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Chiavi per una vita più felice

Abbiamo (si, uso il “noi” per non sentirmi troppo solo) l’incontenibile necessità di darci delle regole (assolutamente non intese come leggi) che fungano da manuale di istruzione della vita. Praticamente una specie di vade mecum da seguire per raggiungere questo o quello… compresa la consapevolezza(illusione?) di una vita più felice.

Sulla scia di questa elucubrazione (cercando di fare un passo oltre quello ovvio di “tanto non funzionano” che lo trovo tanto giusto quanto inutile) mi sono imbattuto in queste 10 regole che se seguite costituiscono le “chiavi per una vita più felice”.

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Ribadisco l’invito a lasciare un attimo da parte lo scetticismo e provare a leggerle in chiave più-o-meno-obiettiva. Per garantire una vita più felice a tutti (e vai!) devono necessariamente essere abbastanza generiche. Alcune considerazioni rigorosamente a caso:

  • mi colpisce molto che al primo posto ci sia “Dare”. Una cosa che difficilmente (mai?) facciamo come prima cosa, spontaneamente e soprattutto in maniera da costituirne un obiettivo. Ora ditemi se vi siete mai svegliati la mattina dicendovi “oggi devo dare”…
  • Conoscenza ed emozioni figurano entrambe nella lista. alla faccia di chi continua a dover/voler dare precedenza (come se avessimo tempo e forza di dar seguito a qualcosa che non è in cima alla lista delle nostre priorità) al cuore o alla mente. Siamo fatti di più parti e non possiamo ambire ad “una vita più felice” se non sono felici tutte.
  • Bisogna provare ed accettare. Il che vuol dire non demordere. non che mi sembri un inaspettato suggerimento, ma di certo è una combo particolarmente difficile da mettere in pratica (e continuare ad applicare) a valle delle prime sconfitte. Credo che “per una vita più felice” sia sufficiente il provarci e dar poco seguito (nel bene o nel male) alle conseguenze.
  • Dare un senso. Sfido a mettere in pratica questa regole day-by-day. Trovo illogiche la metà (solo?) delle cose che devo affrontare quotidianamente, come faccio a dargli un senso? Forse è inteso in senso non razionale. Diamo un senso alle cose in base a ciò che vogliamo vederci? Beh, in tal caso il suggerimento può aver senso… ed inutilità. Figuriamoci se “alla ricerca di una vita più felice” non ho provato a dare un senso ad ogni minchiata che mi trovo a dover fare…
  • Resilienza lo metterei in cima alla lista. Non ci nasciamo portati, non ce lo insegnano a scuola, la vita ce lo impone. Parare i colpi e non rompersi è un obbligo più che una scelta.

La lista mi pare comunque contenere diversi spunti di riflessione (e se voleva essere questo il senso “delle chiavi” direi che è stato raggiunto). Ne aggiungerei qualcuna tipo:

  • smetterla di lamentarsi (sarebbe da scrivere in grassetto se non ne fossi ideologicamente avverso)
  • elencare ciò per cui si è grati (ogni mattina al risveglio, e non la sera per purificarsi la coscienza in attesa di Morfeo);
  • perdonare e perdonarsi, nell’ordine che preferite;
  • imparare a gioire di quel che si ha, qui ed ora;
  • sicuramente un’altra sfilza infinita di regole da stilare alla bisogna che vi lascio come spunto di riflessione (ne sentivate il bisogno, vero?) per questo riposo natalizio.

Auguri.

WU

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La corsa verso la felicità

“Sir, sta uscendo per la quotidiana corsa verso la felicità?”
“Esatto, Lloyd. Speriamo solo di non incontrare anche oggi le solite difficoltà”
“Difficoltà, sir?”
“Sì, Lloyd. E credimi, sembrano insuperabili. Vanno così veloce che me le trovo costantemente di fronte”
“Se mi permette, forse sbaglia la tecnica di sorpasso, sir”
“Cioè, Lloyd?”
“Le difficoltà non si superano mai in velocità, ma in resistenza, sir”
“Questione di grandi polmoni, Lloyd?”
“Credo più di profondi respiri, sir”

… ed intanto vorrei stressare la parola corsa. Che poi la felicità sia effettivamente il traguardo o semplicemente la benzina che ci serve per correre, direi che il titolo applica in ogni caso (… o sarebbe meglio “DI corsa verso la felicità”).

Che dobbiamo dirci (di nuovo?!), che ci saranno “le solite difficoltà”? Che ci sembrano sempre insuperabili? Che saremo li li per demordere (lusso di pochi) praticamente ogni giorno? Proviamo a vedere la cosa da un’altra prospettiva, e colgo questa citazione per farlo.

La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice. [A. Merini]

Ora, non che dobbiamo essere felici solo o soprattutto per far ripicca alle persone, ma di certo abbiamo in questa ottica un’ulteriore molla per non mollare ( 🙂 ). E poi mi affascina tantissimo pensare alla felicità come strumento di vendetta; incrementa istantaneamente la mia “resistenza”.

Ed aggiungo anche, se non altro (… e ci sarebbe davvero tanto altro…), che dimostrarsi felici è il primo passo per esserlo veramente. Iniziamo a sorriderci, la felicità arriverà (immancabilmente dopo “profondi respiri”).

WU

PS. Da questo Lloyd.

Priorità

“Impegni per la settimana, Lloyd?”
“Essere felice, sir”
“Parlavo del lavoro, Lloyd?”
“La felicità è un lavoro a tempo pieno, sir. Il resto sono passatempi retribuiti”
“Forse non mi sono spiegato, Lloyd…”
“O forse non si è ancora del tutto capito, sir”
“Rivediamo le priorità, Lloyd…”
“Con estremo piacere, sir”

Come fosse facile definire una priorità (grazie Lloyd) . E poi, che vuol dire priorità?!

Personale, aziendale, sociale, mentale, affettiva, tanto è difficile definirla in ogni caso. Priorità: ovvero prima una cosa e poi l’altra (mi pare abbastanza semplice e concisa come definizione). Ma quando definiamo completato un dato compito (termine da intendersi in senso lato)?

Si può sempre fare meglio… Facciamo un esempio: la priorità è la famiglia. Ma come decidi quando smettere di giocare con i bimbi? La priorità è la casa: ma ti fermi solo quando è tutto lucido ed immacolato?

E’ facile intendere che, a meno di mansioni banali e ripetitive (tipo quelle da mettere in un foglio excel 🙂 ), decidere quando passare da un compito ad un’altro è assolutamente arbitrario. Esattamente come il concetto di priorità… il che determina una “arbitrarietà al quadrato” che coincide, per quanto mi riguarda, con “prendere decisioni a caso”.

Ed aggiungo, quanti di noi sono in grado di mettere la felicità come priorità?! Ah, vi voglio vedere quando decidete di smettere per passare al prossimo grattacapo…

Facciamo che forse la felicità, più che una indefinibile e non-interrompibile priorità, dovrebbe essere una linea guida nelle mansioni quotidiane, prioritarie e non. Più facile a dirsi.

WU

PS. Il mio personalissimo ed opinabilissimo concetto di priorità: “last in, first out”.

Atmosfere

Sempre per il ricorrente tema che è “un fatto di clima e non di voglia” [cit., ma lo devo scrivere?] ciclicamente all’approcciarmi delle festività (soprattutto nei giorni più tranquilli lontano dal chiasso delle ricorrenze) mi arrovello su cosa rende alcuni giorni di festa e cosa li rende “soltanto” di ferie.

Mi interrogo su quel clima che ti avvolge la mattina, su quel clima che costruisci e che tenti di goderti. Mi interrogo, ed a volte dimentico di goderne.

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Atmosfere, non solo Natalizie, da costruire si, ma anche da saper apprezzare.

Non che mi servisse chi me lo ricorda, ma questo Lloyd mi spinge a fare un gesto per me inusitato (a maggior ragione nella ricerca del clima di festa): l’abbraccio.

WU

Di lunedì

Oggi è lunedì. E’ un lunedì che prelude alla festa (no, non parlo, solo, dell’esito del quesito referendario; in base al monosillabo da voi scelto). E’ il lunedì di incipit della settimana, il giorno in cui le maniche si rimboccano. Il principio.

E’ il lunedì (ho sempre pensato che un buon dosaggio di articoli determinativi ed indeterminativi cambi radicalmente il senso di una frase) che dovrebbe aprirsi con voglia di combattere per soddisfazioni e per risultati.

E’, invece, un lunedì.

E quindi mi scaturisce una strana domanda: ma allora è una questione di giorno della settimana o di quotidianità nella ricerca della soddisfazione?

Ovviamente propendo per la seconda e mi affido (chicca datata qualche giorno fa ma che solo oggi trovo assolutamente calzante al mio delirate) al buon maggiordomo (qui):

“Lloyd, ma dov’è tutta la serenità? Le soddisfazioni?”
“Credo siano state divorate dall’ansia, sir
”Ma si è mangiata tutto, Lloyd!”
“È nella sua natura, sir. L’ansia cresce nutrendosi di paure e vive divorando certezze”
“Vorrei sapere chi è che l’ha fatta entrare nella quotidianità…”
“Temo sia stato lei, sir”
“Io? Ma come è possibile?”
“A volte capita che si confonda un buon animale da compagnia con una brutta bestia da solitudine”
“Lloyd, da oggi l’ansia rimane fuori dalla porta”
“Faremo il possibile, sir”

Assumendo che la mia porta non è ben sigillata da lasciare fuori ciò che vorrei (e dentro ciò che dovrei), continuo a lottare per saper riconoscere gli animali (in senso lato) di cui circondarmi.

Buon lunedì a tutti… “faremo il possibile, sir”.

WU

PS. Più che di ansia, io parlerei di inquietudine che si nutre di rassegnazione e sconforto. Ma questa parola mi genera un moto interiore decisamente più positivo e proattivo. Parto dal fondo, ma lavoro sulla mia autoconvinzione.

Felicità ed aspettative

Quanto siete felici. No, no, intendo proprio numericamente! Cioè siete felici 1, 100, 10000? Come si fa a calcolarlo? Beh, basta usare una fantastica equazione:

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No, il senso non è che vi facciate una risata guardando l’equazione. Almeno non il senso profondo anche se condivido che la cosa generi già un certo senso di ilarità.
Secondo i ricercatori dell’University College London, infatti, l’equazione non è uno scherzo.

In realtà l’equazione (per il momento!) non predice il livello generale di felicità che raggiungerete nella vita, ma piuttosto il livello di felicità che raggiungere se vincete o perdete un qualche gioco.

Magia delle magie, l’equazione dice che non siamo felici quando le cose vanno bene, ma quando vanno meglio del previsto. Io che non capisco nulla di nulla dovrei esser sempre felice?! E poi che vuol dire bene? Beh, piuttosto uno si fa un’idea che usa come riferimento e se le cose prendono una piega migliore delle aspettative… tanto meglio.

[…] emotional reactivity in the form of momentary happiness in response to outcomes of a probabilistic reward task is explained not by current task earnings, but by the combined influence of recent reward expectations and prediction errors arising from those expectations […].

Lo studio (che se ne fossi uno degli ideatori sarei già felicissimo ad essermelo fatto finanziare) si è basato su un campione di 26 volontari (salvo poi “validare” l’equazione per mezzo di 18000 persone che “giocavano” tramite una app…) a cui è stato chiesto di scommettere e dare un numero alla loro felicità in funzione del risultato mentre veniva misurato il loro livello di attività celebrale.

La scoperta: se invece di 10 i giocatori vincevano 0 erano tristi, ma se vincevano 0 invece di perdere 10 erano più felici. Cioè se ci dicono che il treno potrebbe fare 3 ore di ritardo, ma ne fa solo 1 alla fine siamo felici, molto più felici di un’ora di ritardo rispetto alla prospettiva di un viaggio puntuale.

Ok, ma non esageriamo. Se ragioniamo così saremmo tutti pessimisti cronici così le cose possono andare solo meglio del previsto… Non mi pare un grande approccio. Piuttosto diciamoci la verità e cerchiamo di far andare (ove possiamo, di certo non sempre/ovunque) le cose un po’ meglio.

WU