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Fidget Spinner: the zombificator

Per quanto mi riguarda questa è quel genere di notizie che mi fanno dubitare della razionalità del genere umano, che mi fanno dubitare della distinzione fra cose serie e cazzate e che mi spingono a pensare che l’essere umano abbia un’innata paura del nuovo. Procedendo con ordine:

[…] directly saying fidget spinners were an “object for zombifying” and a form of “hypnosis.” The program featured a report from psychologist Svetlana Filatova, claiming that the spinners could help dexterity in children but otherwise “dulls” people’s minds.

Se non avete finito la traduzione perché vi siete messi le mani davanti agli occhi, la cosa dice più o meno che i fidget spinners (le trottoline del 2017… quelle reali) servono per fare il lavaggio del cervello.

La cosa è stata pubblicata dal New York Times che cita dei giornalisti russi che danno (ma dai!!) la colpa della popolarità dell’oggetto del demonio all’opposizione.

Posso assolutamente concordare che siano un giochino inutile, che distraggano, che siano una moda e cose del genere, ma non mi dite che servono per “un piano di zombificazione collettiva” orchestrato dall’opposizione al regime. Ho i miei dubbi in generale sulla stampa (e non solo quella Russa), ma questo mi pare davvero troppo.

Not everyone gets fidget spinners. The trendy new toy is meant to ease stress and anxiety but Russian state TV fears it could have more nefarious purposes, namely turning the nation’s youth to vandalism and acts of opposition against Russian leader Vladimir Putin.

Torno al punto (secondo me): abbiamo paura del nuovo. Ogni cosa (testi, personaggi, giochini, mode, etc. etc.) che entrano a far parte della cultura popolare DEVONO essere ad un certo punto demonizzati. Non esiste una novità sana che non mette a repentaglio lo stato delle cose.

Sicuramente c’è chi li critica perché non li capisce, chi perché gli fanno paura, chi perché cavalca l’onda e chi perché non sa cosa fare. Il mondo è pieno di cose stupide, non demonizziamole. Fanno parte di noi da millenni. Rimuoviamo piuttosto i nostri pregiudizi, se siamo capaci.

WU

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Emi-pangramma

Mi sono intrippato in un giochino stupido stupido. Tanto per cambiare.

Per una serie di motivi ho comprato un alfabeto. Non che io, come nessuno, possa mai possedere un alfabeto nel senso di proprietà, ma ho acquistato delle simpatiche letterine che mimano tutte e 26 le lettere a me note.

E da li… il dramma 🙂

Allora, le regole che mi sono dato sono relativamente semplici: usare il maggior numero di lettere in parole di senso compiuto. E’ un po’ una cosa diversa da i soliti giochini linguistici di trovare parole con più doppie, più vocali, più lunghe, palindrome, etc. etc.

Una specie di ricerca dell’emi-pangramma (poi dei pangrammi parliamo a parte) italiano più lungo.

In pratica ho a disposizione le 26 lettere e cerco di dare un senso ad il maggior numero possibile di esse. Dato che il concetto di “senso” è sostanzialmente legato, oltre che alla lingua italiana, anche alla mia conoscenza di essa, il giochino mi ha spinto a scoprire parole, come dire… inusitate.

Vi risparmio le ore perse su questa faccenda ed elenco sotto i miei tre risultati più notevoli (ed è tutto dire):

  • spugna chi feltro; tre parole per un totale di 15 lettere
  • feldspato brughi; due parole (eh, si, esistono entrambe) per un totale di 15 lettere
  • compravenduti; singola parola dalla bellezza di 13 lettere.

Ogni vostro tentativo è più che benvenuto.

Conclusione: ho ordinato un secondo alfabeto. Se mi ritrovate a fare questi discorsi con ben 52 lettere allora sono decisamente fottuto.

WU

Fidget spinner, e pure virtuale

Avete presente cosa sia un fidget spinner? No?! Una cosa assolutamente fondamentale, immancabile, un must, una… cazzata incredibile di cui non potete fare a meno.

Praticamente si tratta di una specie di trottola per dita composta (ovviamente ne esistono forme e dimensioni a piacere) da un cuscinetto centrale da tenere fra due dita e tre (quattro, otto, millemila?) estremità da far roteare.

