secondo una leggenda Inca.

Ma le lacrime, si sa, sono salate. Quel che sia l’origine (lacrime o -solo con a una leggerissima probabilità in più- una sorta di sorgente sotterranea ipersalina originatasi 110 milioni di anni fa assieme alle Ande) nel bel mezzo di questa valle (in realtà abbastanza facilmente accessibile, sfruttata fin dal 200 d.c. ed a circa 1.5h di macchina da Cusco) c’è una unica sorgente di acqua altamente salata: Qoripujio (che poi in realtà si divide in qualche centinaio di pozzi naturali…). E l’acqua salina sgorgando in superficie va sfruttata. Specialmente le la cosa accade a 3380 metri di quota, fra le montagne che circondano Maras, Perù.

SalinerasdeMaras

L’acqua viene deviata (già dai tempi degli antichi Incas) in migliaia di piccole piscinette di circa 4 metri quadri ed una trentina di cm di profondità per aumentare al massimo l’esposizione al sole dell’acqua. Il calore fa, ovviamente, evaporare l’acqua, lasciando piscine colme di cristalli di sale che vengono raccolti (a mano, oggi come allora, per mezzo di pezzi di legno depositati nelle piscine da cui il sale viene poi raschiato per essere depositato in piccoli cestini per “l’essiccatura finale”.

Il risultato è stato per anni (secoli) la principale fonte di sostentamento per gli abitanti della valle, oggi la produzione è “concentrata” sul raffinato sale rosa andino e le saliere sono diventate una indubbia attrazione turistica (… oggi ad accesso contingentato dato l’elevata concentrazione di contaminanti ritrovata anche in questo sale… uno dei luoghi a rischio di scomparsa -o almeno profonda mutazione- come conseguenza dei cambiamenti climatici in atto, specialmente antropici… ma mi sono ripromesso di star lontano dal sermone ammorbante..-).

Il sistema idraulico (oltre ad essere fulgida testimonianza della perizia Inca) è estremamente ingegnoso e le varie piscinette possono essere isolate e riempite in base al momento “della raccolta”. Inoltre il sistema a terrazze rende lunga la discesa dell’acqua verso valle facilitando la deposizione del maggior quantitativo possibile di sale.

Si, un posto suggestivo, mozzafiato, panorama “lunare”, setting fotografico di un altro livello, etc. (si, in rete si legge questo genere di recensioni anche se io personalmente lo vedrei bene come set per una prossima avventura di Indiana…), ma anche segno tangibile che con una buona dose di volontà le cose si possono fare, ed anche egregiamente.

WU

PS. Mi fa venire in mente quest’altro posto quà… mi sa che il sale sta diventando uno degli elementi naturali che creano fascino con la sua sola presenza (l’acqua lo sapevamo già).

Ucronia

Dicesi ucornia (adoro questo tipo ti incipit didascalico che poi sfuma in una supercazzola) una sorta di teoria alternativa in cui la reale storia del nostro mondo è rivisitata (per non dire reinventata) assumendo che alcuni eventi non siano mai accaduti o siano andati diversamente.

L’etimo è greco e deriva dalla fascinosa crasi delle parole “non” e “tempo” (sulla scia di utopia che è “non” e “luogo”), ucronia si colloca quindi in “nessun tempo”. Appunto.

Una fantastoria storica la definirei. Cosa ci sarebbe accaduto se questo o quell’evento storico fossero andati diversamente? Se l’impero romano non fosse mai caduto? Se la WWII fosse stata vinta dai nazisti (beh… questo è facile)? Se questo o se quello… anche se il punto è che noi siamo qui a domandarcelo esattamente perché non è successo. E se lo fosse non sarebbe, per definizione, un’ucronia.

L’uconia è un terreno molto fertile per poeti, scrittori, sceneggiatori, etc. Lo è sempre stato. Abbiamo una pletora di film “ucronici” e, tanto per fare un esempio, 1984 di Orwell (scitto nel 1948) non è altro che la descrizione di un’uconia. Non sono bravissimo (e neanche bravo) con le serie televisive, ma mi ci gioco la mano di Scevola che ne esiste almeno una descrivente un’uconia.

