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Atmosfere

Sempre per il ricorrente tema che è “un fatto di clima e non di voglia” [cit., ma lo devo scrivere?] ciclicamente all’approcciarmi delle festività (soprattutto nei giorni più tranquilli lontano dal chiasso delle ricorrenze) mi arrovello su cosa rende alcuni giorni di festa e cosa li rende “soltanto” di ferie.

Mi interrogo su quel clima che ti avvolge la mattina, su quel clima che costruisci e che tenti di goderti. Mi interrogo, ed a volte dimentico di goderne.

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Atmosfere, non solo Natalizie, da costruire si, ma anche da saper apprezzare.

Non che mi servisse chi me lo ricorda, ma questo Lloyd mi spinge a fare un gesto per me inusitato (a maggior ragione nella ricerca del clima di festa): l’abbraccio.

WU

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Di lunedì

Oggi è lunedì. E’ un lunedì che prelude alla festa (no, non parlo, solo, dell’esito del quesito referendario; in base al monosillabo da voi scelto). E’ il lunedì di incipit della settimana, il giorno in cui le maniche si rimboccano. Il principio.

E’ il lunedì (ho sempre pensato che un buon dosaggio di articoli determinativi ed indeterminativi cambi radicalmente il senso di una frase) che dovrebbe aprirsi con voglia di combattere per soddisfazioni e per risultati.

E’, invece, un lunedì.

E quindi mi scaturisce una strana domanda: ma allora è una questione di giorno della settimana o di quotidianità nella ricerca della soddisfazione?

Ovviamente propendo per la seconda e mi affido (chicca datata qualche giorno fa ma che solo oggi trovo assolutamente calzante al mio delirate) al buon maggiordomo (qui):

“Lloyd, ma dov’è tutta la serenità? Le soddisfazioni?”
“Credo siano state divorate dall’ansia, sir
”Ma si è mangiata tutto, Lloyd!”
“È nella sua natura, sir. L’ansia cresce nutrendosi di paure e vive divorando certezze”
“Vorrei sapere chi è che l’ha fatta entrare nella quotidianità…”
“Temo sia stato lei, sir”
“Io? Ma come è possibile?”
“A volte capita che si confonda un buon animale da compagnia con una brutta bestia da solitudine”
“Lloyd, da oggi l’ansia rimane fuori dalla porta”
“Faremo il possibile, sir”

Assumendo che la mia porta non è ben sigillata da lasciare fuori ciò che vorrei (e dentro ciò che dovrei), continuo a lottare per saper riconoscere gli animali (in senso lato) di cui circondarmi.

Buon lunedì a tutti… “faremo il possibile, sir”.

WU

PS. Più che di ansia, io parlerei di inquietudine che si nutre di rassegnazione e sconforto. Ma questa parola mi genera un moto interiore decisamente più positivo e proattivo. Parto dal fondo, ma lavoro sulla mia autoconvinzione.

Felicità ed aspettative

Quanto siete felici. No, no, intendo proprio numericamente! Cioè siete felici 1, 100, 10000? Come si fa a calcolarlo? Beh, basta usare una fantastica equazione:

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No, il senso non è che vi facciate una risata guardando l’equazione. Almeno non il senso profondo anche se condivido che la cosa generi già un certo senso di ilarità.
Secondo i ricercatori dell’University College London, infatti, l’equazione non è uno scherzo.

In realtà l’equazione (per il momento!) non predice il livello generale di felicità che raggiungerete nella vita, ma piuttosto il livello di felicità che raggiungere se vincete o perdete un qualche gioco.

Magia delle magie, l’equazione dice che non siamo felici quando le cose vanno bene, ma quando vanno meglio del previsto. Io che non capisco nulla di nulla dovrei esser sempre felice?! E poi che vuol dire bene? Beh, piuttosto uno si fa un’idea che usa come riferimento e se le cose prendono una piega migliore delle aspettative… tanto meglio.

[…] emotional reactivity in the form of momentary happiness in response to outcomes of a probabilistic reward task is explained not by current task earnings, but by the combined influence of recent reward expectations and prediction errors arising from those expectations […].

Lo studio (che se ne fossi uno degli ideatori sarei già felicissimo ad essermelo fatto finanziare) si è basato su un campione di 26 volontari (salvo poi “validare” l’equazione per mezzo di 18000 persone che “giocavano” tramite una app…) a cui è stato chiesto di scommettere e dare un numero alla loro felicità in funzione del risultato mentre veniva misurato il loro livello di attività celebrale.

La scoperta: se invece di 10 i giocatori vincevano 0 erano tristi, ma se vincevano 0 invece di perdere 10 erano più felici. Cioè se ci dicono che il treno potrebbe fare 3 ore di ritardo, ma ne fa solo 1 alla fine siamo felici, molto più felici di un’ora di ritardo rispetto alla prospettiva di un viaggio puntuale.

Ok, ma non esageriamo. Se ragioniamo così saremmo tutti pessimisti cronici così le cose possono andare solo meglio del previsto… Non mi pare un grande approccio. Piuttosto diciamoci la verità e cerchiamo di far andare (ove possiamo, di certo non sempre/ovunque) le cose un po’ meglio.

WU