C’era una volta la Caveasphaera

Le uniche cose certe sono che è esistita e che ne abbiamo ritrovato dei fossili. Poi di cosa si tratti è una questione tutt’altro che chiusa.

Sono passati circa 19 anni dal primo ritrovamento di fossili di Caveasphaera, ma non ci è ancora chiaro con cosa abbiamo a che fare ed in particolare se abbiamo davanti una scoperta epocale oppure un qualunque abbaglio (parola forse mistificatoria per quei preziosissimi “esperimenti falliti” con cui si gettano le basi per le “grandi scoperte”).

Stiamo parlando di qualcosa che ad occhio nudo è praticamente un minuscolo granello di sabbia. Mezzo millimetro di diametro (ma che abbiamo avuto la bravura non calpestare, ma di identificare quantomeno come oggetto pieno di interesse) che solo osservato ai raggi X rivela la sua vera natura: un groviglio di migliaia e migliaia di cellule. Ah, la datazione lo colloca a circa 609 milioni di anni fa.

Il punto dolente è capire se abbiamo davanti il fossile di un animale o meno. Se confermato potrebbe essere il più antico fossile mai trovato, collocando la nascita degli animali ben prima di quella comunemente riconosciuta come “esplosione del cambriano” che è finora identificata come l’epoca in cui Madre Natura ha deciso di partorire gli animali (“solo” 30 milioni di anni fa…).

L’alternativa è che abbiamo davanti una banalissima e sporadica colonia di batteri. Il divario è enorme e con esso le nostre capacità di capire (riscrivere?) la nostra preistoria.

Quando per la prima volta la Caveasphaera fu osservata in dettaglio ai raggi X quello che si notò fu una specie di stadi evolutivi di un embrione animale. E da qui il sogno della scoperta…

Caveasphaera.png

The organism is notable due to the study of related embryonic fossils (measuring about a half-millimeter in diameter) which display different stages of its development: from early single-cell stages to later multicellular stages. Such fossil studies present the earliest evidence of an essential step in animal evolution – the ability to develop distinct tissue layers and organs

Ma quindi: la Caveasphaera è un animale? Beh, si, forse, o forse no… E quando si è effettivamente verificata la transizione da organismi unicellulari a pluricellulari? Beh, o 600 milioni di anni fa o qualche centinaio di milioni di anni dopo…

La risposta è in un granello di sabbia. Intrigante, indipendentemente dalla risposta (anche se ho come la sensazione che vorremmo chiamare quel granello papà, che lo sia o meno).

WU

L’aereo letale del medico sognatore

E’ uno di quei giudizi tipicamente difficili da dare e quando vengono appioppati mi lasciano sempre la sensazione che siano frutto di una qualche posizione dello scrivente, ma il Christmas Bullet è probabilmente il peggior aereo mai realizzato (anche se, come ci è ben noto, al peggio non c’è mai fine…).

Era il 1918 quando William W. Christmas diede alla luce il suo “Bullet”. Prima di addentrarci un po’ di più sull’architettura dell’aereo facciamo un piccolo excursus sul suo inventore. Innanzitutto va detto che William era un… medico e non aveva alcuna competenza ne diretta ne indiretta nella progettazione di aeroplani. Era evidentemente un personaggio abbastanza visionario e carismatico da inseguire e realizzare (beh, diciamo almeno in parte) il suo sogno e già questo fa, IMHO, di lui una persona degna di nota.

William iniziò a dedicarsi alla progettazione di aeroplani agli inizi del 1900 e dichiarò di averne progettati già due modelli prima del bullet. Entrambi pare andarono persi in un qualche incidente (non meglio definito… inquietante) e di entrambi non vi sono tracce scritte o testimonianze storiche a parte le dichiarazioni del loro inventore.

Nonostante questa aurea (come dire… “di non completa affidabilità del soggetto”), William riuscì a convincere i fratelli McCorey a finanziarlo e la compagnia Continental Aircraft Company a supportare il suo progetto del Bullet (il capo ingegnere della compagnia, Vincent Brunelli -nome che tradisce inquietanti origini italiane- aiutò Christmas nel suo progetto limitandosi, però, al disegno della fusoliera).

