Astro-macelleria

Un tempo si allevava quello che si mangiava, ora i miei figli sono convinti che le bistecche nascano direttamente dentro la COOP ed i totani siano animali che nascano già a cerchietti. Domani io sarò il vecchio che credeva che la carne venisse dagli animali e gli animali fossero allevati a terra.

La preparazione per quel giorno è stata ovviamente motivata da questa notizia qua.

Siamo sulla stazione spaziale internazionale ed in particolare nella sezione dedicata agli esperimenti di esobiologia. Un team industriale (!) istraeliano-russo-americano (alla faccia dei dazi e dei bombardamenti) ha prodotto in orbita le prime cellule bovine. Nessun animale è stato addestrato per un volo spaziale per andare incontro alla sua triste fine in orbita, bensì è stato usato un fantasmagorico ed innovativo sistema di stampa 3D.

Partendo da cellule bovine aggregate in sfeoridi si è utilizzato un sistema di stampa 3D basato su fattori di crescita e “bio-inchiostri” che hanno consentito di assemblare un pezzo di tessuto bovino. Dato che nello spazio la gravità non spinge naturalmente verso il basso i tessuti, la “bistecca” non ha la classica forma a strati che vediamo sulla terra, bensì sembra una specie di palla di neve dalla struttura tondeggiante che si accresce per sfoglie. Beh… abbastanza diversa dalla nostra comune idea di bistecca.

BisteccaSpaziale.png

L’astro-bistecca è formalmente adatta per essere consumata dall’uomo (anche se non è stata assaggiata) ed è ovviamente motivata dall’idea di produrre cibo “fresco” per gli astronauti che saranno impegnati nei lunghi viaggi che ci attendono (Marte in primis). Ovviamente le “ricadute terrestri” di questo genere di esperimento sono immense (tipo quest’altro esperimento qua oppure questo)… etiche e di sostenibilità in prima battuta.

WU

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Aqua – yacht eco friendly

Che già mi pare una contraddizioni in termini. Se penso ad una imbarcazione “eco friendly” penso magari ad un barchino a remi, al limite ad una barca a vela… difficilmente ad un super-lussuoso yacht (se sembra anche uscito da un fil della Marvel). Ed è forse proprio qui la vera sfida.

L’azienda olandese Sinot Yacht Architecture & Design ha infatti appena svelato il suo yacht eco friendly, Aqua. Un concept, come si dice in questi casi, almeno per il momento. Il che vuol dire tanti bei rendering, qualche base progettuale, tanto clamore, belle animazioni ed una esplorazione preliminare dei paperoni che sarebbero interessati a questo gioiellino (che non farebbe accapponare la pelle neanche a Greta…)

L’imbarcazione ha una caratteristica unica: non inquina (o almeno non dovrebbe). Lo yacht verrebbe, infatti, alimentato grazie ad un sistema che sfrutta idrogeno liquido (… mi immagino il pieno…) immagazzinato nella stiva (in due serbatoi più-che-sigillai per un totale di 56 tonnellate) a soli -253 °C.

112 metri di lunghezza, 5 ponti, 31 membri dell’equipaggio, 17 nodi di velocità, 6000 km di autonomia sono quasi dettagli (beh, certo poi c’è la palestra, sauna, salone di bellezza, sala massaggi, camere mozzafiato, ma che volevate che mettevano un arredamento ad una stella su un affare del genere?).

Aqua.png

Ora a parte i sogni erotici che per qualcuno (mi tiro fuori in questo caso) un affare del genere potrebbe alimentare (sempre senza inquinare, sia chiaro) ed il fatto che non è ancora chiaro se questo concept vedrà mai la luce è chiaro che iniziare a parlare di imbarcazioni così importanti ad idrogeno è sicuramente una rivoluzione nell’industria navale; anche questa (oltre automotive, direi) pare che in qualche modo stia recependo l’urgenza della riduzione del nostro impatto ambientale.

La differenza che mi balza all’occhio è che finché ci muoviamo nel privato (quindi con dei clienti disposti a pagarli) vediamo effettivamente dei progressi eco-friendly, ma nel pubblico (e parlo partendo dei “big della terra” in giù), invece, bisognerebbe spendere ed investire senza avere un diretto ritorno economico e la cosa crea molta più resistenza. Facciamo servizi di bike-sharing, qualche autobus a metano, sostituiamo qualche caldaia-anni-20 nelle scuole e poco più. I nostri amministratori dovrebbero/vorrebbero vedere come questo progresso verde porti entrate e non solo quanto si potrebbe risparmiare (se se ne accorgono) limitando il cambiamento climatico in corso (i recenti uragani potrebbero essere un esempio, ma non sono una prova abbastanza conclamata…).