FidgetSpinner.png

Non mi dovete e non vi dovete chiedere a cosa serva.

L’unica cosa che vi posso dire è che è ampiamente usato anche nelle aule di scuola (con buona pace dei docenti e protagonista di news tipo questa) e che trova le sue origini in un qualche gadget sviluppato per gli studenti con problemi di ansia, autismo, concentrazione e simili.

Nell’epoca dei bisogni eteroindotti pompati dal web, ecco che ce lo ritroviamo un po’ in ogni dove, commercializzato come fosse un anestetico.

SI tratta di una di quelle cavolate da tenere in mano come antristress che con un costo praticamente ridicolo ci spingono a dire “ma si, tanto…”. Da circa 2 euri in su su Amazon

Ad ogni modo, se già questo vi pare una semi-follia, aspettate di vedere il resto.

Eh, si perché l’ulteriore limite a cui si può spingere e ci può spingere il web è proprio ad abbandonare la necessità dell’oggetto fisico per portare il tutto su un piano più… virtuale.
Cliccate su ffffidget.com. Vi prego. E fatevi passare tutto lo stress che avete!

The simple website lets you spin the virtual toy with your mouse or a touch screen, eliciting a rainbow of colors that change depending on the speed of your spin

Mi affascina un sacco assai notare come l’oggetto, di per se banale, che aveva come praticamente unico senso proprio quello di esistere per essere tenuto in mano e “raccogliere” il nostro stress, perde anche questo suo connotato per diventare un clic sullo stesso mouse che è spesso proprio la causa del nostro stress.

WU

Cacce al tesoro

Ve le ricordate le “caccia al tesoro”? Preferivo il nascondino, ma devo dire che molti bei ricordi della mia infanzia (chissà quando e perché si smette di farle?) sono legate alla caccia al tesoro. Che poi di tesori non ne ho (quasi) mai trovati. A malapena riuscivo a capire gli indizi e mi distraevo con facilità. Ma questa è un’altra storia…

E questo è il (mio) passato. Ora abbiamo in mano tanta di quella tecnologia che non sappiamo praticamente più come usarla, ma la volgiamo e ci vogliamo convivere.

Ed ecco che se accendi il GPS del tuo tel ti trovi catapultato nel Geocaching. Praticamente una caccia al tesoro in cui una serie di “geocache” di svariate forme e dimensioni sono distribuiti per il globo (si, c’è anche in Italia…). Nei “cache” sono presenti dei piccoli log in cui firmi, lasci una foto, prendi e/o lasci un gadget e via dicendo. Praticamente “firmi” il tuo passaggio e procedi verso la prossima avventura.

Ovviamente non si tratta di girare a caso, ma le posizioni delle cassette sono comunicate (internet…) con latitudine e longitudine. I posti sono tipicamente abbastanza remoti ed è un modo per spingerti a visitare posti, magari vicini a casa tua, che non vedresti altrimenti. Applicazione per smarphone associata.

Il GPS spesso non basta (la precisione è comunque di qualche metro e se devi trovare una scatola di fiammiferi nascosta in un albero…) per cui alle coordinate della cache è associata una descrizione, magari qualche foto, consigli e via dicendo.

Praticamente il gioco lo fanno gli utenti stessi, la loro volontà e le relative segnalazioni. L’idea mi piace parecchio e va praticamente avanti dal 2000 (da quando il distrurbo del segnale GPS è stato rimosso dal governo US).

Ma che vi ricorda (il che non vuol dire che è la stessa cosa)? Qual’è quell’altra cosa che con un GPS attivo (ed uno smartphone) ti fa girare alla ricerca di chissacchè? Quella cosa della quale in questa estate 2016 anche se vivete nei boschi siberiani (o se siete stile WU) ne avrete sentito parlare?

Beh, il “titolo del momento” (mi piace usare queste locuzioni perché mi sento giovane 🙂 ): Pokemon GO . Conoscevo (un po’) il Geocaching; sto imparando a conoscere (sommariamente) PGO.

