Astro-macelleria

Un tempo si allevava quello che si mangiava, ora i miei figli sono convinti che le bistecche nascano direttamente dentro la COOP ed i totani siano animali che nascano già a cerchietti. Domani io sarò il vecchio che credeva che la carne venisse dagli animali e gli animali fossero allevati a terra.

La preparazione per quel giorno è stata ovviamente motivata da questa notizia qua.

Siamo sulla stazione spaziale internazionale ed in particolare nella sezione dedicata agli esperimenti di esobiologia. Un team industriale (!) istraeliano-russo-americano (alla faccia dei dazi e dei bombardamenti) ha prodotto in orbita le prime cellule bovine. Nessun animale è stato addestrato per un volo spaziale per andare incontro alla sua triste fine in orbita, bensì è stato usato un fantasmagorico ed innovativo sistema di stampa 3D.

Partendo da cellule bovine aggregate in sfeoridi si è utilizzato un sistema di stampa 3D basato su fattori di crescita e “bio-inchiostri” che hanno consentito di assemblare un pezzo di tessuto bovino. Dato che nello spazio la gravità non spinge naturalmente verso il basso i tessuti, la “bistecca” non ha la classica forma a strati che vediamo sulla terra, bensì sembra una specie di palla di neve dalla struttura tondeggiante che si accresce per sfoglie. Beh… abbastanza diversa dalla nostra comune idea di bistecca.

BisteccaSpaziale.png

L’astro-bistecca è formalmente adatta per essere consumata dall’uomo (anche se non è stata assaggiata) ed è ovviamente motivata dall’idea di produrre cibo “fresco” per gli astronauti che saranno impegnati nei lunghi viaggi che ci attendono (Marte in primis). Ovviamente le “ricadute terrestri” di questo genere di esperimento sono immense (tipo quest’altro esperimento qua oppure questo)… etiche e di sostenibilità in prima battuta.

WU

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Le mucche, il latte, il foraggio

Due bovari avevano ereditato due pascoli adiacenti. Il primo lo recintò, andò a comprare una magnifica vacca olandese; ve la rinchiuse e si sdraiò sull’erba, aspettando ogni giorno il momento di mungerla. Il secondo invece dissodò il terreno, scavò un pozzo; seminò l’erba e irrigò, finché il suo pascolo somigliò a un campo di calcio. Allora, con i pochi soldi rimastigli, comperò due magre vacchette. Da principio la vacca olandese produceva 50 litri di latte al giorno, mentre le due vacchette meno della metà. Ma, in seguito, il pascolo del primo bovaro si inaridì; la sua vacca iniziò a deperire e a produrre meno latte. Le vacchette del vicino, invece, prosperavano e arrivarono a produrre più di 60 litri di latte al giorno. Il primo bovaro propose al vicino di scambiarsi gli animali. Quello acconsentì; ma, dopo poco tempo, la situazione tornò uguale. Infatti le due vacchette si smagrirono e divennero improduttive; invece la frisona, sempre più florida, vinse addirittura un premio internazionale. A quel punto il primo bovaro vendette per pochi soldi pascolo e bestie al vicino e se ne andò in città, in cerca di fortuna. L’altro, invece, prosperò con i suoi animali per molti anni.

Questa storiella (non chiedetemi citazioni, credo si tratti di saggezza popolare olandese…) si offre a molteplici “morali”, molte scontate, qualcuna banale, tutte parimenti vere (e, IMHO, piuttosto tristi):

  • nessuna vacca è in grado di farci neanche una goccia di latte senza foraggio. Hai voglia tu a prendere le mucche migliori, hai voglia a fargli le coccole, dirgli le parole dolci o fargli sentire musica da camera: per fare il latte (risultato) ci vuole in foraggio (investimento? lavoro?).
  • non saremo mai in grado di distinguere una vacca produttiva da una improduttiva fintantoché queste non mangiano dallo stesso pascolo. In altri termini, per fare un paragone fra il rendimento di soggetti diversi è necessario che le condizioni di partenza siano le stesse (è facile fare più latte se abbiamo più latte se abbiamo più erba a disposizione, anche se valiamo poco).
  • non facciamo i bovari ignoranti: se guardiamo solo alla quantità di latte prodotto facilmente ci troveremo a scartare le vacche migliori! La valutazione di un soggetto è ANCHE il risultato, ovviamente. L’efficienza come unità di misura della meritocrazia è molto rischiosa.

Il foraggio può essere a vostra scelta un investimento, un rischio, dei fondi, la fiducia, ma anche la collaborazione, il supporto e via dicendo.

Il latte può essere un buon voto a scuola, i risultati di una ricerca scientifica, l’acquisizione di un buon contratto, un qualunque risultato atteso (e sudato), il livello di sicurezza di una città e via dicendo.

Le vacche siamo noi.

I bovari no.

WU

Carne di piselli

… e non carne con piselli (che è un connubio che non mi spiace affatto).

Planted chicken è la nuova frontiera della “carne” sostenibile. La proposta arriva, questa volta, da una startup svizzera che ha sapientemente mescolato addirittura acqua e farina di piselli per ottenere “il cibo del futuro“. Non è onestamente la prima volta che sentiamo parlare di surrogati di carne (da quella in provetta in poi è più o meno tutto lecito) a base di vegetali: dalle carote, al tofu alle alghe e bla bla bla, ma evidentemente la cosa fa ancora notizia ed il fatto che la diffusione non sia ancora così estesa tanto quanto il vociare che se ne fa qualcosa vorrà pur dire…

Praticamente idratando e pressando farina di piselli si produce una simil-carne a base di piselli che non solo assomiglia visivamente al pollo, ma ne ha anche il sapore. Mi permetterete un certo scetticismo (infondato, decisamente, dato che non l’ho assaggiata…), ma non mi sembra certo una scoperta sconvolgente. Non capisco, inoltre, perché dobbiamo avere come scopo quello di ricreare un dato alimento con altre “materie prime”: magari acqua e piselli è veramente un ottimo connubio, è sostenibile, è il cibo del futuro, ma non deve per forza ricordarci la carne, no? Aggiungo anche per per me vegetale non è assolutamente sinonimo di sostenibile; vi sono (e gli esempi sono così tanti e così facili che li evito) innumerevoli colture assolutamente non sostenibili, mentre è certamente possibile metter su allevamenti che lo sono. Ma dato che “sostenibile” non è un numero o un valore misurabile (ancora) per il momento queste rimangono considerazioni personali.

Tornando a noi, l’idea (perché alla fine è questo quello che mi colpisce) degli statupper svizzeri (che hanno anche, va detto, saputo usufruire di fondi nazionali per la ricerca… vegetale) è quella di sfruttare la capacità dei lunghi filamenti di alcuni vegetali (tipo rape e piselli) di assorbire molta acqua prendendo le sembianze di una specie di idrogel naturale. Pressando queste proteine vegetali ed aggiungendo acqua (in base, pare, ad un processo completamente termomeccanico e non chimico) si ottiene un impasto che cotto assomiglia in tutto e per tutto al pollo. Addirittura (questo per i nuovi prodotti, sia chiaro 🙂 ) è teoricamente possibile regolare la lunghezza delle fibre e la quantità di acqua assorbita da questi filamenti tanto da produrre “carne” di manzo, pollo, maiale o addirittura “pesce”.

PlantedChicken.png

La carne di piselli si sta facendo (pare) anche apprezzare dai consumatori. E’ infatti in distribuzione presso diversi ristoranti fra Lucerna Ginevra e Zurigo e dicono esser molto gettonata, tanto che i nostri bravi startuppari stanno ponderando di abbandonare l’incubatore (ed i fondi) che li ha visti iniziare per spostarsi in stabilimenti più grandi e produzione industriale.

Leggendo qualche recensione su questa idea ho anche scoperto che non è destinata propriamente ai vegetariani (che del pollo non vogliono neanche sentir parlare, neanche fosse vegetale… credo), bensì ai flexitariani. Una tribù che non ha abbandonato la carte, ma ne ha diminuito l’utilizzo per abbattere il proprio impatto ambientale. Sarò mica flexariano?

WU

Paradiso ed Inferno: comportamenti, non luoghi

Un Sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno» Dio condusse il sant’uomo verso due porte.

Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno. C’era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’uomo sentì l’acquolina in bocca Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: “Hai appena visto l’Inferno”.

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra loro sorridendo. Il sant’uomo disse a Dio : «Non capisco!» – E’ semplice, – rispose Dio, – essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire se’ stessi.. ma permette di nutrire il proprio vicino. Percio’ hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a se stessi.

Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura… La differenza la portiamo dentro di noi.

Mi sono imbattuto in questa storiella (che mi da certamente da riflettere soprattutto nell’attualità che sentiamo tutti quotidianamente) mentre ripensavo ad una frase che ho sentito qualche giorno fa: “non può esserci felicità senza riconoscenza”.

La riconoscenza si impara, non c’è che dire; un po’ come imparare a sfamare il prossimo per non morire di fare. Sulla felicità, poi, si può lavorare; che la si raggiunga o meno imparare la riconoscenza quanto meno non ci fa rimanere emaciati e tristi.

WU

Banana Equivalent Dose

La banana equivalente, e radioattiva. Non facciamo troppo allarmismo (… anche se un po’ ci fa sempre piacere 🙂 ).

Quasi tutti, praticamente tutti, i materiali organici contengono certe quantità di isotopi radioattivi, soprattutto potassio 40, anche in assenza di qualsiasi contaminazione antropica o comunque artificiale.

Le banane sono materiali organici… e contengono, come tutti sappiamo, molto potassio. Mangiando questi frutti ingurgitiamo un decimo di sievert (0.078 Sv, per la precisione). Lo sievert è l’unità di misura standard per misurare l’effetto biologico delle radiazioni su un individuo. La cosa “simpatica” è che la radioattività del potassio nelle banane espone a radiazioni anche non ingerendole! Ovviamente tenere in mano una singola banana non fa nulla, ma un grosso carico di banane… fa scattare gli scanner anti radiazione.

Ovviamente non tutte le banane contengono esattamente lo stesso quantitativo di isotopi radioattivi, ma (e qui sta il bello) qualcuno ha scritto in un vecchio documento una frase che in qualche modo “ci è piaciuta”. In uno studio del 1995, infatti, del Lawrence Livermore National Laboratory (laboratorio di ricerca del Dipartimento dell’Energia degli Usa), un qualche responsabile ha sottolineato l’importanza delle “banane radioattive” per spiegare gli effetti dell’esposizione di dosi infinitesime di materiale radioattivo ai profani.

Da allora, e per i casi della vita, la BED (banana equivalent dose) è diventata una stana unità di misura che quantifica (a tutti gli effetti) l’esposizione di un individuo agli effetti di radiazioni.

E’ mi immagino già frasi tipo “oggi, con il mio pasto, ho praticamente ingurgitato sette ettoBED! Incredibile!” 🙂 . Tanto per fare qualche paragone: la dose di radiazione naturale giornaliera media è circa 100 BED; la dose assorbita semplicemente dormendo accanto ad un’altra persona è di 0.5 BED; in Italia nei 10 anni successivi all’incidente di Cernobyl vi fu un livello di radiazione pari a circa 11.5 BED al giorno; la dose assorbita in una radiografia al torace è pari a 70,000 BED ed infine assorbendo 80,000,000 di BED… siamo morti.

Attenzione, attenzione: il potassio NON si accumula nei tessuti. Pertanto la dose di materiale radioattivo che ingurgitiamo non si somma con il tempo (a meno di casi patologici). Il nostro corpo contiene circa 2.5 g di potassio per ogni kilo; il che vuol dire che un adulto di 70 kg (tipo me) si porta a spasso circa 175 g di potassio, ovvero 5400 Bq di radioattività, costante durante la vita adulta. Il nostro corpo impiega circa 30 giorni a riportare il corpo a valori nominali di potassio dopo l’assunzione di potassio 40 puro.

Ah, tanto per concludere, tenete presente che le banane, benché detentrici della loro unità di misura, non sono gli unici alimenti ricchi di potassio (e radioattivi); spiccano anche patate, fagioli, semi di girasole e frutta secca.

L’ingestione di tre banane al giorno per un anno equivale ad una esposizione di 100 micro sievert che incrementa il rischio di morte di circa un milionesimo… sono certo non guarderete più le banane con gli stessi occhi.

WU

Spam: dalla carne alla pubblicità

Correva l’anno 1970. Il 15 del mese di Dicembre andò in onda uno sketch comico del Monty Python’s Flying Circus. Lo sketch era ambientato in una specie di bettola frequentata da vikinghi, a due avventori dell’ultimo minuto la suadente cameriera inizia ad elencare le pietanze ancora disponibili intercalando in modo ripetitivo ed incalzante una pietanza. Alla riluttanza degli avventori nei confronti di questa pietanza fa eco il coro crescente dei vikinghi che stanno già pasteggiando e le formidabili accoppiate proposte dalla cameriera: uova e Spam, salsicce e Spam, Spam, uova e Spam, Spam Spam, pancetta e Spam. Ah, è spam anche quello che abbonda anche nei titoli di coda!

Beh, l’ho detto, la parola magggica è… Spam. E non nell’accezione che noi tutti conosciamo oggi, ma in quella sia originale. La Hormel Foods Corp. aveva fra i suoi prodotti una scatoletta di prosciutto speziato, spiced ham, che contratto suona proprio come… spam.

Poi arrivò la WWII, e fra la scarsità di cibo in Inghilterra spiccava l’onnipresenza dello spam come pietanza principe. La congiuntura storica, la comicità dei Monty Python ed un po’ i casi della vita hanno poi trasformato spam dall’essere carne in scatola all’essere… spam. Oggi possiamo anche non sapere l’origine del termine, ma di certo abbiamo conosciuto lo spam, almeno una volta (solo??) nella vita.

Sempre provando a guardare il lato storico di questo fenomeno (beh… se non altro del termine) pare che il primo messaggio commerciale indesiderato dati Si ritiene (non mi fate domande o devo fare spam…) che il primo spam via email della storia sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC. Lo scopo era ovviamente pubblicitario, il risultato (Credo) sia stato il primo uso massiccio del tasto CANC.

Io, personalmente, non ho mai assaggiato un solo pezzo di spam, ma passo buona parte del mio “essere on line” a discernere (ormai quasi inconsciamente) lo spam dalle informazioni da processare/ritenere. E non parlo solo di quello che immancabile arriva via mail, ma anche dello spamming (anche il verbo!) di informazioni, mediamente inutili a cui siamo sottoposti. Se chi le mette in giro lo fa con lo scopo di “spammare” (ancora!!), credo ci riesca, il mio dubbio è che lo si faccia spesso credendo di fare cosa buona, di condividere informazioni utili, senza rendersi conto di produrre solo ulteriore, inutile, deleterio… spam.

Lo spam (inteso come quello pubblicitario che, ricordo, è un reato!) si basa molto sull’ingenuità della gente, spesso anche a scopo fraudolento, ma credo che il fenomeno si sia evoluto portando a “spammare inconsapevolmente” informazioni che non meriterebbero (in un’altra epoca storica, evidentemente) neanche uno sguardo. Io lo vivo come spam, spero non sia un altro aspetto della incapacità umana. Sono certo che tutti conveniamo che è (era) meglio la carne in scatola.

WU

Rivestitevi, che si chiude

Eravate, sicuramente, incappati anche voi nella fantastica notizia del ristorante nudista. Nel (raro) caso in cui non sapeste di che sto parlando: era la fine del 2017 quando a Parigi apriva O’naturel. Un ristorante (… anzi per certi versi il primo ristorante del suo genere…) abbastanza singolare; riservato ai nudisti. Indipendentemente se vegetariani o carnivoriani lo scopo è (era) mangiare tutti ignudi come mamma ci ha fatto.

Tende oscurate per tenere alla larga i guardoni, un capiente guardaroba all’ingresso, cellulari (ed ovviamente fotocamere) da lasciare all’ingresso (che sia questo il vero valore aggiunto di un pasto in santa pace?), camerieri vestiti per motivi di igiene e sedie sfoderabili per preservare le nude terga di ciascuno.

Onaturel.png

L’idea può piacere o meno, incontrare i gusti o i disgusti personali, ma di certo è originale. E’ il mercato, tuttavia, a decretare se è un’idea vincente o meno. E questa, va detto, non lo è (stata).

Il 16 febbraio 2019, infatti, O’naturel servirà “l’ultima cena” prima della sua definitiva chiusura. E, senza farne troppo mistero, il ristorante ha ammesso che l’attività non è mai decollata, che i clienti scarseggiano sempre di più e che, insomma, il ristorante NON è un business remunerativo.

Forse non era il posto giusto (anche stiamo parlando di Parigi…), forse non era il momento giusto, forse non è stato sufficiente il marketing fatto a riguardo o forse, semplicemente, era una bella/brutta idea, ma non di certo abbastanza per guadagnarci.

Ovviamente l’apertura ha fatto molto clamore, molto più silente la chiusura prevista; personalmente però mi pare di vederci molti più “insegnamenti” (o comunque meno chiacchiere tanto per riempirsi la bocca) in questa chiusura piuttosto che nell’apertura di un posto che fa notizia solo perché siamo tutti nudi nello stesso posto.

Non ci ho mai mangiato, ed effettivamente me ne rammarico solo in parte, ma non tanto per vergogna o pudore quanto piuttosto per il fatto che non mi pare che l’essere nudi o (comodamente) vestiti sia un valore aggiunto per un buon pasto.

… e pensare che nei piani iniziali il ristorante doveva addirittura essere l’apripista per una vera e propria catena…

WU

Carne in provetta

Di sicuro un nome più accattivante è determinante. Mangereste mai qualcosa che si chiama “carne sintetica” o “carne da laboratorio”? Diciamo che se fosse qualcosa tipo “supperfood3.0” di certo avrebbe più chances. Ma poi (e faccio un po’ l’avvocato del diavolo) ha senso usare la parola “carne”? Sminuisce un po’ quella originale con tanto di mucco dietro?

Ok, con calma. Stiamo effettivamente parlando (cioè, io sto effettivamente blaterando) della strada che deve ancora percorrere il risultato di colture cellulari cresciute in laboratorio per arrivare sulle nostre tavole come alternativa alla carne animale.

Indipendentemente se in questo momento state facendo una smorfia di disgusto o uno slurp di apprezzamento, le autorità regolatorie statunitensi dell’agricoltura e della diffusione degli alimenti (USDA e FDA) hanno di fatto dato il nulla osta alla commercializzazione di questo “alimento”.

La produzione di questa “carne” ha ora un iter ben definito ed entrambe le agenzie lo supervisioneranno e controlleranno al fine di ottenere sinte-carni certificate sulle nostre tavole. In particolare l’Fda si occuperà della raccolta e della conservazione delle cellule, quindi della loro crescita e della differenziazione. L’USDA avverrà invece durante la fase di raccolta delle cellule e si occuperà di produrre effettivamente l’alimento ed etichettarlo. La cosa positiva (che vedo io) è che stiamo parlando di agenzie già in essere e di regolamentazioni già esistenti e non di dover metter su legislazioni dedicate ex-novo (… il che fa perdere però un po’ di esoticità al fanta-alimento).

Le cellule coltivate in vitro sono sostanzialmente cellule muscolari animali (… e ne servono veramente tante…), possibilmente con una buona percentuale di cellule grasse tanto per dare alla pseudo-carne un sapore più “tradizionale”.

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Ora che “la carta è a posto” ci aspettiamo di poter masticare (non voglio sbilanciarmi sul sapore per questo cerco di non usare il verbo assaporare) la “carne” già nel 2020. Il primo hamburger sintetico risale in effetti al 2013 quando un il primo pezzo di carne sintetica fu “degustano” da palato umano come risultato di due anni di lavoro (tralasciando il costo di 325.000$ per circa un etto, ma d’altra parte volete essere i primi o no?!).

Da allora start-up più o meno serie e titolate (fra cui la olandese Mosa Meat, fondata dallo stesso Post… il ricercatore che servì il primo incriminato hamburger) si sono messe al lavoro sul prodotto subodorando quello che condivido essere un vero business. Ora pare (PARE) che siamo attorno a 700 €/kg per la carne-coltivata; altino per tutte le bocche, ma decisamente un grande passo avanti verso la commercializzazione al dettaglio.

Secondo la coldiretti e la Cia-Agricoltori in Italia il “prodotto” non è propriamente ben visto e secondo i loro “sondaggi” (lasciatemi il beneficio del dubbio) circa il 75% di noi non sarebbero disposti, indipendentemente dal prezzo, ad acquistare la carne-elaborata.

Io personalmente non avverto (in questo caso meno che mai) problemi di natura etica nell’adozione di questo tipo di carne; qualche dubbio su eventuali ripercussioni sulla salute (specialmente a lungo termine) ce lo avrei, ma se fossi mai stato intervistato circa l’adozione sul mercato di questa new-entry di certo non mi sarei dichiarato contrario.

Pensiamo in fondo di poter sostenere l’allevamento e la macellazione, indipendentemente dalla crescita della popolazione umana (senza voler toccare il tasto di chi già oggi non può avere una fettina di carne)? No, per il momento l’opzione “tutti vegetariani” non è per me la soluzione (ammesso che sia veramente un’alimentazione sostenibile).

WU