Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

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La mia casa è la

Haneda Internatinal Airport, Tokyo, Giappone, 1954. Una giornata normale, forse un po’ più torrida della media (in base alla fonte ove si reperisce l’informazione).

Un passeggero fra i milioni in transito nell’aereoporto si avvicina alla dogana per espletare le normali formalità richieste (dal governo nipponico e non solo). Un uomo come tanti, mezza età, tratti caucasici, un po’ più alto della media, ben vestito. Nulla attira particolarmente l’attenzione su di lui, nulla fa percepire la sua provenienza.

Si avvicina al banco della dogana, presenta il passaporto. Dice di essere in viaggio per affari (con tanto di indicazione della ditta) per la terza volta in Giappone. Il diligente impiegato dell’ufficio doganale prestava particolare attenzione a tutti gli stranieri che arrivavano in Giappone della’Europa (…e faceva bene; siamo negli anni subito dopo WWII ed il Giappone stave cercando di ricostruirsi sia internamente che in termini di relazioni internazionali).

Tutto in regola sul passaporto (con tanto di timbri di varie nazioni) se non per un particolare. Un particolare che forse neanche tutti ci avrebbero fatto caso (beh, magari non è vero se di lavoro fai l’ufficiale della dogana…): il paese di provenienza.

Taured Passaport.

Ovviamente il primo pensiero andò ad un documento falso. Ovviamente nessuno aveva mai sentito parlare di Taured. Ovviamente (altrimenti non saremmo qui a raccontare questa storia) tutte le pagine del passaporto risultarono assolutamente originali, oltre che timbrate da varie dogane in giro per l’Europa (il passaporto era quindi già stato utilizzato, e non una sola volta!).

Ma oltre al danno (quale?) la beffa: alcuni timbri (tralasciando la domanda: come aveva fatto a fare avanti e dietro per l’Europa un passaporto di Taured?) erano anche della dogana Giapponese! Il passaporto confermava quanto detto dall’uomo: non era il primo viaggio in Giappone per lui.

E non era tutto, la presenza di molte banconote autentiche di vari paesi che l’uomo portava con se confermavano la veridicità delle informazioni fornite.

Ulteriori controlli erano d’obbligo. Il viaggiatore parlava fluentemente il francese, oltre che un modesto giapponese. Fornì tutta la documentazione richiesta per attestare la sua identità. Collaborativo e senza creare problemi.

Carta di identità, patente ed ogni altro documento risultavano originali ed emessi (ovviamente) dalla Repubblica (ah, era una repubblica?) di Taured. E come se non bastasse (si narra che) lo stesso viaggiatore si dimostrasse quanto mai sorpreso dal constatare tutti questi problemi, a suo dire mai occorsi durante i suoi innumerevoli viaggi. A questo punto era troppo (non è mai troppo in questi casi…): gli agenti, esasperati, presero una bella crtina geografica, la misero davanti al Taurediano e gli chiesero di mettere il ditino sul posto dove lui sapeva trovarsi il suo paese.

L’uomo dichiarò che Taured si trovava esattamente tra la Francia e la Spagna e li appoggiò il suo dito. Ma con stupore anche dello stesso viaggiatore il punto su cui il dito si era poggiato non indicava Taured (ma dai?!) bensì… Andorra. Le cose a questo punto degenerarono: era il viaggiatore a sentirsi preso in giro, gli avevano evidentemente dato una cartina vecchia o errata. Taured era li da secoli!

Taured.png

Che Paese è Taured? Dove si trova di preciso? Chi era il viaggiatore? Da dove veniva? Come avrebbe potuto viaggiare in mezzo mondo? Come poteva tornare a casa (ammesso si riuscisse a capire quale fosse)?

Le autorità procedettero con l’investigazione. Chiamarono innanzitutto l’azienda per la quale l’uomo disse di lavorare: un nulla di fatto dato che l’azienda non solo disse di non a vere l’uomo nel suo organico, ma anche (e soprattutto) di non avere idea ci cosa/dove fosse Taured. Venne quindi chiamata l’azienda nipponica (il misterioso viaggiatore era in un viaggio d’affari, no?!) con cui l’uomo avrebbe dovuto chiudere un importante affare: un altro nulla di fatto, non avevano idea di chi fosse l’uomo ed anche loro non avevano mai sentito nominare Taured. Fu chiamato l’albergo che avrebbe dovuto ospitare l’uomo… indovinate un po’? Nessuna stanza a suo nome.

I viaggiatori di origine ignota seguono uno specifico protocollo che prevedeva il coinvolgimento delle autorità, cosa che sarebbe successa il giorno seguente e pertanto l’uomo venne trasferito in una struttura per passare la notte, piantonato (ovviamente) da un paio di guardie (armate, in base alle versioni) alla porta. Il viaggiatore non oppose ovviamente resistenza (devono essere ovviamente tutti molto pacifici a Taured), chiese una pastiglia per il mal di testa (ci credo, ti ritrovi senza nazionalità…) ed augurò la buona notte.

Come ogni mistero che si rispetti, quella fu l’ultima volta che il misterioso Taurediano fu visto.