ChristmasBuller.png

Il Christmas Bullet era un monoposto completamente in legno, sia nella struttura che nel rivestimento (in un’epoca in cui i rivestimenti erano in tela) per “migliorare le prestazioni aerodinamiche”… tesi ovviamente mai dimostrata dal dottore e mai confermata a posteriori…

Il monoposto montava un motore Liberty L-6 (sei cilindri) che il dottore aveva ricevuto in prestito dalla US Army per… eseguire test a terra…

Il palmare del peggior aereo mai costruito, tuttavia, spetta al Bullet sostanzialmente per la completa assenza di cavi e tiranti che rinforzassero le due ali (la controventatura delle ali, in gergo). Le due ali erano praticamente attaccate solo alla base alla fusoliera (in alto, pergiunta). La caratteristica non era un “errore progettuale” ma una vera e propria “scelta tecnica” del medico che voleva che le ali del Bullet potessero flettersi in volo… proprio come quelle degli uccelli… (le ali di spostavano verso l’alto di circa mezzo metro durante il volo !).

Oltre il discutibile progetto, il Bullet fu anche costruito dalla Continental con materiali di risulta che erano oggettivamente inadatti a sopportare le sollecitazioni durante il volo. Il Bullet vide la luce in due esemplari.

Il primo volò fra il dicembre 1918 ed il gennaio 1919, le ali si staccarono dalla fusoliera ed il pilota collaudatore morì nello schianto (… sotto gli occhi della madre invitata al volo inaugurale… se proprio vogliamo essere macabri e precisi). Il secondo prototipo volò nel maggio 1919 ed anche in questo caso, immancabili, le ali si distaccarono dalla fusoliera causando ancora una volta la distruzione dell’aereo e la morte del pilota (ah, dovette anche cambiare motore quando la US Army si accorse dell’utilizzo improprio del Liberty L-6 ed ebbe notizia che il motore era andato distrutto…).

Il progetto venne quindi, finalmente, abbandonato. Ma la cosa non scalfì più di tanto la “visionarità” (e l’ego) di Christmas. Millantò una serie di richieste ed ordini del Bullet e di brevetti (che non possedeva) nella speranza di trovare altri finanziatori. Pare arrivò ad affermare di esser stato chiamato per ricostruire la decimata flotta tedesca… Christmas continuò nei suoi personalissimi progetti di aeromobili fino alla fine dei suoi anni, ma nessuna altro suo aereo vide mai la luce.

Insomma, aereo e morti a parte (ah, beh…) un millantatore professionista (certamente più che ingegnere professionista) mosso da un suo sogno: costruire aerei. Sogno che purtroppo non fu, credo, curato e seguito nel modo giusto saltando a piè pari tutta la arte noiosa e stancante della coronazione del sogno: duro lavoro e solide basi tecniche… prima di venderlo il sogno, rigorosamente.

WU

Ejiao: sulla pelle degli asini

Non sono uno di quelli che tende a credere a tutto quello che legge o che sente. Ed anche con fonti che considero più o meno serie (o autorevoli come si dice in questi casi) ho spesso un approccio, ingiustamente, scettico. Devo però anche ammettere che non sempre approfondisco, verifico, comparo tanto quanto vorrei sia per tempo che per voglia (ora non voglio fare il solito pippone sulla facilità di accesso alle informazioni dei nostri giorni, ma diciamoci la verità, se non fosse così gli sproloqui stessi di questo blog non esisterebbero…).

Ok, ok, dopo il cappellone di cui sopra, mi sono imbattuto nella storia dello ejiao. Una specie di sancta sanctorum contro tutti i mali, la pozione magica. Ottima contro un po’ tutto: dal raffreddore all’invecchiamento, dalla circolazione del sangue al mal di testa, insonnia, vertigini, emorragie, tosse e chi più ne ha più ne metta.

Stiamo, ovviamente, parlando di alchimie non riconosciute dalla “medicina ufficiale”, ma che affondano le loro origini nella medicina tradizionale cinese: gelatina di pelle di asino.

ejiao.png

Fin qui nulla di poi così strano, se non fosse che l’ingrediente base dell’ejiao è… la pelle di asino. I malcapitati quadrupedi hanno così visto crescere la richiesta della loro pellaccia ed ovviamente la cosa non è stata accompagnata ne da alternative “vegetali” ne tanto meno da allevamenti sostenibili allo scopo.

