Il monachicchio

“…esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono qua e là, e il loro maggiore piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi…danno pizzicotti … e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco… il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercargli di afferrarli per il cappuccio… appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e salti di gioia…”

[Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 1945]

Sapete di che parliamo? Parliamo del monachicchio.

Dicesi monachicchio (con ingiustificato approccio antologico-descrittivo 🙂 ) lo spirito di un bambino morto prima di ricevere il battesimo. Fin qui la storia non è particolarmente lieta, ma il monachicchio diciamo pure che “la prende bene”. Non è il classico spettro che non vede l’ora di terrorizzarci a morte e con il quale si minacciano i bambini, ma è piuttosto uno spiritello che ama giocare, che ama divertirsi e che difficilmente è cattivo.

Uno spiritello d’aspetto gentile ed animo nobile, che ha evidentemente accettato di buon grado la sua fine ed anche questa non gli ha fatto perdere la sua vena scherzosa ed infantile.
Pare sia solito apparire ad altri bambini come lui, con i quali ama giocare e divertirsi in modo spensierato. Di grandi che vedono il monachicchio ne conosco pochi (nessuno; sottoscritto compreso anche se vorrei tanto incontrarlo), ma sto considerando di assumerlo come metro per misurare quanto del nostro essere infantili abbiamo perso.

Il monachicchio ama giocare ad una sorta di acchiapparello con i suoi coetanei in cui rincorrendosi si cerca di sfilare il cappello ai compagni (cappello che tipicamente il monachicchio indossa). Al vincitore spettano le tantissime monete d’oro che dal suo cappello cadono in terra. Il tintinnio non fa altro che far accorrere altri bambini che lungi dall’essere avidi (evidentemente) si uniscono al gioco.

Il monachicchio rimane comunque un burlone e non risparmia ne bambini ne adulti. E’ lui il colpevole delle coperte che cadono dal letto, delle scarpe che non si trovano, del solletico ai pedi che ci capita di sentire durante la notte, dei peli degli animali aggrovigliati o anche dello stato dei nostri capelli al mattino.

Insomma, uno spiritello burlone, irrequieto, scherzoso ma non cattivo. Si manifesta di giorno e non in luoghi tetri ed isolati. Il suo modo di affrontare la morte è stato evidentemente il sorriso.

WU

PS. Da una leggenda popolare lucana.

Il paese dei mostri selvaggi

Qualche giorno fa ho sentito, di sfuggita (rigorosamente), la seguente frase: “Il paese dei mostri selvaggi è il libro illustrato per bambini più bello di tutti i tempi”. Ora, anche se non sono un bambino (anagraficamente), dopo una frase del genere almeno la curiosità di andare a vedere di che libro si tratta mi viene… e Goooogle la soddisfa (wiki nel caso particolare).

(attenzione, segue un leggero spoiler)

Max, pare sia il nome del personaggio della storia che, travestito da lupo (direi che la passione per i travestimenti dei bambini si trasforma con i gusti dell’età più che calare) è intento, con una forchetta in mano ad inseguire il cane. La mamma pare non essere propriamente contenta della situazione e quindi ecco il castigo della cameretta. Le mura, grazie alla fervida fantasia di Max, diventano una sconfinata foresta popolata da selvaggi mostri e da qui… l’avventura vien da se.

Where the wild things are. E’ un posto spaventoso, forse, ma è il nostro posto. I mostri non assumono espressioni terrorizzanti, fanno un po’ di paura ma sorridono sempre… la vera paura Max (e questo lo capirà solo vivendo la sua mostruosa avventura) c’è l’ha solo di se, delle sue malefatte e della paura che la mamma arrabbiata possa negargli una calda cena ed un rassicurante abbraccio.

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Oggi il libro (scopro ora) è una specie di oggetto di culto e non solo per bambini, ma le critiche che lo riguardano si rivolgono soprattutto alla (presunta) mancanza di morale del libro, alla descrizione di una madre che non è in grado di disciplinare il figlio, al fatto che il personaggio sia un discolo che scappa di casa ed in sostanza all’assenza di insegnamenti positivi “facili”. D’altra parte il fatto (ripeto: non ho letto il libro… “non ha mai criticato un film senza prima, prima vederlo”) che un bimbo sia in grado di trasformare la propria rabbia (si, è un sentimento umano, fin da bambini) in fantasia credo sia di per se un messaggio forse un po’ difficile da capire e/o far passare ma forse l’insegnamento più utile “nella giungla” della vita… il vero paese dei mostri selvaggi.

Critiche immancabili, genesi controversa, editori bipolari e cose del genere hanno segnato l’ingresso del libro sul mercato, ma non di certo il suo valore. Ed in fondo, IMHO, il vero artista /scrittore in questo caso) è quello che “lancia la bomba, poi ci sono i critici che danno le interpretazioni (se servono, dato che, almeno nel caso particolare le illustrazioni sono parte integrante dell’opera e per un bimbo sono certamente più importanti di filologia da adulti).

Ah, non trascurabile il fatto che l’autore partorì il libro ispirandosi ai parenti che facevano visita alla sua famiglia la domenica pomeriggio: «Si addossavano a te con il loro respiro affaticato e ti strizzavano e ti pizzicavano e i loro occhi erano iniettati di sangue e i loro denti erano grandi e gialli. È stato orribile, orribile». Più naturale di cosi…

Aggiungo anche che la rabbia, per un bimbo (tanto perché un adulto ha più condizionamenti sociali) non è un demone da nascondere nel profondo dell’anima (con il rischio che poi un giorno ne esca gridando), ma una emozione da imparare a gestire; leggere un libro che ne parla consente ad un bimbo la possibilità di immedesimarsi nel personaggio e provare a vivere le stesse evoluzioni emotive (e voli di fantasia) del “nostro Max”.

WU

PS. Simpatico l’aneddoto:

«All’inizio il libro si doveva intitolare Nel paese dei cavalli selvaggi, ma quando divenne evidente al mio editore che non potevo disegnare dei cavalli, lei cambiò gentilmente il titolo in Wild Things con l’idea che sapessi quanto meno disegnare una Cosa! Così disegnai i miei parenti.»

PPSS. Circa 15 eurini su Amazon, ci faccio una pensata.

Menzione d’onore per le renne di Babbo Natale

Nell’immancabile sproloquio di omaggio al Natale, quest’anno mi sono imbattuto su una di quelle cose che (mi) interessano solo fintanto che hai meno di 10 anni. Poi ti senti troppo grande per “certe sciocchezze”, successivamente entri nella fase “ma chi se ne frega”, poi ripieghi nel “se avessi tempo” ed infine ti trinceri dietro “una volta lo sapevo”.

La domanda è “come si chiamano le renne di Babbo Natale”?

Che siano vere o immaginifere un nome se lo meritano in ogni caso, e dato che fanno gran parte del lavoro sporco, mentre il “padrone” distribuisce regali, viene omaggiato di ogni effige, può approfittare di latte e biscotti e via dicendo, loro sono destinate a correre come matte per tutta la notte, sostando (per qualche millesimo di secondo, ovviamente) su tetti scoscesi e gelati senza alcun conforto.

Ok ok, la sto facendo un po’ troppo romanzata, ma il fatto che non abbiano la stessa “importanza” di Babbo Natale (si, quest’anno me ne accorgo) lo trovo un po’ ingiusto dato che contribuiscono, come tutta la truppa, alla magia del racconto.

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Le infaticabili e mitologiche renne in questione sono nove. In origine otto (almeno secondo la poesia del 1823 “A Visit from St. Nicholas”) a cui si è solo in un secondo momento (nel 1949 a seguito della canzone “Rudolph the Red-Nosed Reindeer”) aggiunta la “renna con il naso rosso” che ha in breve preso il posto di guida del gruppo. Ma procediamo con inutile ordine:

  • Comet (Cometa) è la renna che non dorme mai (come se le altre potrissero tutto il tempo, se poi l’abitudine si estenda anche alle altre notti dell’anno non è dato saperlo) ed è sempre in movimento in cielo per cogliere tutti i desideri espressi e riferirli prontamente a Babbo Natale. Praticamente il responsabile degli studi di mercato.
  • Cupid (Cupido) come il nome tradisce è quella morbida ed affettuosa. Marchiata a vita da una macchia a forma di cuore sul petto. E’ incaricata di leggere tutte le letterine nella casella “posta in arrivo” e selezionare quelle dei “bimbi buoni”. Praticamente è il responsabile della selezione dei clienti.
  • Blitzen (Donato) dal mantello dorato e dal perenne raffreddore è praticamente un crogiolo di dolcezza. Non cola muco dal naso, ma semi per splendidi fiori e trasmette affettuosità da ogni poro. Praticamente la “renna da copertina”
  • Dasher (Fulmine) caratterizzata da due grossi dentoni (che devono averle regalato un’infanzia non facile dato che la mamma, si narra, a causa loro non volle allattarla) è preposta alla difesa dei doni. A suon di morsi tiene lontani i malintenzionati. La guardia giurata, la renna gorilla del team.
  • Prancer (Donnola) piccola e minuta è la renna timida. Quella che sta in disparte ed arrossisce se fissata o nominata. Ultima renna del gruppo ad essere trovata da Babbo Natale per completare il gruppo. Praticamente la stagista (con tutto il rispetto).
  • Donner (Salterello), il contrario di Donnola: pare ami essere la “prima renna”. Cantante, imitatore, istrione e giullare. Sfrutta le sue doti di imitazione per riprendere i bimbi dopo le marachelle imitando la voce dei genitori. Un gran paraculo, insomma.
  • Dancer (Ballerina), come il nome tradisce con una passione per il ritmo ed il ballo. Segue con movimenti leggiadri ogni melodia e rallegra (o prova a farlo) a suon di musica e passi di danza anche i bimbi più tristi. L’animatore, il casinista (quello che fa il secondo lavoro nel villaggio turistico).
  • Vixen (Freccia) è la capostipite del gruppo. La renna anziana, la prima ad esser reclutata da Babbo Natale. E’ la gemella di Blitzen (con il quale condivide un bel mantello dorato, regale) e ben due code. E’ la renna altruista, quella paterna, quella che al cambio di pelo porta in dono ai bimbi poveri tutti i crini dorati del suo manto. Il leader nato, il saggio da imitare (il maestro di Karate Kid).
  • Rudolph (Rodolfo), la renna che si è unita successivamente alle otto originarie. Presa in giro per il suo naso rosso in passato è stata poi messa come prima renna proprio per sfruttare il suo rosso nasone come faro nelle notti buie e nebbiose. Apre la strada e segna la rotta, il timoniere della compagnia (sponsorizzato Tom Tom).

Il gruppo è vario e ben assortito, sono certo che si sentano sotto-dimensionati, che vorrebbero un aumento, che le paghe non sono all’altezza e che i sindacati non aiutano. Una chiosa troppo umana che rovina questo contesto fiabesco.

WU

Il vento ed il sole

Oggi mi sento fiabesco. Come se mi muovessi in uno scenario descritto da grandi giri di parole roboanti. Come se fossi cinto in abiti medioevali e mi dovessi cimentare prima con tenzoni e poi con banchetti. Mi controllo: vesto normale (più o meno) e non vedo selle e spade attorno a me.

Quindi (adoro l’utilizzo di queste congiunzioni che fanno sembrare le cose consequenziali) mi sono imbattuto in questa favola di Esopo. A me ignota, a voi di sicuro no, che mi ha colpito per non avere animali come protagonisti.

Un giorno il vento e il sole cominciarono a litigare.
Il vento sosteneva di essere il più forte e a sua volta il sole diceva di essere la forza più grande della terra.
Alla fine decisero di fare una prova.
Videro un viandante che stava camminando lungo un sentiero e decisero che il più forte di loro sarebbe stato colui che sarebbe riuscito a togliergli i vestiti.
Il vento, così, si mise all’opera : cominciò a soffiare, e soffiare, ma il risultato fu che il viandante si avvolgeva sempre più nel mantello.
Il vento allora soffiò con più forza, e l’uomo chinando la testa si avvolse un sciarpa intorno al collo.
Fu quindi la volta del sole, che cacciando via le nubi, cominciò a splendere tiepidamente.
L’uomo che era arrivato nelle prossimità di un ponte, cominciò pian piano a togliersi il mantello.
Il sole molto soddisfatto intensificò il calore dei suoi raggi, fino a farli diventare incandescenti.
L’uomo rosso per il gran caldo, guardò le acque del fiume e senza esitare si tuffò .
Il sole alto nel cielo rideva e rideva!!
Il vento deluso e vinto si nascose in un luogo lontano.

Beh, come dire che con le buone si ottiene sempre tutto? Come dire che non vale la pena incattivirsi? Come dire che quanto più i toni si fanno forti tanto più si ottiene che l’interlocutore si chiuda a riccio?

Certamente si, ma è anche come dire che il litigio e la sfida sono intrinseci nella nostra natura (instillata nelle due entità della fiaba) e che siamo inevitabilmente cinici e beffardi nella vittoria (… sole e vento quanto mai umanizzati…). Come dire che l’uomo è un essere veramente testardo.

Ed in fondo è un po’ come dire che il senso di ogni sfida sta solo nel fare una preventiva analisi ed un saggio uso dei propri mezzi: in fondo il vento poteva semplicemente scommettere con il Sole chi fosse riuscito a far vestire di più l’uomo!

Che debba sfidare qualcuno a farmi ricreare un ambiente medievale oggi?

WU

PS. E comunque, non per fare il solito polemico, ma l’altra forza in gioco cosa faceva durante la prova? Cioè: se anche quando il sole splendeva forte in cielo il vento avesse preso a soffiare forte forse l’uomo non avrebbe scelto di farsi il bagno nel fiume… La generalizzazione alle vicende umane è banale.

Povero Esopo!

PPSS. Ed aggiungo, decisamente calzante per questi farneticamenti:

Chi cercasse di trovare un senso nella vicenda narrata sarà indagato dalla legge; chi cercasse di trovarvi una morale sarà bandito; chi cercasse di trovarvi una trama sarà fucilato” [Huckleberry Finn, M. Twain, forse…]