Il mattino seguente, in forze (agenti di spionaggio, polizia, agenti della dogana, agenti della sicurezza e chi più ne han più ne metta), si presentarono alla porta del viaggiatore. Le guardie riferirono che era tutto in ordine, che il viaggiatore non era mai uscito dalla stanza, che non avevano udito rumori di sorta e che “l’ospite” non si era ancora svegliato. Aperta la porta: nessuno. Finestra ovviamente ben chiusa e bloccata (beh, volevano proprio evitare la fuga d’altra parte…).

Non vi era nessuna traccia né del viaggiatore né dei suoi effetti personali (i famosi documenti originali di Taured). Ovviamente la beffa era troppa e (si dice che) la reazione del fiero Giappone fu quella di seppellire tutta la faccenda e non parlarne più… a meno delle storie che si raccontano fra decenni fra gli operatori aeroportuali…

Ciò detto potete pensare ad una bufala aiutata a diffondersi grazie alla rete. Potete aver letto la solita storiella su universi paralleli o su viaggi nel tempo. Potete etichettarla come una cazzata pazzesca. Forse potreste pensare che è successo veramente e non abbiamo capito ancora nulla delle leggi che regolano il nostro universo. Potreste mediare dicendo che forse c’è qualche base di verità condita da tanto complottismo. Personalmente mi piace pensare (e mi “rinfresco storielle del genere tanto per avere una misura di quello a cui ci piace, in quanto umani/mortali, credere) che ha trovato il modo di tornare a casa, ovunque e quantunque essa fosse.

WU

PS. Ovviamente la mente va alla trama di The Terminal (almeno in parte). Che a sua volta si basa sulla (vera) storia di Mehran Karimi Nasseri. Apolide, ma iraniano, non taurediano.

PPSS. Questo (che però pare essere un racconto decisamente più vero) ve lo ricordate?

Le dodici impronte (sulla luna)

Se vi chiedessi chi era Neil Armstrong sono certo che la maggior parte saprebbe almeno dire che centra qualcosa con la luna. In un modo o nell’altro il primo allunaggio umano è entrato nella storia, nell’immaginario collettivo, nella nostra conoscenza, un po’ nel nostro DNA.

Neil tuttavia fu solo (fortunatamente) il primo essere umano a metter piede sulla luna, ma non l’unico. Prima che il programma Apollo fosse chiuso altre undici persone ebbero l’onore di calpestare il suolo del nostro satellite (per chi crede che sia tutta una messa in scena possiamo dire che in quel fanta-studio di registrazione entrarono almeno dodici persone).

Era il 20 Luglio 1969 quando due astronauti misero per la prima volta piede sulla luna. Neil fu il primo, Edwin Aldrin il secondo che arrivò “tardi”, ovvero solo/ben diciannove minuti dopo il collega. Un tempo evidentemente sufficiente affinché la storia lo ricordasse, ma molto meno la cultura collettiva. Per non parlare delle successive dieci persone. Meritano, tutte, se non altro un breve richiamo in questo blog (di certo molto di più). La mia nota (personalmente triste) è nel seguito che, chi di questi astronauti ancora fra noi, ha dato alla sua vita dato che diversi di loro si sono pagati da vivere dopo le loro imprese girando per raccontarle, pubblicando libri, vendendo apparizioni e cose del genere (…l’ho sempre trovato un po’ triste, ma d’altra parte il business è business e la luna non fa eccezione…):