Ok, ok, ho divagato. Godiamoci lo yacht, o almeno il filmato.

WU

Creatable World

Diciamoci la verità: quanti bambini maschi hanno giocato con le Barbie? Tanti. Ed oggi quante bambine si rivedono in quelle Barbie? Poche.

Lo stereotipo-anni-80 della Barbie perfetta, bionda, identica (mi ricorda questa storia qua…) era chiaramente destinato a scemare e le varie operazioni di marketing, restyling, rilancio l’hanno tenuta a galla anche più del dovuto IMHO.

Oggi viviamo in un mondo in cui non è neanche ben chiaro chi sia maschio e chi donna, figuriamoci se possiamo inculcare ai bambini l’idea che le donne devono essere Barbie-style e per di più pretendere che lo accettino di buon grado.

La Mattel (si, quella che commercializzava la Barbie nonché uno dei più grandi produttori di giocattoli al mondo che ha l’accortezza di notare queste tematiche… certo, le vendite e quindi gli utili sono un ottimo suggeritore…) non è certo l’ultima arrivata ed un concetto relativamente semplice lo ha capito ben presto (di certo più velocemente di tanti nostri ministri, e non faccio nomi, che se fanno un cartellone per la famiglia ci mettono il NeGro che fuma le canne…) ed hanno affiancato al loro prodotto storico una nuova linea di giocattoli.

CreatableWorld.png

Creatable World è una linea di bambole… “gender neutral” come si direbbe oggi. Femmine, maschi o entrambi, ma soprattutto bambole che non sono lo stereotipo di un canone di bellezza univoco e che si possono in qualche modo personalizzare (ora spero che dal tipo di aspetto che i nostri piccoli decideranno di dare alla loro bambola non ci mettiamo ad evincere le inclinazioni sessuali che avrà da adulto… I giochi sono giochi e la fantasia va fatta spaziare.)

Gonna, pantaloni, gonna-pantaloni, capelli lunghi, corti, cortissimi, non il colore della pelle (che dipende dalla nuance della bambola comprata, ovviamente). Insomma bambole (un giocattolo di per se indirizzato ad un utente femminile) senza troppe “etichette” ed all’insegna dell’inclusività.

Un progetto che ci piace.

WU

PS. Una trentina di dollari su Amazon; lo sto seriamente valutando (no, non per me, almeno per ora 🙂 ).

Il fuoco che illumina

“Cosa si fa quando c’è qualcosa che continua a bruciarti dentro dannatamente, Lloyd?”
“Si chiama il giardiniere, sir”
“Che c’entra il giardiniere, Lloyd?”
“Solitamente, sir, ciò che brucia sono i rami secchi”
“Una potatura non spegne il fuoco, Lloyd”
“Ma può trasformare un incendio in un falò per la notte, sir”
“Ciò che brucia non sempre scalda, Lloyd”
“Ma ciò che brucia spesso illumina, sir”

Avrei bisogno, in questo periodo più del solito, di fare una bella potatura. Di far respirare il tronco e di tagliar via tutti quei fronzoli che sono ormai foglie e rami secchi (o comunque non più verdeggianti come un tempo).

Questo Lloyd è saggio e trasmette una luce (è il caso di dirlo) di speranza. La verità però è che decidere di tagliare e cosa tagliare è un momento sempre difficile. Forse in questo l’aiuto di un giardiniere esterno, ignaro, obiettivo aiuterebbe. Trovare soggetti del genere, e per di più disposti ad aiutarci potando i nostri rami, non è cosa semplice.

Ah, beh, il rischio che tagliamo anche polloni o rami verdi c’è, così come quello di bruciarli definitivamente nel fascio. Personalmente è un rischio che sono disposto a correre solo perché lo percepisco come secondario rispetto al rischio di non trovare il coraggio e la forza di tagliare alcunché.

WU

PS. Oggi sono tornato a bazzicare con Lloyd; è un po’ che latitavo (e credo di non essere stato il solo). Sagace come sempre, anzi, dopo un periodo di calo anche in ripresa (IMHO).

Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

A strange game, by Wargames

Oggi mi hanno fatto tornare in mente questo film. Fa parte dei miei ricordi di infanzia (e già avrei dovuto capire che c’era qualcosa che non andava… 😀 ) anche se non mi è mai rimasto impresso più di tanto.

Sto parlando di una specie di tecno-fantasy da guerra fredda in cui l’arsenale nucleare americano si arma quasi fosse un gioco… appunto.

In brevissimo (è un film del 1983 non credo si possa chiamare spolier, ma in case saltate allegramente): Settle, un giovane hacker amante dei videogiochi componendo numeri telefonici a caso riesce a raggiungere il supercomputer che si occupa di difendere la buona America dalla cattiva Russia. Il computer in questione è una sorta di intelligenza artificiale ante litteram che si allena con simulazioni di guerra e giochi di strategia per farsi trovare pronto a fare la contromossa ad un eventuale attacco russo. Vedendo la lista dei giochi su quel pc il nostro amico hacker si convince di esser entrato nell’azienda produttrice di videogiochi che cercava ed inizia a giocare contro il super computer ad una guerra termonucleare in cui, guarda un po’, lui assume il ruolo dei sovietici. Per il ragazzo è solo un gioco, per il computerone una seria minaccia. Le mosse del ragazzo sono scambiate per veri attacchi e tutto lo stato maggiore dell’esercito allertato per l’imminente attacco. La commistione fra “realtà reale” e “realtà virtuale” dilaga: i russi prendono i movimenti delle truppe americane come una dichiarazione di guerra e gli amMericani a loro volta sono insospettiti dalle strategie sovietiche. Il “gioco” si autoalimenta fino a delineare l’inizio di una guerra termonucleare. E’ praticamente tutto in mano al computer con una “sapente” esclusione del fattore umano che continua a decidere la strategia migliore per sterminare il nemico. L’algoritmo inizia a provare tutti i codici di lancio per avviare la sua offensiva.

Viene qui la parte che mi ha più colpito oggi del vecchio film: il modo con cui si cerca di fermare l’intelligenza artificiale ormai convinta di voler sterminare l’umanità: giocare a tris.

Praticamente l’idea del ragazzo per riuscire a fermare il computer è semplicemente quella di sovraccaricarlo. Al computer viene chiesto di giocare a tris contro se stesso: le partite finiscono velocemente in condizioni di stallo una dopo l’altra e lo stesso avviene con le varie simulazioni di guerra. Il pc “tralascia” (con tanto di scintille dai monitor come i fantasy anni ottanta-novanta volevano) le operazioni di lancio fino a convincersi che tutte le varie opzioni di guerra portano allo stesso risultato:

A strange game. The only winning move is not to play.

Il computer interrompe qualunque simulazione e chiede al suo creatore se non sia meglio giocare a scacchi.

Beh, diciamo che a parte un po’ l’effetto amarcord mi ha colpito molto l’approccio del “tris contro se stessi”. Praticamente un egregio modo per distogliere l’attenzione da compiti più seri è quello di focalizzare l’attenzione su processi abbastanza inutili, ripetitivi e senza speranza di vittoria. La condizione di stallo che si ripete ad ogni partita mi ricorda tanto le molteplici discussioni con i muri di gomma che trovo (troviamo, ne sono certo) qui e li.

WU

PS. Sotto la “scena madre” (nell’opinione di questo fesso) del film.

In un mondo senza elio

L’elio serve per gonfiare i palloncini. L’elio serve per sistemi di propulsione spaziale e come pressurizzante per i serbatoi dei motori a propellente liquido dei razzi. L’elio serve per aiutare pazienti con problemi respiratori (l’Heliox è una miscela di elio ed ossigeno. L’elio serve come base per tantissimi sistemi di refrigerazione (è l’elemento con il punto di ebollizione più basso tra quelli noti: -270 gradi centigradi). L’elio serve per le risonanze magnetiche (le bobine che generano il campo magnetico sono superconduttori, e per esibire tale comportamento sono tenute a temperature molto basse). L’elio serve ad un sacco di cose a cui tipicamente non pensiamo, ma soprattutto (ripeto) a gonfiare i palloncini. Ora, a parte rendere tristi le prossime generazioni di bambini, cosa succederebbe se finissimo l’elio? E perché ce lo chiediamo?

