Ipotesi di legislazione marziana

Il titolo potrebbe essere, senza troppa fantasia, “Mars 2025 or 2035?”. Quella che ci piace chiamare (forse per ricordare i nostri trascorsi, forse per darci un’area di conquistatori) la “corsa al pianeta rosso” è ormai inequivocabilmente iniziata. E non da poco.

Sono fiducioso che “anno più, anno meno” saremo in breve tempo in grado di metterci in condizione di mettere un piede umano sulla superficie di Marte e riportare quello stesso piede a casa sano e salvo. Tecnologicamente.

Non credo, tuttavia (e come spesso succede) che saremmo in grado di recepire a livello societario, umano, legale, la portata di un passo del genere. E’ stato così per le grandi scoperte (conquiste?) del passato, è stato così per le grandi invenzioni, è stato così per gli enormi progressi tecnologici: noi li costruiamo, li faccio, ma ci colgono puntualmente impreparati. Marte non farà eccezione.

E’ comunque il caso di pensare a come potrebbe esser fatto un sistema governativo e legislativo marziano. Ah, si parte dalle ipotesi sottese che l’umanità sarà comunque più matura di quanto successo con i conquistadores, che su Marte non abbiamo nessun autoctono a cui dar retta (si, ahimè, convincetevi, ma è così) e che le leggi che abbiamo qui sulla Terra non saranno replicabili sul altri pianeti.

L’insediamento marziano dovrà in ogni caso essere indipendente da quello terrestre e non una sua propaggine (è un asserto che condivido profondamente: York e New York, England e New England, etc. sono esempi che evidentemente non hanno retto…). In questo modo si avrebbe sostanzialmente la possibilità di “partire da zero” nell’organizzazione di una società completamente nuova che sperabilmente impara dagli errori che abbiamo già commesso (ed a cui è sempre più difficile rimediare) qui sulla Terra.

Ovviamente questo è terreno fertile per le ipotesi più disparate che, almeno a parole, partono sempre da equilibri razziali, assenza di divisioni, povertà e bla bla bla. Recentemente ha detto (immancabilmente) anche la sua Elon Musk (quello che su Marte ci vuole andare nel 2025, senza aspettare il 2035 pronosticato dalla NASA).

MuskMarsGovernment.png

Mi pare un approccio molto liberale, ugualitario e saggiamente basato sugli errori che abbiamo qui da noi commesso (vogliamo parlare di testi di legge così lunghi che mi perdo già dopo il preambolo?). Un po’ utopico, cero, ma mi pare proprio il contesto giusto per essere utopici.

Il punto che mi lascia più meditabondo è come tale approccio possa concretamente realizzarsi ad una situazione in cui il concetto stesso alla vita sarà in mano a qualche tecnologia. Sulla Terra possiamo essere ricchi o poveri, morire di fame o di sete, ma abbiamo l’aria, il sole che non sono “proprietà” di nessuno. Su Marte anche il respirare sarà grazie ad una qualche macchina (… per non parlare del resto) ed il dubbio profondo che chi avrà in mano “le chiavi della macchina” avrà in mano la “democrazia del pianeta” mi rimane.

Avrò visto troppe volte Atto di Forza? Ah, per chi non lo sapesse, anche questo tratto da “We Can Remember It For You Wholesale” di Philip K. Dick, ovviamente.

WU

Mostri di grasso, figli nostri

Sembra il nome d un cattivo di Spiderman, ed effettivamente se li antropomorfizziamo un po’, con una maschera ed un mantello il ruolo di cattivo spaventoso lo ricoprirebbero perfettamente.

Sto parlando dei Fatberg. nome mutuato, con grande fantasia, da quello degli iceberg (berg fra l’altro credo sia “montagna” in tedesco) solo che non sono fatti di ghiaccio bensì di … grasso. I Fatberg sono infatti quegli ammassi mostruosi che vivono (e crescono!) nella pancia (per non usare altri organi meno nobili per la metafora) delle nostre città.

caused by a combination of cooking fats, grease and other items such as wet wipes. Our sewer systems are only designed for water, toilet paper and human waste to flow through and not the increasing volume of fat and other items such as wet wipes

Sono creature figlie della nostra società. E parliamo di agglomerati di ghiaccio di decine di tonnellate. Quest’anno nella sola Londra ne sono stati rimossi due: uno di 63 tonnellate ed l’altro di “sole” 30. Il record è di un Fatberg di ben 400 tonnellate trovato (e solo parzialmente rimosso) nella città di Liverpool (una domanda mi nasce spontanea: come facciamo a stimarne il peso?).