  • Neil Armstrong (Apollo 11): “un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”. Sicuramente incarna il mito dell’uomo sulla luna.
  • Edwin Aldrin (Apollo 11): fu il secondo uomo a toccare il suolo lunare. Questo esser secondo determinò la sua “fama” ed anche la sua vita, fu infatti colpito da depressione forse proprio perché voleva esser lui il primo esser umano ad allunare. E’ ancor oggi uno dei più grandi fautori del ritorno alla luna come trampolino per Marte.
  • Pete Conrad (Apollo 12): volò sulla Gemini-5 e poi Gemini-11. Allunò con la missione Apollo 12 ed era stato già selezionato per la missione Apollo 20, poi cancellata. Parodizzò Armstrong nella sua citazione scendendo dalla scaletta: “Whoopie! Man, that may have been a small one for Neil, but that’s a long one for me”. Frase che ironizzava sulla sua piccola statura ed in qualche modo “scommessa” con la Fallaci. Un incidente motociclistico lo ha portato via.
  • Alan Bean (Apollo 12): quarto uomo a camminare sulla luna, passeggiò assieme a Conrad. Fu lui a prendersi l’ingrato compito di attivare il generatore nucleare che alimentava i vari esperimenti sulla superficie lunare. Dopo la luna volò sullo Skylab prima di arrivare a fare quello che veramente voleva nella vita: il pittore. Dipinse parecchi quadri, guarda caso quasi tutti con soggetto lunare… Passato a miglior vita lo scorso anno.
  • Alan Shepard (Apollo 14): il primo a salire sulla capsula Mercury ed il primo a testarla nello spazio. Lottò a lungo con il suo stato di salute che voleva allontanarlo dallo spazio, vincendo. Era anche a capo di una sua società e ci è stato portato via da una leucemia.
  • Edgard Mitchell (Apollo 14): dalla facoltà di economia aziendale a pilota della marina. Volò sulla luna assieme a Shepard pilotando il LEM. Sostenne di aver provato un’esperienza mistica sulla luna ed infatti fondò al suo rientro (lasciando ed essendo allontanato prontamente dalla Nasa) un istituto di scienze neotiche. Ufologo convinto ci ha lasciato nel 2016.
  • David Scott (Apollo 15): volò prima sulla Gemini assieme a Neil Armstrong e poi collaudò il LEM (modulo di allunaggio) attorno alla terra. Conosceva certamente bene la “nostra” navetta tanto da esser comandante della missione Apollo 15 ed ebbe l’onore di metter piede sulla luna. Condusse sulla luna “l’esperimento di Galileo”: fece cadere una piuma ed un martello che in assenza di atmosfera toccarono terra (luna, pardon) nello stesso momento.
  • James Irwin (Apollo 15): pilota del LEM ed ottavo uomo a metter piede sulla luna. Assieme a Scott si muoveva sul rover elettrico lunare, come navigatore. Rientrato a terra abbandonò la Nasa e divenne (badate bene) predicatore biblico. Testimoniò la sua fede a bordo di una roulotte in giro per gli Stati Uniti e cercò in lungo e largo l’Arca di Noè in Turchia. Stroncato da un infarto (quando si dice il destino…).
  • John Young (Apollo 16): a bordo di due navicelle Gemini e due volte sulla Luna: la prima volta con la missione Apollo 10, senza allunaggio, e poi con l’Apollo 16, da comandante. Comandò in seguito il primo volo dello Space Shuttle e poi a missione STS-9. E’ morto lo scorso anno.
  • Charles Duke (Apollo 16): era quello che teneva il collegamento a terra durante l’allunaggio di Armstrong. Allunò con il LEM e comandò il rover elettrico, stabilendo il record di velocità (27 km/hr) sulla luna. Lasciò come “ricordino” sulla luna una foto di tutta la sua famiglia.
  • Eugene Cernan (Apollo 17): terzo uomo al mondo a compiere una passeggiata spaziale uscendo dalla Gemini-9. Provò lo sbarco, senza allunaggio, già com la missione Apollo 10 e poi comandò la missione Apollo 17 che lo vide effettivamente calpestare il suolo lunare… l’ultima missione che ci portò sulla luna (finora).
  • Harrison Schmitt (Apollo 17): geologo lunare che addestrò molti degli astronauti che hanno calpestato il suolo lunare. Mise piede sulla luna in quanto rappresentate della comunità scientifica (che fece pressione affinché non fossero solo piloti o ingegneri a metter piede sulla luna). Allunò con Cernan. Dopo la spedizione si dedicò alla politica, occupazione ancora attuale dato che nel 2017 era con Trump a firmare l’ordine per ritornare (per restare ?) sulla Luna.

… tanto per ricordarcelo in attesa della prossima missione umana sulla luna (beh, se ne parla tanto, almeno sappiamo da dove partiamo). Mi suona un po’ come riscoprire l’acqua calda (che in questo caso non costa poco), ma che sono certo darà nuova benzina all’esplorazione umana dello spazio.

Decenni di ISS ci hanno un po’ “illuso” di andare nello spazio anche se non abbiamo fatto altro che rimanere sull’uscio di casa. Atterrare sulla luna, con un essere umano, riportarlo a casa, sano e salvo ci ri-metteranno davanti ad alcune sfide tecnologiche (ed economiche) che dagli ultimi allunaggi in poi abbiamo ignorato, ma che sono forse gli ostacoli più grandi se su Marte ci vogliamo un giorno veramente andare e non solo dire di farlo (ovviamente gli studi cinematografici sono fuori dalla faccenda…).

WU

Astenersi dalle fave!

Questo lo metterei nella sezione “curiosità”, “lo sapevate?”, oppure “si narra che…”, è uno di quegli aneddoti che nella vita non ci fai nulla (tutt’al più bella figura con la ganza di turno… ammesso che la inviti a mangiare fave) eppure fa parte di quella forma di “cultura curiosa” che (almeno per me) da aneddoti tipo questo ti spinge a ricordare diversi eventi ad esso collegati di certo più interessanti (beh, diciamo almeno storicamente più rilevanti).

Venendo a noi, i pitagorici erano una specie di “setta”: in un misto fra fede e matematica, avevano regole, avevano dettami, avevano divieti. Fra questi uno mi ha particolarmente colpito (e come sempre non chiedetemi come vi sono inciampato anche perché non saperei dirvelo… anche se sono certo che è il caldo che patisco in queste notti ad esserne complice…): il rapporto con le fave.

E anche il precetto “astieniti dalle fave” aveva molte ragioni di ordine religioso e fisico e psicologico.