La vera nota dolente è che la richiesta di ejiao è cresciuta di circa il 20% l’anno dal 2013 al 2016 e non accenna a fermarsi (anche se oggi cresce con ratei un po’ più bassi). Pare che la conseguenza sia stata il crollo della popolazione asinina, che in in Cina è calata del 76% dal 1992 (!), e l’incremento dell’importazione di pelle di asino da altri paesi (prevalentemente Sudamerica).

Non sono chiare, invece, significativi miglioramenti nella salute, a tutto tondo, dei cinesi.

Senza voler dare un giudizio di merito sull’intruglio, sulla sua efficacia o su chi vi crede (o non crede), è chiaro che un tempo era un prodotto riservato a pochi (sostanzialmente le famiglie imperiali cinesi e pochi altri), scalarlo in produzione di massa lo rende facilmente non più sostenibile e richiede, anche anche i “santoni locali” si adeguino ai tempi che corrono.

Questa notizia mi ha colpito forse per il folklore (snobbismo? propaganda?) dell’ejiao associato al massacro di un animale “comune” (l’asino, intendiamoci, non è a rischio estinzione… lo stanno solo massacrando, ah, beh…), ma è solo un fulgido esempio di come il concetto di sostenibilità dipende sostanzialmente dal mercato di riferimento, dalla disponibilità di materia prima e soprattutto dalle condizioni (economiche, ambientali, degli allevamenti, etc.) a cui questa viene procurata. Parlare di sostenibilità guardando solo una parte del ciclo di vita di un qualsivoglia prodotto potrebbe non voler dir nulla.

WU

PS. Oggi su Alibaba a circa 200.00 dollari al chilo (per un ordine minimo di 100 kg…).

PPSS. Ero sicuro che prima o poi sarebbe successo. Subito dopo aver completato il delirio di cui sopra mi è sovvenuto un flebilie ricordo. Era il 27/09/2016 quando mi sono imbattuto per la prima volta nella notizia e mi ci sono messo a blaterare su.

 

L’ingegnere, la sonda e la vita

Questa è una storia che sento ciclicamente da anni, o forse decenni. Non so, onestamente, bene da che parte schierarmi, ma sono convinto che se invece di titoli sensazionalistici e notizie parziali si specificasse che potremmo al più parlare di qualche invisibile microbo marziano e non di forme intelligenti (e mimetiche) la cosa farebbe molto meno clamore.

Per passi.

Siamo stati (beh, sonde e rover, chiaramente) su Marte forse più volte di quante non siamo stati nella fossa delle Marianne (non ne sono certissimo, mi è venuta di getto) ed è chiaro che in passato ha ospitato acqua liquida. E’ chiaro che contiene ghiaccio qua e la. Ed è chiaro che dal suo suolo viene rilasciato metano.

Il metano è uno di quegli indicatori della vita. Una forma biologica vivente (magari microbica) metabolizzando rilascia metano. Non è chiaro (o quanto meno sufficientemente confermato) nessun processo geologico che rilasci metano.

Nonostante questo, nessuno “di rilievo” (ovvero che non sia un cazzaro o un complottista conclamato) ha mai confermato o si è sbilanciato a sostenere seriamente l’esistenza della vita su Marte.

Gilbert Levin fa eccezione. Gilbert è uno ingegnere (di professione) che ha collaborato a diversi degli esperimenti che furono messi a bordo delle Viking (sonde degli anni settanta progettate, lanciate ed operate per le prime esplorazioni del pianeta rosso). Levin sostanzia, tecnicamente, il suo asserto.

Le Viking ospitavano a bordo un Molecular Analysis Experiment che serviva per rilevare il rilascio di anidride carbonica “marcata” da un processo biologico. Tutti i microorganismi terrestri che metabolizzano sostanze organiche, liberano anidride carbonica; almeno qui sulla terra. L’esperimento consisteva sostanzialmente nel prendere un campione di terreno (marziano, ovviamente), spruzzarlo con acqua e nutrienti radioattivi. Se fossero stati presenti dei microorganismi questi avrebbero rilasciato anidride carbonica radioattiva che sarebbe quindi stata rilevata dal Molecular Analysis Experiment.

L’esperimento non rilevò nessuna molecola. Ma continuava a misurare emissioni di metano; rimaste sostanzialmente inspiegabili nonostante diverse proposte.

Levin ha una sua spiegazione. Non si sono trovate tracce di composti organici perché il sistema di rilevazione di allora non era così evoluto, almeno non abbastanza per trovare le flebili tracce di microorganismi marziani. Ragionevole e probabile, quanto meno. Ed aggiunge anche lo stesso esperimento, con lo stesso analizzatore, fu provato a terra (e mi chiedo, ma solo dopo la prova su Marte?) ed anche in questo caso l’anidride prodotta dai microbi terresti (che beh, direi siamo certi esserci…) non fu rilevata.

Levin è un tecnico, non uno scienziato. Per questo, dice (e qui onestamente ci vedo un po’ di vittimismo e mania di protagonismo), le sue tesi non sono considerate abbastanza seriamente. Ma c’è anche da dire che nonostante tutte le volte che siamo andati su Marte negli ultimi quaranta anni, dai tempi delle Viking, non è mai stato più mandato uno strumento che rilevasse traccie di anidride carbonica.

Le cose, in teoria, dovrebbero chiarirsi, con il lancio, previsto il prossimo anno del rover Rosalind Franklin dell’agenzia spaziale europea. Chissà perchè mi aspetto sia l’inizio di una nuova fanta-storia-extraterrestre.

WU

La Grande Adria

Un tempo era la Grande Adria. Un tempo era anche Atlantide, forse. No, chiariamo subito che le due cose (o forse dovrei dire i due continenti, anche se sono più confidente che il termine calzi ad Adria più che ad Atlantide) non coincidono.

Ok, ok, un preambolo un po’ contorto ed involuto (tanto da obbligarmi a rileggerlo) tanto per raccontarvi di questa notizia di qualche giorno fa in cui sostanzialmente ci siamo accorti che in quello che è oggi il Mediterraneo un tempo albergava un intero continente. Una “zolla” di terra a se stante che apparteneva ad una placca tettonica diversa da quella europea e quella africana.

Tutto ebbe inizio qualche milione di anni fa (come fosse ieri…) quando le terre emerse erano fuse in un unico super continente, la Pangea. Ora, senza farla troppo lunga (sia per non banalizzare qualche milione di anni di tettonica a zolle sia per non impelagarmi in discussioni più tecniche di quelle che sarei in grado di sostenere) la Pangea si è suddivisa in due componenti più piccoli: la Laurasia a nord e il Gondwana a sud. Dalla Laurasia nacque l’Europa, il Nord America e l’Asia; dalla Gondwana nasceranno poi Australia, Africa, Antartide, Sud America e … la Grande Adria. Quest’ultima finora rimasta sottotraccia/sconosciuta.

La Grande Adria era un continente grande grossomodo come la Groenlandia (ve la immaginate la Groenlandia in mezzo al mar Mediterraneo?) in origine attaccata all’Africa ed alla penisola Iberica.

GrandeAdria.png

Il suo destino venne segnato fra i 100 ed i 120 milioni di anni fa quando il continente iniziò a sprofondare, Cenerentola fra le due placche ben più grandi che lo spingevano, letteralmente, da tutti i lati. Lo sprofondare della Grande Adria diede vita a tutta una serie di catene montuose, sulla terre emerse (incluse le principali catene montuose in Italia) e nel Mediterraneo (che diventarono poi splendidi isolotti nel Mediterraneo).

Lo studio ha identificato la nascita, la vita e la morte di questo continente identificando la parte sommersa oggi più profonda che giace a 1500 chilometri sotto la Grecia ed identificando pezzi del ex-continente un po’ ovunque ai margini del Mediterraneo inclusa l’Italia su Alpi, Appennini, Puglia ed isole.

Affascinante saper di passeggiare su un continente diverso spostandoci a qualche metro da casa, no? Chissà come lo vivranno i nostri discendenti dei discendenti dei discendenti e così via quando passeggeranno sulla terra del domani.

WU

PS. Questa è la parte bella della storia, il lavoro che c’è dietro sono giorni e giorni di esplorazioni, analisi mineralogiche, campioni e notti in laboratorio, scrittura report ed articoli ed ovviamente reperimento fondi per fare tutto questo. Il team di ricerca era un crogiolo di università internazionali: Utrecht (Olanda), Oslo (Norvegia), Witwatersrand (Sudafrica), ETH (Zurigo, Svizzera) etc… mi immagino il solo lavoro di coordinamento…

Europa + Africa = Atlantropa

Correva l’anno 1927. La grande depressione del ’29 era alle porte (si, qualche segnale c’era), la Prima Guerra Mondiale era alle spalle e vi era rinnovata fiducia soprattutto nelle idee ingegneristiche. Un ottimismo tecnico che faceva da volano ad una economia vacillante, direi.

In questo contesto viveva Herman Sörgel, architetto e filosofo, una fantastica ed inusitata crasi, anche per quei tempi. Fra le varie idee che coltivava Sörgel ve n’era una che ha lasciato una traccia nella storia e, per fortuna, non sul nostro pianeta.

Arrestare l’afflusso di acqua al mar Mediterraneo ed abbassare il livello delle acque  (beh, tecnicamente… di nuovo, dato che vi sono prove geologiche a supporto del fatto che in passato, e non parlo di secoli ma di millenni, di anni fa il “nostro mare” era effettivamente asciutto, ma questa è un’altra storia).

Una cosetta da nulla che avrebbe unito l’Africa e l’Europa in un solo continente. Sarebbe stato sufficiente chiudere lo Stretto di Gibilterra in maniera che l’evaporazione naturale del mare lo avrebbe fatto prosciugare. Nel giro di circa 60 anni, secondo i conti di Sörgel, le acque del Mediterraneo si sarebbero abbassate di circa 150 metri e sarebbero di conseguenza emersi circa 600.000 chilometri quadrati di nuove terre.

Genova, Messina e Napoli sarebbero divenute cittadine dell’entroterra, la Sicilia sarebbe divenuta ovviamente parte del continente, Sardegna e Corsica si sarebbero fuse in una sola grande isola e Venezia sarebbe stata automaticamente messa al riparo dai pericoli del Mediterraneo (se volevamo preservarne la bellezza, pensava sempre Sörgel, saremmo stati sempre in tempo a fare una laguna artificiale ad-hoc… semplice, no?).

Per chiudere lo stretto sarebbe stato necessario abbattere una catena montuosa in Spagna (beh, si avrebbe distrutto anche qualche città e qualche villaggio, ma si sa… in nome del progresso…), trasportare le rocce in un punto preciso dello stretto ed utilizzarle come base per una mega-diga di 35 km. Questa era la diga principale, ma per realizzare il progetto erano necessarie anche altre dighe “minori” tra la Sicilia e la Tunisia, nel canale di Suez e nel Bosforo (ah, questo Mediterraneo che non se ne sta bello gingillato…).

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Un progetto del genere avrebbe creato milioni di posti di lavoro (rilanciando l’economia di tutta l’Europa!) per qualcosa come 150 anni (10 anni solo per la diga di Gibilterra) ed avrebbe avuto un ulteriore incredibile vantaggio.

Sörgel, infatti, teorizzo e “calcolò” che tutto questo sistema di dighe poteva essere sfruttato come delle colossali centrali idroelettriche; tramite gradini, dislivelli e cascate d’acqua vi sarebbe stata energia abbondante per tutto il nuovo continente (50.000 MW che avrebbe dovuto produrre la sola centrale sullo stretto di Gibilterra). In teoria centrali idroelettriche del genere sarebbero state fattibili con le conoscenze tecnologiche dell’epoca, anche se richiedevano opere titaniche.

L’economia Europea avrebbe avuto solo benefici ed anche l’Africa (il continente dei neGri da colonizzare dal Bianco invasore!) sarebbe stata forzatamente industrializzata. Ah, un ponte fra Sicilia e nord Africa completava la visione… il ponte sullo stretto è solo un piccolo cavalcavia a confronto.

Qualche aspetto negativo lo stesso Sörgel lo aveva identificato: il ritiro del mare avrebbe portato alla luce ingenti quantità di sale… un problemino per qualsiasi tipo di coltivazione; il prosciugamento di un mare avrebbe accelerato la desertificazione e generato catastrofi mondiali… al limite addirittura una nuova era glaciale nel nord Europa.