Ora, a parte quello che si vuole dire sul controllo di massa, zombie davanti schermi bollenti, incidenti causati, gente che lascia il lavoro e via dicendo; la verità è che siamo davanti un cambiamento (epocale ci starebbe bene, ma mi pare eccessivo). Ho passato nottate con un joystick in mano; se oggi vedo qualcuno che cammina per ore ed ore non credo che sia molto peggio. Io sono sopravvissuto alle salagiochi ed i picchiaduro e non mi sono (completamente) bruciato il cervello. Sono fasi, passano e ci formano. Viverle, non tacciarle aiuta.

Di PGO si è parlato (bene e male) tanto, ma, alla ricerca di una qualche interpretazione un po’ diversa (che non vuole ne condannare ne assolvere) con istintivo accostamento dei due giochi mi chiedo: che sia il “possesso” la vera differenza? In PGO il povero Pokemon diventa “tuo”. Nel Gocaching tutto sommato la vera soddisfazione è raggiungere un posto, ma non facciamo nostro nulla (a parte l’esperienza e se prendiamo qualcosa, un’altra la dobbiamo lasciare). Eppure la sera invece di rigirarci fra le mani il ninnolo di chissacchi, preferiamo spulciare il nostro pokedex…

Il geocaching certo mi sembra più “sano” ed alla vecchia maniera. PGO mi pare più una moda passeggera (di certo mi sbaglio, anche se le potenzialità del gioco sono sicuramente maggiori), ma la verità è che sono giochi che ti costringono a muoverti. Uscire, camminare, socializzare, e via dicendo. Ci spingono ad aprire gli occhi e guardare cose che avevamo li accanto e che non avevamo mai visto prima. E sono giochi! Non sono imposizioni (vedi le app che ti contano i passi/calorie che le odio visceralmente) o impersonali social (tutti amici eppure quasi non ci riconosciamo più). Sono giochi, sono un qualcosa che fa leva sul nostro esser bambini. E ci frega.

Certo ogni strumento nelle mani sbagliate diventa mortale (e PGO è uno strumento oggi molto più potente del geocaching: è di sicuro molto più dinamico, ricco e variegato come gioco; non cerchi oggetti statici, ma ti cali proprio in una realtà che cambia nel tempo e nello spazio), ma non possiamo prendercela con gli strumenti quando è la stupidità della razza umana viene a galla.

WU

PS. E dato che assumo che il Geocaching non sia ancora “esploso” come passatempo, cosa che invece ha fatto PGO, mi sono dilungato leggermente più sul primo.

PPSS. E sicuramente meglio di come potrei fare io. Qui l’interpretazione di ZeroCalcare sul nostro futuro 😀 .

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Super Grandioso Portiere Water

Nome in codice SGTK (Super Great Toilet Keeper). Mica uno con cui scherzare.
Il paratore fenomenale. Il portiere dei sogni. Ah, non si muove ed è… un cesso. Letteralmente.

Avete mai immaginato come sarebbe segnare un goal in una porta da 7.32 x 2.24 metri difesa solo da una toilette? No? Beh, neanche io, ma in queste cose sappiamo già che gli asiatici sono avanti.

Credete sia un gioco da ragazzi? Forse si, ma non se SGTK decide di impegnarsi. Non importa dove tiriate, con che velocità (… fino a circa 100 mph), effetto, angolazione, potenza e via dicendo. Non si segna. L’ho già detto che è un cesso?

Anche i water possono essere robotizzati, sensorizzati, computerizzati e motorizzati e non farvi segnare (oltre che spingervi a chiedere il senso delle cose, ma non facciamo troppo i sottili).

Sensori posizionati sulla porta (due telecamere da 250 fps montate sui due lati), un motore ad alta velocità per regolare la posizione, ed una molla per lanciare una palla contro il tiro in arrivo. Il risultato è una deviazione efficiente che devia il pallone lontano dallo specchio della porta negandoci il piacere del goal.

Un cesso, l’ho già detto?

Nato dalla collaborazione fra la TOTO e la toto. La TOTO è un produttore di bagni giapponese (… ed io che pensavo nigeriano…) che ha (ovviamente) sviluppato il SGKT per esibizioni e dimostrazioni. La toto, invece, è un ente che regola diverse lotterie a sfondo sportivo in Giappone. Leggi: marketing.