PitagoraFave.png

Mangiarle assolutamente vietato, ma anche il sol toccarle era considerato contro le regole. Anzi, leggenda vuole (una delle, ad essere onesti, circa la morte di Pitagora) che fu proprio questo divieto a causare la morte dello stesso Pitagora. Il “maestro” inseguito da dei nemici per ragioni politiche, dalle parti di Metaponto, si trovò dinanzi un campo di fave. Piuttosto che attraversarlo si fermò, si fece raggiungere dai nemici e perì.

Le motivazioni erano svariate (e variopinte) tutte più o meno documentate da questo o quello:

  • alle fave veniva assegnata una qualche capacità allucinogena e l’abilità di intorpidire i sensi (Plino il Vecchio)
  • alle fave veniva assegnata la capacità di provocare un forte gonfiore di stomaco, ovviamente nocivo alla tranquillità spirituale. Non andavano dunque mangiate e men che meno prima di dormire onde evitare di addormentarsi con il corpo in condizioni “turbate” che era uno stato molto simile alla morte (Cicerone)
  • le fave erano state mescolate assieme a materiale in decomposizione nel caos originario dell’universo. Pertanto oggi queste erano fatte dello stesso materiale putrefatto di cui erano composti gli esseri umani (Porfirio)
  • “perché assomigliano alle porte dell’Ade; […] perché è la sola pianta senza articolazioni; o perché nociva; o perché è simile alla natura dell’universo; o perché ha significato oligarchico” (Aristotele)

Vi sono almeno un paio di interpretazioni che vale la pena menzionare per collocare questo strambo divieto in una prospettiva storica. Il favismo era una malattia abbastanza diffusa nel sud Italia all’epoca di Pitagora (anche se va detto non vi è traccia di documenti medici che collegassero la malattia alle fave…), il divieto era pertanto una specie di profilassi che veniva fatta passare da “fede” (e non sarebbe questo il primo caso…). Una diversa interpretazione parte da una base più religiosa dato che le fave erano considerate (forse come lascito pagano) connesse al mondo dei morti, al mondo dell’impurità, della materia in decomposizione e quindi il precetto era un vero comandamento di fede.

Insomma, quel che fosse la motivazione il dato di fatto era che dalle fave bisognava stare lontani, e non poco! La proibizione conferma la natura magico/superstiziosa della scuola Pitagorica ed affonda le sue radici in qualche arcaica credenza che Pitagora aveva poi rielaborato ed eletto a precetto. Il timore del soprannaturale (incarnato in questo caso nelle ignare fave) è stata una delle linee guida della nostra storia; precetti tipo questo erano (e sono) una sorta di impegno di purificazione quotidiano che ci illude di perfezionarci nel corpo e nello spirito per avvicinarci alla natura divina.

WU

PS. Tanto per completezza altre regole “peculiari” (i.e. più simili a superstizione che altro) della scuola Pitagorica (ognuna, sono certo, con una sua ratio) sono:

  • non raccogliere ciò che è caduto
  • non toccare un gallo bianco
  • non spezzare il pane
  • non scavalcare le travi
  • non attizzare il fuoco con il ferro
  • non addentare una pagnotta intera
  • non strappare le ghirlande

Mansa Musa, pluri-miliardario sconosciuto

Dimentichiamoci Gates, Bezos, Page, Bloomberg, Zuckerberg, Arnault, Ortega, Musk, Benson e chi più ne ha più ne metta. Gli uomini ricchi di questo/i secolo/i non sono che poveracci (ah ah ah, io allora mi consolo pensando di essere ricco dentro 🙂 , dato che non sono neanche qui…) se paragonati alle ricchezze dell’uomo più ricco della storia.

Ovviamente detto così suona un po’ da fake news, ma vediamo di mettere dei paletti. Vi sono “studi” e “classifichine” (parlo di Forbes, tanto per fare un nome) che non solo fanno una graduatoria degli uomini più ricchi in circolazione, ma si sono addirittura spinti a rivalutare i capitali (stimati) di grandi paperoni nella storia per fare classifiche degli uomini più ricchi di tutti i tempi.

Non vi rovino la sorpresa (e per questo non metto link di sorta), ma è facile indovinare che nella classifica troviamo imperatori, monarchi, despoti e figure del genere (Gengis Khan, Stalin, Cesare Augusto) oltre che imprenditori storici (tipo Carnegie o Rockefeller), ma è difficile che riusciate, magari senza un piccolo aiutino, ad indovinare la prima posizione.

La storia dell’uomo più ricco di tutti i tempi (ripeto, secondo stime, calcoli, rivalutazioni, notizie sommarie e con tutti i se ed i ma del caso… motivo per cui prescindo dal valore effettivo stimato delle sue ricchezze) inizia nel Mali

Era il 1312 quando fu incoronato il nono imperatore del regno, Mansa Musa. Uno dei primi mussulmani alla guida del regno, istituì il ramadan come festa nazionale cercò di diffondere l’Islam nel suo paese, fondò università islamiche ed annesse pacificamente al suo regno città del calibro di Timbuktu, Taghazza e Gao.