Fantasticare mi (ci) piace, la storia come la conosciamo ci sta a tratti stretta, essere in un certo stato ci spinge quanto meno a porci domande su cosa sarebbe stato se…, tutto ciò mi porta a considerare l’uconia come un interessante banco di prova per la nostra fantasia e le nostre frustrazioni (ciò che ci sta stretto in questa realtà è qualcosa vorremmo vedere almeno diverso se la storia avesse preso un altro corso). Si, un vezzo da fumettista incallito, ma con una base di verità che mi strappa una riflessione oltre che un sorriso.

Tanto per farvi due “risate” e due “riflessioni” ecco cosa sarebbe successo (…beh, almeno secondo qualcuno che sta vivendo in un’altra storia…) se Cristoforo Colombo non avesse mai scoperto l’America, anzi se non avesse trovato assolutamente nulla.

Le uconie sono ovviamente non univoche, ma mi chiedo se poi tutte le “linee temporali” (e mi sento Doctor Strange…) siano veramente diverse a seconda di singoli eventi andati diversamente o se poi “il destino” “Dio” “i casi della vita”, qualcosa insomma, non tenda a far riconfluire alcune evoluzioni temporali lungo evoluzioni storiche affini se non proprio uguali.

WU

PS. Ovviamente il passaggio ad un qualche distopico futuro è piuttosto che semplice, a tratti anche banalizzante.

L’albero delle oche

In questi giorni di Pasqua-nonPasqua mi sono impelagato in una serie di “miti” riguardanti questa ricorrenza per il semplice gusto di elucubrare su cosa diranno fra cent’anni della Pasqua 2020 e quale “mito” potrebbe essere ad essa associato.

Ovviamente, partendo a questo (di certo non nobile) scopo mi sono perso su questo o quel mito che mi hanno particolarmente colpito. Ed ho eletto il mio personalissimo vincitore con “l’albero delle oche”.

Le oche non sono animali, bensì i frutti di un albero. E si possono dunque mangiare durante il periodo quaresimale. O almeno lo si poteva fare nel tardo Medioevo (o forse anche oggi… ammesso che vi sia ancora chi rispetta in maniera ferrea l’astensione dalla carne – e dalle tentazioni?- durante la quaresima).

Dai, non possiamo dargli tutti i torti… l’europa conosceva sostanzialmente solo “l’oca facciabianca” (o barnache) che è un uccello migratore. Non si riproduce alle nostre latitudini, bensì solo nel nord Europa ed anche in luoghi parecchio impervi. I nostri avi si vedevano quindi arrivare stormi e stormi di oche, specialmente nel periodo marzo-aprile, senza aver visto ne un pulcino ne un uovo. Se poi ci aggiungi che nel’ottocento non sapevano neanche cosa fosse la migrazione degli uccelli… viene abbastanza naturale pensare che “le oche crescessero sugli alberi” ed in quanto vegetali fosse consentito mangiarli durante la quaresima.

Certo l’albero delle oche non fu mai individuato, ma possiamo anche dire che era un dettaglio… anzi, in parte la prova necessaria fu costruita ad-hoc. Sulle spiagge, infatti, si trovavano di frequente resti di legname ricoperto da cerripedi (crostacei filtratori che si aggrappano un po’ dove capita). Beh, l’aspetto di tali “relitti” assomigliava nella forma e nel colore a resti di “legno d’oca” con i cerripedi che, ad un occhio che vede ciò che cerca, sembrano piccolissime ochette attaccata al legno. Da qualche parte dovevano quindi esistere piantagioni di alberi -o una serie di pezzi di legno alla deriva nell’oceano- da cui pendevano oche perfettamente formate e che una volta matura si sganciavano dai loro rami per volare sui nostri cieli (e sulle nostre tavole).

Permutando (assolutamente fuori contesto) una grande citazione “un volta escluso l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, non può che essere la verità” e per i nostri predecessori l’albero delle oche era abbastanza improbabile quanto veritiero.

WU

PS. Si dovette aspettare Papa Innocenzo III che nel 1215 emise una bolla contro questa pratica… anche senza essere profondamente convinto della natura animale delle oche. E soltanto nel 1751 un botanico inglese, John Hill, scrisse un articolo scientifico che smentiva la credenza. D’altra parte anche di recente tronchi carichi di cerripedi sono stati facilmente etichettati come “alieni”…

PPSS. L’eco di questa credenza sopravvive ancora in un paio di nomi scientifici di due specie di cirripedi, entrambe descritte da Linneo nel 1758: la “Lepas anatifera” e la “Lepas anserifera” che suonano più o meno come “patella portatrice di anatre” e “patella portatrice di oche”.

Poyekhali!

Era il 27 Marzo del 1968 quando le radio Russe parlavano cosi: “Il primo uomo nello Spazio, il russo Yuri Gagarin, è morto in un misterioso incidente aereo: sono trascorsi solo 7 anni dalla sua storica impresa”.

L’impresa di cui si parla, datata 12 Aprile 1961 era una di quelle cose per cui si rimane nella storia, per cui si alimenta la fantasia delle generazioni a venire; insomma una di quelle cose per cui vale la pena vivere. Ah, e durò 108 minuti appena (beh, certo, gli anni di preparativi sono molto meno eccitanti da ricordare…).

Gagarin

Gagarin nacque il 9 Marzo del 1934 in un piccolo villaggio a circa 200 km da Mosca. La sua istruzione fu interrotta nel 1941 dalla guerra e Gagarin si iscrisse all’aeronautica. Prese il suo brevetto e si iscrisse come volontario ad un non meglio specificato “programma per pilotare un nuovo tipo di apparato”.

Dopo una quindicina di anni di accademia aeronautica ed allenamenti speciali, nel 1961 Gagarin si sedette a bordo della capsula Volstok 1 e questa era a sua volta seduta su un bestione pronto ad esplodere: il vettore Semyorka, sostanzialmente un razzo bellico malamente riconvertito.

La Volstok 1 (Orizzonte, in russo) era una minuscola (4,7 tonnellate,alta 4,4 metri), poco rassicurante e piena di luci e bottoni capsula spaziale. Composta in due sezioni: una per ospitare il cosmonauta e l’altra con moduli di servizio e serbatoi per il rientro. Aveva a bordo cibo per dieci giorni in caso di avaria dei retrorazzi, era dotata di tre oblò e di un sedile eiettabile che era quello che doveva effettivamente salvare la vita a Gagarin (non si prevedeva che il cosmonauta rientrasse con la capsula).

Alle ore 09.07 del 12 Aprile (con una moglie ed una figlia di meno di due mesi a casa), con l’adrenalina che gli scorreva nelle vene, Gagarin pronuncio il suo poyekhali! (andiamo!). La storia era cambiata.

La capsula fu inizialmente indirizzata verso la Siberia, sorvolò il Pacifico e più o meno all’altezza dell’Africa fu iniziata la manovra di rientro. L’altitudine massima raggiunta fu di circa 302 chilometri ad una velocità di 27400 chilometri orari.

Al suo rientro Gagarin era già una specie di eroe, era il simbolo del progresso, era la soddisfazione della Russia (che a quell’epoca voleva dire il marchio che il paese era più avanti tecnologicamente -e quindi potenzialmente bellicamente- degli Stati Uniti). Gli furono riservate le onorificenze del caso e diventò una personalità che viaggiava in giro per il mondo per tenere seminari ed incontrare delegati, principi, consoli, etc.

Gagarin voleva tornare nello spazio, ma la Russia non poteva rischiare di perdere il suo simbolo: la sua carriera da cosmonauta, durata meno di due ore, era finita. Gagarin non la prese benissimo e per qualche anno si abbandonò a sregolatezze e depressioni, ma alla fine chiese di essere riammesso almeno a pilotare aerei militari. Anche questo gli fu negato (ancora troppo rischioso) e venne riconvertito a pilota di jet.

Durante un volo a bordo di un jet, il 27 Marzo 1968 (nato e morto nello stesso mese), Gagarin perse la vita: il suo MiG-15 UTI entrò in avvitamento ad alta velocità per sfracellarsi al suolo.

Le teorie complottistiche ovviamente abbondano: si va da una manomissione del jet per sabotare l’uomo simbolo della Russia, ad una manovra sbagliata per evitare un pallone meteorologico ad una seconda missione spaziale segretissima.

Funerali di stato, bandiera nazionale, commemorazione trasmessa per mezzo (se non tutto) mondo e poi solo il suo ricordo: il primo uomo andato, e soprattutto tornato, nello spazio. La sua immagine è ancora oggi oggetto di culto e venerazione (da francobolli e pellegrinaggi a scuole di volo a lui intitolate), la sua tristezza dopo aver visto la Terra da lassù è morta con lui.

WU

Di pandemia in pandemia

Sempre sulla scia “pandemia si, ma non troppo”, ho visto oggi questa “simpatica” infografica che mette un po’ in serie ed in scala le varie pandemie della storia (che scopro essere ufficialmente 20 anche se qualcosa mi dice che ve ne sono parecchie altre che sono passate sotto traccia).

Pandemie

Spiccano, ovviamente:

  • La morte nera (e non quella di Star Wars): originatasi nei ratti e poi passata agli uomini a mezzo di pulci infette (coadiuvate da un periodo con condizioni igienico-sanitarie discutibili). Ha fatto fuori mezza europa e ci sono voluti qualcosa come 200 anni al Vecchio Continente per riprendersi… medaglia nera per numero di morti.
  • Vaiolo (smallpox): si stima abbia ucciso il 90% dei nativi americani oltre a far fuori circa 400.000 persone all’anno! La spinta definitiva a creare il primo vaccino fu proprio per combattere il vaiolo. La prima (ed in scarsissima compagnia) malattia eradicata nella storia dell’umanità.
  • Influenza spagnola e peste di Giustiniano: hanno fatto fuori, in epoche ben diverse, fino a 50 milioni di persone (e per la cronaca si tratta dello stesso ceppo batterico che causò secoli dopo la peste in Europa). Ovviamente nel caso della peste di Giustiniano i dati sono parecchio confusi e contrastanti, ma fu di certo un evento che segnò il crollo dei simboli dell’impero bizantino sancendo il passaggio dall’antichità al Medioevo. La Spagnola, invece, fu una pandemia con un tasso altissimo di mortalità. L’origine non è chiara (di certo non nacque in Spagna…) e fu scatenata dal virus N1H1, lo stesso della Suina…
  • HIV/ADS: che dire, uno degli spauracchi degli anni ’80; ancora non debellata (se mai lo sarà) ed una infezione virale che da parecchi grattacapi a medici e ricercatori (retovirus particolarmente aggressivo e benché vi sono diversi vaccini candidati una vera cura alla malattia non è ancora stata trovata). Originatasi molto probabilmente, nelle sue due varianti, dagli scimpanzé ha ben nota trasmissione sessuale o ematica.
  • Covid-19: on-going, certo, ma ancora un novellino a confronto (ed egoisticamente spero davvero lo rimanga “a vita”).

Altro dato interessante nella caratterizzazione di fenomeni pandemici è il cosiddetto R0 (ho sentito milioni di esperiti-virologi-improvvisati-con-lettura-sommaria-su-Google in questi giorni ripeterlo e fingendo di padroneggiarlo) che è sostanzialmente un coefficiente del modello di propagazione dell’infezione (modelli quasi tutti basati su andamenti esponenziali o logistici) che ci dice quante persone in media potrebbero essere infettate da un singolo soggetto infetto. Se minore di 1, l’epidemia tende velocemente a regredire, se pari ad 1 può succedere un po’ di tutto, maggiore di uno indica che bisogna mettere in pratica metodi contenitivi per evitare il dilagare dell’infezione.

R0

Palma d’oro al morbillo, seguito da vaiolo e rosolia (e fin qui, contiamo una malattia debellata e per le altre due un vaccino consolidato). Anche fuori dal podio abbiamo parotite, SARS, Covid-19 (anche se di questo specifico numero non è che siamo ancora sicurissimi…), Ebola (con un tristissimo 2.0…), Influenza (ceppo che annualmente si diffonde praticamente in tutto il mondo, fortunatamente non particolarmente mortale, ma decisamente un ottimo candidato pandemico) e MERS (la meno infettiva fra queste che ha mietuto “solo” 850 morti dalla sua comparsa).

The more civilized humans became – with larger cities, more exotic trade routes, and increased contact with different populations of people, animals, and ecosystems – the more likely pandemics would occur.

Non voglio fare il pessimista, ma non sarà di certo l’ultima.

WU

lorem ipsum

Tutti (oso?) lo abbiamo scritto o almeno letto una volta nella vita. Non sappiamo di preciso che vuol dire (ed in fondo non ci importa) e solo alcuni saprebbero rispondere all’impronta circa l’autore.

E’ una specie di caposaldo di ciascun tipografo, redattore, impaginatore, novello o professionista. Da chi fa le sue trasparenze per la discussione della tesi, a chi impagina un giornale, a chi mette su il suo blog (no, non questo… 🙂 ).

Dove metto il testo? Di che dimensione? Come apparirà? Estensione, impaginazione, ingombro, etc.? Domande tipo queste, ben prima di riempire il nostro operato di contenuti, richiedono immancabile un ricorso al lorem ipsum. Anzi, al lorem ipsum lorem ipsum lorem ipsum lorem ipsum.

Un testo lungo, senza un significato specifico, facilmente riconoscibile, composto da lettere abbastanza ben distribuite che ricorrono più o meno con la stessa frequenza con cui compaiono le lettere dell’alfabeto inglese e che dia sostanzialmente il colpo d’occhio grafico di come sarà una certa impaginazione. “no meaming, real text, worldwide”

Lorem ipsum dolor sit amet” se vogliamo essere leggermente più completi (oppure parole a caso che possano sembrare latineggianti, come d’altra parte lo è lorem ipsum estratto casualmente da un testo di ben altro calibro). Sono certo che lo scopo di Cicerone nel “De finibus bonorum et malorum” non fosse quello di coniare un “placeholder” universale, ma piuttosto disquisire circa il confine fra il bene ed il male, poi si sa i casi della vita…

Sono circa 60 anni che lorem ipsum è diventato sinonimo di “qui ci va qualcosa”, anche se non esiste una data ed un contesto certo in cui il dittongo ha assunto il suo ruolo. Ed è anche affascinante notare come lorem ipsum è sopravvissuto al passaggio dalla carta stampata ai contenuti informatici (ancora oggi molti database hanno questo testo come esempio o come funzione di auto-riempimento); anche in questo caso il motivo è tutt’altro che noto.

Oggigiorno, tuttavia, del dittongo se ne è abusato in lungo ed in largo. Se da una parte la genericità del testo è la sua forza e minimizza le distrazioni dagli aspetti tipografici e visuali, dall’altro lorem ipsum tende a sminuire il valore della “casella di testo”, come dire “si, qui ci va qualcosa, ma non è importante”. Non si commenta un lorem ipsum, non ci si presta attenzione, si fa semplicemente un Ctrl+C, Ctrl+V et voilà, finita l’attenzione. Non è un testo comunicativo e tende a favorire l’impatto visivo rispetto al contenuto.

Certo il suo lavoro lo fa egregiamente, ma forse è proprio il suo lavoro che va ridiscusso. Anche nei contesti più tipografici qualche accenno significativo su cosa dovrebbe andare in una data cella non sarebbe male: un indice, una descrizione sommaria, delle parole chiave, etc. Come sempre non è lo strumento il problema, ma l’abuso che se ne fa ed in questo caso più che in tanti altri, semplicemente perché è più facile e sbrigativo… minimizzando effettivamente l’attenzione da dedicare all’effettivo contenuto della casella.

Lorem ipsum (che in realtà è come avevo iniziato a riempire questo post)

WU

PS.

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[Cicerone, De finibus I, 32-33] … grassettando le lettere (a caso, ma non per colpa mia) dalle quali la versione più diffusa del testo completo che segue il classico lorem ipsum è tratta.

Typhoid Mary

Mary era una donna di origini irlandesi, emigrata nel 1884 negli Stati Uniti. Tra il 1900 ed il 1906 inizio a lavorare a New York come cuoca presso varie famiglie dell’alta società. Nel 1906 si trasferì a Manhattan e poi a Long Island.

Mary doveva essere abbastanza brava a cucinare dato che i sui impieghi erano continui e sempre in famiglie benestanti -avvocati, banchieri, etc.- con condizioni di vita molto agiate ed anche condizioni sanitarie che si distinguevano rispetto alla media del tempo. Mary cambiava spesso lavoro e passava di famiglia in famiglia allontanandosi tipicamente quando qualcuno in casa si ammalava. Febbri alte e diarrea in una inquietante ricorrenza.

Nel 1906 dopo l’ultimo caso di malattia in una delle famiglie (Warren) dove Mary lavorava la cuoca prontamente se ne andò in cerca di un nuovo impiego, ma il padrone di casa, ovviamente preoccupato per la salute delle figlia malata, chiamò un “ingegnere sanitario” (non so di preciso che figura sia…) per cercare di capire le cause e la natura della malattia.

Soren, l’ingegnere, non ci mise tanto a capire che la figlia dei Warren era malata di tifo e ricostruendo gli spostamenti di Mary grazie all’ufficio di collocamento, che in tutte le famiglie in cui Mary aveva prestato servizio si erano verificati casi di febbre tifoide.

Ora era caccia a Mary.

Quando Soren trovò Mary (ancora impiegata presso un’altra famiglia… cambiando identità per evitare di far ricostruire la scia di malattie del suo passato…) gli illustrò la sua teoria: Mary era una portatrice sana di tifo.

Mary non reagì affatto bene “all’accusa” e si rifiutò di fornire campioni di feci o urine per confermarla o smentirla. Mary voleva continuare a fare il suo lavoro, ma ormai Soren aveva allertato un po’ a tutti i livelli gli uffici sanitari di New York. Servirono oltre “l’ingegnere”, una dottoressa, un paio di infermieri e tre poliziotti per “convincere” Mary a seguirli. Nel 1907 Mary fu rinchiusa in isolamento nell’ospedale Riverside su North Brother Island.

Mary non era mai stata accusata, incriminata, processata o condannata per alcunché. La “gogna mediatica” si era comunque abbattuta su di lei: la sua faccia però era comparsa sui giornali e circolavano anche vignette su “Typhoid Mary”.

TyphoidMary

Mary sarà stata anche portatrice sana (oltre ad essere una donna in piena salute, grassottella ed energica…), ma aveva una volontà da vendere: ingaggiò i migliori avvocati e tentò cause su cause sostenendo che non esisteva al mondo alcuna legge in grado di giustificare la sua reclusione.

Tuttavia, nonostante fossero stati identificati anche altri portatori di tifo non isolati e benché l’opinione pubblica si fosse un po’ rilassata sulla questione, nel 1909 il giudice valutò eccessivo il rischio di liberare Mary sentendosi in dovere di “proteggere la società dall’eventuale pericolo di una nuova diffusione di contagio”.

Nel 1910 il commissario sanitario di New York cambiò ed il nuovo, sotto pressione per tuta la questione, decise di rilasciare Mary, ma con alcune clausole: non avrebbe potuto lavorare come lavandaia e si sarebbe dovuta recare periodicamente per esami medici. Il dipartimento di sanità le trovò un lavoro come lavandaia.

Mary si sentiva emarginata ed umiliata, iniziò a saltare i controlli medici e non presentarsi a lavoro finché fece praticamente perdere le sue tracce. Per quasi cinque anni continuò a lavorare come cuoca sotto false identità e la scia di febbre tifoide che si lasciava dietro non cambiava. Finché approdò, sempre come cuoca, al Sloane Hospital di New York.

Nel 1915 in questo ospedale si verificò una improvvisa epidemia di tifo e ricostruendo gli eventi si realizzo abbastanza in fretta che la descrizione della cuoca coincideva esattamente con quella di Mary. La cuoca aveva ovviamente fatto già perdere le sue tracce.

Ora era caccia a Mary.

Mary fu rintraccia a casa di una amica in quella che fu una operazione di polizia in grande stile (Siete circondati! Uscite con le mani in alto!). Mary non oppose resistenza e fu riaccompagnata a su North Brother Island, dove rimase fino al giorno della sua morte nel 1938 (che avvenne, fra l’altro, a seguito di un ictus che la costrinse a letto per gli ultimi sei anni).

WU

PS. A parte la tristezza che mi lascia questa storia per una sorte decisamente avversa per questa donna mi stavo ovviamente interrogando su questa smania di trovare (ammesso che esista, cosa di cui sono personalmente parecchio dubbioso) il “paziente zero” dell’epidemia sanitaria in corso. Colpevole o incosciente del contagio? Sano o malato? Curabile (… certo il covid-19 non è il tifo -che per altro è un batterio-)? Come lo tratteremmo nel caso non lo fosse?