Un cesso (l’ho già detto?) da esibizione; aiuta l’ambiente (non mi è chiaro come) ed anche bravino…

WU

PS. Ok, la “news” è di “soli” 4 anni fa. E allora? Interessa meno?

Youtubers Life

Chi non ha mai sognato di diventare uno youtuber alzi la mano (no, questo post non parla di come vive uno youtuber, quindi se è quello che speravate di imparare vi risparmio la fatica).

Chi non reputa lo youtuber un’attività degna di essere sognata, invece, continui a leggere. Continui perché le sorprese devono ancora venire!

Non solo evidentemente c’è chi considera l’essere youtuber un qualcosa (e che non so di preciso che parola usare…) da sogno, ma addirittura c’è chi propone un videogame che simula con una identità digitale tutto ciò…

Youtubers Life, vi consente di creare un personaggio digitale (il mio avatar youtubico si chiamerebbe FAVA), mandarlo in giro ad acquistare videogamens e fargli realizzare dei “let’s play” da pubblicare (evidentemente) su YouTube.

Prescindendo dall’applicazione specifica mi pare più simpatico e nella fattispecie più calzante di tanti altri casi in cui deleghiamo ad un avatar di bit i nostri sogni (e le nostre frustrazioni).

WU

San Serrife

Scoperto dagli inglesi nel 1421, l’arcipelago è stato per secoli conteso tra Inghilterra e Spagna, per finire nella sfera d’influenza britannica soprattutto dopo il ritrovamento dei giacimenti petroliferi al largo delle coste occidentali dell’isola maggiore di Caissa Superiore. Ottenuta l’indipendenza nel 1967, il paese è precipitato in un lungo e oscuro trentennio di di caos, anarchia e refusi, provocati dalla dura e dissennata dittatura militare del generale Pica. Dal 1997 San Serrife è governata con placida e rilassata mano dal carismatico presidente a vita Antonio Bourgeois, grande amico di molti statisti europei e sostenitore della libertà di stampa.

La capitale è Bodoni, situata nelle pianure centrali dell’isola settentrionale, dotata di aeroporto e moderne infrastrutture; ma la moderna Arial, grazie anche alle attrattive turistiche delle coste della meridionale Caissa Inferiore, sta lentamente soppiantando il prestigio dell’antica capitale. Fino all’apertura della propria linea locale di produzione, San Serrife è stata il maggior consumatore mondiale di birra scura.

Il clima di San Serriffe è tipicamente tropicale, con alcune particolarità degne di nota, molto apprezzate dagli spiriti metodici dei turisti abitualmente impiegati nel settore delle comunicazioni. Le giornate infatti sono rinfrescate quotidianamente da violenti acquazzoni, vere e proprie tempeste di pioggia e fulmini che escono puntualmente una al mattino e una alla sera; eccezionalmente, durante la stagione dei Monsoni, si scatenano temporali straordinari nell’arco della giornata.

sanseriffe.png

1977. Uno dei più bei pesci di aprile di sempre (7 pagine di speciale sul quotidiano britannico “The Guardian”).

Piccolo regno insulare dedicato al duro lavoro della stampa al piombo (…chissà se ospitano anche gli addetti alla stampa elettronica di massa). L’arcipelago di San Serrife, a forma di punto e virgola, è mobile (per definizione) e viene quindi spostato secondo le correnti da qualche parte imprecisata nell’oceano indiano. Il nome? Beh, tutti conoscete il Sans-Serif (senza grazie, bastone)…

Nato come scherzo beffardo nei confronti dei confronti dei reparti tipografici fruttò una ridda di richieste per maggiori informazioni da parte dei lettori. Con tanto di competizioni fintamente ufficiali:

Kodak ran a competition asking for amateur photographers’ pictures of San Seriffe, for an exhibition to be mounted “at this time next year”, with the line “If you’ve got a photograph of San Serriffe, Kodak would like to see it”.

WU

PS. E no, oggi non si poteva proprio evitare…