Il suo punto di forza, in termini di ricchezza, erano le risorse minerarie del Mali; l’oro, in particolare. Pare ne possedesse risorse quasi incalcolabili (e quindi la stima dell’uomo più ricco della storia va proprio presa come tale) in un periodo in cui la richiesta del metallo prezioso era particolarmente alta.

Si narra che durante un suo pellegrinaggio alla Mecca (oltre a far edificare ogni venerdì una nuova moschea lungo il suo cammino per potervi pregare, ma queste per uno che cammina letteralmente sull’oro dovevano essere inezie) distribuì a vario titolo tanto oro alle popolazioni che incontrava da causa in periodo di inflazione in Egitto che durò per ben 12 anni… non di certo un viaggio che passò inosservato…

Il suo seguito, durante questo viaggio (durato una dozzina d’anni… mica un weekend), si dice fosse composto da 60.000 uomini, araldi, cavalli e cammelli; 12.000 schiavi trasportavano 4 libbre d’oro in barre ciascuno ed 80 cammelli, viaggiavano carichi di 50-300 libbre d’oro in polvere pronto per esser donato a ciascun mendicante (chissà quale era la sua concezione di questa figura) avesse avesse incontrato sul suo cammino.

Questo viaggio non fece che accrescere la fama di Mansa Musa come una specie di Goldfingher ante litteram e tramandare a noi qualche dato sulle enormi ricchezze che indubbiamente l’imperatore doveva possedere (…e come storia vuole, lui e solo lui, dato che il Mali ne allora ne oggi brilla per tenore di vita… vi ricordate questo punto?)

A parte esser o non esser stato l’uomo più ricco di tutti i tempi di questa faccenda mi colpiscono una serie di cose:

  • non avrei mai detto che al primo posto di questa fanta-classifica ci potesse essere … l’imperatore del Mali del 1300 e dispari;
  • un tempo la ricchezza era effettivamente basata su un bene fisico; oggi no, sono al più numeri su uno schermo… non sono certo che le cose siano equivalenti;
  • abbiamo ancora una volta la conferma di come i popoli meno abbienti siano governati dagli imperatori più sfarzosi che ricordiamo… e questa non è solo storia recente;
  • nonostante le sue ricchezze non mi pare fosse uno scellerato imperatore in preda ad uno smisurato ego; forse la storia ne ha attutito i contorni, ma di certo il rischio che Mansa Musa diventasse famoso come il peggior imperatore del Mali (cosa non successa) era molto alto…

WU

Scemo di guerra

Un modo di dire che è più che altro una specie di eredità della Prima Guerra mondiale; un regalo fatto alla gran parte delle famiglie che inviavano qualche caro al fronte… La demenza con cui spesso tornavano è poi diventata un modo di dire, almeno per noi che la guerra (quella guerra) non l’abbiamo fatta.

Tremori irrefrenabili, ipersensibilità al rumore, assoluta inespressività facciale, roba un po’ da “Qualcuno volò sul nido del cuculo”… Soggetti che camminano con le mani penzoloni, che piangono in silenzio (beh, ad essere sincero questa non mi pare una cosa poi tanto patologica), che mangiano quello che capita che sia edibile o meno, che camminano come automi, che hanno tutti i muscoli irrigiditi e così via.

Insomma una descrizione clinica abbastanza patologica, ma non riconducile a traumi specifici se non quello di … essere stati “semplicemente” in guerra. Oggi questa “assenza di traumi specifici”, è passata dall’esser definita shell shock (shock da bombardamento) a “disturbo da stress post-traumatico” (disagio clinicamente riconosciuto che non ci sogneremmo, oggi, di chiamare “scemità da guerra”).

A lungo si sono cercate cause fisiche di questo disturbo (il frastuono dei bombardamenti? il monossido di carbonio?), ma non sono state mai univocamente identificate. E’ stata poi la volta dell’ipnosi per curare questa specie di isteria (disturbo che un tempo si associava solo al gentil sesso), anche senza capirne bene il motivo. Ipnosi che effettivamente funzionava (?), ma che al contempo ha accesso un po’ la lampadina sulla possibilità che gli “scemi di guerra” potessero essere semplicemente abili simulatori che volevano evitare di tornare al fronte.

Con il dubbio che si trattasse di simulazioni iniziarono anche campagne di semi-tortura per questi soggetti con scosse elettriche, aggressioni verbali e metodi di questo tipo che volevano avere l’effetto di “svegliare” il paziente da quella specie di catalessi che esibiva mentre non facevano altro che affossarlo sempre più.

La guerra, inoltre, in qualche modo serviva al paese e non poteva quindi essere tacciata di far diventare stupidi i soldati che vi partecipavano. Il fenomeno fu dunque trattato con relativa superficialità e quindi insabbiato. Circa 40.000 persone furono richiuse nei manicomi di stato, ma un numero che possiamo solo stimare esser stato decisamente maggiore fece ritorno nelle loro case (… contribuendo alla diffusione del modo di dire, evidentemente).