Sono veri e propri mostri che crescono unendo in cumuli immondi grasso e liquami vari a tutti gli oggetti di scarto che finiscono, volenti o nolenti, nelle nostre fogne. Inutile dire che a parte l’aspetto scenografico i mostri in questione sono una seria minaccia ai sistemi fognari di mezzo mondo e vanno quindi opportunamente rimossi (un lavoro da supereroi, appunto).

La rimozione è tutt’altro che semplice e spesso parte dal principio che il mostro deve essere diviso in più parti per essere sconfitto. Vi sono dei super-sommozzatori che fanno questo di lavoro (mi verrebbe da dire che è una specie di business del nuovo millennio auto-alimentato da una società opulenta destinata a perire sotto il suo grasso… ma forse esagero). I super-sommozzatori sono anche aiutati da speciali robot che affrontano il cattivo (come una armatura stile Ironman) armati di “pistole ad acqua”. Ma l’acqua è un getto ad altissima pressione che taglia, letteralmente, a pezzi il mostro di grasso.

Ci piace visualizzarli come mostri da combattere, ma mi pare siano un’ottima incarnazione (è proprio il caso di dirlo…) di come il nostro spreco finirà per ritorcesi contro e ci conferma che tutto quello che sprechiamo è pagato due volte, almeno. Ritengo che sottolineare gli aspetti economici di questi fenomeni sia il miglior modo di “sensibilizzare l’opinione pubblica”. Se ora scrivessi “prevenire è meglio che curare” mi sentirei inutilmente monotono e lapalissiano…

WU

Smartphone vs tutto

C’è stato un tempo in cui usavamo i gettoni per telefonare (si, ancora prima vi erano addetti che cambiavano manualmente i cavi in base alle connessioni telefoniche da effettuare, ma non mi fate partire troppo addietro…), un tempo in cui i telefoni erano nelle case appesi al muro con una rotellona da girare per comporre il numero, un tempo in cui i primi telefoni portatili erano “solo” cellulari e non smartphone (ed avevano della antenne telescopiche dal gusto estremamente vintage).

Oggi abbiamo brasato tutto, abbiamo uno smartphone.

Un tempo avevamo una torcia, avevamo un browser per andare su internet, compravamo giornali, avevamo una qualche chiavetta che generava un numero per accedere alla banca, avevamo addirittura una macchinetta fotografica o un ricevitore GPS.

Oggi abbiamo brasato tutto, abbiamo uno smartphone.

In un tempo ben più recente stiamo iniziando a sostituire metodi di pagamento, telecomandi per televisione (o per qualche accrocchio domotico), sistemi di videochiamata, canali di acquisto e via dicendo. Indovinate con cosa?

Oggi abbiamo brasato tutto, abbiamo uno smartphone.

Non sono contrario, anzi preferisco perdere (ok, ok, separarmi) da un solo oggetto per liberarmi di tutto un carico di civiltà. Mi spiace un po’ per i tanti progressi morti nel fiore dei loro anni per confluire in mini-mini-mini orpelli per smartphone, ma tutto sommato posso conviverci.

XKCD.png

I prossimi passi? Beh, ovviamente dotare di capacità meccaniche i nostri fedeli compagni (ed in questo caso, a parte titolate eccezioni, non siamo ne fedeli ne monogami). Tutta la riflessione è motivata da questo Randall qua che prevede, in ordine, che il nostro smartphone fagociterà guinzagli per cani, ruote sterzanti, sistemi di primo soccorso, grattugie, spillatrici, tagliaunghie ed infine addirittura trapani elettrici o spazzolini (quest’ultima cosa mi sarebbe sinceramente molto comoda…).

Un po’ in odore di futurologia spinta, ma facciamoci una risata oggi pensando a quante cose un tempo erano una cosa abissalmente distante da uno smartphone. Confesso che è uno dei motivi per cui vorrei veramente vedere cosa ci riserva il futuro.

WU

La morte ci preoccupa, si ma il giusto

Tutti dobbiamo morire (ora non mi metto a divagare sull’universo Marvel ok?), e lo sappiamo. Nonostante questo non ci svegliamo ogni mattina con l’angoscia di questo pensiero… o almeno non in tutte le fasi della nostra vita, o almeno non tutti i giorni. Diciamo che se fossi la morte mi lamenterei di non avere la giusta considerazione nonostante il mio ruolo di primaria importanza.