Ma il progresso doveva andare avanti (vi ricorda, seppure in maniera più plateale, qualcosa che stiamo vivendo?). Sörgel sperava che tutta l’Europa (lo si potrebbe definire un europeista ante litteram… in un epoca in cui ancora comandava il Fuhrer che non gradiva troppo la cosa) potesse finalmente collaborare e che il progresso generato da questo mega-fanta-progetto potesse in qualche modo far digerire all’umanità intera gli effetti collaterali dell’opera. Avrebbe creato ricchezza, occupazione, futuro, progresso, cosa potevano volere di più!

Il tutto finì (meno male) con un nulla di fatto; Sörgel venne investito da un’auto pirata, mai identificata, su un rettilineo nel Natale del 1952 ed il suo istituto (fondato alla fine della WWII con il compito di diffondere le idee del suo ideatore) venne chiuso 8 anni dopo la sua morte, nel 1960.

Amen, almeno per ora.

WU

PS. Mi ricorda tanto quest’altro delirio qua.

PPSS. Ho sempre ammirato i visionari (o i matti, se preferite) di qualunque epoca. Indipendentemente dal genere di idee che partoriscono…

Luoghi e Nonluoghi

Sono stato in vacanza (ed un bel chissene starebbe benissimo).

Non è mia intenzione tediarvi con il dove, ma dirvi proprio che sono stato da qualche parte. Mi spiego (ci provo). Sono stato qui e li, ho visto piazze, strade, viuzze, posti non particolarmente nuovi (per me), ma pure sempre diversi dal tram tram di tutti i giorni.

Ma la cosa che mi è rimasta più dentro di queste vacanze è proprio che sono stato in Luoghi e che ho accuratamente (neanche avessi voluto farlo apposta) evitato ogni possibile nonluogo.

E’ una fortuna, lo so, ma in fondo sono vacanze e ne è il mio ricordo più bello.

Durante queste vacanze non sono mai entrato in un supermercato, centro commerciale, aeroporto, stazione, etc. Non sono mai entrato in un negozio che fosse un franciasing, non ho mai mangiato in un ristorante che fosse una catena.

Ho praticamente vissuto al di fuori di quegli spazi “anantropici” (vi piace questa definizione?) privi di qualunque identità che però frequento nel resto dell’anno (e che in fondo, in alcuni, momenti, offrono anche una certa sicurezza: pensate di essere in un paese sconosciuto e di esservi immersi nella cultura locale; una capatina al McDonald prima di tornare a casa vi da comunque una certa tranquillità…).

Viviamo (e non lo dico certamente io) in una “submodernità” che confina i centri dei paesini, le botteghe, le piazze, ed in generale tutti i luoghi con un pesante retaggio storico a piccole curiosità da visitare ma non da vivere. Preferiamo posti “generici”, posti uguali in qualunque paese del mondo, posti con i quali non ci leghiamo più di tanto (anzi, non ci leghiamo affatto).

Non che aborra questi nonluoghi, sia chiaro, ma le vacanze fuori da essi (completamente fuori!) sono state effettivamente più belle per il fatto di aver vissuto i luoghi più che dei luoghi che ho vissuto.

Mi sono fermato ai caselli autostradali ed ai distributori di benzina, dolenti (ma più che tollerabili) eccezioni.

WU

Lupululà e Castellululì

Che questo film sia un capolavoro non devo certo dirlo io.

Oggi, nello sfogo di una fanta-riunione, mi è tornato in mente questo sketch (e vai a sapere il perché… forse perché avrei di gran lunga preferito sganasciarmi di risate davanti questa scena che farlo davanti a quello che vedevo/sentivo…).

Mi sono messo quindi a gigioneggiare sull’origine di questo dialogo:

Inga: Where Wolves? Lupo ulula…
Igor: There! Là!
Frankenstein: What? Cosa?
Igor: There… wolf… and There… castle! Lupu… ululà e Castellu… ululì!
Frankenstein: Why are you talking that way? Ma come diavolo parli?
Igor: I thought you wanted to. È lei che ha cominciato.
Frankestein: No, I don’t want to! No, non è vero!
Igor: Suit yourself, I’m easy! Non insisto, è lei il padrone!

Effettivamente mi pare molto più brillante e divertente la versione italiana di quella originale, che pure si basa su un giochetto di parole, ma che mi pare rimanga più letterale e meno estrosa (ecco, sto parlando come un qualche critico di qualche cosa… me ne vergogno già…).