Gli scemi di guerra erano un tempo quindi effettivamente vittime di traumi di guerra che avevano lasciato profonde ed indelebili ferite nella loro psiche, e che per giunta venivano anche additati come stupidi e come tali trattati. Oggi “scemo di guerra” è un modo di dire abbastanza scherzoso, non troppo feroce, ma che affonda le origini in mali profondi e tutt’ora difficili da debellare mentre ci stiamo facilmente dimenticando pian piano per cosa abbiamo veramente combattuto e per cosa siamo (sono, e dovremmo essergliene grati) diventati stupidi.

WU

Il Lewis Warder ritrovato

… una storia che vale la pena raccontare (almeno per il fortunato protagonista, ovviamente… e per me che apprezzo sempre le evoluzioni del Fato).

Siamo nel 1964 ed un antiquario scozzese acquista per la bellezza di dieci sterline una statuetta. Qui sta, secondo me, il vero “talento” di alcune persone: ovviamente l’antiquario non poteva prevedere il suo futuro, ma fra un misto di fiuto e di culo ha assecondato un suo desiderio ed ha aperto le porte ad Destino.

Comunque sia, l’antiquario in questione ha preso il soldatino (anche un po’ massiccio a dire il vero) e lo ha riposto in una scatola. Chissà, forse fattosi trasportare dall’entusiasmo dell’acquisto non ha valutato fino in fondo la bellezza/bruttezza dell’oggetto (beh, mi sembra un monaco orbo ed obeso…).

TorrediLewis.png

Un giorno, con il soldatino in mano, ha deciso di farlo vedere ad uno specialista (ma lui non era un antiquario?), che gli ha confermato di avere fra le mani un pezzo di una scacchiera; la torre, per l’esattezza. Ma non un pezzo qualunque! La torre sarebbe, infatti uno dei pezzi mancanti della scacchiera di Lewis: antichità vichinga risalente al XII secolo, intagliata in avorio di tricheco che contava, in origine, pezzi sufficienti per tre scacchiere. Della scacchiera e dei suoi pezzi si sa relativamente poco: ritrovata nell’isola di Lewis (Ebridi Esterne, praticamente la periferia del nulla, ma un tempo sulle rotte commerciali europee…), manufatta in Norvegia (forse… c’è chi data l’insolita presenza di alfieri le colloca in Islanda) tra il 1150 e il 1200 è una delle prime testimonianze della diffusione del gioco degli scacchi in Europa (forse commissionata da un vescovo, forse intagliata da una donna, forse…).

Di questi 98 pezzi nel 17831 in Scozia sono stati scoperti (leggenda vuole da una mucca al pascolo) “solo” 93 pezzi: 82 sono custoditi al British Museum di Londra ed 11 al National Museum of Scotland ad Edimburgo. La statuetta in questione sarebbe quindi uno dei cinque pezzi scomparsi da circa due secoli!

Il colpaccio dell’antiquario sta ovviamente nel valore economico dato alla statuetta che dalle dieci sterline originarie che è stata pagata ora sarà battuta all’asta per un valore di milione e centomila sterline! I miei migliori complimenti all’antiquario per aver dato la possibilità al Destino di compiersi e mi chiedo come si deve sentire oggi colui che gliela vendette 55 anni or sono.

WU

PS. Si, sono i pezzi degli scacchi che avete visto in Harry Potter… prima che lo scopriate, anche voi, da Goooogle.

Sangue blu

… io non ce l’ho, sia ben chiaro. Ma devo confessare che l’espressione mi ha fatto sempre sorridere prima di arrivare (oggi, per puro caso) a chiedermi l’origine di questa espressione.

Sono certo che tutti sappiamo a cosa si riferisce il modo di dire, ma “spulciare” riguardo alla motivazione è certamente meno ovvio. Gooogle propone almeno tre possibili origini dell’espressione, tutte, IMHO abbastanza dubbie; ma infondo lo scopo qui e sentire più campane, non trovare quella “giusta” (ammesso che ci sia).

I nobili erano (sono) ovviamente sollevati dall’obbligo del lavoro (farlo poi per passione o per diletto lo rende intrinsecamente più simile ad un hobby), specialmente quello manuale all’aria aperta. Motivo per cui la colorazione della loro pelle era spesso e volentieri molto chiaro, quasi diafano. In tale situazione le vene, specialmente quelle più superficiali tipo quelle della gola o dei polsi, assumono una colorazione bluastra, da cui, pare, il modo di dire. Mi fa ridere come oggi (beh, da anni in vero) siamo alla ricerca della “tintarella” o dell’abbronzatura che un tempo denotava le classi meno abbienti, costrette, appunto, a lavorare nei campi non potendo esibire delle belle vene blu…

Altra possibile etimologia dell’espressione è da ricercarsi nella argiria, malattia della pelle che induce colorazione (indovina un po…) bluastra. Un’alterazione cutanea causata (come il nome stesso) suggerisce da contatto prolungato, ingestione o comunque ingestione di argento e suoi composti. Il metallo tende a depositarsi sotto pelle e se esposto alla luce solare forma un insolubile e perenne… solfuro di argento. I noBBili dovevano mangiare abbondantemente e per lo più con posate/piatti/calici di argento. Sarebbe da ricercarsi quindi proprio nella loro argenteria la causa del loro epiteto di … sangue blu (evidentemente pelle blu suonava troppo di puffo…). In questo caso sarebbe stata, in qualche modo, proprio la ricchezza di queste persone a diventare un indelebile marchio sulla loro pelle. Letteralmente.

E come non pensare all’emofilia? Malattia molto diffusa fra la nobiltà europea degli scorsi secoli. L’emofilia è una patologia che consiste sostanzialmente in un difetto di coagulazione sanguigna favorendo emorragie e lividi. La colorazione bluastra di queste persone vien da se. I noBBili, ovviamente, tendono ad incrociarsi fra loro (come fosse una strana razza) e ciò favorisce il tramandarsi dell’emofilia, malattia ereditaria recessiva. Gli incroci fra consanguinei favorivano quindi una prole debole, malaticcia e blu… sia nel senso di nobile che di emofiliaca.

Qual che sia l’origine, più o meno certa, ormai celata dalla polvere del tempo, l’espressione “sangue blu” mi continua far sorridere e mi rimanda inconsciamente ad un lignaggio elitario, educato nei modi più che ricco nelle tasche.

WU

PS. Ovviamente:

Un punto sulla Guinea Equatoriale

Mi sono imbattuto (si, sto avendo nottate molto difficili) in questo report che, oltre a trasmettermi un’immensa tristezza, fa una specie di graduatoria degli stati con le peggiori condizioni di vita. E già qui avrei potuto fermarmi, ma, vai a sapere perché, mi sono fermato sulla Guinea Equatoriale… che, ammetto, avevo si e no una vaga idea di dove fosse e nulla più.

Partendo da questi deliri ho scoperto (beh, non che sia proprio un cronista d’assalto, ma Gooooogle e Wiki fanno miracoli…) che il primo presidente della Guinea Equatoriale fu eletto nel 1968. Francisco Macías Nguema doveva essere un tipo abbastanza paranoico (e dato come poi è finito forse ne aveva ben donde), oltre che soffrire di un ego sproporzionato (mi ricorda Lord Farquard di Shrek).

Nguema si auto-dichiarò presidente a vita (dopo essere stato eletto Capo di Stato con la benedizione del governo spagnolo, il che già la dice lunga) e ciò gli diede, nella sua ottica, il diritto di detenere (pare proprio fisicamente… sotto il suo letto…) la quasi totalità delle ricchezze del paese. A quel punto non aveva motivo per non sterminare o esiliare gli oppositori… non esattamente una minoranza, dato che furono circa un terzo degli abitanti del paese ad essere in qualche modo perseguitati.

Nguema non doveva essere neanche particolarmente colto (in fondo a cosa gli serviva dato che era presidente a vita? ah, aveva fallito tre volte l’esame per il servizio civile…) dato che il suo disprezzo si acuì proprio verso le classi colte della Guinea Equatoriale (beh, onestamente, non credo stiamo parlando di istruzioni particolarmente avanzate…) che furono spesso e volentieri costrette a lavori forzati, lontane da qualunque forma di “cultura”.

Il “presidente a vita” aveva praticamente messo su una specie di campo di concentramento di dimensioni nazionali e di un livello di sviluppo quasi preindustriale. La parola genocidio si applica benissimo al suo “governo”. La sua fine era solo questione di tempo; fu infatti il nipote Teodoro Obiang che nel 1979 lo rovesciò con un colpo di stato e subito dopo lo giustiziò.

Per la popolazione le cose andarono di male in peggio. Il nipote aveva evidentemente ereditato buona parte dell’approccio alla vita dello zio; in particolare una vanagloria spropositata, un modesto livello di educazione ed una brama di ricchezze che non poteva esser certo fermata da preoccupazioni marginali, come il benessere dei suoi connazionali. Cleptocratici, credo si dica.

Obiang, fu anche più fortunato dello zio dato che alle “valigie ripiene d’oro” che aveva “ereditato” aggiunse la scoperta del petrolio in Guinea Equatoriale. E così, dal 1995 circa (quando la Guinea Equatoriale ha iniziato ad essere uno fra i paesi con i più alti tassi di crescita di tutto il continente africano), Obiang era praticamente l’unico beneficiario di una fonte di guadagno quasi illimitata.

La popolazione della Guinea Equatoriale aveva intanto raggiunto quasi i 700000 abitanti che versavano in condizioni di vita che peggioravano a vista d’occhio. L’aumento delle ricchezze del nuovo imperatore unico e supremo procedeva di pari passo con il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Repressione politica, torture e chi più ne ha più ne metta abbondavano, anzi (ahimè) abbondano.

Obiang è infatti tutt’oggi in carica, anzi è il leader africano in carica da più tempo, primo al mondo tra i “capi di Stato” (consentitemi le virgolette…) dei paesi non-monarchici. Benché sia ufficialmente riconosciuto (altro indizio che reputo fondamentale) da praticamente tutti gli stati (anzi, ha incontrato diversi dei leader “occidentali”…), la Guinea Equatoriale è lo stato è considerato uno dei più repressivi, etnocentrici e brutali al mondo. Il “Capo di Stato” sta tentando di dare l’impressione di grande apertura ed “occidentalizzazione” (ammesso che sia un bene) con politiche economiche e turistiche: Malabo, la capitale si sta trasformando, almeno in apparenza, in una meta turistica e congressuale.

Perché tutta questa storia (che voi sapevate di certo, io no)? Ovviamente non lo so; Non è la prima (e non mi illudo sarà l’ultima) che vediamo (ed, almeno nel mio caso, non viviamo) regimi repressivi perdurare e proliferare. Di certo gli occhi, quelli ufficiali, del mondo non sono puntati su paesi come questo e gli enormi interessi economici mondiali (beh, il petrolio lo venderà pure a qualcuno, no? E le armi da dove le prende? E bla bla bla…) che stanno dietro queste persone gli consentono di fare “dio sceso in terra” nei loro miseri paesi accumulando ricchezze che poi possono spendere solo (SOLO) per soddisfare i più sfrenati lussi personali protetti dalle economie occidentali. Non sono persone, e chi le protegge vuole che sia così, che sarebbero in grado di investire per migliorare le condizioni di vita dei loro “sudditi”, anzi che assolutamente temono di farlo per non crescere potenziali antagonisti.

La popolazione di queste nazioni non potrà mai avere speranza di risollevarsi ed abbandonare le ultime posizioni del report di cui sopra, finché farà comodo a noi “paesi sviluppati” mantenere questi psicopatici alla guida di questi stati che sono poi le nostre “riserve naturali” (mi viene quasi da dire che fanno bene quelli che poi si rivoltano contro i loro “padroni”). Aggiungo anche che in questi casi avere un “uomo del popolo” con un livello di cultura (si, qui veramente questa parola ha un senso!) e con prospettive che vadano oltre “voglio l’oro sotto il letto” sarebbe un asso nella manica in cui, purtroppo, credo poco.

WU

Spam: dalla carne alla pubblicità

Correva l’anno 1970. Il 15 del mese di Dicembre andò in onda uno sketch comico del Monty Python’s Flying Circus. Lo sketch era ambientato in una specie di bettola frequentata da vikinghi, a due avventori dell’ultimo minuto la suadente cameriera inizia ad elencare le pietanze ancora disponibili intercalando in modo ripetitivo ed incalzante una pietanza. Alla riluttanza degli avventori nei confronti di questa pietanza fa eco il coro crescente dei vikinghi che stanno già pasteggiando e le formidabili accoppiate proposte dalla cameriera: uova e Spam, salsicce e Spam, Spam, uova e Spam, Spam Spam, pancetta e Spam. Ah, è spam anche quello che abbonda anche nei titoli di coda!

Beh, l’ho detto, la parola magggica è… Spam. E non nell’accezione che noi tutti conosciamo oggi, ma in quella sia originale. La Hormel Foods Corp. aveva fra i suoi prodotti una scatoletta di prosciutto speziato, spiced ham, che contratto suona proprio come… spam.

Poi arrivò la WWII, e fra la scarsità di cibo in Inghilterra spiccava l’onnipresenza dello spam come pietanza principe. La congiuntura storica, la comicità dei Monty Python ed un po’ i casi della vita hanno poi trasformato spam dall’essere carne in scatola all’essere… spam. Oggi possiamo anche non sapere l’origine del termine, ma di certo abbiamo conosciuto lo spam, almeno una volta (solo??) nella vita.

Sempre provando a guardare il lato storico di questo fenomeno (beh… se non altro del termine) pare che il primo messaggio commerciale indesiderato dati Si ritiene (non mi fate domande o devo fare spam…) che il primo spam via email della storia sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC. Lo scopo era ovviamente pubblicitario, il risultato (Credo) sia stato il primo uso massiccio del tasto CANC.

Io, personalmente, non ho mai assaggiato un solo pezzo di spam, ma passo buona parte del mio “essere on line” a discernere (ormai quasi inconsciamente) lo spam dalle informazioni da processare/ritenere. E non parlo solo di quello che immancabile arriva via mail, ma anche dello spamming (anche il verbo!) di informazioni, mediamente inutili a cui siamo sottoposti. Se chi le mette in giro lo fa con lo scopo di “spammare” (ancora!!), credo ci riesca, il mio dubbio è che lo si faccia spesso credendo di fare cosa buona, di condividere informazioni utili, senza rendersi conto di produrre solo ulteriore, inutile, deleterio… spam.

Lo spam (inteso come quello pubblicitario che, ricordo, è un reato!) si basa molto sull’ingenuità della gente, spesso anche a scopo fraudolento, ma credo che il fenomeno si sia evoluto portando a “spammare inconsapevolmente” informazioni che non meriterebbero (in un’altra epoca storica, evidentemente) neanche uno sguardo. Io lo vivo come spam, spero non sia un altro aspetto della incapacità umana. Sono certo che tutti conveniamo che è (era) meglio la carne in scatola.

WU