Quella che è fin qui una costatazione è effettivamente stato oggetto di una ricerca. Un meccanismo primordiale di protezione, che evidentemente ci evitata di entrare in una spirale depressiva auto-distruttiva, dal primo giorno che veniamo alla luce è la strategia naturale per metterci in salvo (cosa che alla natura importa limitatamente) e continuare la specie (forse più negli intenti di Madre Natura).

Per dirla in due parole (inesatta, ma di effetto): il nostro cervello non accetta meccanicamente che la morte sia inevitabilmente collegata alla nostra esistenza. Praticamente di “mentiamo” a riguardo.

Quando entriamo in contatto con informazioni riguardanti la morte, il nostro cervello le etichetta in qualche modo come poco affidabili, o meglio affidabili ma riferite a terzi più che a noi stessi. Praticamente associamo la morte come inevitabile per gli altri, mentre noi ci proteggiamo dai pensieri negativi che ne deriverebbero prestando limitata attenzione alle informazioni reperite a riguardo.

Avi Goldstein ed i suoi colleghi, si sono addirittura inventati un esperimento per cercare di dimostrare su basi scientifiche questo meccanismo. Ad una serie di soggetti sono stati fatti vedere dei video contenenti volti diversi. Fra questi volti che apparivano in maniera ciclica (prevedibile) sullo schermo c’era anche quello del soggetto stesso. Associate ad ogni volto vi erano una serie di parole, la metà delle volte collegate alla morte (sepoltura, funerale, morte, etc.).

L’attività del cervello dei soggetti era ovviamente monitorata dai ricercatori per capire come questo rispondeva quando l’immagine del volto che seguiva contrastava con ciò che il cervello prevedeva. Il risultato è stato che quando il volto del soggetto stesso appariva in concomitanza ad una parola collegata alla morte, il cervello “disattivava” il sistema di predizione. Praticamente si rifiutava di collegare l’immagine stessa del soggetto alla morte; non venivano dunque più registrati segnali di sorpresa da parte del cervello. “Non possiamo negare razionalmente che moriremo, ma pensiamo a questa cosa più come a qualcosa che accade ad altre persone”.

Il meccanismo è fondamentalmente semplice ed anche il suo sviluppo evolutivo è abbastanza intuibile. Senza voler scendere in temi scottanti, mi limito a pensare che tale meccanismo deve fallire, interrompersi, quando versiamo in condizioni in cui o non è più possibile vedere applicata a noi stessi l’ineluttabilità della nostra fine oppure tale prospettiva futura appare addirittura come un sollievo.

WU

PS. Beh, per il periodo Halloween mi sembra perfetto.

Il tempo delle preoccupazioni

Peanuts231019.png

Il fatto che passiamo gran parte del nostro tempo in mansioni che si rivelano inutili è cosa nota. Ogni tanto ci penso, spesso mi ci crogiolo, ancora più spesso lo uso come scusa. Quasi sempre se non spreco tempo in azioni lo spreco in pensieri, e praticamente sempre perdo tempo a preoccuparmi o, peggio, ad auto-ossessionarmi.

Prima di partire con un pippone para-filosofico (e ricevere consigli per un bravo psicologo 🙂 ), però, mi sono imbattuto in questo Peanuts che ha in qualche modo catalizzato un po’ meglio la mia riflessione.

Preoccuparsi è spesso tempo perso. Spesso, ma non sempre. Anzi, quelle poche volte in cui non lo è credo sia il vero meccanismo di selezione naturale. Quando la preoccupazione per un evento futuro ci spinge a valutare diversi scenari possibili, ci mette al riparo da mosse azzardate, ci sprona nella preparazione all’evento (come nel caso del test di cui sopra) o ci fa valutare con attenzione (e spesso modificare) le nostre ipotesi/convinzioni di partenza non credo sia veramente tempo perso.

La parte difficile sta nel capire se ci stiamo preoccupando a ragione oppure no. Capire se stiamo semplicemente tenendo la mente impegnata con inutili (e spesso bruttini) pensieri oppure stiamo effettivamente mettendo in atto un processo di “utile-preoccupazione”.

Aggiungerei, sempre in uno slancio di ottimismo, che se poi fossimo in grado di far tesoro delle preoccupazioni passate forse potremmo ambire a non essere schiacciati dalla vita. Un bimbo è preoccupato di tante, tantissime cose, spesso solo perché non le ha mai fatte. Un adulto (da definire a piacere), ahimè, è spesso preoccupato anche di cose già abbondantemente fatte. Un anziano (anche qui da definire a piacere) spesso non è più preoccupato.