Pare che la traduzione originaria del film (di tutto il film, non solo di questo passaggio) fosse stata affidata ad un tal De Leonerdis che aveva già tradotto diverse opere, anche di grande successo. La sua traduzione, pare a causa del direttore commerciale della Fox Italia che forse non aveva previsto il grande successo che avrebbe avuto la pellicola (…alla faccia del direttore commerciale…), risultava troppo pedissequa e letterale ed il dialogo sopra, in particolare, rendeva male il suo potenziale comico.

Senonché un tal Mario Maldesi, che era stato il direttore del doppiaggio e dialoghista che lavorò al film originale di Mel Brooks, decise di rimettere le mani sulla sceneggiatura e sul doppiaggio. Maldesi aveva visto il film originale e ne aveva colto il genio e non poteva evidentemente tollerare che (beh, direi che si chiama passione… in fondo era anche un po’ la sua creatura) fosse destinato ad una fine mediocre proprio a causa del doppiaggio… almeno in Italia.

E così si dedicò a rivedere il doppiaggio di De Leonardis, sbizzarrendosi, specialmente nella scena in cui Igor, andato in stazione a prendere il dottor Frankenstein guida il suo carretto verso il castello. Mentre Inga si spaventa all’ululare di alcuni lupi Igor ed il dottore si lanciano in un breve, surreale dialogo che si basa su un gioco di parole che (in inglese: Where wolves e Werewolves) difficilmente traducibile in italiano… a meno di non introdurre un bel “Lupululà e Castellululì”.

Altro che “There Wolves! There Castle!”.

WU

Feriae Augusti

Il giorno della gita fuori porta, del mare/montagna, del pranzo a sacco. Il giorno scacciapensieri, il giorno della catarsi, il giorno dell’ozio. Oggigiorno.

Nella Roma imperiale, Augusto (a cui, non a caso, è dedicato il mese di Agosto) si riposava a corte e celebrava la fine dei lavori agricoli e nei campi in generale. Il riposo di Augusto, istituito dall’imperatore nel 18 secolo a.c., si aggiungeva ad altre feste (pagane, neanche a dirsi) già pre-esistenti e dedicate al dio della terra e della natura (bisognava pur ingraziarsi qualcuno in vista dell’imminente autunno-inverno…). Era il momento del riposo (non dell’ozio). Un tempo.

Il ferragosto ha comunque mantenuto una caratteristica chiave nel tempo, quella di essere un po’ il giorno cardine del periodo di pausa dal lavoro. Ha sempre avuto un ruolo un po’ da collante per garantire un numero sufficiente di giorni consecutivi in cui staccare mente e braccia dal lavoro. Il giorno che teneva assieme gli Augustali, il periodo di riposo dalle fatiche estive.

I festeggiamenti, ovviamente, si svolgevano a base di giostre di cavalli, corse di animali da tiro e battute di caccia (un tempo, ma molto è rimasto ancor oggi: il palio, rievocazioni storiche sparse, fuochi artificiali e roba simile…).

Ah, questa è la festa, ma il giorno non è stato sempre il 15 di Agosto. In origine le “ferie di Augusto” erano il primo del mese, ma nei secoli, e sotto l’indubbia pressione della chiesa cattolica, la festività è stata spostata al quindici del mese per farla coincidere con la festa, cristiana, dell’assunzione di Maria.

Mi ricorda un po’ una specie di “festa del dopolavoro” e quasi tutti i miei ricordi giovanili di questo giorno sono legati al pic-nic nel bosco con tutta l’immancabile logistica: sveglie antidiluviane per accaparrarsi il tavolo migliore (vhe immancabilmente poi rilevava qualche pecca: troppo assolato, lontano dall’acqua, affumicato, etc.), cocomeri enormi da far entrare in sempre-troppo-strette fontane già affollate da quintali di anguria (con la naturale conseguenza di urgenti ed abbondanti urinate), ore ed ore di code in macchina, barbecue mai troppo riusciti e, soprattutto, tante risate.

WU (just back)

PS. In giusto e voluto ritardo, per celebrare la ricorrenza ormai passata senza tediarvi dal meritato riposo :).

Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU