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I lupercalia

ricorrono oggi. Il 15 Febbraio era, infatti, il giorno dedicato agli antichi riti pagani in onore del dio della fertilità, Luperco. Come si confà ad un dio della fertilità, i festeggiamenti odierni erano sfrenati ed in netto contrasto con la morale cristiana. L’apice di tali baccanali si raggiungeva quando matrone romane, none per strada, subivano le frustrate di giovani, ovviamente altrettanto nudi (beh… ma anche spalmati di grasso e con maschere di fango…), che rappresentavano i seguaci del fauno Lupercolo.

Storicamente (ovvero, secondo la leggenda) i Lupercalia venivano celebrati proprio nella grotta Lupercale, sul Palatino, dove Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa. Il culmine dei Lupercalia era proprio oggi, ed il motivo (andando ancora più a ritroso nelle radici storiche della leggenda) era che era il culmine del periodo invernale quando lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili e minacciano le greggi.

Lupercalia.png

Tutto ciò non poteva andar giù alla cristianissima chiesa romanica. La festa andava arginata. E quale modo migliore per farlo se non che indire il giorno precedente una festa in qualche modo antitetica? Papa Gelasio I decise infatti di indire il 14 Febbraio la festa… degli innamorati. Si celebrava “l’amore puro” e non “l’impura fertilità”.

Caso volle che il 14 Febbraio era San Valentino (mi sono ben guardato ieri di scriverne qualcosa a riguardo, ma oggi…). Che questa sia la vera verità sull’origine della festa non vi sono, ovviamente, certezze. La stessa figura di San Valentino è abbastanza misteriosa… anzi, non si sa neanche di preciso a quale San Valentino si fa riferimento (ve ne sono almeno un paio ed a parte il fatto che morirono come martiri non si sa molto di loro).

La consacrazione del 14 Febbraio come festa degli innamorati deriva (pare, pare, pare) dallo scrittore Geoffrey Chaucer che verso la fine del ‘300 scrisse The Parliament of Fowls (Il Parlamento degli Uccelli) un poema che associa Cupido a San Valentino, in onore delle nozze tra Riccardo II e Anna di Boemia.

Da allora la festa ha preso “sempre più piede”, qualunque cosa significhi, fino ad assumere l’aspetto “economico” dei nostri giorni. Il giorno successivo, ovvero oggi, non è più ricordato come il giorno “dell’amore sfrenato”, ma sta prendendo piede come “San Faustino” (non voglio neanche indagare se San Faustino sia in qualche modo legato a tutto questo…); altra operazione commerciale per tutti coloro che sono scapati a ieri.

Intendiamoci, non sono contro ne San Valentino ne San Faustino. Non sono festività che festeggio con grande trasporto, ma riconosco il bisogno di qualche ricorrenza per svegliare un po’ gli animi. Mi affascina sicuramente di più la genesi e l’evoluzione di questi fenomeni sociali, troppo spesso velocemente dimenticata in favore degli aspetti più commerciali delle ricorrenze.

Auguri, in ogni caso, per ieri e per oggi.

WU

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Sky Canvas

C’era un tempo (a dir la verità neanche troppo lontano) in cui si stava per ore con il naso all’insù nelle tiepide notti primaverili aspettando di vedere qualche stella cadente. E la magia era data dall’attesa e dalla sorpresa di vedere qualche scia luminosa più che dalla visione in se. C’era un tempo in cui le stelle cadenti si aspettavano e non era affatto detto che l’attesa sarebbe stata ripagata, tanto è vero che un desiderio da esprimere ci stava tutto.

Ma oggi viviamo nel mondo che non ha tempo, oggi siamo quelli che non possono perdere un minuto, che non possono aspettare senza neanche la certezza che l’attesa valga il risultato (beh… neanche ci fosse da fare la fila per il nuovo iPhone…). Oggi siamo quelli che le cose le vogliono, non le sperano. E le stelle cadenti non possono fare eccezione.

Sto blaterando del progetto Sky Canvas che nasce dall’azienda giapponese Astro Live Experience: il primo satellite in grado di lanciare stelle cadenti artificiali. Il satellite è già in orbita, lanciato lo scorso 17 gennaio, ed i primi test “di rilascio” sono in corso, ma il vero spettacolo è riservato per il 2020 sopra i cieli di Hiroshima per celebrare i 75 anni dall’esplosione della bomba atomica (… e poi da li tutta discesa…).

We aim to produce artificial shooting stars by projecting particles, made out of special materials, from orbiting micro-satellites. When the particles re-enter the earth’s atmosphere, they burn through a process known as plasma emission, creating the appearance of shooting stars on the ground. The particles burn with a sufficient brightness to be visible by people in an area up to 200km in diameter.

L’idea alla base di Sky Canvas è proprio quella di rendere le stelle “cadenti su richiesta”. Praticamente il satellite contiene un centinaio di oggetti che creano uno sciame meteorico su richiesta. Non è ancora chiaro di cosa siano fatti i bolidi che rientrano (… proprio nel senso che l’azienda non lo ha ancora dichiarato), ma di certo hanno la caratteristica di rendere più lento e più luminoso il rientro con conseguenti scie… il più mozzafiato possibile.

Da un punto di vista tecnico i calcoli necessari a prevedere un rientro in una data zona ed in un dato momento non sono semplicissimi e l’azienda dovrà comandare al satellite il rilascio sufficientemente in anticipo anche in base al momento della richiesta (attività solare, rotazione della terra, velocità orbitale etc sono alcune delle variabile sicuramente da considerare).

Ora la domanda nasce quasi spontanea: ma ne sentivamo davvero il bisogno? A parte i problemi tecnici che avere altri satelliti e stelle cadenti on-demand pone (tipo la possibilità di colpire altri satelliti attivi durante il rientro dei bolidi e quindi andare ad alimentare la pletora di detriti spaziali che già abbiamo sopra la testa), l’idea è puro diletto nel senso che non da alcun valore scientifico/commerciale (… forse per Astro Live Experience) al lancio di questi satelliti. Anzi, mi correggo, forse è proprio questo il plus del progetto: smetterla di vedere lo spazio come una nicchia di pochi e portare le bellezze di ciò che sappiamo fare sotto gli occhi di tutti.

Confesso di non avere una chiara posizione a riguardo; qualche dubbio sull’utilità (e sul business che ne può derivare) mi rimane, ma d’altra parte il fatto di iniziare a farsi “pubblicità spaziale” è forse l’unica cosa (ricordo che il turismo spaziale lo diamo ormai come dato di fatto…) che ci mancava.

L’ultima frontiera dell’intrattenimento.

Sky Canvas, the world’s first artificial shooting star project, aims to bring people all over the world together to witness an unprecedented, collective experience

WU

PS. … a proposito del business model (e di quanto io mi sbagli in queste cose):

The company is already being contacted by event operators and city promoters interested in buying meteor showers, which brings up the question of pricing. ALE has so far raised ¥700 million from angel investors and counts Japan Airlines and convenience store chain FamilyMart as official sponsors. Still, the project is reportedly costing something in the neighborhood of ¥2 billion to realize.

L’anno che sarà come gli uomini lo faranno

Vi ho risparmiato le stupidaggini natalizie che turbano il ritmo delle impegnative digestioni, ma proprio non posso esimermi dalla ripresa degli sproloqui del 2019.

Sarò abbastanza soft, principalmente perché mi limiterò a citare parole non mie (e quindi degne di nota).

“Indovinami, Indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?”.
“Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un Carnevale e un Ferragosto
e il giorno dopo del lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno!” [G. Rodari]

Ero piccolo quando sentivo questa filastrocca, ma letta con gli occhi di oggi è forse ancora più bella e profonda. Il destino dell’anno nuovo andrà per tutti noi, nel bene (speriamo) o nel male, oltre un Carnevale o un Ferragosto; almeno in parte (larga o stretta?) sta a noi scriverci su.

Ben tornati.

WU

Oggi è Santa Lucia

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia. No. Cioè, più o meno. Cioè, una volta era cosi. Cioè…

Allora, oggi 13 Dicembre ricorre Santa Lucia. Non che sia troppo accorto al santo del giorno ne tanto meno la mia devozione alla santa in questione è così forte da ricordarmi la ricorrenza. Santa Lucia è tuttavia una ricorrenza abbastanza particolare… per il fatto che esiste un numero sterminato (più di ottanta mi è stato detto?!) di detti circa questo giorno.

Detti popolari che parlano del tempo odierno, del freddo odierno o della durata delle ore di luce di oggi (e sicuramente di un sacco di altre cose). Soffermiamoci un attimo sul fatto che oggi è considerato il giorno più corto (o equivalentemente la notte più lunga… che costituisce un ulteriore detto “Santa Lucia la notte più lunga che ci sia).

Per definizione il solstizio d’inverno è il giorno in cui le ore di luce sono minime in tutto l’anno. La data del solstizio d’inverno cambia di anno in anno, ma è grossomodo (e quest’anno esattamente) attorno al 21 Dicembre. Ben otto giorni da oggi, la domanda dunque nasce spontanea (vero?): da dove deriva la convinzione che oggi si ail giorno più corto dell’anno?

D’accordo che il giorno del solstizio varia di anno in anno, ma evidentemente un detto popolare non può derivare da un episodio che si verifica una volta ogni secolo. Semplicemente, in passato il giorno di Santa Lucia era molto più vicino al solstizio d’inverno. Ma come, abbiamo spostato la data della santa? Abbiamo spostato il solstizio?

Nessuna delle due: abbiamo cambiato calendario. Fino al 1852 era in utilizzo il calendario giuliano invece di quello gregoriano che usiamo ancora oggi (beh… più o meno). Il calendario giuliano aveva portato ad un progressivo sfasamento nel calcolo dei giorni rispetto alle stagioni, soprattutto (ma non solo) a causa del problema degli anni bisestili. Problema brillantemente risolto dal calendario gregoriano che però entrò in vigore “stile ruspa” (oggi tanto di moda).

Il 5 Ottobre 1582 (secondo il calendario giuliano) divenne improvvisamente il 15 Ottobre 1582 (secondo il calendario gregoriano). Il risultato fu che il 1582 fu un anno estremamente corto (e non parlo di secondi), ma di una decina di giorni in meno. Il tutto fu fatto per riallineare il calcolo dei giorni del calendario con l’anno solare, ma portò con se un terremoto circa la correlazione fra i detti popolari e le condizioni astronomiche.

Il solstizio d’inverno si era progressivamente avvicinato (anche a causa degli sfasamenti accumulatisi con il calendario giuliano) al 13 Dicembre, il giorno di Santa Lucia, appunto. Ma con l’avvento di Gregorio il detto rimase, il solstizio invece “tornò al suo posto”. È addirittura probabile che fosse stata proprio la Chiesa ad incentivare l’associazione tra il 13 Dicembre e il solstizio d’inverno (complice il vecchio calendario) per sostituire le feste popolari e pagane legate alla ricorrenza del giorno più corto con una santo “ufficiale”. D’altra parte gran parte dei riti cristiani derivano da precedenti usanze popolari…

Morale della storia (se proprio dobbiamo trovarla): oggi è il giorno più corto che ci sia e se non lo è secondo gli allineamenti astronomici lo è secondo le credenze popolari. Nessuno si accorgerà che nei prossimi giorni il buio durerà qualche minuto in più; tutti ricorderanno Santa Lucia (anche) per il buio. La potenza di secoli di tradizione popolare.

WU

Il trend di Natale

Che a me già la parola “trend” mi fa venire i nervi. Sarò vecchio, sarò out, sarò quello che vi pare, ma non è perché qualcuno si mette a fare un qualcosa che per forza deve creare una moda, o dire (credere) di farlo. Per essere un precursore non serve dire di esserlo (magari con qualche fotina fascinosa), ma dimostrare che si è fatto per primo (?) qualcosa che piace, degno di nota, che può essere utile, etc.

Che poi ci aggiungi che nel mondo iper-tutto in cui viviamo, creare una moda, o lanciare un trend, significa più che altro inventarsi una qualche follia. Ci sono quelle più simpatiche, quelle più pericolose, quelle più idiote, ma per quanto mi riguarda rimangono comunque iniziative di qualcuno che le condivide e non dei “trend”…

Credo che il tutto rientri solo in parte nella necessità che abbiamo di far vedere tutto a tutti (per la gioia di un qualche social), ma più che altro per il bisogno di vederci accettati da quanta più gente possibile per quello che facciamo. Il diverso non è tollerato, l’iniziativa del singolo è destinata a morte certa se non “condivisa”; di certo questo secolo non ci lascerà alcuna Giovanna D’Arco.

Ad ogni modo (dopo un po’ di sana polemica del martedì), torniamo al trend di Natale del momento (grrr). L’albero di natale è desueto, serve cambiare. Ho visto circolare in rete (si, mi piace bighellonare nella melma per farmi un’idea e prendere una posizione più che farlo dall’alto, o dal basso, di un eremo isolato) l’ideona di addobbare un ananas come fosse un’abete. Mi pare assurda, ma tutto sommato simpatica, quasi da affiancare al classico alberello. Anzi, me ne posso anche immaginare la motivazione: di certo costa meno fatica e non durerà fino a primavera come un pino in soggiorno.

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Accanto al “pinapple tree” ho anche scorto il “trend dei trend” (ok, ok, ci sto marciando sopra, ma era un must del Natale 2017 – ovviamente sono sempre sul pezzo, eh?- ed è un anno che ne volevo sproloquiare!): addobbarsi le sopracciglia come fossero alberelli di natale. E dai…

Christmastreeeyebrows.png

L’apoteosi dell’esibizionismo, farsi vedere, apparire pervasi in ogni dove dallo spirito natalizio. Mi fa un po’ (tanta ad essere sincero) tristezza. Direi che la vera gioia in un addobbo del genere (non è a questo che dovrebbero servire gli addobbi natalizi?) la trovano solo coloro che possono pubblicare un tutorial su youtube per raccattare un po’ di like. Ah, già, mi sa che una cosa del genere si può fare anche su Instragam e simili. Allora si che siamo tutti più felici e gli addobbi hanno raggiunto il loro scopo riempendoci il cuore… di un qualche sentimento che di certo non traspare dalle foto-esibizioni (e forse non interessa neanche più di tanto).

WU

Autostima femminile

L’autostima, l’autostima, sempre l’autostima, non se ne può più di questa maledetta autostima, diceva mio marito (ex) Jacopo. Gli dava sui nervi la parola, quella velleità psico-scientifica. Ma voi (io e le mie amiche), voi lo direste che Giovanna D’Arco si autostimava? E Giuditta mentre tagliava la testa di quello là? E Lucrezia Borgia mentre faceva fuori i suoi amanti?

C’era una parola che definiva benissimo la cosa: orgoglio. La storia era piena di donne orgogliose, Cleopatra, Caterina di Russia, matrone romane, poetesse, che ne so. Pieno. Autostima era una parola da poveracce, da casalinghe: autopulente, autofriggente, autosmacchiante…

[Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti]

Sono inciampato su questo pezzo e ne sono rimasto affascinato. In questa epoca in cui il femminismo è una moda ed il femminicidio una notizia ci siamo forse dimenticati che la responsabilità delle ancora esistenti (ahimè) differenze di genere (e se volete possiamo generalizzare, ma cerchiamo di finire un sentiero prima di intraprendere un altro).

Non illudiamoci che serva sentirsi migliori per esserlo, non illudiamoci che basti alzare la voce per essere ascoltati o sensibilizzare per essere protetti. Serve essere coscienti dei propri limiti e delle proprie differenze e serve sapere a cosa si va incontro. Con orgoglio.

Uomini e donne sono diversi e devono sentirsi diversi, non migliori/peggiori dell’altro, ma ciascuno peculiare e caratteristico e non farlo per “stimarsi” agli occhi dell’altro, portando avanti una bandiera inesistente, bensì perchè effettivamente credono (da cui l’orgoglio di dimostrarlo) di essere speciali.

WU

PS. Ad essere onesto avevo elucubrato su questo pezzo per l’amata/odiata festa della donna, ma proprio per evitare di suonare routinario, uguale, convenzionale, ho preferito aspettare qualche giorno per mettere queste considerazioni fuori dai panieri della ricorrenza.

Gli immancabili auguri

Quest’anno mi sono deliberatamente astenuto dal disturbare pigre e sonnolente digerite con discutibili post di auguri (come se gli anni scorsi lo avessi fatto… anche se qualche vezzo confesso di essermelo tolto). Ad ogni modo, in questa ripresa di attiva routine (che almeno il primo lunedì lavorativo dell’anno non vorrei definire tale e pertanto la affianco ad uno speranzoso “attiva”) non mi posso (no, proprio non ce la faccio… come non ce la faccio a non fare parentesi, neanche mentre penso) astenere almeno da un generico augurio di buon anno. Soprattutto considerando che il 100% della telefonate/mail/chiacchiere di stamane sono iniziate con queste due parole (non sempre sentite, confesso, ma spesso solo di circostanza).
Per limitare l’aria che circola nella mia bocca, sperabilmente dare il buon esempio e non dare neanche adito a fraintendimenti di auguri non sentiti lascio la parola ad una cinica, tagliente, razionalmente obiettiva Lucy (ed al suo doppio, immancabile Charlie).
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Se qualcuno stamane avesse risposto cosi ai miei auguri di certo sarei rimasto come uno stoccafisso, ma lo avrei veramente apprezzato come il più vero e sentito degli auguri.
Felice buon anno, tardivo, come da WU consuetudine.
WU
PS. E come non far presente il fascino della data palindroma odierna: 8.1.18; qualcosa deve succedere…