La verità è che siamo alle porte della terza penuria globale di elio negli ultimi 14 anni e la cosa ha ripercussioni molto più ampie di quella (non trascurabile, in base all’età) dei palloncini.

Il 90% dell’elio in commercio deriva da tre nazioni: Stati Uniti, Algeria e Qatar. Dato il mercato molto ristretto ed i fornitori molto limitati un qualunque problema geo-politico in una di queste nazioni mette a serio rischio la disponibilità mondiale di elio. Già nel 2017 gli Emirati Arabi hanno imposto (nell’ambito della crisi diplomatica dei paesi del golfo) un embargo alle esportazioni del Qatar. Il crollo delle esportazioni del secondo produttore mondiale ha ovviamente causato un grave penuria (quella precedente a quella che stiamo per vivere) nella disponibilità del gas.

Per compensare la penuria di elio, gli Stati Uniti (primo produttore mondiale) hanno dovuto incrementare il rateo di esportazione e quindi di produzione. La cosa ha ovviamente un impatto economico sia sui costi di estrazione che sui prezzi di vendita del gas. Le riserve USA, inoltre, sono sicuramente abbondanti, ma non certo infinite.

L’elio è tipicamente un gas “di scarto” delle estrazioni petrolifere che lo raccolgono (in parte) come sottoprodotto dell’estrazione e le riserve americane si concentrano nei paesi più ricchi di petrolio: Texas, Oklahoma e Kansas che hanno visto incrementare (leggi: hanno avuto più spese e quindi chiesto più soldi) le attività legate all’estrazione e l’immagazzinamento di elio. Questa sua caratteristica di essere “legato” alle estrazioni petrolifere è effettivamente un problema per l’approvvigionamento di elio. Non esiste, infatti, praticamente nessuna struttura dedicata unicamente alla sua estrazione.

E la cosa non è certo finita qui. A complicare le cose (ed aumentare i prezzi) vi è una fanta-legge americana del 1996 che prevede di immettere sul mercato (all’asta, per la precisione) tutto l’elio delle riserve USA entro il 2021 (altro motivo per cui ci avviciniamo alla terza crisi globale di elio nel giro di pochi anni). La legge fu varata quando l’elio immagazzinato nelle riserve americane generava più perdite economiche che altro. L’operazione immetterà tantissimo elio sul mercato; la speculazione è dietro l’angolo ed una gestione poco oculata di tutto questo elio porrà di certo problemi di reperibilità del gas negli anni a venire.

In breve: i giacimenti vanno consumandosi e la gestione del gas sembra passare (come di solito accade) più da logiche politiche-commerciali che da reali necessità. L’elio, inoltre, è estratto solo in parte (costa!) dalle compagnie petrolifere e l’attuale sistema produttivo che mira a ridurre il consumo (e quindi l’estrazione) di combustibili fossili per ridurre il riscaldamento globale di certo non aiuta la produzione di elio (sia l’estrazione che la possibilità di individuare nuovi giacimenti).

Anche se queste crisi fossero solamente passeggere e null’altro accadesse, visti gli attuali tassi di consumo dell’elio e la scarsa disponibilità di questo elemento, la stima è che le riserve di elio finiscano entro il 2040. Non sono certo di averne capito la portata, ma mi preparo a vivere in un mondo senza elio.

WU

PS. Se ci pensiamo un momento l’idea che l’elio sulla terra possa scarseggiare suona di paradosso. L’elio è, dopo l’idrogeno (75%), il secondo elemento più abbondante nel cosmo (quasi il 24%… quasi tutto quello che non è idrogeno…). L’elio si è formato nei primissimi istanti di vita del cosmo ed è stata praticamente la prima cosa che “si è creata” non appena la materia è diventata abbastanza fredda da consentire l’unione di un protone ed un neutrone e successivamente due protoni e due neutroni (l’elio, appunto). E come se non bastasse le stelle (quelle tipo sole… da cui, non a caso il nome Helios) producono elio fondendo fra loro atomi di idrogeno.

Tutto questo elio che c’è nel cosmo non arriva sulla terra. Qui giù da noi l’elio ha origine con il decadimento di isotopi radioattivi (e.g. uranio) che nei secoli hanno formato delle sacche intrappolato sotto la crosta terreste.

Le dodici impronte (sulla luna)

Se vi chiedessi chi era Neil Armstrong sono certo che la maggior parte saprebbe almeno dire che centra qualcosa con la luna. In un modo o nell’altro il primo allunaggio umano è entrato nella storia, nell’immaginario collettivo, nella nostra conoscenza, un po’ nel nostro DNA.

Neil tuttavia fu solo (fortunatamente) il primo essere umano a metter piede sulla luna, ma non l’unico. Prima che il programma Apollo fosse chiuso altre undici persone ebbero l’onore di calpestare il suolo del nostro satellite (per chi crede che sia tutta una messa in scena possiamo dire che in quel fanta-studio di registrazione entrarono almeno dodici persone).

Era il 20 Luglio 1969 quando due astronauti misero per la prima volta piede sulla luna. Neil fu il primo, Edwin Aldrin il secondo che arrivò “tardi”, ovvero solo/ben diciannove minuti dopo il collega. Un tempo evidentemente sufficiente affinché la storia lo ricordasse, ma molto meno la cultura collettiva. Per non parlare delle successive dieci persone. Meritano, tutte, se non altro un breve richiamo in questo blog (di certo molto di più). La mia nota (personalmente triste) è nel seguito che, chi di questi astronauti ancora fra noi, ha dato alla sua vita dato che diversi di loro si sono pagati da vivere dopo le loro imprese girando per raccontarle, pubblicando libri, vendendo apparizioni e cose del genere (…l’ho sempre trovato un po’ triste, ma d’altra parte il business è business e la luna non fa eccezione…):

  • Neil Armstrong (Apollo 11): “un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”. Sicuramente incarna il mito dell’uomo sulla luna.
  • Edwin Aldrin (Apollo 11): fu il secondo uomo a toccare il suolo lunare. Questo esser secondo determinò la sua “fama” ed anche la sua vita, fu infatti colpito da depressione forse proprio perché voleva esser lui il primo esser umano ad allunare. E’ ancor oggi uno dei più grandi fautori del ritorno alla luna come trampolino per Marte.
  • Pete Conrad (Apollo 12): volò sulla Gemini-5 e poi Gemini-11. Allunò con la missione Apollo 12 ed era stato già selezionato per la missione Apollo 20, poi cancellata. Parodizzò Armstrong nella sua citazione scendendo dalla scaletta: “Whoopie! Man, that may have been a small one for Neil, but that’s a long one for me”. Frase che ironizzava sulla sua piccola statura ed in qualche modo “scommessa” con la Fallaci. Un incidente motociclistico lo ha portato via.
  • Alan Bean (Apollo 12): quarto uomo a camminare sulla luna, passeggiò assieme a Conrad. Fu lui a prendersi l’ingrato compito di attivare il generatore nucleare che alimentava i vari esperimenti sulla superficie lunare. Dopo la luna volò sullo Skylab prima di arrivare a fare quello che veramente voleva nella vita: il pittore. Dipinse parecchi quadri, guarda caso quasi tutti con soggetto lunare… Passato a miglior vita lo scorso anno.
  • Alan Shepard (Apollo 14): il primo a salire sulla capsula Mercury ed il primo a testarla nello spazio. Lottò a lungo con il suo stato di salute che voleva allontanarlo dallo spazio, vincendo. Era anche a capo di una sua società e ci è stato portato via da una leucemia.
  • Edgard Mitchell (Apollo 14): dalla facoltà di economia aziendale a pilota della marina. Volò sulla luna assieme a Shepard pilotando il LEM. Sostenne di aver provato un’esperienza mistica sulla luna ed infatti fondò al suo rientro (lasciando ed essendo allontanato prontamente dalla Nasa) un istituto di scienze neotiche. Ufologo convinto ci ha lasciato nel 2016.
  • David Scott (Apollo 15): volò prima sulla Gemini assieme a Neil Armstrong e poi collaudò il LEM (modulo di allunaggio) attorno alla terra. Conosceva certamente bene la “nostra” navetta tanto da esser comandante della missione Apollo 15 ed ebbe l’onore di metter piede sulla luna. Condusse sulla luna “l’esperimento di Galileo”: fece cadere una piuma ed un martello che in assenza di atmosfera toccarono terra (luna, pardon) nello stesso momento.
  • James Irwin (Apollo 15): pilota del LEM ed ottavo uomo a metter piede sulla luna. Assieme a Scott si muoveva sul rover elettrico lunare, come navigatore. Rientrato a terra abbandonò la Nasa e divenne (badate bene) predicatore biblico. Testimoniò la sua fede a bordo di una roulotte in giro per gli Stati Uniti e cercò in lungo e largo l’Arca di Noè in Turchia. Stroncato da un infarto (quando si dice il destino…).
  • John Young (Apollo 16): a bordo di due navicelle Gemini e due volte sulla Luna: la prima volta con la missione Apollo 10, senza allunaggio, e poi con l’Apollo 16, da comandante. Comandò in seguito il primo volo dello Space Shuttle e poi a missione STS-9. E’ morto lo scorso anno.
  • Charles Duke (Apollo 16): era quello che teneva il collegamento a terra durante l’allunaggio di Armstrong. Allunò con il LEM e comandò il rover elettrico, stabilendo il record di velocità (27 km/hr) sulla luna. Lasciò come “ricordino” sulla luna una foto di tutta la sua famiglia.
  • Eugene Cernan (Apollo 17): terzo uomo al mondo a compiere una passeggiata spaziale uscendo dalla Gemini-9. Provò lo sbarco, senza allunaggio, già com la missione Apollo 10 e poi comandò la missione Apollo 17 che lo vide effettivamente calpestare il suolo lunare… l’ultima missione che ci portò sulla luna (finora).
  • Harrison Schmitt (Apollo 17): geologo lunare che addestrò molti degli astronauti che hanno calpestato il suolo lunare. Mise piede sulla luna in quanto rappresentate della comunità scientifica (che fece pressione affinché non fossero solo piloti o ingegneri a metter piede sulla luna). Allunò con Cernan. Dopo la spedizione si dedicò alla politica, occupazione ancora attuale dato che nel 2017 era con Trump a firmare l’ordine per ritornare (per restare ?) sulla Luna.

… tanto per ricordarcelo in attesa della prossima missione umana sulla luna (beh, se ne parla tanto, almeno sappiamo da dove partiamo). Mi suona un po’ come riscoprire l’acqua calda (che in questo caso non costa poco), ma che sono certo darà nuova benzina all’esplorazione umana dello spazio.

Decenni di ISS ci hanno un po’ “illuso” di andare nello spazio anche se non abbiamo fatto altro che rimanere sull’uscio di casa. Atterrare sulla luna, con un essere umano, riportarlo a casa, sano e salvo ci ri-metteranno davanti ad alcune sfide tecnologiche (ed economiche) che dagli ultimi allunaggi in poi abbiamo ignorato, ma che sono forse gli ostacoli più grandi se su Marte ci vogliamo un giorno veramente andare e non solo dire di farlo (ovviamente gli studi cinematografici sono fuori dalla faccenda…).

WU

Turritopsis dohrnii, un ossimoro vivente

C’è che dice di voler vivere per sempre, chi non ci pensa neanche (il sottoscritto) e chi lo fa e non lo pubblicizza più di tanto.

Sto farneticando sulla Turritopsis dohrnii, un piccolo bestio marino (Hydrozoa, per i puristi) che non misura più di pochi cm eppure è in grado di fare qualcosa che fa gola a tanti, tantissimi (che di Hydrozoa non hanno nulla): ringiovanire.

Turritopsis dohrnii.png

Sono tecnicamente una sorta di meduse in grado di ringiovanire riportandosi ad uno stato di maturità sessuale antecedente al loro stato attuale. Il che biologicamente vuol dire… ringiovanire. La medusa, inoltre, è anche l’unico essere vivente (noto finora) che è in grado di invertire il proprio sviluppo anche allo stadio maturo adulto… eccezione più unica che rara dato che anche altri medusini sono in grado di invertire la propria maturità sessuale ma solo fintanto che le gonadi non sono pienamente sviluppate (ovvero fintanto che non sono proprio completamente sessualmente maturi).

Alla base del meccanismo di inversione sembra possa esserci quella che si chiama “in gergo” transdifferenziazione cellulare; ovvero un fenomeno in cui le cellule, sottoposte a determinati stimoli ambientali (stress nel caso della Turritopsis dohrnii), riacquistano una sorta di totipotenza (tipo staminali) propria dell’età giovanile. La medusina inizia a non esser più trasparente, a riassorbire i tentacoli e ad assumere una forma a quadrifoglio tornando a sembrare, comportarsi, essere biologicamente in tutto e per tutto simile ad un polipo di quelli presenti in un uovo appena fecondato. Magia.

La storia di questa “scoperta” è un chiaro esempio di serendipity. Un giovane biologo marino in una sorta di routinaria esplorazione (delle acque antistanti Rapallo, per la cronaca) stava catalogando Hydrozoa. La medusa fu trasportata, come tanti altri campioni della sua specie, in un acquario per studiarla. Le condizioni dell’acquario non erano, però, ottimali. La medusina fu sottoposta ad un inaspettato stress che la fece “invecchiare” precocemente, tant’è che il giorno successivo quando il biologo l’andò a prelevare per studiarla vi trovò un piccolo polipo (stadio procedente del suo sviluppo sessuale).

Il ciclo di ringiovanimento potrebbe essere effettivamente infinito (ma davvero allora la morte non tocca a tutti?). Il fatto che le medusa tenda a ringiovanire non significa, ovviamente, che è immortale. In particolare in cattività sopravvive poco e male (il record è qualcosa attorno ai due anni) ed è vittima di parecchi predatori. La troviamo un po’ ovunque, e soprattutto, nel mediterraneo e la ignoriamo regolarmente… almeno in questo la medusa non ci smentisce. Chissà se ci comporteremmo, e come percepiremmo il futuro, se ci fosse data questa possibilità. Questo parallelismo è fin troppo facile…

WU

Il destino dei disattenti

… è la disoccupazione.

Per quel che mi concerne queste sono semplicemente cazzate. E quasi mi vergogno a dargli ulteriore rilevanza parlandone (anche se passa sotto il cappello di “ricerca” con tanto di fondi, ne sono certo, e pubblicazioni associate…). Oltre al fatto che mi pare anche una conseguenza abbastanza banale che in qualche modo potevamo anche immaginarci.

In this large population-based sample of kindergarten children, behavioral ratings at 5-6 years were associated with employment earnings 3 decades later, independent of a person’s IQ and family background. Inattention and aggression-opposition were associated with lower annual employment earnings, and prosociality with higher earnings but only among male participants; inattention was the only behavioral predictor of income among girls. Early monitoring and support for children demonstrating high inattention and for boys exhibiting high aggression-opposition and low prosocial behaviors could have long-term advantages for those individuals and society.

I bambini di meno di sei anni hanno già il loro destino segnato. Se a quella età sono disattenti ed irrequieti hanno un’alta probabilità di restare disoccupati e fancazzisti, se invece sono attenti, socialmente integrati (praticamente bimbi da manuale) allora per loro la strada è tutta in discesa.

Ora, a parte le correlazioni, che tanto si potranno sempre trovare, fra il comportamento di un bimbo in età prescolare ed il suo destino da adulto, vi pare una cosa sensata ignorare tutto quello che sarà poi l’effettiva crescita del “giovane adulto” dai sei ai trentacinque anni?

Bimbi “pro-sociali”, interessati agli altri, integrati nel contesto in cui vivono, proattivi nelle attività, etc etc, hanno più probabilità di avere uno sfolgorante futuro, fare carriera e guadagnare tanti bei soldoni. Per tutti gli altri è meglio saltare dalla rupe.

La ricerca di per se vuole mettere in correlazione l’approccio comportamentale dei bimbi a livello scolastico/sociale/didattico con i possibili risvolti, positivi o negativi, nella vita professionale che poi avranno da adulti. Lo studio ha analizzato 2850 bambini che hanno frequentato l’asilo a partire dal 1985 e li ha “seguiti” fino al 2015… anno in cui avrebbero dovuto ormai essere nel pieno delle loro occupazioni lavorative. Il legame che la ricerca ha (voluto) evidenziare è quello fra la disattenzione nell’età dell’infanzia con esiti lavorativi avversi a lungo termine. Boh… per me poteva anche correlare il colore dei capelli con le inclinazioni sessuali, sarebbe stato altrettanto valido…

Mi rendo conto di stare un po’ estremizzando una analisi statistica che può anche avere un fondamento, ma la cosa su cui vorrei portare l’attenzione è che è (anche e soprattutto) come il bimbo cresce a determinare il suo futuro. Le inclinazioni personali, che di certo dominano fino a sei anni, contribuiscono si ad un futuro sfavillante o meno, ma non direi che la strada è segnata. Ne in un verso, ne nell’altro.

L’unica cosa che apprezzo di tale “ricerca” è che non si è tirato in ballo il quoziente intellettivo dei giovani virgulti, lasciando il destino della disoccupazione solo al non aver condiviso la merenda con il compagno di banco 🙂 .

WU