WU (preoccupato, inutilmente, coscientemente)

Astro-macelleria

Un tempo si allevava quello che si mangiava, ora i miei figli sono convinti che le bistecche nascano direttamente dentro la COOP ed i totani siano animali che nascano già a cerchietti. Domani io sarò il vecchio che credeva che la carne venisse dagli animali e gli animali fossero allevati a terra.

La preparazione per quel giorno è stata ovviamente motivata da questa notizia qua.

Siamo sulla stazione spaziale internazionale ed in particolare nella sezione dedicata agli esperimenti di esobiologia. Un team industriale (!) istraeliano-russo-americano (alla faccia dei dazi e dei bombardamenti) ha prodotto in orbita le prime cellule bovine. Nessun animale è stato addestrato per un volo spaziale per andare incontro alla sua triste fine in orbita, bensì è stato usato un fantasmagorico ed innovativo sistema di stampa 3D.

Partendo da cellule bovine aggregate in sfeoridi si è utilizzato un sistema di stampa 3D basato su fattori di crescita e “bio-inchiostri” che hanno consentito di assemblare un pezzo di tessuto bovino. Dato che nello spazio la gravità non spinge naturalmente verso il basso i tessuti, la “bistecca” non ha la classica forma a strati che vediamo sulla terra, bensì sembra una specie di palla di neve dalla struttura tondeggiante che si accresce per sfoglie. Beh… abbastanza diversa dalla nostra comune idea di bistecca.

BisteccaSpaziale.png

L’astro-bistecca è formalmente adatta per essere consumata dall’uomo (anche se non è stata assaggiata) ed è ovviamente motivata dall’idea di produrre cibo “fresco” per gli astronauti che saranno impegnati nei lunghi viaggi che ci attendono (Marte in primis). Ovviamente le “ricadute terrestri” di questo genere di esperimento sono immense (tipo quest’altro esperimento qua oppure questo)… etiche e di sostenibilità in prima battuta.

WU

Aqua – yacht eco friendly

Che già mi pare una contraddizioni in termini. Se penso ad una imbarcazione “eco friendly” penso magari ad un barchino a remi, al limite ad una barca a vela… difficilmente ad un super-lussuoso yacht (se sembra anche uscito da un fil della Marvel). Ed è forse proprio qui la vera sfida.

L’azienda olandese Sinot Yacht Architecture & Design ha infatti appena svelato il suo yacht eco friendly, Aqua. Un concept, come si dice in questi casi, almeno per il momento. Il che vuol dire tanti bei rendering, qualche base progettuale, tanto clamore, belle animazioni ed una esplorazione preliminare dei paperoni che sarebbero interessati a questo gioiellino (che non farebbe accapponare la pelle neanche a Greta…)

L’imbarcazione ha una caratteristica unica: non inquina (o almeno non dovrebbe). Lo yacht verrebbe, infatti, alimentato grazie ad un sistema che sfrutta idrogeno liquido (… mi immagino il pieno…) immagazzinato nella stiva (in due serbatoi più-che-sigillai per un totale di 56 tonnellate) a soli -253 °C.

112 metri di lunghezza, 5 ponti, 31 membri dell’equipaggio, 17 nodi di velocità, 6000 km di autonomia sono quasi dettagli (beh, certo poi c’è la palestra, sauna, salone di bellezza, sala massaggi, camere mozzafiato, ma che volevate che mettevano un arredamento ad una stella su un affare del genere?).

Aqua.png

Ora a parte i sogni erotici che per qualcuno (mi tiro fuori in questo caso) un affare del genere potrebbe alimentare (sempre senza inquinare, sia chiaro) ed il fatto che non è ancora chiaro se questo concept vedrà mai la luce è chiaro che iniziare a parlare di imbarcazioni così importanti ad idrogeno è sicuramente una rivoluzione nell’industria navale; anche questa (oltre automotive, direi) pare che in qualche modo stia recependo l’urgenza della riduzione del nostro impatto ambientale.

La differenza che mi balza all’occhio è che finché ci muoviamo nel privato (quindi con dei clienti disposti a pagarli) vediamo effettivamente dei progressi eco-friendly, ma nel pubblico (e parlo partendo dei “big della terra” in giù), invece, bisognerebbe spendere ed investire senza avere un diretto ritorno economico e la cosa crea molta più resistenza. Facciamo servizi di bike-sharing, qualche autobus a metano, sostituiamo qualche caldaia-anni-20 nelle scuole e poco più. I nostri amministratori dovrebbero/vorrebbero vedere come questo progresso verde porti entrate e non solo quanto si potrebbe risparmiare (se se ne accorgono) limitando il cambiamento climatico in corso (i recenti uragani potrebbero essere un esempio, ma non sono una prova abbastanza conclamata…).

Ok, ok, ho divagato. Godiamoci lo yacht, o almeno il filmato.

WU

Creatable World

Diciamoci la verità: quanti bambini maschi hanno giocato con le Barbie? Tanti. Ed oggi quante bambine si rivedono in quelle Barbie? Poche.

Lo stereotipo-anni-80 della Barbie perfetta, bionda, identica (mi ricorda questa storia qua…) era chiaramente destinato a scemare e le varie operazioni di marketing, restyling, rilancio l’hanno tenuta a galla anche più del dovuto IMHO.

Oggi viviamo in un mondo in cui non è neanche ben chiaro chi sia maschio e chi donna, figuriamoci se possiamo inculcare ai bambini l’idea che le donne devono essere Barbie-style e per di più pretendere che lo accettino di buon grado.

La Mattel (si, quella che commercializzava la Barbie nonché uno dei più grandi produttori di giocattoli al mondo che ha l’accortezza di notare queste tematiche… certo, le vendite e quindi gli utili sono un ottimo suggeritore…) non è certo l’ultima arrivata ed un concetto relativamente semplice lo ha capito ben presto (di certo più velocemente di tanti nostri ministri, e non faccio nomi, che se fanno un cartellone per la famiglia ci mettono il NeGro che fuma le canne…) ed hanno affiancato al loro prodotto storico una nuova linea di giocattoli.

CreatableWorld.png

Creatable World è una linea di bambole… “gender neutral” come si direbbe oggi. Femmine, maschi o entrambi, ma soprattutto bambole che non sono lo stereotipo di un canone di bellezza univoco e che si possono in qualche modo personalizzare (ora spero che dal tipo di aspetto che i nostri piccoli decideranno di dare alla loro bambola non ci mettiamo ad evincere le inclinazioni sessuali che avrà da adulto… I giochi sono giochi e la fantasia va fatta spaziare.)

Gonna, pantaloni, gonna-pantaloni, capelli lunghi, corti, cortissimi, non il colore della pelle (che dipende dalla nuance della bambola comprata, ovviamente). Insomma bambole (un giocattolo di per se indirizzato ad un utente femminile) senza troppe “etichette” ed all’insegna dell’inclusività.

Un progetto che ci piace.

WU

PS. Una trentina di dollari su Amazon; lo sto seriamente valutando (no, non per me, almeno per ora 🙂 ).

Il fuoco che illumina

“Cosa si fa quando c’è qualcosa che continua a bruciarti dentro dannatamente, Lloyd?”
“Si chiama il giardiniere, sir”
“Che c’entra il giardiniere, Lloyd?”
“Solitamente, sir, ciò che brucia sono i rami secchi”
“Una potatura non spegne il fuoco, Lloyd”
“Ma può trasformare un incendio in un falò per la notte, sir”
“Ciò che brucia non sempre scalda, Lloyd”
“Ma ciò che brucia spesso illumina, sir”

Avrei bisogno, in questo periodo più del solito, di fare una bella potatura. Di far respirare il tronco e di tagliar via tutti quei fronzoli che sono ormai foglie e rami secchi (o comunque non più verdeggianti come un tempo).

Questo Lloyd è saggio e trasmette una luce (è il caso di dirlo) di speranza. La verità però è che decidere di tagliare e cosa tagliare è un momento sempre difficile. Forse in questo l’aiuto di un giardiniere esterno, ignaro, obiettivo aiuterebbe. Trovare soggetti del genere, e per di più disposti ad aiutarci potando i nostri rami, non è cosa semplice.

Ah, beh, il rischio che tagliamo anche polloni o rami verdi c’è, così come quello di bruciarli definitivamente nel fascio. Personalmente è un rischio che sono disposto a correre solo perché lo percepisco come secondario rispetto al rischio di non trovare il coraggio e la forza di tagliare alcunché.

WU

PS. Oggi sono tornato a bazzicare con Lloyd; è un po’ che latitavo (e credo di non essere stato il solo). Sagace come sempre, anzi, dopo un periodo di calo anche in ripresa (IMHO).

Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU